Giornale di Critica dell'Architettura
Storia e Critica

Bruno Zevi due lustri dopo

di Sandro Lazier - 8/1/2010


Il 9 gennaio 2000 moriva Bruno Zevi.
Vorrei ricordarlo con le sue parole, espresse in occasione del convegno di Modena del 19 settembre 1997. Ho estratto alcuni brani che credo rilevanti per quello che Zevi pensava allora e per quello che è accaduto nei successivi dieci anni dalla sua morte.
Non voglio parlare di un’eredità scomoda, e per questo sempre minacciata d’oblio, quanto di quella sorta di redenzione, seguita alla sua morte, di cui ha goduto la mediocrità generale della cultura architettonica italiana. Parlo di quella influente che, malgrado i fallimenti e i disastri procurati in passato, ha tuttora l’autorità di orientare la cultura istituzionale, destinando ad essa incarichi telecomandati e risorse economiche pubbliche; che occupa università, riviste e convegni infischiandosene del confronto al quale dovrebbe essere tenuta perlomeno per decenza intellettuale; che, quando Zevi era in vita, avrebbe sicuramente evitato di citarlo a sproposito o incautamente come invece è avvenuto e come, quando ne è venuto a conoscenza, questo giornale ha denunciato.
Invito pertanto i lettori a rileggere quanto Zevi scrisse in quell’occasione perché non abbia a perdersi nemmeno un frammento della sua passione e dedizione. Tira su il morale e ci aiuta a superare le difficoltà solo con la gioia della sua scrittura.
E, soprattutto, ci fa riflettere sulla situazione attuale, nella quale la chiarezza dei pensieri (e della scrittura) sembra aver lasciato il posto ad una foschia concettuale dove tutto è consentito, digeribile o indigesto che sia, purché abbia rilevanza mediatica e convenga un poco a tutti.

Dal discorso introduttivo del congresso di modena del 19/9/1997

Quanto è accaduto nell'ultimo decennio ha persino rovesciato la prospettiva storica. Prima, valevano le norme dottrinarie, punteggiate dalle eresie di rari, autentici spiriti creativi. Oggi, la storia c¡ appare innervata da gesti creativi che rendono idoli, dogmi, canoni armonici, tabù proporzionali, vitelli d'oro simmetrici non solo obsoleti, ma anche ridicoli. Il fronte della rivoluzione, della modernità ha prevalso. A questo punto, scruto nel vostro e nel mio animo un’obiezione: ammesso che quanto si è detto sia vero, per quanta gente lo è? Per cinquanta architetti, per cento? E gli altri, come possono captare col cervello e con lo stomaco la scrittura di grado zero? Come estendere tutte le conquiste dell'avanguardia? Una risposta la fornisce Roland Barthes, il teorico del “grado zero", che precisa: "Nello sforzo di liberazione dal linguaggio letterario, ecco un'altra soluzione: creare una scrittura bianca, svincolata da ogni servitù ... La scrittura di grado zero è in fondo una scrittura indicativa, se si vuole amodale ... si tratta di superare la Letteratura (con la L maiuscola) affidandosi ad una lingua basica ... Allora lo strumento non è più al servizio di un'ideologia... è la maniera di esistere del silenzio ... " Se la scrittura è veramente neutra, l'architettura del potere, classica, autoritaria, accademica, postmoderna, è vinta.

Dieci anni fa, nell'atmosfera puteolenta del PostModern, nessuno poteva credere a un rilancio vigoroso ed esplosivo della modernità, quale si è verificato nel 1988 con la mostra del decostruttivismo a New York. Nessuno, salvo cinquanta architetti e critici decisi a non mollare. E' sbalorditivo anche per chi ne è stato uno dei protagonisti: questo convegno sancisce una vittoria epocale, la sconfitta della viltà accademica, scolastica, classicista e/o postmoderna.

…il valore del disordine e dell'imperfetto è stato costantemente censurato nell'edilizia ufficiale, per essere riscoperto solo alla fine degli anni Ottanta, quando ¡ decostruttivisti rivendicarono il diritto degli architetti di non aspirare più al puro, all'immacolato, al perfetto, per cercare la creatività nel disagio, nell'incertezza, nel disturbato. Un valore linguistico rinato, di straordinaria portata. Di fronte al perfezionismo dei templi ellenici e delle colonne filmate romane, alle frustranti teorie ideali del Rinascimento e al rigore cartesiano dei razionalisti, il contributo di Pietilä, Libeskind, Koolhaas e soprattutto Gehry è consistito nel completare il mito millenario della perfezione con la forza e l'irruenza dell'imperfetto. La poetica dell'imperfetto ricupera il brutto, i rifiuti, il trasandato, gli stracci e i sacchi di Burri, il paesaggio derelitto, il cheapscape. E dall'architettura si propaga nei comportamenti e nella moda.

“Siamo, all'un tempo, intellettuali sofisticati ed ermetici, e artisti popolari e gergali.”

Alla fine degli anni Settanta eravamo alla vigilia di una stagione di "grado zero", di quell' "architettura d'azione" che sgorga dagli eventi e non dalla loro rappresentazione. Il processo fu bloccato dal dilagante rigurgito PostModem, estremo tentativo di fermare il corso della modernità. Quasi dieci anni perduti tra evasioni e cinismi, luridume ideologico e imbrogli storicocritici.

Le proteste contro la struttura attuale della disciplina urbanistica si moltiplicano in migliaia di libri, saggi e congressi. il piano s'illude di governare l'ambiente, ma in effetti è travolto perché svincolato da previsioni architettoniche di qualità. Nasce così spontanea la tendenza impersonata dall'espressionismo, di liquidare il piano urbanistico restituendo piena libertà all'edilizia. Tanto più in considerazione del fatto che, da Bomarzo a Disneyland, le licenze individualistiche e capricciose non hanno causato danni paragonabíli a quelli degli ordini astratti, degli standard e delle norme generali. Lo iato fra architettura e urbanistica è stato da tempo colmato mediante il concetto di “urbatettura", ma questo serve scarsamente se non si effettua il trapasso di scala alla paesaggistica, all'impegno creativo sul territorio. Se finora, per convenzione teorica, l'urbanistica ha preceduto l'architettura, adesso dobbiamo invertire la sequenza, affinché gli assetti territoriali scaturiscano dal basso, democraticamente, senza più distinzioni conflittuali tra esigenze collettive e private, senza fughe evasive nelle nozioni di luogo e contesto. La nuova progettualità territoriale non può appagarsi di un'autoproclamazione; deve trovare i suoi agganci legislativi ed operativi.”

Siamo alla vigilia di un periodo di prosperità professionale e dobbiamo essere pronti a gestirlo calamitando gli industriali e gli imprenditori più illuminati, le forze sindacali più disponibili al nuovo, gli uomini politici determinati a creare una classe dirigente di livello europeo. Noi chiediamo:
- una legge quadro sull'architettura, almeno pari a quelle vigenti in Francia e nei più avanzati paesi europei;
- una reinvenzione del Ministero dei Lavori pubblici, che è un pachiderma accovacciato su se stesso;
- un radicale ripensamento delle funzioni delle Soprintendenze, monarchie assolute capaci di rovinare capolavori come il Palazzo dei Diamanti di Ferrara, e incapaci di affrontare il restauro di un monumento come il Colosseo;
- una presa di coscienza dei temi ambientali, architettonici e territoriali da parte del Ministero dei Beni Culturali e degli enti locali, regioni province e comuni, la cui attività vedi il caso di Roma è caratterizzata dalla mancanza di fantasia, dell'inabilità a creare una visione globale, un'immagine del futuro della capitale;
- un riesame degli slogan, delle frasi fatte, dei pregiudizi diffusi, della pedonalizzazione indiscriminata dei centri storici all'esclusione di interventi moderni nei loro tessuti.
Chiediamo tutto questo e siamo convinti di poterlo ottenere.

Se indugiamo su temi estetici, linguistici, espressivi è perché l'arte anticipa e prefigura il panorama sociale, e noi dobbiamo essere culturalmente ferratissimi per lottare efficacemente sul terreno politico. Su questo terreno, in Italia siamo davvero non al grado ma all'anno zero. Continua a mancare una classe dirigente conscia dei drammi e delle sfide del territorio, appassionati di letteratura, di pittura, di musica, di sport, ma nessuno appassionato di architettura come sono stati in Francia un Pompidou o un Mitterand.

"Dal 1943 mi considero un sopravvissuto, essendo sfuggito senza motivo allo sterminio della mia gente. Quindi penso alla morte serenamente, al modo di Benedetto Croce, il quale narrava che, quando gli capitava di pensare alla morte, si ricordava di un suo amico, chirurgo napoletano, che mentre operava, sentendosi mancare, prese il bisturi, lo consegnò ad un suo aiuto e disse: "Continua tu". Io sono felice perché so che, in qualsiasi momento, sentendomi mancare, posso rivolgermi a voi, dicendo: "Continua tu, tu. Tu".



(Sandro Lazier - 8/1/2010)

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Commento 7759 di giannino cusano del 14/01/2010


Ha scritto Lazier:

" fa riflettere sulla situazione attuale, nella quale la chiarezza dei pensieri (e della scrittura) sembra aver lasciato il posto ad una foschia concettuale dove tutto è consentito, digeribile o indigesto che sia, purché abbia rilevanza mediatica e convenga un poco a tutti."

e riprendo alcuni passaggi che cita da Zevi:

- "un riesame degli slogan, delle frasi fatte, dei pregiudizi diffusi, della pedonalizzazione indiscriminata dei centri storici all'esclusione di interventi moderni nei loro tessuti."
- "…il valore del disordine e dell'imperfetto è stato costantemente censurato nell'edilizia ufficiale, per essere riscoperto solo alla fine degli anni Ottanta, quando ¡ decostruttivisti rivendicarono il diritto degli architetti di non aspirare più al puro, all'immacolato, al perfetto, per cercare la creatività nel disagio, nell'incertezza, nel disturbato. Un valore linguistico rinato, di straordinaria portata. "
- "Se indugiamo su temi estetici, linguistici, espressivi è perché l'arte anticipa e prefigura il panorama sociale, e noi dobbiamo essere culturalmente ferratissimi per lottare efficacemente sul terreno politico..Su questo terreno, in Italia siamo davvero non al grado ma all'anno zero..."

Qualche minuto da Youtube: un video (Carmelo Bene e Bruno Zevi) su cui vale la pena soffermarsi

http://www.youtube.com/watch?v=CLiQ6E1-A-Y

Importa poco, qui, se Bene sia stato un genio o no, ma pare inevitabile che il suo Grado Zero, la sua carica distruttrice di qualsiasi "rappresentazione " spacciata per "la cosa" e di qualsivoglia "formula", in ogni ordine e grado, fossero agevolmente captati da Zevi.. Contano il ruolo critico dell'azione creativa e quello creativo del giudizio critico.

Capovolgere il tradizionale rapporto tra urbanistica e architettura: "....finora, per convenzione ..., l'urbanistica ha preceduto l'architettura, adesso dobbiamo invertire la sequenza, affinché gli assetti territoriali scaturiscano dal basso, democraticamente, senza più distinzioni conflittuali tra esigenze collettive e private, senza fughe evasive nelle nozioni di luogo e contesto."

Cammino impervio, difficile, rischioso. Se la "parole" s'impoverisce in nome di slogan e frasi fatte, s'impoverisce la nostra stessa capacità di pensare e prefigurare scenari. E questa mi pare la base della crisi italiana attuale: trasformarla in valore presuppone fiducia nella non ripetitività del già visto. Improbabile? Forse, ma non per questo impossibile. Confondere il "possibile" col "probabile" mi pare il grosso equivoco da combattere e dissolvere. .

G.C.

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Commento 7758 di pietro pagliardini del 13/01/2010


Vilma, ho riletto il tuo post con piacere e, aldilà delle rispettive posizioni, apprezzo il fatto che tu dichiari di essere snob, anti-democratica, classista, ecc.
Ognuno è come è e, ammesso e non concesso che tu sia come dici, il riconoscerlo sgombra il campo dalle ipocrisie, contro le quali è irritante il solo discutere.
Come capirai ho già detto molto e anche troppo, dunque non mi ripeto.

A Cusano dico che c'era un tono scherzoso in quella mia battuta e comunque ha ragione: se non c'è la ricetta bisogna trovarla e solo discutendo è possibile.
Adesso però è il momento di passare ad altro e vi lascio a Bruno Zevi.

Saluti a tutti

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Commento 7757 di giannino cusano del 13/01/2010


Caro Pagliardini, nient' affatto: non voglio tutto scodellato e pronto. Cerco solo di capire e focalizzare, e se lei stesso dice di avere solo gli ingredienti, penso converrà che pensare le ricette si può solo col contradditorio.

Non vorrei, intanto, dimenticare che l'articolo in questione è "Zevi 2 lustri dopo". Il che non toglie che si possa continuare "anche" con i Concorsi. Che, però, non vorrei che monopolizzassero il discorso. Ci rifletto. comunque.

Cordialmente,
G.C.


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Commento 7756 di Vilma Torselli del 13/01/2010


Il dibattito Pagliardini-Cusano ha finito per indurmi in tentazione, voglio dire la mia.
Però, come Pietro sa, poiché l'argomento è tutt'altro che nuovo, mi prendo l'arbitrio di ripetermi con un mio post sullo stesso tema comparso sul blog di Giorgio Muratore, Archiwatch.
Da allora, infatti, il mio parere non è cambiato, e neppure quello di Pietro, pare!

A proposito di … Giurie popolari …
Vilma Torselli, … rispondendo a Pietro Pagliardini, … così commenta:

Forse deludendoti, devo ribadire (rispondo a Pietro che mi ha citata in modo puntuale) che non ho nessuna fiducia nelle possibilità di apporto costruttivo, almeno in campo urbanistico-architettonico, da parte delle casalinghe di Voghera: una volta mi hai scritto che ti sembravo un po’ snob, forse avevi ragione, può essere che sia anche antidemocratica, presuntuosa, classista ecc. , non ho difficoltà ad ammettere, con tutto ciò che questo comporta, i miei personali pregiudizi negativi sulla necessità/possibilità di progettazioni partecipate da chicchessia.
Ho visto da vicino i mitici anni ’80 della Milano da bere, consigli di zona, comitati di quartiere, tavole rotonde, seminari aperti e tutto il repertorio del populismo ipocrita travestito da democrazia, da una parte platee di metalmeccanici, bottegai e casalinghe disperate che improvvisandosi progettisti sparavano fesserie fuori tema, quasi sempre dettate da contingenti interessi personali (l’asilo, o il parco o il minimarket, perché non lo facciamo vicino a casa mia? e su quella strada, perchè non ci mettiamo un semaforo così appena esco dal portone posso attraversare? analogamente per il tracciato del metrò, la fermata del bus, il parcheggio dei negozi ecc.), dall’altra parte palchi di demogoghi imbonitori che fingevano di trovarle intelligenti: se la cosa avesse veramente funzionato oggi dovremmo avere città diverse, più vivibili, le città dei cittadini, invece il tempo passa e vediamo ancora i soliti architetti, soliti politici, soliti palazzinari ….
Nulla è cambiato, as time goes by, Lui, nella sua eternità di celluloide, continua a fumare la solita sigaretta e Sam suona ancora la solita canzone, sempre quella.

La nostra legge urbanistica è la più vecchia, la più farraginosa, complicata, vincolante e restrittiva di tutto il pianeta, abbiamo il maggior numero di centri storici e di siti protetti da vincoli storico-ambientali, paesaggistici e artistici, una miriade di sovraintendenze, associazioni e fondazioni che mummificano ogni tentativo di cambiamento ostinatamente propensi al non-intervento a prescindere, questa è la realtà entro la quale si deve districare un progettista oggi, ci mancherebbe pure che ci si mettesse la giuria popolare a dire la sua.

Ho letto da qualche parte che nei parchi giapponesi, le pavimentazioni dei percorsi pedonali vengono posate sulle tracce lasciate dal calpestio dei passanti sull’erba, il che, se non è una leggenda metropolitana, costituisce un piccolo ma illuminante esempio di integrazione sui generis tra progettazione pubblica ed esigenze della comunità in un paese che non è certo noto per i coinvolgimenti popolari a qualunque livello.
Questo esempio minimale mi porta a dire che, forse, l’architetto debba essere prima di tutto un cacciatore di tracce, un segugio che scopre i segni che la gente lascia nell’ambiente senza neppure rendersene conto, quei ‘percorsi’ spontenei derivati dall’uso e dalle abitudini di una comunità, deve trovarli, analizzarli, decifrarli e trarne le conclusioni sotto forma di un progetto nel quale, in qualche modo, quelle vecchie tracce siano recepite e identificabili: non dico che sia facile farlo, dico anche che l’architetto non può né deve operare da solo per conto di Dio, non basta stare sul campo, ha bisogno di opportune integrazioni che vengano dalla sociologia, dall’antropologia, dalla statistica, dalla storia, dalla psicologia, da tutta una serie di discipline umanistiche che si occupano dell’uomo nel suo ambiente.

E non di una platea di incompetenti che gli fornisca non tanto informazini utili, quanto un alibi per un eventuale insuccesso, quello, sì, condiviso.

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Commento 7755 di pietro pagliardini del 12/01/2010


Caro Cusano, probabilmente non sono stato chiaro. Io non parlo di giuria popolare nel senso di scegliere un tot di persone e farne una giuria popolare, come nel processo penale USA. Per banalizzare, al Festival di San Remo c'erano le giurie popolari, ma poi chi decideva davvero era il mercato: chi più vendeva aveva più successo. S'immagina con quali criteri verrebbero scelti? Se lo immagina sì, non è vero? Se deve essere così, una parodia di democrazia, meglio lasciar perdere. ll paragone con le giurie dei Tribunali non mi sembra, in realtà, pertinente, perché il giudizio sulla vita, in qualche paese sulla morte, di un uomo, richiede un atteggiamento, un impegno, una tensione morale del tutto diversi. Mi auguro di non dovermici trovare mai.
Io parlo di invitare i cittadini TUTTI ad andare ad esprimersi su quale progetto sembri a loro più adatto tra quelli in gara.
Domanda pertinente la sua: a cosa serve la giuria tecnica se poi alla fine decideranno i cittadini? Io ho già risposto a questa domanda: rimettendo la decisione nelle mani del sindaco, che ho detto non essere un notaio, ma eletto con regolare voto per guidare la città. Lei dirà, ma è chiaro che il sindaco sceglierà il giudizio dei suoi futuri elettori. E' altamente probabile ma non scontato, perché possono esservi situazioni di grande equilibrio o di indeterminatezza in cui, tutto sommato, si può ritenere opportuno affidarsi agli esperti. Possono esserci pochi votanti, ad esempio.
E comunque la giuria tecnica sarà tanto più importante quanto più sarà autorevole, cioè quando apparirà, oltre ad essere, equilibrata. E credo che, sapendo del passaggio successivo, lo potrebbe davvero diventare.
Ma poi......lei vuole tutto scodellato e pronto? Non ho la presunzione di avere la formula chimica esatta in mano, so solo che i composti sono questi, ma non ne conosco le dosi. E chi le conosce!
So anche che i miei clienti il progetto lo vogliono vedere e discutere e criticare e cambiare. E diamo questa opportunità anche ai cittadini che sono i clienti delle opere pubbliche!
Why not?
Saluti

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Commento 7754 di giannino cusano del 12/01/2010


Caro Pagliardini,

anche per me sarebbe un gran bene se gli architetti presentassero i loro progetti ai cittadini, li discutessero con loro e quant'altro. Naturalmente, non in 15 minuti a testa :)

L'idea, però, che possano addirittura ribaltare il verdetto della giuria mi suona un po' strana: sia in sede giudiziaria che in sede architettonica. Nel primo caso, infatti, è vero che in Italia sono previste giurie popolari, ma è anche vero che ci sono 3 gradi di giudizio e che le giurie popolari limitatato alla Corte d'Assise e alla Corte d'Appello, non in Casasazione, e solo per alcuni reati e non i più gravi. Quelli più gravi sono comunque esclusi e affidati ai Tribunali, non alle Corti di Assise. Il lavoro dei giurati ha solo un ruolo consultivo e sempre sotto la guida del Collegio dei Giudici, che controllano che la discussione e le considerazioni della giuria siano attinenti alle leggi in vigore; ma è ai Giudici che spetta l'ultima parola e la decisione conclusiva. Tanto che alle giurie vengono forniiti dei riassunti degli elementi di prova e di giudizio, non per intero le prove a carico.

In USA, dove peraltro non ci sono leggi scritte, le giurie popolari sono formate, se ricordo bene, da 16 persone e annoverano comunque degli uomini di legge tra i propri membri. Le giurie, è vero, decidono a maggioranza (anche 9/7) per l'innocenza dell'imputato o per la sua colpevolezzza, a patto che di ciò vi sia la certezza inequivocabile, il che discende dal fatto che il dibattimento in aula resta alquanto diverso, tra USA e Italia, nonostante la riforma del C.P.P. curata a suo tempo da Giulianio Vassalli. Cmq in USA le giurie non comminano pene: cosa che spetta solo e sempre ai Giudici togati. Si tratta cmq di contesti assai differenti.

Naturalmente, non sono un esperto in materia, quindi ho chiesto lumi sia a un'amica avvocato, peraltro molto in gamba, sia a un altro amico che insegna e pratica diritto internazionale e opera in Italia e in USA.

C'è, poi, una proposta di legge a prima firma l'On.Pecorella, avvocato, che vorrebbe modificare ed estendere i poteri delle giurie popolari, ma è ancora una proposta in quanto divide molto il suo stesso schieramento politico, a partire dall'On. Mantovano, ex magistrato e contrarissimo alla proposta Pecorella.
In sede giudiziaria, inoltre, per le giurie, quando decidono come in USA, non si tratta di decidere tra più scenari, ma solo di decidere in una logica binaria tra due possibilità: colpevole o innocente → SI / NO.

Affatto diversa mi pare la situazione dei concorsi di architettura 1. perché non obbediscono a una logica di tipo binario 2. perché se il verdetto della giuria popolare può capovolgere quello della commissione giudicatrice, quest'ultima a che serve, se può fare solo le scelte poi ratificate, a posteriori, da una giuria popolare? Non si capisce che senso avrebbe uno scenario del genere, che di fatto equivarrebbe a dare a quest'ultima solo un potere di veto. E i poteri di veto sono, a mio modesto aviso, la cosa più antidemocratica della terra. Oltre allo spreco evidente di tempo, risorse, energie da parte della Commissione.

Torno, allora, a dire: non avrebbe assai più senso e pregnanza coinvolgere i cittadini nel momento in cui si formano e si prendono le decisioni e si indiconom, eventualmente i bandi? E, perché no, magari anche coinvolgere rappresentanze dei cittadini nelle commissioni giudicatrici, in linea di massima? Cosa, peraltro, che talvolta avviene.

Infine: da noi, in Corte d' Assise e di Appello i membri della giuria, dove previsti (e sono casi di reati non particolarmente gravi: cmq fino a 10 anni, se ben ricordo) devono avere determinati requisiti minimi di istruzione: terza media in Assise, diploma o laurea in Appello.

E per i concorsi di architettura?

Cordialmente
G.C.

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Commento 7752 di giannino cusano del 11/01/2010


Caro Pagliardini,
sul resto rispondo dopo per non mettere troppa carne al fuoco.
Per ora , solo una domanda:

concorsi? Certo: tanti. Trasparenti e con pubblica discussione. Con i cittadini, anche, a dare indicazioni e suggerimenti. Ma, mi chiedo, perché non coinvolgerli e ascoltarli anzitutto in sede di scelte, di premesse nonché di formulazione e stesura dei bandi, di espressione di indirizzi ed esigenze, invece che a cose fatte?

Cordialità,
G.C.

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Commento 7753 di pietro pagliardini del 11/01/2010


Caro Cusano, non escludo affatto di poter coinvolgere i cittadini nella fase preliminare per conoscere le richieste, le necessità, i desideri dei cittadini. Però, dato che non mi piace affatto la demagogia e non mi piace l'ideologia della partecipazione, converrà che fare un progetto con 200 persone non sia proprio una passeggiata e può anche dare esiti catastrofici, per il fatto che c'è chi vuole partecipare e chi no, ma la democrazia non obbliga alla partecipazione quanto ad avere la possibilità di decidere.
C'è chi se ne sta volentieri a casa a guardare la TV o preferisce andare a cena con gli amici senza apprezzare le riunioni "condominiali", ma al momento di decidere ha gli stessi diritti degli altri.
Io credo che sia necessario acquisire i pareri dei cittadini, che sia sotto forma di focus-group o di sondaggio o di interlocutori privilegiati (vale a dire quelli che, notoriamente, in una certa zona sono rappresentativi) ma, alla fine le loro richieste potrebbero essere parziali, settoriali (commercianti o pensionati ad esempio) e non rappresenterebbero tutte le istanze, certamente non di coloro che sono rimasti a casa (la maggioranza).
In genere i risultati sono i seguenti: più verde (in una piazza?), meno auto ma più parcheggi e così via.
Io credo che sia molto più facile manipolare la gente nella fase preliminare ed è quello che avviene generalmente, ad esempio con i Piani Regolatori. Poi ci sono le osservazioni (il voto) in cui ognuno dice veramente quello che pensa.
Io credo che la maggioranza sia sempre silenziosa ma, messa di fronte ad una scelta, può essere indotta a mettere una crocetta sul progetto che a loro sembra più adatto o più bello.
Ma ci pensa a possibili riunioni in cui, alla fine del concorso, ogni architetto illustri il suo progetto! Ma non la intriga il fatto che ci sia un ritorno con i piedi per terra e, anche con un'opera pubblica, ci si debba confrontare con la gente? Almeno a livello di linguaggio (parlato e scritto) converrà che sarebbe una purificazione! Non parliamo poi del linguaggio architettonico! Non le sembra una esaltazione della figura dell'architetto (certo, in qualche caso anche uno sputtanamento, ma il rischio va corso).

Non viviamo in una Repubblica Popolare ma in uno Stato Democratico e ognuno deve essere libero di partecipare o meno e, ripeto, chi partecipa non ha maggiori diritti di chi non lo fa.
Il nostro paese ha una società civile non troppo forte e ogni iniziativa viene quasi sempre risucchiata dalle istituzioni.
Vuole un esempio?
Guardi le famose ronde. Erano nate spontaneamente, come bisogno dal basso, probabilmente svolgevano un loro ruolo senza creare problemi. Hanno voluto istituzionalizzarle; chi le esaltava a vanvera, chi le demonizzava ancora più a vanvera...ne ha saputo più niente? Forse saranno utili a chi tiene i corsi e riscuote per essi.
La mia esperienza nel campo delle cooperative edilizie, fatta quando erano vere coop e non immobiliari con altro nome, mi dice che la gente vuole decidere, eccome, ma fino a che non ha una proposta davanti le idee sono le più vaghe e generiche del mondo. Dopo ti massacrano. Però c'è da imparare.
Adesso mi sembra il momento di prenderci una tregua e tirare un po' il fiato.
Grazie

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Commento 7745 di giannino cusano del 10/01/2010


X Marrucci
Caro Renzo,
c'è un punto sul quale la pensiamo diversamente.
Non mi convince molto l'idea che la democrazia sia partecpazione; piuttosto penso che sia indispensabile alla democrazia il controllo, che è una cosa affatto diversa e ben più efficace e ricca di garanzie.
Dal mio punto di vista il senso della Rivoluzione Francese si può sintetizzare in una sola frase; fu prononciata da Lafayette agli Stati Generali, in seduta permanente da giorni e notti a discutere su progetti alquanto utopici di organizzazione dello Stato e della società, quando Lafayette intervenne e disse:-Signori, a me basta controllare i conti del Re!-
il problema era/è proprio tutto lì: nulla più, nulla meno di quello lapidariamente indicato da Lafayette :)

Cao,
G.

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Commento 7746 di giannino cusano del 10/01/2010


Caro Pagliardini,
cerco, se possibile, di ridurre un po' all'osso.
Lei cita Adolfo Natalini. E' lo stesso che fu tra i fondatori del Superstudio?
Come sia, vediamo di andare per punti:

1. PD - non mi riferivo alle primarie, ma ai Congressi riservati agli inscritti, cioé alla fase precedente rispetto alle primarie. Ed avendo io sostenuto la mozione e la candidatura di Ignazio Marino (lo stimo molto e non avrei mai ripreso un minimo di attività in prima persona, altrimenti) e fatto parte del Comitato che lo appoggiava nella Tuscia -c'è sempre spazio per la follia, nella vita- ho visto le cose molto dall'interno. Tanto che mi sono assai meravigliato, e l'ho sempre detto anche in pubblico, che la sconfitta del PD alle ultime elezioni non avesse raggiunto le proporzioni di una vera e propria disfatta. I Congressi, riservati agli iscritti, sono stati spesso il luogo della disinformazione, della scarsa o nulla discussione, dei tesserati cammellati e quant'altro, dei ricatti di potere di assessorucci e ras locali. Non è un mistero, del resto. Questo per dire che la "partecipazione" può essere sempre tranquillamente pilotata.

2- referendum. La Costituzione italiana stabilisce 2 voti: quello elettorale e quello referendario. I Costituenti furono saggi e lungimiranti: avendo posto il parlamentarismo alla base del nostro sistema, posero anche, come contrappeso dell'eventuale strapotere parlamentare e partitico, il voto referendario. Anche qui, il problema non era la partecipazione ma il controllo. Tanto più che la fisionomia giuridica dei partiti italiani è un po' come il sesso degli angeli: non si sa bene cosa siano, se non la gemmazione del vecchio istituto gentiliano del partito unico statale (PNF) moltiplicato per "n". Gentile recuperato contro Croce per meglio esorcizzarlo anche a sinistra. Dunque: referendum come contrappeso e controllo, non come strumento sostitutivo di sedi decisionali. Siccome il Palazzo (come diceva Pasolini) è sempre a rischio di scollamento dal paese reale, il voto referendario serve a ridurre le distanze;

3. neanche io credo nei metodi politicamente perfetti. Churchilll diceva "la democrazia ha mille difetti, ma trovatemi un sistema miigliore";

4. il sistema USA: è, come quello inglese, a common-law; diverso da quelli europei continentali. In USA e in UK (quest'ultima ha messo per la prima volta per iscritto, dopo secoli, la sua Costituzione solo nel 2000) non c'è distinzione tra legge e giurisprudenza "praticata", come da noi. Una sentenza è legge e, una volta emessa, verrà applicata da tutti i giudici: non ci sono problemi di interpretazione, perché legge (per lo più non scritta) e sua applicazione concreta coincidono assai più che da noi. Un giudice può non applicare una legge se la trova anticostituzionale (non esiste qualcosa come la Corte Costituzionale: la Corte Suprema ha compiti assai diversi) purché motivi giuridicamente la sua decisione. Quella sentenza sarà legge in tutto il paese e la norma sarà anticostituzionale. Tutto questo consente e rende indispensabile l'elettività di molte figure dell'esecutivo USA. . Per inciso: il principio su cui si basa il legislatore anglosassone è semplice: ogni legge è considerata, quasi per definizione, una restrizione della libertà, per cui la discussione parlamentare obbedisce a un criterio guida prioritario: qual è il modo migliore per risolvere questo problema col minimo di limitazione della libertà dei cittadini? (non è altro che il'antico principio dell'habeas corpus)

Veniamo all'architettura. Quello che mi lascia dei dubbi è: ciò che la gente vuole per sè è sempre, anche la cosa migliore che possa augurarsi? Se uno dice ai cittadini -aboliamo le tasse- nessuno si tirerà indietro (non a caso, la nostra Costituzione esclude la possibilità di tenere referendum su 3 materie e una è quella fiscale).
Vale anche per gli architetti, sia chiaro: a volte c'è da rabbrividire. Ma il discorso riguarda anzittutto, credo, il modo in cui si prendono decisioni e si compiono scelte che porteranno poi a intervenire sul territorio ben prima che i progetti siano redatti.

Dice bene Lazier: se si fossero fatti referendum su van Gogh (ma la lista sarebbe lunghissima) probabilmente i suoi quadri sarebbero stati gettati in qualche scantinato. Stesso destino avrebbero subito Giorgione e Borromini, Picasso, probabilmente. Salvo che oggi basta fare una mostra su uno qualsiasi di loro per vedere code interminabili di persone affollarsi all'ingresso: la visione non è qualcosa di naturale e innato, ma va educata.

Allora: lei soleva un problema che a mio modo di vedere non è di poco conto. Ma intanto forse faremmo bene a guardarci un po' in giro per capire come funziona altrove. Mi chiedo, insomma: se Natalini avesse vinto per nomina della giuria e si fosse visto ribaltare il risultato dal voto popolare, sarebbe tanto entusiasta di quel metodo?


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Commento 7750 di pietro pagliardini del 10/01/2010


Caro Cusano, cercherò di essere breve, altrimenti debordiamo.
Sul PD è chiaro, io, non essendo più addentro, mi limitavo ad un personale giudizio sulla fase finale, che confermo essermi piaciuta. Ho anche l'impressione che il segretario scelto sia, tra quelli in gara, quello che rappresenta meglio il PD attuale, anche se ammetterà che non è facile determinare l'anima di quel partito, ammesso che ce l'abbia.
Su Natalini, sì, è quello del Superstudio, ma oggi è alquanto cambiato, direi, e credo che lei lo sappia.
Avrei apprezzato un concorso su Natalini a parti rovesciate? Mi viene voglia di rispondere: impossibile, pensando come i partiti sulle leggi elettorali che le calibrano sulle loro convenienze (e ci mancherebbe altro che le facessero su quelle degli altri!). L'avrei apprezzato ugualmente come metodo, se non come scelta, anche se mi avrebbe messo in difficoltà.
Non prendo affatto l'Olanda come esempio di quasi niente perché sarà vero che fanno gli aborti sulle navi ma praticano l'eutanasia infantile negli ospedali e hanno consegnato parti intere del paese alla sharia, quella vera. Mi sembrano alquanto confusi in verità. Non mi piace neanche prendere esempi dagli altri paesi (ES: tutta Europa lo fa. E allora?) apprezzo singole scelte e non ne apprezzo altre, perché non credo alla perfezione, credo a quanto dice W. Churchill.
Sui referendum: se ho capito bene lei è stato radicale. Converrà che ne è stato fatto abuso. Ma non formalizziamoci troppo sulla forma di referendum previsto in costituzione. Qui si parla di votazione su un problema specifico: la scelta per la città. Non mi sembra un problema di carattere costituzionale chiedere ai cittadini: tra questi progetti quale ritenete più idoneo per Piazza Garibaldi?
Van Gogh sarebbe stato bocciato: è assolutamente certo (ma non è mica una novità che molti artisti siano stati ignorati in vita e scoperti da morti, e senza referendum), ma la città non è una tavolozza e negli ultimi decenni invece lo è diventata, e tutti i presunti e presuntuosi artisti a scarabocchiarci sopra. E' il momento di rimettere le cose apposto perché le tavolozze si possono conservare in cantina e se c'è un artista vero prima o poi lo si scoprirà; invece la città resta scarabocchiata e la gente vive peggio.
D'altra parte non c'è più il Principe, ma direi non c'è più il committente. Anzi l'unico committente è il mercato e dunque si allarghi il mercato e, invece di un monopolio tra finanza e "cultura" mediatizzata e istituzionale, si apra ai consumatori veri, cioè i cittadini.
Nessuna soluzione è tuttavia definitiva: oggi mi sembra assolutamente il momento di questa soluzione, per evitare il peggio.
Riflettiamo sul metodo. Tanto lo faremo solo io, lei e Pacciani!
Cordiali saluti
PP


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Commento 7748 di giannino cusano del 10/01/2010


PS: dimenticavo (X Pagliardini)
- l'Olanda è uno strano paese, capace del meglio e del peggio di sé, quasi senza mezzi toni, un po' come USA e India. Pensi che tuttora nei Paesi Bassi per un'interruzione di gravidanza occorre salire su una nave-ospedale e andare in acque internazionali (12 miglia lontano dalla costa; 1 miglio marino = 1.853 km), quindi prenderei con spirito più critico ancora, rispetto ad altri paesi, ciò che l'Olanda propone ;

- a Viterbo, dove vivo attualmente, in pochi anni tutta la parte Nord della Cassia è diventata un megacentro commerciale, dai margini della città per km, in direzione Montefiascone-lago di Bolsena. Il tutto su una stradina a 2 corsie che non regge il traffico generato e che intasa fino alle mura della città e fino a Porta fiorentina e oltre. Credo proprio che se si fosse prefigurata per tempo questa situazione ai cittadini, l'avrebbero rifiutata. Chi l'ha decisa? Alcuni capannoni artigiani riciclati, forse abusivamente e poi condonati, a vendita all'ingrosso e poi al dettaglio, ai quali, visti i precedenti se ne sono aggiunti altri, inclusi supermercati, outlet ecc. E' chiaro che questo incremento edilizio a un certo punto è diventato una scelta che le amministrazioni hanno fatta priorpia, acriticamente e senza un minimo di previsione in prospettiva. Credo che siano queste le prefigurazioni che occorre preventivamente simulare, con le conseguenze che avranno sulla città intera, o quasi, e sul suo hinterland. Ed approvate o bocciate dai cittadini, se divenissero una buona volta parte chiara ed esplicita dei programmi elettorali delle forze in campo.
Ma se per caso, in quella cornice di decisioni già prese in deroga a qualsiasi PRG (è la situazione che si va generalizzando ovunque, in Italia) e poi ratificata di fatto, si fossero indetti concorsi di progettazione pubblici su alcuni interventi, forse i cittadini avrebbero potuto decidere (sulla carta) se preferivano un edificio così o cosà, disegnato da Odil Decq o da Mario Botta, non molto di più. Per carità, anche questo conta, ma lo stravolgimento urbano, intanto, Botta o Decq o chi per lei, conocorso o meno, sarebbe prosequito tale e quale, come la metastasi deflagrante che oggi sta progredendo a dismisura e divorando l'agro senza una valida ragione. Temo, ahimè, che siano anzitutto (non esclusivamente) queste le decisioni devastanti che si prendono nei corridoi, senza controllo di sorta da parte dei cittadini. Pensiamo un po' all'Expo futuro di Milano ... "e ho detto tutto" , come diceva Totò :)

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Commento 7739 di giannino cusano del 09/01/2010


Penso, Pacciani, che, enunciata come lei la enuncia, la "proposta" di giurie popolari per i concorsi di architettura suoni come una demagogica e semplicistica corbelleria Che facciamo? Chiediamo a gente nuda, cruda e digiuna di qualsiasi nozione elementare su cos'è uno spazio architettonico o urbano :preferite questo o quell'altro?". Bene, io non ci credo, per la semplice ragione che occorre un minimo di preparazione per affrontare certi temi. Tanto da parte dei cittadini quanto da parte dei progettisti, sia chiaro.

E cmq, almeno si spieghi e ci illumini meglio.

Per quale ragione, poi, "la gente" dovrebbe essere in grado di giudicare progetti, quando il più delle volte non sa nemmeno leggerli? Ma soprattutto, lei pensa davvero che chiedendo plebiscitariamente l'opinione del popolo si evitino errori? I popoli sbagliano tanto quanto i singoli. Il democratismo che lei sbandiera non ha nulla a che vedere con la democrazia, ma ammettiamo pure che lei stia proponendo un metodo democratico, pensa davvero che la democrazia sia il modo per garantirci da errori? Padronissimo. Io la penso diversamente: per me la democrazia è solo il modo meno dannoso che una comunità ha per correggere gli errori commessi, quando sono reversibili. Non sempre, dunque.

Se permette, naturalmente, è più che legittimo il mio dubbio: e cioè che le cose siano un tantino più complesse di quanto non si possa pensare di mettere in gioco semplicemente chiedendo al "popolo": vuoi il progetto A, B o C? Manco si trattasse di comperare una sciarpa o un paio di pantaloni. A Bologna, per esempio, sono in funzione da anni i Laboratori di Urbanistica Partecipata: architetti e cittadini compiono assieme il complesso percorso delle scelte, dei limiti, delle alternative progettuali e i cittadini dell'area interessata scelgono, ma solo dopo aver preso piena consapevolezza e coscienza dei problemi in gioco. L'esperimento fu fatto per la riqualificazione di un'ampia area, pare abbia funzionato e ora viene riproposto in altre occasioni. Si può pensarne bene o male, si può buttarla in politica e dire che non va bene perché è un comune rosso. A me, francamente, interessa poco il colore della giunta: mi interessa di più capire se e quanto funziona davvero il sistema adottato. Può darsi che gli abitanti siano più soddisfatti: sarebbe già un buon risultato.

Infine: non "auspico" proprio nulla, con o senza virgolette. Ho citato Yona Friedman e il suo ultimo (per pubblicazione, perché in realtà è un libro scritto 25 anni fa) "L'architettura di sopravvivenza" per le ragionevoli perplessità che l'autore solleva sui metodi "partecipativi", propugnando invece l'autoprogettazione e l'autopianificazione. Vale la pena leggere direttamente da Friedman:

«A chi spetta il diritto di decidere in materia di architettura? Come assicurare questo diritto alle persone cui esso spetta? (...) L'autopianificaszione si fonda ... SULLA CONOSCENZA DI UN LINGUAGGIO ... Una volta acquisita questa conoscenza, spetta all'abitante condurre il dialogo... Un linguaggio di cui si conoscano il vocabolario e la grammatica può essere insegnato, a condizione che si trovino delle persone pronte a insegnarlo ... un linguaggio "che si parla" (...) Tengo a precisare, prima di tutto, che per me non può trattarsi della "partecipazione dell'abitante" così come oggi è intesa e decantata dagli avventati. Cerco piuttosto di capire se da qualche parte la "partecipazione dell'architetto" possa essere utile. Al momento la partecipazione dell'abitante è solo di facciata.: i pianificatori fanno delle indagini, poi dichiarano che l'abitante, rispondendo in questo o in quel modo alle loro domande, ha dimostrato questa o quella volontà. tale o talaltra preferenza. Con questa cosiddetta partecipazione, l'abitante non decide nulla, ma aiuta i pianificatori a decidere per lui.»

Detto da Yona Friedman, posso pure provare ad approfondire. Tanto più che l'ha fatto per decenni: con l'Unesco, con le Nazioni Unite e soprattutto con popolazioni in India, America Latina, Europa.

E', cmq, un volumetto assai interessante, sicuramente da leggere e finora, sempre col suo permesso, assai più stimolante delle sue "giurie popolari ai concorsi di progettazione", fino a prova del contrario: che, per carità, da lei attendo con ansia :)))

Saluti,
G.C.

.

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Commento 7744 di Renzo marrucci del 09/01/2010


A Volterra, città storica dove sono nato, stanno per essere approvati due progetti nefasti per il territorio volterrano. Sindaco inesperto, assessore che non conosce la realtà volterrana e tira a campà, non sapendo riorganizzare l'ufficio tecnico che è rimasto ancora quello di quando governava una giunta di sinistra ubbidiente a Pisa e a Firenze.
Non in ginocchio ma carponi si potrebbe dire, contro al fatto che un centro storico muore, morendo un cuore antico e nobile della toscana. Un fatto nazionale ? No! non gliene frega nulla a nessuno! in un immobilismo di segno rosso-rosa-cilestrino che porta la toscana nei bassifondi della cultura, con demerito altissimo e senza remisione dei peccati, anzi! Escluso il medio evo, escluso il rinascimento e le bellezze ambientali, che vanno perdendo smalto e peluria...da circa mezzo secolo nulla in più eccettuando il Michelucci...
A Pisa vogliono demolire, anzichè capire l'architettura moderna ed... evviva evviva evviva, ripetuto tre volte! Si parla di Democrazia partecipata, senza capire che l'idea di partecipazione è dentro la parola democrazia, allora tiriamola fuori che fa anche figura! Sento parlare o scrivere di urbanistica partecipata, ma questo andrebbe bene anche sintatticamente, se non fosse come Pagliardini dice una uatentica presa per il.... La gente purtroppo non capisce e aprire la decisione ai cittadini è direi il minimo, potrebbe essere che ci scappa fuori anche una posizione intelligente con un minimo di organizzazione. E comunque il principio è sano!
Si potrebbe dire: " che cosa ci fai con il fucile?" Se sono una persona sana lo uso come paletto di riferimento, in mancanza di legname... oppure ? L'importante è impedire ai sindaci di fare i podestà e lasciar loro imporre decisioni mortificanti perchè non capiscono l'architettura o il territorio come accade a Volterra, a Salerno, A Roma, a Milano e in tante altre digraziate realtà urbanistiche in cui al potere c'è gente che non capisce e di qualsiasi colore siano.

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Commento 7737 di andrea pacciani del 09/01/2010


In attesa della legge sull'urbanistica partecipata "auspicata" dal sig. Cusano (al redattore della legge consiglio di cercare CNU su google) chiedo a tutti di fare una riflessione sulla Giuiria Popolare come quella dei tribunali per i concorsi di architettura. La rilevanza sociale tra il processo penale e la cementificazione hanno punti in comune: entrambi hanno bisogno del consenso civico che giudichi sulla accettazione da parte della società civile di un nuovo episodio, senza tuttavia esimersi da una guida tecnica sul merito e sul giudizio.
Il pubblico invece di "schiamazzare in piazza" come dice Cusano sederebbe al tavolo dei lavori con diritti di voto senza più potersela prendere con le archistar di cui loro approvano i progetti; d'altraparte gli architetti saranno costretti a conciliare le loro profetiche visioni di una società migliore con i loro progetti con la società contemporanea che li dovrà abitare fatta di persone reali

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Commento 7738 di pietro pagliardini del 09/01/2010


A Giannino Cusano dico che non deve aspettare la cicogna per "l'urbanistica partecipata" dato che è arrivata da tempo, almeno in Toscana, con Legge urbanistica regionale.
Solo che è una partecipazione istituzionalizzata e guidata dall'alto, fatta solo per governare e organizzare politicamente il consenso, potersi presentare con le carte formalmente in regola e le mani pulite e dire: i cittadini sono stati informati. Non certo per fare scegliere i cittadini.
Per fortuna che c'è una legge nazionale che ancora prevede le "osservazioni", attualmente unico, reale strumento di partecipazione al piano.
Per i concorsi d' architettura l'unico modo per ridare dignità e autorevolezza alla professione e alla progettazione, dunque all'architettura, non c'è che il referendum, dopo che una giuria tecnica ha espresso il suo giudizio. Così si evita lo scandaloso fenomeno dello scambio di figurine perpetrato tra architetti giurati e architetti partecipanti, prassi che tutti conosciamo bene ma che pochi denunciano, e si può far decidere coloro che hanno titolarità a farlo, cioè i cittadini.
Chi ha paura del giudizio popolare?
Quanto mi piacerebbe una risposta a questa domanda!
Cordiali saluti


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9/1/2010 - Sandro Lazier risponde a pietro pagliardini

Io, da convinto democratico, temo molto il giudizio popolare.
Perché non è mai un giudizio critico ma morale.
Così come, in tribunale, vorrei farmi giudicare laicamente (i reati da una parte; i peccati dall’altra) anche in questo caso vorrei affidarmi ad un sistema massimamente “critico”, il più possibile immune dalla demagogia. Pensi se i quadri di Van Gogh fossero stati, all’epoca, sottoposti a referendum: quanti se ne sarebbero salvati?
Ho già espresso più volte il mio parere sui concorsi: palesi, dove giudici e giudicati illustrino e dibattano pubblicamente opera e verdetto. Sarebbe già un gran passo avanti nel senso della partecipazione e della responsabilità delle scelte.

Un’ulteriore considerazione. Un giudizio che comporta delle conseguenze non può essere immune da responsabilità. La responsabilità è sempre personale. Ne consegue la natura astratta del “giudizio popolare", irresponsabile per la sua natura indistinta e quindi impersonale.

 

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Commento 7740 di andrea pacciani del 09/01/2010


Per Cusano e altri distratti ricopio e incollo il mio intervento del mese scorso con la proposta "avventata" sulle giurie popolari nei consorsi di architettura :

Dalla magistratura impariamo che per i delitti con pene sopra i 24 anni,mi sembra, e i progetti di architettura sono ad essi comparabili per lunghezza della pena a cui i cittadini sono spesso sottomessi, decidono in nove: un presidente di giuria - un architetto togato, universitario (designato?) , due giudici a latere - due architetti laureati, 6 giudici popolari con minimo licenza superiore.
Salvo smentite dai più esperti (non mi intendo della materia forense) tutti hanno parità di voto e quindi i giudici popolari possono a maggioranza anche smentire i giudici togati

A questa avventata proposta affiancherei la proposta Lazier di una presentazione pubblica con giurati e giudicati (come nei processi) e la camera di consiglio successiva segreta, cui segue la motivazione della scelta definitiva e conoscenza palese dei voti.

L'urbanistica partecipata dei comuni rossi di cui parla Cusano, se non è quella sottolineata da Pagliardini, ben venga, così come la autopianificazione l'autoprogettazione (la storia è andata avanti per secoli con questi soli strumenti prima dei P.R.G. con i migliori risultati assoluti)

La società autolesionista proposta da Cusano in cui "la democrazia è solo il modo meno dannoso che una comunità ha per correggere gli errori commessi, quando sono reversibili" non mi trova invece d'accordo o non l'ho capita.

Condivido in appieno l'ipotesi Friedman, almeno dalle citazioni di Cusano; non riesco però ad immaginare un linguaggio architettonico diverso da quello tradizionale parlato da tutti, comprensibile a tutti e trasmissibile, diverso da quello della tradizione locale in cui si lavora, ma questo è un mio limite


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Commento 7741 di giannino cusano del 09/01/2010


Scrive Pietro Pagliardini:

«A Giannino Cusano dico che non deve aspettare la cicogna per "l'urbanistica partecipata" dato che è arrivata da tempo, almeno in Toscana, con Legge urbanistica regionale.
Solo che è una partecipazione istituzionalizzata e guidata dall'alto (...)

Per fortuna che c'è una legge nazionale che ancora prevede le "osservazioni" (...) al piano.
Per i concorsi d' architettura l'unico modo per ridare dignità e autorevolezza alla professione e alla progettazione (...) non c'è che il referendum, dopo che una giuria tecnica ha espresso il suo giudizio. Così si evita lo scandaloso fenomeno dello scambio di figurine perpetrato tra architetti giurati e architetti partecipanti, prassi che tutti conosciamo bene ma che pochi denunciano, e si può far decidere coloro che hanno titolarità a farlo, cioè i cittadini.
Chi ha paura del giudizio popolare?
Quanto mi piacerebbe una risposta a questa domanda!
Cordiali saluti »

Caro Pagliardini,

non ho mai creduto in vita mia nel metodo Ogino-Knauss, si figuri se posso iniziare a credere, e proprio ora, nella cicogna.

Capisco il suo ottimismo, ma mi lasci per favore un po' del mio scetticismo (per carità: alla Bertrand Russell, sia chiaro).

Perfettamente d'accordo: la "partecipazione" (che non propugno, in sé) il più delle volte è pilotata. Il passo di Yona Friedman non l'ho citato a caso, nel mio commento precedente (n.7739): in Toscana o in Siciia, rossi o azzurri, fa poca differenza, per me. A mio avviso, pochissimi casi hanno funzionato davvero: quello di Lucien Kroll ai Dormitori studenteschi dell'Università di Louvan-La-Neuve e quello di Ralph Erskine a Byker, per es. Il primo ci ha rimesso la cattedra universitaria, al secondo i compassati e democratici politici inglesi di New Castle hanno fatto una lotta, è il caso di dire, senza quartiere. Ci sono altri esempi sparsi, ma si tratta evidentemente di eccezioni.

Osservazioni ai PRG: nel 1995 ne ho presentate ben 21 alla Variante Generale del PRG della mia città. Approvate tutte. Ero lì, con le persone dei vari quartieri , con i cittadini: si discutevano i problemi, si esaminava il piano fino a tarda notte, si tiravano giù le proposte. Nessuno mi pagava né mi sono mai una volta presentato ad elezioni amministrative, prima o dopo: non era "elettoralistico" il mio scopo, ma contribuire a migliorare, per quanto possibile, la mia città e CON il contributo dei miei concittadini. Dunque sfonda una porta aperta, in questo senso.

Ho delle perplessità, però, sulla proposta sua e di Pacciani e le ho enunciate spero chiaramente. Lo dico in modo assolutamente leale ed interlocutorio: vorrei capire di più e vederci più chiaro.

Referenum sui concorsi? Sono un incallito referendario, ho speso quasi 30 anni della mia vita (non esclusivamente, per fortuna) a raccogliere firme per strada e : spesso mettendo mano al mio portagogli, s'immagini se in linea di principio posso essere contrario. Ma perplessità analoghe ne ho avute anche nei confronti di alcuni radicali, finché ho fatto anche politica attiva e sono stato con loro; non è questione di partiti presi - o lasciati :)

Le posso solo dire, per esperienza personale e non, 2 cose:

1. i referendum senza informazione capillare, senza adeguata preparazione e possibilità dei cittadini di prendere davvero coscienza dei problemi sul tappeto, possono essere l'ennesimo alibi decisionale per il potere, al pari delle elezioni (gli iraniani ne sanno qualcosa, direi) e quant'altro. E non è questione di "consenso": anche Baffetto-Hitler, Mussolini e Baffone-Stalin mietevano consensi. Come sia, e non a caso, le battaglie più dure, sistematicamente, in occasione di referendum sono state quelle per guadagnare adeguati spazi di informazione: non per i promotori, ma per il diritto stesso dei cittadini di "conoscere per poter decidere"( il virgolettato è di Luigi Einaudi). Insomma: sono felicissimo se mi bocciano, ma con piena cognizione di causa. Per inciso, ho colezionato in quasi 30 anni più denunce (e autodenunce) io, sul tema dell'informazione, di Lucky Luciano o di un brigatista rosso: e questo a riprova di quanto sia difficile innescare momenti di vero e cosciente dibattito, tra "denti bianchi che più bianchi non si può" e "accattatevill";

2. esempio recente: i Congressi del PD per l'elezione dei Segretari nazionale, regionali e compagnia cantante. "Momento di grande democrazia". Davvero? E come si sono svolti? 15 minuti ciascuna per presentare le 3 mozioni in gara, un po' di dibattito, voto. Quanto si siano approfonditi i temi, peraltro rilevanti, che erano sul tavolo, forse non lo sa nemmeno Lui. E nel PdL le cose non stanno affatto meglio.
Le forme democratiche svuotate di pregnanza e di contenuto sono, appunto, forme vuote, "Democrazie senza democrazia", come s'intitola l'ultimo libro di Massimo L. Salvadori.

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Commento 7743 di pietro pagliardini del 09/01/2010


Gentilissimo Cusano, la ringrazio per la sua risposta di cui apprezzo molto il tono di apertura al dialogo.
Lei chiede a me e ad Andrea Pacciani di approfondire la proposta ed io sono il primo a riconoscere, contrariamente a quello che fa spesso la politica, che alle idee devono seguire i fatti, ai principi i metodi per attuarli.
Se il livello generale della discussione fosse a questo punto, se ci fosse cioè una certa, non dico larga, condivisione sulla proposta generale, sarebbe davvero il momento di sedersi intorno ad un tavolo, anche virtuale, e mettersi ad approfondirla. Temo non sia così.
Tuttavia le dirò quello che penso e che ho sempre detto.
Intanto non è assolutamente una novità perchè esperienze ve ne sono, non molte ma esistono. Io stesso ho sentito l'architetto Adolfo Natalini che ha raccontato la sua storia a Groningen in Olanda dove ha potuto vincere, ribaltando il giudizio della commissione, grazie al voto popolare.
In quel caso è andata in questo modo: la giuria tecnica aveva stilato una graduatoria e Natalini era abbastanza lontano dalla vetta (certo, immagino che non fossero gli immorali concorsi caravan-serraglio come quelli in Italia, con 50, 100 studi e quindi 150, 300 persone a lavorare gratis per un progetto che non verrà attuato). I progetti sono stati sottoposti a giuria popolare e Natalini ha raccolto circa l'80% dei consensi. L'amministrazione è stata costretta, disse lui, ad affidargli l'incarico.
Peraltro, se conosce il progetto, regolarmente eseguito, è stata una fortuna, per Natalini ma credo anche per la città.
Ora, lei che è una persona precisa, vorrebbe però sapere: come è avvenuto il voto? Con quali procedure? Lei cita infatti le primarie PD ritenendole un pò confusionarie e manipolate. Personalmente, che non voto PD, le dico invece che ho apprezzato molto quelle primarie, le ultime per i segretario nazionale intendo, perché mi sono sembrate "vere" e guidate da uno spirito giusto. Forse il metodo politicamente non è perfetto ma credo che dipenda da problemi di sostanza politica del partito, non tanto dalle procedure. Il consenso è stato organizzato attraverso movimenti che lei ritiene non del tutto limpidi? Ma questo fa parte della lotta politica e la democrazia non è uno strumento perfetto!
Tornando ai concorsi. E' certo che l'Olanda è davvero un altro mondo rispetto all'Italia: là le elezioni politiche si svolgono non nelle scuole, come da noi, con la polizia fuori a vigilare, ma nei luoghi più disparati, comprese le case private e i pubblici esercizi. Eppure i brogli ci sono anche da noi.
Però dobbiamo tenere conto sempre dell'oggetto del voto: cioè un progetto per la città, un edificio pubblico, una piazza, una strada, un parco, un lungomare, ecc.
Dietro i concorsi d'architettura ci sono interessi in gioco ma molto di casta, limitati, e certamente non capaci di mettere in moto masse di voti teleguidati.
Nei concorsi cui ho partecipato nella mia città ha quasi sempre fatto seguito una mostra, pubblicizzata in genere dall'ente banditore, cioè il comune. Ora se la mostra fosse fatta con un funzionario che raccoglie le firme, esattamente come alla primarie del PD dove non credo ci siano i certificati elettorali o i notai, e i cittadini fossero invitati a lasciare il loro voto io non ci vedrei niente di strano.
Certo, per i progetti più importanti occorrerebbe un vero e proprio referendum (a Firenze è avvenuto per la tramvia, ed è servito a qualcosa) ma non per dire SI o NO quanto per scegliere tra una gamma di progetti. Ma quale manipolazione si può fare in un campo come questo? Un partito che sponsorizza un architetto? Ha altro a cui pensare quel poco che è rimasto dei partiti!
Il vero problema tecnico-culturale-politico che io vedo viene prima, cioè nel concorso vero e proprio. Non ho dubbi: niente falso anonimato. Credo anche che la giuria tecnica dovrebbe stilare una graduatoria ma tutti i progetti, salvo quelli irregolari, dovrebbero andare in votazione. Sa perché? Perché i nostri giurati non solo tendono a fare vincere gli amici, ma anche a premiare progetti analoghi a quelli degli amici, per dare corpo al loro giudizio, non tenendo minimamente conto di progetti diversi che a loro non piacciono ma che i cittadini potrebbero invece apprezzare. Il voto potrebbe determinare un'altra verità e l'amministrazione, cui io lascerei la scelta finale, perché la democrazia rappresentativa prevede che il Sindaco non faccia il notaio ma prenda decisioni, dovrebbe assumersi la responsabilità della scelta finale.
Niente a che vedere con la Merloni e il Codice Appalti, figlie di tangentopoli e del giustazialismo di ritorno, illusione pericolosa e anti-democratica di una onestà imposta per legge, una sharia in chiave italiana, l'applicazione di un codice morale generalizzato in forma legislativa.
Le ho detto quello che penso e che non pretende certo di essere una risposta definitiva.
Perchè darebbe digni

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Commento 7742 di giannino cusano del 09/01/2010


Pacciani, io non sto ogni giorno e 24 ore su 24 appiccicato a Internet: qualche volta mi distraggo :)

Ha scritto:
«La società autolesionista proposta da Cusano in cui "la democrazia è solo il modo meno dannoso che una comunità ha per correggere gli errori commessi, quando sono reversibili" non mi trova invece d'accordo o non l'ho capita.»

CITAZIONE:
«La seconda che hai detto» (Quelo → Corrado Guzzanti)

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Commento 7731 di Carlo Sarno del 08/01/2010


Carissimi amici di Antithesi, auguro a tutti un Buon Anno Nuovo con la speranza che la luce di Bruno Zevi e della Architettura Organica da lui promossa non si spenga mai nel cuore di noi architetti italiani !!!

Invio un breve omaggio alla sua memoria :

******
Bruno Zevi nella conclusione della relazione al I° Congresso Nazionale dell'APAO - Associazione per l'Architettura Organica, tenutasi a Roma il 6 dicembre 1947 dice :

"... L'architettura moderna ha spezzato il conformismo nel campo creativo venticinque anni fa; oggi , dobbiamo spezzare il conformismo nel campo critico e storico. Se non portiamo la nostra passione moderna nel campo della cultura, se permettiamo che persistano due diversi metri di giudizio per l'architettura moderna e per quella del passato, è evidente che noi resteremo sul piano caduco del manifesto rivoluzionario, non potremo maturare il movimento di avanguardia di venti anni fa in una seria cultura architettonica.

L'architettura organica non è storicamente, e non lo è nelle nostre intenzioni, un ismo di avanguardia. Non abbiamo nulla da rivelare; dobbiamo svolgere una cultura, riorientare tutto il pensiero architettonico, ridonargli un senso profondo, una funzione sociale, suscitare intorno ad esso un vasto consenso, creare una educazione popolare sull'architettura.

Nel conflitto del mondo moderno, stretti tra la coterie intellettualoide del funzionalismo, e l'incidente di un positivismo che vuol rovesciare tutto ciò che non ha un immediato senso comune, noi architetti organici tentiamo di fondere i valori della nostra tradizione spirituale con le moderne istanze sociali, di rompere la dicotomia tra cultura e vita che da un secolo separa gli artisti dal popolo, di proporre una terza via sociale, libera, umana. Ci riusciremo? E' inutile far profezie. Questa è la nostra strada, la nostra battaglia per una cultura integrata, per un'architettura integrata, e perciò per una vita migliore. Per dirla con Vittorini, una cultura che serva alla vita. e non solo a consolare.

Se avremo tempo, ci riusciremo sicuramente. Se no, amici dell'APAO, avremo almeno la coscienza di aver fatto con disinteresse il nostro dovere. E se le bombe atomiche dovessero interrompere il nostro lavoro, ognuno di noi avrà la libertà, come ha detto Quaroni questa mattina, di decidere se ritirarsi a vita privata e scrivere un nuovo Discorso sul Metodo, oppure, seguendo l'esempio di Pagano, abbandonare il tavolo da disegno e la penna, e andare a fare la rivoluzione... ".

BRUNO ZEVI

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Commento 7736 di pietro pagliardini del 08/01/2010


Non voglio parlare di Bruno Zevi per evitare sterili polemiche.
Mi piace invece l'intervento di Andrea Pacciani. Lei dirà, gentile Lazier: ovvio.
Sì, ovvio, come è ovvio che a Carlo Sarno piace il suo. Dunque, al massimo ci mettiamo in pari.
Lei dice, citando Zevi, che l'arte è sempre contemporanea e io sono d'accordo. E non potrebbe essere diversamente, dato che anche questa affermazione è ovvia.
E' contemporaneo Botta, non so se sia artistico ma è un contemporaneo che non mi piace molto, anche se gli riconosco alcuni passati meriti.
E' contemporanea Zaha Hadid, anche se mi non piace affatto, ed è un po' troppo artistica per i miei gusti. Infatti progetta sculture futuriste e non edifici.
E' contemporaneo Léon Krier, che a me piace abbastanza, anche se non saprei dire se sia un artista, se non quando fa i disegni, che a me sembrano artistici.
Quando abbiamo detto contemporaneo non abbiamo assegnato all'evento architettonico niente altro che una qualificazione temporale, e a me va bene in questo senso perché così hanno pari dignità i progetti di Krier e quelli di Hadid, in quanto entrambi espressioni della contemporaneità, cioè del nostro tempo.
Ma è evidente che c'è una grande differenza tra i due progetti. Ora, mi sembra di capire che lei attribuisce a quelli di Krier (l'ho tirati in ballo io sia Krier che Hadid, non lei, ma è solo un esempio) il valore della musica orecchiabile, quindi più facile, quindi più popolare e perciò stesso più rozza. Mentre quelli della Hadid sono più alti, raffinati, elitari, solo per orecchi adatti.
Vorrei però fosse chiara una cosa: non essendo io né populista né demagogico né sprovveduto, so benissimo che esistono vari livelli di godimento e fruizione dei fenomeni artistici, in funzione di una sorta di allenamento, altrimenti detto livello culturale e capacità critica, ma c'è un problema di non poco conto che viene spesso trascurato: l'architettura non è propriamente arte, o almeno non è solo arte, lo può diventare solo in rarissimi casi e come rara eccezione. E lo è tanto meno arte quanto più è figlia di una unica figura, cioè l'architetto.
Una cattedrale gotica è certamente arte, perché è frutto di un lavoro collettivo di molti artisti che hanno concepito l'architettura in modo non separato dalla decorazione, dalla scultura. Una cattedrale gotica ha un simbolismo che è oggi difficilmente comprensibile in maniera completa da chiunque. esperti compresi. Però di una cattedrale gotica quasi tutti, se non proprio tutti, sono in grado di apprezzarne la bellezza. Perché? Diciamo che è orecchiabile, è un godimento non riservato a pochi ma a tutti. Ed è apprezzata anche dall'elite culturale.
Un progetto della Hadid, invece, potrà stupire tutti per le sue forme, diciamo così, avveniristiche, come può stupire tutti l'inutile grattacielo alto più di 800 metri, al pari di tutti i fenomeni strani, inusitati o mostruosi che stupiscono e anche affascinano.
L'architettura della Hadid, e tutta quella di quel genere lì, è un fenomeno solo elitario (a parte l'evento mediatico, che abbassa però il livello culturale e lo riporta a quello del Grande Fratello).
L'architettura di Krier (non ne ha fatta moltissima in verità) è anch'essa orecchiabile, non quanto le cattedrali gotiche forse, ma comunque abbastanza.
Perchè?
Perché l''architettura non è pittura, non è nemmeno scultura, anche se ha a che vedere con lo spazio; l'architettura ha la caratteristica della utilitas, serve, ha una funzione, quella di costituire la struttura di base dell'ambiente di vita sociale dell'uomo. E' per questo che l'architettura appartiene a tutti ed è per tutti e non solo per suoi autori e per una ristretta cerchia di esperti o appassionati, che anzi spesso la rifuggono e la snobbano. Nell'architettura di Krier, o di quel genere lì, la gente avverte la presenza, senza magari concoscerle, della firmitas, della venustas e, soprattutto, della utilitas, cioè del fatto che quella è la casa dove vivere.
Oddio, anche gli architetti in genere costruiscono stramberie per gli altri ma vivono in belle case antiche, con ciò dimostrando di appartenere a pieno titolo alla razza umana.

Ed è per tutto questo che anch'io, come Andrea Pacciani, trovo assolutamente naturale che nei concorsi si debba esprimere la città. L'architettura non è materia da esperti, o meglio non lo è nella fase decisionale. Non è nè illusione nè utopia ma una laica, semplice, naturale osservazione della realtà delle cose.

Cordiali saluti




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Commento 7735 di giannino cusano del 08/01/2010


Un bel po' di anni fa, ormai, Kyusaku Ogino ed Hermann Knauss hanno avuto un merito storico straordinario: se qualcuno ancora credeva nella cicogna, ha dovuto definitivamente ricredersi. Diciamo che, rapportando a 100 questo insieme, si sono sicuramente ricreduti i 50 nati grazie a Ogino e i 50 nati grazie a Knauss.

E in architettura? Persino dopo le ricerche psicologiche di James Gibson, e acqua sotto i ponti ne è passata, ce n''è ancora tanti disposti a credere, per es.,che la prospettiva sia una rappresentazione "oggettiva" della realtà. O che la voce del popolo e quella del Padre Eterno siano la stessa cosa. A me, però, risulta che, mentre e più il primo schiamazza, il Secondo se ne sta in silenzio quanto meno dai tempi di Auschwitz. In attesa che dica qualcosa, si riesumano i peggiori ideologismi eluoghi comuni che infesta(ro)no l'architettura.

Zevi li stanò uno per uno considerando chi vive l'architettura e il "con chi" si progetta. Il che non vuol dire "partecipazione". In merito, caldeggio l'istruttiva lettura di "Achitetture di sopravvivenza" di Yona Friedmann.

Insomma, a volte mi viene un dubbio: non sarà più proficuo tornare a credere nella cicogna? Poi mi dico: ma no, basta attendere. Prima o poi avremo una legge anche su questo :)))

G.C.

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Commento 7734 di andrea pacciani del 08/01/2010


gentile S. Lazier
Si vede che oggi siamo du due piani di comunicazione diversi: il riferimento a Sarzana che Botta non è nel merito del progetto (che neanch'io condivido) quanto alla possibilità del web di dar voce ai cittadini e farli entrare nel merito delle scelte architettoniche ed urbanistiche; sta lì la novità dell'urbanistica partecipata, che può contare sul web.
La "urban class action" è una nuova frontiera per i progetti a scala urbana che può contare sulla forza della rete.
Queste sono le proposte da portare avanti nel nuovo millennio fanno sembrare passatisti i discorsi Zevi più che quelli di Paolo Marconi!
non me ne voglia, con cordialità

Andrea Pacciani

p.s. aspetto sempre la sua replica sulla giuria popolare simile a quella dei tribunali penali per i concorsi d'architettura

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Commento 7733 di andrea pacciani del 08/01/2010


E' possibile che la citazione da me riportata voglia significare l'esatto contrario (?), non conosco Zevi così bene. Il mio intervento stava solo a sottolineare il relativismo con cui la critica architettonica e l'architettura parlata si riesce a muovere con dimestichezza nel dire tutto e il contrario di tutto (anche lei cita stralci di un discorso che potrebbero quindi essere interpretati a piacimento).
Al centro di quell'architettura c'erano gli architetti e volevano portarvici le persone profeti di una vita "migliore". Oggi questi personaggi sono rimasti soli lontano dalla gente e dalla vita reale .
Aspetto un ritorno delle persone reali al centro dell'interesse della architettura, coinvolta nelle decisioni e partecipe delle scelte (ho aspettato invano commenti alla mia proposta della giuria popolare dei concorsi).
Segnalo il sito di http://www.sarzanachebotta.org/ che trovo significativo verso nuove direzioni che il web può dare all'architettura


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8/1/2010 - Sandro Lazier risponde a andrea pacciani

Credo che anche qui debba farsi chiarezza. Mario Botta, che lei invita a considerare nel caso di Sarzana, non ha nulla a che fare, secondo il pensiero organico, con il moderno. Credo, anzi, che il pensiero di Botta sia molto più vicino alle vostre posizioni che non a quelle zeviane. Il progetto per Sarzana è fondamentalmente un progetto neoclassico, buono li come altrove. Se agli scatoloni aggiungete qualche fregio e cornicione sagomato siete in pieno ottocento. La modernità è altra cosa, più sofferta ma perlomeno più gioiosa. LaCecla confonde il moderno con tutto quello che è nuovo, dimostrando d’ignorare la storia nel suo valore fondamentale: il fatto d’esser fatta dagli uomini e per gli uomini, tutti compresi. Da quelli che amano le armonie orecchiabili tanto care alla maggioranza delle persone, a quelli che cercano qualcosa di un po’ più sofisticato. In questo mondo, pertanto, convivono civiltà e barbarie. La vita ci ha insegnato che spesso sono qualità che confondiamo, a volte con conseguenze tragiche come nel secolo appena passato. L’arte, che secondo l’insegnamento di Zevi è sempre contemporanea, ci aiuta a distinguere e riconoscere. Quando ha valore, s’intende.

 

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Commento 7732 di andrea pacciani del 08/01/2010


Bruno Zevi era stato categorico, ma nessuno gli ha dato ascolto:

“Possiamo conciliare gli antichi valori linguistici
con i nuovi? Dobbiamo rispondere
no per due motivi: primo, perché in tal
modo si potrà impedire le costruzioni di
nuovi edifici nei tessuti storici, che vanno
tutelati, secondo perché fuori dei tessuti
storici si consentirà di realizzare opere
non solo nuove ma schiettamente
moderne”.

Zevi fu cattivo profeta perchè il sogno dell'architetto è rimasto quello di lasciare il proprio segno sullo stesso testo su cui hanno scritto la storia gli altri colleghi, sostituire il vecchio con il nuovo; l'astensione dell'architettura moderna dai centri storici non mi sembra mai stata purtroppo praticata.
Sull'altra affermazione possiamo oggi dire che l'architettura moderna senza città storica non è mai stata in grado di dare risultati autosufficienti pur quanto sperimentata nei progetti urbani di nuovi insediamenti

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8/1/2010 - Sandro Lazier risponde a andrea pacciani

Scusi Pacciani ma lei sta citando Zevi a sproposito. Forse non lo conosce. Oppure lo cita in quanto citato da altri, in contesti nei quali Zevi si sarebbe strappato i capelli. Altro che cattivo profeta…
La frase riportata è tratta, se non sbaglio, da Leggere, scrivere, parlare architettura e afferma l’esatto contrario di quello che lei ha inteso nel suo commento.
Secondo me le conviene leggere la versione originale, per intero.

Ps: credo che lei abbia tratto la citazione dal link seguente http://www.oice.it/progettopubblico/18/Marconi.pdf in cui Paolo Marconi, Professore ordinario di Restauro dei monumenti a Roma, difende le sue tesi passatiste citando a sproposito, oltre a Bruno Zevi, anche Umberto Eco. Cita invece, molto a proposito, P.L. Cervellati. Ed è tutto dire

 

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