Giornale di Critica dell'Architettura
Opinioni

Sopprimere le Commissioni edilizie

di Sandro Lazier - 29/1/2011


Tra i diritti fondamentali di una persona c’è anche quello di potersi costruire la casa con un’architettura rappresentativa della propria cultura e sensibilità. Si tratta di un diritto che riguarda in generale la libertà d’espressione e il nostro modo molto intimo e personale di stare al mondo.
Così come ci si sceglie vestito e automobile e ci si esprime liberamente con parole e gesti, allo stesso modo si ha il sacrosanto diritto di abitare a proprio gusto e piacere, comunicando al prossimo l’esperienza della nostra vita con la personalità che meglio ci descrive.
Credo anche che questo sia un diritto tra i più profondi e fondamentali perché è molto semplice da capire quando ci riguarda ma, a quanto pare, molto difficile da far rispettare dagli altri, spesso poco disposti a tollerare le stravaganze del prossimo, ma soprattutto da quegli addetti della pubblica amministrazione che la legislazione interpone tra questa legittima necessità espressiva, oltre che abitativa, e la sua concreta realizzazione.
È sempre più frequente, infatti, il caso in cui, soprattutto nei piccoli centri dove l’attrezzatura culturale e giuridica è spesso indolente - forse perché sedotta dal contesto agreste che per tradizione è meno disposto alle novità formali - questo diritto viene tranquillamente calpestato in ragione d’un’estetica d’interesse collettivo, dettata in forma anonima, caso per caso, da un convegno di sedicenti esperti (in edilizia sicuramente, forse meno in filosofia e storia dell’arte) che prende il nome di Commissione edilizia.
Con la considerazione preventiva che l’interesse generale debba comunque prevalere su quello particolare e privato, nella convinzione d’essere investiti d’una missione pubblica, in molti soggetti che danno vita a questi comitati si sta radicando l’idea che, appunto in fatto d’interesse, il generale abbia piena facoltà di annientare il particolare, purché il delitto sia compiuto collegialmente (in forma di commissione, edilizia o paesaggistica indifferentemente) e abbia conseguenze su tutti indistintamente, senza deroghe, eccezioni e, soprattutto, favoritismi. Insomma, l’onestà della prassi dovrebbe giustificare e garantire la bontà della teoria. Ma non è così. Se la teoria difetta, nessun rigore nella prassi la potrà redimere e giustificare.
Il difetto della teoria, a mio parere, sta nell’attribuzione d’un valore assoluto a ciò che definiamo in modo molto astratto interesse generale. Una sorta di stella fissa alla quale tutto deve riferirsi, ma che fissa non è.
Nell’universo sociale, complesso e relazionale, non esistono stelle fisse. Cosicché ogni scelta pubblica è sempre e solo prerogativa di una parte rispetto ad un’altra, minoritaria. Per questo esiste la politica. Per questo esiste il confronto delle idee, a condizione che queste vengano espresse e, soprattutto, che abbiano possibilità d’esser manifestate.
Le ragioni della politica non sono le stesse di quelle che orientano un consiglio di amministrazione societario, dove il silenzio della concorrenza produce solitamente un beneficio per tutti i soci.
In politica, se non si dà spazio al dissenso, se non si tutela l’integrità di chi la pensa diversamente dandogli modo d’esprimere il suo pensiero, addio confronto e, di conseguenza, addio politica. Annientare il dissenso, espresso in qualsiasi forma e da qualsiasi cittadino, in politica equivale al dispotismo, che è di fatto un suicidio collettivo.

Ci sono dei confini, quindi, che non possono essere varcati nemmeno dalle migliori intenzioni di carattere generale. Questi confini sono i diritti della persona, che tutelano la sacralità degli individui dagli eccessi dell’organizzazione sociale, qualunque essa sia e indipendentemente dalla nobiltà dei fini che la determinano, senza distinzione di razza, di religione, di sesso e, ovviamente, di gusto; e tra questi diritti certamente c’è quello di abitare come meglio si desidera, magari davanti un caminetto acceso godendosi il paesaggio da una grande vetrata, senza che un pretestuoso concistoro ci obblighi a passare le giornate sbirciando dai pertugi della finta casa di nonna papera, per il semplice fatto di stare in centro storico o in campagna con l’obbligo di compiacere qualche gitante domenicale.
Nessuno lo può fare, semplicemente perché non si deve fare. Non si può imporre a tutti, per diritto, una tendenza culturale per sua natura reazionaria, generalmente avversa ad ogni forma di novità formale, fondamentalmente conservatrice e tradizionalista, in cui si sostiene il falso storico e si rimpiazzano le poche cose originali rimaste in piedi con la loro caricatura. Non si può imporre uno stile, una tipologia, nemmeno con l’alibi filologico, spacciando il nulla per linguaggio architettonico, a chi non ne vuole sentir parlare perché giudica insensata la mistificazione.
Eppure è quello che sempre più frequentemente succede, almeno dalle mie parti e, ripeto, soprattutto nei centri minori, dove ai componenti della Commissione edilizia viene di fatto delegato il compito di moderare le presunte esuberanze estetiche dei nuovi interventi edilizi.
Detto così, un simile compito parrebbe anche avere un senso, un senso comune. Ma un senso molto comune, che si manifesta soprattutto nei facili commenti sempre più diffusi sulla bruttezza e degrado del paesaggio, devastato dalla brutta architettura, soprattutto moderna, che bisogna assolutamente vietare o quantomeno camuffare con gli abiti di quella antica.
Affermazione, questa, talmente banale che induce al plauso anche chi dei termini “bello” e “brutto” non sa dare nemmeno una definizione elementare.
Non abbiamo strumenti giuridici per fermare il brutto” lamentava un sindaco di non ricordo dove. Come se il brutto avesse una sua ontologia, una sua oggettività riconoscibile universalmente. Come se, soprattutto, non avesse legittima cittadinanza tra le persone civili. L’arte del novecento ha speso i suoi migliori talenti proprio per mostrarci l’altissimo valore estetico della bruttezza, così com’era intesa classicamente. Bellezza e bruttezza non sono categorie affidabili. Sono piuttosto scivolose. E lo sono per tutti, indipendentemente dalla cultura personale e dalle propensioni politiche. Se non si è sufficientemente prudenti è facile ritrovarsi, da una parte, tra gli sprovveduti conformisti ad applaudire, per esempio, le esuberanze mediatiche di qualche tutore delle vecchie bellezze italiche che lamenta, additando il nuovo, l’imbarbarimento di una civiltà in declino. Mentre, dall’altra, “un certo egualitarismo inintelligente, diffuso tra noi, ha frenato gli spontanei e liberi processi di differenziazione culturale, il bisogno di elevazione umana. Così le opere della libertà, che sono necessariamente diseguali, rischiano di essere svalutate, dissipate, mutilate. Allora le qualità umane da eccellenti diventano mediocri e - peggio - si diffonde un amore sconsiderato per la mediocrità…”. Così Andrea Carandini, dal 2009 Presidente del Consiglio Superiore dei Beni Culturali, sul Corriere della sera del 24 gennaio 2011 .
La maggiore autorità italiana in fatto di beni culturali, contrariamente al senso comune che vorrebbe scongiurarle, ci suggerisce addirittura la promozione delle esuberanze estetiche, libertà espressive capaci di liberarci del ciarpame di una mediocrità diffusa.

La domanda giusta, quindi, è questa: è più civile un popolo che permette a tutti i cittadini di esprimersi liberamente, tollerando quella confusione formale che una tale condizione promuove inevitabilmente o quello che, per imporre un’armonia apparente e consolatoria, costringe la sua gente alla sudditanza, al conformismo e alla mistificazione? A mio parere, si tratta di scegliere tra due possibilità. Da un lato una civiltà onesta anche se confusa, gioiosa anche se difficile, la cui bellezza consiste soprattutto nel tollerare e mettere a frutto le libertà del prossimo, costruendo la qualità del futuro sulla libera competizione delle idee e, dall’altro, un’armoniosa barbarie, tristissima nel suo conformismo disciplinato e culturalmente avvilita dalla nostalgia, rigorosamente intrappolata in tipologie dogmatiche e catene ideologiche che appartengono soprattutto alla poca fantasia di coloro che se ne devono servire, per presunzione o profitto.

Compito dell’arte in genere, e dell’architettura in particolare, è quello di dare rilevanza estetica alla realtà che viviamo, così da nobilitarne il giudizio sul piano etico. La nostra realtà oggi è confusa perché complessa, con tanti attori che si muovono rapidamente. Un tempo, all’epoca del paesaggio ordinato che tanto piace agli intellettuali della domenica, pochi privilegiati avevano capacità di modificare il territorio, che cambiava con grande lentezza, sufficiente ad assimilarne la trasformazione senza grandi traumi estetici. I molti vivevano, per più generazioni, in catapecchie terrose, poco più che capanne allungate, come si vedono ancora dalle mie parti, nelle quali si ammassavano figli e bestie, nemmeno immaginando che un giorno il lavoro, diffuso dallo sviluppo economico, sociale, tecnico e scientifico, li avrebbe emancipati da una condizione di schiavitù estetica e morale prima ancora che economica.
Il progresso e la ricchezza diffusa hanno dato finalmente a tutti la capacità di spendere dignitosamente il proprio denaro e hanno reso questa facoltà vitale per il mantenimento di questa realtà sociale, indipendentemente dal regime ideologico che dovrebbe produrla. Ma il progresso ha un prezzo importante che non si può evitare e occorre pagare. Tanti soggetti oggi possono fare tanto producendo velocemente molto disordine nella trasformazione del posto in cui vivono, a cui i vecchi canoni estetici ispirati all'analogia e all’omologazione non possono più dare risposte convincenti.
Il compito dell’architettura, in questa confusione, è quindi quello di “estetizzare” la diversità, il disordine, le disarmonie, come hanno fatto nel novecento tutte le arti, pittura e musica con più evidenza, senz’esser costretti a mutilare quelle libertà che sono state il motore del riscatto civile di cui siamo orgogliosi.
La libera ricerca artistica e formale è quindi necessaria per mantenere alti i nostri livelli di civiltà. Perciò appare quantomeno sconcertante che qualche pubblica istituzione, magari equivocando gli stessi nobili propositi, ne proibisca l’attuazione prescrivendo rispetto del contesto, che è una squallida parodia dell’antico anche per ciò che è nuovo e diverso.
Il principio di libertà di confronto che questo scritto rivendica, ovviamente vale anche per chi ha tesi esattamente contrarie alle mie. Il problema con costoro riguarda la prassi: io tollero le loro e loro devono tollerare le mie. Non possono impormele per legge e nemmeno per volontà popolare. La logica vuole che si può tollerare tutto tranne l’intolleranza, diceva il filosofo Karl Popper.
Se a qualche sindaco o commissario, interpreti d’una mediocrità prevalente, piace metter su casa col mobilio finto della nonna, è più che legittimo e civile che lo faccia. Ma non lo può imporre a tutti gli altri in ragione d’un’uniformità di contesto a cui non crede più nemmeno il più sprovveduto degli amatori dell’architettura.

Queste che ho descritto dovrebbero essere alcune ragioni teoriche per cui chi partecipa ad una qualsiasi commissione, con il compito di valutare un edificio, non dovrebbe dare giudizi estetici sui progetti ma esclusivamente tecnici. Facoltà, questa, peraltro già assegnata con la nomina di un responsabile del comune che la legge sul testo unico del 2001 aveva introdotto quale unico interlocutore amministrativo.
Unico, nel senso che uno stato di diritto vuole un solo responsabile che informi il cittadino, prima, di ciò che può e non può fare, senza dover asservire nessun’altra ragione culturale che non sia la sua.
In democrazia non esistono ragioni culturali di Stato, anteposte a tutte le altre e tali da potersi imporre per diritto. Chi ha una teoria che sostiene il contrario lo dica esplicitamente, senza nascondersi dietro l’ipocrisia d’essere solo funzionale ad una norma scritta, ben sapendo che tale norma prescrive proprio una illegittima censura culturale.
Chi ritiene di poter difendere gli abusi che sono in atto ci dica su quale base teorica rivendica la superiorità estetica di una teoria rispetto ad un’altra.
In particolare, voglio rivolgermi agli architetti e all’Ordine che li governa. Gli architetti, come gl’ingegneri e i geometri, sono quei professionisti che in genere accompagnano i cittadini nella realizzazione del loro desiderio abitativo. In maggioranza sono dei tecnici la cui attenzione è rivolta più alla stabilità strutturale degli edifici che non all’aspetto comunicativo della loro architettura.
Per gli architetti dovrebbe essere il contrario. Quindi essi non possono ignorare il presupposto teorico che tutela la libertà progettuale essenziale al lavoro che svolgono. Anzi, dovrebbero essere i primi a difenderla, magari con l’aiuto dell’unico sindacato che lo Stato italiano concede loro con una legge che rimanda tuttora a quelle razziali del 1939.
L’Ordine degli Architetti, sul presupposto di un’ipotetica eguaglianza di talenti che dovrebbe ipocritamente garantire al pubblico la stessa competenza dei suoi ordinati, viola la deontologia quando concede agli stessi, nel territorio neutrale e segreto delle commissioni, non solo il diritto di disapprovare il lavoro dei colleghi ma, addirittura, di censurarlo. Per correttezza e obbedienza deontologica, questo dovrebbe invitare tutti i commissari iscritti al proprio ordine ad esimersi dal dare giudizi nel merito delle scelte progettuali dei colleghi, di fatto sostituendosi ad essi, se non altro per un semplice principio di lealtà di concorrenza.
Oppure, molto più nobilmente, dovrebbe chiedere a coloro che partecipano a dette commissioni di dimettersi allorquando gli strumenti urbanistici indicano esplicitamente scelte progettuali preventive, incompatibili con non solo con le teorie fondamentali ma con la deontologia professionale.
Ma soprattutto dovrebbero espellere tra gli iscritti quelli che di tali abusi negli atti amministrativi sono gli autori materiali.
Stessa cosa dovrebbero fare tutte quelle associazioni che hanno come scopo la promozione dell’architettura. Specificando, innanzitutto, quale è per loro l’architettura da promuovere (antica, moderna, postmoderna, ecc…) si farebbe maggiore chiarezza presso il pubblico sui propositi delle medesime e si eviterebbe di trovare tra i censori d’un progetto un associato che nei buoni propositi la dovrebbe pensare come voi.

Ci sono altre ragioni per cui è socialmente conveniente che le commissioni edilizie vengano soppresse. Alcune riguardano aspetti giuridici che sarebbe bene fossero illustrati da chi si occupa di diritto. Altre sono minori, dal mio punto di vista, ma non meno rilevanti, come la necessità di sveltire le pratiche amministrative per aiutare il paese ad uscire da una crisi economica profonda.
Altre, ancora più irritanti nella loro ingiustizia, riguardano la spartizione professionale del territorio e delle parcelle. Fenomeno che per verificarsi non ha bisogno della malafede di nessuno. Nei piccoli centri, e in Italia ce ne sono tanti, per ragioni statistiche e demografiche i personaggi che circolano sono sempre gli stessi, i quali hanno una loro idea personale che vorrebbero legittimamente promuovere. La possibilità di poter censurare progetti non graditi determina zone geografiche d’influenza nelle quali la popolazione ravvisa automaticamente il modo più rapido per la soluzione del loro problema abitativo.
Per concludere, per me sarebbe importante che da questo scritto uscisse perlomeno un confronto produttivo sulle ragioni di una situazione preoccupante.



(Sandro Lazier - 29/1/2011)

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Commento 11059 di Gianni marcarino del 31/12/2011


....definire una tradizione e gli stilemi che fissano le consuetudini di un certo periodo come memoria condivisa che diventa norma per tutti.
E' certamente possibile che il secolo scorso abbia vissuto il mito del nuovo , del progresso, dell'accelerazione talvolta in modo acritico, secondo un percorso lineare a prescindere,escludendo il passato dal contributo che ha necessariamente dato al presente.
Il punto rimane quello di accettare una oggettivita' della storia che si traduce in regole sociali, nel definire i si ed i no del linguaggio, nello stabilire una sorta di fermo-immagine temporale.
Ho molti dubbi che tutto questo corrisponda ad un comune sentire popolare e non elitario.
Si tratta forse di una élite che propone soluzioni apparentemente consolatorie, percio' piu' facili da digerire al tavolo dell'arte.

Buon anno.

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Commento 11060 di pietro pagliardini del 31/12/2011


Caro Lazier, ma lei sfonda una porta aperta. Pennacchi dice chiaramente che Mussolini non avrebbe voluto città perchè voleva ruralizzare, e nell'agro pontino voleva solo costruire dei presidi di carattere funzionale allo scopo della bonifica e per garantire la distribuzione di merci e materiali per le popolazioni insediate. Ma, una volta visti i primi risultati e i loro successi, si convinse, probabilmente perchè ne vide l'aspetto propagandistico. Non c'è dubbio che Mussolini sia stato il primo che ha capito l'importanza della propaganda attraverso i vari canali "moderni", quali radio, cinema e la cultura. Insomma, un Veltroni ante-litteram. MA questo, mi perdoni, dimostra intelligenza e basta. Non mi faccia prendere le difese di Mussolini di cui non mi frega niente e che non mi ha mai nemmeno intrigato in nessun senso. Ma negare l'evidenza sarebbe come dire che Stalin fosse un imbecille: tutto, ma non un imbecille.
Ma a noi non interessano mica le intenzioni del duce o del regime, a noi interessano i risultati. E i risultati sono straordinari per la bonifica e buoni e qualche volta ottimi per l'urbanistica e l'architettura.
Quanto a Pagano e agli altri, Pennacchi non menziona l'arrivismo, o almeno non in senso negativo; parla solo, molto realisticamente, e se lei fa il professionista come credo capirà, di normale, umano, sano desiderio di affermazione professionale.
Non sarà mica un atteggiamento riprovevole voler emergere e se possibile eccellere! Non è di questo che si parla in quel brano nè nel libro. Si parla di una storia diversa, raccontata in maniera piacevole e molto documentata, che cozza però contro la retorica ufficiale antifascista di cui ormai hanno tutti piene le scatole. Poi potrà non piacere l'architettura del periodo, ma il giudizio non può essere partigiano fino al punto di negare la realtà e di dividere il mondo in maniera manichea tra i buoni da una parte e i cattivi dall'altra, quando poi, alla fine, stavano tutti dalla stessa parte. Almeno fino al momento drammatico delle leggi razziali.
Allora che dire di Le Corbusier, lui sì arrivista veramente, che blandisce tutte le dittature del periodo, da quella comunista a quella fascista? C'è una sua lettera in cui implora un incontro con Mussolini per convincerlo alla nuova architettura (la sua, ovviamente). Questo è arrivismo di bassa lega non quello di chi si riunisce in un gruppo, di più giovani, per cercare di prevalere sul gruppo meglio piazzato, di più vecchi! Lecito attaccare, lecito difendersi, mi sembra ovvio.
Quanto a Pagano, nel pezzo che lei riporta, scrive una cosa abbastanza "fascista": lui vuole convincere il duce a "un'arte di stato". Razionalista, ma non importa questo. Quindi chi è senza peccato scagli la prima pietra. Con queste premesse, se Pagano fosse stato in una commissione edilizia, allora sì che sarebbero stati cavoli amari! Altro che libera espressione dell'architetto!
Saluti

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31/12/2011 - Sandro Lazier risponde a pietro pagliardini

Vorrei ripetere per chiarezza, altrimenti si rischia di perdere il senso delle cose che stiamo dicendo:
1 – ho citato criticamente il primato della propaganda fascista a conforto della tesi che il fascismo utilizzasse temporaneamente i concetti del razionalismo per fini esclusivamente promozionali. Il regime non avrebbe mai condiviso fino in fondo i concetti del razionalismo traducendoli in realtà sociale; sapendo, oltretutto, che provenivano dalla democratica e disprezzatissima repubblica di Weimar. Dall’ideale razionalista (sostanzialmente democratico e socialista) e dall’efficacia del suo messaggio, appena ne percepì il pericolo, il fascismo prese immediatamente le distanze. Non tacciò quest’arte, come invece fecero nazismo e comunismo, d’essere corrotta e degenerata ma, nel nostro paese, questa fu subito messa in soggezione dal modello di romanità che il regime intendeva invece promuovere e vantare orgogliosamente come proprio.
Il risultato è quello che definiamo stile littorio, dove la razionalità sta nell’assenza di stilemi, decorazioni e ornati e nella banalizzazione geometrica di colonnati, arcate e altri elementi della tradizione architettonica arcaica, mantenendo intatto l’impianto spaziale monumentale. Il razionalismo (e le sue varianti; gli -ismi d’inizio secolo sono molteplici) svuotato della sua istanza ribelle per eccellenza, ovvero la concezione spaziale antiscatolare, antimonumentale, particolarmente critica verso la fatalità dell’idealismo storicista che vorrebbe invece l’uomo soggiogato ad essa, diventa ornamentale e mansueto, incapace finalmente di comunicare un’idea di cambiamento sostanziale delle ragioni dell’esistenza e delle classi sociali che la esperiscono.
Fortunatamente, sfumate nel clamore delle pompose fanfare dell’architettura imperiale, qualche genio, come Terragni, seppure in questo clima reazionario e con non poche difficoltà, riuscì a concepire opere di grandissima libertà spaziale, la cui portata rivoluzionaria probabilmente non fu giudicata dalla censura con la dovuta attenzione.

2- Non stavano tutti dalla stessa parte. Pagano, come Le Corbusier, avevano ben chiara la portata rivoluzionaria e l’esito profondamente democratico dell’architettura che proponeva. Non promuoveva sé stesso ma la sua architettura. Non era un farsi largo per vanità od orgoglio personale. C’era qualcosa di più. Rompere le scatole, anche in senso architettonico, alleggerire i volumi e smembrare i piani, disallineare finestre e pilastri, liberare i vani dalla dittatura della struttura muraria, fino a giungere all’equilibrio precario dei fabbricati e alla loro decostruzione, sono metafore della precarietà e insieme solidità dei fragili sistemi democratici, ai quali, per sopravvivere, serve un minimo di disordine e confusione. L’architettura dei monumenti è statica, grevemente inerme, rigida e poco disposta alla trasformazione, triste e malinconica, finalmente mortifera; l’architettura degli anti-monumenti è flessibile, leggera, dinamica, viva e fondamentalmente felice. Questi pensieri sono anche quelli che presiedono alla mia attività professionale, prima della vanità, dell’orgoglio e del tornaconto. Anch’io, come Pagano allora, cerco oggi di convincere le amministrazioni, di destra o di sinistra, a usare l’architettura in cui credo, ma non per questo devo sentirmi minimamente fascista.

Ps: - Sono un organico, particolarmente critico verso il razionalismo, soprattutto quello di bocca buona della speculazione edilizia. Ma, in questo caso, devo difenderne le ragioni e lo faccio con forza. C’è, credo, un equivoco di fondo. Gregotti, Rossi, Botta e tanti che i tradizionalisti tacciano di modernismo, in effetti moderni non sono. Per chi la pensa come me stanno tra i premoderni proprio per la loro vocazione compositiva fondamentalmente solenne e monumentale.

Auguri per un 2012 felice

 

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Commento 10962 di pietro pagliardini del 30/12/2011


E' diventato abbastanza difficile se non impossibile trattare tutti gli argomenti toccati in questa discussione che sta assumendo toni forti. Segno, lo ripeto per l'ennesima volta, della centralità del tema "commissione edilizia".
Vorrei rispondere a Lazier su Fascismo e razionalismo e/o nazionalismo cafone e a Gianni Marcarino.
A me sembra che lei, Lazier, tenda a vedere dell'architettura del periodo fascista i due classici poli raccontati nei libri di storia dell'architettura e dell'arte (ovviamente): Libera-Pagano-Persino da una parte, i buoni, Piacentini dall'altra, il cattivissimo. E' troppo schematica e, lo devo dire, molto accademica e perfino un po' conformista, proprio da lei che conformista non mi sembra affatto.
Non sono uno storico ma l'estate scorsa mi sono letto un libro che le consiglio vivamente di leggere, se già non lo avesse fatto: Fascio e martello, viaggio tra le città del Duce, di Pennacchi. Già il titolo la dice lunga su quanto sia equivoco l'abbinamento tra architettura e politica: un comunista "vivente", innamorato dell'architettura del Duce! Ma, a parte questo, lei troverà in quel libro una ricca documentazione fotografica e descrittiva che smonta lo schema che lei invece tende a riconfermare.
Questo un brano significativo:
"I manuali parlano di lui (Petrucci) solo per dire che era uno dei fondatori del RAMI, il Raggruppamento architetti moderni italiani - ossia i razionalisti ligi all'ordine e alal disciplina del partito - che si contrapponevano al MIAR (Movimento italiano architettura razionale), ossia quello dei presunti più arrabbiati. Non è naturalmnete che questi "arrabbiati" non fossero fascisti, anzi, in senso sansepolcrista erano anche più fascisti di quegli altri. Erano architetti punto e basta. Quella di volerne saggiare il maggiore o minore tasso di fascismo - per giudicarne l'arte- è una mania codista in cui si è incanalata tutta la storiografia dell'architettura, in Italia, dal dopoguerra ad oggi. Erano tutti fascisti ed erano tutti architetti. E giovani. Che mozzicavano i vecchi solo perchè volevano farsi spazio. Giustamente. E volevano lavorare. Punto e basta. Da Pagano a Piccinato, da Terragni a Libera. E i vecchi - Piacentini, Giovannoni, Alberto Calza Bini, Brasini, BAzzani - si defendevano come potevano. Giustamente pure loro. E qualche volte pure a bastonate".

Vede quanto è laico nel giudizio il comunista Pennacchi, quanto è realistico, niente affatto incline alla retorica e soprattutto "credibile"!
E se lei guarda le foto non troverà capitelli e colonne, solo qualche arco (e che sarà mai) e molto razionalismo magari un po' annacquato dall'essere progettato per piccoli borghi agricoli. Ma di pomposità ce ne è assai poca, salvo forse in qualche torre littoria o in qualche casa del fascio, che a me sembra anche un modo corretto di auto-rappresentarsi di un potere che, indubbiamente, c'era, piaccia o meno.
Si può affermare che le città di fondazione siano "nazionalismo cafone e grottesco"? A me pare proprio di no. A me, che tra l'altro ho una formazione modernista, sembrano pure dei bei progetti che difficilmente abbiamo ritrovato nell'architettura del dopoguerra. Certamente non nella rivista L'Architettura Cronache e storia, che davvero pubblicava di tutto e di più. Sono sincero: a me metteva tristezza anche allora.
Certo che è un razionalismo "italiano" (ahi, lo so che lei crede che i popoli non esistano, ma allora perchè si lamenta se Piacentini ha devastato qualche nostro centro storico?), che c'è un sapore di tradizione e di elementi conosciuti (ma anche Aldo Rossi ne faceva uso), ma io mi posso immaginare, anche leggendo il libro, che ai nuovi abitanti insediati nell'Agro Pontino facesse semmai l'effetto opposto, quello cioè di essere del tutto stranianti e "moderni" rispetto alle realtà da cui provenivano. Quindi, voglio dire, le cose vanno valutate in tutte le loro implicazioni e non in base ad un'idea precostituita, a principi immutabili e fissi cui la realtà dovrebbe adeguarsi, come mi sembra che lei tenda a fare.

A Gianni Marcarino rispondo - anche se non lo ha chiesto a me ma non si arrabbierà per questo - alla domanda " A quanti km da casa mia finisce la mia tradizione e comincia quella degli altri!". Bella davvero la domanda ma subdola. Non esiste una tradizione mia diversa dalla sua, se io e lei abitiamo nella stessa città, nella stessa vallata, nello stesso colle, nello stesso bacino. Esiste la tradizione e basta i cui caratteri sono facilmente riconoscibili e definiti e un architetto la deve saper riconoscere e se non lo sa fare da solo la studia, non c'è problema. E' la nostra professione, il nostro mestiere. Nessuno nasce imparato ma applicandoci è possibile scoprirla. Se poi si domanda: "Oppure come e' possibile pensare di progettare per la vita di oggi con criteri spaziali e formali maturati nel passato, con necessita' e aspettative molto diverse?" Sono io che le pongo la domanda:

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30/12/2011 - Sandro Lazier risponde a pietro pagliardini

Per quanto riguarda i giovani architetti fascisti, non eran proprio tutti arrivisti, come sostiene il fascio-comunista Pennacchi.

Tratto da: “Cattivi maestri: Giuseppe Pagano”
(http://www.elapsus.it/home1/index.php/arte/architettura/584-cattivi-maestri-giuseppe-pagano)

Dopo essersi concluso il cantiere per quello che è forse il suo capolavoro, l’Università Bocconi di Milano, nel 1941, Pagano accetta la conduzione della rivista «Domus», ma dopo pochi mesi viene richiamato alle armi a seguito della sua richiesta volontaria. Aveva quarantacinque anni.
Il maggiore Giuseppe Pagano guida un drappello d’uomini in Albania, ma continua, per corrispondenza, la sua collaborazione a «Casabella», e continua, soprattutto, la sua battaglia per l’architettura moderna. A seguito della pubblicazione dell’articolo “Potremo salvarci dalle false tradizioni e dalle ossessioni monumentali?” il direttore della stampa italiana, Gherardo Casini, richiama Pagano. Nel numero seguente della rivista Pagano, per nulla intimorito, fa pubblicare un altro articolo, ancora più acuminato del precedente: la rivista viene sequestrata; Pagano scrive allora a Casini una lettera privata infuocata, e il direttore della stampa italiana risponde, compunto: «Ho eseguito il sequestro di Casabella che conteneva il vostro articolo perché ne ho avuto l’ordine». L’architetto, impavido, gli invia una cartolina: «Poiché siete stato soltanto un “trasmettitore di ordini” vi sarò grato se vorrete far leggere la mia lettera a chi vi ha impartito l’ordine del sequestro».
Nel ’42 rientra dal fronte e il rapporto, sottilmente sadico, che lo lega al fascismo, si spezza definitivamente; come ha scritto Rogers, in un testo che ricorda l’amico: «non ci accorgemmo subito che, per amore dell’amore, rischiavamo di avere un figlio da una prostituta»; Pagano lascia il partito ed entra nella Resistenza.
Il 19 luglio del ’43 muore Giuseppe Terragni, quando Pagano ne ha notizia, cinque giorni più tardi, scrive: «che la mia verde maledizione secca e rabbiosa e demoniaca si scarichi come un colpo di clava sulle teste di chi sappiamo. E di Ojetti e di Piacentini e di tanti altri mezzi coglioni in gloriati si faccia un sottofondo da latrina. Non so dire. Vorrei sparare subito e spaccare teste»
.”

G. Pagano, “Legato all’architetto romano Amedeo Luccichenti nel comune impegno per un’architettura svincolata dai «maneggioni» di Stato, vorrebbe convincere il duce dell’esigenza di una radicale svolta sul terreno dell’urbanistica, dell’edilizia popolare e più in generale dell’architettura razionalista «come arte di Stato», ma alla richiesta di udienza gli si risponde di inviare un memoriale: «Come vedi – scrive a Luccichenti – siamo fregati in pieno e non credo che sia il caso di insistere oltre»; Pagano evoca «una dignità umana che non può essere superata» e indica la via di una battaglia di testimonianza, per «cercare ancora di creare una minoranza moralmente pura, vigilissima e piena di fede in modo di salvare, per la storia, il buon nome dell’architettura italiana», senza speranze di vittoria: «moriremo sulla breccia con la bandiera dell’architettura moderna» (lettera del 1° gennaio 1940).

Per quanto riguarda la propaganda: “Il Fascismo fu forse il primo al mondo ad utilizzare la moderna "arma" della propaganda. Mass-media, manifesti, cinematografia: tutto rivolto a magnificare l'operato del regime. Non a caso il ministero per la Propaganda fu infatti uno dei più attivi.
Ancora oggi la propaganda fascista è oggetto di studio: negli altri paesi del mondo fortissimo fu il suo sviluppo durante la seconda guerra mondiale; il Duce stesso descrisse la cinematografia come l'arma più efficace."
(http://www.ilduce.net/propaganda.htm)

Per quanto riguarda le nuove città e fondazioni – che città non sono mai state ma agglomerati agricoli - questa che segue è la ragione per cui le voleva il duce quando le ha concepite:
Tratto dal discorso dell’ascensione del 26 maggio 1927 di B. Mussolini:
Questo ancora non basta. C'è un tipo di urbanesimo che è distruttivo, che isterilisce il popolo, ed è l'urbanesimo industriale. Prendiamo le cifre delle grandi città, delle città che si aggirano e superano il mezzo milione di abitanti. Non sono brillanti, queste cifre: Torino, nel 1926, è diminuita di 538 abitanti. Vediamo Milano: è aumentata di 22 abitanti. Genova è aumentata di 158 abitanti. Queste sono tre città a tipo prevalentemente industriale. Se tutte le città italiane avessero di queste cifre, tra poco saremmo percossi da quelle angosce che percuotono altri popoli. Fortunatamente non è così: Palermo ha 4177 abitanti di più - parlo di quelli che nascono,

 

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Commento 10958 di vilma torselli del 30/12/2011


Ettore, ma io sono infantile, fortunatamente e saggiamente infantile, ho dubbi, ripensamenti, crisi, esitazioni, autocritiche, incertezze ……. so che domani non sarò più la stessa e vedrò quello che ho fatto ieri in modo nuovo, forse opposto, certamente critico, ogni giorno accade qualcosa che cambia il mondo, che ci cambia, le fonti ufficiali restano ufficiali, siamo noi che cambiamo e con noi il loro senso, la storia raccontata muta a seconda della finalità che vogliamo darle, troviamo quello che cerchiamo solo se sappiamo cosa cercare prima di trovare, non esiste la storia "raccontata in maniera cruda e vera", esiste la storia raccontata da te e quella raccontata da tanti altri che non sono te.
Neanche la storia di Dio ha una sola versione (su Gesù ci sono vangeli canonici, vangeli gnostici e vangeli apocrifi) non resti che tu, EMM, quale depositario di versioni uniche, racconti asettici e storia vera e documentata.
Non ti devi risentire se te lo faccio notare, è una fortuna che, sotto sotto, ti invidio un po'.


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Commento 10957 di ettore maria mazzola del 30/12/2011


Lazier,
pedante sarà lei, con la sua presunzione ed arroganza, e con le sue patetiche frasi alla Zevi sull'architettura di stampo tradizionale.
Credo proprio che il suo problema sia quello della "volpe e dell'uva".
Visto che, come ha sostenuto nel precedente commento, nella sua formazione c'è "pochissima accademia", piuttosto che parlare per luoghi comuni e menzogne, accusando gli altri delle proprie colpe, vada lei a riformarsi, perché è lei, e non io, la dimostrazione dei limiti dell'università italiana.
Impari a dialogare civilmente con chi non la pensa come lei ... o le dà fastidio non poter continuare a fare i suoi monologhi?
Il web è democratico, e tutti hanno la possibilità di replicare, specie quando si sostiene l'assurdo per tenere in piedi il suo castello di falsità e di pregiudizi.
Accusa gli altri di non rispondere alle domande, ma lei è uno slalomista da far impallidire Alberto Tomba, non ha dato ancora alcuna risposta alle domande precedenti.
E si aggiorni, sembra la fotocopia mal riuscita del suo idolo Zevi.
Non ho problemi a riprendere il discorso, ma a patto che si rientri nei limiti della civiltà, mi auguro quindi che pubblichi questa mia replica e rientri nei limiti della correttezza.

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30/12/2011 - Sandro Lazier risponde a ettore maria mazzola

Non ho problemi a pubblicare repliche. Ci mancherebbe.
Piuttosto, a parte le caricature mia, di Zevi, della volpe e dell'uva, in tanta confusione mi son perso le domande a cui dovrei dare risposta. Sicuramente sarà un mio limite accademico, perché oltretutto non so neppure sciare. Ma non fa nulla, non me ne dispiaccio. Direi di salutarci qui per non annoiare oltre chi ci sta seguendo.

 

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Commento 10956 di Gianni marcarino del 30/12/2011


Infine, secondo EMM, le commissioni edilizie dovrebbero tutelare l'euritmia e la dignita' estetica degli edifici e salvaguardare le facciate esterne dalle interpretazioni individuali perche' l'edificio e' della citta' e non del proprietario, se ho ben inteso.
Per cui esisterebbe un senso comune, condiviso, che fissa le norme secondo cui costruire e comunicare col linguaggio architettonico. Di conseguenza, sono necessari i sacerdoti che stabiliscano quello che e' lecito fare o non fare e cio' che le persone devono considerare giusto o sbagliato, bello o brutto.
Rimane misterioso, almeno per me, il momento esatto in cui fissare queste norme e per quanto tempo esse abbian ragione di esistere, se non in funzione della loro attualita' culturale, altrimenti destinate a produrre inutili decorazioni dell'esistenza, come antiche parrucche posate su teste che non se ne fanno piu' nulla. Mi pare proprio forzata l'immagine dell'architetto cattivo maestro e del committente pacioso, bucolico, ingenuo, traviato da visioni invasate.

La tradizone viene continuamente tradita dal mutare e dal moltiplicarsi delle informazioni che le persone si scambiano giorno per giorno. E' un processo che ha subito una accelerazione enorme ed inevitabile in questi ultimi anni. Come puo' oggi prescindere da questi cambiamenti il linguaggio architettonico?
Oppure come e' possibile pensare di progettare per la vita di oggi con criteri spaziali e formali maturati nel passato, con necessita' e aspettative molto diverse?
Cosa significa inserire la tradizione nel nuovo?
Esattamente, come si fissa una norma per dire quello che e' per oggi(o per sempre?) tradizionale?
Qui vicino? A quanti km da casa mia finisce la mia tradizione e comincia quella degli altri!
Nelle polemiche dei commenti non ho intravisto risposte.

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Commento 10955 di ettore maria mazzola del 30/12/2011


Vilma,
non ti facevo così!
Per cui mi costringi a dirti che so bene che mi rendo conto che la cultura altrui possa dare fastidio ma non posso farci nulla.
La cultura produce tanti nemici, ed inimicarmi persone che dicono certe cose non mi dispiace.
Non è mia intenzione fare "il Dio", ed è quanto meno infantile esprimersi come hai fatto nel tuo commento.
Visto che amo la ricerca, e visto che amo non fossilizzarmi su ciò che ho studiato - a differenza di chi continua ad esprimersi per luoghi comuni e pregiudizi figli della pseudo cultura anni '60-'70 - quando scrivo lo faccio per il piacere di condividere, con chi ne abbia voglia, un po' di cose che la "cultura" ufficiale non ha fornito. Non lo faccio per vanagloria, ma solo perché spero che certe "cose non dette" possano aiutare tutti a riflettere sulle proprie convinzioni, e a smontare quel castello di menzogne che è stato costruito nel mondo dell'architettura, dell'urbanistica e dell'arte italiana nel quale ami crogiolarti!
Se ti disturba non posso farci nulla, resta pure nel tuo mondo che finge di aggiornarsi ma rifiuta di guardarsi alle spalle per vedere se tutto ciò che finora è stato detto e scritto corrisponda a verità!
Quando scrivo i miei libri e articoli (non ovviamente i commenti su un blog), mi baso su fonti ufficiali che cito sempre, per evitare che qualche malpensante mi accusi di metterci dentro dell'ideologia.
A me non piace la storia "interpretata", ma quella raccontata in maniera cruda e vera. So benissimo che, scrivendo in questo modo, possa capitarmi di schiacciare i piedi a troppe persone, specie quelle autoproclamatesi esperte di storia e di critica, ma "così è se vi pare".
Se devo dirtela tutta, ne ho le scatole piene di parolai che scrivono cose incomprensibili per giustificare cose astruse. Queste persone sono dannosissime, perchè alimentano quel sistema schifoso che vuole che a poter parlare di arte, architettura e urbanistica possano essere solo gli autoproclamatisi "esperti", mentre la gente comune deve limitarsi a subire le angherie degli "esperti" e fare da cavia per le loro sperimentazioni. Riflettici su

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Commento 10954 di vilma torselli del 30/12/2011


"Io sono la Via, la Verità e la Vita", Gv.14,1-6

E' bello vedere tante luminose certezze radunate in una sola persona, tante apodittiche verità trovate, scritte e avvallate (in modo asettico) da un solo individuo, tante inconfutabili dimostrazioni prodotte da un solo uomo che ha raccontato, dimostrato, pubblicato, sempre mettendosi in gioco in prima (e unica) persona nel nome della Verità assoluta.

E' bello e ci conforta, vuol dire che Dio esiste.

E si chiama E.M.M.

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Commento 10952 di ettore maria mazzola del 29/12/2011


Caro Lazier,
prima di accusare la gente di dire idiozie, si documenti. La frase di Zevi che ho menzionato e che lei crede un’idiozia è invece una cosa verissima che, nel 1996 venne anche utilizzata a mo’ di slogan per un’iniziativa dedicata a Zevi, ricordo che ne presi nota vedendo la locandina affissa nel Dipartimento di Architettura e Analisi della Città di Valle Giulia … io non dico idiozie, mi limito a raccontare i fatti in maniera asettica, diversamente da Zevi e da lei, che non sapete fare a meno di infarcire la vostra “storia storicista” di ideologia.
Sul secondo punto del suo commento, visto che, fortunatamente ammette che il mio testo corrisponda a verità – anche se dice “solo in parte” – non mi ripeto, perché non ne vale la pena, però vorrei farle notare, retorica o non retorica, l’unica architettura che il fascismo ha imposto per legge è quella del Razionalismo. Questa cosa l’ho raccontata in prosa e musica, riportando tutti i fatti che lo dimostrano, dal voltafaccia di Mussolini nei confronti di Brasini, dopo essersi fatto fare il lavaggio del cervello con la “Tavola degli Orrori” della mostra di Bardi, alla vera storia della Casa del Fascio di Como, e tutto ciò che venne detto e fatto in conseguenza di quell’evento, fino alla norma del ’38 che ho riportato nel precedente commento.
A proposito di idiozie, la sua frase relativa al Corviale è davvero di proporzioni immani: «scelta urbanistica e architettonica che, sebbene imperfetta per tante ragioni, creava un argine (intenzionalmente di dimensioni geografiche) ad una città che altrimenti, sull’oratoria del quartierino a misura d’uomo e del volemosebbene che tutto concilia, si sarebbe concessa ad una espansione sconfinata, priva d’un tessuto autentico, anche se travestita con le carnevalate postmoderne d’un tradizionalismo alla deriva». La invito a leggersi il mio “La Città Sostenibile è Possibile”, nel quale ho potuto smontare pezzo per pezzo queste balle che ci sono state raccontate, dimostrando con i conti ufficiali – attualizzati – (presi presso l’archivio dell’IACP), quanto sia costato costruire gli edifici (organizzati per tipologie edilizie) di quartieri come Testaccio, San Saba, Garbatella, Sannio, Appio, Trionfale, Flaminio, ecc. e quanto sia costato il Corviale. Inoltre, grazie ai meticolosi documenti di cantiere custoditi presso lo stesso archivio, ho potuto dimostrare quanto tempo sia stato necessario per costruire le prime 122 case di Corviale (un’inezia rispetto alla dimensione totale) e quanto ce ne sia voluto per costruire gli edifici dei “quartierini” che lei tanto critica parlando per luoghi comuni!
Quanto allo sperpero di territorio, con il progetto di rigenerazione di Corviale che ho sviluppato lo scorso anno, ho potuto dimostrare che, aumentando di 2000 unità i residenti e inserendo una serie di attività oggi inesistenti, sfruttando il “premio di cubatura”, si può realizzare uno dei “quartierini a dimensione umana” che lei detesta. La cosa interessante è che, alla fine, risulta possibile restituire al territorio circa 13 ettari compromessi dall’attuale Corviale, inoltre è possibile non solo dare una casa a chi ne ha bisogno, creando un mix sociale e funzionale, ma anche ottenere un grande guadagno economico per la pubblica amministrazione, che si tradurrebbe in un beneficio per l’intera cittadinanza … talvolta i luoghi comuni possono essere smontati, semplicemente mettendosi in gioco, e provando a vedere se quello che ci è stato detto corrisponda davvero a verità!
Sul “credo bigotto” di Burke la cosa non mi interessa, visto che anch’io mi sento un laico, e le dico anche che la cosa non ha alcun senso relativamente alla frase che le ho citato. È evidente che lei preferisca citare una frase che possa aiutarla a screditare Burke nel vano tentativo di avere ragione … a me però questo atteggiamento mi stimola una citazione di Viollet-Le-Duc: «amiamo vendicarci delle conoscenze che ci mancano con il disprezzo ... ma sdegnare non significa provare».
Se lei conoscesse bene la “Teoria del Falso Storico”, come l’ha enunciata Cesare Brandi, ovvero quando e come si configura un “reato di falsificazione”, probabilmente eviterebbe di dire che «se l’antica statuaria non fosse stata “restaurata” da personaggi come Bartolomeo Cavaceppi i musei risulterebbero più autentici, meno formali e bugiardi» … ma non c’è peggior sordo di chi non voglia ascoltare.
Infine lei dice: «Per finire il mio rapporto con Zevi. Se lei sapesse quanta poca accademia c’è nella mia formazione, forse capirebbe la ragione del mio vigoroso e sincero sostegno zeviano. Ho le mie idee, non si preoccupi, che non sempre concordano con quelle di chi considero un maestro, d’architettura e di vita. Difendo Zevi per quello che di lui conosco e mi irrita parecchio se qualcuno ne imbroglia superficialmente la memoria per semplice propaganda personale. Tutto qui» … chiarendomi tante cose!!

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29/12/2011 - Sandro Lazier risponde a ettore maria mazzola

Mazzola, con lei, come con i pedanti pieni di sé in genere, ci vuole un sacco di pazienza.
Le ho chiesto di documentare la sua frase, che ho definito uno strafalcione, e lei, invece di citarmi uno scritto, un documento, mi risponde parlando di convegni imbattuti per caso. Io posso anche credere che, nella contingenza d’una situazione particolare, Zevi abbia sostenuto che l’insegnamento della storia dell’architettura (tra l’altro la materia che egli stesso insegnava) potesse inibire la formazione degli architetti. Se, per esempio, la storia fosse quella che propugna lei, lo affermerei anch’io, senza alcun dubbio. Lei, a sostegno del suo impianto accusatorio, se così si può dire, potrebbe anche affermare che Zevi si masturbasse in aula leggendo Il Linguaggio Classico dell’Architettura di John Summerson, ma lo dovrebbe dimostrare con documenti e prove. E, se anche riuscisse a dimostrarlo, probabilmente questo episodio non basterebbe a scalfire sensibilmente la personalità profondamente anticlassica e antiaccademica di tutta la vita di Zevi.
Ma lei pensa davvero di poter intaccare un monumento della cultura del novecento, qual è stato Bruno Zevi, semplicemente provando a rovistare nel cestino della spazzatura?

Lei dice: “…l’unica architettura che il fascismo ha imposto per legge è quella del Razionalismo”.
Lo vede perché la storia che racconta lei inibisce la formazione degli architetti? Come si può sostenere una tesi così banale e bugiarda?
Il fascismo cavalcò, per propaganda, il periodo razionalista dei migliori e più attenti architetti italiani dell’epoca. Il razionalismo non fu un’invenzione italiana. Il fascismo non poté fare propria quest’invenzione rivoluzionaria se non strumentalmente, per cavalcarne l’ideale di rivoluzione civile e sociale poi puntualmente disatteso. Una volta raggiunto il potere, prevalse l’ideale littorio e monumentale del’identità nazionale e della conservazione, il cui esito architettonico fu affidato principalmente a Marcello Piacentini. Furono gli anni della devastazione dei centri storici e delle città gotiche e romaniche, sostituite dall’urbanistica trionfale e dalla mistificazione del passato per giustificare le assurdità del presente. Ai regimi non interessa né il passato né il futuro. Interessa solo il presente. I giovani architetti razionalisti, formati su concetti internazionali e cosmopoliti, s’illusero di determinare l’esito sociopolitico che questi concetti professavano. Concetti che ben presto svanirono nella melassa del nazionalismo cafone e grottesco di capitelli, colonne, archi e italici monumenti. I migliori tra gli architetti del razionalismo non ebbero il tempo di riscattare con la maturità lo slancio intellettuale della loro gioventù che li vide ingenui complici del regime: Giuseppe Pagano morì a Mauthausen il 22 aprile 1945 all’età di 49 anni; Edoardo Persico venne trovato morto nella sua casa di Milano, nel gennaio 1936, a trentacinque anni di età; Attilio Terragni morì fulminato da una trombosi cerebrale a Como, il 19 luglio del 1943, all’età di 39 anni.
Marcello Piacentini muore, senza riscattare nulla, a Roma il 18 maggio del 1960 all’età di 79 anni ma, come architetto, come disse Zevi, anche lui morì giovane, nel 1925.

Per quel che riguarda Corviale, non credo che si possa rimediare ad un errore proponendone uno ancora più grande. Se occorre vestire gli ignudi, non è il caso di ricorrere ancora alla crinolina.
Per quanto riguarda Bardi, lascio parlare egli stesso:
Il restauro deve mirare al ristabilimento della unità potenziale dell’opera d’arte, purché ciò sia possibile senza commettere un falso artistico o un falso storico, e senza cancellare ogni traccia del passaggio dell’opera d’arte nel tempo.” (Brandi, Teoria del restauro, 1963:34-36)
Una volta che il materiale è stato usato nella costruzione fisica, passa alla storia come risultato di opera umana. Prendendo lo stesso tipo di marmo dalla stessa cava in due tempi differenti, uno al tempo della creazione originale e l’altro all’epoca del restauro, la materia è la stessa chimicamente, ma con una differente rilevanza storica sia nella esecuzione sia nell’aspetto. Non si può, perciò, pretendere che una ricostruzione possa avere lo stesso significato dell’originale;

 

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Commento 10951 di ettore maria mazzola del 29/12/2011


Caro Lazier,
che lei sia un discepolo di Zevi lo abbiamo capito già in precedenza, che lei non sia in grado di mettere in discussione le cose che ha detto e fatto il suo maestro, altrettanto.
Tuttavia Zevi, benché abbia scritto libri di storia dell'architettura (moderna e contemporanea) è colui il quale, emulo di Gropius, tenne a dire che l'insegnamento della storia dell'architettura andava eliminato perché limitativo delle potenzialità della mente dell'architetto.
Zevi è quel personaggio che, come ha ricordato un paio di anni fa Marconi, al suo ritorno in Italia dolpo l'esilio negli USA per scampare alle persecuzioni razziali, nel '61-'62, una volta insediatosi a Valle Giulia avviò quel processo di manipolazione della storia dell'architettura che ha portato alla ridicola confusione attuale che vede l'architettura tradizionale come "fascista" e quella moderna come "liberale". Zevi è quello che si presentò ad un "uno contro tutti" di Maurizio Costanzo per difendere a spada tratta il Corviale di Mario Fiorentino. Zevi è quello che chiamò ad insegnare a Roma personaggi che, a parte l'ideologia politica (e architettonica) non avevano titoli, alimentando il clima di odio nei confronti di personaggi come i Fasolo che erano visti come "fascisti". Lei potrà continuare ad accusare di fare tutti gli strafalcioni che crede, ma la realtà è che per Zevi la storia guardava solo in avanti e poco o nulla indietro. Ma, come diceva Edmund Burke: «Una civiltà sana è quella che mantiene intatti i rapporti col presente, col futuro e col passato. Quando il passato alimenta e sostiene il presente e il futuro, si ha una società evoluta».
Quanto al discorso sulla "falsificazione", ferma restando la citazione della norma contenuta nelle "Istruzioni per il Restauro dei Monumenti" del 1938 che ho riportato nel commento precedente, basterebbe che lei conoscesse le ragioni reali che muovevano Brandi e Pane per capire quale fosse il motivo, tutto italiano, di sostenere certe idiozie che, mai in passato, erano state sostenute. Chi sarebbe stato mai Winkelman se i romani non avessero fatto copie della statuaria greca? Cosa sarebbero i musei di tutto il mondo senza le aggiunte alle statue antiche fatte da personaggi come Bartolomeo Cavaceppi? Penso che una lettura di Carlo Ceschi potrebbe aiutarla a liberaarsi da qualche luogo comune e da tanti pregiudizi figli dell'educazione che le è stata impartita nell'università. In ogni modo, lei nel suo ultimo commento ha rigirato la frittata, e non ha risposto alle mie domande.

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29/12/2011 - Sandro Lazier risponde a ettore maria mazzola

- “Zevi … tenne a dire che l'insegnamento della storia dell'architettura andava eliminato perché limitativo delle potenzialità della mente dell'architetto” …
Mi dice dove ha preso una simile idiozia? È totalmente falso. Zevi sosteneva esattamente il contrario.
-“Zevi … una volta insediatosi a Valle Giulia avviò quel processo di manipolazione della storia dell'architettura che ha portato alla ridicola confusione attuale che vede l'architettura tradizionale come "fascista" e quella moderna come "liberale"…
In parte è vero. Zevi non manipola la storia ma la rilegge. Considera l’uomo padrone del proprio destino e non “carbone da bruciare nella locomotiva della storia” (Popper). Nessuno storicismo (né fascita, né nazista, né comunista, né quant’altro) e nessuna teoria che annienta la libertà dei singoli individui ha, per così dire, una vocazione espressiva liberale. Tutti i fascismi si vestono di certezze e quindi di tradizione, mistificando con la retorica del passato soprattutto il presente, che è la sola cosa che a loro interessa. Il tradizionalismo è quindi un indicatore oggettivo d‘una tensione verso l’autoritarismo politico e sociale.
-“Zevi è quello che si presentò ad un "uno contro tutti" di Maurizio Costanzo per difendere a spada tratta il Corviale di Mario Fiorentino”…
Questo è vero. Difese coraggiosamente una scelta urbanistica e architettonica che, sebbene imperfetta per tante ragioni, creava un argine (intenzionalmente di dimensioni geografiche) ad una città che altrimenti, sull’oratoria del quartierino a misura d’uomo e del volemosebbene che tutto concilia, si sarebbe concessa ad una espansione sconfinata, priva d’un tessuto autentico, anche se travestita con le carnevalate postmoderne d’un tradizionalismo alla deriva. (Vedi Krier e Portoghesi ad Alessandria)
-“… ma la realtà è che per Zevi la storia guardava solo in avanti e poco o nulla indietro”
Questo è verissimo. Per Zevi, i veri capolavori dell’architettura contemporanea non hanno dieci anni, o cinquanta, o cento, ma trentamila!
-Da laico convinto sorvolerei su E. Burke, fondamentalmente un bigotto conservatore con il dono della profezia. Ecco cosa prediceva nel 1790 a proposito della Rivoluzione Francese: “Se questa mostruosa costituzione continuerà a vivere, la Francia sarà interamente governata da bande di agitatori, da società cittadine composte da manipolatori di assegnati, da fiduciari per la vendita dei beni della Chiesa, procuratori, agenti, speculatori, avventurieri tutti che comporranno una ignobile oligarchia , fondata sulla distruzione della corona, della Chiesa, della nobiltà e del popolo. Qui finiscono tutti gli ingannevoli sogni e visioni di eguaglianza e di diritti dell' uomo. Nella "palude Serbonia" di questa vile oligarchia tutti saranno assorbiti, soffocati e perduti per sempre".
Non c'è che applaudire!
- “Cosa sarebbero i musei di tutto il mondo senza le aggiunte alle statue antiche fatte da personaggi come Bartolomeo Cavaceppi?” Forse sarebbero più autentici? Meno formali e bugiardi?

Per finire il mio rapporto con Zevi.
Se lei sapesse quanta poca accademia c’è nella mia formazione, forse capirebbe la ragione del mio vigoroso e sincero sostegno zeviano. Ho le mie idee, non si preoccupi, che non sempre concordano con quelle di chi considero un maestro, d’architettura e di vita. Difendo Zevi per quello che di lui conosco e mi irrita parecchio se qualcuno ne imbroglia superficialmente la memoria per semplice propaganda personale. Tutto qui.

 

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Commento 10950 di ettore maria mazzola del 28/12/2011


Nelle mie parole non c'è nessuna "argomentazione emozionale che cerca di tradurre in teoria uno stato d’animo avverso, per pregiudizio, a qualsiasi ricerca e novità formale". Tant'è che, per esempio, mi sono più volte espresso contro il sistema Beaux Arts, e il New Urbanism, ed ho apertamente criticato il progetto di Léon Krier & co. (più & co. che Léon per Tor Bella Monaca).
Io faccio l'architetto e l'urbanista, e sono anche uno storico, cosa ben diversa dallo "storicista", quindi sarei davvero curioso di sentir dire da lei quale sarebbe "La storia, quella autentica". A tal proposito, proprio perché ritengo che da Zevi in poi la Storia si sia insegnata in maniera fuorviate e ideologica, nel 2004 ho pubblicato un libro che si intitolava "Controstoria dell'Architettura Moderna in Italia", e poi ho pubblicato "Architettura e Urbanistica - Istruzioni per l'Uso", fino all'ultimo "La Città Sostenibile è Possibile", dove la Storia, quella vera e documentata, è stata riportata con tanto di fonti, proprio per dimostrare i pregiudizi e le menzogne che ci sono stati impartiti. Quanto al "Falso Storico", ho scritto diversi articoli, e un capitolo del libro "Como, La Modernità della Tradizione", nel quale dimostravo, dati storici inconfutabili alla mano, quanto falso sia il problema della falsità.
Nella mia professione, pur essendo un sostenitore della "continuità nella tradizione" (che non vuol dire fossilizzarsi, ma semplicemente rispettare sempre il contesto e non ripetersi "stilisticamente"), non ho mai avuto pregiudizi nei confronti della ricerca, tant'è che sono stato il primo ad utilizzare a Roma il sistema dell'elettroosmosi attiva per il risanamento dall'umidità del Convento di Sant'Alessio all'Aventino (pubblicato su Costruire nel lontano 1997). Come vede, è lei ad avere troppi pregiudizi nei confronti di "Salìngaros e i suoi discepoli", che dice di conoscere, ma forse solo per sentito dire.
Sarei curioso anche di sapere quali sarebbero quelle "opere e quegli architetti che, molto seriamente e spesso faticosamente, hanno riflettuto e lavorato ben al di là della propria vanagloria", magari potremmo divertirci a discuterne a fondo per vedere quanto la cosa corrisponda a verità.
Non ho assolutamente dubbi sulla sua affermazione: "Gli appelli a presunte volontà popolari, al desiderio della gente e dei cittadini – ripeto che per me sono solo entità statistiche prive di un sentimento e di una volontà univoca – sono, questi sì, materia ideologica da maneggiare con cura. La storia, quella autentica, ce lo insegna", poiché si tratta di cose che agli architetti antitradizionali, che non intendono confrontarsi con gli altri esseri umani, non interessano affatto. A tal proposito, relativamente alle "entità statistiche prive di un sentimento e di una volontà univoca", dalla conoscenza della "controstoria" a me risulta esattamente l'opposto di ciò che lei va dando per certo ... come la mettiamo?
cordialmente
Ettore Maria Mazzola

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28/12/2011 - Sandro Lazier risponde a ettore maria mazzola

Scusi Mazzola, ma definire Zevi uno storico ideologico mi sembra veramente uno strafalcione che non può passare indenne. Ma quando mai? Con quali argomenti sostiene una cosa del genere? Accusa sommariamente Zevi d’ideologismo mentre lei stesso afferma “dati storici inconfutabili alla mano, quanto falso sia il problema della falsità”? Ma si rende conto di cosa sta dicendo? D’inconfutabile, per Zevi e chi la pensa come lui, non c’è proprio nulla! Zevi ha una concezione della storia sostanzialmente critica, sempre discutibile e, soprattutto, intenda bene, popperianamente falsificabile. Altro che il falso problema della falsità che lei cita inciampando in un paradosso grottesco.
“I nostri storicisti neoclassici, neobarocchi, neoislamici, neo-post-moderni dovrebbero arrossire dalla vergogna; anzi, peggio. "Come il fanatismo cattolico ieri, lo storicismo moderno è una fede che ha sulla coscienza milioni di morti. Il perché è presto detto. lo storicismo è il punto di vista secondo cui esiste una legge di evoluzione della società e della storia, una legge che gli uomini non fanno ma subiscono e a cui, collaborano. Ma se c'è una legge che governa la storia "malgrado gli individui", come diceva Croce, o che regola il movimento della società, come diceva Marx, o ancora che presiede allo svolgimento dello Spirito, come affermava Hegel, allora la conoscenza di questa legge - la conoscenza del futuro della storia - non dà scampo: poiché il futuro è necessario, chi vi si oppone semplicemente si pone fuori dalla storia e pertanto può e deve essere abbattuto come un ostacolo da chi invece l'asseconda, facendosi portatore del progresso e levatrice dell'inevitabile. E' così che , sentendosi chiamata dalla voce del destino, la razza eletta o la classe eletta va in battaglia al grido "Dio è con noi" o a quello equipollente " la Storia è con noi"". Infatti, "lo storicismo e le teorie che ad esso si richiamano sono una mistificazione; esse non prendono la via corretta delle scienze sociali, ma quella della teologia della storia". (da Procedimenti induttivi e scientificità inventiva - Leggere, scrivere, parlare architettura di Bruno Zevi- Marsilio)
Ma come si fa ad accusare la teoria popperiana della falsificabilità, il massimo del pensiero anti-ideologico, d’ideologismo? Che senso può avere?

 

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Commento 10949 di ettore maria mazzola del 28/12/2011


Penso che l’apertura del post di Lazier: “Tra i diritti fondamentali di una persona c’è anche quello di potersi costruire la casa con un’architettura rappresentativa della propria cultura e sensibilità”, benché vera, sia totalmente priva fondamento.
Infatti, sarebbe vera se a progettare e costruire gli edifici fossero i cittadini. Purtroppo però, visto che a farlo sono gli architetti – che tendono a fare solo ed esclusivamente ciò che la loro mente ideologizzata gli suggerisce, e mai ciò che i loro clienti gradirebbero – non ha alcun senso dire che non si dia la possibilità alla gente di vivere negli edifici che vorrebbe.
Ciò vuol dire che il lamento di Lazier è relativo alla agli architetti di fare ciò che vogliono … magari fosse vero!
Che mi risulti, l'unica cosa che non si può fare in Italia è un edificio tradizionale, e, se per miracolo lo si realizza, non c’è rivista che lo pubblichi. Ergo, l’unica cosa che si dovrebbe condannare sarebbe l’ostracismo nei confronti di chi “fa architettura”, da parte di chi sa solo “fare edilizia” … Hai visto mai che, per ragioni di “coerenza”, sia stata chiamata “commissione edilizia” e non “architettonica”.
In questa vergognosa diatriba, chi ne paga le conseguenze è proprio il cittadino che, a digiuno delle polemiche ideologiche degli architetti, “gradirebbe semplicemente vivere in un ambiente rappresentativo della propria cultura e sensibilità”.
Per onestà espositiva quindi, l’autore dell’articolo avrebbe potuto evitare i patetici commenti infarciti di ideologia modernista, e avrebbe fatto bene a riflettere sul fatto che – architetti lobotomizzati a parte – alla gente comune non frega un bel niente del presunto “falso storico” e delle fantomatiche “case di Nonna Papera”!
Forse, anzi ne sono certo, è per questa ragione che oggi c’è chi sostiene che “la gente andrebbe educata all’architettura contemporanea”. Ma la realtà dei fatti è che, non è la gente a dover imparare come vivere nelle architetture assurde, ma gli architetti a dover imparare a progettare in maniera umana e rispettosa degli altri!
L’autore s’è poi spinto in questa affermazione: “Non si può imporre a tutti, per diritto, una tendenza culturale per sua natura reazionaria, generalmente avversa ad ogni forma di novità formale, fondamentalmente conservatrice e tradizionalista, in cui si sostiene il falso storico e si rimpiazzano le poche cose originali rimaste in piedi con la loro caricatura. Non si può imporre uno stile, una tipologia, nemmeno con l’alibi filologico, spacciando il nulla per linguaggio architettonico, a chi non ne vuole sentir parlare perché giudica insensata la mistificazione” affermazione del tutto priva di fondamento perché in Italia ci troviamo esattamente in una situazione opposta a quella qui esposta, tant’è che, sin dal 1938, i nostri soprintendenti seguono alla lettera le “istruzioni per il restauro dei monumenti” emanate dal Ministero della Pubblica Istruzione che, al punto 8 recitavano: «per ovvie ragioni di dignità storica e per la necessaria chiarezza della coscienza artistica attuale, è assolutamente proibita, anche in zone non aventi interesse monumentale o paesistico, la costruzione di edifici in “stili” antichi, rappresentando essi una doppia falsificazione, nei riguardi dell’antica e della recente storia dell’arte», istruzioni che non sono mai state abrogate e, semmai, peggiorate dalla Carta di Venezia e dal Memorandum di Vienna.
Penso che sia davvero inaccettabile quindi che si possa manipolare la realtà facendo credere a chi non conosca i fatti che le cose siano come Lazier le ha raccontate. Per dirla tutta, voglio far notare all’autore che gli edifici storici, e non la gente, gradirebbero essere restaurati in maniera filologica, e non con materiali e forme alieni. E non per ragioni nostalgiche e/o estetiche, ma per motivi prettamente strutturali che, a chi non ha cultura, o conosce solo la “cultura consumista del mordi e fuggi” non interessano affatto, perché la cosa richiederebbe uno studio filologico approfondito che, come tale, non è ben visto dagli architetti demiurghi che pensano di poter far derivare le proprie conoscenze sono da sé stessi!
E allora, indipendentemente dalla necessità di dover rivedere non solo le Commissioni Edilizie (ma non per le ragioni di Lazier), ma tutta la disciplina urbanistica a partire dalla 1150 del 1942, perché figlia di un’ideologia che il tempo ha dimostrato fallace, voglio ricordare a Lazier e a chi possa pensarla come lui, un paio di illuminanti norme che, in nome del rispetto per gli altri, dovrebbero essere riconsiderate nel caso si riuscisse a cambiare le cose:
«[…] Tra le attribuzioni del Comune e della Commissione, dovrà essere quella che fa capo al Diritto Architettonico, in quanto l’opera esterna non tanto appartiene al proprietario quanto alla città» (estratto dalla Relazione al Piano di Bari Vecchia del 1930)
In armonia con la norma precedente, ma non si tratta di una no

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28/12/2011 - Sandro Lazier risponde a ettore maria mazzola

Tirato per i capelli, rispondo.
Conosco la posizione sua, che è quella di Salingaros e discepoli.
Posso capire, ma non condividere, le argomentazioni emozionali che cercano di tradurre in teoria uno stato d’animo avverso, secondo me per pregiudizio, a qualsiasi ricerca e novità formale.
La deriva demagogica che ne consegue non aiuta certo la comprensione di opere e architetti che, molto seriamente e spesso faticosamente, hanno riflettuto e lavorato ben al di là della propria vanagloria.
Gli appelli a presunte volontà popolari, al desiderio della gente e dei cittadini – ripeto che per me sono solo entità statistiche prive di un sentimento e di una volontà univoca – sono, questi sì, materia ideologica da maneggiare con cura. La storia, quella autentica, ce lo insegna.
Tema, quello dell’autenticità, che converrebbe approfondire con un confronto anche serrato, a condizione di metter da parte battute inopportune sull’onestà culturale di chicchessia, la facile propaganda dei luoghi comuni sul bello e la bellezza e altre amenità collegate come l’euritmia compositiva.

 

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Commento 10939 di pietro pagliardini del 21/12/2011


Decisamente la pensiamo in maniera opposta: l'Europa è fallita perchè non è l'Europa dei popoli. Non è giusto dire "non fallirà" è già fallita. Almeno in questa forma, l'unica, come oggi effettivamente è.
L'Europa dei cittadini, che non contraddice affatto quella dei popoli, dato che i popoli sono costituiti dai cittadini e non da zombi, avrebbe potuto esistere, convivere e svilupparsi serenamente e in pace, come è stato per 50 anni, attraverso la libera circolazione delle persone e delle merci. Con questi presupposti (che già c'erano) le persone si spostano da un luogo all'altro, si incontrano, si riconoscono in ciò che li rende uguali, la libertà e la dignità umana, e in ciò che li rende diversi (fortunatamente), la loro cultura individuale e quella del territorio di loro provenienza.
Questo avrebbe dovuto essere il processo naturale, che richiede tempo però, quanto nessuno lo sa, non l'accelerazione folle, scriteriata e forzata di un gruppo di ottimati spinti da ideali illuministici, ottimi per il settecento, e aggiungerei anche di ideali massonici (è una pura constatazione e non un pregiudizio).
I popoli esistono, fortunatamente, se lo metta lei il cuore in pace. E le dirò anche che è proprio in un vero stato sovrannazionale che le diversità e le specificità dei territori si esaltano, senza mediazioni intermedie quali lo stato nazionale. Ma non è un processo da qualche anno, è un processo storico, in cui il fattore tempo è insondabile, che non può subire forzature per diventare naturale e condiviso. Non siamo gli USA, nati da un guerra d'indipendenza, di liberazione direi.
Questa bruttissima Europa che con le sue leggi tutto omologa, dai cibi ai culi (l'esempio classico delle misure dei seggiolini del bus cui la perfida Albione giustamente si oppose, constatando che esistono culi diversi), l'Europa delle norme, della burocrazia iperpagata, questa sì vera casta fuori di ogni controllo, l’Europa delle regole impositive e astratte, proprio quelle che lei contesta alla commissione edilizia, non può che fallire. E poi questa è un’Europa tedesca.
Ci è stato imposto un modello economico che non ci appartiene. Non appartiene al nostro popolo perchè non appartiene agli individui che lo compongono. Ci hanno distrutto il tessuto economico connettivo che è fatto di piccole aziende, imponendoci un modello da grande industria. Già, ma secondo lei dobbiamo diventare tedeschi, evidentemente il modello di individuo ideale. Per fortuna che gli stessi tedeschi si stanno rendendo conto che stanno rinascendo vecchi fantasmi del passato contro di loro e si domandano se non stiano sbagliando qualcosa!
Voler imporre queste regole, senza alcuna democrazia, dato che l'Europa è governata da scelti, cooptati non da eletti, è una forma gentile di fascismo. E' un incubo orwelliano (cui sta dando una mano il nostro governo di migliori, la nostra piccola Repubblica dei filosofi platonica, guarda caso).
Alla sua ultima domanda rispondo così:
Sì, uno scatolone con il tetto è migliore di quello senza perché non ci piove (la tecnica) e perchè si conclude in alto (il linguaggio). Invece gli edifici modernisti, quando hanno i pilotis, non hanno inizio e non hanno neppure fine: sono pura astrazione geometrica che in basso nega la strada e quindi la città, e quindi la comunità, e in alto appaiono non finiti e pronti ad una sopraelevazione, come nelle case abusive con i ferri pronti.
Molto meglio sarebbe, ne convengo di buon grado, un edificio non banale con il tetto.
Però, almeno su un punto, potrebbe riconoscere che ho avuto ragione: il tema commissione edilizia è davvero sconfinato, un vero condensatore di molti temi apparentemente diversi.
Cordiali saluti

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21/12/2011 - Sandro Lazier risponde a pietro pagliardini

Non mi ha risposto sul paradosso dell'identità.
Ma non fa nulla. E' sempre interessante dibattere con lei.
Un sincero augurio di buone feste.

 

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Commento 10938 di pietro pagliardini del 20/12/2011


Difficile incontrarsi con lei Lazier che nega legittimità addirittura all'esistenza dei popoli. Le confesso che quello che dice Zevi per me vale quanto quello che dice chiunque altro perchè in genere mi interessa il contenuto e non il contenitore. Ho abbandonato l’idolatria da molto tempo e mi trovo veramente bene. Posso cambiare idea senza rinnegare nessuno.
Io non esalto il nazionalismo, figuriamoci, come so che l'uomo prova gli stessi sentimenti ovunque, che gioie e dolori sono condivisi da culture diverse, pur con reazioni espresse diversamente (ed è anche per questo che la gente prova nei confronti dell'abitare un sentimento orientato più alla "casa della nonna" che non alle più bislacche architetture moderne), ma negare la ricchezza dell'esistenza di culture diverse mi sembra non solo di un'astrattezza senza limiti, ma anche di un pericolo senza limiti. Il caso europeo ne è un esempio lampante: mettere insieme a forza ,con un’operazione elitaria e dall’alto, popoli diversi, anche se con moltissima storia e cultura comune, privarli della loro moneta imponendone un'altra e addirittura senza uno stato dietro è azione di cui oggi constatiamo drammaticamente il fallimento, oltre che essere atto di una violenza inusitata.
La costituzione europea, quando è stata messa a referendum, di massima non è passata: ci sarà un motivo! Forse sono ignoranti i popoli?
La “coabitazione forzata” di culture diverse è fonte di tensioni pericolose. Questo ideale mondialista e universalista che nega e reprime le diversità non solo non lo condivido affatto ma, nei limiti del possibile, lo combatto politicamente e culturalmente. Sono le grandi dittature che vogliono creare l'uomo nuovo: questi sono davvero i grandi fascismi.
Stalin ha tentato di annientare le diversità, sempre per creare l’uomo e il mondo nuovo, deportando da una parte all'altra dell'impero i popoli dominati, con il risultato di avere spinto ad esaltare le differenze e fatto rinascere più feroci di prima i nazionalismi. Le varie pulizie etniche nella ex Jugoslavia sono anche figlie della violenza con cui Tito volle tenere insieme popoli diversi. E lei dice che i popoli non esistono e non dovrebbero esistere! Libero di pensarlo, ma rifletta sul passato (che non è una parolaccia) per capirne le conseguenze su quegli individui che dice di esaltare. Si faccia un giro in Lituania e chieda cosa pensano dei russi che l’hanno desertificata abbattendone i boschi non solo per appropriarsi del loro legname ma per umiliarne l’identità.
Sul rapporto arte-architettura, l’esempio della bellezza dei prospetti è, come dire, scontato. Certo che c’è un aspetto di formalismo nell’architettura (ma Zevi non sarebbe propriamente d’accordo)! Quanti edifici hanno sul Canal Grande facciate bellissime mentre dietro e lateralmente sono non finiti! Ma questo dimostra sia il desiderio di rappresentarsi del committente (in armonia con il carattere della città, potremmo dire con la “bella” casa della nonna) ma anche di piacere al “popolo”. La componente artistica può essere presente in architettura, ed è auspicabile che ve ne sia, ma di qui ad assimilare l’architettura all’arte ne corre. E poi se c’è arte ci deve essere anche l’artista, e chi lo dice che gli artisti siano così numerosi! Se c’è davvero, stia tranquillo che esce fuori, senza fare tanto chiasso. La migliore architettura in genere nasce laddove maggiori sono i vincoli e i limiti (non i vincoli inventati dalle norme); se non c’è, esiste la statistica certezza che ci sarà solo chiasso.
Concludo con un esempio personale immagino analogo e contrario a quello che deve essere accaduto a lei.
Primi anni 90’. Comune di San Giovanni Valdarno, una piccola Siberia. Cooperativa di 12 alloggi in un PEEP ipermodernista che vieta le coperture a tetto. Obbligo di copertura piana. Proviamo a forzare la noma e ci facciamo il tetto. Viene bocciato. Ci adeguiamo, ovviamente. Il piano è oggi tutto realizzato: è una Siberia…senza tetto.
Oggi anche a San Giovanni Valdarno si costruisce con il tetto, ma non c’è una norma che costringe a farlo.
Forse è cambiato il vento. Era l’ora. Forse ad un conformismo se ne sostituisce un altro. E’ possibile.
Mi auguro che lei abbia protestato anche per casi analoghi al mio.

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20/12/2011 - Sandro Lazier risponde a pietro pagliardini

Zevi è maestro vero. Citarlo non fa mai male e rileggerlo dà una bella carica. A lei non servono i ricostituenti? Se no, beato lei.

Si metta il cuore in pace, Pietro, l’Europa non fallirà. Se è fallito qualcosa è proprio quel concetto incerto e francamente anche un po’ ipocrita di “Europa dei popoli”.
Ma l’Europa dei cittadini non fallirà. Meno popoli e più cittadini, questo è il nostro destino, malgrado le brusche frenate e le reazioni che inevitabilmente le crisi procurano da sempre. Crisi che costringeranno la boria patriottica a fare i conti con la necessità di un sereno futuro europeo per i nostri figli e nipoti.
Lei si chiede retoricamente se son ignoranti i popoli. Ma i popoli non possono esserlo. Nessun numero può essere dotto o ignorante. Solo gli individui, che sono soggetti pensanti, possono avere queste proprietà. Chi parla in nome del popolo assumendone per intero l’identità scivola inesorabilmente nella demagogia.
Infine, ecco il solito paradosso dell’identità.
Ci sono gruppi che, per affermare la loro diversità rispetto al resto del mondo devono pretendere all’interno del gruppo una severa omologazione, rifiutando in tal modo tutte le diversità individuali di chi il gruppo compone. Per realizzare l’identità del gruppo, al suo interno tutti si devono comportare allo stesso modo, contraddicendone in tal modo il fine: la diversità. La verità è che sono solo le persone ad avere un’identità, non i gruppi. Ed è la diversità dei soggetti che va tutelata, non quella dei popoli che non esiste se non in mondo esclusivamente retorico.
Per questo motivo trovo inopportuno il riferimento alle dittature che spazzerebbero le diversità a favore di un’omologazione diffusa. La quale non avviene certo a favore dei singoli che, nei regimi assoluti, sono i primi ad essere annientati. L’omologazione avviene verso un pensiero unico che, sempre, guarda caso, si veste architettonicamente con abiti classici, spesso tronfi e indigesti, ma confezionati secondo rigorosa tradizione, mai con architetture sinceramente moderne. (Il fascismo si servì della modernità per semplice propaganda; una volta al vertice si affidò al monumentalismo celebrativo di Piacentini.)
Un’ultima domanda: ma secondo lei, uno scialbo scatolone di periferia, col tetto o senza, fa differenza?

 

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Commento 10930 di vilma torselli del 20/12/2011


Mi incuneo brevemente e sinteticamente nel dibattito su un punto per me di particolare interesse.
Sul rapporto arte-architettura, sulla possibile ma non necessaria inutilità dell’una e la necessaria e sempre possibile utilità dell’altra, mi sembra illuminate ciò che Gramsci scrive nella sua ‘Letteratura funzionale’ sul fatto che l’architettura sola, tra le varie attività creative svolte dall’uomo (per esempio la letteratura) debba/possa essere “funzionale secondo un indirizzo sociale prestabilito”: forse perché l’architettura risponde a “necessità” mentre le “altre arti sono necessarie solo per gli intellettuali, per gli uomini di cultura”?
L’architettura, sulla scia di Persico e prima di lui di Sant’Elia, è per Gramsci linguaggio “pratico” di dimensione sociale attraverso il quale essa si incunea nella società reale, perché “proprio i ‘pratici’ si propongono di rendere necessarie tutte le arti per tutti gli uomini, di rendere tutti ‘artisti’ “.
In questa filosofia (o estetica) della prassi, dove l’architettura si qualifica come tramite per soddisfare i bisogni umani e delineare le relazioni tra organizzazione sociale e ambiente, sembra concludersi una conciliazione accettabile tra arte e architettura per la realizzazione di “un mondo socio-umano”.


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Commento 10928 di pietro pagliardini del 18/12/2011


Tema di straordinario interesse la “commissione edilizia” perché condensa quasi tutte le problematiche legate all’architettura moderna e al suo rapporto con il passato e con il presente, all’idea stessa di architettura e a quella di architetto e, come ribadito più volte dall’autore, al tema della libertà e dei diritti del cittadino.
La commissione edilizia - trascurando ovviamente le contingenti anche se non infrequenti storture quali l’essere spesso luogo di potere, favoritismi o prepotenze professionali, o di incapacità dei suoi componenti o di opacità delle decisioni prese, ma considerandone solo l’essenza teorica - rappresenta l’anello di congiunzione tra passato e presente, in quanto permanenza di una istituzione antica, erede delle decisioni collettive sulla città, entro una società atomizzata il cui protagonista è l’individuo. E’ il caso esemplare delle “pratiche pre-moderne dell’urbanistica moderna” di cui ha scritto Francesco Finotto. Ho diviso questo lungo commento in titoli, più ad uso mio che degli altri.

La Libertà
Lazier affronta l’argomento sotto il profilo della libertà del progettista, estendendone però il campo alla libertà dell’individuo. Non c’è dubbio che il nodo centrale del dibattito tra gli architetti sia questo, ma è la soluzione che egli propone, e che sembra dare per scontata, che è invece tutta da discutere e secondo me da confutare alla radice perché la progettazione architettonica non attiene al campo della libertà d’espressione artistica. D’altronde cosa c’è da aspettarsi da un “intellettuale della domenica” alla cui categoria probabilmente appartengo?
Intanto non vorrei parlare di libertà del progetto perchè la Libertà è una condizione di grado ben superiore, e direi una e indivisibile: o c’è o non c’è, non può essercene “abbastanza” per quella situazione o “poca” per quell’altra. Se c’è, ci deve essere piena per tutte quelle che sono le espressioni del pensiero umano, altrimenti non c’è. Poi c’è la legge che garantisce al cittadino, elencandole, determinate “libertà” ma sono specificazioni di “azioni” che siamo liberi di compiere o, al contrario, che ci sono negate, come quelle “libertà” che arrecano danni ad altri. Non è certamente ammessa la libertà di prendere a schiaffi una persona che ci ha causato un danno. E sì che talvolta il desiderio sarebbe forte, ed è pure un desiderio umano che però deve essere controllato e riportato nell’alveo della legge. Si può parlare in casi come questi, di violazione della nostra libertà? Direi proprio di no.
Dunque limitare alcune azioni, anche se scaturite dal pensiero umano, rientra nelle regole del contratto sociale che sta alla base dell’esistenza stessa di una società. Non si può gridare alla fine della libertà se determinate azioni sono impedite (dopo sappiamo che esistono legittimi ed autorevolissimi filoni di pensiero, soprattutto negli USA, che negano l’esistenza stessa dello stato, ma questo è un altro discorso), si tratta di determinare il giusto equilibrio tra chi privilegia il diritto naturale e chi invece il diritto positivo soggetto al mutare dei tempi e dei costumi e che si adegua diventando specchio di una determinata fase evolutiva della società. Si tratta dunque di determinare quali siano le “azioni” che appartengano esclusivamente alla sfera della libertà individuale e quali invece siano soggette a limitazioni affinchè la libertà di ciascuno non vada a configgere con quella degli altri fino a disgregare le fondamenta del contratto sociale.
Non c’è dubbio che l’espressione artistica non debba essere limitata o censurabile. Prendiamo il caso della scultura. L’artista deve essere libero di fare ciò che vuole e se non ha mercato vuol dire che non piace. Però, anche in questo caso, c’è un problema. Fino a che l’opera rimane nel campo del mercato o della pura passione individuale la libertà è assoluta, ma se l’opera dovesse diventare patrimonio pubblico, cioè essere collocata in una piazza, chi è autorizzato a prendere la decisione? Chi ha titolo per scegliere lo scultore Tizio o lo scultore Caio? In questo caso, infatti, si tratta di denaro e interesse pubblico e qualcuno deve assumersi la responsabilità di scegliere. Non credo possa essere un Responsabile del procedimento, un funzionario. Immagino che debba essere un amministratore eletto oppure un suo esperto di fiducia, che altro non è che una emanazione dell’amministratore. Dunque dovrà essere la “politica” a decidere. Mi è sembrato di capire che anche Lazier sia d’accordo su questo punto, con la precisazione che le minoranze debbano essere tuttavia tutelate, qualunque esse siano. Mi è sembrato di capire anche, in via deduttiva, che il “politico” non dovrebbe scegliere in base ad un principio estetico stabilito, perché dice, ed io sono assolutamente d’accordo, che lo stato non deve avere una cultura ufficiale, una cultura di stato.
Il principio è giusto ma la sua applicazione pratica lo è un po’ meno. Se ad esempio ci fosse d

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18/12/2011 - Sandro Lazier risponde a pietro pagliardini

Cercherò d’essere conciso. Pagliardini mi perdonerà la sintesi.
A proposito di libertà dice:
“Poi c’è la legge che garantisce al cittadino, elencandole, determinate “libertà” ma sono specificazioni di “azioni” che siamo liberi di compiere o, al contrario, che ci sono negate, come quelle “libertà” che arrecano danni ad altri. […]
Dunque limitare alcune azioni, anche se scaturite dal pensiero umano, rientra nelle regole del contratto sociale che sta alla base dell’esistenza stessa di una società.”

Imporre al prossimo cosa deve o non deve fare non c’entra nulla col contratto sociale ed è una grave limitazione della libertà personale. Dire cosa non si può fare è una cosa; dire cosa si deve fare è tutta un’altra. R. Barthes, una volta, parlando di linguaggio e della sua inclinazione al “conformismo”, affermò che questo non è per sua natura né conservatore né progressista; esso è semplicemente fascista, perché fascismo non è impedire di dire, ma obbligare a dire.
Obbligare il prossimo a rifare la casetta della nonna facendo leva sulla retorica del consenso è (re)azione storicamente nota.
A proposito di architettura e arte lei dice:
“Perché apprezzare solo le differenze degli individui e trascurare invece quelle delle Nazioni? Perché omogeneizzarsi come insieme, come nazione, annullarsi nella globalizzazione culturale e volersi invece distinguere come architetti creativi?”
Bruno Zevi, maestro sempre attuale, parlava di consorzio umano. Non a caso. Gli individui sono, per loro natura, degli elementi universali finiti, che non puoi sciogliere in aggregazioni maggiori quali nazioni, stati, collettivi o altri termini statistici privi di una volontà univoca. Io non credo che i popoli, le nazioni, le società in genere abbiano una loro volontà. Gli individui hanno volontà ed esprimono desideri, i popoli no. I popoli, le nazioni, esistono perché esistono gl’individui, unici degni di superiore tutela. Esiste la dichiarazione dei diritti dell’uomo, non quella dei diritti delle nazioni, delle associazioni, delle leghe o altre bislacche aggregazioni. Le nazioni sono solo realtà statistiche, matematica ad uso dell’amministrazione pubblica per fornire servizi ai cittadini (che sono individui). L’italianità, lo spirito dei luoghi, l’identità sono solo retorica ad uso dei robivecchi incapaci di riformare minimamente un linguaggio, che li opprime al punto da far loro confondere qualsiasi idea polverosa con la storia. La storia è cosa seria, tanto che ogni generazione deve scrivere la sua, proprio per non copiare e rifare gli errori di quelle che l’hanno preceduta.

“Tutte le arti mancano di utilitas, in senso oggettivo ovviamente e non soggettivo. L’architettura non può essere ridotta, e aggiungo sminuita, a pura manifestazione artistica.”
Io credo che palazzo Carignano del Guarini a Torino sia un’opera d’arte e d’architettura. Non c’era nessuna utilitas nell’inserire in facciata una semicupola svuotata. Una geniale e totalmente superflua forzatura, puramente linguistica.
Eppure, come dice lei, anche questa “architettura è fatta di tecnica, di lavoro collettivo di molti soggetti contemporaneamente e in tempi diversi, di manualità e di esperienze di individui diversi, di architetti e manovali, di committenti, di produttori e fornitori di materiali, di statica, di fisica, di impresari, di enti pubblici e di mille altre figure e situazioni.” Non vedo quindi nessuna preclusione affinché l’architettura, seppure descritta come lei fa, non possa essere una massima forma d’arte, capace di riformare il linguaggio. E non vedo proprio la ragione per cui l’architettura, come altra qualsiasi forma espressiva, non possa concorrere alla ricerca del rinnovamento linguistico. L’architettura di un paese ci dà la misura della sua civiltà dando forma alle sue speranze di rinnovamento. Dovremmo rinunciare alla civiltà per il fastidio di qualche reazionario intollerante? Che si costruisca le sue casupole, noi le tolleriamo, ma non si permetta di proibire agli altri di volare un po’ più in alto.

Il resto del commento cita il bene comune, il paesaggio, il patrimonio artistico (ma, se l’architettura per Pagliardini non è arte, non vedo cosa c’entri), la costituzione che dovrebbe tutelare questi beni. Ma la costituzione, non dovrebbe tutelare, in modo simmetrico, innanzitutto i cittadini e la loro libertà personale? Se a me non piacciono le caricature della storia e il loro proliferare - che questo sì, secondo me, devasta il paesaggio - la Costituzione mi difende?

 

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Commento 10821 di vilma torselli del 18/11/2011


C’è una sentenza del TAR del Piemonte (n. 657/2005) circa la legittimità di un permesso di costruire che recita: "Seppure la Commissione Edilizia abbia perso, a seguito delle innovazioni introdotte dal D.P.R. 380/2001, il suo carattere di organo necessario ex-lege – potendo oggi scegliere gli enti locali se conservarla o sopprimerla –, laddove si sia optato per la persistenza di tale organo, l’effettiva espressione di un parere da parte di una commissione illegittimamente composta da soggetti politici, in violazione del generale principio di separazione delle funzioni politiche da quelle amministrativo-gestionali (principio che ha portata generale ed è per ciò stesso in suscettibile di eccezioni che non siano espressamente previste dalla legge), inficia di conseguenza gli atti successivi del procedimento e travolge la legittimità del provvedimento finale".
Il che oltre a sancire il principio di separazione fra competenze politiche e competenze amministrative, in un certo senso sancisce anche la sostanziale libertà di giudizio, ma anche l'inutilità, della C.E.
Della quale peraltro, da sempre il parere è consultivo e non costituisce presunzione della emissione di concessione: secondo il T.U. sull’Edilizia (D.P.R. 380/2001) che ne mantiene in vita l'istituto, sulla base dell'art. 4 comma 2 la C.E. è facoltativa e disciplinata in base a quanto statuito nel Regolamento Edilizio di ciascun comune che di essa intenda valersi. Ovviamente, la decisione sottostà a logiche squisitamente politiche che prescindono da valutazioni estetiche o dalla originaria attribuzione della C.E. al momento della sua costituzione come ‘Commissione di ornato’ (r.d. 23 ottobre 1859 n.3702).
Se la C. E. può essere un alibi per scelte che nulla hanno a che fare con i suoi presunti compiti, c'è quindi da chiedersi perché un comune scelga di dotarsi di C.E. ed un altro no. Voglio dire, il problema va spostato su un piano politico, forse non sono le C.E. che impediscono "il confronto delle idee", è la strumentalizzazione che la politica ne fa, con la scusa di “fermare il brutto”.

Secondo me ci sarebbe da discutere sul fatto che "Così come ci si sceglie vestito e automobile e ci si esprime liberamente con parole e gesti, allo stesso modo si ha il sacrosanto diritto di abitare a proprio gusto e piacere ….. ", perché l'architettura ha peculiarità ben diverse da un abito o un'auto, beni di consumo di durabilità variabile e comunque contenuta: l'architettura resta, in particolare in Italia, dove si tende a conservare tutto indiscriminatamente, il ciclo vitale di un edificio può durare secoli, dopo di che difficilmente esprimerà il "modo molto intimo e personale di stare al mondo" di chi lo ha pensato, ma pur perdendo la sua giustificazione estemporanea resterà comunque e per lungo tempo un elemento connotativo dell'ambiente e del paesaggio (beni indiscutibilmente collettivi), anche se magari non era questa l'intenzione né del committente né del progettista. Mi sembra un nodo importante, ancorché di difficile soluzione.
Così come mi pare difficile scegliere tra la presenza di C.E. che censurino la libertà progettuale dell’architetto esprimendo poco deontologici giudizi di merito, e, in assenza di esse, sindaci o assessori che si inventino chissà quali “strumenti giuridici per fermare il brutto”. E magari sono pure geometri!

Il parallelo tra arte e architettura moderne, a mio parere uno dei temi portanti della cultura contemporanea, cozza da sempre ed inevitabilmente contro un discrimine irremovibile: l’arte è libera perché è inutile, l’architettura no, quantomeno non è inutile, quantomeno nella maggior parte dei casi.

Ma questa è un’altra storia.

Saluti


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Commento 10820 di Bela lugosi del 17/11/2011


Io pratico in svizzera e mi sono imbattuto in una vostra commissione in un caso di consulenza ad un conoscente.

Noto un paio di cose:

1. Le decisioni prese e le relative spiegazioni non sono neanche lontanamente razionali ma completamente soggettive, ridicole. Smontare le loro controtesi è un esercizio elementare e divertente, la tentazione di infierire anche pesantemente contro chi le ha esposte è irrefrenabile, ma vista la loro insindacabile onnipotenza è consigliabile valutare bene le strategie per non
compromettere definitivamente ogni futura possibilità.

2. Le commissioni suppliscono un carente sistema di diritto edile e tutelerebbero, di fatto, da una carenza professionale di chi progetta. Il problema è che se il progettista è scarso, le commissioni sono a loro volta formate e supervisionate dalla medesima scadente figura professionale: il geometra.

3. Nel mio paese il geometra è un ingegnere laureato in topografia, che si occupa esclusivamente di misurazioni geomatiche. Quando mi hanno spiegato quale mestiere svolge il geometra in italia, ebbene non capivo. Tra le sue competenze, per cui è formato, nessuna è pertinente alla progettazione, ne alla costruzione, ne alla gestione di un progetto. Quindi il geometra è, in architettura, una figura aliena, che in italia è comunque abilitato a progettare e anche a legiferare su questioni di teoria. Anzi, in Italia detiene il controllo dell'edilizia assieme ai costruttori e i promotori immobiliari.

4. Alcuni geometra italiani operano anche nel mio paese, ma sono attivi quasi esclusivamente nelle imprese di costruzione, con mansioni molto variate e spesso imprecisate: fanno un po di tutto e non lo fanno tanto bene.

Per concludere il mio punto di vista, io penso che le commissioni siano un inaccettabile abuso di potere, dal momento che limitano i diritti di certi (!!!) cittadini senza averne competenza e senza che ve ne sia un tangibile risultato qualitativo per la collettività. Il loro scopo può solo essere quello di esercitare potere economico e politico, di tutelare e perpetuare la loro casta professionale di geometra altrimenti destinata a morire.

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Commento 9284 di Flavio Casgnola del 23/02/2011


Carissimo Sandro, non posso far altro che condividere totalmente quanto sostieni...sia nell'analisi sia nelle conclusioni e, per una volta, devo dire che Palermo...è all'avanguardia, lo ha fatto da molto tempo...

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Commento 9273 di Gaetano manganello del 10/02/2011


Ringrazio Sandro Lazier per avere sviluppato e proposto il tema o meglio il problema delle Commissioni Edilizie. Io sono stato anni fa componente di commissione edilizia, la mia esperienza personale da componente e anche quella da progettista mi porta a fare queste considerazioni:
-Le commissioni sono centri di interessi economici
-L'interesse economico non collima con l'architettura
-I progettisti che sanno fare buona architettura sono una percentuale risibile della massa di tecnici che presentano progetti banalmente anonimi
-I funzionari comunali sono attentissimi ai parametri quantitativi, ma insensibili alla qualita' del progetto
-le leggi e i regolamenti edilizi sono assolutamente insufficienti a garantire costruzioni di qualita'
Che fare dunque?
Ritorno sull'argomento per fare chiarezza, penso che solo un buon medico abbia il diritto/dovere di esercitare la propria professione, e' in gioco la salute delle persone;
Penso che solo un buon architetto abbia il diritto/dovere di costruire, e' in gioco la vivibilita' e bellezza delle nostre citta' e del nostro paesaggio ( nostro=di tutti)
Bisogna allora stabilire chi ha le competenze e capacita' professionali di costruire architettura civile, e non basta una laurea.....non bastano nemmeno le varie commissioni edilizie.....
Proponiamo allora commissioni formate da esperti progettisti, critici di architettura, storici, ma anche artisti.....non si puo' pensare di abolire le commissioni rivendicando la liberta' di pensiero.....sarebbe come dare campo libero a orde di tecnici incompetenti.
Formiamo un movimento per la qualita' dell'architettura, rivendichiamo la bellezza del nostro paesaggio...cominciamo a educare le giovani generazioni.....riformiamo l'universita'
Uniamo i pensieri di tutti coloro che hanno a cuore la buona architettura....

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Commento 9272 di alessio lenzarini del 10/02/2011


Ovviamente d'accordo con tutto l'articolo di Lazier, che sviscera 'il problema dei problemi' dell'architettura italiana, mi permetto di discordare solo su un aspetto: l'annosa questione della commissione edilizia è talmente squallida e banale che non merita nemmeno una disamina così lunga e articolata e intelligente, perché alla fin fine si risolve in una pura e semplice questione di censura vs libertà d'espressione. Temo che ci sia poco altro da sviscerare. La commissione edilizia non può essere identificata in nessun altro modo se non come un organismo di censura linguistica che mina la libertà d'espressione del cittadino. Nasce dichiaratamente per fare quello e non fa altro che quello. Nessuna oggettiva analisi di natura tecnica viene demandata alla commissione edilizia, che si occupa unicamente di soggettive valutazione estetiche. Se un tale organismo repressivo fosse applicato, per legge e sistematicamente, a qualunque altra disciplina artistica o culturale, vedremmo quotidianamente decine di emeriti intellettuali incatenarsi in tutte le piazze d'Italia per protestare contro lo scandalo: applicata alla disciplina architettonica, sembra invece all'opinione pubblica normale e necessaria, compresa tragicamente anche l'opinione di moltissimi addetti ai lavori. Le ragioni di questo fatto possono essere tante e Lazier le analizza puntualmente: ma alla radice c'è il solito male dell'architettura italiana che versa nella condizione di disciplina artistica alienata ovverosia non percepita come tale nell'immaginario collettivo. Per l'architettura non valgono, evidentemente, i più elementari principi di libertà d'espressione che nessun cervello liberale e democratico si sognerebbe di negare alla letteratura o alle arti visive. Impedire la costruzione di un edificio perché "non si integra nel contesto" o più tautologicamente perché "non ha sufficiente qualità" o magari ce l'ha "sul prospetto nord ma non abbastanza su quello est" equivale ad impedire la pubblicazione di un libro perché offende il comune senso del pudore o perché disturba la sensibilità religiosa della maggioranza o, al limite del paradosso, perché non corrisponde ai parametri estetici di chi è deputato a porre il veto. La risposta scontata che mi sono sempre sentito dare, dai profani ma anche da molti colleghi, è naturalmente che un libro puoi scegliere se leggerlo mentre un edificio costruito sei obbligato a vederlo tutti i giorni. Come a dire che l'arte può essere davvero libera solo quando comunque rimane ghettizzata nel museo, nella biblioteca, nel ristretto e innocuo circolo di appassionati addetti ai lavori: mentre se esce in strada, se si mostra in pubblico, se aggredisce il fruitore-spettatore obbligandolo in qualche misura a considerarla, allora deve essere calmierata e regolamentata col saggio giudizio di pacati esperti che sappiano edulcorarne gli eccessi, per mandare tutti a letto tranquilli. Perché, ovviamente, l'unico risultato concreto e plausibile che la commissione edilizia può ottenere è quello di mitigare gli eccessi linguistici, per una sedativa concordia sociale, e non certo di innalzare il livello linguistico dei progetti più banali. Se non sai progettare, la commissione edilizia non può certo insegnartelo, e poi un progetto banale non fa male a nessuno, mentre se costruisci qualcosa di "strano" potresti allarmare qualche raffinato buongustaio del portichetto.

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Commento 9271 di Zennaro del 09/02/2011


La professione di architetto, e mi limito solo a questa, è ormai per buona parte misconosciuta. Non è possibile che un architetto, il giorno dopo che ha terminato gli studi, cancelli tutto ciò che ha imparato all'Università e si inventi una nuova professione tentando di mimare gli ingegneri, che notoriamente nulla sanno di qualità formale poiché non è il loro mestiere, e i geometri, che anch'essi occupano uno spazio professionale improprio. Nel suo sforzo di soddisfare il mercato delle costruzioni, non sapendo fare il suo mestiere, trova nella commissione edilizia la prima causa dei suoi problemi ed è il primo a plaudire alla sua eliminazione. Tutto si vorrebbe abolire, soprattutto la commissione edilizia formata dal macellaio e dal droghiere (o da tutti quelli menzionati), e credo che su questo punto non vi è nulla da eccepire. Quando, però, i primi ad abolire la conoscenza del mestire sono i mestieranti stessi non si capisce più di cosa si sta parlando. Chiedo venia se sono lievemente drastico, ma dovendo esaminare, da esperto (individuato senza collocazioni politiche), i progetti dei miei colleghi, ogni volta che lo faccio ne esco assai depresso (faccio parte di una commissione ambientale di esperti nata sulle ceneri della commissione edilizia). Tranne rarissimi casi sono proprio i professionisti stessi che, accampando giustificazioni improbabili (la più frequente si nasconde dietro la considerazione che bisogna pur mangiare, o che il committente vuole quella soluzione), producono edilizia faticosamente qualidficabile. Quando arrivano progetti, anche a volte azzardati, ma contemporanei, ci si apre il cuore. Non è ammissibile che nella maggior parte dei casi i geometri presentino progetti migliori di un architetto, che nascondendosi dietro la scusa di essere originale ad ogni costo propone banalità inqualificabili. Pertanto aboliamo pure tutto, ma in primo luogo proporrei di abolire il titolo di architetto, o conferiamolo ai soli che sono capaci di dare dimostrazione pratica di saperlo fare.
Credo che non siano le commissioni edilizie ad essere sottoposte a cancellazione, semmai la loro composizione, che sarebbe utile fossero composte da soggetti competenti. Andrebbe invece cancellata la incapacità di pensare l'architettura. In una democrazia che non ha valori da celebrare l'architettura non ha più senso (o ha senso solo se è opera d'arte che rappresenta il contemporaneo), e quindi per fare dell'edilizia basta un capomastro qualunque. Le lagnanze sono spesso frutto di incapacità di porsi e di trovare una soluzione.

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9/2/2011 - Sandro Lazier risponde a Zennaro

Se me lo concede vorrei essere chiaro e diretto. Il suo commento, a mio avviso, denuncia un evidente peccato originale: Vittorio Gregotti. Ovvero una irrisolta questione ontologica che riguarda l’architettura. Se postuliamo, quindi diamo per scontato, l’architettura essere qualcosa con dei confini definiti, siano essi funzionali, formali, sociali, ecc…, lasciando alla sua vocazione creativa e spaziale l’esigua parte restante, la poniamo sicuramente nella condizione d’essere trasmessa al prossimo con l’esempio e l’insegnamento, come un mestiere, come giustamente, dal suo punto di vista, lei la intende. Un mestiere a cui si richiede anche, finalmente quando si parla di qualità, un minimo di fantasia creativa.
Se invece, come io credo l’architettura essere sostanzialmente l’architettura, ovvero una semplice tautologia, quel luogo della creatività che ha per oggetto lo spazio, ovviamente abitato delle persone, ma principalmente rivolto a sé stesso, allora le cose cambiano. Cambiano perché non c’è più nulla da insegnare e, dagli insegnamenti, trarre una qualche misura qualitativa universalmente condivisa. Si può insegnare la tecnica dell’architettura, come la grammatica e le tecniche pittoriche. Una buona scuola serve a questo. Ma non si può insegnare a esser poeti, artisti e nemmeno architetti.
Per cui, oltre ad abolire il titolo – architetto, in fondo, è colui che è autore di opere di architettura, ingegnere, geometra, macellaio non importa, anche se non possiede il titolo specifico – occorrerebbe rifondare l’università, istituendo magari una laurea in tecnica dell’architettura, lasciando libertà d’insegnamento (nessuna laurea, nessun valore legale) alle varie anime e correnti culturali che, onestamente, non possono più stare dentro la stessa chiesa sopportando gli uni le eresie degli altri. Smettendo di gabellare la società con l’ipocrisia che tutti gli iscritti all’ordine sarebbero garanti di una competenza equivalente e certificata, faremmo un grande salto verso quella tanto ambita qualità dell’architettura di cui sentiamo parlare da anni. Ma in modi, ovviamente, del tutto diversi. E soprattutto potremmo fare a meno di commissioni e commissari che tutti, a loro modo, si sentono istituzionalmente competenti.

Per finire, e qui rispondo anche al commento di G. Manganello, voglio ricordare che la qualità non si raggiunge per induzione, ma per competizione, che non è una cosa bella. Vuol dire concorrenza d’idee, da difendere spesso con lo scontro, che a volte vuol dire ripudio di ciò che si pensava prima. Grado zero, direbbe Zevi. Ma quanti Zevi occorrerebbero in Italia nelle commissioni edilizie di 8.000 comuni?

 

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Commento 9270 di Gaetano manganello del 09/02/2011


Penso che le Commissioni edilizie non debbano essere abolite, molto semplicemente dovrebbero essere formate da componenti qualificati anzi da Architetti Progettisti con all'attivo una grande esperienza e diverse architetture costruite e riconosciute di qualità'. Essi dovrebbero utilizzare questa esperienza per dare giudizi sulla qualita' degli edifici proposti dalla maggioranza di geometri e ingegneri e purtroppo anche di architetti che non hanno la minima idea di cosa significhi architettura contemporanea di qualita'.
E, naturalmente di bocciare quella maggioranza di progetti presentati in modo da togliere a chi fa scempio del paesaggio con la miriade di anonima casupole costruite, la possibilita' appunto di costruire.
La qualita' del progetto e non la becera osservanza delle quantita' urbanistiche.
Da progettista rivendico la possibilita' di essere giudicato da altri progettisti, e non da "tecnici" nominati dai soliti politici per favorire i soliti clientelismi.
Le stesse considerazioni sono valide anche per le Soprintendenze, per fortuna non tutte, molto spesso composte da tecnici che comprendono soltanto il cosiddetto stile soprintendenza nazional-tradizional-popolare.

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Commento 9252 di giacomo airaldi del 31/01/2011


ben detto, ottimo! erano anni che non leggevo qualcosa di cosi pacato e pregnante nello stesso tempo come il tuo scritto. Sarebbe da mandare a tutti i membri di commissioni edilizie. Io condivido tutto
saluti Giacomo

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31/1/2011 - Sandro Lazier risponde a giacomo airaldi

Grazie Giacomo.
Il testo è a disposizione di tutti quelli che condividono quanto ho scritto.
Sarebbe molto importante che, lettori con qualche influenza sulla stampa locale, lo proponessero per la pubblicazione. Forse si riuscirebbe a fare un po’ di chiarezza e a parlare pubblicamente e diffusamente di un argomento che a molti interessa mantenere nella massima omertà.
Da parte mia do fin d'ora il consenso alla pubblicazione.

 

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Commento 9255 di angelo errico del 31/01/2011


Perché imporre a Matera l'uso di certi materiali per costruire nella zona dei sassi? Perché ad Alberobello non si può usare una persina a lamelle in ingresso di un trullo, oppure una porta in anticorodal? Perché a San Giminiano o a Castiglion della Pescaia non si può inserire nell'abitato anche storico, un box auto per la propria vettura con tutte le tecniche costruttive della contemporaneità anziché camuffarlo con rivestimenti di pietra antica? Per non parlare poi di quei regolamenti che vogliono nei cimiteri, le lapidi tutte di marmo con scritte di un certo colore e calibro. Concordo sì. Sacrosanto il diritto del buon gusto proprio sul proprio territorio. E poi c'è tutto quel discorso pure! di decoro della facciata. Ma qui si sposta il mirino della questione. Però in certi casi non è possibile anche quando i proprietari tutti concordano magari sul modificare un ingresso, un balcone, per un buon gusto contrario della Sorpintendenza. Ma c'è chi come Sgarbi, sulla difesa della bellezza ( la sua, a parer suo! ) ha scritto libri su libri. E quindi, con Lazier, la partita finisce 1-1.

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31/1/2011 - Sandro Lazier risponde a angelo errico

Una partita alla pari con Sgarbi è improbabile: pesi troppo diversi. Lui brucerebbe dieci persone per salvare un Raffaello; io dieci Raffaello per salvarne una. Purché questa non sia lo stesso Sgarbi.

 

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Commento 9254 di stefano lettini del 31/01/2011


Complimenti! cosa possiamo fare per estirpare la dittatura della commissione edilizia? sono pronto a collaborare.

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Commento 9253 di alberto scarzella del 31/01/2011


Quanto scrive Sandro Lazier è addirittura lapalissiano e forse proprio per questo suo aspetto poco condiviso dai burocrati e dagli ipocriti.
Da quando la responsabilità della concessione ad edificare non ricade più sul Sindaco (cittadino che può non avere conoscenze tecniche sufficienti all'esercizio di un corretto controllo delle conformità del progetto alle precrizioni di legge e dei regolamenti) ma sull'ingegnere capo, dagli Statuti di alcuni Consigli Comunali la Commissione Edilizia è stato stralciato l'articolato che istituiva e regolamentava la Commissione Edilizia. Purtroppo le amministrazioni Comunali che hanno aggiornato il loro Statuto sono pochissime. Quelle poi che hanno mantenuto le Commissioni Edilizie non hanno ritenuto di dover pretendere che i giudizi negativi debbano essere supportati da motivazioni che consentano di essere contestate e discusse.
Noto è il fumosissimo giudizio: non si inserisce nel contesto ambientale. Naturalmente senza la precisazione di quali siano gli elementi che impediscono questo naturale inserimento.
Cosa possiamo fare per contrastare questa ignobile prassi?
Gli Ordini sono sordi su questo tema. Recentemente ho cercato di responsabilizzare quello della provincia di Milano. Sono passati mesi nel silenzio più assordante.
Se qualcuno ha qualche concreta proposta per attivare azioni a difesa di quanto Lazier ha denunciato sono disponibile e con me, sono certo, diversi colleghi. Parliamone.

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