Giornale di Critica dell'Architettura
Opinioni

Un anno molto difficile

di Sandro Lazier - 30/12/2011


Mi ero promesso una riflessione di fine anno – un anno molto difficile – da proporre ai lettori in vista di quella che sarà sicuramente una svolta nella professione degli architetti. L’imminente riforma degli ordini professionali.
Ci vorrebbe quindi un attimo di calma, ma ho appena smesso di polemizzare con un pasdaran del capitello, un guerrigliero dell’italianità perduta, ovvero quell’avanguardia del gambero che al grido di “indietro tutta” vorrebbe convincere in particolare me, su questo giornale, di quanto siano brutti, sporchi e cattivi, ma soprattutto pericolosi, Bruno Zevi e tutta l’architettura della modernità. Oltretutto dandosi arie d'innovatore e insieme martire d’un sistema culturale che lo emarginerebbe dalla cultura che conta.
Questo tale si chiama Ettore Maria Mazzola, discepolo dell’antidecostruttivista per eccellenza Salingaros. Egli vanta, a suo dire il Mazzola, l’orgoglio d’aver proposto di trasformare il corviale romano in una caricatura dell’ottocento neoclassico, ovvero in una Duckburg a buon mercato.
Applaudito da forchettoni di bocca buona, effettivamente potrebbe essere l’occasione per dare al popolo sovrano una bella fetta di strapaese e sopire in questo modo il dissenso per la crisi per un prossimo paio d'anni. Sane salcicce de’no’artri al posto dell’odiata omelette, forse più attuale e raffinata, ma, perdio, d’importazione. Ma che futuro avranno queste persone?

Abbiamo necessità di rinascere, di recuperare vent’anni di letargo conservatore, vent’anni di nausea per le minestre rifatte e riscaldate, le sagre della zucca e del culatello; vent’anni di degrado morale, civile e finanche sessuale perché da vecchi, quel che succede a letto, è farsa; vent’anni senza nessuna crescita né etica, né sociale, né civile, né tantomeno estetica.
Siamo arrivati al fondo della sopportazione politica, in mano a partiti despoti, senza idee e novità, padroni assoluti dello stato e di istituzioni cresciute fine a se stesse e alle poltrone di chi le governa, sotto ricatto di lobby, categorie, associazioni, comitati e ogni altro genere di forma collettiva senza la quale un cittadino resta solo come un pirla. Ma un pirla da spremere fino alla fine. Viviamo in uno Stato vorace, che succhia così tante risorse da non conoscere nemmeno la quantità di cui ha bisogno. Non esiste più bene comune, libero per davvero. Il mondo non è più di tutti, è un fatto comunque privato, pubblico o personale che sia: i parcheggi blu hanno pervaso il globo. Il bene comune è ormai proprietà dei partiti e dei loro capi. Senza il loro consenso si sopravvive, ma non si partecipa a niente e non si fa nulla.
Ebbene, in una situazione del genere, c’è ancora chi vive nell’ottocento, con gli ideali e le aspettative dell’ottocento, e le propugna ottusamente come una soluzione attuale.
Abbiamo, al contrario, l’assoluta necessità di fare un salto in avanti di almeno trent’anni, non indietro di centocinquanta. Questa crisi, arrivata inattesa per l’incapacità e la pigrizia di comprendere quanto sia grave e pericoloso dormire sugli allori del passato e della tradizione (economia compresa, incapace di crescere e rischiare), sarà greve di diete e rinunce e ci priverà di tante cose. La speranza è che le diete non riguardino i sentimenti e le idee innovative, le uniche capaci di risollevarci dalla palude conservatrice in cui ci siamo infilati. La speranza è che, chi ci guida in questo momento, sappia dare spazio alla concretezza degli ideali e alle loro efficaci rappresentazioni formali. Tra queste c’è l’architettura, che in Italia deve recuperare il suo spazio prima di tutto creativo, cacciando dai luoghi che contano personaggi arcaici, inaspriti dall’invidia e dalla sterilità inventiva, che si dichiarino antichi o moderni non ha importanza. Abbiamo bisogno d’una nuova gioventù d’idee, che sappia finalmente immaginare un futuro, perché di gente che s’immagina il passato ne abbiamo abbastanza. Un futuro che sicuramente sarà europeo e che, nelle mie possibilità, farò di tutto perché lo sia, per mia figlia e per le mie nipotine, per le quali non riesco a immaginare un domani diverso da quello europeo, multietnico, multiculturale e rispettoso della dignità della preziosa persona, unico vero territorio inviolabile.
Ho suggerito, con una lettera alla Presidenza del Consiglio, di proporre agli stati membri di far suonare poche battute dell’inno europeo prima degli inni nazionali. Occorre sentirsi europei, prima che italiani, padani, piemontesi e, per quanto mi riguarda, albesi e di sinistra Tanaro, per non marcire tutti nel nostro bel paese soffocati dalla retorica.
È con questa speranza europea che auguro il buon anno in generale ed in particolare al Presidente Monti e al suo governo e al Presidente Napolitano che lo ha voluto alla guida del Paese.



(Sandro Lazier - 30/12/2011)

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Commento 11107 di vilma torselli del 18/01/2012


nazzareno romano pierandrei, sai che non l'ho capita?
Sei pro o contro? E nel caso, pro chi e contro chi? Stai parlando di politica o di architettura? Intrigante il rimando Monti-Colle, vuol richiamare una scala dimensionale simbolica? o l'hai scritto a caso?

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Commento 11105 di Emmanuele pilia del 17/01/2012


Mi sto perdendo nella lettura dei diversi commenti. Debbo dire che il detto che vuole i due litiganti visti da fuori come entrambi in torto anche questa volta conferma la sua veridicità. Mi permetto di fiancheggiare però Sandro Lazier, che nel suo articolo fa una considerazione che mai in Italia dovremmo smettere di fare: stiamo vivendo un ritardo pauroso, e stiamo pagando lo scotto di decenni di ricordi dei bei tempi che furono.

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Commento 11104 di nazzareno romano pierandrei del 15/01/2012


Ho suggerito, con una lettera alla Presidenza del Consiglio, di proporre agli stati membri di far suonare poche battute dell’inno europeo prima degli inni nazionali. Occorre sentirsi europei, prima che italiani, padani, piemontesi e, per quanto mi riguarda, albesi e di sinistra Tanaro, per non marcire tutti nel nostro bel paese soffocati dalla retorica.
È con questa speranza europea che auguro il buon anno in generale ed in particolare al Presidente Monti e al suo governo e al Presidente Napolitano che lo ha voluto alla guida del Paese.

A Monti ed all' uomo del Colle facciamoli santi subito. Sarà l' Eterno a giudicarli.

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Commento 11103 di pietro pagliardini del 14/01/2012


Vilma
ho apprezzato il tuo modo elegante e garbato di darmi amichevolmente e bonariamente dello stupido con la storia del dito e della luna. Però io non ho voluto calcare la mano su quella piccola ingenuità dell'wifi, non ho voluto cioè sfruttare una modesta debolezza per rivoltare la frittata a mio vantaggio (vantaggio di cosa poi).
Io credo di avere capito il senso di quello che tu avevi scritto e che riconfermi adesso con: "Curiosa la tua inversione tra causa ed effetto, tra funzioni che passano e città che restano, prima lo schema e poi le funzioni che lo utilizzano ….. accidenti, il ‘900 è passato invano dalle tue parti!".
Il '900 è passato dalle mie parti e non del tutto invano.
Cerchiamo di distinguere le "funzioni" dai grandi processi sociali ed economici, che forse è meglio.
Lo so anch'io, sembrerà strano, che la trasformazione della città avvenuta nel '900 è la conseguenza di grandi trasformazioni economiche avvenute nella nostra civiltà occidentale, più o meno simili a quelle che stanno avvenendo nei paesi emergenti o già emersi. Non è a questo che mi riferivo, è ovvio.
Ho detto e riconfermo, e in questo non c'entra davvero niente l'antichismo o il passatismo o il krierismo architettonico o lo stile o il linguaggio architettonico o il desiderio di vivere in una città "a misura d'uomo", medievale o cinquecentesca o disneyana o vernacolare e quant'altro di analogo, ma c'entra l'adesione ad un pensiero, ad una vera disciplina di lettura ed interpretazione della città che ha individuato regole che non sono eludibili pena ...... e qui viene il punto. Pena che cosa?
Secondo me pena l'anti-città e allo stesso tempo l'anti-campagna o forse la non-città e la non-campagna. Perchè dico questo? Perchè esistono principi di formazione e crescita della città in base ai quali, soprattutto in base alla conformazione della rete stradale, certi luoghi sono destinati dalla forma e strutturazione della rete, non dal destino, ad essere centrali ed altri no.
Inutile che parta dall'origine, è chiaro che luoghi nodali erano luoghi geografici privilegiati, e nel tempo anche determinate "funzioni" sono diventate nodali (ma la cattedrale e il comune non erano collocati in luoghi marginali, stanne certa). E' sicuro che esiste una interazione tra funzioni e centralità, ma se un luogo urbano è anti-nodale, diciamo marginale, la funzione in esso insediata sarà soggetta a deperimento e abbandono. Se va bene a trasformazione.
Quando i nostri sindaci o i nostri architetti individuano un luogo che per cause varie diventa oggetto di interesse, il primo pensiero è: cosa ci facciamo? Ecco, questa è una grande stupidaggine perchè la domanda dovrebbe essere: come la facciamo? Non come dal punto di vista del linguaggio ma dal punto di vista urbanistico. Le domande da porsi sono: quell'area è connessa alla città? Come facciamo per connetterla? e la rete web non c'entra niente perchè non richiede un sindaco, ma solo i gestori delle reti telefoniche e dati.
E infine: può diventare area centrale? Può essere utile, cioè, per una funzione urbana importante? Se sì necessiterà di determinate funzioni, se no di altre.
Questa è la trasformazione della città che non può seguire gli sfizi di nessuno, esattamente come alle origini, quando ci si insediava lontano dalle paludi, o in prossimità degli sbocchi tra valli diverse per ovvi motivi di scambio e possibilmente vicino all'acqua. O in alto per difesa, lungo percorsi di crinale.
Invece si fa esattamente l'opposto. Si fanno piazze che non potranno mai assurgere al ruolo di piazze, se non per la targa, e quindi degraderanno in breve, come la città nel suo complesso. I centri commerciali, anch'essi soggetti a degrado, hanno tuttavia una loro perversa logica, come tutti i non-luoghi o super-luoghi che dir si voglia (areoporti, grill autostradali, ecc), perchè sono completamente autosufficienti e indifferenti rispetto alla città ma finalizzati ad altro. Ma quando si parla di città si parla, appunto, d'altro.
Ciao
Pietro


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Commento 11100 di vilma torselli del 11/01/2012


Pietro, evidentemente non sono riuscita a farmi capire, volevo indicare un piccolo spicchio di luna e invece sono riuscita a mostrare solo il mio esile, fragile e insignificante dito.
Ci riprovo.
Ho citato, banalmente, lo riconosco, il sistema wifi, la più vistosa e palese delle innovazioni che stanno cambiando il mondo, volendo significare che, in pochi decenni, si sono concretizzati e si concretizzeranno significativi parametri mediante i quali misurare l’efficienza di un sistema urbano, dei quali gli studiosi, storici, teorici dell’urbanistica di solo pochi anni fa necessariamente ignoravano né potevano prevedere l’esistenza, il che rende oggi almeno datato, certo non voglio dire inutile, il loro lavoro.
Curiosa la tua inversione tra causa ed effetto, tra funzioni che passano e città che restano, prima lo schema e poi le funzioni che lo utilizzano ….. accidenti, il ‘900 è passato invano dalle tue parti!

Il continuo superamento della tecnologia, che ne determina l’obsolescenza, è il motore che spinge a inventare sempre qualcosa di nuovo e di migliore, a superare il limite, a mandare avanti il mondo che tu vorresti mummificato in uno stato di “stabilità” per un utilizzo “costante e duraturo”, uno scenario allucinante che si ripeta all’infinito in una sorta di Truman show per cervelli anestetizzati.
Per fortuna ci sono i folli che pensano l’esatto contrario, e per fortuna “solo coloro che sono abbastanza folli da pensare di poter cambiare il mondo, lo cambiano davvero.”
Specie oggi, quando persino tutte le cosiddette scienze esatte, la matematica, la biologia, la fisica, la chimica, nonché la storia e persino la geografia si mettono in gioco, si dibattono in una profonda crisi di identità, si interrogano su sé stesse.
Specie oggi, quando le tracce della particella di dio fortunosamente comparse nel fantomatico “tunnel Gelmini” scuotono dalle fondamenta niente di meno che l’universo einsteiniano dimostrandoci che nulla di tutto ciò che conosciamo può essere dato per scontato e che siamo condannati alla ricerca perpetua.
Poiché prevedo mi dirai che non c’entra niente il bosone di Higgs con l’architettura, preciso che utilizzo il paradigma a scopo puramente evocativo di un clima di dubbio generalizzato, di incertezza, insicurezza ed anche, per ciò che mi riguarda, di curiosità nei riguardi di un futuro sempre meno prevedibile, tranne che in architettura e urbanistica, dove è consigliabile un fermo immagine, anzi una bella marcia indietro, soluzione tolemaica ma certamente rassicurante.

Il paragone evoluzionista, mutuando parole dalla genetica, mi sembrava, evidentemente a torto, di comprensione facile ed intuitiva.
Nessun individuo nasce nuovo, nasciamo senza nulla di nostro, nasciamo solo con un vecchissimo patrimonio altrui che parte dai nostri genitori ed arriva ad uno sconosciuto Australopitecus afarensis, ma la vita che vivremo, quella sì, è nostra, irripetibile ed unica, è il nostro contributo alla continuità, il nostro modo di portare l’antico nel presente, vivendo oggi, non in un passato che non c’è più, non in un futuro che non c’è ancora.
Vivendo il presente testimoniamo il passato senza il quale non esisteremmo, non dobbiamo frugare nei bauli del nonno per provare che abbiamo un passato, ne siamo dimostrazione concreta in ogni momento della nostra esistenza, qui e ora. Perciò l’uomo ha in dovere di agire nel presente, per permettere ad altri che verranno di avere un passato.
In architettura succede un po’ la stessa cosa, l’architettura di oggi non nasce dal nulla, ha anche lei le sue radici nella caverna dell’Australopitecus afarensis, nell’architettura di oggi c’è dentro tutta una storia, bisogna decifrarla e non rifiutarla, ci consegnarà una delle chiavi di lettura del tempo in cui viviamo.

Forse non sono riuscita a spiegarmi neanche ora, ma ho cercato di fare del mio meglio, uno sforzo che merita che tu non mi risponda parlandomi di incroci, di negozi nel cantone, di tabaccherie strategiche.

Oltretutto, io sono contraria al fumo.

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Commento 11099 di alessio lenzarini del 10/01/2012


Proseguendo il dialogo con Pagliardini, ebbene sì: non solo considero il relativismo un valore, ma addirittura lo considero IL valore fondativo di tutta la modernità, la svolta filosofica epocale che distingue la modernità da tutte le epoche culturali che l'hanno preceduta (ognuna delle quali ha sempre elaborato la propria verità assoluta). Il relativismo è la possibilità dell'autodeterminazione dell'individuo, è il dovere-piacere per ogni individuo di autocostruirsi il proprio universo di valori e idee, senza alcuna garanzia di verità oggettivamente condivisibile, con la sola consapevolezza che ciò che in cui crediamo deve avere significato per noi, perché scegliamo di crederci e ne sentiamo soggettivamente l'importanza, senza la rassicurazione che possa essere vero in assoluto. Il relativismo, conseguentemente, è anche accettazione ed esaltazione della complessità e della contraddizione, che diventano a loro volta valori strutturanti della modernità (come diceva Zevi: la modernità è quella che fa della crisi un valore). E la prima consapevole ineliminabile contraddizione (concettualmente raffinatissima) è proprio quella di credere nell'unica verità che non esistono verità: darsi il solo dogma dell'assenza di dogmi.

Limitando il discorso all'arte, mi sembra evidente che tutti i macro-eventi che caratterizzano l'arte del ventesimo secolo (rendendola ineluttabilmente diversa da tutti i fenomeni artistici precedenti) trovino la propria ragion d'essere proprio nell'esplorazione del trittico relativismo-complessità-contraddizione. Basti pensare, solo per fare l'esempio più eclatante e immediato, alla impellente necessità, a inizio novecento, di abbandonare qualunque codice che in qualche misura ponesse un vincolo di oggettività e di regola: non solo il codice classico o le strategie compositive centralizzate in architettura, ma la metrica in poesia, la linearità temporale-narrativa in prosa, la rappresentazione figurativa nelle arti visive. Abbandoni che testimoniano da un lato l'ansia di totale libertà espressiva dell'artista moderno, ma dall'altro anche e soprattutto la necessità di svincolarsi da qualunque forma di sistema linguistico prestabilito che potesse 'puzzare' di oggettivo e di assoluto e in quanto tale risultasse inadeguato ad esprimere il relativismo del proprio tempo. Poi, è chiaro, la grande avventura dell'arte e della cultura moderna è quantomai variegata e pluralista e riassumerla in quattro parole proprio non si può. Mi sto semplicemente riferendo a quelli che sono, perlomeno nella mia visione, gli assunti-chiave che ancora oggi differenziano la modernità da tutte le esperienze culturali precedenti.

Spero che possa essere chiaro, quindi, in che senso usavo, nel mio precedente commento, il termine 'assolutista': non certo come offesa, ma come attribuzione di un atteggiamento culturale anti-moderno o, se vogliamo, pre-moderno. Ritengo che a esprimere le proprie idee, tra l'altro, non si possa mai offendere nessuno, anche quando le idee prendono posizione negativa nei confronti di altre idee.

Rispondo anche ai due quesiti che mi poneva Pagliardini:

"è sicuro che l'arte pre XX secolo, cioè tutta la storia dell'arte e del pensiero umano, si riduca a ricerca tecnica e non vi siano invece contenuti espressi attraverso un raffinata tecnica?"

Non mi sono mai sognato di affermare che nell'arte dei secoli passati ci fosse solo tecnica e non contenuti. Anche perché in tal caso praticamente non ci sarebbe stata arte. Dico soltanto che l'assoluto primato del contenuto sulla ricerca tecnica emerge in tutta la sua dirompenza con la modernità, con l'autoproclamata libertà dell'artista, innanzitutto linguistica ma anche tematica (basta fare le madonnine su commissione, dipingo quello che dico io!), e soprattutto con l'affermarsi del concetto che l'arte 'serve' innanzitutto a fare pensare il pubblico (a stimolarne il libero pensiero...). Voglio dire: sono certissimo che anche per Caravaggio l'obiettivo fosse fare pensare il pubblico, solo che il contesto culturale in cui operava non gli consentiva neanche lontanamente di farlo con la stessa incisività e pregnanza che gli artisti del novecento hanno saputo conquistarsi.

"E quindi è altrettanto sicuro che l'arte del XX secolo ponga l'accento sui" contenuti" dell'opera e non piuttosto "sull'autore" dell'opera stessa, sulla sua storia, sul suo "percorso", sulle sue "intenzioni" e basta, con ciò mettendo proprio in secondo piano il contenuto dell'opera che diventa, infatti, marginale e talora volutamente inconsistente?"

Autore e contenuto talvolta possono coincidere: è una delle grandi idee dell'arte del novecento. Non stiamo parlando ovviamente di vita privata dell'autore (cosa fa l'artista dietro le mura di casa non mi interessa minimamente), ma di importanza culturale che viene a rivestire l'autore stesso in rapporto alla sua opera. Infatti, se ciò che conta nell'opera è innanz

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Commento 11098 di pietro pagliardini del 08/01/2012


Vilma, non è che non conosca la rete wifi e che non ne apprezzi le potenzialità. Ma io sono fermamente convinto, perchè lo si osserva ovunque, che non sono le "funzioni", per quanto importanti, a determinare la "funzionalità" di una città.
Le funzioni passano, la città fatta del suo hardaware (strade, edifici privati e pubblici, piazze) resta ed è la rete urbana a determinare DOVE si concentrerà anche la rete wifi, non viceversa.
Per rimanere sulla rete wifi, vorrei proporti due scenari:
1) la sua diffusione è facile. In effetti lo è, è solo questione di investimenti e non credo nemmeno stratosferici. Comunque ipotizziamo che lo sia. Con questa condizione essa potrebbe estendersi a tutta la città in maniera praticamente indiscriminata. A questo punto l'aggregazione non potrà che concentrarsi sempre negli stessi luoghi nodali determinati dalla struttura urbana, perché essa non sarà più una rarità e quindi gli utenti andranno laddove comunque naturalmente convergono le persone e le attività altre, non solo lo wifi.
2) la sua diffusione è costosa o difficile o non conveninete e quindi si dovranno selezionare i luoghi. Mi sembra evidente che si darà prevalenza a quelli dove comunque ci sono spazi pubblici (i privati lasciamo stare che ci sono già in molti locali pubblici), cioè nei luoghi nodali. Ad Arezzo, che non conta molto è vero, ma qualcosina conta, è cominciata qualche anno fa nelle piazze del centro. Però io non ho visto molta gente con pc all'aperto, ma li ho visti, eccome, nei bar del centro. Del centro, bada bene.

Inoltre, ormai lo wifi mi sembra pure superato dalle connessioni internet dirette che ogni tablet ha, come ce l'hanno i cellulari e che determina una totale delocalizzazione. Non c'è luogo, urbano e non dove non ci si possa connettere, salvo qualche anfratto tra i monti. Ma proprio questo continuo superamento della tecnologia ne determina l'obsolescenza rapida ed impedisce comunque che questi fattori possano avere stabilità e determinare la forma della città e il suo utilizzo costante e duraturo.
Non esiste attività o funzione che dir si voglia che possa, alla lunga, invertire l'ordine delle cose. Alla fine l'hardware vince sempre e un commerciante che vuole vendere (e durare) dovrà posizionarsi in quei luoghi dove passa più gente. I centri commerciali sembrano l'unica eccezione, ma anch'essi sono soggetti a decadimento rapido e in America stanno chiudendo, ma anche in Italia. E comunque non sono luoghi, sono non-luoghi, per l'appunto. Certo altri ne aprono, ma questo dimostra la sostanziale instabilità di questo sistema.
Quegli amministratori scellerati che pensano di creare dei poli urbani ex-novo, per darsi lustro, sforzandosi di inventare funzioni adeguate, senza tenere conto della rete urbana e di tutte quelle pedanti ma efficaci analisi di cui parlavo nella risposta precedente alle tue obiezioni, finiscono nell'abbandono, anche se si trovano in luoghi geograficamente centrali, addirittura nel centro storico. Non basta l'essere baricentro geometrico, occorrono altre qualità per diventare aree nodali.
C'è un proverbio molto toscano (lo so che i proverbi sono proverbi e basta, ma insomma, si fa per sdrammatizzare) che dice:
"col negozio in un cantone ci sa fare anche un coglione".
L'angolo, cioè l'incrocio, raccoglie quasi il doppio dei flussi e quindi i negozi nel cantone, con le vetrine e gli accessi in due strade, sono più favoriti, e tuttavia non tutti gli angoli hanno il medesimo peso. Se fai caso, specie nelle grandi città, in centro, i tabaccai sono quasi sempre "nel cantone" (osservazione da fumatore) anche perchè vendevano, ora assai meno, non solo sigarette ma anche pipe, accendini non a perdere e oggetti regalo di un certo pregio (carte da gioco, roulette, ecc).
Lo sapeva anche Hausmann che nel suo piano di Parigi ne fece una quantità industriale (di incroci, non di tabaccai).
Ciao
Pietro

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Commento 11097 di vilma torselli del 08/01/2012


Per Pietro.
Sempre più spesso ci potrà capitare in futuro di passeggiare in un centro cittadino e vedere locali, parchi e spazi pubblici dove gente comodamente seduta dialoga con l’ufficio, la casa, raccoglie informazioni, si scambia opinioni, accede agli uffici pubblici, legge e compie altre svariate attività grazie alla copertura Wi-Fi di aree pubbliche sempre più estese, già accade a Bologna, a Roma, a Verona, Udine, Mestre ……
Non è difficile ipotizzare che, in breve tempo, progetti dedicati al Wi-Fi e alla nuova frontiera di orientamento urbano chiamato Bluetrack interamente basato su tecnologia Bluetooth (quella di Bologna, per esempio) costituiranno il più importante richiamo aggregativo del tessuto urbano grazie ad una rete interconnessa che giustificherà, essa sola e con tutta la sua virtualità, “perchè e dove una piazza sia proprio in quel punto e non in un altro”, perché un settore della città sia più frequentato di un altro, ridefinendo un metodo di indagine della crescita e dell’evoluzione tipologica del tessuto urbano agganciato a parametri che fino ad ieri non c’erano e dei quali, per ragioni cronologiche, Caniggia ignorava l’esistenza, come per i frattali (che per la verità già esistevano ma probabilmente non gli interessavano).
Frattali che sono una specie di ombrello sotto il quale ci sta di tutto, a seconda dell’intenzione, e vanno bene se supportano le teorie di Salingaros, sono ininfluenti se applicati all’arte moderna e ai quadri di Pollock, dove la sequenza spaziale distributiva dei bianchi e dei colorati è, sì, frattalica, ma non vuol dire niente, trattandosi dell’opera di un originale imbrattatele alcolista che si è schiantato con l’auto ubriaco fradicio.
Giudico paradossale studiare la “realtà territoriale” del mondo, costruito da e per l’uomo, in modo limitatamente strutturalista e ritenere inutili “sociologia o psicanalisi o psicologia o statistica (?) o teorie politiche, ecc” , discipline che studiano l’uomo artefice di quel mondo, così come ritengo del tutto discutibile la pretesa scientificità dell’urbanistica interpretata da chiunque, una scienza deve, fra l’altro, avere supporti statistici e permettere la ripetibilità dell’esperimento, cosa che evidentemente in urbanistica non avviene, altrimenti non saremmo qui a discutere.
“l'ontogenesi dell'individuo e la filo-genesi della stirpe a cui esso appartiene, stanno fra loro nel più intimo rapporto causale. La storia del germe è un riassunto della storia della stirpe, o, con altre parole, l'ontogenesi è una ricapitolazione della filogenesi”: parafrasando Haeckel, credo sia questa l’unica base “antropologica” (e culturale e fisiologica) che si possa invocare nell’agire umano, qualunque siano gli esiti, nei quali, proseguendo la metafora dell’evoluzionismo, variabilità ed ereditarietà sono fenomeni correlati e complementari, l’una legata al caso e responsabile delle mutazioni, l’altra alle necessità riproduttive ed a leggi o meccanismi di trasmissione dei fattori ereditari.
Senza dare per scontato che la trasmissione dei caratteri ereditari avvenga senza travagli, dato che c'è sempre qualcuno/qualcosa di recessivo che viene sacrificato sull'altare dell'evoluzione, si potrebbe però dire che oggi stiamo assistendo ad una mutazione dell’architettura, una mutazione genetica ed estetica che la sta trasformando da “oggetto tettonico portatore di regole “disciplinari” codificate nel tempo e di verità costruttive assolute in oggetto performativo cioè un’ architettura come dispositivo che produce fenomeni, come involucro di un’ azione, come filtro che renda visibile il fluire delle “forze invisibili” della società e che evidenzi le azioni umane” (Annalisa Chieppa, 2008, La morte del dettaglio).
E’ così che oggi l’architettura, per quanto ti possa apparire lontana e povera di contenuti, di teoria, di prassi, ha l’occasione di raccontare da vicino, fedelmente e in tempo reale, le mutazioni (genetiche) delle città che “esistono da millenni” e dell’uomo che a te, che vivi su Marte, non risulta essere cambiato.

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Commento 11096 di pietro pagliardini del 08/01/2012


Rispondo su due soli punti a Lenzarini.
Evidentemente se lei ritiene che il relativismo sia un valore diventa difficile comprendersi. Tra l'altro lei oppone al relativismo "l'assolutismo", che connota non solo una forma politica ma anche una forma di pensiero impositivo piuttosto che il riconoscimento dell'esistenza di alcuni principi assoluti, di cui ad esempio, la libertà ne è uno fondamentale. Quindi lei non solo fa uso di termini impropri e li usa come un'arma di offesa (pacifica), e può darsi che non fosse sua intenzione, ma soprattutto una volta di più evidenzia la contraddizione intrinseca dei relativismi, quella cioè di dichiarare assoluto ciò che invece si vorrebbe presentare come relativo. Questo è l'aspetto che trovo divertente nel relativismo.
E le pongo inoltre un quesito in due parti: è sicuro che l'arte pre XX secolo, cioè tutta la storia dell'arte e del pensiero umano, si riduca a ricerca tecnica e non vi siano invece contenuti espressi attraverso un raffinata tecnica? E quindi è altrettanto sicuro che l'arte del XX secolo ponga l'accento sui" contenuti" dell'opera e non piuttosto "sull'autore" dell'opera stessa, sulla sua storia, sul suo "percorso", sulle sue "intenzioni" e basta, con ciò mettendo proprio in secondo piano il contenuto dell'opera che diventa, infatti, marginale e talora volutamente inconsistente? Se io infatti taglio una tela, esattamente come Fontana, ma dico che è una mia opera, nessuno potrà apprezzarla proprio per il fatto che in sè non vale niente, non ha contenuto alcuno (non più di un quadro Ikea) in quanto separata dal suo autore e dalla sua storia.
Cordiali saluti

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Commento 11093 di alessio lenzarini del 07/01/2012


Rispondo volentieri a Pagliardini. Ovviamente non intendevo riferirmi al livello di difficoltà del percorso progettuale, bensì al livello di profondità concettuale delle tematiche sviluppate. Dell'architettura 'tradizionale', progettata oggi, il meglio che si può dire è che esprima contenuti irrimediabilmente insipidi e banalotti, totalmente svuotati di qualunque interesse, poiché vecchi di qualche secolo e quindi lontanissimi da qualunque problematica o riflessione che possa stimolare concettualmente o coinvolgere emotivamente l'uomo contemporaneo. Il peggio che si può dire (ed è un po' quello che penso io) è che sia una pratica culturalmente repressiva, emanazione di una visione sociale votata all'instaurazione di ordine, regole, omologazione, conformismo: non soltanto vuota riproposizione di modelli linguistici obsoleti (nella chimera di un facile consenso di pubblico) ma anche e soprattutto consapevole tentativo di depotenziare la disciplina architettonica erodendone il contenuto artistico (in quanto tale problematico e socialmente disturbante). E non a caso, la posizione culturale degli architetti 'tradizionalisti' si estende ben oltre i propri confini disciplinari, arrivando solitamente a deprecare e condannare tutta l'arte del ventesimo secolo, la cui principale caratteristica consiste infatti nell'avere incentrato l'attenzione sul contenuto dell'opera piuttosto che sull'abilità tecnica e nell'avere concepito l'idea (per la prima volta nella storia dell'uomo) che l'unico vero fine dell'arte sia stimolare il pubblico al pensiero: mi sembra quindi fin troppo evidente che il reale motivo del contendere, ciò che anima l'architettura 'tradizionalista', non sia semplicemente l'adozione di un linguaggio architettonico, bensì l'affermazione di una concezione reazionaria della realtà, dove le conquiste valoriali della modernità (per intenderci: il trittico relativismo-complessità-contraddizione) vengano addormentate con la riproposizione di vecchi schemi valoriali assolutisti.

Detto questo, rimango sinceramente allibito (e un po' divertito) nel leggere la frase di Pagliardini: "Il difetto più grave dell'architettura moderna è proprio la semplicità, intesa come povertà di contenuti, di teoria e, di conseguenza, di prassi." Che dire? Per allinearmi in limpidità di analisi, potrei rispondere così: "Il difetto più grave dell'architettura 'tradizionale' è nell'essere troppo minimale e antidecorativa"

Per concludere, solo una precisazione terminologica: non mi sognerei mai di invocare una "educazione delle persone semplici", come mi attribuisce Pagliardini: preferisco di gran lunga parlare di "stimolare il pubblico al pensiero". La differenza è fondamentale: da una parte si suppone che esista una verità da inculcare, dall'altra si offre un libero pensiero alla libera interpretazione.

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Commento 11092 di pietro pagliardini del 07/01/2012


Vilma, cercherò di chiarire meglio. Io non conosco, e se qualcuno me lo vuole spiegare non con sensazioni ma con qualcosa di più approfondito, un metodo che assomigli anche vagamente a quello scientifico per studiare e quindi portare i risultati di quest studi in ambito urbano, che non sia quello di Muratori-Caniggia. Nikos Salìngaros ne ha studiato un altro partendo da principi matematici e tutto sommato ha moltissimi punti di contatto con il primo.
Il primo, quello di Muratori, avendo avuto una evoluzione più lunga e quindi più soggetti che l'hanno sviluppato e approfondito, e soprattutto essendo nato in Italia, è più radicato in questa realtà, ne ha studiato la crescita e l'evoluzione tipologica, i metodi di aggregazione in diverse realtà territoriali, è partito dall'osservazione puntuale e metodica di varie città (Firenze, Roma, Venezia, Como, ecc) fino al punto di poterne trarre principi generali. Quello di Salìngaros è decisamente più "moderno", è legato alla teoria delle reti, di cui quella urbana fa parte, e anche qui se ne deducono principi generali sempre validi.
La cosa sorprendente è che Caniggia, pur non conoscendo suppongo i frattali e comunque non li cita mai (anche per motivi temporali), parla di "legge dei successivi raddoppi", sia in ambito edilizio che in ambito urbano: "Tutto dipende dal fatto che in qualsiasi molteplicità, l'uomo e i suoi prodotti tendono unitariamente a riconoscersi per gradi scalari, e non per elemento costituente di quella molteplicità senza tramiti successivi. Ad esempio nella società l'uomo si riconosce per moduli successivi, dei quali il minore è la famiglia.. Ma nessuno di noi si sente parte dell'umanità o del mondo occidentale o della nazione italiana senza ammettere una serie di moduli mediani oltre la famiglia. Che lo vogliamo o no, ciascuno di noi è vincolato a gradi intermedi, il vicinato, il rione, il quartiere, la città, la provincia, la regione, entità sociali che hanno una proiezione nella fisicità del nostro ambiente, nella struttura del nostro spazio. Vi è dunque sempre un sistema di moduli e soprammoduli tale che la molteplicità ne viene contenuta da una gradualità di relazioni, in cui ciascun uomo si possa riconoscere non solo come elemento tra elementi di numero indefinito, ma come elemento di un sistema da lui stesso comprensibile per una certa possibilità di apprendere i confini di ogni modulo intermedio" (Caniggia-Maffei).
Ecco, questa è una teoria (ovviamente molto più complessa e completa) che lega l'uomo allo spazio da lui stesso creato in base a leggi molto precise, ricavate dalla lettura dei tessuti, che mai fanno riferimento allo "stile", come non parla mai di stile Salìngaros, ma che di fatto lega la tradizione non alla nostalgia del passato ma ad un metodo che è probabilmente di carattere antropologico addirittura ad una sorta di partecipazione della specie umana alla natura nella sua interezza (le leggi frattali su cui ha scritto Salìngaros).
A questa cosa si contrappone? Si contrappongono interessanti e affascinanti collegamenti a varie discipline (sociologia o psicanalisi o psicologia o statistica o teorie politiche, ecc) ma del tutto prive di sistematicità e quindi parziali. Lo stesso Lynch, che pure con le sue teorie percettive si avvicina spesso agli stessi risultati di Caniggia e di Salìngaros, non sviluppa una teoria completa ma analizza aspetti importanti della percezione della città.
Detto questo vengo alla mia presunta contraddizione che tu individui, mi sembra di capire, nello scarto esistente tra teoria urbana e architettura. L'architettura cui faccio riferimento, semplificata nelle "puntazze e nelle scatolette" non può essere l'architettura per quella città cui mi riferisco idealmente e di cui parlano i sopracitati, perchè essa è interamente ed esclusivamente basata su pura "volontà e gusto personale", su creazioni astratte da ogni riferimento antropologico e quindi dalla tradizione, intesa come metodo conforme all'aggregarsi dell'uomo in quelle comunità organizzate che sono le città, le quali esistono, è bene ricordarselo, da diversi millenni.
E adesso, dopo tutti questi millenni, arriva qualcuno che dice: e no, gli altri hanno sbagliato tutto, non ci hanno capito niente, o almeno "l'uomo è cambiato" e quindi anche l'abitare deve cambiare. Chi l'ha detto che l'uomo è cambiato? A me non risulta tanto: i sentimenti sono gli stessi, per dirne una. Però è la società ad essere cambiata, si dirà. Certo che è cambiata (ma se si ammette questo non vedo messa bene la teoria di Lazier che non esistono i popoli e quindi dubito possa esistere la società) ma in cosa è cambiata? Nel grande sviluppo della tecnica. Ebbene, questo richiede forse spazi molto diversi? Per quale motivo? Io sono qui a scrivere al PC in rete in una spazio normale, lo potrei fare ovunque, in treno, forse con meno concentrazione, dentro una stanza triangolare o dentro una stanza di 6x6, cioè in una cellula elementare. L'onere della pr

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Commento 11090 di vilma torselli del 06/01/2012


Pietro, nel tuo intervento rilevo alcune vistose contraddizioni che ti sottopongo.
Studiare "i processi di crescita e di formazione delle varie tipologie …. come gli edifici si aggregano a formare le strade e quali siano le gerarchie che si instaurano ….. perchè e dove una piazza sia proprio in quel punto ecc." penso sia ciò che possono fare e probabilmente fanno tutti gli architetti che si apprestino a progettare, non è questo il punto su cui discutere, il punto, ed è proprio ciò che tu critichi, è l'esito che deriva da questa analisi.
Ciò che tu non consideri e non ammetti è che qualcuno, da questi preliminari, possa derivare il progetto di "tre scatolette incastrate, o quattro puntazze al vento", secondo te necessariamente frutto di "sensazioni personali e poco più", senza cultura e senza storia.
Guarda che per andare contro corrente bisogna conoscere i percorsi della corrente, chi inventa qualcosa di nuovo, in tutti i campi, lo fa perché ha sviluppato una conoscenza critica del vecchio ed affronta con nuovi mezzi "il dramma del passaggio dal vecchio al nuovo e quindi in sostanza l'eterno dramma del processo evolutivo."
Le dinamiche sociali sono le più difficili da ricreare artificialmente, ma anche da conservare immutate o sviluppare a tavolino secondo evoluzioni future difficilmente prevedibili o assolutamente impreviste (la globalizzazione e la multietnicità, per esempio).
Ma per te dallo studio dei processi del passato deve scaturire per forza un progetto "tradizionale", non importa che sia coerente con la società (moderna) che lo utilizzerà, basta che sia coerente con la tradizione della società che realizzato quei progetti 100? 200? 300? anni prima.
Mi pare un punto di vista assai poco democratico per uno che vuole chiamare il popolo a scegliere e poi decreta a priori che, se vorrà dimostrarsi ‘intelligente’, non dovrà/potrà optare per "scatolette incastrate", ma solo per soluzioni "tradizionaliste".
Sarà forse la scelta più ‘votata’, ma solo perché è difficile per i non addetti ai lavori immaginare qualcosa di diverso o contrario a ciò che fa parte del loro immaginario consolidato ed in questo senso, penso al commento di Lenzarini, risulta noto, già visto, rassicurante e perciò più ‘semplice’ da capire ed accettare.
Rinunciando ad un’occasione, quella di guardare oltre il proprio naso e captare il respiro del mondo, dove sta andando, dove potrà/vorrà arrivare.
Perché la tradizione va, appunto, tradìta (o tràdita, come vorrebbe l’etimologia), essa è una lunga storia di regole e norme consolidate disattese, ribaltate, abbandonate, e "quando la nuova regola o configurazione si afferma, il tradimento si trasforma in tradizione [……] Proprio questo è il significato etimologico della tradizione: essa è la storia dei tradimenti passati". (Ada Cortese)

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Commento 11089 di pietro pagliardini del 05/01/2012


In fin dei conti alessio lenzarini, lei ha detto solo una grossa sciocchezza. Ma grossa ben oltre ogni limite immaginabile e dimostra di parlare di argomento che evidentemente non conosce troppo bene.
Lei forse crede che progettare un edificio "tradizionalista" sia mettere due archetti, una colonnetta, una loggia, una scala esterna con profferlo, due falde spioventi e il il gioco è fatto.
Roba semplice per gente semplice.
E invece crede che costruire una scatoletta in ca, magari a sbalzo, con una vetrata su un lato sia opera altamente complicata, parecchio cerebrale e quindi da dover spiegare per farla capire ai più e quindi "educarli". Praticamente sarebbe un manifesto di educazione delle persone semplici.
Probabilmente non sa quanto sia difficile progettare un edificio tradizionale, quanto studio richieda, quanti grandi studiosi si siano dedicati a determinare i processi di crescita e di formazione delle varie tipologie, diverse da area ad area. E non sa quanto sia ancor più difficile lo studio della città e di come gli edifici si aggregano a formare le strade e quali siano le gerarchie che si instaurano tra l'una e l'altra, e perchè e dove una piazza sia proprio in quel punto e non in un altro e come certi edifici si collochino in una strada piuttosto che in un'altra, e che esistono luoghi nodali e luoghi antinodali, e cosa significhi questo e che certe "funzioni" non bastano a qualificare un luogo qualsiasi ma sono intimamente legate alla trama urbana.
E' così difficile che non si impara da "vecchi", bisogna formarsi da giovani nei banchi dell'università naturalmente avendo la fortuna di incontrare i docenti giusti. E poi si deve studiare ed esercitarsi a ragionare in un determinato modo, a non farsi fregare dalle "sensazioni", pure importanti, ma vagliarle alla luce della teoria.
A fare tre scatolette incastrate, o quattro puntazze al vento, o doppi volumi fuori scala è facile per tutti, c'è poco da studiare. E il bello è che non potrà esserci, alla fine, nessun criterio oggettivo per giudicarne la qualità, solo sensazioni personali e poco più. Quindi, anche volendo accettare il suo ragionamento, cosa diavolo potrebbe "spiegare" ai semplici da educare se non esiste altro criterio che quello del giudizio personale?
Il difetto più grave dell'architettura moderna è proprio la semplicità, intesa come povertà di contenuti, di teoria e, di conseguenza, di prassi.
Applicare la psicanalisi all'architettura, dicendo che la simmetria è violenza e l'asimmetria liberazione può sembrare intrigante, ma non corrisponde al vero e non corrisponde a niente.
Le do' un consiglio: ci provi a progettare un edificio tradizionale, ma non uno a caso, uno in un luogo specifico, e lo sottoponga al giudizio di chi ne sa più di lei. Sarei proprio curioso di sapere se supererebbe l'esame.
Io ad esempio non lo supererei, nonostante mi sforzi ogni tanto di farlo, non per prova ma per professione. Chissà perchè quando faccio quello che so fare, quello che ho imparato, quelo che mi è stato ...insegnato è dire troppo, inculcato è più adatto, cioè le scatolette e affini, pare che nel mio piccolo ambiente ristretto e provinciale me la cavi con una certa sufficienza. E le dirò, riscuote anche un certo successo di pubblico: segno che le persone semplici capiscono le cose semplici.
Auguri

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Commento 11087 di ettore maria mazzola del 04/01/2012


Scusi Lazier,
ma l’unico ad offendere è lei con accuse gratuite, quanto patetiche, ed è ridicolo che accusi me di farlo. Conosco bene questo sistema, utilizzato in politica internazionale da molti presunti pacifisti, quindi rispedisco al mittente l’accusa, e le dico che mi sono limitato a farle notare che si esprime dicendo "Tra due teorie contrapposte non miro alla loro sintesi. Difendo la mia con tutte le energie possibili, perché prevalga"si comporta come un dittatore.
Se il suo giornale parte dal presupposto che ciò che non si condivide (per ragioni ideologiche e non logiche) debba criticarsi a priori, addirittura prima ancora che i disegni e le relazioni descrittive siano noti, se permette è un giornale che non conosce il significato dell’obiettività. Così come non vedo nulla di strano nel farle notare che l’antitesi dovrebbe divergere (per motivi logici) dalla tesi, mentre lei propone (e progetta) cose trite e ritrite dalla “cultura” egemone.
La sua frase “Lei, se riesce a fare i suoi quartieri “aggiungendo rispettosamente”, lo faccia senza patemi. Noi glieli criticheremo come abbiamo sempre fatto” non può quindi che essere riassunta nell’aforisma di Viollet-Le-Duc: «amiamo vendicarci delle conoscenze che ci mancano con il disprezzo ... ma sdegnare non significa provare».
Quanto al dittatore di Bananas, se lo ha dimenticato, si tratta di un personaggio di Woody Allen che, dopo aver combattuto per cacciare il dittatore, prende il potere e si comporta peggio del predecessore, imponendo cose stupide come: “da oggi le mutande andranno cambiate due volte al giorno e, per poter controllare che la cosa avvenga, andranno portate sopra, e non sotto gli indumenti!”. Se permette, non c’è nulla di imbarazzante in tutto ciò, mi sembra un paragone azzeccatissimo con chi dice di combattere un sistema imponendone uno ancora più rigido e ideologizzato.
Quanto al commento di Lenzarini, sarebbe interessante sapere come mai si esprima con frasi come “la differenza tra sedicenti 'tradizionalisti' e veri architetti”, poiché nella realtà i veri architetti sono quelli che cercano di fare architettura, mentre quelli sedicenti tali sono coloro i quali si limitano a produrre edilizia … ma probabilmente questa sfumatura è difficile da comprendere.
Il problema degli architetti lobotomizzati in nome del modernismo è che, come nel mito della caverna di Platone, sono fermamente convinti che la loro visione distorta della realtà corrisponda alla verità assoluta … non importa se al di là dell’antro possa trovarsi un mondo migliore che li inviti a riflettere. Del resto, per chi si è formato (spesso non per propria colpa) in maniera sommaria e facilona, risulterebbe troppo faticoso rimettersi a studiare, così risulta più facile accusare chi ne sappia più di lui di essere in errore! «amiamo vendicarci delle conoscenze che ci mancano con il disprezzo ... ma sdegnare non significa provare».
Pensavo, sbagliando ovviamente, che si potesse instaurare un dibattito utile e costruttivo con chi, pur pensandola diversamente in termini di estetica, sembrava davvero intenzionato a combattere un sistema degenerato … ma sono bastati due post per chiarirmi le idee. Non c’è peggior sordo di chi non voglia ascoltare. Esco quindi da questa caverna, lasciandovi godere delle ombre che tanto credete vere e vi affascinano!

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Commento 11084 di alessio lenzarini del 03/01/2012


In fin dei conti, la differenza tra sedicenti 'tradizionalisti' e veri architetti si riassume con poco. C'è chi ritiene, citando il fine umorista Massimo Bucchi, che "Alle persone semplici bisogna dire cose semplici. Così restano semplici". E c'è chi invece ritiene sia importante (culturalmente e socialmente) impegnarsi per fare il contrario.

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Commento 11083 di ettore maria mazzola del 02/01/2012


Gentile Lazier,
lei dice: "Tra due teorie contrapposte non miro alla loro sintesi. Difendo la mia con tutte le energie possibili, perché prevalga".
Io le dico che questa è la posizione di tutti i dittatori, perché le teorie come le sue, sono assolutamente personali, e non condivise.
Lei quindi predica bene e razzola male ... sembrava che detestasse le imposizioni, evidentemente lei è come il dittatore di Bananas!
Lei accusa noi di "copiare dal passato", ma è del tutto fuori strada, chi sostiene l’architettura filologica” non copia, ma aggiunge rispettosamente.
Io non copio mai nemmeno me stesso, io e quelli come me, cerchiamo di intavolare un dialogo con ciò che ci circonda. Il suo problema è che, sapendo fare solo “monologhi atti a far sì che la sua opinione prevalga” non potrà mai provare a dialogare con il contesto, ed accuserà sempre chi sia in grado di farlo di essere in errore … comodo, no?
Quindi dice "Difficile, quindi, per me continuare un confronto sull’architettura senza l’architettura (perché quella da voi proposta, tale non considero). La creatività è il mio paraocchi senza il quale non m’interessa vedere nulla, almeno su questo giornale".
Ebbene, le devo tristemente far notare che l'architettura senza architettura è l'edilizia, ovvero ciò che lei pratica nella sua professione e sostiene con il suo giornale. Tra l’altro, un giornale che si chiama "antiThesi", si suppone debba provare a divergere, con argomentazioni sostenibili, dalla tesi corrente, ciò che non farà mai per non crearsi nemici tra coloro che le fanno comodo.

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2/1/2012 - Sandro Lazier risponde a ettore maria mazzola

Scusi Mazzola, lei continua a insultare me e il giornale che dirigo con Ferrara da 12 anni. Non abbiamo mai chiesto niente a nessuno e ricevuto niente da nessuno. Tutto avviene per puro, autentico e libero spirito critico. Lei non può accusarci d’esser servi di qualcuno o peggio dei leccapiedi. La nostra storia di giornale e personale lo dimostrano. Dittatore di bananas, poi! È imbarazzante! Per lei che lo afferma, ovviamente…

Senta, sono nonno da tre anni di due stupende nipotine. Siccome devo incontrarle ogni sera – e le assicuro che è una gioia sopraffina- non voglio rovinarmi l’umore litigando per causa della filologia. Lei, se riesce a fare i suoi quartieri “aggiungendo rispettosamente”, lo faccia senza patemi. Noi glieli criticheremo come abbiamo sempre fatto, perché questo è il mondo della critica (se no a che servirebbe). E tutto finirà li.
Auguri

 

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Commento 11082 di ettore maria mazzola del 02/01/2012


Caro Lazier,
se lei dice “Occorre limpidamente dichiarare la propria parzialità e offrirla al confronto”, perché poi sostiene di essere “schieratissimo e poco disposto ai compromessi ideali?”.
Un confronto sano, anche quello combattuto su toni aspri, serve ad aggiornarsi e a crescere per trovare, insieme, delle soluzioni che soddisfino tutte le parti in causa. Diversamente, il “primadonnismo” e la “convinzione di onnipotenza” servono solo a stimolare le rivalità, e finiscono per creare delle barriere insormontabili che portano solo all’acutizzarsi dei problemi.
Gli architetti, ma tutti gli artisti in genere, risultano infettati da questo “virus”.
Nell’ultimo film di Woody Allen c’è un bellissimo scambio di battute tra il protagonista, aspirante scrittore di romanzi, ed Hemingway. Il protagonista chiede al grande scrittore di leggere il suo manoscritto per dargli la sua opinione. Hemingway, in tutta onestà, gli dice a muso duro un qualcosa che suona così: “non chiedere mai ad uno scrittore di giudicare il tuo romanzo, ti dirà sempre che fa schifo perché noi scrittori siamo invidiosi e rivali, e non accettiamo il successo altrui!”
È tristissimo, ma è proprio così, gli artisti vivono nella rivalità e, di questi tempi, vivendo in un’era imbastardita dal consumismo, dalla frenesia e dalla “voglia di apparire”, essi tendono a non ascoltare nessuno, e a superare sé stessi in termini di stravaganza … pur di apparire.
Quando questo avviene nelle arti in genere, il problema è relativo, perché risulta limitato al loro ristretto campo d’azione, un libro, un museo, una sala per concerti, una parete di casa, ed è una scelta personale quella che fa sì che una persona comune entri in contatto con quell’”opera d’arte”, leggendo quel libro, visitando quel museo, ascoltando quella musica, o appendendo sulla parete di casa un determinato quadro.
Quando però questo si verifica tra gli architetti, gli effetti collaterali sono ben diversi, perché gli architetti modificano lo spazio vissuto e, con le loro realizzazioni, possono influire positivamente, o molto negativamente, sulla salute psicofisica delle persone.
Arroccarsi dunque in un mondo tutto proprio, dove per poter dare libero sfogo al proprio estro creativo un architetto può arrogarsi il diritto di non ascoltare il parere degli utenti finali della sua opera, ridotti al ruolo di “cavie umane” su cui testare le proprie convinzioni, porta alle estreme conseguenze che stiamo vivendo oggi, dove le città risultano sempre meno vivibili e, a detta della Commissione Europea per l’Ambiente, gli edifici che abbiamo realizzato negli ultimi 70 anni risultano responsabili del 51% del consumo energetico e del surriscaldamento del pianeta … un bel successo se, come lei sostiene, “Per voler bene al mondo, oggi, occorre essere problematici”.
Io, sbagliando, penso che la nostra presunzione di onnipotenza, tanto cara al suo Zevi che sosteneva che chiunque poteva ritenersi un poeta dell’architettura, debba essere messa da parte, per riprendere la “retta via” che abbiamo smarrito.
Le rammento che in Italia, l’ultimo (o forse il penultimo) ad aver passato la sua vita dicendo “io non sbaglio mai” è stato Mussolini, e si è visto la fine che ha fatto.
Che senso ha dire “Noi cercheremo di ostacolarla”? Perché uno, senza conoscere il lavoro di una persona, dovrebbe a priori decidere di ostacolarla? Ovviamente la risposta è nella frase di Hemingway di cui sopra.
Ma questo non è il modo giusto per progredire, è un modo un po’ infantile e litigioso di farsi la guerra l’un l’altro, modo che non giova né all’uno né all’altro. Questo sistema fa sì che, a pagarne le conseguenze, sia l’ignara società, costretta ed assistere inerme ad una guerra ideologica che, in quanto tale, è una guerra stupida.
Lei mi chiede:“Chi non ha limiti culturali e parzialità di vedute? Lei, forse? Ha verità tali da ritenersi completo culturalmente e detentore d’una verità indiscutibile?”
Io le rispondo che non ho, e non presumo di avere, delle verità indiscutibili, però ho avuto il coraggio, fin da studente, di mettere in discussione le cose che mi venivano impartite in maniera dogmatica. Rarissimamente volte dall’altra parte della cattedra ho avuto la possibilità di trovare gente aperta al dialogo, e così ho sviluppato il mio interesse nella controinformazione che, se non altro, mi dà la possibilità di avere una visione più ampia della realtà.
Le faccio un esempio, molto riduttivo del problema: gli edifici della Garbatella di Roma che risultano essere i più “celebrati” dalla cultura ufficiale sono gli “Alberghi Suburbani” realizzati da Innocenzo Sabbatini. Questi edifici dovevano servire a dare ricovero agli sfollati del centro storico, che tali erano, in seguito alla politica degli sventramenti. La guida di Roma Moderna li definisce così: «quattro alberghi denunciano una sperimentazione progettuale che rimanda a suggestioni futuriste, ad un pittoresco tec

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2/1/2012 - Sandro Lazier risponde a ettore maria mazzola

Gentile Mazzola, io amo combattere le idee, non le persone. E lo faccio senza compromessi. Per di più sono poco hegeliano. Tra due teorie contrapposte non miro alla loro sintesi. Difendo la mia con tutte le energie possibili, perché prevalga. La scienza funziona in questo modo, con ottimi risultati. Il dibattito tra chi sosteneva che la terra fosse tonda e chi piatta, non costrinse la stessa a diventare una brioches. Perché non dovrebbe funzionare così anche il resto del mondo?
Detto questo, non posso accettare una discussione fondata sul presupposto della vanagloria degli artisti. Non m’interessa la psicologia, perché ci capisco poco. M’interessano, vanagloria o meno, gli esiti del lavoro degli artisti i quali, se non possono creare ma solo copiare dal passato, tali non considero.
Difficile, quindi, per me continuare un confronto sull’architettura senza l’architettura (perché quella da voi proposta, tale non considero). La creatività è il mio paraocchi senza il quale non m’interessa vedere nulla, almeno su questo giornale.

 

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Commento 11081 di Nikos Salingaros del 01/01/2012


Gentile Lazier,

Prima di tutto, buon anno! Ho letto il suo saggio “Un anno molto difficile” dove lei critica l’opera e l’atteggiamento del mio amico Ettore Mazzola. Ebbene, Ettore è un grande ragazzo e può difendersi molto bene da solo, non ha bisogno che intervenga io.

Lei, però, presenta una tesi schizofrenica che certamente confonde i lettori, visto che rappresenta una confusione fondamentale sulle basi dell’architettura contemporanea e di quella degli decenni recenti. Sono completamente d’accordo con la sua affermazione sulla corruzione sia morale che estetica quando dice:

“Siamo arrivati al fondo della sopportazione politica, in mano a partiti despoti, senza idee e novità, padroni assoluti dello stato e di istituzioni cresciute fine a se stesse e alle poltrone di chi le governa, sotto ricatto di lobby, categorie, associazioni, comitati e ogni altro genere di forma collettiva senza la quale un cittadino resta solo come un pirla. Ma un pirla da spremere fino alla fine. Viviamo in uno Stato vorace, che succhia così tante risorse da non conoscere nemmeno la quantità di cui ha bisogno. Non esiste più bene comune, libero per davvero. Il mondo non è più di tutti, è un fatto comunque privato, pubblico o personale che sia: i parcheggi blu hanno pervaso il globo. Il bene comune è ormai proprietà dei partiti e dei loro capi. Senza il loro consenso si sopravvive, ma non si partecipa a niente e non si fa nulla.”

Il mio gruppo di amici italiani, con il nostro Ettore Mazzola in capolinea, sta combattendo ferocemente contro questo muro di potere radicato. Proponiamo soluzioni edilizie democratiche, condivisi, fondati su un libero pensiero di progettazione partecipativa e aperta. Combattiamo contro l’oscurantismo della casta elitaria, contro l’antiarchitettura che distrugge la città e che riduce l’uomo a una pedina controllata dall’alto.

Dunque, se lei realmente auspica un cambio verso un futuro migliore, non ha nessun significato a criticare Ettore. Chi, invece, continua a proporre gli stessi campioni di un’anti-architettura ideologica, praticanti di un approccio tossico all’ambiente costruito, idoli della casta internazionale del potere finanziario, continua il gioco sporco. Veramente, non riesco a capire come qualcuno possa seguire l’ideologia manipolatrice del pensiero controllato per poi voltare le spalle agli veri campioni dell’architettura umana.

Siamo noi a indicare la strada per la liberazione del pensiero architettonico, perché appoggiati della scienza. Proponiamo una pratica di disegno che possa salvare il mondo utilizzando l’intelligenza umana per combattere l’indottrinazione e il potere oscuro. Certo che ognuno ha la libertà a volere essere illuminato, o non, intellettualmente comodo a seguire l’ossequio del sistema corrotto della falsa “modernità”. Ma non si possa fare i due allo stesso tempo senza affondare nella schizofrenia.

Con i migliori saluti per 2012.
Nikos

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1/1/2012 - Sandro Lazier risponde a Nikos Salingaros

Gentile Salingaros, buon anno anche a lei.
1 - Condividere la diagnosi non vuol dire esser d’accordo sulla cura. Se riconosciamo e intendiamo combattere gli stessi mali, non necessariamente dobbiamo adottare le stesse terapie. Anzi, più soluzioni, più possibilità.
Il tempo dirà quali sono, tra quelle proposte, le più efficaci.
Aver terapie diverse rispetto alla stessa diagnosi non vuol dire essere per forza schizofrenici.

2 – Un’architettura non è democratica solo perché è quella che vuole la maggioranza della gente.
Democrazia, perlomeno come la intendo io, non è semplicemente fare quello che la gente vuole. Questo si chiama marketing, ricerca del consenso, infine populismo, perché è l’interpretazione che noi diamo al termine “gente” che difetta. Chi è gente? Ha, quest’insieme, una volontà sola da poter essere espressa univocamente? Oppure è solo una maggioranza che, proprio grazie alla scienza, la campana di Gauss, noi riusciamo a identificare con la media, ovvero la mediocrità? E gli esclusi, gli estremi, che facciamo, li zittiamo? Ci perdiamo il peggio, è vero, ma il meglio lo buttiamo?
L’architettura ha un linguaggio proprio, capace di esprimere il suo tempo come tutta l’arte in genere. Un’architettura, sempre secondo me, è democratica se libera dalla dittatura della simmetria, della proporzione, della squadra, del piombo, delle finestrelle allineate ed dei piani tutti uguali, degli stili e stilemi, delle tipologie, e di tutto l’armamentario della tradizione premoderna. Un’architettura democratica è, per la sua natura comunicativa, confusa e rumorosa, come la democrazia.
In democrazia occorre imparare ad ascoltare anche il chiasso, con tolleranza. L’architettura democratica, estetizzando il chiasso, allena la tolleranza e rinforza la democrazia.

3 - So che conosce l’architettura di Mario Galvagni. È talmente lontana da quella che patrocina il suo gruppo da sorprendermi non poco venendo a conoscenza d’un suo interessamento.
Conosce anche la persona Mario Galvagni. Veramente crede che egli sia strumento dell’oscurantismo della casta elitaria, dell’antiarchitettura che distrugge la città e che riduce l’uomo a una pedina controllata dall’alto?
Conosco altri architetti come Mario, che hanno dedicato l’intera vita alla ricerca architettonica e formale (formale nel senso della morfologia) lavorando sempre avendo in mente solo le persone e la loro felicità e non l’ideologia manipolatrice del pensiero controllato.
Quindi le chiedo, per finire, da schizofrenico, come lei mi definisce, non sarà che sto chiacchierando con un paranoico?

 

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Commento 11080 di ettore maria mazzola del 01/01/2012


Caro Lazier,
lei dice: “Mi ero promesso una riflessione di fine anno – un anno molto difficile – da proporre ai lettori in vista di quella che sarà sicuramente una svolta nella professione degli architetti. L’imminente riforma degli ordini professionali”, ed aveva tutto il diritto di farlo, ma per far questo avrebbe dovuto evitare di scadere in argomentazioni ideologiche, prive di relazione con l’oggetto del discorso, e soprattutto false e fuorvianti.
Nessuno avrebbe messo mai in discussione le sue parole, se il suo discorso si fosse limitato a discutere delle problematiche reali che riguardano la nostra professione e la burocrazia che le gira intorno.
Il problema è che lei si era promesso di fare il solito monologo sciacqua cervello, ma è incappato nella critica non solo mia, ma anche di altri lettori … dovrebbe dedurre che non tutto ciò che dice risponda all’opinione di tutti gli architetti, e soprattutto delle persone che non hanno nulla a che fare con la nostra professione … se non quella di dover vivere all’interno di ciò che noi progettiamo.
La parzialità del suo punto di vista, e l’astio nei confronti di chi diverge dal suo pensiero la portano quindi a sparare accuse come quella che mi vede come un “pasdaran” … ma che c’entra la religione in tutto ciò? Posso avere qualche sospetto, ma lascio andare la cosa perché, ritenendomi laico ed obiettivo, la cosa mi fa abbastanza ribrezzo.
La sua parzialità di vedute, che in realtà si chiama “limite culturale” la porta a definire il mio progetto per Corviale come una “caricatura dell’ottocento neoclassico”, dimostrando che lei non conosce affatto quel periodo storico!
Per sua conoscenza, comunque, la informo che il mio progetto e i miei scritti partono proprio da una dura critica nei confronti del Neoclassicismo e del Beaux Arts che considero due grandi errori, analoghi, ma in maniera diversa, all’errore più grande dell’International Style, perché portarono ad una visione piatta e uniforme del mondo. Se ne deduce che lei, abituato a parlare con la pancia, piuttosto che con la mente, abituato a giudicare le immagini in base al suo pregiudizio – malattia tipica degli architetti – non riesca a riconoscere un impianto urbanistico ottocentesco, da un altro che tende invece ad armonizzarsi all’ambiente in cui sorge in base ad un modello senza tempo … o forse non lo conosce affatto!
Il Neoclassicismo, e peggio ancora il Beaux Arts, con le loro visioni piatte, prevenute e ottuse, hanno gettato le fondamenta alla teoria dell’azzeramento della storia. Basta leggere gli scritti di Giulio Magni, o di Gustavo Giovannoni, per rendersi conto di quello che era il sentimento generale all’inizio del Novecento. Ecco quindi che, se da un lato ci fu – ovunque in Europa – un tentativo di rivendicare le proprie origini culturali con movimenti reazionari che portarono alla “riscoperta delle tradizioni locali e del regionalismo” – che a Roma generarono il “Barocchetto Romano” – dall’altro ci fu il proliferare di movimenti reazionari avanguardisti e visionari che, sebbene risultassero mossi da tutte le buone intenzioni di “indipendenza”, finirono per sfociare nella peggiore produzione architettonica e urbanistica dell’intera storia dell’umanità, specie a seguito delle cose portate avanti da LeCorbusier … sponsorizzato dall’industria automobilistica. (Essendo l’argomento lungo e complesso, e non volendo monopolizzarle lo spazio, la invito a leggere il mio vecchio post sul blog De-Architectura in cui raccontavo, elencando le fonti, una serie di “verità nascoste” dell’avvento del Modernismo).
Il problema delle persone che, come lei, pensa di dove guardare solo in avanti, è quello che ha finora generato solo problemi. Chi guarda solo in avanti è presuntuoso, e talvolta nasconde una impreparazione culturale, chi invece si guarda anche indietro, per vedere se c’è qualcosa di saggio da riprendere in considerazione, non è un passatista, antichista o tutto ciò che lei vorrà dire, bensì una persona umile che, diversamente dall’architetto demiurgo modernista, pensa di poter fare tesoro dell’esperienza passata che il tempo ha dimostrato aver avuto successo, un’esperienza che, se ha funzionato, può ancora funzionare, eventualmente con i dovuti aggiornamenti.
Piuttosto che accusare – con argomenti insulsi – chi secondo lei compie “falsi storici”, farebbe bene ad accusare chi promuova il “falso futuro” … Tra l’altro, guardando i suoi progetti, qualcuno potrebbe definirli come dei “falsi storici che pescano negli anni ’50 e ’60, con intrusioni operate “falsificando” Eisenmann e i decostruttivisti”, ma cosa conta un giudizio del genere per chi, diversamente dall’architetto rivale, non ha interesse a farlo?
Le consiglio di evitare quindi di parlare per luoghi comuni, con frasi come “Abbiamo necessità di rinascere, di recuperare vent’anni di letargo conservatore, vent’anni di nausea per le minestre rifatte e riscaldate, le sagre della zucca e del culatell

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1/1/2012 - Sandro Lazier risponde a ettore maria mazzola

“Nessuno avrebbe messo mai in discussione le sue parole…”
Male. Pretendo d’essere discusso e contraddetto.

“La sua parzialità di vedute, che in realtà si chiama “limite culturale” la porta a definire il mio progetto per Corviale…”
Io sono convintissimo della mia parzialità di vedute e del mio limite culturale, ma non me ne dispiaccio. Diffido sempre di chi si dice obiettivo e imparziale. Le volontà che vengono imposte come leggi di natura, oppure della ragione (ed è questo il vero limite del razionalismo, non la vanagloria degli architetti) sono pericolose. Occorre limpidamente dichiarare la propria parzialità e offrirla al confronto. Queste sono la scienza e la democrazia moderne. L’obiettività è una tensione morale che appartiene al senso di giustizia di ognuno, ma non può essere il motore delle idee. Può essere l’esito di un confronto, mai il fine.
Chi non ha limiti culturali e parzialità di vedute? Lei, forse? Ha verità tali da ritenersi completo culturalmente e detentore d’una verità indiscutibile?

“Il problema delle persone che, come lei, pensa di dove guardare solo in avanti, è quello che ha finora generato solo problemi.”
Una volta Einstein scrisse: “Un giorno le macchine riusciranno a risolvere tutti i problemi, ma mai nessuna di esse potrà porne uno.”
Quindi la cosa m’inorgoglisce. Io sono fiero di essere un problema e non una facile soluzione per una società addormentata che sta correndo a cento allora verso l’inciviltà. In periodi come l’attuale, occorre stimolare la creatività, l’idea originale, non la copia di quelle passate perché, quelle, erano originali (non sempre) allora e risolvevano (non sempre) problemi d’allora. La soluzione per lei quale sarebbe? Cercare di non sollevare problemi nuovi perché, per quelli antichi, già abbiamo la soluzione che funziona? Il compito supremo dell’arte moderna è quello di scavare nelle pieghe nascoste dell’anima per nutrire anche quelle. Oggi sappiamo bene che è il disagio il motore del cambiamento. Chi sta bene e ha il culo al caldo non si muove. La modernità, diceva Baudrillard, è trasformare la crisi in valore. Per voler bene al mondo, oggi, occorre essere problematici.

Detto questo, le riconosco di essere aperto al confronto. Le riconfermo, però, che io sono schieratissimo e poco disposto ai compromessi ideali. Come è giusto che sia nel gioco democratico. Porto avanti le mie tesi, con Paolo Ferrara, su un giornale che abbiamo fondato su basi dichiaratamente zeviane. Non si scandalizzi, quindi, se saremo duri nei giudizi verso l’architettura che lei propone. Se riuscirà a realizzarla, buon per lei. Noi cercheremo di ostacolarla nel’unico modo che ci è concesso, cioè con la critica e il confronto d’idee. Saranno i lettori a decidere se continuare a condividere le nostre tesi oppure le vostre. Giudicarle vere o false ci penserà il futuro.

 

20 COMMENTI relativi a questo articolo

Commento 11016 di Leandro Janni del 31/12/2011


Diciamo così: inesorabilmente oggi paghiamo il nostro debito verso l'ingiustizia.
Auguri a tutti!!!

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