Giornale di Critica dell'Architettura
Storia e Critica

Architettura Forte

di Sandro Lazier - 15/9/2001


Volevo scrivere un articolo sul valore dell'intelligenza e la necessità di sollecitarla continuamente per tenerla in vita. Volevo invitare alla riflessione su quanto potesse essere conveniente sfidare la ragione, spingendola ai margini del capriccio e dell'immaginazione. Volevo tentare di spiegare quanto, in fondo, fosse utile sperimentare l'inutilità, per costringerla a rivelarsi fuori del pregiudizio e della prigione ideologica di un materialismo che, ormai vuoto di significati etici e filosofici, si consola nella carta moneta.
Quotidianamente, l'umanità è costretta a fare i conti della spesa, amplificando la categoria del necessario a misura del sistema economico dentro cui ogni individuo è represso. In tale sistema utilità e necessità mescolano il loro significato e, insieme, muovono i confini del cinismo oltre le colonne della ragionevole convivenza che dice la vita umana, innanzitutto, essere sacra. Ma sacra per tutti, senza dover abbandonare per convenienza, con l'alibi dell'utile e del necessario, intere popolazioni nelle mani di un dispotismo barbaro che, anch'esso per convenienza e con l'alibi dell'utile e del necessario, nega la sacralità della persona sacrificandola alla follia religiosa del tradizionalismo e della rivelazione.
Tuttavia, quello che è successo in queste ore si spinge ben oltre i confini del cinismo, nel senso e nel significato che la nostra civiltà affida a questo termine e, se mancano parole e significati, vuole dire che la nostra cultura è insufficiente per comprendere la totalità del mondo e le sue manifestazioni; ma, soprattutto, vuole dire che non disponiamo di un linguaggio completo per comunicare a tutti le ragioni fondamentali che sorreggono il nostro concetto di civiltà.
A ognuno di noi pare scontato che non si possa uccidere il proprio vicino perché non ci piace e non la pensa in tal modo. Ma se ce ne chiediamo la ragione, quanti saprebbero rispondere in modo convincente? Quanti saprebbero dissuadere un suicida che, oltre la sua vita, intende togliere quella degli altri?
Ebbene, non ci sono ragioni convincenti per un miserabile che, privato di riscatto e conforto in questo mondo, non può che sperare nel premio eterno in quell'altro. Non ci sono.
Per questo semplice motivo, finché la terra sarà paradiso riservato ad alcuni e inferno per gli altri dovremo fare i conti con l'irragionevole e il trascendente e, quanto più lussuoso e privilegiato sarà mostrato il paradiso, tanto più miserabile, sconsolato e disperato sarà colui che vi è escluso.
Mostrare il paradiso in terra ripugna a qualsiasi religione, e gli architetti, che al contrario ne fanno una nobile ambizione, non possono tirarsi fuori dalle implicazioni etiche e morali che richiedono la proposizione di un modello universale. Nessuno può impedirci di rappresentare la gioia e ricchezza della esperienza umana, se questa riguarda l'umanità nella sua interezza, e l'architettura ha il dovere di comunicare i principi di convivenza e civiltà che in dono vanno offerti al mondo intero.
Ovviamente un'architettura emancipata dal potere e dalla sua storia che per secoli ha vestito gli abusi e i privilegi dei potenti, mortificandone in tal modo la missione etica, fino a essere abbandonata al formalismo, all'astrazione e alla retorica.
Un'Architettura Forte contrapposta a quella debole del recupero scenografico di modernismo e storicismo in tutte le loro variegate manifestazioni.
Architettura Forte che vuole dire riscatto di un fine etico universale, di una tensione comune che non può più compiacersi di leggerezze, trasparenze e nuvolette tracopiate; che non può più continuare a inscatolare persone dentro un'idea di Ragione che i fatti dichiarano essere inadeguata alla comprensione del mondo; che deve smettere di innalzare simboli e monumenti al denaro ed al cinismo che lo governa; che deve preoccuparsi di progettare un futuro più che bearsi nel recupero dei valori del passato; che, infine, cerchi un linguaggio universale capace di comunicare a tutti un'idea di civiltà condivisibile.
Propongo un fine etico, deciso e determinato, urlante. E non mi pare poco.
Gli strumenti e la volontà ci sono; manca il linguaggio imperfetto, contagiato, disinibito e risoluto di chi vuol farsi capire in una lingua che ancora non conosce. Non mi sembra proprio il momento di essere eleganti e raffinati.

(Sandro Lazier - 15/9/2001)

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