Giornale di Critica dell'Architettura
Storia e Critica

Nuove sostanze delle invarianti anticlassiche

di Paolo G.L. Ferrara - 4/6/2001


Indietro sino al Paleolitico, quando il luogo spaziale dell'abitare era la caverna , quella caverna che "...non ha facciata. Non sente il bisogno di chiudersi dietro un muro, si spalanca verso l'esterno; non distingue tra pavimenti, pareti e soffitti. Esalta la continuità che fascia lo spazio, senza tentare di inscatolarlo [...] non omologa le luci. Le capta, le filtra, le possiede, le gestisce rifrangendole in ogni direzione [...] trionfa nei suoi spessori. Ovunque troviamo spacchi, buchi, ferite, lacerazioni, dislivelli ossessivi. Si sale e si scende, non si cammina mai in piano" . - Tratto da " Storia e controstoria dell'architettura italiana"- B..Zevi- Newton
Le caverne sarebbero state il luogo ideale di vita di Hermann Finsterlin : "... Soffrivo di una strana, inesplicabile avversione per l'abitare entro cubi, per le superfici piane e gli angoli retti, per le casse da oggetti domestici, alias mobili. Nello svegliarmi e nel fantasticare, il mio sguardo mal tollerava di rimbalzare su pareti orizzontali e verticali, voleva essere carezzato da forme complicate, simili a quelle delle caverne...." .
Le esternazioni di Finsterlin si dicevano "sogni" di un visionario, quale egli era stato identificato, e la critica lo attaccava senza pietà, soprattutto all'epoca del realismo, uno per tutti Hans Luckhardt : "...I suoi disegni mostrano grande fantasia nei dettagli ma, vedendone tanti, risultano monotoni. Sono al limite fra schizzo e forma positiva. Azionano uno stimolo, ma non vi si avverte una persuasione intellettuale...E' chiaro che l'architettura deve essere eseguita, non soltanto schizzata".
Chissà che direbbe Luckhardt vivendo, ad esempio, le architetture di Gehry, entrando nello spazio del Guggenheim di Bilbao; chissà se respirerebbe le stesse sensazioni che Finsterlin auspicava di vivere . Chissà cosa penserebbe realmente dei fantasiosi schizzi di Finsterlin (valga per tutti il progetto per un Centro delle Arti 1919), che combatteva la rigidità spaziale della prospettiva e lo tacciavano quale visionario. Destino di molti, anche di architetti di alto spessore che però, ridotti a confrontarsi con l' "arte del disegno" e non essendo grandi disegnatori, hanno dovuto intraprendere altre strade, lasciando il campo libero a "...una folla di deficienti bestioni [che] svolge la professione in modo pessimo, balordo, perchè sa disegnare. Non è la mano dell'architetto che ha utilizzato le leggi prospettiche, ma, al contrario, è la prospettiva che ha comandato la mano".
Zevi sottolineava così la fuga in avanti che il computer consente all'architettura, fuga perentoria che non lascia alibi. Chi intende lo spazio quale elemento primo dell'architettura, saprà usare il computer senza omologazioni; viceversa, chi non ha nelle vene la spazialità e la sua rappresentazione, userà il computer come usava la riga a T e il tecnigrafo.
Il trinomio spazio/computer/architettura sembra essere la via da battere. Anzi, lo è.
"Spazio", inteso nel più ampio senso del termine: spazio dell'architettura, della città, del territorio
"Computer", inteso quale mezzo per creare un'estetica dello spazio, della città, del territorio, che sia estetica di rottura.
"Architettura", per dare vita compiuta alla sinergia tra spazialità e computer.
Cacciati via tutti i fantasmi della battaglia contro l'accademia - nonostante i continui tentativi di Gregotti
( l'ultimo su "La Repubblica" di pochi giorni fa) di prolungare l'agonia dell'accademia- l'architetto contemporaneo comprenderà che gli obiettivi sono altri, orientati a rispondere alla consapevolezza che l'architettura non è più solo questione di linguaggio. Prepotentemente, torna in scena lo spazio. Quello del "linguaggio" stava trasformandosi in un problema ingarbugliato, quasi fosse anch'esso un peso della tradizione. Oggi il linguaggio architettonico si svincola dalla costrizione di doverci comunicare qualcosa solo attraverso gli elementi che lo compongono. Non deve più confrontarsi con i dettami accademici: è finalmente libero di esprimersi, oltre ogni significato compositivo, annullando il dovere -quasi imposto- di contrapporsi al linguaggio codificato del classicismo.
" Un edificio non è più buono solo se funziona, è solido, spazialmente ricco, vivibile etc, ma perché rimanda ad altro da sé". Così A.Saggio ci parla della metaforizzazione, che l'architettura contemporanea sembra avere introdotto tra le sue potenzialità a mezzo della sua affermazione.
Al linguaggio moderno dell'architettura si aggiunge un'ulteriore invariante: la metafora. Erano sette quelle che Zevi esaminò quasi trenta anni fa, ma - disse- "se ne possono aggiungere altre dieci, venti o cinquanta; a condizione però che non contraddicano le precedenti".
Rivoluzione informatica e metafora ad essa (inter) connessa. Invariante del linguaggio anticlassico.
Rivoluzione informatica quale sperimentazione del nuovo; invarianti del linguaggio anticlassico quali impegno a sperimentare. La ricerca s'indirizza a portare l'edificio architettonico ad uno stato vitale che vada oltre se stesso, interagendo con il paesaggio, usando la rivoluzione informatica. La metafora assume un ruolo fondamentale nello sradicamento dell'architettura dal suo contesto.
Se Hitler e Roosvelt avessero avuto ruoli invertiti, il Jewis museum lo avremmo a Washington, ma il significato drammatico che ci trasmette non avrebbe preso altra forma architettonica, nonostante le diversità dei contesti di Washington e Berlino. La metafora si fa linguaggio e, nello stesso tempo, non contraddice le sette invarianti.
Le rende attuali e contemporanee, le arricchisce. Se il Monumento alle Fosse Aredatine è metafora silenziosa perchè è - a dirla con S.Lazier- " un macigno sulla coscienza degli uomini[...] funziona senza avere funzione", il Jewis museum è metafora urlante. Un macigno stereometrico quello delle Fosse Ardeatine, la razionalità - forza dell'uomo del xx secolo- che non è riuscita ad evitare la follia, è "una pietra che non scende". Un macigno informe quello del Jewis Museum, lacerato, squartato nella pelle per farci capire che all'interno del macigno c'era il vuoto, l'irrazionalità. Entrambe metafore, di diversa collocazione spazio/temporale. Ma assolutamente vicine. Fiorentino e Aprile non avevano il computer, ma la loro architettura è, indubbiamente, creativa, "è paesaggio", oltre ogni considerazione sui significati di "contesto".
Ne leggevo quanto, al proposito, disse A.Saggio al Convegno di Modena "Paesaggistica e linguaggio grado zero dell'architettura" (1997) : "D'altronde, se pensate al monumento alle Fosse Ardeatine, vedrete subito come è possibile fare un'architettura che diventa, che è paesaggio. Stona dentro il Parco dell'Appia? Niente affatto. Lo fa capire meglio. Perché mai non si potrebbe riprovare?". Infatti, lo si sta facendo, e senza più paure ataviche e complessi d'inferiorità. Qualche rischio, forse. Il più probabile è quello che l'uso del computer possa generare un codice estetico. Da più parti si sta cercando di dare concretezza alla nuova era, cercando di contenere eventuali infiltrazioni di "...una folla di deficienti bestioni [che] svolge la professione in modo pessimo, balordo, perché sa disegnare" , in questo caso con il computer. Se è vero che il mezzo informatico permette di scatenarsi con la fantasia, altrettanto vero è che la fantasia debba essere supportata da idee che abbiano sostanza di concetti. Del resto, andando indietro per tutto il XX secolo,oltre Finsterlin potremmo citare molti altri architetti per i quali non era necessario il computer per dare vita ad architetture vitali, spazialmente libere. Usare il computer e l'informatica non può escludere che lo si debba fare quale prolungamenti della propria mente. E la mente di chi progetta deve pensare architettonicamente. La sostanza dell'architettura è e resterà sempre lo "spazio".
Sostanza che è in mutamento e che interagisce con altre sostanze, come ci dice A.Saggio :"Dietro il rinnovamento dell'architettura ci sono almeno tre nuove sostanze. La prima è una nuova cognizione della frammentarietà del paesaggio metropolitano [...] La seconda sostanza è quella che concepisce lo spazio ''come sistema'' e non come un meccanismo che riguarda solo l'interno dell'edificio [...] L'ultimo aspetto delle nuove sostanze è l'informatica, che non vuol dire che oggi si disegna al computer quanto che viviamo in una fase di cambiamento epocale[...] si pensa all'architettura come ibridazione tra natura, paesaggio e tecnologia, si cercano spazi come sistemi complessi sempre più interagenti perché siamo nella rivoluzione informatica".
La seconda sostanza di cui ci parla Saggio mi colpisce particolarmente. Incentra l'attenzione sul nuovo modo di considerare lo spazio in architettura, toccando il cuore del problema. Se l'architettura è spazio,e se l'architettura è entrata in una nuova era, lo spazio stesso deve esserne riferimento della modificazione.
O meglio, il modo di concepire il rapporto dello spazio con l'architettura. Il computer, l'informatica e la telematica ci sostengono nell'affrontare questo prioritario problema. Nella riflessione fatta sulla Steinhaus di G.Domenig ( Costruire 190), Saggio parla di un lavoro in cui " la casa è paesaggio, fa paesaggio ma Domenig, più che alle periferie urbanizzate di Gehry, torna a guardare direttamente alla natura". Una natura di cui si è consapevoli delle bellezze ma anche delle insidie.
Se Wright valorizza il sito della cascata inserendovi la sua idea di spazialità dell'architettura che dall'interno si espande all'esterno, Domenig penetra nella natura cercando di superarne i pericoli nascosti. Rappresentare lo spazio abitativo in un rapporto non più di contemplazione armonica della natura, ma infilzando innumerevoli pali dentro il terreno per potere superare l'ostacolo naturale creato dalla falda freatica sotterranea. Infilzare dentro per sospendere fuori.
Dice Domenig " ...sono penetrato al di sotto di questa falda freatica con tre oggetti: una specie di cilindro di falda freatica, una spirale gradinata (il centro è costruito attorno a questa spirale) e un oggetto molto mistico [...]una sorta di tubo con una gronda per catturare l'acqua, che genera un gioco fra l'acqua che viene da sotto e l'acqua che viene dall'alto".
Spazio come sistema? Sicuramente un nuovo rapporto, che innesca una "dialettica che prima non c'era con questa evidenza, tra conformazione degli spazi interni e conformazione degli spazi esterni", affermazione centrale nel discorso di Saggio sui nuovi significati dello spazio in architettura.
Nuove sostanze = nuove consapevolezze. Molti cavalcano l'onda, ma solo pochi arriveranno a riva, lasciandosi dietro chi, virtuoso del computer, non comprenderà che, comunque la si faccia, l'architettura è sempre e solo spazio. E l'architetto è colui che sa inverare lo spazio, quello che ci descriveva Zevi a proposito delle caverne, spazio che "...non ha facciata. Non sente il bisogno di chiudersi dietro un muro, si spalanca verso l'esterno; non distingue tra pavimenti, pareti e soffitti. Esalta la continuità che fascia lo spazio, senza tentare di inscatolarlo [...] ... non omologa le luci. Le capta, le filtra, le possiede, le gestisce rifrangendole in ogni direzione [...] trionfa nei suoi spessori. Ovunque troviamo spacchi, buchi, ferite, lacerazioni, dislivelli ossessivi. Si sale e si scende, non si cammina mai in piano".
Tutto ciò non si fa forse oggi con il computer...? Con buona pace di Hans Luckhardt - e di Gregotti - , oggi quell'architettura sognata da Finsterlin è realtà. Un solo pericolo: fraintendere il computer quale mezzo per fare, con grande facilità d'esecuzione grafica, architetture quali "forme", ma senza spazialità.
Spazio come sistema, nuova linfa per arricchire e rendere sempre attuali le invarianti del codice anticlassico.

(Paolo G.L. Ferrara - 4/6/2001)

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