Giornale di Critica dell'Architettura

1 commenti di Alessandro Ronfini

Commento 909 del 01/06/2005
relativo all'articolo Il campo di margherite
di Silvio Carta


Credo che la la malinconia sia il peggior male d'Italia. Quella malinconia che fa rimpiangere ai nostri vecchi (e purtroppo anche ai miei genitori) i bei tempi, in cui si giocava per strada, in cui "qui era tutta campagna" in cui si faceva il bagno nel fiume e, non dimentichiamolo, in cui esistevano ancora le mezze stagioni.
Questo sentire comune, continuamente ripetuto nelle orecchie di noi giovani (sono un giovane studente 21enne) crea una sorta di disprezzo verso il tempo in cui viviamo, età del caos, dell'industrializzazione selvaggia, della distruzione della natura e del ciclo delle stagioni.
Così molti adulti d'oggi nutrono, anche se spesso non l'hanno mai vissuta, o hanno solo immaginato di viverla, una nostalgia verso "l'età dell'oro" che si tramuta in un desiderio di vedere costruita la propria casetta in mezzo ai campi dotata di tetto a falde, di giardino con l'erbetta ben curata (speriamo senza nani...), di pozzo e finestre con le imposte verde scuro, anonima, senza tempo e qualità come mille altre a lei uguali.
Lo stesso vale per chi nei suoi sogni ha il suo appartamentino di città con la lampada-gondola sopra la tv: gli serve un ricordo su cui appoggiarsi, da cui ricavare sicurezze, come può essere un parco, un fontanella, una brutta aula della sua brutta e vecchia scuola.
E non credo che tutto ciò nasca da ignoranza ma nemmeno dalla paura che il nuovo sia brutto (anche se la realtà di numerose architetture dalla forma e dai colori molto discutibili danno una forte scossa a questa argomentazione): la paura è piuttosto quella che il nuovo vibri un colpo violento alla pacifica e rilassante stagnazione che il nostro paese sta vivendo. Abbiamo un'economia che ha sempre funzionato basandosi su piccole industrie con poche aspirazioni di crescita, su un costante flusso di turisti, su prodotti tipici secolari, sui piccoli agricoltori, accontentando bene o male la maggior parte della popolazione: aprirsi al nuovo vuol dire stravolgere questo comodo sofà di routine, stravolgere il proprio lavoro cercando nuove soluzioni impegnative, stravolgere le proprie abitudini, i propri ritmi. E' un qualcosa che pochi sostengono e tanti cercano di evitare come fosse il diavolo in persona.
Spero che il periodo di crisi nel quale siamo entrati oggigiorno dia una indispensabile scossa al nostro paese, che nasca un rinnovamento che si fondi anche sull'architettura (così che questa venga riconsiderata come immagine della società che si evolve) cosicchè per chi sta entrando nel mondo vi siano maggiori possibilità di quante, a quanto pare, ne offra il presente.

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