Giornale di Critica dell'Architettura

3 commenti di Chiara Manzoni

Commento 5624 del 10/10/2007
relativo all'articolo Oscar Niemeyer
di Maurizio De Caro


Complimenti per l'articolo. Sto facendo una ricerca personale sul percorso artistico di Oscar Niemeyer e volevo sapere se è possibile ottenere una ampia bibliografia dell'architetto brasiliano.
Grazie.
Chiara

[Torna su]

Commento 843 del 25/11/2004
relativo all'articolo Gli studenti universitari non conoscono la storia
di Paolo G.L. Ferrara


Rispondo al signor Moffa:
Solo ora ho letto i vostri commenti... vi devo svelare una cosa: quel pezzo è stato scritto nel 2001, mentre stavo svolgendo il terzo anno universitario... oggi, così come il mio modo di scrivere, sono cambiata.
In effetti se rileggo quelle parole... mi irrito un pò... (esattamente come quando noi neo laureati ci riguardiamo i nostri vecchi progetti.. non riusciamo ad apprezzarli fino in fondo, perchè li vediamo pieni di difetti) ma era davvero il mio pensiero allora... potete criticarmi finchè volete, che è scritto male, retorico e ingenuo... su questo non c'è niente da dire.
Ma uno studente al secondo- terzo anno... di solito ragiona così: non ha la maturità per potere acquisire un bagaglio conoscitivo storico-culturale per diventare una persona responsabile, sicura, e quindi un professionista. Ma a 19 anni si può? No. E meno male....
Su una cosa signor Moffa ha ragione... evidentemente non era la mia facoltà... troppi dubbi... ma l'Architettura non è esclusiva di chi la vede come vocazione, se così fosse.... ci sarebbero pochissimi architetti.
L'Architettura la sto capendo solo ora... e non perchè ho dato 37 esami, ma perchè mi sveglio tutte le mattine e ho capito che conosco meglio me stessa, e quindi per me risulta più facile apprezzare e capire le cose che faccio. Rogers diceva... "è una vera felicità avere per mestiere la propria passione".
A quell'età, nel famoso periodo di crisi, avevo ben altre passioni: il calcio, la poesia, il cinema, gli amici... la musica... di tutto meno proprio quello che studiavo: l'architettura.
Oggi da architetto posso guardare con sorriso al passato... riconosco che le fatiche e i momenti difficili aiutano a capire meglio la vita.... un percorso senza difficoltà non è realistico... un pò come la differenza, come dice Francesco De Gregori, tra bufalo e locomotiva... la locomotiva ha la strada bella tracciata, dritta.. senza momenti di sbandamento.. il bufalo, invece, cade spesso... e ogni volta si deve rialzare per ritrovare la propria strada.... fare l'architetto è fatica vera... cercare di diventarlo ancora di più. Io mi sentivo come un calciatore senza doti particolari che si ritrova a competere con talenti naturali come Zidane e Cassano... ci sono campioni che nascono sapendo già tutto, un solo modo esiste per diventare un giocatore importante: con la volontà e l'ostinazione, ma anche con l'intelligenza. Ho passato momenti molto duri perchè non avevo doti naturali... non ho genitori architetti, non ho alle spalle una tradizione di una famiglia artista... e oltretutto non mi piaceva nemmeno disegnare... mi ha salvato l'amore per la scrittura e la mia curiosità.... ma questa è un'altra storia.
Consiglio a tutti gli studenti di faticare e di lavorare finchè possono, più tempo dedichiamo a noi stessi meglio staremo quando inevitabilmente entreremo in contatto con gli altri.
Saluti.
Chiara

[Torna su]

Commento 829 del 14/11/2004
relativo all'articolo Gli studenti universitari non conoscono la storia
di Paolo G.L. Ferrara


Sono Chiara,
una neo laureata in Architettura al Politecnico di Milano e in merito all'articolo del Prof Ferrara (che ho avuto in un corso di Progettazione Architettonica, secondo anno), sento l'esigenza di manifestare il mio punto di vista riguardo l'esperienza che ho accumulato in questi lunghi anni di facoltà.
Se soffermarmi nei meriti e vantaggi di seguire le lezioni di alcuni Professori è pressoché scontato nonché giusto, non è di questo che volevo scrivere.
Mi spiego meglio: fin dai primi giorni in cui frequentavo la facoltà sono sempre rimasta affascinata dalla figura del Professore, un po’ come succede al tifoso di fronte al suo campione preferito.
Allora avevo 18 anni, ero giovanissima, con tanta voglia di fare, ma anche molto ingenua e indecisa, a quell’età è difficile avere autostima, è difficile credere in se stessi senza mai dubitare, ecco perché per noi una figura più grande che ci conforta e ci aiuta è molto importante, anzi di più è indispensabile.
Certo non tutti si pongono questo obiettivo, ho conosciuto compagni che non si sono mai lasciati prendere dal panico e sono andati dritti per la loro strada senza esitare, beati loro… io invece per almeno due anni e mezzo non ero per nulla convinta di quello che stavo facendo, quante volte ho pensato di mollare tutto… Quando raccontavo i miei dubbi, mi dicevano sempre che ero troppo sensibile, troppo sveglia, che dovevo pensarci di meno e io non capivo se ciò era giusto: ho sempre creduto che i miei dubbi fossero legittimi, c’era in ballo il mio futuro!
Ma intanto frequentando le lezioni potevo conoscere vari Professori, tutti bravi, tutti intelligenti, tutti belli e affascinanti, avevano proprio tutto per catturare le tue attenzioni, eppure ciò non mi bastava… Sapete perché?
Perché fare il Professore non vuol dire fare una lezione, una revisione e poi via dall’aula perché impegnato in una conferenza o qualcosa del genere, no… i primi due anni ero in crisi perché nessuno era in grado di spiegarmi bene quello che dovevo fare e così in questi anni di architettura ho capito una cosa, che manca del tutto la didattica, a volte penso che gli insegnanti delle medie inferiori siano molto più preparati, sanno organizzare le loro ore a disposizione, sanno farsi capire, in poche parole sanno insegnare.
E’ così difficile?
Certo bisogna prepararsi, non basta fare gli assistenti per un paio d’anni e diventare Professori grazie a due libri pubblicati che raccontano cose già scritte. Ci sono assistenti che non sanno che a volte ci basta un sorriso per sentirci felici e realizzati. Ma non ho voglia di criticarvi, vi chiedo solo di mettervi nei nostri panni e capire cosa vuol dire cercare di fare un progetto a 18 anni totalmente ignorante, spesso ci accusate di scarso impegno, ma allora questo vuol dire che dobbiamo arrangiarci e fare gli autodidatti, no grazie, non è così che si diventa architetti.
Per fortuna ho incontrato una persona che ha saputo con pazienza e volontà indirizzarmi la giusta strada, ma quello è un segno del destino e poi non è nemmeno un Professore, ma una ragazza un po’ più grande di me.
Avete capito che in fondo noi vi vorremmo un po’ meno affascinanti, ma più umani, un po’ meno Professori, ma persone più grandi di noi capaci di insegnare quella magia di nome Architettura.
Questa è la vostra sfida.
E anche la nostra.

Chiara Manzoni
ex allieva del Politecnico

p.s- dopo 6 anni (anzi 7 anni) di università mi trovo alla ricerca di un lavoro, senza un briciolo di esperienza... con la beffa di trovare un mondo, quello del lavoro, totalmente diverso da quello universitario... ma almeno adesso posso fare la grande valigia e decidere io dove andare.

[Torna su]

14/11/2004 - Paolo GL Ferrara risponde

Quello che Lei scrive è indubbiamente vero. Resta il fatto che ciascuno di noi, docenti universitari, ha una personalissima coscienza del ruolo che ricopre. Detto ciò, soprattutto in virtù che sono stato un suo docente, mi assumo parte della responsabilità della situazione che ha descritto. Quello che desidero sottolineare è proprio questo, ovvero che i docenti hanno un ruolo fondamentale per far sì che lo studente si appassioni alla materia. Non accampo scuse di sorta, soprattutto se è vero che ho sempre affermato che l'università deve stare al vostro servizio. Posso però timidamente dire che non è facilissimo cercare d'insegnare, anche per chi crede in quello che fa: la facoltà di architettura è sempre più un pachiderma che vorrebbe correre (quanti esami dovete fare??) e, per chi vi è in groppa, spesso è difficile restarci. Comunque sia, grazie: mettere in evidenza i limiti della didattica è un piccolo passo per cercare di migliorarla.
cordialità