Giornale di Critica dell'Architettura

8 commenti di Giovanni Bartolozzi

Commento 1786 del 02/02/2007
relativo all'articolo Ventate Accademiche
di Giovanni Bartolozzi



caro Mazzucconi,

Anzitutto la ringrazio per il commento a quel vecchio e ingenuo articolo sulla funebre rivista "Aion". Conosco bene il suo progetto per il centro di Firenze, come non ricordare la presesntazione al suo volume " L'idea della Città" di Giovanni Klaus Koenig (un poeta per Firenze), e gli interventi di Agnoldomenico Pica e Bruno Zevi.
Firenze è una delusione continua, da decenni è paralizzata, lettaralmente strangolata da affaristi strozzini, da un centro sinistra della peggiore specie. Occorre ribellarsi a questo meccanismo perverso, gli architetti si parlano addosso, i critici sono sempre più neutrali.
Che facciamo?
La contatterò prestissimo e la ringrazio affettuosamente.

giovanni

http://www.nitrosaggio.net/bartolozzi/index.htm

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Commento 954 del 21/09/2005
relativo all'articolo Il professore protesta
di Ugo Rosa


Ringrazio Ugo Rosa per aver sollevato l'attenzione sull'appello pubblicato dal Corriere della Sera, e per averlo fatto con la sincerità di chi ha vissuto venticinque anni di professione.
Ringrazio anche Diego Caramma per l'interessante e condivisa nota scritta la scorsa settimana.
Credo che si sfiori il paradosso. Anche se il contenuto dell'appello non dovrebbe stupire, considerando che i firmatari sono i relatori (e gli organizzatori) dei convegni fiorentini sulla "Identità dell'architettura Italiana".

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Commento 121 del 30/04/2002
relativo all'articolo Architettura per gli architetti
di Giovanni Bartolozzi


In risposta al commento n°106
Caro Fausto,
credo ci sia una bella differenza tra “trattare male Monestiroli” e fare una riflessione critica sul lavoro di un architetto. Naturalmente questa può essere condivisibile o meno, come del resto si coglie dal tuo commento.
Inoltre qui non si tratta di “trovare dei difensori” di “sto povero cristo”. Io non ho accusato nessuno e antithesi non è un tribunale ma uno strumento di crescita e di confronto.
Sicuramente l’architettura è arte. Tuttavia a differenza di questa ha qualcosa in più: gli individui la devono vivere. Un quadro di Mondrian o di chiunque altro si può apprezzare, contemplare, analizzare in diverse chiavi di lettura, studiare, criticare… Ma finisce lì. La gente non c’entra, non lo fruisce, non lo attraversa, non ci trascorre la vita e, soprattutto non interviene sulla città per trasformarla.
Un architetto nel progettare un edificio non può solo tener conto del fatto che l’architettura è arte e quindi fatta su vettori astratti. Questi vettori astratti dovranno concretizzarsi, e andranno a concretizzarsi sulla città e sul paesaggio, che fortunatamente non sono dei grandi musei.
Inoltre, introducendo l’identità tra arte e architettura tocchi un aspetto estremamente delicato che ci porterebbe, a mio avviso, fuori strada. Almeno secondo quello che mi proponevo d’analizzare scrivendo l’articolo su Monestiroli.
Allora, piuttosto che portare il “contadino” davanti ad un quadro di Mondrian, (tralaltro mi sono permesso di scomodare Mondrian per un altro motivo), io porterei il “contadino”, per esempio, dentro la chiesa dell’Autostrada e in generale dentro uno spazio strutturato mediante un linguaggio comprensibile al popolo, dunque al “contadino”, all’avvocato, all’imprenditore, al postino e a tutti.
E’ naturale che l’opera d’arte non abbia bisogno di una “didascalia che la svergini nel suo mistero”. Ma gli spazi da vivere devono essere fatti per l’uomo. Non per l’aldilà ma per la vita terrena, quotidiana, e quindi senza alcun mistero.
Credi che il linguaggio adottato da Monestiroli sia comprensibile al popolo?
Il mio dubbio è questo! Io credo di no, perché alla gente non interessa la pianta a croce, o il muro bucato, o l’asse dell’antica centuriazione romana sopra al quale si trova l’edificio…, ma interessa uno spazio dentro al quale poter trascorrere la vita e che rispecchi la società. Uno spazio libero da qualsiasi regola. In questa chiave va, infatti, letta la reazione di un “contadino” davanti un quadro dell’ultimo Mondrian.
Mondrian si svincola totalmente da ogni regola, componendo nella più totale libertà, usando colori primari e mediante il più elementare contrasto: il nero su sfondo bianco. Ma la cosa più interessante è che lo spettatore - contadino o imprenditore che sia, preferisco, infatti, parlare di individuo - può godere della stessa libertà nell’interpretare quel quadro. Infatti, un individuo (qualunque sia la sua estrazione sociale) si pone davanti a quel dipinto con una libertà interpretativa dettata dal suo stato d’animo, dal suo stato emotivo, emozionale, culturale…Ecco caro Fausto cosa ci vedrà un “contadino” in un quadro dell’ultimo Mondrian. Credo tuttavia che affinché ciò accada, (come ci hanno insegnato le nostre maestre!!) non bisognerà “trasportarlo di peso dentro il museo”, ma basterà sensibilizzarlo culturalmente.
Probabilmente sbaglierò ma è questo che penso e sono disposto a discuterne.


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Commento 103 del 26/04/2002
relativo all'articolo Architettura per gli architetti
di Giovanni Bartolozzi


in risposta al commento numero 98
Caro Matteo,
Condivido solo in parte quanto dici.
Non credo, infatti, che da M. si possa imparare l’estrema coerenza.
Penso che nella vita si debba essere coerenti rispetto a dei principi, a dei valori comuni e non rispetto a simboli, idee o intuizioni che sono passeggere e modaiole, soprattutto in architettura. Questa, infatti, a differenza di altre discipline, svolge un ruolo sociale non indifferente, anzi direi fondamentale. La grande difficoltà degli architetti, credo, sia proprio quella di essere culturalmente ferratissimi e sensibili nel percepire i cambiamenti della società. Allora come può M. restare impassibile al continuo mutare della società?
Naturalmente non discuto sulla legittimità dell’idea di progetto di M., è giusto che ognuno esprima le proprie idee. Sono punti di vista diversi, ed è proprio la diversità, che stimolando il confronto tra questi due opposti modi di vedere l’architettura, consente di fare un passo in avanti. Non mi proponevo, infatti, di gettare sul fango le idee di M.; me ne guarderei bene dal farlo.
Secondo me la coerenza intesa come dici tu nel caso di M. è un’impresa estremamente romantica.
Faccio un esempio che servirà a chiarire il mio punto di vista a tal proposito: pensiamo per un istante al lavoro di Mondrian. Nei suoi primi dipinti il tema ricorrente è la natura e in particolare l’albero. Alla fine della sua carriera Mondrian arriva ad una sintesi che impedisce totalmente il riconoscimento dell’originaria matrice naturalistica. Naturalmente tra queste due estremità bisogna includere una serie di influenze come i primi soggiorni a Parigi… Mondrian trascorreva, dunque, intere giornate a sovrapporre e giustapporre strisce di cartoncini neri. Mi viene dunque spontaneo associare il percorso evolutivo di Mondrian ad una traiettoria parabolica, in ogni modo non lineare. Questo percorso di crescita parabolico, si riscontra nella stragrande maggioranza di architetti, si guardi Le Corbusier, Aalto, Michelucci, Eisenman, Gehry, Ito, Libeskind e molti altri. Ma attenzione, questo percorso di crescita non lineare, spesso contorto, sinuoso e difficile da capire, che porta a risultati diversi rispetto alle prime esperienze, non è segno di incoerenza. Tutt’altro. E’ semmai un segno di crescita, di crisi, d’evoluzione, in positivo o negativo che sia. Allora non posso giudicare Monistiroli coerente solo perché nei suoi progetti imprime una forte tensione morale, o perchè si è mantenuto, per tutta la sua carriera professionale, fermo e stabile sulle stesse idee. Ne è prova il confronto tra i suoi progetti (a distanza di anni), gli scarti e le differenze soprattutto linguisticamente sono inesistenti. Penso che la coerenza non si misuri su queste basi.
Sono inoltre convinto che il continuo rinnovarsi, non preclude la forte tensione morale, anzi la rafforza.
Continuerò dunque a condannare gli interventi fumosi e celebrativi di molti colleghi perché stimolano l’inerzia, l’indifferenza e la stasi, e siccome un architetto non può accontentarsi di arrivare solamente ad un modellino è bene porre dubbi, piuttosto che gloriarsi delle poche certezze.

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Commento 93 del 10/04/2002
relativo all'articolo Le Corbusier e la dissonanza di Ronchamp
di Cesare De Sessa


Premetto che il commento, forse troppo lungo e noioso, è frutto di piccole riflessioni che, traendo spunto dallo scritto del professor De Sessa, tentano di esprimere la straordinaria capacità di rinnovamento del più grande architetto europeo, e di rispondere, deviando leggermente il discorso, alla domanda che De Sessa si pone in fondo al Suo scritto.
Per una strana coincidenza, da qualche giorno, non faccio altro che pensare a Le Corbusier, essendo tornato da una vacanza in Francia e avendo fatto tappa a Poissy.
Fino a pochi giorni fa, credevo che villa Savoye fosse semplicemente una scatola, sospesa tra terra e cielo e tagliata da una lunga finestra a nastro.
Ammetto d’essere ancora oggi sbalordito da quanto ho visto dentro la scatola. Percorrere la villa Savoye è un’esperienza indimenticabile, formativa, consente in pratica di scoprire la concezione spaziale che vi è racchiusa, ingabbiata. Lo spazio è magistralmente concepito, dentro e fuori si fondono in un’insolita simbiosi apparentemente celata dalle quattro facciate e quasi temporalizzata (grazie alla rampa). Gli ambienti sono incastrati in modo da creare una sequenza d’ascensione verso il tetto giardino, punteggiata da viste antiprospettiche e dalla continua percezione, mediante finestre vetrate e lucernari, del verde circostante. Salendo la parte finale della rampa, in prossimità del tetto, viene quasi voglia di gridare e saltare.
In sostanza un vero e proprio capolavoro che incarna in modo esemplare e completo i famosi cinque punti. Ho quasi la sensazione, che a livello spaziale, la villa Savoye, rispetto alle precedenti opere, abbia qualcosa in più dei famosi cinque punti, che anticipi, in qualche modo, ed esclusivamente sotto l’aspetto spaziale, i cambiamenti futuri.
Naturalmente, questa è una sensazione personale, dovuta probabilmente all’entusiasmo nell’aver scoperto e toccato con mano la villa Savoye.
Certamente dal punto di vista linguistico, e non solo, il cambio di direzione, o meglio, la sterzata è evidente. Basti pensare, allo choc che provocò Ronchamp a tutti i seguaci di L-C (e negli anni ’50 erano veramente tanti) e ai critici del periodo.
Bisogna anche tener conto della novità e della diversità del tema edilizio che caratterizza Ronchamp rispetto alle precedenti opere: non più lotti predefiniti e ville per banchieri, pittori, artisti…ma un luogo di preghiera, svincolato da programmi rigidi e soprattutto immerso nel verde, tra vallate e colline. Un altro aspetto, inoltre, può offrire un’interessante chiave di lettura, soprattutto per un architetto veramente sensibile e ferratissimo nell’assorbire i mutamenti della società: gli anni a cavallo del secondo conflitto mondiale.
Com'è noto, infatti, L-C trascorre questi anni, tra i Pirenei e Parigi, in una sorta d’isolamento, lavorando ai piani urbanistici, al modulor, facendo qualche viaggio e soprattutto dipingendo, attività quest’ultima che accompagnerà tutta la sua carriera. Stranamente, in questo periodo di relativa pausa, i dipinti di L-C riproducono mostri biomorfi. Il cambio di direzione si coglie, infatti, con uno scarto sostanziale, anche da questi ultimi dipinti che si presentano ben diversi dai primi geometrici, colorati, puristi e dunque idonei a rappresentare, mediante forme pure, l’età della macchina.
A questo punto potrebbe essere utile e nel nostro caso risolutivo, il concetto di modernità inteso come continuo tentativo d’azzeramento del linguaggio. Senza dubbio L-C, dopo un periodo di crisi, dovuto all’isolamento, alla guerra, agli insuccessi dei suoi piani urbanistici, a quelli del modulor e dei concorsi di New York e di Ginevra, azzera completamente il linguaggio rinnegando, soprattutto a Ronchamp, tutte le teorie elaborate precedentemente. Ronchamp potrebbe essere dunque riletta come il frutto di un lungo periodo di crisi, per L-C molto formativo; allo stesso modo, un altro azzeramento potrebbe essere rivisto nel ‘58 con il Padiglione Philips, seguito ad una serie di lavori che mostrano, ancora una volta, un tono più sereno rispetto alla successiva esplosione di Bruxelles.
Sarebbe interessante osservare, da una certa distanza, tutta la carriera di L-C, per esempio partendo dalla Villa Schwob del 1916, fino al padiglione Philips del 1958. Basterebbe, confrontare questi due edifici, visualizzando, naturalmente, tutte le tappe intermedie, per rendersi conto di quante volte L-C si sia messo in discussione, generando un processo evolutivo che dovrebbe far rabbrividire tutti coloro che si fossilizzano per tutta la vita, o per buona parte, dietro un mucchio di teorie e di formule che, nella loro illusoria e apparente universalità, ignorano il continuo avanzamento della società.
Ciò, a mio modo di vedere, implica un atteggiamento veramente coerente rispetto al mestiere dell’architetto e il concetto di modernità consente di soffermarsi, non tanto sul motivo del generoso cambio di direzione, di cui Ronchamp è forse il segno pi

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Commento 89 del 05/04/2002
relativo all'articolo Portoghesi escluso? E chi se ne frega
di Sandro Lazier


Caro Sandro,
Sempre nell'articolo del Corriere Della Sera, Portoghesi è amareggiato: "Sarei stato felice di partecipare e avrei detto benissimo sulla sua attività negli anni [...] io non ero d'accordo con le sue ultime posizioni".
La cosa che più mi preoccupa è che Portoghesi e altri tendono a disconnettere e separare l'attività di Zevi degli ultimi anni da quella degli anni '50 e '60.
Ciò è assolutamente falso, ne è prova il fatto che alla base di tutta l'attività di Zevi vi è un profondo e innato desiderio di libertà che trova riscontro in una architettura libera da ogni accademismo da ogni regola e che rispecchia la società contemporanea in continuo mutamento.
Allora le ultime posizioni di Zevi sono perfettamente coerenti con le prime ( e questo è dimostrabile in infiniti modi). Inevitabilmente la società negli ultimi sessant'anni ha subito enormi cambiamenti che Zevi, grazie alla sua acutissima sensibilità, ha saputo registrare, mentre probabilmente il professor Portoghesi è rimasto troppo legato agli anni '70.
Preciso, per correttezza, che quella stupenda frase, su che cos'è l'architettura, non è stata scritta da Portoghesi, ma è stata pronunciata da quest'ultimo in occasione della presentazione, tenutasi a Firenze, del suo ultimo libro edito da Skira.

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Commento 38 del 29/12/2001
relativo all'articolo L’universale di Architettura n° 100
di Sandro Lazier


carissimi, prof. Antonino Saggio, Sandro e Paolo,
leggo, felicissimo, lo splendido e profondo testo introduttivo del prof. Saggio per il nuovo numero su Libeskind, e anche la breve introduzione di Sandro Lazier, che vede ,giustamente, nella centesima pubblicazione della collana "Universale d'Architettura" ,fondata da Zevi, un traguardo importante nel tentativo, splendidamente riuscito del prof. Saggio e di altri docenti, di continuare , con queste pubblicazioni, il lavoro iniziato dal Maestro, portando avanti il suo messaggio architettonico.
Il 3/12, partecipando alla conferenza romana in memoria di Bruno Zevi, i relatori si ponevano una domanda: "che cosa avrebbe fatto Zevi dopo l'11 settembre? "
Tutti sembravano d'accordo sul fatto che Zevi avrebbe trasposto in architettura questa enorme e sbalorditiva trasformazione subita dal mondo intero dopo questo disastro.
Sicuramente anticipando i tempi come ha sempre fatto grazie alla sua sensibile capacità di lettura della civiltà contemporanea.
E' importante, dunque, che questa introduzione di Saggio, attualizzi l'architetto Daniel Libeskind mettendo in riferimento diretto l'esperienza di quest'ultimo con quanto accade nel mondo.
grazie e auguri.
Giovanni Bartolozzi

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Commento 33 del 18/12/2001
relativo all'articolo Mamma...sto perdendo l'aereo...
di Paolo G.L. Ferrara


Caro Paolo,
Sono d'accordo con te.
Come ti ho già detto ho assistito all'incontro si Saee a Firenze, è stato molto interessante e ha rappresenato soprattutto per noi studenti, purtoppo pochi, un vero e intenso spiraglio di modernità.
Quanto al prof. Derossi non mi stupisce. Ho assistito, qualche mese fa, alla presentazione di un suo libro e alla presentazione parlavano oltre a lui Paolo Zermani e Adolfo Natalini.
Non ti nascondo che, come sai bene, essendo un allievo di Zevi, è stato molto difficile per me assisterre a quella presentazione.
Credo che, veramente, non riescano a capire il messaggio spaziale dell'architettura e non capiscono che la storia non va mai indietro.
Amano e idealizzano il passato con un unico fine: banalizzarlo.
Personalmente ringrazio di cuore Michele Saee per la sua breve ma intensa lezione.

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