Giornale di Critica dell'Architettura

35 commenti di Isabel Archer

Commento 5857 del 22/12/2007
relativo all'articolo Bruno Zevi e Franco Franchi? Per Amirante e Carre
di Paolo G.L. Ferrara


Io consiglierei un rapido sguardo (che già è sufficiente) alla guida del (povero) studente della Facoltà di Architettura Luigi Vanvitelli, Seconda Università degli Studi di Napoli, soffermandosi in particolare sui nomi del consiglio di facoltà (pp. 6-7) e del consiglio del corso di laurea (pp. 10-11):
http://www.architettura.unina2.it/archisito/pdf/guida/archiguida.pdf

E' una lettura molto istruttiva, poi chi vuole approfondire...approfondisce.

Isabel Archer

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Commento 5804 del 12/12/2007
relativo all'articolo Bruno Zevi e Franco Franchi? Per Amirante e Carre
di Paolo G.L. Ferrara


C'è poco da dire, il problema è sempre lo stesso, quello dei cognomi ricorrenti, di generazione in generazione in generazione, con salti multipli incrociati anche in orizzontale: l'Università italiana è il più colossale OGM che l'umanità sia mai riuscita a prodourre.
Ci vorrebbe un pò di bioagricoltura e, soprattutto, meno braccia strappate all'agricoltura.
Isabel Archer

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Commento 906 del 26/05/2005
relativo all'articolo Gli studenti universitari non conoscono la storia
di Paolo G.L. Ferrara


Che cosa ci dobbiamo aspettare se anche i cosidetti canali alternativi della critica architettonica generano novelli Hitler, affannati nella ricerca della razza pura italiana, incasellando in categorie posticce ciò che di buono viene prodotto dai giovani italiani, affiancando ricerche sideralmente lontane pur di fare l’asso pigliatutto. Dov’è che s’insegna la storia? Nei surgelati di Italia Nostra o negli OGM dell’Università parentale?
E’ un peccato che tanta buona volontà, fuori e dentro l’Università, fuori e dentro la rete, marcisca nei procedimenti compromessi di un’alimentazione cognitiva alterata.
“La debolezza di un solo anello della catena di trasformazione può essere sufficiente a rendere difettoso l’intero processo.” Attenzione all’intossicazione collettiva, meglio stare a dieta.

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Commento 839 del 19/11/2004
relativo all'articolo Gli studenti universitari non conoscono la storia
di Paolo G.L. Ferrara


Benvenuti nella nazi-università di Luigi Moffa, sono benvenuti solo gli studenti superdotati, voi, plebaglia spuria, non contaminate (per carità) il sacro lavoro di questi pochi eletti. Ma sì, mettiamoci un marchio su quelli che danno scarsi risultati, ma sì, fin dalle elementari, così sono bollati per sempre. Terragni? Un povero deficiente. Ma che motivo avrà poi mai avuto per essere insofferente all’insegnamento accademico del politecnico… mumble rumble… Leonardo Da Vinci? Uhm… ah sì quel pazzo che voleva inventare una macchina per volare, era pure dislessico, certo, come Einstein, Picasso, Michelangelo, John Fitzgerald Kennedy, Mozart, Giulio Verne ecc.
La ricerca pura… roba per sognatori, gente che non ha i piedi per terra. Al massimo potremmo racimolare qualche soldino in più per incrementare la ricerca applicata.
Peccato che nel mondo del superarchitetto (l’Italia…caspita che onore), che tutto vede e tutto capisce, i fondi spesi per la ricerca siano superiori in Europa solo alla Spagna, che in ogni caso dimostra un incremento in questo senso molto promettente, similmente a molti paesi che in Europa ci sono appena entrati o ci devono ancora entrare. Ma da dove escono allora tutti questi professori così brillanti? Magia.
Oh, ma è un onore che i nostri grandi ingegni vengano reclutati nel mondo intero, chissà perché, però, in Italia non ci viene quasi nessuno a studiare e a lavorare, questo non le dice niente gentile Luigi Moffa? Ma vuoi vedere che bisogna modificare i metodi di reclutamento dei docenti?
Ah, non sa cos’è il fenomeno del localismo nei processi concorsuali universitari, strano, se ne parla da un po’… si vede che lei di “maghi che da un cilindro estraggono conigli, colombe, e mazzi di fiori” ne sa più degli studenti stessi.
Il sovraffollamento costituisce un problema, eh sì, ma principalmente per gli studenti stessi (subdotati, normodotati e superdotati): ne cadono a centinaia nei primi anni di università, sconfitti dalle condizioni mortificanti in cui sono costretti a seguire le lezioni, scrivendo gli appunti in piedi, ammassati gli uni su gli altri, mentre il professore ha la sua bolla d’aria assicurata ed invita amenamente ad andare fino a casa sua allo scopo di fare le revisioni in tutta tranquillità, non importa quanti chilometri si debbano fare e quanta benzina occorra. Chi completa un corso di architettura ne esce più tosto di un marine, questi sì che sono vantaggi, vuoi mettere? Chissà se lo studente dotato ce li ha gli attributi per combattere questa guerra, magari sarà scappato anche lui insieme agli sciagurati che non avevano niente di meglio da fare e soldi da buttare.
Sa, signor Moffa, mentre dico queste cose mi passa la voglia di essere ironica. Il numero di università in Italia rapportato alla popolazione è veramente esiguo, controlli. Ma non è la scarsa quantità, in fondo, la madre di tutti i mali, piuttosto la deprimente qualità dei sostegni morali e materiali destinati alla didattica. Quello che avviene in America è molto differente e non paragonabile alla realtà italiana, mi viene da ridere solo al pensiero delle teaching universities e research universities trapiantate in Italia, ma dove ci avviamo?
Il fenomeno dell’università di massa, poi, è qualcosa di inarrestabile, in Italia e all’estero, se lei ritiene di essere in grado di bloccare la storia, faccia pure. Io, come lei, non auspico una scuola d’élite privatizzata (che, come dice anche lei, sarebbe alla fine privilegio di una ristretta cerchia di benestanti) e non l’auspico in nessun altro senso: ciascuno può dare a modo suo un interessante contributo all’architettura e mettere limiti alla provvidenza non mi sembra una buona strategia.
In quanto all’università a numero chiuso, rischia di diventare, in un ambiente ormai usurato come quello della formazione, un’arma a doppio taglio.
Insomma signor Moffa, diciamola tutta, l’università italiana è già una scuola d’élite, lo è sicuramente nell’abitudine estesa di dispensare vantaggi settari ai docenti e agli studenti privilegiati.
Io per fortuna l’università l’ho conclusa da un pezzo, ma oltre alla facoltà in cui mi sono laureata, ho avuto modo di conoscere la realtà di molte altre facoltà italiane di architettura. Naturalmente non è il guadagno (almeno non diretto) che la maggior parte dei docenti universitari rincorre propinando i propri libri (e libri di professori “affettuosamente” connessi), si tratta di prestigio, visibilità, scambio di favori, intrecci professionali paralleli all’università, carriera ecc. Solo una ristretta cerchia di professori onesti, realmente validi (qualcuno, per opera della sorte, può venire fuori anche dal cilindro dei raccomandati) desidera comunicare i propri studi, le proprie ricerche (serie) ed integrarle ad una lettura critica che coinvolga gli studenti stessi in maniera attiva. Ma non mi sembra di dire assolutamente niente di nuovo.
In quanto a discernere tra ciò che è posticcio

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Commento 835 del 17/11/2004
relativo all'articolo Gli studenti universitari non conoscono la storia
di Paolo G.L. Ferrara


Per Luigi Moffa

Trovo estremamente disdicevole colpevolizzare gli studenti che non sono, in realtà, vittime di allucinazioni collettive. E trovo quantomeno meschino mortificare il sentimento astratto con in quale una giovane mente, che non ha mai visto compiersi la vera architettura intorno a sé, si avvicina alla disciplina dell’architettura (non sostanziata esclusivamente da cemento ed equilibrio statico).
Vogliamo forse negare che nelle facoltà di architettura italiane s’insegnano tecniche e teorie della progettazione vecchie almeno di 20 anni? Vogliamo negare che la storia dell’architettura non è rapportata, se non in rare eccezioni didattiche, alla storia contemporanea che più da vicino ci riguarda?
Per non parlare dei cosiddetti esami complementari, recessi oscuri in cui (più che negli insegnamenti fondamentali) ciascun professore (protetto da identificazioni nominali rassicuranti) declama le proprie teorie (spesso posticce) senza concedere alcun dibattimento critico ed obbligando i giovani studenti a comprare libri autografi (o forse dovrei dire testamenti olografi?) che solo la magnanimità della sorte può far coincidere con letture interessanti e non con la più diffusa carta straccia.
Abbiamo le università piene di professori raccomandati, la teoria dell’evoluzione ne discende inesorabilmente minata.

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Commento 831 del 14/11/2004
relativo all'articolo Chiudere l'appello a favore del museo ARA PACIS di
di Giannino Cusano


L’architettura italiana sta davvero prendendo una piega raccapricciante. Io rimango attonita, anzi sgomenta anche davanti a queste affermazioni sul Colosseo di Carlo Aymonino (da “Al via i lavori per il Grande Campidoglio. Intervista a Carlo Aymonino”):
http://www.architettiroma.it/archweb/dettagli.asp?id=5161

“Giusto il Colosseo. Si dice che lei, architetto, abbia delle idee ardite in proposito. Quali sono?
«Metà dell’anfiteatro manca del perimetro esterno. Crollato per il tempo, i terremoti. Sistemata l’area dei Fori, il Colosseo non può restare così com’è. Va superato lo "scalino" del Valadier, bisognerebbe completare l’ellisse esterna in semplici mattoni. Per capire veramente come si presentava duemila anni fa».
Ma lei ne ha parlato con Adriano La Regina, il sovrintendente archeologico?
«Sì. Ne è rimasto piuttosto colpito. Ma non ha escluso che sui Fori si possa lavorare in maniera positiva».

Tra la riesumazione del porto di Ripetta e la ricostruzione del Colosseo “come si presentava duemila anni fa”, rischiamo di diventare il paese delle mummie.
Jean Nouvel aiutaci tu: http://www.architettiroma.it/dettagli.asp?id=5593

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Commento 828 del 12/11/2004
relativo all'articolo Sette, mille, diecimila invarianti: alla IX Bienna
di Paolo G.L. Ferrara


Personalmente sono contenta che sia qualcuno che continua a farsi delle domande importanti e a chiedere di più, senza rassegnazione:
Dalla PresS/Tletter n.35 - 2004

"Ci chiediamo, come molti: che cosa sta succedendo alla Biennale di Architettura, un tempo prestigiosa istituzione? E’ questa la deontologia della versione 2004 (espressione del centro-destra)? Chi sono questi personaggi che con tanta disinvoltura hanno gestito la Mostra? E chi li ha controllati? (...) La Biennale è finalmente chiusa. Auguriamoci adesso l’avvento di un altro scenario, in grado di restituire almeno un’etica e una lealtà nei comportamenti, sempre più necessari alla vita civile di questo nostro paese alla deriva."
Per il Gruppo METAMORPH Gabriele De Giorgi

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Commento 824 del 08/11/2004
relativo all'articolo Sette, mille, diecimila invarianti: alla IX Bienna
di Paolo G.L. Ferrara


L'italia è il paese del "lasciar correre". Tanto l'architettura è forte, tanto l'architettura ce la fa lo stesso...
E' GRAVE che alla Biennale non si sia presentata la vera ricerca italiana contemporanea, è molto grave.

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Commento 821 del 02/11/2004
relativo all'articolo Sette, mille, diecimila invarianti: alla IX Bienna
di Paolo G.L. Ferrara


Sarebbe stato più onesto fare un bel tavolo degli orrori del XXI secolo alla Biennale perché ce ne sono ancora e troppi di mostri filo post-modern, micro e maxi, che angosciano le nostre passeggiate quotidiane, le nostre province italiane. Ne vediamo a ogni passo anche nei centri storici delle città, anzi, soprattutto. Un ambientamento cafone e presuntuoso che discende direttamente da alcuni “vecchi” delle università e che semina un germe malvagio nelle menti dei giovani studenti. Per fortuna non è solo questa la realtà e se, come si vuole vigliaccamente suggerire anche alla biennale, c’è poco da mostrare in Italia, è solo per la volontà di far campare ancora quei quattro potentissimi gatti che seminano discepoli plastificati nelle tele di ragno delle soprintendenze. Capsule venefiche che infestano le nostre strade. Quello che ci circonda condiziona il nostro modo di essere, di pensare, non sottovalutiamo l’importanza del contesto nella formazione di una giovane mente. E se qualcuno possiede il dono di una forza passionale e indipendente, non sono tutti così fortunati, non hanno tutti la possibilità di aprire gli occhi. E’ proprio questo il dono che vogliamo fare ai giovani, quella “penosa sensazione di cecità” di cui parlava il Gruppo 7 quasi un secolo fa?
Ma la storia è sotto agli occhi e ci suggerisce delle semplici verità:
“Il problema fondamentale per Terragni (che possiede una scrittura precisa e solida, a volte beffardamente ironica, mai incolore) è quello dell’educazione piuttosto che quello del principio di autorità: “Da qui la necessità che il pubblico (che nasconde tra le sue file “Il Cliente”) sia gradualmente messo al corrente, sia adeguatamente educato a queste nuove concezioni architettoniche, affinché la “intransigente” volontà dell’architetto non si trovi a cozzare inutilmente contro una non meno resistente e decisiva volontà”(da “Giuseppe Terragni. Vita e opere.” , A. Saggio)
Ma cavolo a che serve la biennale, se non si fa un po’ di sana autocritica, autoironia, se non si evidenziano le brutture e si mettono in risalto le vere nuove leve dell’architettura italiana che ci sono e caspita se ci sono. Dobbiamo pentirci che non ci siano nemmeno gli scaltri dirigenti fascisti a fare almeno finta di appoggiare una ricerca progressista?! Ma dove siamo finiti…
Ragazzi l’architettura studiatevela da soli, su internet che è l’unico posto libero che ci è rimasto.

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Commento 795 del 01/10/2004
relativo all'articolo Sette, mille, diecimila invarianti: alla IX Bienna
di Paolo G.L. Ferrara


Virus founded.

Anomalia nel sistema. E’ forte il malessere, la sensazione di smarrimento: ad un’azione non corrisponde l’effetto che ci aspettavamo. Chiavi che d’improvviso non aprono più, lastre di ferro alle pareti al posto dei consueti quadri preferiti. Incongruenza sottile e terrificante.
A questo va incontro il giovane architetto a causa della generale squalificazione della professione. Comincia dalla Biennale, in cui l’architetto italiano è relegato ad apparatore d’interni, e s’insinua nella triste committenza quotidiana.
Gli studi, sull’urbanscape, sui flussi e gli attrattori, sull’housing modulare, le progettazioni complesse delle numerose menti illuminate… buttati in pasto ai pesci della laguna.
E’ questo che vogliamo?
In Italia, non si costruisce il futuro, il profitto e il cieco nepotismo guardano a un palmo dal proprio naso. Mentre il resto d’Europa e del mondo va avanti, la struttura formativa italiana marcisce, si abbassa il livello medio di cultura e la capacità competitiva precipita nell’abisso.
I ricercatori motivati sono trattati come intrusi nel diffuso lassismo dei meschini giochi universitari e, talvolta, quasi osteggiati. Perché altrimenti sarebbe palese l’imbecillità dei pargoli pasciuti ed ottusi, futuri professori ereditari, malati di anemia creativa.
E mentre si pensa al vantaggio di pochi, i galli si apprestano a cantare sull’immondizia, perché saranno padroni sì, ma di un paese decadente e non inseribile nel mercato mondiale. Sparute occasioni pubbliche per svolgere la vera professione di architetto sono, in realtà, assegnate ai grandi professionisti esteri, un po’ per acclarata e lampante superiorità, un po’ per moda, qualche contentino qua e là ai figli di papà. Per il resto, l’architetto comune si scontra con la diffusa opinione che la propria qualifica sia poco più di quella di un costruttore, costretto a combattere contro i burocrati statali, messi lì, nei posti cruciali, mai per merito e, solo per pura fortuna, raramente illuminati.
Eppure i giovani hanno voglia d’imparare, ma trovano bastioni invalicabili nella falsa cultura pseudo-storicista di cui s’impastano, a volte irreversibilmente, nelle pigre lezioni degli atenei.
La ruggine viene via, le croste novecentiste cadono e basta grattare solo un po’ per vedere che la metamorfosi c’è, esiste anche in Italia. Ma chi aiuterà tutti questi piccoli bruchi?

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Commento 792 del 01/10/2004
relativo all'articolo Vati e gagà
di Ugo Rosa


E’ bello che Ugo Rosa affronti questi temi con accattivante ironia, ma stiamo ben attenti al portato della follia passatista:
“La tensione polemica aveva raggiunto il vertice. Terragni di sorpresa, eludendo la commissione edilizia e creando il fatto compiuto, era riuscito ad ultimare il “Novocomum”; la rivista “Il Belvedere” di Milano, diretta da Bardi, ne aveva tratto spunto per una fragorosa campagna contro i plagi neoclassici, il monumentalismo, le tendenze compromissorie e i loro fautori. Alla vigilia dell’esposizione, il libello Rapporto sull’Architettura di Bardi denunciava il monopolio professionale formatosi in Italia, a seguito del quale pochi uomini, di nessuna rilevanza artistica ma conniventi nel potere politico-economico, controllavano sindacati, organi delle belle arti, dell’istruzione, dei lavori pubblici, commissioni edilizie comunali e facoltà universitarie, esercitando, mediante una rete di accaparramenti e clientele, una vera dittatura.” (B. Zevi)
Colgo l’occasione, a proposito del progetto per l’Ara Pacis, per sottolineare che la ricostruzione del Porto di Ripetta costituisce la follia delle follie passatiste.

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Commento 789 del 27/09/2004
relativo all'articolo Don Camillo e l'architettura moderna
di Ugo Rosa


Ragazzi… siamo pronti ad una nuova resistenza per l’architettura contemporanea?
Parole sempreverdi:
“In questa miscela di compromessi e di superficialità, di rimpianti e di rinunce, di adulazioni e di opportunismi, la falsa cultura si fa complice dell’affarismo e delle vanità più pacchiane, l’ambizione si ammanta di inesistenti competenze, la burocrazia e l’ignoranza si associano automaticamente contro ogni idea viva, contro ogni libera discussione, contro ogni prova dei più meritevoli e meno compromessi architetti italiani.” (G. Pagano, 1941)
Parole che tornano:
“L’artista nuovo ha perduto la fede in una tradizione italiana, e di contro alle pretese di questa si è costituito un nucleo di formule, forse non chiare né definitive, ma che hanno un’efficienza reale ed una reale consistenza: oscura e sotterranea intuizione della verità. Fa nulla che il contatto con l’arte europea sia, nell’artista nostro, quasi un’imposizione dall’esterno; egli conquista il suo valore non perché crede in un gusto che sente, forse, irrazionalmente, ma perché ha bisogno di neutralizzare il peso di una costante tradizione, di sentirsi più libero che sia possibile. In questo modo egli è compiutamente un europeo. Il superamento di questa posizione non consisterà mai nell’opposizione a una tesi così illuminata e chiaroveggente, ma nel risolvere il problema di un’arte italiana creando la razionalità, cioè l’intima esigenza di un gusto moderno.” (E. Persico, 1934)
Profezie:
“Il problema dell’architettura nuova in Italia diventa quello stesso dell’arte in generale. Gli artisti debbono affrontare, oggi, il problema più spinoso della vita italiana: la capacità di credere a ideologie precise, e la volontà di condurre fino in fondo la lotta contro le pretese di una maggioranza “antimoderna”. Queste esigenze rinnegate dalla refrattarietà ideale dei nostri polemisti costituiscono l’eredità che noi lasceremo alle nuove generazioni, dopo aver sentito inaridire la nostra vita in un problema di stile; il più alto ed inevitabile della cultura in questo oscuro periodo della storia del mondo.” (E. Persico, 1934)

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Commento 786 del 23/09/2004
relativo all'articolo Acqua al mio mulino
di Silvio Carta


Gentile Silvio Carta,
il suo racconto è appassionato e straordinariamente delicato, tocca il cuore. Sembra di rivedersi, venuti fuori da un liceo già abbastanza deprimente e frustrante (in cui chi è leggermente diverso dagli schemi può vedersi addirittura deriso da alcuni professori di quarta categoria), scegliere solennemente la Facoltà della nostra vita, quella che ci consentirà finalmente di esprimere noi stessi, i nostri sogni.
E se anche non fossimo stati così ingenui allora da credere nell’Architettura, quella vera, e nel sistema universitario italiano (nessuno te lo spiega che i tuoi studi in Italia li devi fare da te se vuoi imparare veramente qualcosa), non sempre i nostri genitori avrebbero avuto la possibilità economica o l’apertura mentale di aiutarci a studiare altrove o forse i nostri genitori sono ingenui più di noi.
E allora solo pochi temerari, smaliziati (beati loro) e pochi figli di papà hanno scelto il percorso giusto per fare della vera architettura.
Le assicuro che il quadro che lei dipinge, se può consolarla, non è molto diverso dalle “eccelse” facoltà di architettura italiane, in cui i baroni saccenti (quelli ufficialmente ritenuti veri architetti) ti guardano altezzosi, valutando quante stelline hai sulla divisa, se tuo padre, tua madre o tuo zio gli possono servire, se ti possono sfruttare in qualche modo, se hai qualcosa che possono prendere, fossero almeno bravi in questo tipo di valutazione, sarebbe un loro merito, ma non sanno nemmeno riconoscere il valore di una persona appassionata, che ha voglia di sperimentare, a loro non interessa sperimentare, ma mantenere saldo il loro deretano sulla poltrona d’oro (perché alla fine sempre di denaro si tratta).
E siamo sempre qui, a non fare i nomi, perché questi detestabili baroni ci servono ancora, anche dopo, anche quando facciamo l’esame di stato e pensiamo di essere gli unici deficienti che non riescono a superarlo, ma poi lo squallore della professione che impariamo a conoscere d’improvviso c’illumina e capiamo che questi baroni sono la nostra condanna a vita, che ci serviranno sempre, perché comandano anche negli ordini professionali.
E questi baroni, che ci hanno propinato i loro libri, spesso inutili e boriosi, ci serviranno anche quando pensiamo che il nostro destino è fare ricerca, perché nessuno riesce a fare ricerca senza di loro in Italia.
E non sapevamo a 18 anni, persi nei nostri sogni sul futuro di città vivibili, in armonia con la natura e con lo spirito degli esseri viventi, che fare architettura significava convivere ed essere conniventi con la camorra e la mafia del mondo dell’edilizia, degli assessori e dei baroni universitari che tante volte abbiamo ingenuamente venerato.
E le poche eccezioni, i pochi professori che fanno veramente i professori, sono visti come mosche bianche, quando dovrebbero essere lo standard.
Non c’è che da invidiare chi ha la fortuna di incontrare almeno un professore vero sulla sua strada, almeno uno, che ti fa scattare la scintilla e ti fa rendere conto che quello che ti hanno insegnato, quello che hai assorbito come oro colato dalla bocca di fantocci, vestiti bene, distinti e pieni di sé, è tutto da buttare nella spazzatura.
Capisco come questo dolore possa rinnovarsi e rifluire pericolosamente, proprio nei giorni della Biennale, quando ci accorgiamo quanto indietro siamo rimasti.
Non pensino, quindi, gli studenti di ingegneria edile-architettura che avrebbero incontrato un miglior destino nelle vuote e gelide cattedrali delle facoltà di architettura italiane.

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Commento 710 del 06/04/2004
relativo all'articolo La Fenice, com'era e dov'era
di Luigi Prestinenza Puglisi


Si dimentica spesso che il Padiglione di Mies nasce come struttura effimera e, in quanto tale, con un implicito intento informativo e simbolico.
Mi sembra un caso molto differente dalla ricostruzione di un'architettura nata per essere vissuta.

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Commento 689 del 10/03/2004
relativo all'articolo Abitando la Terra
di Domenico Cogliandro


“Si attraversavano paesaggi malefici, giogaie maledette, pianure malariche e torpide; quei panorami calabresi e basilischi che a lui sembravano barbarici, mentre di fatto erano tali e quali quelli siciliani. La linea ferroviaria non era ancora compiuta: nel suo ultimo tratto vicino a Reggio faceva una larga svolta per Metaponto attraverso plaghe lunari che per scherno portavano i nomi atletici e voluttuosi di Crotone e di Sibari. A Messina poi, dopo il mendace sorriso dello Stretto subito sbugiardato dalle riarse colline peloritane, di nuovo una svolta, lunga come una crudele mora procedurale. Si era discesi a Catania, ci si era arrampicati verso Castrogiovanni: la locomotiva annaspante su per i pendii favolosi sembrava dovesse crepare come un cavallo sforzato; e dopo una discesa fragorosa, si era giunti a Palermo”

Giuseppe Tomasi di Lampedusa

Non cali un’ombra irreversibile sul “sorriso dello Stretto” , Calabria e Sicilia sono già unite.

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Commento 688 del 10/03/2004
relativo all'articolo Abitando la Terra
di Domenico Cogliandro


“La terra, il cielo e il mare, in queste regioni, assumono tinte meravigliose; tramonti fiammeggianti e chiari di luna di ampiezza da melodramma corrono per la cresta delle colline e nuotano gioiosamente attraverso l’etere; nelle gole delle montagne, dalle tonalità ambrate, si annidano le ombre ristoratrici nelle splendide giornate di giugno, mentre il folle groviglio estivo dei tralci si avviticchia in una verde frenesia agli olivi, agli olmi ed ai fichi. Ci sono tremule vampe violette che si librano sul calcare arso dal sole, vapori marini che risalgono a spire maestose lungo i burroni umidi e i raggi sulfurei di un’alba sciroccosa, quando le barche dei pescatori sembrano pallidi spettri sulla linea d’orizzonte.”

Norman Douglas

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Commento 678 del 23/02/2004
relativo all'articolo Ravello? Si fa, si fa!... Non si fa, non si fa.
di Sandro Lazier


Solo una breve precisazione: il Sindaco di Ravello ha affermato che il pericolo del parcheggio privato non esiste più, poichè i relativi progetti sono stati respinti diverso tempo fa. Anzi, lo stesso sindaco ha invitato a non considerare l'auditorium solo come un'alternativa migliore a quest'intervento.
Parole sue.
Cordialmente

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Commento 670 del 18/02/2004
relativo all'articolo Tradimento e tradizione
di Vilma Torselli


Corsi e ricorsi storici…
Domus, n. 51, marzo 1932.
"Morte e vita della tradizione".
E’ opinione comune che modernità significhi mortificazione della tradizione.
La tradizione è mortificata invece dai pigri profittatori di essa. Da qui la decadenza delle arti, proprio per opera inconsapevole di fedeli della tradizione, che poi la vanno a ficcare, gelosi a comodo loro, anche dove (come in tante attività e tecniche d’oggi) tradizione non esiste, o dove (come in certe nostrane industrializzazioni che datano dalla fine dell’ottocento, vedi tappeti) la tradizione sarebbe l’imitazione o contraffazione di modelli esotici.
La tradizione, per noi, più che nella forma mutabile, è nella gloria delle arti, nella mira degli spiriti: il carattere che deriva all’espressione artistica dalla natura di una razza è sicuramente incancellabile; non è questo snaturamento da temere, è da temere solo la decadenza di quelle viventi energie che creano via via gli elementi della grande tradizione.
Ora, se essa ha da essere per noi un prestigio da servire perché sia conservato ed accresciuto, è alle sole energie viventi, cioè moderne, che la tradizione stessa infallibilmente si raccomanda.
Senza l’apporto di queste energie, proprio quelle arti, che parrebbero più salvaguardate dalle pure forze della tradizione, sicuramente decadono; e decadono non per mancanza di modelli, di regole, di musei e di trattati, ma per mancanza dell’intervento di artisti d’oggi. Questi artisti hanno in sé le forze ed il destino di ciò che si chiamerà la tradizione, essi soli ne sono i depositari.
Acutamente è stata notata già questa fatal presenza in alcune opere nostre moderne. Ed essa è viva non nelle fabbriche ma solo negli artisti che quelle opere han create: nei laboratori donde essi han tratto rivoluzionariamente queste nuove produzioni, la tradizione giaceva corrotta e tradita.
Le forze che operano nella tradizione sono occulte, di volte in volta le individuiamo anche dove non ci apparvero presenti: ma esse operano attraverso i più vivi: la tradizione è fatta solo di autenticità. Vicinissimi le sono ed ardentemente la servono non quanti se ne giovano, ma quanti invece, avendo per se e per le proprie opere alte e severe ambizioni, incorruttibile spirito, danno perdutamente alla espressione di se stessi e del loro tempo, tutta la propria energia, tutta la propria passione.

Gio Ponti

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Commento 672 del 18/02/2004
relativo all'articolo Ravello? Si fa, si fa!... Non si fa, non si fa.
di Sandro Lazier


Con il dovuto senso dell’ironia, la cosa suona… sinistramente calzante:
"Nella prima metà degli anni ’30 il fascismo sceglie di presentarsi all’Europa con un volto efficiente e moderno, servendosi di un’iconografia in linea con i tempi; il terreno d’elezione per questa operazione di propaganda è la città, dove non si intende ovviamente spostare alcun privilegio privato. Per questo la dimostrazione di forza da parte del nuovo stato fascista non porta ad una nuova politica urbana, ma ad un rinnovamento della scena della città che punta su alcuni grossi interventi monumentali.
Il senso di “imperio” statale doveva scaturire dall’adozione di un linguaggio in contrasto con la tradizione dell’edilizia borghese, che nel contempo si prestasse bene a soddisfare le aspirazioni piccolo-borghesi ad un mondo dal volto nuovo. In un certo senso, era proprio il programma di politica culturale a richiedere per l’opera architettonica una chiarezza di rapporti col contesto che ne siglasse l’efficienza comunicativa, ed un livello di qualificazione formale che ne assicurasse il prestigio."

Gianni Accasto

E in questo caso magari si potesse parlare almeno di “chiarezza di rapporti col contesto” ed “efficienza comunicativa”. Ci vuole qualcosa di più per l’architettura contemporanea. Osiamo.
Isabel Archer

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Commento 671 del 18/02/2004
relativo all'articolo Ravello
di Luigi Prestinenza Puglisi


Il paragone non regge…
Domus, n. 605, 1980.
“Cable from Milan/Casa come me”
I nostri rapporti con specifici eventi, o immagini nel tempo, sembra talora si concentrino su frammenti, disparati e ossessivi, della nostra esperienza: siamo giocatori ed osservatori ad un tempo, come al biliardo. (…)
La Casa di Malaparte, come la pensò Libera, è una casa di riti e di rituali, una casa che immediatamente ci riporta, con brivido, ai misteri e ai sacrifici egei: un gioco antico in una luce italiana. Ha a che fare con gli dei primitivi, e con le loro implacabili richieste. Con l’inghiottire pietre e foglie e restituirle come mare e cielo. Con lo scegliere il bene o il male, e con l’inevitabile pathos dell’errore. Con il vuoto delle caverne e l’inaccessibilità del sole. Con il rifiuto dell’astrazione e l'incanto lirico. Ed anche con i dilemmi e i problemi del tempo nostro. (…)
All’esterno, il dramma è nel panorama, ed ha altri valori. E’ il dramma dell’uomo e della natura, della nascita e della morte, della espansione e della compressione, del sacrificio e dell’accettazione.(…)
Isolata, esclusa, la casa Malaparte di Libera è un paradossale oggetto che si consuma in solitudine, pieno di storie senza risposta. Un relitto sulla roccia, dopo il ritiro delle acque. Un sarcofago di voci segrete, sussurranti di fati ineluttabili.(…)

John Hejduk

Mi spiace molto aver dovuto "sintetizzare" questo bellissimo articolo, ma è per dirle, gentile LPP, che un progetto architettonico dovrebbe ispirare tutto questo e molto altro.
Isabel Archer

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Commento 597 del 23/01/2004
relativo all'articolo Con De Masi per Niemeyer
di Paolo G.L. Ferrara


In risposta a Paolo Marzano - commento n.596
Gentile Marzano, lei ricade nel panegirico, ma questa volta di se stesso. Il suo più che un invito a leggere, mi pare un invito a leggere i suoi scritti. Apprezzabile il tentativo quasi surreale di fare un riassunto di tutti i suoi proliferanti articoli, ma ne risulta un pastiche letterario che sfinirebbe chiunque.
Io non voglio essere maestra di nessuno, dico solo quello che penso.
Mettere le mani in questo suo discorso è veramente difficile, mi perdoni la sincerità.
Con tutta la buona volontà riesco a fare qualche considerazione solo sulle cose che mi sono più care, ma si rischia di uscire molto fuori tema.
Mi viene in mente che “lo stupore dell’effetto prospettiva dal basso” mi ricorda i grandi disegnatori di inizio Novecento.
“L’architettura interattiva non è una realtà, è già il passato! Si parla di possibilità di creare una nuova generazione di database dove più individui possono interagire apportando tecniche e metodi per il controllo di forme complesse connesse con più postazioni, ma questo sottointende una pratica mediale e una strategia collettiva di comunità ‘unite’ da forze relazionali che vanno oltre l’interazione;
è come se Lei parlasse del telegrafo ad individui che posseggono programmi interni alla NASA di cui solo dopo trent’anni la gente comune apprezzerà li sviluppi (così è successo per il tubo catodico o televisione, così è successo per il computer, per internet ecc…) .”
Cosa dire? Parliamo e non ci capiamo. A questo punto bisognerebbe chiarire prima cosa s’intende per “architettura interattiva”. Ma non so se sia il caso farlo qui, magari privatamente sarebbe meglio, non fosse altro che per il bene dei lettori.
Mi scusi ma io spero proprio che lei non mi prenda mai “sottobraccio” per spiegarmi le cose in questo modo.
Comunque, da quello che mi sembra di intuire, credo che le sue idee siano sicuramente più chiare del modo in cui le esterna.

Anch’io vorrei comunque tornare al tema principale e a costo d’inimicarmi tutto il mondo architettonico contemporaneo vorrei dire con spassionata parziale sincerità che: passi l’auditorium di Ravello, ma a sperimentare si vada nei centri storici delle grandi città italiane, dove c’è tanto da ricucire, da recuperare, da valorizzare, cominciamo da lì.
Ravello è bella così, lasciamola in pace e cerchiamo solo di difenderla dagli abusi (è sia chiaro non considero l’auditorium un abuso) e di lasciarla crescere da sola, come ha sempre fatto, in una dimensione appartata e spontanea.
Mi si accuserà di voler congelare il mondo, ma meglio, dopotutto, essere realistici e vedere che in Italia non siamo ancora pronti: se per un’opera architettonica di smisurata importanza si ricorre ad una “trattativa” privata e non ad un concorso di idee che speranze ci sono?
E se poi , spesso giustamente, non si ha nemmeno fiducia nei risultati di un concorso, da dov'è che dovremmo cominciare?
Qualcuno viene a dirci che è tutta una paranoia nostra, che dobbiamo smetterla di dire che la gente "pulita" non va avanti... beh, deve essere una persona veramente dissociata per non vedere ciò che abbiamo tutti i giorni davanti agli occhi, nel 99% dei casi.
Ora se io ero amica di Bernhard Franken e decidevo che il modo migliore per costruire un auditorium a Ravello fosse affidare la progettazione a lui, quanti si sarebbero strappati i capelli per difendere la mia iniziativa?
Non voglio svilire la fatica di un'operazione economica e culturale complessa, di sicura validità morale, come quella innestata da De Masi, ma questa soluzione doveva essere l'ultima ratio.
Un concorso, ci vuole un concorso.



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Commento 595 del 21/01/2004
relativo all'articolo Dal Co e il suo spettacolo osceno e commestibile
di Irma Cipriano


Io penso che, in ogni caso, chiunque produca informazione, e chi scrive un articolo - anche suo malgrado- ne fa, chiunque egli sia, non è autorizzato ad usare un linguaggio la cui reale interpretazione sia chiara unicamente ad un ristretta conventicola di persone.
Isabel Archer

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Commento 593 del 21/01/2004
relativo all'articolo Con De Masi per Niemeyer
di Paolo G.L. Ferrara


In risposta a Paolo Marzano
Una buona notizia, pare che il Wwf abbia ritirato il ricorso al tar contro l’Auditorium di Ravello.

Ma veniamo al gentile Paolo Marzano: apprezzo il suo modo garbato d’invitarmi ad una riflessione, ma non capisco cosa intenda quando scrive: “Interattività a Ravello? Benissimo, ma non in questi termini.” Di quali termini stiamo parlando?
“Chi non è un ambientalista? Chi non difenderebbe e difende la natura? Nessuno vorrebbe che sparisse sotto colate di cemento e struture pilastate o a gradoni ?”
Su questo nutro dei fortissimi dubbi e comunque se s’impedirà ai proprietari del terreno, destinato all’Auditorium, di costruire un garage, questo non accadrà.
Lei probabilmente è un sognatore, eppure mi sembra che durante la campagna per la Farnsworth House si fosse ben reso conto del pericolo.
“Allora il passo dopo è: “usiamo l’architettura interattiva, cosa? chi? dove? quando? Già, sì quella sì, eccome, anzi è la soluzione!"”
Vedo però che è anche un disfattista. Qualche idea sul “chi” l’avevo lanciata in un mio precedente messaggio, ma preferirei, ripeto, un sano concorso, non c’è bisogno che io Le ricordi cos’è un concorso di idee spero.
Lo sa, Marzano, l’architettura interattiva non è un fenomeno da baraccone, rischia di diventarlo se ad occuparsene sono persone che non ne conoscono l’essenza e la scambiano per un allestimento scenografico degno di Eurodisney (“testuggini o mouse giganteschi”… sono forse i suoi incubi peggiori? Per gli “acquari prismatici con le nuvole dentro” ci si può lavorare, è un buono spunto).
“Ho scritto e raccontato tanto su quest’argomento”, forse dovrebbe leggere di più caro Marzano.
L’architettura interattiva comincia ad essere già una realtà in altri luoghi del mondo, si documenti. Lasciamo ai disegnatori specializzati i rendering e le sovrapposizioni di scritte, cerchiamo di non banalizzare l’apporto prezioso dei Futuristi alla nostra cultura. Lei ha un’idea davvero confusa, distorta e vaga di Interattività e di Futurismo.
Vorrei anch’io invitarla a riflettere sul fatto che a Ravello l’urbano per fortuna c’entra ancora poco, fino a quando a qualcuno non verrà in mente di proporre la progettazione di un ponte che, dopo varie iperboli temerarie, partendo da Paestum e facendo il giro attorno a Ischia, Procida e Capri, vada a schiantarsi dentro il costone roccioso dei monti Lattari. Mi scusi per la figurazione fortemente retorica, ma questo sembra essere il linguaggio che più le è gradito.
In ogni caso l’Information Technology è già di grande aiuto nel controllo della dimensione urbana.
Comunque, gentile Marzano, non voglio contestare punto per punto il resto delle sue osservazioni, che, sebbene espresse in una forma piuttosto “romantica”, sono dopotutto condivisibili.
Un dubbio atroce mi rimane: qualcosa le fa pensare che io sia un membro di Italia Nostra?
Rilegga con maggior attenzione i miei precedenti post.
Cordialmente

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Commento 587 del 20/01/2004
relativo all'articolo Con De Masi per Niemeyer
di Paolo G.L. Ferrara


Trovo che non sia utile l'ennesimo panegirico su Niemeyer: non è in dubbio la forza creativa e l'impegno sociale di questo architetto.
Il suo spessore morale è ben noto a tutti.
Il dubbio è più che altro se sia sufficiente un gesto di alta suggestione poetica per procedere all'inserimento di un'architettura (sicuramente di evidente qualità) in un contesto che è quasi impossibile descrivere con le parole.
Voglio dire, l'essenza stessa del luogo interessato è anche natura, nuvole, compresenza di altitudine e mare, vertigine, ripeto, difficile descrivere.
Temo che si sia giocato troppo sul solo elemento "cultura", anche se iniziative come queste, tese alla valorizzazione delle risorse produttive a livelli alti di pensiero, sono rare.
"Non è l'angolo retto che mi attrae, e nemmeno la linea retta, dura, inflessibile, creata dall'uomo. Ciò che mi attrae è la curva libera e sensuale. La curva che incontro nelle montagne e nei fiumi del mio paese, nelle nuvole del cielo, nelle onde del mare, nel corpo della donna preferita. Di curve è fatto tutto l'universo. L'universo curvo di Einstein". (O. Niemeyer)
L'impressione è che quest'anelito di fusione con la natura non sia poi così riuscito.
Abbiamo altri mezzi oggi, oltre alle superfici curve, per inserirci in uno spettacolo complesso, etereo e materiale al tempo stesso, sfuggente, cangiante, vibratile e liminare.
Un’architettura interattiva sarebbe auspicabile in circostanze simili. Un dono che il paesaggio accolga, una struttura da “innestare” nel territorio predefinito e lasciar fiorire liberamente, evitando accuratamente ogni forma di rigetto, augurandosi anzi che il sistema naturale la inglobi presto, riconoscendola come una creatura propria.
Questo guscio, un po’ troppo “solido” e, se non in dimensioni, visivamente ingombrante, sembra contenere un’astrazione tutta “umana”, un concetto estraneo al fluire locale dei luoghi, inteso sia come secrezione costruttiva spontanea, che come morphing soggettivo, variabile e perpetuo della percezione di uno spazio così estremo.
Intanto vorrei indicare il sito in cui dovrebbe nascere questo progetto:
via della Repubblica, a 500 metri da Villa Rufolo, almeno dalle notizie on line si evince questa location.
Magari se qualcuno ha possibilità di andarci, potrebbe comunicarci le sue impressioni.
Cordiali Saluti

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Commento 583 del 15/01/2004
relativo all'articolo Con De Masi per Niemeyer
di Paolo G.L. Ferrara


Mi spiace per la svista sul “deserto delle mummie”, che per me rimane comunque tale, non me ne voglia l’amabile e illuminato Domenico De Masi.
Personalmente sono d’accordo con Pierluigi Molteni: “Possibile che nessuno degli autorevoli firmatari dell'appello non si sia chiesto se non fosse il caso di indire un concorso per un tema così importante?” Sarebbe stato doveroso.
Sempre augurandoci un concorso libero dagli strani arcasi nazionali, d’altronde sarebbe sufficiente seguire le semplici e acute indicazioni di Beniamino Rocca.

“L’Italia è un paese, comunque, nel quale chi non è scettico è fanatico: un paese dove non c’è posto per una saggezza costruttiva.” (L. Quaroni, 1957).
Sono passati quasi 50 anni e sembra che non sia cambiato niente.

Quindi dopotutto comprendo la sua posizione, gentile Paolo G. L. Ferrara, ma è pur vero che la critica “deve essere parziale, appassionata, politica, vale a dire condotta da un punto di vista esclusivo, ma tale da aprire il più ampio degli orizzonti” (C. Baudelaire).
Cordiali saluti

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Commento 579 del 11/01/2004
relativo all'articolo Con De Masi per Niemeyer
di Paolo G.L. Ferrara


Premesso:
1) che condivido pienamente le riflessioni di Paolo G. L. Ferrara sull’abusivismo, sull’assurda burocrazia e sulle beghe bizantine e massoniche della politica italiana;
2) che se ci fosse da sottoscrivere un ulteriore documento a favore della costruzione dell’Auditorium di Niemeyer lo farei subito, quanto meno per scegliere il male minore, di fronte all’opportunismo del guadagno personale contrapposto al bene di una comunità;
3) che ovviamente preferisco l’opera di un grande architetto all’ennesimo triste scheletro di cemento che vediamo spuntare in ogni luogo d’Italia , proprio sul più bello, mentre ci stiamo godendo la scoperta di nuovi squarci di paesaggio.

Premesso tutto questo, devo dire, però, che proprio non capisco perché un’opera che voglia discretamente inserirsi in un contesto prezioso debba per forza essere “un riferimento visivo per chiunque guarderà Ravello da lontano”, perché questo desiderio di occupare il territorio degno dell’uomo di neanderthal?
Non sarebbe stato meglio affidarsi ad un’architettura più “trasparente”, più aperta, meno “strutturale”, meno bianca, meno compatta? Un’insieme che contenesse in sé i principi stessi della natura, che si lasciasse attraversare dai flussi di luce, di azzurro, di verde, di tempo atmosferico, fino a diventare quasi invisibile. Un organismo costruito che rispondesse agli stimoli esterni, che interagisse con l’ambiente circostante. Intervenendo in un sito così unico sarebbe stato doveroso adottare criteri altrettanto unici, disegnati su misura, flessibili al punto tale da farsi parte stessa dell’ambiente. Un gesto artistico non è sufficiente.
Si parla tanto male di Gehry e delle sue lamine di titanio, ma almeno esse sanno riflettere quello che le circonda. E poi perché questa nuova creazione dovrebbe essere meglio della chiesa di Meier?
Ma dico io, con tutto il rispetto per Niemeyer, per De Masi e per le loro intenzioni sicuramente più che illuminate, ma proprio un architetto che li dimostra tutti i suoi 95 anni bisognava andare a scomodare oltreoceano? Con tutte le sperimentazioni d’avanguardia interessantissime che abbiamo a disposizione oggi nell’architettura, con tutte le figure emergenti e le giovani promesse del mondo architettonico.
Perché non scegliere Bernhard Franken o Farshid Moussavi e Alejandro Zaera-Polo?
E poi, gentile Paolo G. L. Ferrara, perché citare “Gli esperti più autorevoli (da De Seta a Fuksas, da Portoghesi a Pagliara e a Rosi)”? Ma cos’è, il deserto delle mummie?
Mi scusi ma non riuscivo a tenermela dentro questa e ripeto, tutto ciò che ho espresso in questo post vuole essere comunicato all’insegna del profondo rispetto per tutte le persone coinvolte e per la dimensione di singolarissima bellezza del luogo interessato dalle vicende di cui discutiamo. Spero di non essermi lasciata trascinare dalla passione e di aver usato un linguaggio adeguato.
Cordiali saluti

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11/1/2004 - Paolo GL Ferrara risponde

Non sono volutamente entrato nel merito dell'architettura di Niemeyer a livello linguistico. M'interessava affrontare un argomento che è "conditio sine qua non" affinchè si possa poi entrare nel merito proprio dell'architettura: che l'architettura contemporanea trovi spazio anche in Italia.
La situazione è di allarme rosso, e ne siamo tutti consapevoli. Finchè continueremo a "non costruire" sarà difficilissimo educare l'utenza alla qualità dell'architettura moderna e contemporanea.
Personalmente, mi è del tutto indifferente che il progetto sia di Niemeyer, o di Meier, o di Tschumi, o di Gehry, o di Nouvel, o di Piano, etc. Importante che non sia di Grassi, Gregotti, Aulenti, Bofill, Purini, Krier, Zermani, etc.
"Gli esperti più autorevoli" li cita De Masi. Ne avrebbe potuti citare altrettanti.
cordialità

Commento 576 del 09/01/2004
relativo all'articolo La Carta del Restauro
di Vilma Torselli


Dal "com'era dov'era" all' "abbattiamo tutto" non se ne può più di leggere sciocchezze.
Dalla PresS/Tletter n.2 - 2004
http://www.prestinenza.it/
Stefano Casciani wrote:
"Stanno toccando il fondo gli esaltatori della preesistenza, i difensori dell'anticaglia, i commentatori gattopardeschi: come l'incauto che sulla Repubblica del 6 gennaio ha gioito in un lungo articolo per il ritrovamento delle solite quattro carabattole romane durante i coraggiosi scavi per la Metropolitana di Napoli, nei pressi del Maschio Angioino. Mentre arrivano le ultime foto dal Pianeta Marte, vogliamo farci venire un orgasmo per l'ennesimo accumulo di cianfrusaglie che stopperà, probabilmente all'infinito, un altro piccolissimo passo per la modernizzazione di una grande città (che dopotutto si chiamava proprio Città Nuova), per finire poi scaraventato in qualche buio magazzino dellaSovrintendenza? "
Non si comprende l'arroganza di questo modo di esprimersi.
Perfino i replicanti di blade runner portavano con sè foto fasulle che rappresentassero i propri ricordi.
Questo disprezzo per la memoria perpetuato nelle forme più varie è inamissibile.

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Commento 545 del 13/12/2003
relativo all'articolo Compriamo la Farnsworth House di Mies
di Guidu Antonietti


Landmark Mies House Goes to Preservationists
By CAROL VOGEL
Published: December 13, 2003
"In just seven minutes of intense telephone bidding, preservationists won the battle yesterday for Ludwig Mies van der Rohe's legendary Farnsworth House, paying $7.5 million at a Sotheby's auction in New York. They competed against only one other telephone bidder, who was not identified.
The National Trust, which will operate the house along with the Landmarks Preservation Council of Illinois, plan to open it to the public as a museum sometime this spring. (...)"
www.nytimes.com/2003/...

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Commento 543 del 11/12/2003
relativo all'articolo Compriamo la Farnsworth House di Mies
di Guidu Antonietti


Segnalo l'articolo "SOTHEBY'S TO SELL THE FARNSWORTH HOUSE MIES VAN DER ROHE'S MASTERPIECE WILL BE OFFERED IN THE DECEMBER 12, 2003 AUCTION OF 20TH CENTURY DESIGN"
www.shareholder.com/...
Personalmente, a me, già il titolo fa venire i brividi, a voi il piacere di leggere la promozione pubblicitaria e sinistra dell'architettura.

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Commento 535 del 01/12/2003
relativo all'articolo Compriamo la Farnsworth House di Mies
di Guidu Antonietti


Ora qualcuno qui vuole farci credere che Bruno Zevi starebbe in prima fila, battendo le mani, mentre le gru abbattono la Farnsworth House.

Isabel Archer

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Commento 532 del 30/11/2003
relativo all'articolo Compriamo la Farnsworth House di Mies
di Guidu Antonietti


reply to Howard Roark
Caro Gary Cooper,
accolgo la sua provocazione come qualcosa di costruttivo e sicuramente migliore del silenzio. Lascio al direttore di Antithesi le chiarificazioni sugli pseudonimi (è preferibile che ognuno le faccia da sé, se ne ha curiosità).
Non mi pare di aver fatto una celebrazione di Mies van der Rohe ed al di là del giudizio di valore sulla Farnsworth House/Home quello che conta è ciò che essa rappresenta nella storia dell’architettura.
Se lei identifica la bellezza dell’America con la distruzione ( e qui non voglio andare oltre, poiché si rischia di tracimare in maniera poco funzionale in altri campi poco architettonici) non si appelli alle parole di Bruno Zevi.
Come leggiamo in Channelbeta, la Farnsworth House “rischia la demolizione (…) per fare posto a tre nuove villette”.
Se lei preferisce questo, credo non abbia a cuore l’architettura, ma voglio sperare che lei sia solo un po’ ingenuo e pensi che chiunque voglia acquistare questa casa sia animato da ottime intenzioni.
Non si vuole limitare a tutti i costi la proprietà privata o surgelare la F. H. in un pacchetto preconfezionato da spedire in giro per il mondo, ma solo proteggerla e lasciarla lì, dove Mies l’aveva immaginata.
Nicole Kidman/Isabel Archer
p.s. A proposito di case, spero lei non sia un fautore della “Casa delle libertà”… “Facciamo un po’ come xxxxx ci pare” (Guzzanti docet).

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Commento 530 del 29/11/2003
relativo all'articolo Compriamo la Farnsworth House di Mies
di Guidu Antonietti


Io sono veramente stupita: quasi pensavo che sarebbe stato superfluo intervenire, aspettandomi una valanga di commenti, una partecipazione in massa, senza riserve.
Vedo ben 18 commenti per l'articolo "Design in erba" e qui solo 6 commenti... ma stiamo parlando della Farnsworth House ca...spiterina!
Io capisco che abbiamo già tanti problemi qui in Italia ed in questa rivista on line essi sono messi in evidenza con meticoloso impegno, ma stiamo parlando della Farnsworth House!
Devo pensare che molte persone che inviano le loro opinioni trovino piacere ad intervenire qui solo quando è in ballo una polemica aspra, circoscritta e spesso quasi di ordine personale?
Paolo Marzano fa bene a farci un rapido sunto di quello che si legge in internet a proposito della vendita di questo capolavoro di Mies, perchè forse molti non si sono nemmeno preoccupati di fare una ricerca con Google.
Certo sarebbe molto interessante che chiunque avesse la necessaria competenza c'illustrasse meglio qual'è il motivo per cui un'opera di così straodinaria importanza non sia sottoposta, se non ad un vincolo ordinario, ad una speciale tutela da parte dello stato dell'Illinois.
Ecco mi farebbe piacere saperne qualcosa di più in proposito.
Cordiali saluti,
Isabel Archer

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Commento 498 del 14/11/2003
relativo all'articolo Don Camillo e l'architettura moderna
di Ugo Rosa


Ho letto l'articolo a singhiozzo, per riprendermi, di tanto in tanto, dall'apnea.
Non l'ho trovato scandaloso, semplicemente desolante.
Ringrazio Ugo Rosa per aver trovato la forza di dire qualcosa, è necessario che qualcuno ci difenda da questo modo di esprimersi.
Isabel Archer

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Commento 491 del 12/11/2003
relativo all'articolo Design inerba
di Gianni Marcarino


Vorrei chiarire i termini del mio stringatissimo commento (n. 478), che tra l’altro semplicemente voleva porsi come una personale riflessione ad “alta voce” e questo mi sembrava sottinteso.
Avevo scelto, quindi, di sottolineare ciò che in me risuonava stonato ad una prima (istantanea) percezione istintiva di un testo scritto, esprimendo il mio dissenso per una frase di Lazier, in risposta a Giovanni D’Ambrosio, che mi è difficile condividere.
Come dire, LEGGO: “Questo paese dannatamente cattolico non riesce a vedere la creatività fine a se stessa. Deve sempre ridurla ipocritamente al servizio del patetico e del patito. Non c’è speranza perché anche un bravo architetto come d’Ambrosio ne è tormentatamene coinvolto.”, PENSO: “Ma cosa sta dicendo?!!”. E quindi cerco un confronto esplicativo.
E se “I miei occhi non leggono nulla di moralista nel commento di Giovanni D'Ambrosio”, sono comunque i miei occhi, quali interfacce di elaborazione della mia accezione della parola “moralista”.
Anche questo è parlare di architettura, di design, di desiderio individuale contrapposto al bisogno, alla necessità (e Saggio ce ne parla da un bel pò).
Un forte desiderio di non settorializzare e sezionare la creatività mi ha naturalmente portato a non esprimere un insindacabile giudizio di valore su questo oggetto nato dalla mente di Luca Toppino.
Perciò, gentile Luca Mancardi, forse anche lei poteva essere più esplicito sul perché lei pensa che io sia “improbabile”.
Forse si riferisce all’uso che io faccio di uno pseudonimo (tra l’altro con una forte dose di autoironia le assicuro)? Del resto un uso alquanto palese direi.
C’è qualcosa di male a non prendere se stessi troppo sul serio?
Comunque le assicuro che non ho niente contro le formiche, rispetto profondamente ogni forma di vita, ho solo pensato ad una spedizione agguerrita di piccoli insetti che intravedono dal basso, attraverso il diaframma trasparente del vetro, la mia cioccolata calda e i miei biscotti.
E le assicuro anche che ho sempre desiderato una casa come quella della strega di Hansel e Gretel, ma sarebbe deleterio per la mia dieta.
Cordialmente.
Isabel Archer

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Commento 478 del 08/11/2003
relativo all'articolo Design inerba
di Gianni Marcarino


Io sono atea, ma davvero non capisco cosa mai possa avere a che fare il sentire cattolico con il design ed il patetico ed il patito.
I miei occhi non leggono nulla di moralista nel commento di Giovanni D'Ambrosio.
Non riesce gradito ai miei sensi un "tavolino-basso, comodino o non so cosa altro.." pieno di formiche.
Cordialmente
Isabel Archer

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8/11/2003 - Sandro Lazier risponde

“Isabel Archer era una ragazza dalle molte teorie e dall’immaginazione abbastanza fervida. Il possedere un’intelligenza più viva di quella della gente in mezzo alla quale era stata allevata, l’avere una più larga percezione dei fatti e l’esser bramosa di acquistarsi una conoscenza non comune era stato un suo privilegio”. Così James, con penetrante spirito analitico e lucido sguardo ironico, presenta la sua eroina. Con un’ irrequietudine facilmente scambiabile per superiorità, l’abitudine a trattar se stessa come oggetto d’omaggio, con pensieri dai contorni vaghi e un insopprimibile bisogno di stimarsi, Isabel Archer è convinta “che ciascuno deve essere tra i migliori, possedere una magnifica organizzazione vitale (e la sua propria era certamente bellissima) e muoversi in un regno di luce, di saggezza naturale, di ispirazioni deliziosamente abitudinarie”.
Isabel Archer: un ritratto immortale.
Di Henry James