Giornale di Critica dell'Architettura

30 commenti di Mara Dolce

Commento 1348 del 07/08/2006
relativo all'articolo I veri mostri
Articolo in risposta a Terranova

di Mara Dolce


risposta a Lenzarini

Non rispondo all’”ottima analisi di Terranova sulla vicenda Ara Pacis”ma alla posizione che Terranova assume sulle demolizioni , quest’ultimo infatti, allega un link a fine articolo che riporta alle vicende di Corviale e Laurentino sulle quali ha scritto.
Ed è al Laurentino che viene paragonato, “con elegante similitudine, “ il “ malfermo ponte odontoiatrico nella bocca del sig. Terranova” e non ai “ presunti problemi urbanistici generati dall'edificio di Meier.
Trita, populista e vanziniana la difesa di un’architettura di qualità (per Souto de Moura e Las Casas neppure un esclamativo) ; raffinata e alta l’operazione “di sensibilizzazione culturale degli 'Amici del Mostro'”quelli che difendono le case, gli architetti e la storia mica le persone che ci abitano: vorrebbero sensibilizzare gli abitanti di Corviale che quest’ultimo deve esistere e loro ci devono vivere perchè testimonianza dell’opera del suo autore o forse perchè , come direbbe Lenzarini –“è un esempio di forma d'arte espressiva e comunicativa” ?
Sono d’accordo con Lei invece, a chiamare in causa Alberto Sordi, quando scrive del ruolo dell’architetto: “Tutti gli artisti praticanti altre discipline sono tanto più bravi quanto più hanno un messaggio profondo da comunicare, quanto più esprimono una personale visione della realtà, un'originale analisi della società, quanto più stimolano il pubblico a pensare, quanto più dicono le cose che nessuno vuole sentire”(...)
Il provincialismo dell’affermazione – (la nostra fortunatamente, è la generazione che ha scelto l’architettura costruita negli studi di architettura all’estero e non quella chiacchierata e scritta delle pubblicazione dei dipartimenti italiani)- è pari solo alla comicità suscitata dalla sospetta e accorata difesa di Terranova.

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Commento 1317 del 22/07/2006
relativo all'articolo Vaccarini ad Ortona: addizione del paesaggio
di Paolo G.L. Ferrara


Damiani scrive gratis per Arch'IT, che volete?
lui è un critico a contratto, è come uno dei tanti professori a contratto che tengono in piedi le università pagati meno della bidella della scuola media.
è uno dei motori che fa funzionare la cultura italiana oggi. gratis.
nelle università giovani professori a contratto non pigliano un euro e nelle riviste digitali giovani critici a contratto scrivono gratis.
se Damiani con questa canicola ha deciso di scrivere una cosa di architettura in ciabatte e con la camicia fuori dai pantaloni, lasciatelo stare: non è stato pagato.

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Commento 901 del 18/05/2005
relativo all'articolo Intervista a Attilio Terragni
di Paolo G.L. Ferrara


Personalmente ritengo che il lavoro che svolge Attilio Terragni con la sua fondazione per ricordare il suo illustro parente, sia addirittura imbarazzante per almeno due motivi:

Il primo è che lui stesso non ha capito l’apporto e l’influenza che Giuseppe Terragni ha avuto per l’architettura internazionale e che non si riduce ad un'apporto sociologico come lui in più occasioni sostiene, (si legga : ...”abbiamo appena riniziato a ripensare a Terragni per fare tornare l’idea che l’architettura può raccontare la storia dell’animo umano”... non riuscendo evidentemente a spiegarne i meriti (che sono altri) con competenze architettoniche.

Il secondo motivo è che con il nome di Atilio Terragni non si fanno altro che vedere, da un pò di tempo a questa parte, discutibili e superficiali publicazioni, che con la scusa di “attualizzare” la figura di Terragni, ripropongono le opere dell’architetto ri-fotografate “alla moda”; vale a dire con quest’aurea digitale che fa capire solo che l’unico che poco o niente ha capito della modernità di Giuseppe Terragni è l’autore stesso del libro.

Lasciare che attilio Terragni gestisca simile eredità è un autentico spreco, perchè si ha la sensazione che tutta l’operazione sia meno culturale di quanto si voglia far credere. Ma in fondo è un pò la legge della regressione verso la media, che vede i “grandi” finire tra le mani di eredi medriocri che non posseggono neppure – se non il talento, almeno il coraggio - di farsi da parte per lasciare a gente più competente e di livello ,il gravoso compito di gestire tali eredità.

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Commento 897 del 11/05/2005
relativo all'articolo Riso amaro
di Ugo Rosa


Casabella dimostra che la banalitá come l’intelligenza non ha sesso, che la buona come la cattiva architettura non è appannaggio maschile piuttosto che femminile. Fatto così questo numero era meglio non farlo, non serve a niente e a nessuno. Di fatto, un problema delle donne nella professione e in questo caso nell’architettura, esiste, ma è un problema generale: gli uomini fanno carriera, le donne lavorano.
La differenza tra una architetta che lavora e una architetta di successo, è che quest’ultima un bel giorno ha deciso di far carriera piuttosto che di sbarcare il lunario. Le donne, (e questo non lo dico io, ci sono tonnellate di pubblicazioni in proposito,) non sono educate all’assunzione del rischio e mal sopportano gli errori che commettono. Gli uomini sbagliano e si rimettono in gioco con piú coraggio.
Sono questi, e non la solita lagna del maschilismo ( che esiste in parte ) alcuni dei motivi che impediscono alle donne di occupare posti di potere.
Casabella avrebbe forse dovuto sottolineare questo punto di eccellenza delle architette intervistate: sono donne che, al di là delle cose più o meno sensate che hanno dichiarato, sono riuscite a superare condizionamenti e difficoltá oggettivamente maggiori per una donna che decida di fare questo lavoro esponendosi in prima persona.

E poi penso all’associazione “donne architette” dell’Ordine di Roma, esiste qualcosa di più patetico? A parte incontrarsi per partorire collettivamente superflue e oziose riflessioni , l’unico apporto utile che potrebbero dare è politico: si sono per caso accorte che dai dati nazionali dell’Inarcassa, nel nord come nel sud le architette italiane guadagnano esattamente la metá degli uomini? Come mai?

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Commento 874 del 20/02/2005
relativo all'articolo PresS/Tletter? no, PresS/Tabloid
di Paolo G.L. Ferrara


IL TOP DEI TOP
Molti avranno visto l'inserto del Sole24ore che dedica ogni lunedì al tema architettura e territorio.
Il critico di turno si piglia a cuore un architetto da spintonare e dichiara, con toni più o meno accesi che proprio quello è l'uomo (quasi mai una donna), che farà uscire l'Italia dal baratro del nulla architettonico. Ce lo promettono e ce lo giurano da almeno 6 anni, ognuno stila la sua classifica del top dei top: i primi dieci, i secondi venti, i prossimi cinque, il futuro numero uno.
Nel Sole 24ore della scorsa settimana il top-one del futuro prossimo per Prestinenza Puglisi -autore dell'articolo e di una delirante classifica che lo segue- si chiama Michele Molè.
Non vogliamo entrare nel merito dei meriti dell'architetto spintonato dal critico. Ci limitiamo esclusivamente a delle considerazioni elementari:
operazioni di promozione di tal fatta e con questi toni si addicono a quelli della propaganda elettorale che nulla hanno a che vedere con la promozione culturale; ricordano piuttosto le gag di tg satirici "...bisogna promuovere e esportare il prodotto Italia", dice il finto Luca di Montezemolo.
Operazioni di mutuo appoggio a coppia: critico-emergente-architetto-emergente, sono sicuramente un genuino prodotto prettamente italiano, nel senso che la sagra paesana travestita da promozione culturale è un fenomeno sconosciuto al resto d'Europa, bisognerà solo vedere se sarà un prodotto esportabile.

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Commento 830 del 14/11/2004
relativo all'articolo Chiudere l'appello a favore del museo ARA PACIS di
di Giannino Cusano


E no caro Cusano, non basta far vedere due foto di un progetto e liquidare la cosa con uno slogan:
(..) *E certo, come si può vedere, aveva ragione da vendere Meier a non voler troncare il muro.*
Le ragioni da vendere ce le deve spiegare, altrimenti la stessa operazione può essere fatta da quelli che lei chiama castratori con una modifica del commento:
*E certo, come si può vedere, avevamo ragione da vendere a voler troncare il muro.*

E’ la difesa argomentata dei valori che l’architetto crede di aver individuato in una architettura, che fa la differenza, e non mostrare un prima e un dopo come nelle diete miracolose delle televendite.

Sono convinta che se negli ultimi trent’anni si fosse applicato questo criterio con serietà e rigore, oggi non si registrerebbe la netta vittoria dello storico sull’architetto.
Nell’attesa che Cusano argomenti..
Mara Dolce

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Commento 730 del 29/04/2004
relativo all'articolo Stroncare la 'lobby del culo e camicia'.
di Paolo G.L. Ferrara


il commento di Beniamino Rocca la dice lunga su come siamo messi a critica in Italia. Un normalissimo intervento che non sia di promozione viene considerato "coraggioso e bello" . Quanto all'impegno generoso di Prestinenza in rete, Rocca potrà facilmente vedere che spessissimo sono interventi già pubblicati precedentemente su riviste.
Niente di personale contro Prestinenza, per il quale è una passeggiata in questo momento essere "critico affermato" con quello che gira . Ma non ci venga a vendere la storia della stroncatura dopo che lui per anni ha promosso chiunque. Se è arrivato il momento di stroncare che almeno ci spieghi perchè proprio adesso, cosa è cambiato? Un critico serio fa anche questo: spiega le sue improvvise virate, i salti carpiati di pensiero, gli atteggiamenti ribaltati.
Quanto alla mia credibilità invito Rocca al seguente link:
http://www.b-e-t-a.net/~channelb/corrispondenti/027roma/
purtroppo vedrà che tra la critica dell'affermatissimo critico a Moneo, e quella della sconosciutissima osservatrice a Meier, non c'e' poi una gran differenza.

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Commento 728 del 27/04/2004
relativo all'articolo Stroncare la 'lobby del culo e camicia'.
di Paolo G.L. Ferrara


Impeccabile l’intervento di Paolo Ferrara “stroncare la lobby del culo
e camicia”. Impeccabile perchè tiene conto di tutti gli aspetti che implicano le lobby professionali, perchè solleva dei giusti interrogativi sull’eventuale capacità dei critici di essere in possesso di quel coraggio e capacità critica che permette di “stroncare”; fino all’invito a Prestinenza -che ha audacemente (e incoscientemente) istituito una specie di rubrica anti-buonista in favore della stroncatura -a partire, per esercitare la stessa, dai suoi amici “critici”.
Il mio bravo a Paolo Ferrara va soprattutto perchè con il suo scritto
mette in evidenza due cose:
1) per un critico è più facile promuovere piuttosto che mettere in evidenza le debolezze di un’opera. Con la prima ci si guadagnano amici, con la seconda si rischia di scoprirsi: impreparati, incapaci, inconsistenti. Negli ultimi 6 anni, mascherata da “critica costruttiva” ci siamo dovuti sorbire lo sproloquio di qualsiasi leccaculo che ha pensato bene di farsi un po`di amici e di far girare il suo nome fatto precedere arbitrariamente dalla parola “critico”, facendo una inconsistente “promozione” della nuova architettura.
2) Prestinenza è stato uno di questi critici “buonisti” che ha proposto e appoggiato la qualsiasi cosa e che ora, con il suo consueto salto triplo da político trasformista, ci si propone in veste di anti-buonista invocando la “stroncatura”. Evidentemente si sente pronto per la critica seria, quella che non ha come obbiettivo principe il consenso. Con la “promozione” che ha esercitato negli ultimi anni si è fatto un discreto gruppetto di amici che lo segue, si sente forte abbastanza per non dover dire ancora troppi grazie. E’ cosciente, che inaugurando la stagione della critica anti-buonista, pochi lo seguiranno: ci sarà una scrematura dei sedicenti critici: spariranno i Barzon, le Palumbo, gli Unali e quant’altri si sono inventati critici per una stagione, permettengli un confronto più diretto e stretto con gente di maggior livello, facendo in questo modo un salto di qualità nell’opaco panorama della critica italiana.
Io non posso che applaudire all’iniziativa della stroncatura promossa da Prestinenza, perchè circa due anni fa, proprio sulle pagine di antiTHeSi sollevai il problema della critica buonista e dei sedicenti critici che nulla apportano all’architettura se non a loro stessi. E stroncatura per stroncatura, inviterei Prestinenza a partire non solo dai suoi amici critici - come gli suggerisce Ferrara - ma da se stesso: dal suo pezzo su Moneo, che è debole e che rivela una formazione di storico piuttosto che di architetto, che non centra le vere e tante debolezze dell’architettura di Moneo; che mette dentro tutto per paura di non aver lasciato niente intentato. Una critica dei grandi numeri la definisco io, che gioca sullle statistiche: ficcandoci dentro parecchia roba, almeno una delle tante si approssimerà per difetto o per eccesso alla realtà.

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Commento 703 del 23/03/2004
relativo all'articolo Introduzione ad Eisenman
di Antonino Saggio


Poco tempo fa la facoltà di Valle Giulia di Roma, ha dato la laurea Honoris causa all’architetto argentino Clorindo Testa. Le celebrazioni per il decennale dell’Università degli Studi di Ferrara , si sono concluse con la Laurea Honoris Causa allo svizzero Peter Zumthor. Ieri, la facoltà Ludcovico Quaroni, ha dato la laurea Honoris causa all’americano Peter Eisenman: Carla Ricci nel suo commento ci assicura che è stata la conferenza più interessante degli ultimi 5 anni, se solo ne avesse “captato” l'altra metà .
Che cosa significano queste lauree Honoris Causa?
Che ci vogliono dire i presidi delle facoltà con queste operazioni “culturali”?
Si tratta per caso di un vuoto della linea di facoltà che si cerca di riempire -in assenza di un pensiero proprio- con quello di personaggi più o meno autorevoli?
O forse è l’ennesima operazione política di presidi di facoltà, ormai ridotti a burocrati che, obbligati all’autonomia, sono in cerca di consensi che poi si trasformino in matricole?
Lucio Barbera e` il nuovo preside della facoltà Ludovico Quaroni, si è appena installato.
La prima operazione che ha fatto da preside è stata quella di investire a Honoris il noto architetto americano: che dobbiamo pensare? Che quella sarà la nuova linea della Ludovico Quaroni?
O che altro? L’avrà spiegato il professor Barbera perchè fosse così urgente questa Laurea honoris causa?

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Commento 524 del 27/11/2003
relativo all'articolo Qualità dell'architettura contemporanea nelle citt
di Massimo Pica Ciamarra


Delle cose lette e fin qui scritte da Remo Gheradi mi auguro le seguenti cose:

a) che Remo Gherardi sia uno studente;
b) che Remo Gherardi sia uno studente del primo anno;
c) che Remo Gherardi sia uno studente del primo anno della facoltà di farmacia e non di quella di architettura;
d) che Remo Gherardi sia uno studente del primo anno della facoltà di farmacia dell'università di Praga e da solo pochissime settimane in Italia in viaggio di piacere o studio, con chiare difficoltà di lettura della lingua italiana e che pura casualità si sia imbattuto, in un momento di noia o di stanchezza, girellando su Internet, in una rivista digitale di architettura. E che volendo lasciare poi un segno del suo passaggio del (mi auguro) piacevole soggiorno italiano , abbia scritto qualcosa tanto per esistere, cosi' come fanno di solito i vandali che incidono i l proprio nome sui ruderi.
Se per Remo Gherardi non è valida alcuna delle ipotesi (a,b,c,d), vuol dire che e' pronto per iscriversi ad un master digitale (se già non lo frequenta), io potrei consigliarlo in proposito, affinchè potenzi le sue "sconosciute e neglette" possibilitá. ma preferirei consigliarlo in privato, in primo luogo perchè ci siamo allontanati molto dalla pertinenza dei commenti allo scritto di Pica Ciamarra qui proposto, e in secondo luogo per evitare ai lettori di perdere tempo e a me di trattenermi dall'insulto che avrei tanto piacere di riferirle.

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Commento 522 del 27/11/2003
relativo all'articolo Qualità dell'architettura contemporanea nelle citt
di Massimo Pica Ciamarra


Risposta a Remo Gherardi riferimento commento n.520
Egregio Remo Gherardi,
non sia modesto, Lei non solo non capisce “l’acrimonia di certi commenti” (non so cosa voglia dire in italiano "che si fanno bella bocca di dare") ma molto, molto di più: per esempio, che cosa significhi per un architetto saper gestire un progetto. Che poi Lei sia a distanze siderali dalla pratica dell’architettura, ma vicinissimo al provincialismo architettese italiano, emerge in maniera inequivocabile dall’impostazione ridicola di argomenti del tenore "...colleghi esteri che fanno razzia di incarichi" e dal pensare che l’architettura italiana sia Piano, Aulenti e Fuksas. Sorvolando sul delirio incomprensibile del “garage laggiù” di Meier e sul tutto il resto dei “sogni delle Hadid” ecco direi che i problemi si risolvono in primo luogo con l’intelligenza. Non so se lei e’ d’accordo….

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Commento 518 del 25/11/2003
relativo all'articolo Qualità dell'architettura contemporanea nelle citt
di Massimo Pica Ciamarra


(...)Ne è prova evidente l'invasione di progettisti di altri paesi, sempre più vistosa in questi ultimi anni, alla quale non corrisponde analoga presenza dei progettisti italiani al di fuori della penisola(...)
Gentile Pica Ciamarra, l”invasione”? se la presenza dei progettisti italiani al di fuori della penisola è zero, è perchè, diciamocelo una volte per tutte, sono delle schiappe strepitose rispetto ai colleghi che ci “invadono”. E’ perchè non sanno gestire un progetto, e nessuno rischia i propri soldi per architetti che non sanno fare gli architetti.
Sì lo so, è brutto scrivere queste cose sopratutto perche’ da almeno quattro anni alcuni suoi colleghi dell’In/Arch battono una lagnosa grancassa sulla mancata visibilita`della Giovane architettura italiana, brava ma sfortunata, poverina . E’ la scorciatoia ai problemi reali, converrà con me che in tre anni di promozione di giovane architettura italiana tutti ricordano i nomi dei critici promotori ma non quelli dei promossi. Quanto all’In/Arch, se uno legge I suoi comunicati , quest’ultimo stesso, quello sul condono, quello di Guzzini, trova che siano delle cose condivisibili nel complesso, niente di che per carità, ma apparentemente equilibrate. Poi cercando un riscrontro ai condizionali delle vostre dichiarazioni: “si dovrebbe fare, si dovrebbe dire, noi faremo noi diremo” entrando nel sito www.inarch.it, ci si sloga la mandibola dallo sgomento . Che fa l’Inarch per i giovani architetti?
Chiede soldi. Vediamo come:
“L’in/arch, nel suo costante impegno rivolto alla promozione dell’architettura, si fa fautore di un’iniziativa che intende sfruttare i vantaggi offerti dalle nuove tecnologie informatiche a favore di una visibilità che solo con difficoltà si riesce a conseguire. Ha per esempio realizzato un sito web, con lo scopo di trasferire in rete tutte le proposte, le idee, le battaglie che da oltre trent’anni porta avanti, scontrandosi con una realtà italiana sempre ostile alle novita” www.inarch.it/../progetti_in_rete l’in/arch per “il suo costante impegno rivolto alla promozione dell’architettura chiede ad ogni partecipante un contributo di Euro 75 + IVA ogni due mesi di permanenza in rete” .
per le iniziative in corso invece abbiamo il discusso e discutibilissimo Master digitale, costo: 3.950 Euro più IVA, non ha un marchio di qualità ISO e ancora non si capisce da chi è riconosciuto. Borse di studio: una (grazie ad antithesi e a me che lo scorso anno abbiamo fatto il putiferio) quest’anno il master e’ partito mettendo la sordina sperando che non ce ne accorgessimo.
I corsi di informatica invece, sono a pagamento, i docenti e i costi delle lezioni ad ora, sono più o meno gli stessi di quelli del master, solo che si chiamano in modo diverso, (basta vedere i risultati del master dello scorso anno per capire di cosa parlo)
A parte Tavole rotonde, qualche mostra, un’incomprensibile Campagna di pubblicità sociale dell’Inarch “paesaggio: il nuovo creato”, (???)
gentile Pica Ciamarra, non c’e’ altro, NON c’e’ altro.
Davvero uno non capisce perchè .” In questo contesto, l'INARCH andrebbe sostenuto nel suo impegno apparentemente marginale, (diciamo assolutamente marginale ndr) ma nella realtà profondo: l'incentivazione del dialogo fra esponenti di ogni forma di espressione culturale, committenti, progettisti, realizzatori.”
Si ha la sensazione che all’inarch si “dialoghi” troppo, e che a parte fare i riassunti di cose che girano per confezionare manifesti, non si faccia altro. Perchè invece non cerca di capire le ragioni del perchè i progettisti italiani contano zero nel panorama europeo? Perchè bisognerebbe cominciare dall’università a fare un po`di pulizia, ecco perchè , troppo scomoda la faccenda.

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Commento 515 del 24/11/2003
relativo all'articolo Don Camillo e l'architettura moderna
di Ugo Rosa


Volevo invitare Pepito Sbazzeguti, alias Pierpaolo Fadda, ad un commento sulla chiesa di Meier.
Perchè mai Sbazzeguti dovrebbe essere Fadda?
Eh... perchè c'ha quel vizietto, al quale non sa resistere, di parlare di nani e giganti che si arrampicano su specchi e spalle altrui.
saluti cari

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Commento 511 del 20/11/2003
relativo all'articolo Design inerba
di Gianni Marcarino


Gianni Marcarino domanda
RISPOSTA 1.
Gianni Marcarino dice: “VORREI AVERE da Lei degli esempi di prodotti di qualità(..) al di fuori delle bagarre parolaie descritte dal suo commento”.
1-Gli elenchi, le liste, lasciano il tempo che trovano,ne abbiamo avuto recentissime conferme con le discusse liste under40. mettere in colonna
nomi di opere di architettura e design, quando non se ne giustificano i criteri , è un operazione da auproclamati critici di architettura italiani, di quelli che un giorno si definiscono critici e quello dopo teorici dell’architettura se non addirittura comunicatori.. Questo semmai potrebbe il tema di un prossimo articolo.
2- per il “VORREI AVERE” la rimando alla risposta n.3

RISPOSTA 2
Gianni Marcarino dice: “preso atto del kitch italico in cui ci siamo immersi, come propone di uscirne” (…)
Più che di Kitch parlei di trash, inteso come emulazione fallita. Basta farsi un giro nelle università il giorno delle tesi , per vedere un ricco campionario di emulazioni fallite di Ghery, Hadid, Eisemman, Fuksas ecc. insomma una specie di “ciaocrem” , dell’architettura , un succedaneo della ben più nota e buona “nutella”. La colpa è ovviamente dei docenti che vertono in uno stato di semincoscienza dell’architettura e che appoggiano da pari a pari, l’allegro entusiasmo adolescenziale degli studenti.
“Come uscirne?”
Credo che si debba ripartire dall’università. Oggi i presidi di facoltà si limitano a fare i gestori e i burocrati di un organismo pubblico. Non hanno una linea culturale chiara, (praticamente non la hanno), accettano indiscriminatamente tutto. Una linea riconoscibile sottintende una scelta cosciente di un tipo di architettura e la difesa critica della stessa, significa aver chiaro come dovranno essere gli architetti di domani. La recente riforma dell’autonomia degli atenei, che prevedeva una sana competizione che si sarebbe dovuta misurare sull’offerta culturale e poteva essere uno stimolante rilancio dell’architettura; è stata invece
immediatamente polverizzata dall’interpretazione provinciale dei loro presidi che ne hanno fatto uno strumento politico ridotto a competizione del proprio prestigio e alla corsa (patetica) all’accaparramento delle matricole con gadget e promozioni. Un “ottimo” esempio in questo senso, è la facoltà di architettura di Roma “la Sapienza” che divisa recentemente in tre sedi ,ha messo a nudo tutti gli aspetti di potere, burocrazia e di povertà culturale che per almeno vent’anni la hanno corrosa, facendola precipitare nelle classifiche delle peggiori facoltà italiane. A partire dagli anni ottanta le facoltà di architettura hanno avuto come unica “linea culturale” il potere; lo strumento per gestirlo e mantenerlo è stato quello della poltrona incollata eternamente al culo per sé e per pochi intimi. Ancora oggi, la cattedra è un titolo nobiliare che si passa di padre in figlio; infatti, recenti studi scientifici nei dipartimenti di facoltà, hanno dimostrato che il gene dell’architettura, della cattedra e del merito scientifico, è nel DNA del padre che non può non trasmetterlo all’altrettanto meritevole figlio o nipote. I dottorati pagati, guarda caso, li hanno tutti i figli dei docenti, ce ne fosse uno che non se lo meriti. Le borse di studio praticamente non esistono, i soldi sono a beneficio dei dipartimenti per comprare gli schermi al plasma per la gioia di docenti- adolescenti senili le cui ricerche finanziate con denaro pubblico, al 90% sono carta straccia che non serve a niente e a nessuno, se non a loro stessi per fabbricarsi titoli.Le facoltà di architettura sono un luogo dove “piove sul bagnato”: per chi ha soldi: borse di studio, (quelle poche che ci sono),per chi ha il padre professore: il dottorato pagato, per quelli che non hanno niente da dare in cambio: meno di niente. Il merito, si sa, nell’ italietta dalle mezze maniche, non paga. Le raccomandazioni ci sono in tutte istituzioni del mondo, ma è semplicemente scandaloso vedere come in Italia il merito proprio non trova posto, o che questo venga riconosciuto, difeso e anteposto ad altri interessi solo da rarissimi integri docenti che nella corruzione generale fanno quasi la figura degli eroi. E sì, perché docenti di questa fatta ovviamente di amici ne hanno pochissimi. E’ solo di pochi giorni fa la notizia di centinaia di ricercatori che facevano fagotto e se ne andavano all’estero; e non perché non ci siano i soldi, ma perché vengono distribuiti arbitrariamente: chi nell’università non sa fare politica rimane a bocca asciutta.
In questo clima di profonda ingiustizia sociale e disonestà intellettuale, non c’è posto per una“ linea culturale“: non ci può essere quindi l’Architettura.

RISPOSTA 3
Gianni Marcarino dice: “Dato che il tavolino di Luca Toppino non è, secondo lei tanto male, ma non la convincono i commenti sociologici culturali ATTENDO Suo punto di vista”(…)
Gentile

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20/11/2003 - Gianni marcarino risponde

Domanda 1
"Le liste, gli elenchi non servono". Quando si parla di dicotomie, di fronti contrapposti, di palesi scemenze (vedi il commento 486) significa avere le idee chiare. In questo senso gli esempi sono utili, aiutano a capire ed a dialogare su elementi concreti. Mi auguro che questo possa essere un tema futuro. Un esempio: il programma di Daverio, condotto dallo stesso critico d'arte la domenica su Rai 3. Ha affrontato il tema del restauro filologico, prendendo una posizione, con tanto di nomi, cognomi, e documenti filmati. La posizione è ovviamente tutta da discutere; il miracolo è che cio' accada.

Domanda numero 3
A parte la filippica sulla buona educazione, (mi ricorda la scuola e le compagne/bene, accompagnate dallo sguardo benevolo degli insegnanti tanto amici di papà e mammà: i loro "cazzo cioè", erano politicamenre correttissimi) segnalo che a parlare dei pattini e della massaia è, ovviamente in modo del tutto lecito, l'autore del tavolino il quale ha introdotto il proprio lavoro con un piccolo commento segnalato tra le immagini dell'oggetto. Commento peraltro richiesto da Antithesi per dialogare sul tema senza alcuna pretesa aulica, ma con la convinzione che un progetto possa anche essere "raccontato" e discusso.

Commento 503 del 16/11/2003
relativo all'articolo Design inerba
di Gianni Marcarino


Scusi Marcarino, non ho capito qual'e' la domanda, me la puo' ripetere?
Sara` forse per colpa di quel ritorno al Barocco che lei tanto auspica.
cordialità
Mara Dolce

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16/11/2003 - Gianni Marcarino risponde

Gentile Mara,
sarò sintetico, razional(ista) al meglio delle mie possiiblità.
Domanda numero 1:
Vorrei avere da Lei esempi di prodotti di qualità (design, architettura), compresi da pochissime persone, prodotti al di fuori della bagarre parolaia descritta nel suo commento.
Domanda numero 2:
Preso atto del Kitch italico in cui siamo immersi, come propone di uscirne, anche e soprattutto, visto il sito che ci ospita, sul piano culturale ed estetico ?
Domanda numero 3:
Dato che il tavolino di Luca Toppino non è, secondo Lei, tanto male, ma non la convincono i commenti " sociologico-culturali", attendo un suo punto di vista specifico sull'oggetto.
Cordialità
Gianni Marcarino

Commento 495 del 14/11/2003
relativo all'articolo Don Camillo e l'architettura moderna
di Ugo Rosa


Ugo Rosa non delude mai, come non condividere l'irresistibile sberleffo al Don Camillo della critica dell'architettura? Ma l'altra ragione per la quale Rosa ci manda questa appassionata e divertente pernacchia è perchè lui è un lettore affezionatissimo de "Il Foglio" di Ferrara o meglio, de "Il Foglio di Fico" come lui stessa lo ribattezza sulle pagine di satira digitale di www.pippol.it. Lo scritto di Rosa non può non rimandarci ai recentissimi eventi inaugurali della misericordiosissima chiesa di Meier e all'ormai consueto e sospettoso silenzio da parte della critica "accreditata" che accompagna questi eventi. Tanto spettinarsi tutto l'anno a parlare e scrivere della mancata modernizzazione delle città italiane, del futuro possibile e probabile, dell'iperfuturo, delle inevitabili e indispensabili ipersuperfici;e poi finalmente quando si realizza qualcosa come la chiesa di Meier che solo qualche anno fa a detta di tutti gli esperti era ritenuta un'opera alla quale Roma non poteva rinunciare, non poteva non farsi, tale era l'apporto all'architetturacontemporanea di quest'opera; nessuno o quasi nessuno dei nostri "critici" ha scritto una nota piu' lunga di una velina di agenzia. A questo proposito c'e' da segnalare: Pippo Ciorra sul Manifesto, Antonino Saggio con un commento critico sul suo sito, Ugo Rosa su pippol.it e Antithesi.info, Archimagazine.it. Come sempre Arch'it di Marco Brizzi che pare essere la rivista digitale numero 1 di archiettura italiana, sceglie la linea critica del silenzio. Come Brizzi,molti degli "accreditati" che non mancano ad una sola tavola rotonda, dibattito o quello che e', che sono sempre molto attenti a che, sulle locandine, davanti al loro nome compaia sempre la qualifica di critico, esperto, teorico, comunicatore, si sono guardati bene dal farsi scappare una vocale sull'argomento. E' curioso che proprio questi signori , che per professione parlano e addirittura scrivono sui vantaggi indiscutibili della velocità dell'informazione,poi non sappiano approfittare dello straordinario potenziale di internet, per scrivere da critici, un commento su un evento tanto atteso e discusso come la realizzazione della chiesa di Meier , con tempi che non siano quelli della carta stampata . si insomma,e' curioso che impieghino molto,ma molto di più dei giornali...praticamente non scrivono.

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Commento 486 del 10/11/2003
relativo all'articolo Design inerba
di Gianni Marcarino


Il commento di Gianni Marcarino è la dimostrazione di come l’architettura e il disegn oggi si giochino dicotomicamente su due livelli : il primo su quello della pura teoria e dell’astrazione che rappresensenta la parte più consistente della stragrande produzione di parole, riflessioni, consideracióni e dibattiti, e l’altro , della pratica, che interessa pochissimi (che non partecipano ai dibattiti), e che si traduce a volte in prodotti di qualità . Vedere allora nelle parole del critico Bonito Oliva: " L'arte invita l'umanità ad un “pranzo gratis" a bordo delle sue opere, un nutrimento spirituale introdotto fuori dalla logica della pura sopravvivenza" la giustificazione a qualsiasi scemenza architettonica o design partorita nel nome della creatività, è la posizione acritica e propria di chi vive nelle proiezioni dei desideri e non in un paese che si chiama Italia. In questa nazione, un qualsiasi riconosciuto zuccone che ha avuto la faccia tosta di definirsi critico di architettura, non solo non è smentito, ma leggittimato e invitato ad una tavola rotonda a dire la sua. In Italia, le veline e una qualsiasi scema di valore che mostra cosce e silicone, si autodefiniscono “artiste “, persone di spettacolo, senza che nessuno gli faccia una pernacchia. Un TizioCaio Qualunque che dice banalità come tutti, di autoproclama “comunicatore” di professione e lo scrive pure sui manifesti senza nemmeno una risata degli astanti. Un cantante di canzoni napolatane da crociera, traffichino e arrogante è Presidente del Consiglio da più di seicento giorni. Ecco, nel paese del “Lei non sa chi sono io” dove è piu’ importante la pubblicità dell’etichetta/titolo che la qualità del prodotto, è pericoloso parlare di arte e creatività; perchè sono termini usati per giustificare qualsiasi fesseria con l’appoggio omertoso di chi avrebbe gli strumenti (e il dovere ) per smentirli. Denunciare questo non significa essere nè “paternalisti” nè moralisti, ma possedere un minimo di senso dello stato delle cose. Dire che il design si occupa quasi eclusivamente delle non necessità di chi può comprare il superflo e che di conseguenza si è incrementato un ricco e svariato mercato della scemenza caríssima e’ un dato di fatto; asserire che il design e’ all'esclusivo servizio di questa richiesta, è una realtà; e voler spacciare tutto questo per arte e’ un’operazione da televendita registrata dell'arte e mandata in onda alle tre del mattino . E tornando al tavoloinerba di Toppino, (che è solo un pretesto), ripeto, non è affatto male come oggetto in sè, trovo sia peggiore la pretesa operazione sociologico-culturale che lo commenta: “negazione del concetto della massaia/o con il pallino dell’ordine e della pulizia es. pattine per non rigare il pavimento da 150 euro al mq.)”; e che Toppino si definisca uno che “lavora sul versante artistico”. E per concludere, a conferma del felice mondo in cui vive Marcarino: “auspicando che la vita possa tornare ad essere quella barocca, incasinata dei mercati rionali, delle case di barriera, degli oggetti da "esistenza massima" come l'informe Sacco di Gatti, Paolini, Teodori (vedi Fantozzi), in cui ognuno decide la postura che desidera(...)”
Ma questo paese e’ già così, dove vive Marcarino, in Svizzera?

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Commento 479 del 08/11/2003
relativo all'articolo Design inerba
di Gianni Marcarino


Non credo che il tavolino "erba voglio" sia peggiore di tanti altri pezzi di design nati "facendo girare la matita sul foglio".
E' da parecchio ormai che nel nome della creatività non ci sia oggetto (o progetto di architettura) che sia considerato troppo cretino per non essere prodotto o solo pensato. Praticamente la quasi totalità del design contemporaneo frutto della "creatività", "non ha alcun senso"; fenomeno che rappresenta mirabilmente le scemenzerie delle necessità impellenti delle società del benessere. A questo proposito e a proposito della reprimenda di Sandro Lazier al commento di D'Ambrosio, ricordo un editoriale di Furio Colombo apparso qualche tempo fa su " l'Architettura" (incredibile come su quella rivista le uniche cose sensate le scriva un non architetto) che si chiedeva perche' mai il design non si occupasse degli ospedali e delle necessità estetiche e funzionali di questi luoghi. Si tratterebbe di etica quindi e non di moralismo.

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Commento 450 del 31/10/2003
relativo all'articolo Cin-Cin 'Maestro' Gehry!
di Mariopaolo Fadda


In un presente di nani e ballerine, l'unico nano che puo' permettersi di dire qualcosa sul lavoro di Gehry è l'ipertrofico ego (questo si, gigante) di Mariopaolo Fadda; tutti gli altri devono accontentarsi di leggere le sue personalissime opinioni spacciate per scienza esatta che, laddove non arrivano con argomentazioni sensate sono supplite dagli insulti.
Apprezzabile l'euforico (seppure adolescenziale) entusiasmo di Fadda per il suo divo preferito, ma dovrebbe imparare a dire quello pensa da architetto, piuttosto che da critico da architettura di quelli che vanno adesso: dall'oggi al domani.

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Commento 441 del 24/10/2003
relativo all'articolo Bytes e frames d'architettura
di Enzo Mastrangelo


Pare che Enzo Mastrangelo sia riuscito a capire il senso e ad apprezzare l'operazione Intimacy e dei suoi almeno 3 sottotitoli e 12 iniziative con relative sezioni e sottosezioni all'interno di Image, che poi sarebbe Beyond Media, che significa Oltre i Media, perché diciamolo, cercare semplicemente di spiegare il senso contemporaneo dei media fa tanto livello medio; ma cercare di andare oltre i Media significa fare un'operazione di pubblica utilità che è decisamente sopra la media.
Io invece l'unica cosa che ho capito di Intimacy (che fa tanto detergente per l'igiene intima femminile), è che "lo spazio abitato va in cerca di nuove definizioni, le mura domestiche non definiscono un ambito di intimità o di sicurezza, né garantiscono privacy".
A partire da questa anonima riflessione assolutamente inconsistente, pretestuosa, non supportata da alcun dato, scritto o approfondimento puntuale, a Firenze si mettono su talk-(sciò) che parlano di Space Invaders, proiezioni di video (sul genio romantico), special event (su Koolhaas Rhapsodie), dibattiti, conferenze, mostre dei lavori dei corsi delle università per almeno dieci giorni. Insomma un vero festival del tutto-niente dove non si capisce più l'intezione prima e originaria di questo dimenarsi internazionale, mobilitare sponsor, scomodare università mondiali, prenotare camere d'albergo, trasferimento dell "intero corpo docente del master privato In/arch romano per moderare, intervenire, sollecitare riflessioni"
. Ma non sarebbe stato più serio dire: mandateci quello che volete?
L'unica immagine che resta di tutto questo farsi vedere per non far vedere niente, dimostrare niente, dire niente, è quella di un letto sfatto, che sia questa la sintesi?

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Commento 335 del 05/10/2003
relativo all'articolo Coppe e medaglie: a Cesare quel che è di Cesare
di Ugo Rosa


Sono assolutamente lieta dell’intervento di Ugo Rosa sulla Medaglia d’Oro per almeno due ragioni.
La prima perché Rosa entra immediatamente nel merito del premio aprendo a nuove considerazioni.
Infatti parla della critica e lo fa dicendo delle cose importanti.
Ci dice che la critica è anche potere e politica e che può avere delle ripercussioni reali sulla cultura architettonica di un paese. La critica può quindi giovare o danneggiare, ed è forse doveroso entrarne nel merito, prendere posizione, come lui stesso fa (in un generalizzato e curioso silenzio), contestando il premio al professor Nicolin. Se Nicolin, o chi come lui, ha fatto dei danni, è anche grazie al silenzio di colleghi e pubblico, (aggiungo io), quindi la responsabilità è ripartita anche tra chi dovrebbe parlare e tace.
La seconda ragione è squisitamente dialettica. Prendo a prestito la struttura che Rosa usa per contestare il premio a Nicolin per dimostrare la non pretestuosità di quanti hanno sollevato dubbi per la menzione a Brizzi. Infatti, mentre per il primo possiamo virgolettare alcuni passi dei suoi scritti "...una scelta plastica di vago sapore berlaghiano in cui affiorano le originarie passioni gregottiane per i pevsneriani pionieri del moderno..." e trovarci d’accordo o meno con la forma e la sostanza di questi, per il secondo è praticamente impossibile virgolettare alcunché. Non mi rimane che riprendere un commento del direttore di Arch’It pubblicato su questa stessa rivista sull’evento Biennale di Venezia e che forse si avvicina a quella che potrebbe essere una linea critica: “[...]i problemi che si sono evidenziati in occasione dell'ultima Biennale erano, nella loro complessità, troppo grandi per noi. O comunque troppo articolati per essere affrontati con una semplice invettiva, oppure con azioni-tampone operate a margine, dagli esiti incerti se non addirittura controproducenti.[...]”
...meglio un prudente silenzio, allora.
Ora caro Ugo, è una realtà che Nicolin e Brizzi facciano divulgazione, il primo con Lotus , il secondo con Arch’it; ma non vedo perché si possa entrare nel merito della critica di Nicolin ma non di quella di Brizzi.
La sezione della Medaglia d’Oro riguardava la critica, ed è di questa che parliamo: di critica. Né di divulgazione, né di potere, né di generosità, né di poltrone. Nel caso di Nicolin esiste e ne possiamo discutere, nel caso di Brizzi non esiste e possiamo solo dire che è simpatico, forse.

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Commento 412 del 30/09/2003
relativo all'articolo Domus cambia. Vedremo come...
di Paolo G.L. Ferrara


Dal mio punto di vista, se con la nuova direzione, da Domus spariranno i titoli da piazzista televisivo, fenomeno che affligge in maniera più o meno grave tutte le riviste di architettura italiana, sarà già un bel risultato; e mi riferisco, per capirci, ai titoli degli articoli del tenore:
"rovine del futuro"
"paesaggio e ossessioni"
"scavo nella memoria"
Domus maggio 03, che è niente in confronto a
"Proiezioni in fuga"
"Come un cristallo"
"Ordinato dinamismo"
"Le suggestioni delle illusioni".
Dell'Arca 03.
Ma la palma d'oro alla melassa, spetta sicuramente all' "Architettura"
"sorridendo a Mies"
"il mattino del buon giorno"
"incontri in volo"
"ricercata semplicitá"
"sintesi:eleganza+umanizzazione"
Architettura Cronache e Storia maggio 03,
ma la delusione peggiore è vedere il progetto
corrispondente a cotanto titolo.
ecco, buon lavoro a Boeri.

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Commento 383 del 23/07/2003
relativo all'articolo Buone vacanze a...
di Paolo G.L. Ferrara


Mi unisco all'augurio di buone vacanze a M.Biló e M.Casati.
www.newitalianblood.com
MASTERS=BIDONI ²

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Commento 376 del 19/07/2003
relativo all'articolo Critica da allevamento
di Mara Dolce


Il professor Saggio difende il suo lavoro: legittimo.
Ma da qui a dire che le critiche vengono da posizioni poco informate
perché non hanno citato il suo lavoro critico ce ne corre.
Per quanto riguarda "le generalizzazioni ad effetto", forse si riferisce ai suoi colleghi e alla critica italiana che con i facili proclami ha cercato di supplire all'incompetenza. Ritengo che le osservazioni qui riportate siano tutto meno che generiche, bensí puntualissime accuse.


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Commento 372 del 15/07/2003
relativo all'articolo Critica da allevamento
di Mara Dolce


"critica da allevamento" giunge alle stesse conclusioni di Botta: la critica non serve a niente e a nessuno se non a se stessa. Ma vorrei aggiungere : "questa" critica italiana che valorizza e promuove una ricerca frivola ed elitista di originalitá e novitá a qualsiasi costo; e in questo momento storico .
Gli inizi della critica dell'architettura vengono fatti risalire alla meta' del VIII secolo con gli scritti dei teorici del neoclassicismo: Winckelmann, Lessing, Mengs, che si lanciarono contro il tardo barocco.
Diderot con i suoi saggi e pensieri su pittura, scultura e poesia, e Milizia con la difesa dei concetti rigoristi e classicisti in "Principi dell'architettura civile" e "arte del saper vedere..", possono considerarsi i precursori e gli iniziatori di questo spiritico critico che ebbe la sua teorizzazione nel sistema filosofico di Kant. Ed e' a partire dell'arte da avanguardia e il movimento moderno che l'attivita' critica ha il suo ruolo piu' rilevante nella difesa di una nuova architetttura (razionalista, funzionalista, sociale).
A partire dagli anni sessanta inizió il processo di discredito della critica con l'articolo di Sontag "Contro l'interpretazione". Questa rapidissima ed insufficiente escursione nella storia della critica, per dire che la critica esiste e va di pari passo con l'architettura.
Ed e' una realta' che vende libri, produce master con iscritti, siti con clicks, conferenze e un sacco di gente che apparentemente non sta a spasso...Allora visto che esiste, l'invito e', che almeno cerchi di svolgere un ruolo etico (e non morale), con una appropriata funzione sociale.

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Commento 287 del 16/02/2003
relativo all'articolo Nonsolomoda, anche idiozie
di Paolo G.L. Ferrara


Il Guggenheim di Bilbao e' stato anche glamour, ha fatto e fa tendenza nell'architettura , ha condizionato i cervelli degli spettatori-architetti verso il mondo della ricchezza e dello sfarzo, come sono le architetture di Gehry. La promozione e la spettacolarizzazione di questo edificio cosi' com'e' stata concepita a suo tempo, e' anche la dimostrazione che la cultura a volte e' moda e non sempre cosa seria.
Nonsolomoda mi sembra il contenitore adatto.

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16/2/2003 - PaoloGLFerrara risponde

Dissento assolutamente dall'idea del Guggenheim da leggere oltre i suoi significati di reintegrazione edificio-città-territorio. Tutto il resto è "contorno", non commestibile.
Gehry "è" Santa Monica: lì arriva tutto il suo retroterra di esperienze in parallelo con l'arte; da lì ri-parte tutto. Ma non certo il glamour: quello è un'invenzione mediatica.

Commento 325 del 05/02/2003
relativo all'articolo Medaglia d'oro?
di Mara Dolce


Capisco che la menzione di Brizzi alla medaglia d’oro sia di tale ed oggettiva inconsistenza che si tenti debolmente di distoglierne l’attenzione con pretestuose quanto puerili dichiarazioni del tipo “siete cattivi e gelosi” all’indirizzo di chi solleva legittime ed aggiungerei doverose perplessità; ma andando oltre, il problema non è solo Brizzi e la sua poco conosciuta(?) produzione critica.

Sembra da un po’ di tempo a questa parte, che una certa critica sia incapace di formulare giudizi di puro merito senza che questi siano fortemente condizionati e vinti dalle relazioni di amicizia, con risultati deludenti e di scarso interesse per l’architetttura .
Brizzi è un apprezzato divulgatore dell’architettura, ma non lo è altrettanto come critico; il suo nome come finalista è ingiustificato. Ma nel premio Medaglia d’Oro si è tentata una forzosa operazione di alta sartoria, adattando al suddetto un premio che gli sta largo e gli “cade” male da tutte le parti. Perché?

Certo, tutto si può fare, ma è bene che si sappia che una parte consistente di pubblico non apprezza questo tipo di operazioni, che sicuramente non aiutano quell’architettura italiana che gli stessi protagonisti di queste vicende affermano di voler risollevare.
Poi sarebbe doverosa una riflessione sulla serietà dei premi in generale e sulla Medaglia d’Oro in particolare interrogandosi sulla loro reale utilità .

Detto questo, la notizia di Brizzi finalista ad un premio di critica ha degli aspetti positivi: è una speranza per tutti.

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Commento 270 del 31/01/2003
relativo all'articolo Escusatio non petita...
di Paolo G.L. Ferrara


Vorrei candidarmi ad essere querelata dall'In/Arch.
Sono sicura che ci divertiremo tutti moltissimo.


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Commento 238 del 18/12/2002
relativo all'articolo Master digitale IN/ARCH: M.L. Palumbo risponde a M
di Maria Luisa Palumbo


Non vorrei che la polemica sul master INARCH si riducesse ad un attacco personale alla dottoressa Palumbo e alle sue competenze vere o presunte nel mondo dell'architettura. Mi limiterò pertanto a rispondere nella seconda parte dell'intervento alle domande che la dottoressa mi rivolge e che la riguardano, ed entrando subito nel merito delle pertinenze del master.
IL MASTER:
c'è da rilevare che il mercato offre molti prodotti con la denominazione di master spesso estremamente differenti tra loro. Al fine di offrire alla potenziale utenza una chiave di lettura che consenta di orientarsi in un'offerta dai connotati spesso incomprensibili, sarebbe stato corretto, visto che trattasi di master NON universitario, che l'In/arch avesse informato a quale legge fa riferimento in materia di master, da chi è rilasciato il titolo, da chi è riconosciuto e dove e com'è spendibile. Ci dica se, quando ci presenteremo ad esempio a Parigi o a Londra, a chiedere di lavorare in uno studio d'architettura con il nostro certificato master In/arch da 232 ore, si metteranno a ridere o ci spalancheranno la porta.
Quanto a quello che io chiamo "esca finale" del master, usando il nome di Fuksas come apripista, e che la Palumbo chiama tirocinio, l'In/arch dovrebbe sapere che un tirocinio di architettura, nel resto d'Europa, che si svolge durante gli anni accademici dell'università, è puntualmente pagato. E'indecente che l'In/arch offra, dopo una laurea e a maggior ragione dopo un master, uno stage non pagato presso uno studio. State offrendo semplicemente "il contatto": scusate, ma pensate che ci voglia un master da 4000 euro per trovare il coraggio di chiedere di lavorare gratis in uno studio? Centinaia di studenti lo fanno da sempre.
Riguardo all'opportunità che l'In/arch ha valutato come secondaria o irrilevante, vale a dire "di aver lanciato un bando senza aver risolto la questione borse di studio" e che ha fatto giustamente indignare, tra i tanti, Saggio, Lazier e Ferrara, è uno dei punti fondamentali dell'offerta di un master ed è una gravissima mancanza da parte dell'In/arch. Servizi di ricerca di risorse finanziarie (borse o prestiti personali) consentono di privilegiare nelle ammissioni, il merito, le motivazioni, le propensioni, rispetto "alla capacità di pagare". Infatti, nei requisiti minimi necessari per assicurare una formazione di qualità, una delle tre variabili essenziali su cui si basa un programma master è la caratteristica del candidato e quindi il processo di selezione (le regole per l'organizzazione di un master NON universitario, ci sono eccome! Non conoscete le norme ISO?)
La correttezza e l'onestà intellettuale avrebbe voluto, che senza borse di studio, il master non partisse.
Si ha invece la sensazione che i protagonisti di quest'avventura, nella fretta e nella smania di esserci, di ottenere la massima visibilità con il minimo impiego di energie, di esistere, sempre e comunque, si siamo mossi nel disprezzo delle più elementari regole, dando prova di un'irritante arroganza.
Tutta questa serie di mancate informazioni, superficialità e facilonerie nell'organizzazione del master In/arch, ha fatto scattare il mio allarme "al bidone". Bidone inteso come master-contenitore furbo e inconsistente, (e non "bidone-truffa"). Quando è l'Istituto Nazionale di Architettura che organizza un master, ci si aspetta chiarezza, rispetto delle regole, correttezza e competenza.

firmato
Mara Dolce
e non "Mara Dolce" né dolce Mara.

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Commento 161 del 14/07/2002
relativo all'articolo Antithesi e 'nuovi critici' di architettura
di Paolo G.L. Ferrara


Fino a quando nelle facoltà di architettura di questo paese, sarà più importante che un aspirante docente di progettazione architettonica, abbia scritto un libro invece che aver tentato di realizzare un'architettura,ci saranno architetti incapaci di fare il loro mestiere. Io credo che una critica che non produce architettura sia una critica fallimentare, e che fare critica senza partire dall'architettura sia sociologia.
Perché bisogna prendere le distanze dai sedicenti critici?
Perchè fino a quando scrivono in web, parlano a convegni e fanno salotto, tutto bene, ma c'è qualcuno che poi li prende sul serio e li invita in una giuria di concorsi di architettura, come purtroppo già sta accadendo. I "nuovi critici" non sono preparati e non sanno quasi niente di architettura.
Diversi Esempi: l'emergente e gettonato critico milanese che ha scritto recentemente un articolo di critica su Abitare, su un ottimo progetto di una stalla nel nord Italia, realizzata da un giovane architetto italiano; è stato incapace di comprendere la qualità dell'architettura che aveva davanti, si è limitato a fare la storia delle stalle in Italia. Conclusione: forse qualcosa in Italia sta cambiando, forse c'è una produzione architettonica di qualità ma i nostri critici non sono in grado di capirlo e comunicarlo. Il giovane critico in questione ha altri meriti, perché si ostina a voler scrivere di argomenti che ignora?
Sul versante critica che anticipa i tempi, altro esempio di emergente
critico che si autodefinisce in un colpo solo e con grande effetto comico: cyberarchitetto, esperto di transavanguardie e critico di architettura, scrive in web : (.)" Basta con gli edifici, i cubi, le scomposizioni, i blob.Progettiamo l'incostruibile, l'immateriale, l'invisibile: lo spazio puro e semplice. Progettiamo la convergenza tra organico e inorganico.Tra il corpo prostetico del cyborg e la sensibilità elettronica del costruito. Progettiamo nuove zone di spazio capaci di risvegliare la nostra capacità percettiva. Proviamo, ogni tanto, a guardare la realtà col sonar di un pipistrello. E a pensare che forse è possibile costruire nuove forme di paesaggi. Sonori, liquidi, vegetali (.)"
Sembrerebbe il manifesto verboso di un entusiasta studente del primo anno di architettura, invece poi si scopre che il "critico" in questione viene invitato a convegni e tavole rotonde proprio in qualità di critico di architettura!
Per la serie critici a tempo perso, si legge in web il curriculum di un altro emergente critico, super invitato a qualsiasi cosa che tratti di architettura(.) "Si interessa distrattamente di problemi di storia e critica dell'architettura, dei rapporti tra innovazione tecnologica e progetto, con particolare attenzione alle nuove tecnologie di comunicazione". (.)Sarebbe interessante sapere di cosa non distrattamente si interessi, visto che comunque, ovunque, è sempre presente, ma senza mai parlare veramente di architettura.
Avete notato come si muovono queste carovane di critici? In gruppo, compatti ,sempre gli stessi, in coppie fisse o in santissime trinità, qualunque sia il tema del dibattito sono presenti. Spregiudicati, parlano: che si tratti di video di architettura, di recupero di centri storici,di cartoni animati, o per intervenire o per moderare,loro ci sono e parlano, spesso a vanvera e mai che si tirino indietro.
Cari Lazier e Ferrara, voi credete che l'architettura parta dalla critica, io fortunatamente no.
Un saluto

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14/7/2002 - PaoloG.L.Ferrara risponde

No, non credo che l'architettura parta dalla critica. Se dico che il critico deve essere capace d'anticipare pur se solo di un millesimo di secondo l'architettura, intendo dire che egli deve avere la preparazione e l'intuito di capire l'architettura, sia essa classica, anticlassica, e quant'altro. Ma ribadisco: critica e progettazione devono essere collegate, devono interagire.
Facoltà di architettura: assolutamente d'accordo. Cosa facciamo per cambiarle? L'università è degli studenti, che hanno l'assoluto diritto di ricevere una preparazione come si deve. Questo è il mio "credo" e per esso mi sono battuto a mie spese, pagando le conseguenze delle mie proteste. Ma questa è un'altra storia. Però sarebbe interessante che gli studenti si ribellassero seriamente, protestando ufficialmente per l'impreparazione dei docenti (rimando agli articoli nella sezione di antithesi "Università").
Si prende sul serio solo chi si stima, ma per stimare si deve avere personalità; se si prendono sul serio i sedicenti critici, significa che non si ha la capacità di ragionare con la propria testa.
No, non credo che l'architettura parta dalla critica: credo che partano entrambe dall'onestà intellettuale di chi le fa.