Giornale di Critica dell'Architettura

10 commenti di Marco Mauro

Commento 957 del 21/09/2005
relativo all'articolo Bravo Eisenman. Anzi, no
di Vilma Torselli


"Quando i bambini fanno oh
c'è un topolino
Mentre i bambini fanno oh
c'e' un cagnolino
se c'è una cosa che ora so'
ma che mai più io rivedrò
è un lupo nero che da un bacino
a un agnellino"

questa la canzoncina di podia che ha avuto tanto successo a sanremo. purtroppo ricordo benissimo quando bruciavo le formiche o staccavo le zampe alle cavallette. o quanto lasciavamo le lucertole marcire in una bottiglia o annegare. o quando catturavamo le farfalle. o bucavamo da parte a parte gli insetti più coriacei. ma ricordo anche quel piccione malconcio e spennacchiato; mentre altri quattro o cinque gli bucavano la testa a suon di beccate, o quei criceti che si mangiavano fra di loro lasciando il mangime lì, o l'orso che ammazza - senza mangiarli - i cuccioli dell'orsa, o l'osservazione di lorentz e di quella convivenza cucciolo-coppia genitoriale che portava all'uccisione del piccolo, e tutto il resto che solo certi animalisti non vogliono raccontare perché temono che l'uomo si faccia idee sbagliate sul genere animale - il loro. la sua lettura di tom&jerry è giusta, ci mancherebbe! ma il mio gatto - che non si chiamava tom - giocava bene con i topi. ma preferiva staccare la testa agli uccellini dopo averli palleggiati per qualche mezz'ora. la testa la nascondeva sempre. alla faccia della necessità! ma non è di animali che volevamo parlare.
le do ragione quando dice che fra gli architetti vige in generale una mono-cultura che li porta a mettere l'architettura in cima al sistema delle arti ma questo non riguarda me che non pratico il mestiere ('per fortuna' dirà lei 'ecco perché perde tempo a scrivere' diranno tutti gli altri) e non riguarda nemmeno tantissimi studenti, neolaureandi e neolaureati e gli under 50 - ma su questo tornerò più tardi. non volevo nemmeno criticare la sua - bella, detto senza ironia e senza piaggeria - analisi alle opere degli artisti che ha considerato. nel mio scritto precedente, ironizzando, volevo solo farle notare che - a mio parere - le argomentazioni e il metodo che ha usato per spiegare i concetti di quelle opere contemporanee, non possono funzionare per l'analisi di un'opera così diversa come quella di eisenman; chiaramente impostata su un linguaggio 'minimalista'. e uso le virgolette perché ormai parlare di minimalismo è come parlare di postmoderno. cioè tutto e niente. ma non trovo un sinonimo migliore di quello generico che ho utilizzato. quello che non mi è piaciuto del suo scritto è il tentativo - così è parso - di analizzare - per fare l'ennesimo parallelismo - l'ivanhoe come se fosse un romanzo psicologico. se avesse scritto che a lei i romanzi storici non piacciono, le avrei potuto al massimo chiedere 'perché' senza volerle imporre la lettura. ma nel suo articolo sembra tanto che per forza balzac sia meglio di scott. 'la pelle di zigrino' o 'l'antiquario'.

(sul parallelismo letteratura-architettura scriverei volentieri - bella la sua provocazione stile 'fallo sul tuo diario' - ma all'architetto non importa un tubo della letteratura - arte minore per eccellenza secondo loro. è la letteratura il vero tabù di chi in facoltà ci insegna solo a leggere 'le città invisibili' - ma anche lì ho avuto docenti che ci volevano spiegare 'l'uomo senza qualità', queneau, etc. e che ci chiedevano con supponenza e senso di sfida quanti libri leggete, solo perché lui si sentiva un lettore forte perché ne leggeva uno solo - e misero - al mese)

comunque, per ritornare a prima della parentesi, dando anche per buona quella sua comparazione, non mi sembra che l'originalità del punto di vista possa essere di alcuna rilevanza nel giudicare la qualità di un'opera. semmai, in questo caso, evidenzia ancor di più l'evidente: la profonda diversità delle opere. la loro incomparabilità. non sono di certo 'egregio' ma posso dirle - perché anch'io uno straccio di laurea ce l'ho - che la lettura arte visiva-architettura, impera in questi anni al politecnico. basta consultare qualsiasi bibliografia di qualsiasi corso. certo, poi, come in tutte le altre materie, ci si ferma alla metà del novecento, ma di certo fra tutte le arti di sicuro quelle visive godono di grande successo, attenzione e seguito. e lo dimostrano anche le mostre di warhol, o quelle organizzate da caroli, o le varie biennale d'arte sempre popolate da bovisaschi - particolarmente agghindati, modello studente di brera. oggi non c'è architetto che non ami infilare mondrian in ogni discorso - anche durante gli aperitivi perché alle conferenze parlano solo gli over 50. kandinskij è quasi l'intercalare fra un crodino e l'altro - ma meglio un rosso che fa chich. se zevi avesse immaginato quanti pseudoarchitetti ora si credono i massimi conoscitori del bauhaus e del cubismo forse avrebbe evitato certe 'allusioni'. tutti gli studenti crescono in facoltà guardando i meravigliosi 'quadri' - lascio a lei il giudizio - del sommo lecorbu, per non dire i disegni amabilmente paste

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Commento 953 del 20/09/2005
relativo all'articolo Bravo Eisenman. Anzi, no
di Vilma Torselli


Questa la sintesi della parte centrale dello scritto di Vilma:
'Per fare un tavolo ci vuole il legno
per fare il legno ci vuole l'albero
per fare l'albero ci vuole il seme
per fare il seme ci vuole il frutto
per fare il frutto ci vuole un fiore
ci vuole un fiore, ci vuole un fiore,
per fare un tavolo ci vuole un fio-o-re.'

Inizia così: 'la finalità è una sola: non dimenticare'.

Poi ci insegna che 'Gli animali uccidono per necessità'. E verrebbe da dimenticare di Tom&Jerry per adeguarsi al suo linguaggio semplicistico da cartoons. Ma basterebbe un qualsiasi trito documentario per smentirla.

Poi pontifica: 'l'animale uomo, unico sulla faccia della terra, uccide anche senza che ce ne sia il bisogno, né il motivo, né la ragione, uccide perché odia'. Già. Prima usa l'anche' per paura di ciò che sta per scrivere e poi conclude con quel 'perché odia' come se l'odio non fosse esso stesso motivo e ragione sufficiente - e deprecabile direbbero non solo i puritani - per uccidere.

E conclude la parte centrale insegnandoci - con una strampalata logica causa-effetto modello 'legno-albero-seme-frutto-fiore' applicata all'irrazionalità - che 'il risultato è uno solo: non dimenticare l'odio'.

Poi elenca una serie di altre opere di artisti tentando profonde interpretazioni documentate, senza porsi di fronte all'opera di Eisenman con lo stesso atteggiamento e - soprattutto - PREDISPOSIZIONE ALL'ASCOLTO.

E procede senza degnarsi di analizzare quell'opera con lo stesso vano - ma nobile - tentativo di andare un po' più a fondo delle analisi necessitàragioneodiooblio precedenti. Insomma, chiaramente il suo giudizio sul memoriale è sintetizzabile con una sola parola: 'PARALLELEPIPEDI'.

Dopo qualche settimana credo che quel suo scritto meriti una qualche attenzione e una seppur breve considerazione. Non si può fingere di non averlo letto.

Penso che Vilma, in una trasposizione letteraria dell''analisi', avrebbe potuto concludere saggiamente: 'brava Anna Frank. anzi no.' E lo direbbe dopo averci spiegato che la Hillesum scrive meglio. Quanta arguzia.

Seguendo i suoi amati parallelismi potremmo discutere di letteratura e architettura: Agota Kristof della 'Trilogia della citta di K.' o Imre Kertesz di 'Fiasco'?
'Certo', ci direbbe, 'meglio la Kristof perché nel parlar di violenza e guerra c'è in lei l'ORIGINALITA' DEL PUNTO DI VISTA'. Questo ci dice alla fine lo scritto di Vilma. Peccato che non abbia letto Kertesz.

Io, da moralista da quattro soldi, di fronte a simili analisi taccio.

Lascio Vilma con la SUA apodittica certezza nel SUO s-ragionare 'frutto di un'associazione di idee elementare ed automatica, immancabilmente confermato' - per usare le SUE parole chiarificatrici.

Taccio come vago in silenzio nel memoriale. Lascio la Torselli mentre bercia con le sue scatole - quelle sì - rotte.

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20/9/2005 - Vilma Torselli risponde

"...... Poi ci insegna che 'Gli animali uccidono per necessità'. E verrebbe da dimenticare di Tom&Jerry per adeguarsi al suo linguaggio semplicistico da cartoons. Ma basterebbe un qualsiasi trito documentario per smentirla.”

-Ma egregio Marco Mauro, Tom&Jerry sono, appunto, come lei argutamente rileva, dei cartoons e come tali umanizzati nei sentimenti dall’uomo che li ha creati e che sa odiare, a differenza dei topi e dei gatti.-

”Poi pontifica: 'l'animale uomo, unico sulla faccia della terra, uccide anche senza che ce ne sia il bisogno, né il motivo, né la ragione, uccide perché odia'. Già. Prima usa l'anche' per paura di ciò che sta per scrivere e poi conclude con quel 'perché odia' come se l'odio non fosse esso stesso motivo e ragione sufficiente - e deprecabile direbbero non solo i puritani - per uccidere”.

-Infatti molto si è ucciso in nome dell’odio, dire ‘perché odia’ non implica un giudizio, puritano o meno, ma solo una constatazione.-

"E conclude la parte centrale insegnandoci - con una strampalata logica causa-effetto modello 'legno-albero-seme-frutto-fiore' applicata all'irrazionalità - che 'il risultato è uno solo: non dimenticare l'odio'."

-Se lei non capisce il legame elementare che sottende questa frase, rinuncio a spiegarglielo.-

"Poi elenca una serie di altre opere di artisti tentando profonde interpretazioni documentate, senza porsi di fronte all'opera di Eisenman con lo stesso atteggiamento e - soprattutto - PREDISPOSIZIONE ALL'ASCOLTO."

-Qui aprirei una parentesi: è un dato di fatto che gli architetti italiani, egregio Marco Mauro, in genere snobbano l’arte contemporanea, non hanno una '"predisposizione all’ascolto" per una disciplina che ha con l’architettura strettissime relazioni. Fra gli architetti vige in genere la mono-cultura di un pensiero unico e monodirezionale che presume, chissà perché, che l’architettura debba essere superiore all’arte, lei stesso ironizza sulla possibilità di “profonde interpretazioni documentate” sull’opera di alcuni artisti, rispetto ai quali io avrei trascurato la profondità dell’opera di Eisenman. Le dirò che ero convinta di dialogare con lettori che, in quanto addetti ai lavori, ben conoscevano il memoriale di Berlino, il mio modesto sforzo andava nella direzione di sottolineare l’idea delle interrelazioni arte visiva-architettura, che è poi la linea base di tutti i miei interventi su Antitesi. Certo avremmo potuto "discutere di letteratura e architettura", andrebbe benissimo, io non so farlo, non ne ho la sufficiente preparazione, lo faccia lei, gliene saremo tutti grati-

"E procede senza degnarsi di analizzare quell'opera con lo stesso vano - ma nobile - tentativo di andare un po' più a fondo delle analisi necessitàragioneodiooblio precedenti. Insomma, chiaramente il suo giudizio sul memoriale è sintetizzabile con una sola parola: 'PARALLELEPIPEDI'."

-Vede, egregio Marco Mauro, il paradosso sta proprio qui, il memoriale è proprio un insieme di PARALLELEPIPEDI, in questo sta la raffinata concettualità dell’opera, che con la sua complicata semplicità produce in lei, mi pare di capire, un certo senso di spaesamento, come se si chiedesse:”possibile che siano solo parallelepipedi? Ci deve essere sotto qualcosa!”, ma forse lei faticherà a trovarlo, forte del suo punto di vista monoliticamente architettonico, delle sue conoscenze letterarie e delle sue ignoranze artistiche.-

"Dopo qualche settimana credo che quel suo scritto meriti una qualche attenzione e una seppur breve considerazione. Non si può fingere di non averlo letto. ............... Lascio Vilma con la SUA apodittica certezza nel SUO s-ragionare 'frutto di un'associazione di idee elementare ed automatica, immancabilmente confermato' - per usare le SUE parole chiarificatrici."

-Purtroppo per me, non ho apodittiche certezze né sull’architettura, né su Eisenman, nè su come il tema dell’olocausto si sarebbe potuto affrontare, non volevo insegnare nulla, solo porre qualche dubbio e, per l’ennesima volta, sottolineare la possibilità, non sempre sfruttata, che dalla contemporanea lettura dell’arte moderna si possa ricavare un pensiero più articolato su quello che significa oggi fare architettura.
Tuttavia, a pensarci bene, devo dire che almeno una certezza ce l’ho, quella che lei, egregio Marco Mauro, sia molto più bravo a demolire che a costruire, il che, se si parla di architettura, è un pericoloso non-sense!

Commento 939 del 18/07/2005
relativo all'articolo Giancarlo De Carlo è morto
di la Redazione


Cari lettori, che dire, qui la faccenda si fa complessa per i dietrologhi antiboeriberlusconiani.
A quanto pare i conflitti d'interessi in Domus si sono fatti planetari.
Il numero di giugno di Domus aveva in copertina il Ryugyong Hotel a Pyongyang. E credo se ne siano accorti anche Vallenzasca e Vannucci. Anzi. Dato che non leggono Domus, ricordo loro che quella copertina tratta di un'iniziativa della rivista -in collaborazione con il Politecnico di Milano- che ha l'intento di promuovere una consultazione per il completamento e la ridefinizione funzionale di quell'edificio.
Ora per caso, leggendo tre quotidiani al giorno (so benissimo che a detta di Lec, per coprire una finestra sul mondo basta un foglio di giornale, ma lo cito perché sia chiaro che non mi vanto delle mie quotidiane letture diseducative), ho trovato ad esempio sul Corriere della Sera del 14 luglio e in quello del 16, ben tre articoli su Pyongyang: "Il 'Manifesto' miope sulla vita in Nord Corea", "Quadri e palazzi, il 'Kim style' seduce l'Occidente" e "Tra i bambini impauriti del parco di Pyongyang". Articoli che in sintesi - non entro nello specifico per non tediare gli annoiati - riferendosi chiaramente all'iniziativa di Domus, riportano i riflettori sul Nord Corea e puntualmente a Pyongyang (fu scontato parlarne ai tempi degli incidenti ferroviari o delle finte strette di mano fra Nord e Sud - per limitarci ovviamente a episodi recenti del nuovo millennio). Caro Vannucci, spero di non interromperla mentre conteggia su Domus le pagine "Koolhaas/altri architetti", ma lei capirà quanto questa strana coincidenza necessiti delle sue indagini. La invito -e nell'interessantissima ricerca può farsi aiutare da Vallenzasca dato che con una certa lucidità analizzate le cose con una visione non distorta delle cose, vi invito quindi- a cercare i legami fra gli autori degli articoli sopra citati e il direttore di Domus. Le risparmio un po' di tempo: gli autori sono Marco del Corona e Giuliano Gallo. Sì perché, ci direte fra qualche ora che sicuramente il Direttore di Domus ha comprato i giornalisti per pubblicizzarsi sul Corriere. Tanto su Repubblica già compare ogni mese la pubblicità della sua rivista: ora c'era bisogno anche del Corriere. Anzi, forse Vannucci potrebbe scoprire che Marco del Corona è un collaboratore fascista di Multiplicity e Giuliano Gallo il suggeritore di Koolhaas. O che i due giornalisti siano in cerca di uno spazio anche su Domus e con quegli articoli abbiano cercato di accattivarsi il direttore.
Illuminatemi.
Io nel frattempo mi limito a constatare -per l'ennesima volta, ennesima conferma - la risonanza delle iniziative di questa Domus. Il tentativo di avviare discussioni importanti (altro che rivista da non leggere). Alla faccia di tutte quelle copertine delle passate edizioni da incorniciare ma troppo spesso prive di contenuti.
Se poi invece di discutere delle idee di Koolhaas, o dell'iniziativa Pyongyang, volete contare le pagine dedicate a x o a y, vi invito a leggere "Il Giornale dell'Architettura" (non sfogliarlo) di qualche mese fa: troverete un'analisi completa con tanto di tabelle, con tutto l'elenco in ordine alfabetico degli architetti (italiani) pubblicati sulle maggiori riviste nazionali del settore (Domus, Casabella, Lotus, Interni, etc.) e con il numero di pagine che venivano a loro dedicati volta per volta nei diversi anni - ma forse giù in questo sito se ne parlò ai tempi.
Quando rientro dalle vacanze su eventuale richiesta pubblicherò l'elenco così anche i conteggiatori perditempo potranno mettersi l'anima in pace e risparmiarsi faticosissime sfogliate multiple - anche se un po' di sventagliate non gli guasterebbero con questi caldi. Potranno ancora una volta prendersela con Fuksas perché tutti ne parlano o prendersela con Casabella perché pubblica troppi gregari, amici solo perché anche loro nemici dello stesso nemico - confondiamo il banale sennò non c'è gusto -o perché Zucchi è troppo pubblicizzato da Domus, o perché dopo quella tal pubblicazione su quella tal rivista, tutte le altre riviste l'hanno seguita, o perché tizio è pubblicato meno di caio nelle riviste dirette dal nemico sempronio. Tutte polemiche, tanto gridate da tutti i partiti che non governano, quanto taciute dagli stessi al momento del loro turno governativo. Poi quelli non contenti inizieranno le indagini incrociate Olmo-Allemandi-Politecnico di Torino. Alla ricerca di conflitti d'interessi o di doppi fini riguardo la pubblicazione di quelle statistiche, o di quelle relative all'età media dei docenti delle facoltà di Architettura. Possibile Vallenzasca-Vannucci che non ci siano doppi fini? Possibile che Olmo, visto la carica che ricopre nel suo ateneo, sia libero d'informare? Oppure Olmo sottolinea le disfunzioni accademiche solo per accattivarsi giovani amici rampanti che potrebbero scalzarlo?
Ovviamente l'anima di quella rivista sta nei rapporti Olmo-Allemandi e non nei contenuti. Questo i

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Commento 932 del 12/07/2005
relativo all'articolo Giancarlo De Carlo è morto
di la Redazione


Le domande che verrebbero da porsi sono: dato che nel prossimo numero verrà pubblicata una conversazione sull'idea di museo contemporaneo, per non entrare in conflitto d'interessi non si dovrà nominare Koolhass e parlare solo di Albini come ha fatto qualche altra rivista? Oppure, dato il conflitto d'interessi, sarà meglio non parlare di museo contemporaneo? Nessuno spero dica che Boeri per pubblicare con Koolhass "Mutation" nel 2001, sia dovuto diventare direttore di Domus tre anni dopo. O che Koolhass abbia in un qualche modo bisogno della pubblicità di una rivista italiana. Boeri dovrebbe rinnegare tutte le sue ricerche, ignorare quelli che partecipano con lui alla progettazione e pubblicare, che ne so, giovani architetti italiani arroganti under 50? O magari c'è qualcuno che vorrebbe far diventare Domus una specie di pamphlet universitario dove vengono pubblicati i saggi dei grandi docenti italiani? O ci sono altri che vorebbero trasformarla in una specie di secchio che raccolga tutte le plottate dei nuovi renderisti italiani? Domus dovrebbe pubblicare il lavoro dei numerosi MVRDV italiani che - privi talvolta di mezzi di ricerca ma sempre di mezzi critici e analitici - continuano ad intasare le mail dei direttori o dei vari concorsi di idee, con la speranza di essere pubblicati, guarda caso, proprio su Domus?
Ovviamente tutti risponderebbero no.
Eppure anche libri pamphlet tipo il recentissimo "NET.IT" non mancano.
Di cosa ha bisogno la nuova (?) architettura italiana, di un Domus provincialotto che si facesse portavoce di chi non sa parlare? Il WEB è stracolmo delle loro cose. Non c'è bisogno di riviste che intasino anche le librerie. Anche quelle abbondano.
Fra l'altro Domus, a differenza di molte altre riviste che vengono elogiate (ma non lette) perché allergiche a mode passeggere (come se in un nuovo revival razionalsocialista fosse motivo di cui vantarsi l'esser coerenti e categorici), abbia proprio il pregio di non aver mai avuto una "continuità" (non per citare malamente la Casabella dei tempi che furono) di intenti o di impostazione. E sarebbe davvero scolastico tentare di scovare i fili conduttori. Così esili da non condurre un bel nulla. Un esercizio di ricerca che al più può portare a morte considerazioni.
Per quel che mi riguarda credo che Domus abbia la forza di proporre. Abbia il coraggio di fare. E di fronte a pachidermiche istituzioni, patriarcali redazioni e criticismi politicizzati, mi sembra che sia un mezzo d'investigazione architettonica di indubbia efficacia.
Come anche lei ben sa, ci sono ancora persone (e questo la dice lunga) che comprano Domus aspettandosi solo piante, prospetti, sezioni, scala di rappresentazione, foto a colori (ma molto meglio i render così possono capire un po' di effetti o rubare un po' di texture) e al massimo qualche intervista all'architetto. Come se Domus fosse un Atlante dell'Architettura o un libretto cento domande a. E spesso amici mi dicono: "questo numero non lo compro, c'è solo un progetto". Lo richiudono e passano a sfogliare Detail.
E tutti ragazzi sanno benissimo che Domus non è Detail. E che l'Architettura non è solo piante prospetti sezioni. Eppure alcuni continuano a cercare solo quello. Parlano di concetti moderni, ma le loro librerie sono vuote. Sono alla moda (soprattutto nel vestire) ma leggono quando va bene Calvino e quando va male Lyotard. Sanno usare 3dStudio ma vanno ancora in cerca di dettagli costruttivi sul Manuale dell'Architetto.
E' tutto così paradossalmente legato alla disfunzione universitaria (che pare in alcuni casi voler appositamente non insegnare autocad o 3dstudio per evitare che troppi ragazzi imparino a fare le scarpe ai docenti dei laboratori) che, ancora una volta, parlare male di Domus, significa essersi lasciati plasmare dagli insegnamenti universitari che - e nessuno si dovrà mai stufare di ripeterlo, rileggerlo e ridirlo - insegnano ai giovani solo a diventare presuntuosi dato che l'Università è la prima a non riconoscere agli altri meriti e demeriti.
Detto ciò alcune critiche a Domus le farei anch'io, ma se non ci si toglie di dosso il luogo comune, che fa molto politichese, del conflitto d'interessi, mi riesce impossibile aver voglia di discutere. Specie se poi vedo quelle accuse di "conflitto d'interesse" (lo ripeto solo per tediarvi), sgorgare dalle bocche di chi rabbioso, tenta prima con smancerie di farsi pubblicare dalle riviste (Domus in testa) e poi, essendo cestinato, sfoga i suoi rancori in pseudogiornalismod'assalto.
Comunque Vallenzasca, il fastidio che mi ha dato il suo commento di certo mi hanno certamente portato a scrivere male, straparlare, fraintendere, banalizzare, e mi scuso di questo - al di là di qualsiasi patetismo - e mi scuso anche per i miei toni che sono stati giudicati offensivi.
Ma - e concludo finalmente - se mi dice che ho scritto cose apparentemente prive di raziocinio, di certo non offende me ma forse lei stesso

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Commento 929 del 11/07/2005
relativo all'articolo Giancarlo De Carlo è morto
di la Redazione


Giovane Roberto, lei mi sa che sottovaluta tutti. Da De Carlo che -a sua detta- si farebbe monopolizzare da Boeri, a Boeri, a Kayoto Ota a Mari, Mendini, Eisenman, che lei dice essere "tromboni buoni per l'ospizio" (quel tromboni non mi è nuovo...).
Già questa sua supponenza mi lascia basito ma voglio rispondere alle accuse insolenti che mi rivolge.
Veniamo all'elenco di collaboratori di Multiplicity, Domus, etc. Lei ha scoperto l'acqua calda, e mi sta riproponendo lo stesso articolo che apparve su questo stesso sito diversi mesi fa, quando appunto uscì il primo contestatissimo numero di Domus (se non lo ha letto se lo legga bene).
Innanzi tutto si faccia una visita alla redazione di Domus dove magari per la prima volta nella sua vita potrà vedere la scrivania e la sedia disegnate da Gio Ponti e che usava lui stesso. Poi magari potrà nella libreria su quel muro aprire uno dei tanti faldoni che trova con la scritta Pierre Restany e potrà leggere quel che di bello c'é dentro. Ah già che anche Restany è un trombone. I nomi che lei mi cita, tipo Armin Linke di certo non ha bisogno di Boeri per pubblicizzarsi (a meno che lei Vellanzasca non conosca nulla di fotografia), o della Ota ad esempio. Se poi Boeri ha il difetto di fare ricerca e di chiamare chiunque a gestire o a collaborare, parenti compresi, lei Vallenzasca forse non è mai stato in nessun studio di architettura - ad esempio. Se mi paga a nome, le faccio un'elenco sterminato di studi di architettura, riviste, direzioni, etc. dove si registrano la presenza di fratelli (F.lli), parenti e negli altri casi amici o amici di amici. Qualche novizio per fortuna c'è sempre ma questo ovviamente non è garanzia di qualità o che.
Ora le sue accuse di conflitto d'interessi sono, queste sì, ingenue. Forse Fuksas non è stato pubblicato abbastanza? Renzo Piano nemmeno? Forse non è stato fatto uno speciale sul progetto Fiera dove Boeri/Koolhass hanno perso con tanto di copertina col progetto Libeskind/Isozaki/Hadid/Maggiora? Forse Casamonti (direttore di Arca e architetto) non è stato pubblicato? Forse Casamonti sull'Arca non ha nel suo staff di collaboratori amici? Forse il 90% dei saggisti che scrivono su Casabella non scrivono anche per l'Electa-Mondadori (Dal Co compreso)? Forse lei preferisce le riviste d'Architettura che ogni mese presentano un editoriale del direttore che è una minaccia quasi politica? O preferisce ancora Sudijc che oltre a tutti gli interessi del suo mestiere, in diversi numeri di Domus oltre all'editoriale firmava 3-4 articoli? Forse Boeri non dovrebbe pubblicare Koolhass che guarda caso è presente a ruota su tutte le riviste nazionali e internazionali ma dovrebbe pubblicare tutti i lavori di Ando come fa Dal Co? Forse Boeri o Dal Co non possono avere loro preferenze? Forse Dal Co avendo scritto la monografia su Ando per l'Electa e la Phaidon non dovrebbe mai più recensire opere di Tadao su Casabella? Dal Co altro trombone? Forse sono ingenuo io ad essere andato a San Siro e all'Alzaia ad ascoltare Einaudi o a visitare lo stadio come mai avrei potuto fare? Un fiasco così grande che si ripeterà il prossimo anno? Ma lei c'era? Ha letto cosa ha scritto il Corriere sull'evento? O forse il Corriere è di parte perché Boeri ha scritto e scrive spesso anche sul Corriere? Oppure lei, dati alla mano, mi vuole dimostrare che per forza tutto deve essere sbagliato quello che fa Boeri?
Mi creda che prima di fare indagini sulle cose che sono alla luce del sole, o prima di venire a dire a me di informarmi, dovrebbe spararle meno grosse.
E poi, se il vecchio editore snob Einaudi pubblicava i libri dei suoi amici (si legga "I migliori anni della nostra vita" di Ferrero) di certo Vallenzasca, non ho fatto una scoperta...e se forse lei iniziasse a leggere meno libri di Furio Colombo e più libri d'architettura, forse inizierebbe a dirci cose finalmente interessanti.
Forse lei non li legge i libri dell'Einaudi se dice che pubblica solo pattume. E' appena uscito "Eutanasia della critica" di Lavagetto. Lo legga così inizia ad appassionarti anche di letteratura e a scoprire che l'Einaudi pubblica ancora libri di grandissimi scrittori (Coetze, Marias tanto per rimanere ai primi due che mi vengono in mente) o magari si faccia un giro sul sito così scopre un po' di nomi che, se a lei non dicono nulla, le garantisco che non sono né i suoi amati comici di Zelig e nemmeno i suoi amici giornalisti della gazzetta dell'Oltrepò (non ce l'ho con quelli). Lei aspira a quelli mi sà. Oppure preferisce fare il free-lance a StudioAperto.
Buona lettura

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Commento 926 del 10/07/2005
relativo all'articolo Giancarlo De Carlo è morto
di la Redazione


Gentile Roberto Vallenzasca,
mi sorprendono la sua mancanza di rispetto e la sua presunzione. Conclude il suo commento con una domanda che, più che provocare, denota la sua supponenza. Non solo la sua analisi dei fatti ci vorrebbe far credere che il cinico è Boeri, e non lei Vallenzasca, che si permette di dubitare dell'intelligenza di De Carlo (strumentalizzazione dell'agonia? ma cosa ci sta dicendo? che l"anarchico" De Carlo è uno sprovveduto e Boeri un lustrascarpe di chi vorrebbe camminare scalzo?) .
Lei addirittura accusa Boeri di aver dato voce a De Carlo - che, nonostante tutto, senza il supporto di Domus probabilmente non sarebbe mai arrivato nelle case di studenti sognatori come lei.
Innanzi tutto il libretto "Scritti per Domus" non è a pagamento. E la rivista non è nemmeno uscita a prezzo maggiorato (lo sottolineo perché dalle sue parole sembra che qui si voglia speculare sulla pelle altrui). Inoltre il libretto contiene gli scritti per Domus, che non sono mai stati ancora raccolti ed editi in un unico volume (compresi quelli del 1995, 1988, 1946 e 1947 - che lei non ha mai potuto leggere).
Inoltre Boeri non ha scritto nessun articolo 'strappalacrime' per estorcere sentimenti o guadagnarsi simpatie intellettuali.
Inoltre De Carlo è sempre stata persona sufficientemente libera (e non solo in senso ideologico) da non farsi manipolare da nessuno tanto meno da un direttore di una rivista. Lo stesso libretto presenta in copertina una foto meravigliosa - splendida - scattata da Colombo, che spiega senza commenti o parole inutili quanto le mie, l'atteggiamento di De Carlo e il carattere dell'amata Giuliana. Inoltre quella che fu definita "la nuova Domus di Boeri", ha profondi legami con "la vecchia Domus", ma lei Vallenzasca ignora ad esempio l'indice della "Domus" di Rogers (redattore capo Marco Zanuso) dove vi si legge uno sforzo costante di legare l'architettura ai temi più complessi della cultura in tutti i campi. In quella "Domus" (mi legga con attenzione caro Vallenzasca) comparivano articoli di Lionello Venturi sull'arte astratta, di Dino RIsi sul cinema, di Malipiero dulla musica, di Dorfles sulla pittura contemporanea, di Ballo, di Ragghianti, di Elio Vittorini, di Starobinski, di Roberto Rebora, di Sergio Solmi. Anni nei quali, guardacaso, De Carlo scrisse 3 saggi. Ora, caro Roberto, bastava leggere la Storia dell'architettetura italiana di Tafuri per sapere queste cose? No. Bastava semplicemente amare "Domus" e chi l'ha creata. Le consiglio - col dissenso forse di Irace che ama Ponti ma odia tutte le riviste compresa quella, anzi quelle, dove lui stesso scrive, "Amate l'Architettura" .
Se lei avesse letto "Domus", ora forse (forse perché lei mi sa che è uno di quelli che non sa quel che legge) avrebbe un po' più di prudenza nel criticare le scelte di Boeri.
Ma a lei Domus non piace. Già lei ci dice che la Domus è "ciarliera e insulsa".
Scusi, ma lei conosce Pierre Boulez, Cattelan, Dorfles, Eisenman, Branzi, Magistretti, Latour, Mari, Belpoliti, Mendini, Parreno, Obrist? Ma lei sa chi sono e di cosa si occupano? Ha letto quel che dice Boulez? E le legge le provocazioni di Sottsass? E Sterling?
Di certo non mi metto io a spiegarle differenze e legami fra le Domus di Ponti, e quella di Zanuso o quella di Mendini o quella di Sudijc o quella di Boeri. E non lo faccio anche perché io, a differenza di lei, non ho l'arroganza di accusare un direttore di "dipendenza" che sa tanto di favoritismi, scambi sottobanco, favori.
Se le riviste parlano di Koolhass, tanto meglio.
Faccia lei una rivista dove magari possiamo trovare ogni santissimo mese le oscenità che abbiamo potuto vedere alla Triennale alla mostra sugli architetti italiani under 50. Oppure qualche sunto del pensiero dei sommi teorici italiani (noti solo ai familiari, fortunatamente, ma incapiti anche da loro - e non faccio l'elenco di nomi per mancanza di spazio e tempo)
La sua critica, caro Roberto Vallenzasca, sembra quella degli architetti italiani più provincialotti che aborrono chi vede la complessità e ama gli approci coraggiosi all'architettura (le ricordo ad esempio che le ricerche di Multiplicity coinvolgono non solo il geometra della porta accanto o il collega docente dell'ateneo compagno di merende e pubblicazioni di qualche cooperativa universitaria).
Ma lei Vallenzesca, evidentemente è uno di quelli che ignorando l'affinità di intenti nella più comprensibile e auspicabile diversità di vedute, preferisce sottolinearne le cose più banali. Già perché dato che Rogers faceva le passeggiate con De Carlo, allora De Carlo non poteva per "libertà intellettuale" accettare di scrivere nella sua Casabella (questo sembra che lei voglia dire quando quasi rinfaccia a Boeri l'amicizia con Koolhass).
Le ricordo che De Carlo quando ha nuovamente "incontrato" Rogers, questa volta su "Casabella" nel '54, non ha esitato ad andarsene "in amicizia" per incompatibilità di i

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Commento 902 del 20/05/2005
relativo all'articolo Gli studenti universitari non conoscono la storia
di Paolo G.L. Ferrara


Gentile Paolo G.L Ferrara,
le scrivo di getto e quindi mi perdonerà spero - io perdonerò a me stesso - le imprecisioni. Mi muove la rabbia, non contro di lei premetto, ci mancherebbe altro, ma contro la boutade che ha scritto che ha avuto efficacia su di me, in fatto di scuotimento del sistema nervoso.
Vorrei spiegarmi meglio. Che gli studenti universitari non conoscano la storia dell'architettura, e la storia, mi sembra un dato di fatto. E' evidente. E il fatto che lei l'abbia sottolineato con il suo articolo mi è piaciuto. E mi è piaciuto molto il suo articolo.
Il fastidio che ho provato però è dovuto ad una domanda che mi sono fatto: ma che diavolo ne sa un docente sulla MIA preparazione in storia dell'architettura? ma come cavolo posso accettare che un docente dica che gli studenti non conoscono la storia quando valutano cani e porci allo stesso modo? e non solo per colpa della cecità del docente o della furbizia dello studente ma per colpa di un sistema idiota - mi passi l'aggettivo - un sistema idiota, dicevo, in base al quale un uomo che dedica la vita alla sua materia deve sentir parlare uno sbarbatello di concetti che il 99 per cento delle volte butta lì senza nessuna capacità linguistica, critica e con un'estensione lessicale che vanta una cinquantina di parole, interrotte da ripetuti "praticamente". ecc. un sistema idiota perché un docente come diavolo può in venti minuti sapere se uno studente conosce la storia?
Ho sostenuto come ultimo esame del mio corso di laurea in architettura, proprio l'esame di storia dell'architettura. Il programma? Rinascimento, Cinquecento e Seicento. La mia preparazione?
Io prima di sostenere quell'esame ho preso 30 e lode nei due esami di storia dell'arte con tanto di proposta di tesi. Con due docenti diversi. Ed entrambi mi hanno riconosciuto la preparazione. Pensi, e non lo dico per vantarmi, che volendomi mettere in difficoltà, il docente mi chiese il Savoldo. E io gli dissi (senza tirarmela non oserei mai!) che il Savoldo aveva la particolarità di nascondere la firma nei suoi dipinti e feci una lunga serie di esempi. Una chicca che, magari saprà anche lei, ma che lessi in una noticina del catalogo della mostra sul Cinquecento Lombardo. Allora mi chiese di parlargli della Lezione di anatomia di Rembrandt - classica domanda che, secondo me, si fa per mettere 18 perché è come dire "mi parli di quello che vuole". E io elencai tutti gli eventi storici avvenuti l'anno della realizzazione di quel dipinto. Dissi che nel 1632 nascevano Spinoza, Vermeer, Galileo concluse la Teoria sui massimi sistemi...ecc.ecc. Non potè non darmi 30 e lode. E così anche in storia dell'arte contemporanea. La docente mi chiese Courbet. E io gli parlai di Baudelaire. Della Parigi di quegli anni...e via via un parallelismo davvero ben riuscito e documentato sulla letteratura e l'arte che in quel periodo davvero erano una cosa sola. "Complimenti. Ci sono ragazzi molto preparati. Ma poi persone speciali come lei." 30 e lode.
Allora? Premesso questo e premesso che credo - e non lo dico per vanto ma per condanna caratteriale che mi porta a rinchiudermi in casa invece di andare in discoteca - che credo, dicevo, di essere uno dei pochi ragazzi che legge ogni giorno 2 quotidiani e ha letto oltre 200 romanzi fra ottocento e novecento (altro che Dan Brrown e Follet), una camera stracolma di libri d'architettura, che leggo con passione ogni giorno, e saggi d'arte d'architettura e letteratura. Le giuro che vivo sommerso dai libri.
Ecco. Vengo all'esame di storia dell'architettura. Amando il Rinascimento e il Cinquecento alla follia - non che la follia porti bene - lessi oltre ai testi obbligatori (Wittkover ovviamente, Lotz ovviamente, Ackerman fortunatamente) i capolavori di Bruschi (Bruschi è il mio mito - perdoni il linquaggio da sms)! Benevolo, Argan, Gombrich, Zevi, Schulz, Frommel...anche l'amato Hauser...il contestato Burckhardt insomma amo l'architettura.
All'esame la docente mi chiese Giulio Romano. Non potevo non prendere 30 e lode. Dissi della risaputa amicizia con Raffello soffermandomi anche sulla pittura ovviamente, come separare le cose? Parlai poi anche del complesso concetto di Manierismo con accenni sul Barilli-pensiero. E così via. Anche quando mi chiese l'Ariccia di Bernini dissi che nel libro stranamente l'autore del testo (obbligatorio - era il Marder) si limita a dire che lo scultore possedeva il Serlio ma non dice esplicitamente che possedeva nella sua biblioteca il capolavoro grafico-letterario di Palladio (anche perché solo Fagiolo dell'Arco, dopo la pubblicazione del Marder, riuscì a recuperare l'inventario dei beni di casa Bernini).
Insomma lo sa alla fine dell'orale come andò?
"Guardi le va bene 26? ...vedo che ha un'infarinatura generale ma non sa bene le cose".
Ok. Ha ragione. Dovessi valutarmi io mi darei 18 per l'impegno. E ammetto di non sapere una montagna di cose. E ammetto di aver parlato male del Pantheon

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Commento 648 del 10/02/2004
relativo all'articolo Libera cultura e bastioni oscurantisti
di Mariopaolo Fadda


Rapidamente le rispondo. Mi chiede: “sa almeno leggere quello che scrivo?” Prima di risponderle le farei notare quel che si è permesso di scrivermi dopo il mio primo intervento:

“… lei ha ben poco da dire. Anzi direi che non ha proprio nulla da dire, se non esibire un devastante (per lei) sfogo dettato da frustrazione, rancore, impotenza. E infarcito di insulti gratuiti. Se Isozaki è presuntuoso lei cosa sarebbe? […] lei cosa sostiene se non cumuli di infantili banalità, slogans da stadio e ignobili sciocchezze […] Mi fermo qui perchè il resto è un crescendo di repellente demagogia […] che non merita repliche. […] Fai la somma dei tuoi rancori e vergognati”.

Io in quell’intervento ho detto la mia, e non sono tenuto a leggere tutto quello che lei ha scritto prima di dire la mia dato che il mio intervento non era rivolto contro di lei. Non mi sembra di averle arrecato un’offesa personale (come lei invece sta facendo con me da quando scrivo in questo sito). E non mi sembra di doverle ricordare che alcune mie prese di posizione sono simili alle vostre . Che senso avrebbe? La pare che io sia qui per fare i riassunti del vostro pensiero o per farmi suo discepolo? Le pare che io debba scrivere solo quello che voi ancora non avete detto?
Si limiti a leggere quello che scrivo prima ancora di attribuirmi aggettivi infamanti e prima ancora di farmi domande sciocche (questo se lo merita). Le pare che io desideri spartire un bottino? O che io detesti gli architetti?
Lei generalizza.
Le pare che disprezzare Isozaki, Le Corbusier, Kahn, Rossi più di altri (Gehry, Gregotti, Eisenman, Aulenti), significhi detestare l’architettura o gli architetti?
Non credo che le sue coordinate di gusto siano basate sui nomi sopra citati. Lo spero.
Posso essere libero di amare altri architetti? Posso amare Venezia, Sejima, Nouvel, Klotz ad esempio? Potrò preferire Foster a Calatrava? Sarò libero di dire che mi fanno schifo Le Corbusier, Kahn e Mies e preferisco Machintosh, Wright o Aalto? Oppure sarò libero di dire che studiando gli scritti di Rossi e Le Corbù il novanta per cento degli studenti di architettura finiscono per credersi dei teorici o dei rivoluzionari senza dover spiegare il banale? Le sembra un bene la teoricizzazione dell’architettura causata da Le Corbù, CIAM e balle varie? Non credo. Allora non mi accusi prima ancora d’avermi imparato a leggere.
Non desidero entrare nelle grazie di nessuno: le ricordo che il mio trenta e lode nel laboratorio di progettazione con l”incriminata” Lima (è per questo che la conosco), Salvadeo, Lula lo presi e rifiutai di seguirla anche l’anno seguente nel suo laboratorio (me lo chiese esplicitamente). E rifiutai anche di fargli d’assistente.
Sono più libero di lei mi creda.
Non ho bisogno di agganciarmi a cordate giuste o sbagliate, non mi attribuisca comportamenti che semmai riguardavano lei ai tempi dei suoi tentativi di diventare qualcuno.
Redimere l’architettura e rieducare gli architetti lei la chiama “missione”. La definisce, concludendo in maniera quasi vergognosa, missione “difficile e pericolosa, non un pranzo di gala”.
“Fai la somma dei tuoi rancori e vergognati”.
Lei si permette di definire gente che si presume intelligente i vari Sgarbi o Eco accusandoli di “dire sciocchezze a ripetizione per far piacere alla platea che li applaude”. Questo sì che è un bel calderone, è lei a “far impressione”. Forse lei ignora l’importanza che ha avuto Sgarbi negli studi sulla storia dell’arte del quattrocento? Lei ignora l’importanza che ha Eco nella letteratura italiana? (si legga “Lector in fabula” e la smetta di scrivere idiozie). Crede che persone di quel calibro possano dire sciocchezze in fatto di cultura arte e architettura?
No ovviamente. Però li mette (lei sì) in un calderone gigantesco. Peccato che fra i suoi calderoni e i miei ci sia una non piccola differenza.
Ho studiato Eco come ho studiato Le Corbù. Non devo dimostrare a lei (lei sì che è intelligente) quale sia il mio mestiere.
Ma sia chiara una cosa: sono fiero di far parte della platea che applaude con intelligenza (e questo, le spiego, non significa che io ami le platee, ma significa che la mia sensibilità mi permette di capire la portata – in bene e in male – di certe idee).
Lei si tenga le sue idee fondate sul fraintendimento e la cecità, ma non si permetta più di fare il redentore dell’architettura, se nemmeno capisce la portata culturale di certi dibattiti o l’importanza del saper vedere in profondità (questa banalità se l’è cercata, rifletta).
Ha letto troppo poco e con troppo pressappochismo credo.
Forse è questo a farle vedere negli altri i suoi stessi difetti.
Le randellate non me le ha mai date nessuno, non si preoccupi; piuttosto sta cercando di farlo ora lei per sfogarsi di quelle che negli anni ha preso lei, quindi, quei dolori se li tenga per lei e cerchi, se possibile, di non sfogarsi su di me

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10/2/2004 - Mariopaolo Fadda risponde

Parafrasando Sandro Lazier: della serie "Pugnette, non fatti". Quindi argomento chiuso.

Commento 627 del 06/02/2004
relativo all'articolo Libera cultura e bastioni oscurantisti
di Mariopaolo Fadda


Senta Mariopaolo Fadda, il mio rancore è quello di ogni studente di Architettura.
Fortunatamente non ho mai disegnato cose oscene come Gregotti (ovviamente lei è disposto a tagliarsi la lingua pur di non dire che Gregotti è incapace - fra le altre cose - di scrivere), Aulenti e compagni.
Crede che io non riuscirò mai a fare strada anche se (purtroppo dirà lei) ho la dote di disegnare belle cose (parli con i miei docenti)?
Certo, le rispondo può essere, la mia media universitaria non vuol dire nulla e il gusto (spesso pessimo dei miei docenti non è una buona prova - guardi i progetti di D'Alfonso ad esempio. Le ricordo che andai ad una conferenza due anni fa, con Frampton che avrebbe dovuto discutere di Storia dell'Architettura. Ebbene, D'Alfonso - docente del Politecnico - iniziò a parlare riempiendosi la bocca di cose che non aveva capito, e che quindi non sapeva dirci, e non lasciò spazio all'altro che guardava divertito lui e le nostre facce sconvolte - Frampton in un'ora parlò 5 minuti. Chieda ai testimoni se non mi crede.). Certo il mio futuro dipenderà anche dal master che frequenterò l'anno prossimo e dallo studio dove farò i primi passi (o meglio dalla possibilità che mi daranno di poter imparare il mestiere).
Allora, mi chiederà, perchè nutre così rancore per Isozaki?
Perchè sono incazzato con lo schifo che gira in quest'ambiente. Io da studente non conoscevo il mondo del lavoro. L'ho conosciuto indirettamente la scorsa settimana, quando mi sono accorto che il Concorso Internazionale di Progettazione "Piazze 2001" (IN/ARCH e Regione Lombardia) è stato vinto in Piazza Gambara da Vincenza Lima con un progetto TERRIFICANTE.
Lo sa perchè ha vinto il progetto più brutto? Lo sa vero perchè c'è solo bruttezza? E questo da Lima in sù e in giù?
Perchè il capogruppo Lima è docente del Politecnico di Milano (con Cecchi, altro partecipante al gruppo di progettazione).
Lo sa però che il settimo componente della giuria del Concorso era lo stesso Pierluigi Salvadeo (docente del Politecnico, assistente della Lima dal 1998 al 2001, curatore di un libro edito da Skira che raccoglie anche un saggio a due mani Cecchi-Lima?).
Ora lei può anche permettersi di dirmi che pronuncio ignobili sciocchezze con cumuli di infantili banalità, eppure sappia che la mia frustrazione non è dovuta alla mie (forse innata?) grandi capacità di fare il bello. Ma alla mia sensibilità. E' dovuta alle bruttezze che alcuni architetti continuano a produrre (perchè abili ciarlatani e produttori del proprio mito) sanno infinocchiare chi culturalmente è ancor meno dotato di loro o chi è meno intrallazzato di loro.
Si tenga pure le belle parole e le belle architetture.
Per ritornare a Isozaki, parli bene di lui (e delle sue scatole fuoriscala antinucleari in cemento, a prova di ere geologiche), parli di Le Corbù, Gropius, Kahn, Rossi, Hejduk, Eisenman. Si riempia la bocca di concetti.
Ma sono certo (se lei è del mestiere)di una cosa: i suoi progetti, caro Fadda, sono terrificanti.
Si rilegga le mie banalità. Non sto scrivendo un trattato sul Modulor, sui frattali. Non sto tentando di ricrivere la storia dell'architettura come han cercato di fare con i loro libri gli incapaci (com'era divertente Wright quando parlava di Le Corbusier agli amici: "Ora che ha finito un'opera, ci scriverà su quattro libri.").
Gli emeriti docenti di progettazione (e incapaci) ci fanno leggere "Verso una Architettura".
Ma perchè i docenti Storia dell'Arte non ci fanno studiare i suoi quadri?
Perchè in Sociologia non studiamo la sua idea di internazionalismo?
Perchè forse era un bravo architetto e un pessimo pittore?
No.
Questo succede solo perchè in certi campi, dove forse meno sarebbe importante, regna ancora il gusto per il bello.
Poi Fadda, i suoi motti sesantottini (magari lei esce da Architettura proprio in quel periodo di lotta politica, pistolettate nella quale gli studenti si davano i voti fra di loro) se li tenga pure.
Sappia che se ogni persona sensibile che si indigna di fronte allo schifo di molte architetture, deve essere accusata e ritenuta rancorosa e risentita, questo succede perchè quelli come lei, han perso la capacità di apprezzare il bello. Vi siete nutriti di schifezze. La bruttezza (e non solo) vi ha corrotto.
Ma lei non può provar vergogna per quel che fa, perchè non si può render conto delle brutture che si è permesso di scrivermi (non mi stupisce...ma non mi ferisce).
Sa cosa disse Gae Aulenti in un'intervista qualche anno dopo la realizzazione della terrificante stazione a Cadorna?
"L'uomo deve imparare a vedere la bellezza".
Si vergognino lei signor Fadda e l'Aulenti

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6/2/2004 - mariopaolo fadda risponde

Il suo più che rancore è odio cieco: mette tutti nello stesso calderone, Isozaki, Le Corbusier, Kahn, Rossi,Gehry, Gregotti, Eisenman, Aulenti, gli speculatori, AntiThesi, il sottoscritto, frutta, verdura, cani, porci. Tutti degenerati. Tutti al rogo.

Dovrebbe ricordarci quando io, o AntiThesi, avremmo preso le difese o tenuto bordone a Gregotti, Aulenti e compagnia cantante, truccato i concorsi, o fatto apologia della schifezza universitaria. Dovrebbe ricordarmi in quale occasione avrei lodato il progetto di Isozaki per gli Uffizi (ma sa almeno leggere quello che scrivo?). Dovrebbe spiegare cosa c’entri Le Corbusier con lo sfascio universitario italiano.
Sono domande retoriche che non esigono risposte, non si affretti quindi a servirci qualche altro polpettone bruciacchiato.

Se disprezza l’architettura, detesta gli architetti, le fa schifo l’università perchè frequenta la facoltà di architettura? Spera di poter un giorno partecipare alla spartizione del bottino?
Spera di entrare nelle grazie di uno dei tanti docenti raccomandati e lottizzati sparando a zero su tutto e su tutti? Spera di agganciare la cordata giusta?

Lei è frustato per tutti quei casini che AntiThesi, e, nel suo piccolo anche il sottoscritto, denuciano ogni santo giorno: i baronati universitari, i favoritismi della corporazione, l’ostracismo delle riviste patinate, i concorsi truccati, l’analfabetismo.
Come vede denunciamo le stesse cose che denuncia lei; con una differenza: noi crediamo in qualcosa e per questo ci battiamo, pagandone anche il prezzo quando è necessario, lei non crede in niente e morde, come un cagnolino bastonato, chiunque le venga a portata di mascella. Se qualcuno le dà una randellata, se la tenga e non se la prenda con il mondo infame. Redimere l’architettura e rieducare gli architetti è una missione difficile e pericolosa, non un pranzo di gala.

Commento 623 del 03/02/2004
relativo all'articolo Libera cultura e bastioni oscurantisti
di Mariopaolo Fadda


Cerco di dire la mia.
Prima di aggiungere altro, il fatto che Isozaki abbia vinto un concorso regolare non vuol dire nulla, dal mio sciocco punto di vista. C'è bisogno di intervenire agli Uffizi? E soprattutto: quanti hanno partecipato a quel Concorso? A giudicare dal progetto vincitore direi che la qualità dei progetti concorrenti era ancor più disastrosa.
Possibile che in Italia ci si debba accanire contro i cavilli legislativi, politici, organizzativi e non si debba discutere dell'incapacità degli architetti di oggi di sapersi rapportare alla storia senza presunzione. In quanto a presunzione Isozaki ne dimostra fin troppa: uno - perchè ha partecipato ad un concorso inammissibile. due - perchè la sua proposta progettuale è terribilmente imponente, volgare ed invasiva ed irrispettosa.
Insomma il problema di fondo, prima ancora di parlare di amministrazioni, ordini degli architetti, politica, partiti, WWF e balle varie, e prima ancora di sputtanare le disastrate università italiane vorrei far notare una cosa. Il gusto.
Abbiamo architetti (in tutto il mondo) che ostentano cultura. Lo accetto. Fa parte del mestiere dell'architetto il dimostrarsi competenti in tutto: computi metrici, statica, particolari costruttivi, leggi, normative (in passato si credevano persino astronomi), suono, clima. In realtà non san nulla. Vaneggiano. Leggere Gregotti ad esempio è intollerabile ma non propongo il rogo. Gli architetti si impastano la bocca di concetti che non conoscono e di pensieri che non sanno formulare chiaramente. Quando parlano o scrivono si riempiono la bocca di nomi che non conoscono e concetti che credono di sapere. Parlano di materiali come fossero dei chimici o dei geologi. E lo accetto. Parlano di Heidegger, di caos, di Nerone e di frattali. Spiegano ad un ingeniere del suono l'acustica e ad uno scultore la scultura. Gli artisti (e già qui si potrebbe parlare di arte e architettura - ammesso che l'architettura sia un'arte) sono alteri. E diciamo che dobbiamo tollerarli per questa loro faccia della medaglia.
Ma cosa conta nell'architettura? L'altra faccia. Conta il loro sapersi confondere le idee, il loro discutere di materie che non gli competono, o l'edificare per l'uomo?
L'architettura è fatta per gli uomini e questo è il punto fondamentale.
E cioè che da quando gente come Le Corbusier (uno dei tanti preso a caso dalla storia) è entrata nelle facoltà di architettura, si è persa la dimensione vera del fare architettura.
Ideologie. Utopie. Ma peggio ancora: teorie. E l'architettura? Sostenete la balla che l'architettura deve essere teoria, utopia ecc.ecc.? Ma per favore!
Paradossalmente (ma non troppo perchè a dimostrarlo sono le loro facce immortalate nelle fotografie, il loro vestire eccentrico, o il loro vestirsi di nero per imitare Michelangelo ad esempio - ditemi se non si credono degli dei in terra tutti i più conosciuti architetti) l'architetto costruisce solo per se stesso, anche quando con raggiri tenta di spiegarci che in realtà disegna per l'uomo.
L'architetto di oggi cerca solo la gloria. L'eternità. E anche l'effimero diventa solo una questione teorica mai praticata. Una giustificazione all'insignificante.
Ecco insomma che l'architetto con la sua vanagloria si inserisce con presunzione (quasi sempre) in contesti storici, sulla città, piegandola e ridisegnandola da 10000 metri con riga e squadra. Questa strada è giusta questa no. E questo a tutte le scale. Sempre dall'alto.
VERGOGNA!
Allora c'è da vergognarsi. Già perchè qualsiasi architettura moderna (il 90% delle opere che troviamo pubblicate sulle costosissime rivista di architettura) sono terrificanti. E il terrificante in architettura è il bello vuoto. Scatole inabitabili. Parchi che sembrano percorsi di guerra accidentati. Palazzi che sembrano dei surgelatori. Musei che sembrano dire: la tela ha bisogno di una parete piana per esporre? Allora io la piego e ti metto un soffitto inclinato con degli spigoli in modo che tu possa sentirti male quando cammini dentro il museo. Avete mai provato a camminare dentro un edificio di Eisenman? Ci si sente male! (balle se mi parlate dello scultore Ghery come di un architetto - e balle se mi dite che l'operazione provocatoria di Wright possa avere ancora senso continuando ossessivamente a proporre musei che sono essi stessi opere). E cosa dire dei giapponesi? Disegni pulitissimi, superfici e materiali fantastici. Incantevole ooesia. E poi? Poi scopro che abito in un cubo di cemento armato a vista e vetro senza un posto dove io possa riporre un libro senza sentirmi fuori luogo e senza turbare l'armonia interna dello spazio.
E' questo il problema.
Prima di criticare gli storici o i politici, riflettiamo sul gusto.
Il gusto della gente dei giorni nostri nasce e si modifica con la pubblicità o con le riviste. Ma muore con l'esperienza del quotidiano. Si spegne nelle case degli architetti di oggi che vogliono gli interni mov

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3/2/2004 - Mariopaolo Fadda risponde

Marco Mauro,
AntiTHesi - giornale di critica dell’architettura - le consente di dire la sua. Anche se lei ha ben poco da dire. Anzi direi che non ha proprio nulla da dire, se non esibire un devastante (per lei) sfogo dettato da frustrazione, rancore, impotenza. E infarcito di insulti gratuiti.
Se Isozaki è presuntuoso lei cosa sarebbe? (Mi scuso con Isozaki per l’inqualificabile accostamento)
Se noi (io) sosteniamo (tutta da verificare) “la balla che l'architettura deve essere teoria, utopia ecc.ecc.”, lei cosa sostiene se non cumuli di infantili banalità (“L'architettura è fatta per gli uomini), slogans da stadio (“Viva l'arco. Viva le colonne nelle villette, gli gnomi nel giardino e le cucine di una volta.”) e ignobili sciocchezze (“Gli architetti si impastano la bocca di concetti che non conoscono e di pensieri che non sanno formulare chiaramente.”)?
Mi fermo qui perchè il resto è un crescendo di repellente demagogia (“L'architetto di oggi cerca solo la gloria. L'eternità.” “Parlino alla gente! Allora, quando un operaio, come una cassiera o un politico, tornando a casa si sentiranno a proprio agio, nel bello, vorrà dire che l'architetto ha capito il suo mestiere.”) che non merita repliche.
Diceva uno slogan del ‘68 francese “Fai la somma dei tuoi rancori e vergognati”.