Giornale di Critica dell'Architettura

29 commenti di Paolo Marzano

Commento 1097 del 25/02/2006
relativo all'articolo L'Architettura Cronache e Storia chiude.
Le ra

di Sandro Lazier


Chiude la rivista L'Architettura - Cronache e Storia … nostre, le sue riflessioni .

La rivista L'Architettura Cronache e Storia, ha chiuso i battenti. L'avvenimento, com'era previsto, ha innescato, nelle pagine delle maggiori riviste on-line, una matura discussione, interessante sicuramente importante che mostra quanto sia stata di riferimento per gli appassionati e gli studiosi di architettura, questa storica rivista italiana.
Non voglio entrare in merito ai motivi della chiusura, che pur sono stati accennati nella dinamica discussione di questi giorni in rete, ma voglio riflettere sull'accaduto, da persona appassionata che si è cibata del suo enorme bagaglio culturale, prima da studente ed ora da professionista. La visione dell'architettura di Bruno Zevi, è una realtà; a questa realtà, l'insuperabile professore ci ha preparato e sostenuto con la pubblicazione, non solo de L'Architettura Cronache e Storia, ma con le molteplici pubblicazioni dei diversi testi per cui la verifica dell'applicazione delle sue metodologie interpretative, aiutava ad osservare quell'architettura in continua trasformazione.
La vita della rivista L'Architettura, era legata direttamente alla sua determinante e fondamentale figura critica, scomparsa questa, purtroppo, non doveva altro che verificarsi quello che poi lentamente è successo. Corrisponde, infatti, alla visione concettuale aderente, secondo me, all'atteggiamento di Bruno Zevi.
E ora? Ne ho già parlato in un altro scritto on-line Simulazione d'assenza di 4 o 5 anni fa, di questo gioco strano di accadimenti storici.
Il prof. Bruno Zevi ci ha accompagnato alla soglia di questo millennio, dichiarando la vittoria dell’architettura moderna e contemporanea, indicandoci un orizzonte nuovo. Consapevole, già, dal Manifesto di Modena, ha mostrato grande fiducia nelle possibilità espressive di una nuova stagione architettonica e, in uno degli ultimi suoi scritti risalenti al 22 settembre del ‘99, chiude con un riferimento storico, il cui valore trascina sconvolgendo quella che sembrava una conclusione e azzarda un’ipotesi futuribile, con un atteggiamento coerente testimone di una vita diversa, “non in riga”. Egli delinea, infatti, la sua grandezza culturale lanciando con autorevole compiacimento quella che, con parvenze poetiche, deve leggersi, secondo me, come una vera profezia. Vedere lontano, d’altronde, anche oltre i propri limiti, è sempre stata una caratteristica dei grandi personaggi. Lo scritto rivela: “[...] va ricordato quanto diceva Leonardo sulla necessità di tener conto delle nebbie, delle foschie, delle sbavature, delle albe, delle piogge, del clima ingrato, del caldo, delle nuvole, degli odori, dei tanfi, dei profumi, della polvere, delle ombre e delle trasparenze, degli spessori dolci quasi sudati, delle evanescenze fuggevoli. Adesso l’architettura è attrezzata per captare tali valori”. Ora dal manifesto di Modena vorrei ricordare quanto egli comunica all'assemblea nella conclusione: “[...] Io sono felice perché so che, in qualsiasi momento, sentendomi mancare, posso rivolgermi a voi, dicendo: continua tu, tu, tu, tu. Grazie.”
Eredi culturali diretti? Sono i suoi appassionati sostenitori. La libertà dell'architettura vive dove esiste la dinamicità della ricerca e non dove ristagnano parole e teorie di dotte conventicole. E' vero che dalle nuove antenne possono arrivare vecchi messaggi, questo è il rischio!
Ritengo che, per la sua visione, non è certo la chiusura della rivista che lo avrebbe preoccupato, ma della tendenza del piangersi addosso, invece di scatenare altre battaglie per come l'architetturra o la figura dell'architetto viene trattata in Italia. L'Architettura Cronache e Storia, rinascerà dalle sue ceneri? O forse no? Non sarà certo la stessa che conosciamo!
I messaggi del prof. Zevi, sono sicuro viaggiano e viaggiano veloci. In questo momento non c'è lui (purtroppo) e non c'è la sua rivista. Quanti di noi hanno nella loro personale libreria, in uno scaffale o forse più, i suoi testi, essi funzionano tutt'ora; se sono stati letti attentamente inizieranno a funzionare. Sono degli schemi strategici con piani di battaglia indicati, è stato il suo messaggio per tanto tempo; un imperativo deciso dal tono declamante marinettiano, lo ricordiamo tutti; la battaglia continua, ci ha allenati al metodo di ricerca, a stare attenti alla lettura dei codici dei segni e alle interpretazioni veloci e tendenziose, ci ha addestrati per stanare la retorica e intrappolare la ripetizione ciclica di rigurgiti architettonici sterili travestiti da modernità. Il suo messaggio viaggia nelle menti di intere generazioni di architetti e appassionati sostenitori della sua coerenza intellettuale. Della rivista L'Architettura, penso che questa interruzione, sia la chiusura di una bellissima avventura di cui tutti noi possiamo solo raccontarne orgogliosamente le vicende. Risuscitandola sarebbe azzardato perché non avrebbe lo stesso impatto.

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Commento 891 del 18/04/2005
relativo all'articolo Il moralista: miracolo a Milano
di Paolo G.L. Ferrara


L’architetto Paola D’Arpino nel commento 890, coglie l’aspetto che volevo dare ad un’evoluzione formale, ad un ‘linea’ d’architettura, intrapresa da alcuni progetti. Sì, è vero il riferimento al mio scritto 'L’uomo altrove' (trilogia dei miei appunti di rete intorno all’uomo e alle sue nuove coordinate spaziali, nell’urbano vivere contemporaneo), riesente di questo tipo d’entusiasmo formale, cercando di riflettere e discutere sul perché di queste trovate ‘in scatola’. Come se, delle forme messe sottovetro, sublimassero questo loro valore formale solo astraendole dal contesto, grazie ad una teca trasparente o strutturalmente definita (vedi esempi che cito nel mio scritto + un altro esempio che è l’edificio per il PIRELLI HEADQUARTER, il progetto di Gregotti Associati International), ma astrarle dal contesto significa un’altra cosa, che tutti riconosciamo appartenente ad altri tempi e non solo quelli di Ledoux o Boullée, più vicino a noi infatti, H. Wofflin spiega, ma ancora più vicino è l’esauriente ‘Impero dei segni’ di R. Barthes che richiama la descrizione della scatola preziosa, a volte magari, più importante del contenuto. Certo è difficile come ho sempre sostenuto, divincolare quella parte strutturante dell’architettura che è lo spazio e riuscire ad evidenziarlo. E’ la cosa più difficile, ma l’effetto ‘pacco regalo’ oppure da deposito di zio Paperone sarebbe, evidentemente da evitare. Purtroppo qualunque corpo, potrebbe essere esaltato da questa pratica da supermercato, anche un carciofo o un’automobile o una scarpa. Quando, ricordo non tanto tempo fa, Fuksas andò a parlare della sua nuvola alla trasmissione condotta dalla Dandini con Dario Vergassola, ma ancora prima partecipando alla pubblicità di una nota autovettura disegnando una nuvola su di un vetro con un pennarello, oppure sul TG 3, qualche giorno fa, quando parlando della sua mostra personale, ha descritto nuovamente il suo progetto della nuvola, dovrebbe darci, a livello percettivo, delle risposte più precise riguardo l’inserimento di una forma così metafisica posta in uno spazio di ‘soglia’, così relazionante! Troppo semplice se tutto si risolvesse, nella distanza creata tra i muri della scatola e il ‘corpo’ contenuto (illuminato – N.B. nella stessa trasmissione sù indicata, infatti, Dario Vergassola ironizzò sulla possibile interpretazione della Nuvola con una lampada dell’IKEA - questa è la realtà).
Il mio modesto parere rimane quello di non perdere occasioni quando si deve costruire o progettare un edificio di quella grandezza. Approfitto, come sempre per indicare a tale proposito (interventi architettonici che scadono nel facile surrealismo o nel banale fuoriscala) due piccoli ma potenti libriccini editi dall’Einaudi: di H.Focillon, Vita delle forme, e del suo allievo George Kubler il saggio La forma del tempo, sempre Einaudi.
E’ molto semplice infatti che venga confuso l’argomento: ARCHITETTURA E MEDIA con ARCHITETTURA MEDIA.
Paolo Marzano

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Commento 873 del 20/02/2005
relativo all'articolo Con De Masi per Niemeyer
di Paolo G.L. Ferrara


Oscar Niemeyer è un indiscutibile maestro, un instancabile creatore di architetture che sfiorano il ‘sublime’, inteso nell’accezione che la storia dell’architettura ha dato a questo termine. Immane il suo lavoro, conseguente ad una vigorosa ed evidente passione. L’architetto Niemeyer, racconta il suo lavoro utilizzando i segni e trasformandoli poi, in immagini; crea ambiti variabili di ritrovata potenza espressiva. Genera senza sosta indelebili confluenze formali caratterizzate da una calcolata e fin troppo colta, ‘differenza’. A suo carico un percorso architettonico straordinario; imbastisce oggetti rari, formalmente appartenenti ad un mondo possibile ora ‘plausibile’. Traduce dalla stessa materia, un’energia scultorea sofisticata. C’è di più, chiediamoci del rapporto delle sue opere con lo spazio, chiediamoci perché le sue forme così libere e suadenti riescono a confrontarsi con esso senza contrapporvisi violentemente. Bene, la risposta è nello studio e nella sua ricerca continua con matita e foglio, nei paesaggi della sua terra maturati ed ri-ri-elaborati, nella semplicità progettuale e costruttiva, dote comune ai grandi maestri dell’architettura. Uno dei migliori architetti che sanno coniugare il contenitore funzionale, con un’evidente partecipazione dello spazio alla struttura convincendola di una propria valenza scultorea. Oscar Niemeyer si è così avvicinato alla storia complessa dello spazio architettonico, alla sua più recondita e difficilmente interpretabile essenza. Basta guardare le immagini dei numerosi progetti in cui ha proposto architetture ai bordi di crude curve di livello, di muraglie naturali a picco sul mare. Le sue opere nascono dallo spazio ed in esso si proiettano dilatandosi visivamente e diventandone parte integrante. Ora, molto presumibilmente, una sua opera farà parte del paesaggio italiano, in particolare a Ravello dove, dopo una vivace quanto fruttuosa e stimolante discussione, che sottolinea l’avanzato grado di civiltà del nostro paese, verrà costruito un auditorium. La locazione è, guarda caso, in un posto esattamente come lo sono quelli in cui l’architetto, si è dimostrato essere insuperabile. Plauso, quindi alle amministrazioni del posto, anche alle testate giornalisctiche che hanno contribuito di volta in volta a farci conoscere le vicissitudini degli accadimenti (come avevo sperato succedesse nei miei scritti risalenti all’inizio della discussione). La componente più importante rimane il fatto che il suo progetto ha in sé tutta la sua storia e grazie ad esso comprenderemo maggiormente gli ambiti elettivi di un territorio, tenendo presente che uno spazio creato è sempre e comunque uno spazio rivelato.

Rivelazioni d’Architettura http://www.costruzioni.net/Marzano.htm
di Paolo Marzano

http://www.fondazioneravello.it/oscar/progetto.html
http://www.larticolo.it/modules.php?name=News&file=article&sid=1054&mode=&order=0&thold=0
http://www.architettiroma.it/dettagli.asp?id=5000
http://www.niemeyer.org.br/
http://www.sintesieuropa.com/schede/oscar_niemeyer.htm
http://www.nextonline.it/archivio/11/07.htm
http://www.archphoto.it/IMAGES/Manzione/manzione1.htm
http://musibrasil.net/stt/vsl_stt.asp?ids=30
http://www.architettiroma.it/archweb/dettagli.asp?id=4947


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Commento 747 del 16/06/2004
relativo all'articolo Un diverso risveglio
di Giovanni D'Ambrosio


Non c’è da preoccuparsi, è il ritorno dello ‘zero’ architettonico.
Caro Giovanni D'Ambrosio, non nego che la sua riflessione concordi con quella di molti architetti e futuri-architetti con cui per motivi professionali giornalmente mi confronto. Ritengo necessaria la pratica da laboratorio digitale-informatica; quella per capirci, prettamente diretta all'uso di programmi di effetti speciali e rendering strepitosi o textures sofisticatissime, ma ritengo ugualmente necessario che questa pratica, sia attinente solo all'ambito della ricerca di uno studio d'architettura nell'atto di creare un proprio modo di progettare. Detto questo, mi accorgo, con i miei colleghi, del fisiologico disinteresse (anche il tuo suppongo) per le riviste che 'sovra-espongono' la realtà o la falsificano come (hai detto tu) anche le belle donne dei calendari (aggiungo io) oltre alle savariate architetture dei concorsi. Vengono invece, guardate con attenzione, riviste che riportano sezioni, piante, particolari costruttivi per l’uso di nuovi materiali ed immagini di opere realizzate. E' solo un piccolo anzi piccolissimo equivoco della realtà delle immagini che stiamo vivendo, l'architetto lo sa bene. L'architetto è un interprete o forse un 'narratore' ed anche un 'traduttore' di significati reconditi imponderabili. Vedi W.Benjamin quando introduce ne 'il narratore' il racconto di Nikolaj Leskov, oppure nei suoi scritti di Angelus Novus nello scritto 'il compito del traduttore' . Ma secondo me, dovremmo recuperare e ‘rivisitare’ concetti che Bruno Zevi decifrò nell’architettura dell’espressionismo catalano di Domenique Montaner quando usando diversi schemi e proporzioni costruttive, stilemi ed fraseggi scultorei sovrapposti, dichiarò lo ‘ZERO’ architettonico.
Ecco l’imponderabilità di paesaggi e dei significati nuovi.
Ritengo quindi ‘le nuvole in gabbia’ i ‘bloboidi invasori’ (solo di riviste patinate), le eruzioni standardizzate di titanio, le strutture metafisiche nella nebbia della campagna bolognese, l’architettura rivestita a fasce neo-neo-rinascimentali e la nuova generazione di subdole mutazioni genetiche fotografiche, solo un piccolo ma picclissimo travaglio che ci avvicina ad un nuovo ‘ZERO’ architettonico. Grazie ai suoi sacerdoti così volenterosi di moltiplicare instancabilmente le stesse opere con gli stessi materiali per affermare poi cosa?
Ogni progetto, diceva Frank Lloyd deve avere un’identità…..(continuate voi).
Largo, quindi, alle tante voci alle diverse strategie di mercato informatico, tanto chi comprende l'architettura sa quando una rivista sta dando il meglio di sé e quando non stimola più i neuroni dell’osservatore.
Oggi più che mai è così semplice!
Aggiungo che sono d'accordo con la sua premessa, non c'è niente di peggio che il sabato mattina inoltrarsi in visioni ed immagini incapaci di far emozionare o sensibilizza o addirittura 'pensare'. Appena si verifica l'angoscia data dall'evidente "irreale cultura dell’immagine", bene, è il momento di scegliere tra quella rivista ed altre (tantissime).
Paolo Marzano

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Commento 650 del 12/02/2004
relativo all'articolo Italia Nostra: i perchè del 'no' a Niemeyer
di Italia Nostra


Continuando le notizie dall’incontro organizzato dall’IN/ARCH
"La costruzione del paesaggio L'auditorium di Niemeyer a Ravello",
ricevo delle informazioni, secondo me, importanti;
la sala era gremita all’inverosimile. Platea piena, corridoi laterali e spazi attigui anche.
La lettura del documento di Italia Nostra, ( assente al confronto ! ) ha aperto i lavori.
- Il rappresentante di Lega Ambiente si è dichiarato pienamente d’accordo con il progetto.
- Il rappresentante del WWF ha annunziato che, oltre alla richiesta di sospensiva, il WWF ritira anche quella di giudizio sul merito.
- Gravagnuolo e il Sovrintendente hanno tessuto le lodi del progetto.
Spero che in futuro gli ambientalisti ritrovino un loro punto comune, per affrontare una stagione piena di nuove possibili ‘collocazioni architettoniche’ (vedi concorsi vinti e interventi dei grandi nomi, nell’area campana, per esempio l'opera di David Chipperfield o Zaha Hadid oppure di Oriol Bohigas e Albert Puigdomenech, Tobia Scarpa a Salerno), di sfruittare così questo laboratorio sperimentale dove l’architettura incontra l’ambiente di cui ne è essenza e alloa stesso tempo continuità. L’ultima cosa da fare in questi casi è rinchiudersi in sospetti di presunta ‘invasione architettonica’.
Mentre è consigliabile, secondo me, osservare con attenzione gli errori del passato, perché si possano, da questi, riabilitarsi discussioni per un arricchimento della collettività su tematiche legislative e quindi d’intervento, secondo me, vitali. Occorrono organi di controllo dell’ambiente che mostrino una dinamica d’approccio al territorio, che guardino alla totalità degli aspetti e disciplinino caso per caso indagando capillarmente le opinioni e le scelte. Dimostrando, in questo modo, una de-strutturazione che si adegui ad ogni evento stabilendone scientifiche coordinate di trasformazione, sulla base di una visione organica di un luogo in trasformazione. Si rinnovino, praticamente i monolitici principi ‘ambientalisti’ che tutti riconosciamo ‘perfettibili’. Queste scelte, saranno sicuramente utili per la stessa essenza dell’architettura che, se studiata e analizzata, con la giusta ‘cultura’, conferma la sua attività nell’esaltare la relazione tra l’uomo e lo spazio (ambiente).

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Commento 642 del 09/02/2004
relativo all'articolo Con De Masi per Niemeyer
di Paolo G.L. Ferrara


Questo è il punto sul caso audirorium a Ravello di Oscar Niemeyer
La frase da scolpire sulla roccia è esattamente quella citata da Andrea Pinna : "... La legalità dell'operazione credo e spero verrà chiarita dal TAR ma, indipendentemente dalla sua legalità, qui, in generale, è ambiguo l'atteggiamento di sostenitori e detrattori... Questi ultimi sostengono tesi poco condivisibili, riguardo il definire "sconvolgente" l'impatto ambientale della struttura... definire questa tesi "eccessiva" è un eufemismo... loro però almeno si pongono il problema della legalità... con un accanimento anche un pò sospetto, nel senso che in tante altre occasioni più pressanti e -sensibili, non li si vede, e questo fa pensare che usino Niemeyer come "nome" per attirare l'attenzione cavalcando la polemica..."
E' il sunto, di una strategia vecchia come il mondo, per essere 'riconosciuti ed individuati' socialmente, bisogna scagliarsi contro un grande nemico. Quanto è più grande il nemico più varrà la vittoria su di esso e l'importanza sociale e il 'potere'. Sempre per questo motivo, sempre lui. Povera architettura, povero Comune di Ravello!

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Commento 607 del 26/01/2004
relativo all'articolo Dal Co e il suo spettacolo osceno e commestibile
di Irma Cipriano


Lasciamo cadere il discorso perchè noto che il dialogo dopo due interventi arriva, non so' perchè, ai giudizi sommari fino alle offese facili come se fosse una tecnica strategica per imporre condizioni costumi e modi d'uso terminologico che non lasciano alternativa, la rete fa' questo effetto, evidenzia a livello comportamentale un alterazione veloce dei colloqui che entrano facilmente in conflitto.
Mi sembra veramente un atteggiamento facile facile e molto comune; troppo comune...mah!
Comunque, l'argomento iniziale erano le opere di Gehry ?
Bene cara lei, forse non mi sono spiegato (per il linguaggio della rete invece suonerebbe: 'non ha capito') che questi, è un grande architetto, ma con le sue colate di titanio non può rivestire il mondo intero, come la sua Gehry tecnologia prevede, è vero ci ha insegnato la libertà espressiva che si può raggiungere con quella tecnica (scultorea, è tutto dire!), ma fino a quando durerà come metodologia d'intervento? Non Le dico cosa diceva Wright a proposito perchè Lei lo sa' già, sul fatto che ogni luogo pretende un'architettura diversa perchè esistono relazioni diverse nello spazio e nel luogo in questione; altrimenti, detto in poche parole, l'architetto a cosa serve . Non crede?
A parte le battute, pendo che lo spazio architettonico sia un'altra cosa; magari un pochino più complessa e stimolante, d'altronde tanti altri grandi dell'architettura si sono evoluti e si stanno ancora evolvendo mostrandoci opere di qualità estrema. Ora tocca a Ghery , lo stiamo aspettando siamo curiosissimi di vedere le sue lineee che assumono un profilo diverso o uno scatto nuovo.
tutto qui!

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26/1/2004 - Sandro Lazier risponde

Accomunare Gehry solo alle colate di titanio mi sembra un po' troppo riduttivo. Mi sembra una lettura piatta, poco plastica, che non coglie la sostanza ma si ferma alla forma.
Ma per chiarire il messaggio ottimamente ha fatto Vilma Torselli nel suo articolo Gehry, Oldenburg e l'archiscultura al quale rimando.

Commento 604 del 25/01/2004
relativo all'articolo Dal Co e il suo spettacolo osceno e commestibile
di Irma Cipriano


Benissimo sono pienamente d'accordo con Lei, era una delle risposte prevedibili come la mia definizione di 'METAFORA', ma c'è una differenza Dal Co ha scritto l'articolo su Casabella e tuti lo abbiamo letto (anche grazie a Lei che ci ha interessato), ora, però sulla stessa opera scriva qualcosa Lei , perchè si possa leggere tutti è appuntare, le metafore che non riusciamo proprio a vedere 'conness' con le deverse interpretazioni.
Questo vuol dire essere sul piano di chiunque e criticare anche propositivamente. senza difendere nessuno, di critica infertile ne siamo pieni, soprattutto in rete.
Dica la sua, ci dia una forma di 'controparte' senza parlare di 'interiora' , di 'putrefazione' ecc... si esponga. Non ragioni di riflesso, inizi una sua ridiscussione dell'articolo e la staremo a leggere, accogliendo certamente i suoi, sicuramente utili, punti di vista
Come fa Dal Co, d'altronde questo fa la differenza tra la ricerca di un storico e il 'normale' colloquio universitario. Non riconoscendo questo, allora non esistono più regole, leggi, norme di comportamneto linguistico, lezioni, esempi, ecc....ecc...ecc...
Attendiamo una sua dimostrazione di come vanno analizzate ed evidenziate le caratteristiche di queste 'eccezionali' espressioni architettoniche vere e proprie opere d'arte, o almeno ci dia un riferimento bibliografico o nome di autori rispetto ai quali usare una forma di filtro critico e i termini per osservarle.
al prossimo 'ricco' suo intervento.

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Commento 601 del 24/01/2004
relativo all'articolo Con De Masi per Niemeyer
di Paolo G.L. Ferrara


‘Considerazione’ ad Italia Nostra di Paolo Marzano, per il dibattito in corso sulla costruzione dell’auditorium a Ravello.
aspettando il 1° Aprile
Visto che ci sarà una pausa d’attesa fino all’ 1 Aprile, giorno della decisione del TAR di Salerno, sulla possibilita di realizzazione dell’auditorium a Ravello, vorrei che ad Italia Nostra arrivasse questa mia considerazione sul dibattito in corso.
A Ravello, non entro nel discorso di particolaristici interessi politici che più delle volte rallentano e sprecano energie debilitando gli entusiasmi e la voglia di fare, mi chiedo se è possibile che non sia chiara la logica confluenza di un indotto ‘culturale’ nel vero senso della parola.
Possiamo osservare questo particolare fenomeno come su un vetrino di un microscopio in un laboratorio che analizza l’intima struttura, quando s’interviene sulla materia paesaggistico-artistico-storico-natuale. Essa, infatti, rappresenta ricchezza che non manca certamente, sul tavolo della ricerca italiana per lo sviluppo del nostro paese. Componenti determinanti facenti parte, ora di una ‘coltura’ d’elementali particelle che con impercettibili ameboidi movimenti, elaborano nuove interconnessioni. Generano sinapsi interstizialmente capaci, con il tempo, di far emergere un tessuto ‘sensibile’, una probabile nuova metodologia d’approccio alla difesa di questi stessi ambienti; magari isolando eventuali punti deboli oppure comprovando generatori di energia propulsiva per quanto riguarda flussi turistici e forze imprenditoriali locali. La natura può essere benissimo vincolata, quindi salvata e strappata ad artigli cementizi, anche fondendola ad uno dei suoi pricipali ‘derivati’, l’uomo.
Guarda caso l’uomo per vivere con i sui simili crea comunità, le comunità hanno bisogno di relazioni comunicative supportate, questo è importante, da fattori emozionali che stimolano conoscenza, sviluppando dinamiche indirizzate al miglioramento della qualità di vita. La natura da difendere quindi è formata anche dall’ “uomo urbano”. Questo è essenziale; appena l’individuo si confronta con atteggiamento conoscitivo, all’ambiente in cui vive, crea delle relazionalità in uno spazio che appartiene già alla collettività, per cui ha bisogno di essere interpretato nella maniera più aperta e flessibile.
Ora, quando in questo caso, tutte queste cose, confluiscono in un luogo geografico ben determinato (pensiamo al miglioramento ed alla reale riqualificazione che l’intervento darebbe a gran parte della costa su cui sorgerà l’auditorium, nel rispetto delle regole) allora non ci si può preoccupare se si tratta di una costruzione di cemento o pietra a vista. Esso apporta un salto qualitativo legato indissolubilmente ad una cultura dinamica (la natura rientra come recettore sensibilmente in ‘attesa’ di continuità con altri vettori pluridirezionali) già verificata da anni. Spero non si tiri fuori, in ultimo, l’argomento bello/brutto che come si sa’, è scomparso come concetto al salto del secolo ‘800/ ‘900; come genialmente dice Woody Allen.
Dalle mie ricerche sulle mutazioni dei luoghi collettivi derivate dalla trasformazione tecnologica, penso che se osservata da vicino, quest’ intera area produrrà fenomeni che diventeranno dei precedenti, per soluzioni strategiche future d’intervento sull’argomento ambientale. Pozione difficile e complessa da ottenere in quanto le percentuali di sostanze componenti sono difficili da dosare per ogni luogo deputato ad evidenziare le sue caratteristiche, ma il risultato certamente sarà inequivocabilmente positivo se però, sarà adottato il principio del laboratorio sperimentale, capace di trasformazioni appena una caratteristica ambientale evidenzia nuove e impreviste, ma utili ipotesi di sviluppo. Recepire, maturare, sviluppare. Questo, ricordate, richiamerà l’attenzione di fervide menti pronte a considerare le vittorie e sottolineare le immancabili disattenzioni progettuali (parlo di tutta l’area), per cui consiglio di prestare attenzione soprattutto ai collegamenti per così salvaguardare, per esempio; la viabilità e di dotarla delle sue diverse destinazioni d’uso perché tutti possano accedere, ed in qualunque modo ad una migliore qualità di vita che l’opera sicuramente produrrà. L’auditorim nasce come cntro di confluenza culturale per cui sarà di tutti. Un ultimo consiglio che ho tratto dall’insegnamento dei maestri dell’architettura lasciati tra le righe dei tanti testi delle loro esperienze raccontate;
nei casi in cui si costruisce un’opera per la collettività:
sono entusiasmanti e stimolanti le pubblicazioni dei progetti che si realizzeranno per la riqualificazione di tutta l’area, ma oltrechè raccoglierle in testi o monografie che gireranno per il mondo, sarebbe auspicabile che venissero presentate in mostre ed esposizioni periodiche locali itineranti, con lo scopo di illustrare alla popolazione come si svolgeranno i lavori prima durante e dopo il progetto o i progetti. Un modo

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Commento 600 del 24/01/2004
relativo all'articolo Con De Masi per Niemeyer
di Paolo G.L. Ferrara


Buone nuove per Ravello, più vicino l'auditorium
Si allunga l’attesa per l’auditorium di Niemeyer a Ravello, rimandata la decisione al 1 Aprile, passo in avanti a favore della realizzazione del progetto, però l’ultima decisione del TAR di Salerno.
Stralci degli articoli di
Giovanni Marino
da La Repubblica del 23.01.04
e di Gaetano de Stefano
da La Città di Salerno del 23.01.04
E’ successo che i proprietari del terreno, che lì vorrebbero invece farci dei garage, originariamente erano contro il progetto, faceva parte di questo schieramento anche il Wwf ma, in extremis ci ha ripensato rinunciando all'agone giudiziario. Contro Italia Nostra e privati, uno schieramento composto dal Comune di Ravello, dalla Regione Campania, dalla Comunità montana, che ritengono "legittimo" la costruzione dell'auditorium, compreso a loro dire dal Put alla voce "centri sociali e culturali"
"Quanto stabilito dal Tar ci vede concordi, la soluzione adottata consente infatti all'amministrazione di non interrompere le procedure per il finanziamento". Ma pure l'avvocato per Italia Nostra, dà un giudizio favorevole su quanto accaduto ieri: "Siamo soddisfatti della decisione assunta perché le ragioni di diritto esposte con il ricorso non potranno che trovare adeguata valorizzazione nell´udienza di merito".
Lo slancio culturale che darebbe un intervento di questo genere in quella zona, dovrebbe far meditare molti, prima di azzerare ogni speranza di rivalutazione, ambientale e storico-paesaggistica che, se gestita con responsabilità, apporterebbe ricchezza non solo economica ma incentiverebbe iniziative sociali e imprese collettive in un luogo certamente 'elettivo' in attesa da tempo di risorgere storicamente esprimendo le sue colte meraviglie.
Per maggiori notizie al link:
www.architettiroma.it/archweb/dettagli.asp?id=4969


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Commento 599 del 23/01/2004
relativo all'articolo Dal Co e il suo spettacolo osceno e commestibile
di Irma Cipriano


Gehry o della ‘titanica inno-ovazione fisionomica’
Nota a margine sull’articolo di I.Cipriano a proposito di F.Dal Co su Casabella 717/718
Devo osservare l'esistenza nel mondo dell’architettura di una categoria di persone vicine ad essa che, per spiegare i complessi fenomeni a cui è costantemente soggetta, usa, per meglio comprenderla, delle ‘METAFORE’. “La metafora è una sostituzione di un termine proprio con uno figurato, in seguito ad una trasposizione simbolica di immagini; es. le spighe ondeggiano, il mare mugola, il re del deserto ecc…Dal greco metaphora cioè ‘trasferimento’.
Da Oli De Voto, Dizionario di lingua italiana.
Perché questo? Perché ho un terribile sospetto che molti osservatori dell’architettura non si sono resi conto che dopo le descrizioni fisiche e materiali dell’architettura esistono una serie di caratteristiche ‘sensazionali’ che per essere descritte non hanno una possibile terminologia comune e allora si ha bisogno di trasporre i significati . Uno degli impegni di chi scrive d'architettura, è quindi quello di avere una mente così creativa da farsi avvolgere da questo mare magno di trasposizioni con l’unico scopo di creare degli ambiti di significato per cui a diverse persone arrivano diverse immagini. Poi a seconda dell’esperienza vissuta da ognuno esse, tentano di svelare possibili visioni di una generale ‘poetica’ (perché è proprio questo, alla fine, il significato). Chiaramente, chiunque si accinge a raccontare l’architettura, avrà una sua logica metodologia e si rifarà alla trasposizione che più gli aggrada. Per la maggior parte dei casi, sarà compreso, questo lo posso testimoniare. Per una parte, invece non sarà compreso, questo è chiaro, ma c’è una parte che non ci stà con quelle trasposizioni ‘METAFORICHE’ usate, e allude sovente all’errore dello scrittore. Mi spiace perché gran parte della letteratura critica architettonica si rifà a questo tipo di linguaggio dinamico e piacevolmente seguito, anche uno dei maestri della critica storico-architettonica contemporanea (Bruno Zevi), era uno di questi scrittori. Audace nelle metafore con cui, da esemplare prestidigitatore dialettico, accompagnava il lettore a descrivere, per esempio, l’angoscioso disegnatore Palladio, per il passionale Michelangelo nei disegni delle fortificazioni, a sovvertire l’equilibrio delle masse quasi anatomiche dei grafici-graffi di Mendelshon nei sui schizzi d’architettura fino all’estrema visione degli interni ‘intrauterini’di Gaudì. Ho! Quale vocabolo! E sì, funziona proprio così. Le sensazioni, non si evocano e non si trasmettono solo parlando di masse, volumi, piani, rette, punti oppure di intonaco, interasse, pendenza di scarichi ecc… questa è un’altra storia, di uguale importanza, certo, ma l’architettura pretende la loro contemporanea presenza per potersi svelare.
Già da un mio scritto in tempi non sospetti, dal titolo “l’estetica dell’espansione” (parafrasando l’insuperabile saggio di Paul Virilio “l’Estetica della sparizione”, ora, su Costruzioni.net), ma ancora prima ( la maggior parte dei miei scritti sono su architettare.it) analizzavo alcune opere di Gehry, Eisenman (che al contrario si legge n-amnesiE, dice il Tafuri) Libeskind, Hadid, notando l’evidente evoluzione formale degli ultii quindici anni. Ma, mentre in Hadid Eisenmann e Libeskind la ricerca continuava a trasformare la materia architettonica in esperimenti esaltanti per critici e studenti, in Gehry era arrivata ad un’impasse.
La nascita della Gehrytecnologia aveva congelato i termini di uno stimolante discorso innovativo e trasformava in una colata solita-solida di titanio, eventi spaziali di cui adesso bisogna specificare solo la destinazione d’uso all’esterno, perché l’immagine generale ‘soffre’ della sua solitaria differenza. Finivo lo scritto, col dire che si attendeva ormai da un po’, un tentativo di evoluzione non tecnologica (perché con le due opere che Francesco Dal Co analizza, Gehry ha stabilito una libertà assoluta dell’approccio architettonico, allo spazio), ma formale del capacissimo architetto. Lo scritto di dal Co è abbastanza chiaro, come spero premettendo ciò che ho scritto, sia per i più. Per coloro che non si convincono si questo, posso aggiungere che è solo una questione di temini da aggiornare senza significati nascosti o accuse di scarsa cultura, ognuno di noi ha una libreria in casa con una ‘strada’ bibliografica propria e solo che rispetto a quella, magari non coincidono delle trasposizioni terminologiche ‘metafore’, ma non essendoci quelle, mancherebbero anche gli objet a reation poetique, o i listelli e le fasce di legno di Alvar Aalto (che secondo me hanno generato i nastri di Hadid, nel Centro di Arti Contemporanee a Roma, vedi lo scritto ‘l’ambito variabile), non ci sarebbero le sculture di Boccioni di cui conosciamo le sensibili assonanze con l’architettura scultorea di Ghery, ecc…Allora come funzionano questi impulsi di esperienze vissute così funziona il

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Commento 598 del 23/01/2004
relativo all'articolo Con De Masi per Niemeyer
di Paolo G.L. Ferrara


a Isabel Archer, benvenuto auditorium!
Va bene così,
spero che costruiscano l'auditorium di Oscar Niemeyer a Ravello,
il luogo ci guadagnerà e anche tante altre iniziative culturali previste ed in attesa di realizzarsi. I grandi discorsi legati a come vanno le cose in Italia dal punto di vista concorsuale, lasciamole perdere ormai sono vortici terminologici e trappole per cui si perde solo tempo a discuterne.
(una soluzione è auspicabile, ma non è un discorso da fare continuamente!!!)
In rete, o si arriva ad una conclusione dopo pochi interventi o verifichiamo quello di cui parla Ferri nei suoi testi; il rischio e solo quello di parlare, parlare parlare senza sforzarsi di cogliere ed definire eventuali 'ipotesi' risolutive, QUESTO, NON MERITANO I LETTORI!
A parte l'ironia che avevo usato nell'elencarle i miei scritti, con riferimenti a banalissime prospettive dal basso (tipo deposito di zio Paperone) che non approvo assolutamente e capisco che per mio, errore non sono state compese, Le chiedo: per due volte ha definito alcune mie descrizioni come panegirici, ma Lei, da quale baule ottocentesco con finti pidini a zampa di leone e mordentato color noce, ha tirato fuori questa frase:
"..Ravello è bella così, lasciamola in pace e cerchiamo solo di difenderla dagli abusi (è sia chiaro non considero l’auditorium un abuso) e di lasciarla crescere da sola, come ha sempre fatto, in una dimensione appartata e spontanea..."
Dopo queste parole, penso che la discussione per me, possa finire qui, tanto tra un pò sapremo cosa si farà o non si farà a Ravello.
Buona continuazione e buona trattazione di problemi italiani concorsuali, di baronato, di ricercatori mal pagati, di studenti fuori corso e di laureati americani ed europei a 23- 24 anni, di amministrazioni indolenti imprenditoria sfacciata di superfetazioni spungiformi e periferie labirintiche, di nuova interttività e costruzione di nuovi Zen, di tetti inclinati nel Salento e di grandi pareti vetrate al nord, di terziario avanzato congestionante e di centri storici invasi da sportelli bancomat , ecc....
(tutti spunti interessanti, ma decontestualizzati, non vogliono dire nulla!
una tecnica politica, banale, per 'oscurare' l'interlocutore)
Penso seriamente che non sia il luogo adatto per discutere di questo. Spero vivamente che nascano dei siti con questo scopo. Altrimenti non si potrà più parlare di nulla in quanto rovesciare negatività e azzerare desideri e buoni propositi con fumose e pretestuose teorie irrealizzabili, da semplice e abusato sport italiano.
Alla prossima disavventura architettonica!
(incredibile! Stessa situazione di tanto tempo fà, del progetto di Wright a Venezia!)

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Commento 596 del 22/01/2004
relativo all'articolo Con De Masi per Niemeyer
di Paolo G.L. Ferrara


Osservazioni pro - Niemeyer a Ravello, discutere è un po’ … realizzare.
Note a margine di Paolo Marzano per Isabel Ascher
Ravello, come sicuramente, Lei avrà visto e mirabilmente indagato dalla storia recente, ha avuto ed ha delle particolari caratteristiche ‘elettive naturali’ tali da generare numerose altre RELAZIONI (vedi principi base dell’architetura moderna, anzi contemporanea, anzi direi quotidiana). Queste relazioni hanno a che fare con una relazionalità identificabile per ‘differenza’. La differenza, come ho già citato in un mio scritto ( “l’uomo Altrove”) ,è la prossima ‘parola’ che affonderà i suoi artigli percettivi in questo secolo determinado un’esaltazione della differenza programmata dall’evoluzione genetica umana come ‘contaminazione differenziata’ secondo ordini casuali, a questo punto, necessari per la sua esistenza.
Qui non si parla di fenomeno da baraccone, ma di una probabilissima deformazione cognitiva che esiste dietro la parola INTERAZIONE e specialmente quando si unisce ad un’altra parola alla quale penso, si sia appassionatamente vicini, ‘architettura’.
In un altro scritto (Interazione reale o alterazione virtuale? vedi parametro.it) coglievo un aspetto particolare di questa parola.
L’interazione, mi chidevo, può ‘territorializzare’, unendo indissolubilmente l’uomo ad un luogo fisico o può astrarre metafisicamente la percezione da un ambito spaziale (architettonico) adducendo a luoghi ‘altri’ e contribuendo ad una certa distrazione dal reale. Dal ragionamento (anche lungo) si arrivava a dare una risposta infatti la seconda ipotesi era quella possibile.
Purtroppo si ricade sempre nel dire o consigliare all’interlocutore di leggere di più, ma lascio cadere questi attributi terminologici ad altri individui e in altri luoghi che penso siano lontani sia da Lei che da me e continuo.
Per il caso della Farnsworth House era successo che, già l’architettura aveva raggiunto un equilibrio tale in quel luogo che si poteva fare solo ‘filologia pratica’ tra cui esaltarne gli aspetti perchè diventasse un sito oltrechè fisico anche con un valore altamente didattico per chi vuole imparare o meglio vivere questo spazio, ma solo lì in quel luogo e in nessun altro. Poi, è chiaro che super-analizzando l’opera, in quel caso, si poteva percepire uno stato di occupazione virtuale che poteva essere interpretato come un vero e proprio interagire con lo spazio però v i r t u a l e di quella architettura. Abbiamo avuto ragione, ha vinto il valore didattico che l’opera poteva ancora comunicare, se ne sono accorti e guadagneranno di più tutti. Bene!
Più che sognatore sono un appassionato della letteratura storico-descrittiva zeviana e se lei avesse letto…..ALT! (vede come facile consigliare di leggere? Si è sempre dalla parte del giusto propositivo, ma non va bene per l’offesa che reca alla presupposta inabilità psicologica dell’interlocutore, quando invece tutti noi abbiamo una strada almeno storico-libresca da difendere, magari da ridiscutere, ma da difendere.) torno al discorso. Le descrizioni zeviane degli scitti su Michelangelo le osservazioni particolari dei disegni di Mendelsohn o l’architettura di Gaudì per me sono insuperabili, a questi aggiunga una visione ‘crepuscolare’ stimolante della critica del saggista Paul Virilio, senza però dimenticare l’architettura vitale nella descrizione delle piccole cose di ogni giorno di Roland Barthes e l’assordante teoria del quotidiano trasformarsi di Walter Benjamin. Sono scritti che hanno un denominatore comune un linguaggio che racconta come l’uomo ha bisogno di numerose metafore per comprendere equilibrando e stimolando la mente per vedere cose che non esistono, avendo aiuto da impulsi codificati di episodi vissuti. E’ quello che faccio quando scrivo di architettura (vedi ‘la soglia in dissolvenza’ e ‘Spazio…alle riflessioni’, su architettare.it, parlo dell’interazione usata come elemento architettonico, parlando di supporti riflettenti o trasparenti in spazi particolari, anche urbani, elencando tecniche e pratiche di partizione interne con pareti contenenti cristalli liquidi a trasparenza controllata (Nouvel insegna), dando un’idea di stravolgimento del semplice interno domestico, senza parlare di domotica), comunicando, come, dove e con quali mezzi arrivare alla soluzione definita, questa è la differenza tra un’interattività che comprende tutto o niente oppure quella verificabile immaginando ambienti descrivendoli o addirittura realizzandoli.
Per gli acquari con le nuvole dentro e i mouse giganteschi, in ‘L’uomo Altrove’ ho elencato dove e in quali progetti, è evidente una resa incondizionata purtroppo di alcuni architetti ad un trucco surreale (aumentando le dimensioni) di esperimenti che farebbero rivoltare Escher nella tomba. Soluzioni architettoniche che in Italia sono passate per meravigliose (solo ben pubblicizzate, altro pericolo) e che non hanno niente, ma proprio niente di interessante, se

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Commento 588 del 20/01/2004
relativo all'articolo Con De Masi per Niemeyer
di Paolo G.L. Ferrara


A favore dell'auditorium di Ravello, uno spunto di riflessione per Isabel Archer
Interattività a Ravello? Benissimo, ma non in questi termini.
La mia formazione architettonica contempla una piccola, ma importante, parte riferita alla fantascienza degli anni settanta e rimango perplesso quando delle verità tecnologiche allora profetizzate ora risultano realizzarsi .
Chi non è un ambientalista? Chi non difenderebbe e difende la natura? Nessuno vorrebbe che sparisse sotto colate di cemento e struture pilastate o a gradoni ?
Nessuno, ma queste sono banalità.
Allora il passo dopo è: “usiamo l’architettura interattiva, cosa? chi? dove? quando? Già, sì quella sì, eccome, anzi è la soluzione!"
Vediamo la situazione un pò più da vicino. Ho scritto e raccontato tanto su quest’argomento che per avere una sicurezza o controllo su di esso, pendo che ci vorrà ancora un pò tempo, di questo sono certo. Non bastano concorsi dove vengono premiati rendering e sovrapposizioni di scritte che già i Futuristi, guardando le riviste, erano abbbastanza avanti. Al massimo ora, stiamo sicuramente preparando le basi per individualità che, con strumenti nuovi, inizieranno a parlare di architettura interattiva.
Ma osserviamo: mentre le nostre città (centri storici mummificati, o meglio, ‘plastificati’ incelofanati e avvolti da quell’aura finta-vecchia che fa tanto ‘in’) sono sepolte e annerite da gas inquinanti derivati dalla combustione di carburanti scaricati direttamente nel nostro corpo, mai fin troppo controllati, ci accorgiamo che i regolamenti nei locali chiusi, per quanto riguarda il fumo da sigaretta, sono diventati rigidissimi.
Stride il confronto, e Italia Nostra?
L’uomo vive nella sua incompiutezza.
Le isole per le campane della raccolta differenziata che occupano spazio aumentano il loro numero perché aumentano le tipologie di materiali che consumiamo ogni ora, ed in modo esponenziale. Andrebbe indetto un concorso d’architettura per risolvere il problema spazzatura non come oggetto a sè, ma come sistema di relazione con ‘L’UOMO URBANO’.
Stride ancora il confronto con la città, e Italia Nostra?
L’uomo vive della sua incompiutezza
Oltre le campane per la raccolta dei rifiuti differenziati esistono degli ‘alieni’ accato a noi nel nostro vivere l’urbano; esili, con la testa grossa alti a dismisura e purtroppo tanti, proprio lì dove si realizza l’essenza della congestione cittadina, la segnaletica. Sempre tanta, sempre troppa e si moltiplica giornalmente, lo chiamano inquinamento visivo. Dovrebbe rientrarae in un sistema di strategia progettuale per cercare di inserire, davvero, l’interattività in questo campo. Secondo me, sarebbe risolutiva.
Stride ancora il confronto con l’umano osservare, o come dicono i saggi, ‘percepire la città’, e Italia Nostra ?
L’uomo vive sulla sua incompiutezza.
Facciamo un discorso più ampio.
La sonda ‘Spirit’ che non trova l’acqua su Marte, l’importante comunque è che sia arrivata, genera tanti sogni e tante speranze. Il mondo virtuale al quale abbiamo sempre pensato per tanto tempo ora, è a nostra disposizione, un intero pianeta da esplorare. Affinate le tecnologie sarà territorio di conquista.
Ma l’uomo è incompiuto e spero tanto che non venga in mente a qualcuno (non è improbabile) di trasferire scorie nucleari e rifiuti tossici sul sito marziano tanto lo spazio c’è ed è tanto. E allora cosa faremo se non ci siamo occupati di prendere delle posizioni convincenti in campo terrestre (cittadino) chi ci soddisfano? Accetteremo tutto tanto poi si risolverà in futuro? Avremo nascosto un’altra volta le bucce delle caramelle sotto il tappeto.
Sarà l’URBANO, il tema dominante di questo nuovo millennio, inserito però in un altro genere di relazioni, oltrechè mediali di matrice organica come un corpo vivente in cui l’interazione dovrà costituire un vero e proprio sistema nervoso sensibile e attento. Anche l’architetto saprà che oltre a progettare un’abitazione deve trattare con altre relazionalità di quell’abitazione vista come tassello insostituibile di un maglia relazionale ‘vivente’. Questo determinerebbe edifici e quartieri più vivibili. Purtroppo la mancata considerazione di certe componenti sociali ha fatto diventare l’URBANO, o un vero e proprio fortino super controllato o super degradato, isolato in periferie sociali percettive più che fisiche.
Stride ancora il confronto, l’URBANO è una NATURA da salvare. E’ un concetto complesso che però non esula dal non tenerne conto, e Italia Nostra ?
L’uomo vive nella sua incompiutezza e quando, come a Ravello, si creano delle confluenze d’interessi, non soltato economici, ma accompagnati da una certa qualità d’intervento architettonico che plasmerà unendole nello stesso luogo, forme artistiche quali musica, spettacolo, architettura, bellezze naturalistiche e storico-paesaggistiche appartenenti ad un ‘naturale’ sistema connettivo-collettivo i

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Commento 586 del 17/01/2004
relativo all'articolo Con De Masi per Niemeyer
di Paolo G.L. Ferrara


A favore del progetto per l' Auditorium a Ravello di Oscar Niemeyer

Questo caso è diverso, racconta non di un'architettura generata per richiamare l'attenzione, ma di un'architettura che completa un quadro generale d'esigenze umane. Qui non si 'decentra', non si 'decongestiona' non si 'restaura mummificando' non si 'decora scimmiottando', qui si creerà l'architettura per il suo primo scopo. Realizzare un desiderio che da tempo esiste ed ha bisogno di concretizzarsi in un 'ambito variabile' un architettura prodotta, questa è la cosa fondamentale, da una volontà collettiva. Il produrre architettura come continuazione materica di funzioni umane derivate direttamente da pratiche artistiche. Quale migliore luogo d'intervento dove l'architettura stessa chiama per un architetto?
E allora quale migliore possibilità se non quella di realizzare il progetto che Oscar Niemeyer ha preparato per Ravello?
Se la preparazione del Parsifal, predispose Richard Wagner, nel suo viaggio in Italia, a riconoscere tra le bellezze paesaggistiche, ed in particolare quelle di villa Rufolo, il giardino magico di Klingsor, allora possiamo avere una leggera percezione di un luogo dove diventa logico far nascere interessi culturali. Infatti, da cinquant'anni a Ravello si celebra un Festival dedicato a Wagner. La presenza per buona parte dell'anno, di musicisti artisti intellettuali, ha generato pratiche 'indotte' di rispetto e osservazione attenta dell'ambiente circostante che ha acquisito un valore aggiunto di notevole spessore sociale. E' in atto a Ravello una verifica pratica di come un ambiente storico può coinvolgere 'le arti' fino a trasformare elementi naturali in energie 'sensazionali' e 'relazionali' che esaltano l'ambiente paesaggistico senza il quale, è chiaro, non sarebbe sucesso un bel niente.
La natura ha preparato uno scenario che l'uomo può e deve comprendere, rispettare ma a maggior ragione, da questo è possibile far nascere altre forme di attenzione per elementi che con la natura si compenetrano o ne sono la diretta continuazione, vedi la musica, l'arte, la ricerca di nuove forme d'espressione artistica e non ultima l'architettura. A chi ha qualche dubbio sull'inserimento dell'auditorium vada a indagare nella storia dell'architetto Oscar Niemeyer. Una vita colma di tante e tali realizzazioni di ricercata qualità e di lotta contro la megalomania dittatoriale sui popoli, da uscire indenne da qualunque ipotesi di accusa di 'rovinare' un paesaggio con le sue idee.
Quando parliamo di un grande architetto qual' è Oscar Niemeyer, dobbiamo fare riferimento alla nostra onestà intellettuale e stabilire cosa intendiamo in quel momento quando usiamo il temine 'opera d'arte'. Una volta stabilita una definizione, la useremo per capire la vita intensa e sempre d'alto livello del maestro. Una delle caratteristiche essenziali della sua vita, ci accorgeremo, riguarda proprio la ricerca dell'opera d'arte (mai architetto fu più indicato, quindi, per Ravello). Certo, quando si tratta di progetti di opere pubbliche è molto difficile creare un'opera d'arte, ma il maestro ha guardato soprattutto alle nuove esigenze che il corpo costruito, genera nella confluenza delle funzioni, delle forme e della materia del suo stesso ambito (il luogo), rispettando così la continuazione dello spazio creato, con l'ambiente. L'architettura infatti deve sempre azzardare creando spazialmente eventi nuovi rispetto ad una trama 'funzionale' data, deve cercare secondo Niemeyier :" la bellezza, che è la preoccupazione di un artista e lo scopo di qualsiasi opera d'arte. […] Una volta Le Corbusier mi disse che io avevo negli occhi le montagne di Rio. E' vero. Ma non solamente le montagne di Rio".
Notiamo come la sua architettura plasticamente si evolve in forme antigravitazionali moltiplicando sbalzi e sperimentando nuove gestualità materiche che, definire moderne, determinerebbe una regressione al senso qualitativo dell'opera di un'intera vita. Il suo approccio progettuale, è di fronte al foglio. Testimonia il lavoro dell'architetto fatto di ricerca estenuante e continua capace di assorbire, maturare e mettere in pratica quei segni che derivano da una colta gestione emozionale delle forme e dello spazio 'attivo' che possono generare. Ecco perché il mestro 'evoca' più che schizzi (numerosi), dei 'grafici' d'architettura, in cui le linee denotano poetiche assimilate, testimoniano la serietà della pratica costruttrice conseguente e la responsabilità di 'corpi architettonici' che occuperanno un spazio 'ritrovato' per la vita dell'uomo. Non è un'architettura simbolica, ma è una pratica che affranca lo spirito, sollecita la percezione stimola la mente che si lascia andare, seguendo profili alla scoperta linee sinuose organico-materiche. Il passo seguente è già spazio.
Dalle interviste al maestro è chiara la sua dinamica d'intervento che lo vede ritornare più volte agli schizz

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Commento 550 del 15/12/2003
relativo all'articolo Compriamo la Farnsworth House di Mies
di Guidu Antonietti


Da Isabel Archer e da Gianluigi d'Angelo giunge la notizia che riguarda il caso della Farnsworth House, molto bene. Come dai commenti che ho distribuito per la rete e che molti siti di architettura 'sensibili' hanno percepito, ho cercato di stimolare una discussione che spero abbia toccato la comunità virtuale (architettonica), non perché io abbia previsto esattamente la conclusione, praticamente sostenevo il possibile interesse pubblico e soprattutto didattico che poteva assumere la destinazione d'uso della casa in questione, ma perché ha prevalso l'unica soluzione possibile (per l'interesse dell'architettura, è chiaro!), 'filantropicamente' come dicevo nel primo commento, David Bahlman, presidente del LPCI e Richard Moe, presidente del National Trust si sono attivati nella maniera più opportuna. In primavera ci ritroveremo magari a visitarla per osservare le trasformazioni che hanno permesso di creare un luogo 'mitico'.
Come al solito per una serie di coincidenze strane:“[…] ma al destino non è mai mancato il senso dell’ironia” citazione calzante del futuristico Virgilio (Morfeus) dal film Matrix, quando evidenzia al novello Dante (Neo) le meraviglie nascoste nell'illusoria 'apparente' realtà, mentre si avvicendava questa discussione sulle maggiori riviste d'architettura on-line contemporaneamente a Firenze una mostra sul maestro dava l'idea di questi oggetti. E' evidente anche grazie a questa mostra, una cultura dei materiali del maestro, che fanno leggere più facilmente 'lo spazio'. Osservando attentamente s'intuisce come, nelle loro direttrici segniche, questi oggetti, rinnovano la sapiente iniquivocabile forza direzionale, nervi tesi come fughe sollecitate che confluiscono in profili unici, quasi dei gesti grafici interpretanti le possibilità del 'materiale' costitutivo. E' il frutto della tecnologia unita alla cretività sempre attiva verso nuovi e diversi modi d'espressione; questo io chiamo modernità e questi oggetti presenti ora a Firenze e nella Farnsworth House, lo testimoniano.
Appare chiaro che sono queste linee progettuali, questi riflessi ricercati, questi esili profili, questi vuoti formali studiati e attivati da una colta sperimentazione, che possono determinare ambiti 'variabili', capaci di generare luoghi altamente significanti come la Farnsworth House. Tra le foglie degli alberi, dalle tante foto delle tante immagini che sono andate in rete ricercate dalla comunità, in questo periodo, rimane attivamente realizzata (e a quanto pare rimmarrà per lungo tempo) 'la casa' di Mies nel suo breve intorno dai primi gradini, alla piastra-pavimento ancora più leggero e fluttuante tra le piante e sollevato rispetto al terreno, carica di stimoli dai quali, credetemi, si possono iniziare discorsi architettonici importanti e soprattutto diversi.
Ciò che mi è sembrato interessante è che la comunità virtuale della rete abbia 'reagito' intellettualmente, nessuna voce dalle 'cattedre', ma è il gioco perverso della storia architettonica, generata sempre là dove si sperimenta e non se ne parla! Comunque ci siamo, grazie ai sostenitori attivi e sensibilmente pronti ad indagare per apportare in rete quella qualità comunicativa che altri media inesorabilmente stanno facendo tramontare.

Paolo Marzano

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Commento 542 del 10/12/2003
relativo all'articolo Compriamo la Farnsworth House di Mies
di Guidu Antonietti


Si, in effetti ha ragione Domenico Cogliandro, perchè no?
Il 12 dicembre in fondo è il 12 dicembre, è vero e basta
........però...... almeno il proprio nome con un messaggio muto....perchè questo indicherebbe una presenza, un'impressione in corso, una visione virtuale in formazione, un'immagine rinvenuta da particolari ricordati o studiati su manualistiche rivisitazioni, una foto di una costruzione tra gli alberi....in un bosco..... il bianco della struttura.....il vetro....la pilastratura...il pavimento che scivola e galleggia in un luogo diverso...una rarefazione architettonica che invita a riflettere... addirittura a pensare....uno spazio ridotto ma con un' unica caratteristica: essere libero.
Grazie dei vostri pensieri per lo spazio di questa casa, pensarlo è un pò viverlo !
Non importa, basta questo!
Paolo Marzano

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Commento 540 del 04/12/2003
relativo all'articolo Compriamo la Farnsworth House di Mies
di Guidu Antonietti


La comunità virtuale che segue questo caso risponda decisa e dia un parere riguardo la vendita della Farnsworth House di Mies van der Rohe, il 12 dicembre 2003 da SOTHEBY'S a New York, la strada è aperta alle idee. Cerchiamo di affilare i termini di questo nuovo tipo di comunicazione ed esploriamo in rete, nuove idee di confronto e di discussione, forse mancava proprio questo, è chiaro, l'episodio che fa scattare una 'scintilla emozionale'. Siccome tutti gli appassionati di architettura hanno provato emozione guardando la ricerca e l'opera che ha condotto nella vita, Mies van der Rohe, ora verifichiamo questo episodio, come un attacco alla nostra sensibilitài 'personale'.

Sapete perchè? Grazie a questo caso che riguarda l'opera architettonica di un grande maestro della storia dell'architettura, possiamo stabilire fin da adesso, delle ipotesi che in futuro serviranno ad indagare i casi di 'mala gestione architettonica', elencando in rete, a seconda dei casi, i possibili errori commessi, magari sollecitando docenti o tecnici o appassionati e conducendoli a 'parlare' in rete discutendo con la comunità di possibili ipotesi risolutive evidenziandone pregi, difetti e possibilità evolutive.

Cercheremo, grazie a questo caso, di creare 'un precedente' rispetto al quale muoverci. Io personalmente mi sono attivato (vedi commenti) per rintracciare in rete quante più notizie possibili e descrivendo l'opera secondo canoni puramente spaziali e relazionali, notando i commenti di altri che hanno indicato immagini e analisi ancora più attente e dettagliate. Bene. Nasce quindi una ricerca ed una documentazione che con l'aiuto di un' INTELLIGENZA COLLETTIVA sta portando a termine un'indagine eccellente! Una collettività che si muove individualmente, ma che elabora 'aggiornando' comunemente i termini e il materiale, oggi presente in rete.
E' una prova di civiltà evoluta, dove chi ha da ridire, a sua volta determina proposte, nuovi punti di vista e crea ambiti per nuove idee.

Quale è il finale?
Ve lo spiego. Avendo trovato tutto questo materiale e avendolo fatto leggere a tutti (almeno ai compartecipanti, che spero siano molti), è come se avessimo condotto un 'rilievo' virtuale documentato dettagliatamente della Farnsworth House.

E sapete a cosa porta questo?
Ad una sua conoscenza diretta e quindi ad una sua 'OCCUPAZIONE VIRTUALE' . Il consenso è il primo metro di giudizio e se è basato su regole democratiche, dove tutti hanno la possibilità di partecipare, allora può valere la pena di collaborare con un parere, immaginando per esempio la destinazione d'uso o il sito dove potrebbe collocarsi l'opera in questione .

Secondo me è proprio questo il caso!
La collaborazione è aperta per uno scopo; la partecipazione vale se esiste un fine capace di mutare per una sua forma più 'colta' o comunque, migliore. Far sentire la propria voce per l'architettura moderna penso che sia un buon motivo; non vi pare? Nel prossimo caso di 'mala gestione architettonica' occuperemo virtualmente qualsiasi architettura e trarremo da essa energia propulsiva per una nuova terminologia, di confronto, di discussione elaborando, a questo punto, intellettualmente una strategia che ci porti alla 'scelta' ; capace di far sognare, desiderare e realizzare.

Paolo Marzano


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Commento 534 del 30/11/2003
relativo all'articolo Compriamo la Farnsworth House di Mies
di Guidu Antonietti


A difesa dello spazio di discussione su 'Antithesi', per la Farnsworth House, un'osservazione a Howard Roark

Ben vengano le discussioni, ben vengano i confronti anche più accesi e le parole più ardite. (non volgari, è bene chiarirlo). Si ha bisogno di confronti, dialettiche diverse che s'incontarno testimoniando i diversi livelli di comunicazione esistenti. Questo affila i termini e prepara il linguaggio critico a scandagliare spazi per la parola, tematiche delle più svariate e discussioni passionali sempre nuove (ricordiamo come la 'colta' rappresentanza della dotta casta di Semiologia, tacciò di superficialità e di qualunquismo le 'osservazioni' affrontate da Roland Barthes nei suoi scritti, quando a loro dire, la materia non doveva essere usata per portare " la semiologia in cucina"), risultato? E' sotto gli occhi e nei testi di tutti.
Però, ritengo che sia fin troppo facile recuperare dalla storia dell'architettura esempi che 'appoggino' le nostre cause ed elencarli per commentare! E' la mossa più prevedibile e scontata, scomparsa al salto del 800/900, penso che siano altri i termini, anche per una certa onestà intellettuale nell'interloquire. Posso farLe degli esempi per cui la Farnsworth House risulterebbe una costruzione qualunque senza importanza, ma preferisco farLe mille altri esempi perché essa venga salvata e non messa, come dice Lei 'sottovetro'. Ancora una volta per cercare di 'non' capire l'architettura la si confronta con gli abitanti che vi ci abitano o inquilini che possono anche non sapere delle vicissitudini della linea costruttiva e della ricerca che c'è dietro (mi ricorda certe interviste in tv, con domande studiate solo per avvalorare solo la scelta di una parte decisionale, anni settanta americani).
Bhè, sono tanti gli esempi come questo nella storia dell'architettura.
Poi, si è ancora, rinominato Bruno Zevi per dare un giudizio 'colto' sull'opera in esame. In più si definiscono i commenti che si stanno pian piano susseguendo e si susseguiranno fino al 12 dicembre, "… appelli tra il tragico e l'infantile". Bene, Le dico subito che di falsi profeti che viaggiano in un'aura zeviana ne stiamo vedendo ben troppi. Non si è verificato mai, che lui (prof.Zevi), abbia nominato un suo successore né l'abbia fatto mai intuire, diversamente da come ha concluso il suo intervento al Manifesto di Modena. La lezione del maestro prof. Zevi è sempre lontana dalle conclusioni conformistiche e dai silenzi pseudo-intellettualistici comunque e dovunque sempre scollegati dalla realtà architettonica. Sono tanti gli esempi come tanti ne farebbe chiunque avesse letto un po’ d'architettura, e poi, Lei si è chiesto, 'per esempio', cosa avrebbe detto Zevi dopo aver visto che il 'geniale' Frank Gehry ( al momento della scomparsa del prof. lo è stato veramente) con Bilbao, dopo aver fatto diventare di 'maniera' lo spazio architettonico? Un' impasse architettonica! Zevi declamava che con l'architettura di Gehry si era raggiunta una probabile libertà progettuale, bene! E' vero, ma certo non possiamo inondare di fogli di titanio qualunque spazio avvertendo della destinazione d'uso! Quindi la pura libertà architettonica che diventa un suo limite progettuale! Allora, iniziamo a non chiederci nulla a nome di Zevi, ed a non avere paraocchi 'storici'; già con questo saremmo un po’ più vicini al maestro. La Farnsworth House è un passo della sperimentazione e quindi accettiamola e difendiamola per il 'passaggio' costruttivo che rappresenta. La sperimentazione credo sia, e spero che rimanga, un argomento ancora aperto essendo punta d'iceberg della ricerca, lo studio e l'aggiornamento continuo. Poi, se a qualcuno non interessa l'argomento è meglio lasciare ad altri l'impegno di proporre alternative o cercare di costruire qualcosa comunque di parlarne. Se proprio non deve funzionare l'idea, allora sarà stata una ragionevole e stimolante discussione per affilare (ripeto) gli strumenti per un prossimo eventuale caso di 'mala gestione architettonica'.
Non è nel proporre idee che vale "il meno è il più", quella, è un'altra storia.

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Commento 526 del 29/11/2003
relativo all'articolo Compriamo la Farnsworth House di Mies
di Guidu Antonietti


Casa Farnsworth, un'architettura 'valutata', altre notizie per saperne di più.
Il 12 dicembre 2003 è prevista la vendita all'asta di uno dei capolavori del maestro tedesco Ludwig Mies van der Rohe. No, non si tratta di una frase ad effetto che nasconde chissà quale trovata pubblicitaria, siamo proprio di fronte ad una vera e propria vendita al maggior offerente di un'architettura.
L'elegante struttura che testimonia una ricerca ricca di spunti e novità per quanto riguarda lo studio di possibilità espressive architettoniche, verrà 'valutata', venduta, acquistata o comunque spostata in un altro sito. Un'architettura che nasce dal luogo per il quale è stata concepita, capace di esaltarne l'essenza naturale contribuendo ad una sua naturale estensione. Un'architettura che non s'impone ma afferma la leggerezza e la continuità, unendole all'ineffabile rarefazione, è ora stata tristemente 'valutata'. Casa Farnsworth era stata commissionata e acquistata da Edith Farnsworth nel 1951 per 75.000 dollari. Quando la casa fu messa in vendita da Edith Farnsworth nel 1971 fu fortunatamente acquistata da un ammiratore di Mies, che nonostante risiedesse a Londra, restaurò l'abitazione e si preccupò di arredarla con mobili disegnati dallo stesso architetto. Creò un luogo dove, è evidente, come dallo spazio possano nascere direttrici strutturali che dal particolare della sedia o dalla leggera linea del tavolino, possono proiettarsi per trasmettere segni di rinnovata realtà, che inondano il vuoto creando innumerevoli relazioni derivate da una sperimentazione che noi possiamo definire certamente come architettura. E' uno degli esempi più eclatanti di come lo spazio può, in alcuni casi, dopo uno studiato e attento dosaggio di componenti progettuali, diventare esso stesso, struttura. La Farnsworth House è situata sulla riva destra del fiume Fox (Illinois), a sud di Plano, circa 75 km ad ovest di Chicago. La grandezza del terreno originariamente acquistato dal dott. Edith Farnsworth era di 3.8 ettari. La casa è adagiata fra gruppi di alberi ed orientata con l'asse maggiore sulla linea est-ovest. E' storicamente importante perché è stata l'ultima casa tra i lavori del maestro Mies, costruita dopo la sua immigrazione negli USA. Storicamente quindi, può essere considerata la sintesi forse, di un periodo che ha tramutato ancora di più la materia costruttiva in un evidente 'meno', dando vita alla fusione di acciaio e vetro come componenti fondamentali di una rarefazione dominante e determinante che davvero arriva senza difficoltà al 'più'. Esempio di estrema semplicità, chiarezza, quindi alla ricerca della probabile interazione con l'ambiente esterno. Considerata la casa moderna più bella del mondo, insieme alla famosa 'Casa sulla Cascata' di Frank Lloyd Wright. L’ex governatore dello Stato dell’Illinois, dove si trova la casa, avrebbe voluto acquistarla per trasformarla in museo e per questo aveva chiesto uno stanziamento. La sua proposta però è stata bocciata e il futuro della Farnsworth House è ora un’incognita. Ricordiamo che l'attuale proprietario, Lord Palumbo, della "casa di vetro", l'aveva offerta nel 2001 allo stato dell'Illinois per una cifra pari a 7 milioni di Dollari, prezzo rivelatosi troppo esoso per le casse pubbliche. Pertanto Lord Palumbo (proprietario anche di una villa di Frank Lloyd Wright, una di Le Corbusier) si è rivolto alla casa d'aste Sotheby's, la quale ha fissato la data della vendita al 12 dicembre 2003, stimandone il valore, compresi gli arredi, per una cifra tra i 4,5 e i 6 milioni di Dollari. Nell'epoca di una preponderante manifesta virtualità architettonica, occorre allora stabilire strumenti e nuove ipotesi d'intervento per creare le condizioni per la difesa di queste architetture dalle quali tanto ancora si può e si deve imparare. Cerchiamo di inserirle in circuiti didattici per convalidarne i nuovi percorsi comunicativi e inoltrarsi così, nello studio di quel complesso elemento che è lo spazio architettonico progettato.

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Commento 508 del 19/11/2003
relativo all'articolo Compriamo la Farnsworth House di Mies
di Guidu Antonietti


Chi ha architetture per intendere…
di Paolo Marzano

Colgo lo scritto di Guidu Antonietti su Antithesi e su Channelbeta riguardo la vendita della Farnsworth House di Mies van der Rohe, il 12 dicembre 2003 da SOTHEBY'S a New York.
Il 1946 è la data di quest'intuizione che ha fatto balzare in avanti la ricerca architettonica, consegnata poi nel 1951 al Dr.Farnsworth. Nelle vicinanze delle rive del Fox River a Plano a est di Chicago negli Stati Uniti.
Esempio di leggerezza strutturale capace di contribuire alla ricerca architettonica più di tante parole e di mille esempi, dando una visione reale, di quell'elemento che ancora oggi si fa fatica a spigare: lo spazio. Pensiamo a come potrebbe diventare se venisse ridefinita come meta (magari spostandola in un altro sito come il Padiglione di Barcellona del '29) per diventare una 'sosta architettonica', inserita in un circuito mondiale di una 'pomenade architectural'. Ogni studente potrebbe vederla, osservarla, contemplarla per assorbirne la confluenza energetica di cui è intrisa. Nel mare di esempi ormai considerati 'minimali', ritengo sbagliato destituire dalla sua enorme capacità progettuale, la Farnsworth House. Essa nello stesso tempo è l'evoluzione cristallizzata di un luogo, un' opera aperta che didatticamente può convalidare nuovi percorsi e inoltrarsi nello studio dello spazio progettato. Qualche fondazione illuminata, per la salvaguardia dei capolavori o qualche gruppo finanziario si renda filantropicamente conto del valore storico soprattutto culturale e sociale di questo capolavoro dell'architettura. Sono d'accordo sulla scelta di aROOTS nel farla diventare un sito virtuale, ma ritengo la virtualità 'un ambito' mutante che scivola e fluttua tra idee concrete e lavora per realizzarle. Se invece di un oggetto rimane l'immagine virtuale e non si è riusciti a far niente per l'oggetto reale che è contenitore e contenuto, dello spazio (inteso come relazione), allora c'è ancora tanto da lavorare, per non vivere tristi e povere 'simulazioni di annunciate assenze'.


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Commento 469 del 05/11/2003
relativo all'articolo Cin-Cin 'Maestro' Gehry!
di Mariopaolo Fadda


Il concetto è chiaro come è chiaro l'entusiasmo di Fadda, però c'è una piccola osservazione che vorrei fare. Eccellente l'articolo 'giornalistico', ma personalmente ritengo che poche opere nella vita di un architetto possano portare a riflessioni esperienze dibattiti. La ricerca architettonica è salva, plauso al 'Maestro Gehry' arrivato però, secondo me, all'apice di una visione globale con il 'manifesto della libertà architettonica' con Bilbao. Lo abbiamo visto, compreso, ammesso tutti, il resto però diventa una 'ripetizione dell'identico'. Non potrebbe il mondo sopportare più di un'opera di questa fattura e carica 'sensazionale', ora aspettiamo un'evoluzione della sua pratica architettonica. Una nuova libertà da riconoscere e da esaltare. Lo hanno fatti in tanti e non vedo perchè Gehry non lo dovrebbe fare. Che superi la soglia della ripetizione scultorea boccioniana in titanio, inoltrandosi in altri ambiti nuovi, ne ha tutte le potenzialità ma non vedo perchè trasformare la libertà architettonica in tecnica industrializzabile o in spazio libero 'codificato' secondo la sua 'Gehrytecnologia', è un grande architetto anche senza i cloni 'TITANICI' ; però che vada avanti!

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Commento 467 del 04/11/2003
relativo all'articolo Cin-Cin 'Maestro' Gehry!
di Mariopaolo Fadda


Io proporrei, per tutti gli interessati, invece, di analizzare tutti insieme la stessa opera architettonica. Attenzione, potrebbe essere anche un'istallazione realizzata in qualche esposizione. Oggi che si parla tanto di 'intelligenza collettiva', di 'gruppi interattivi' sarebbe un esperimento da fare per poter capire e forse meglio interpretare come, dove e quando inizia a realizzarsi uno spazio architettonico; nei territori virtuali o su di un foglio di carta casuale o visivamente percependo segni ancora non identificati che si presentano a volte nella nostra realtà. Comprenderemmo sensibilità, esperienze diverse e soprattutto introdurremmo una volontà nuova, basata su un'architettura sempre diversa, percettivamente riprogettabile quindi 'interattiva' ma, imponderabilmente, condivisa.

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Commento 455 del 01/11/2003
relativo all'articolo Eisenman, Gehry e '...la ripetizione dell'identic
di P.GL Ferrara - S. Lazier


Tempo fa in uno scritto dal titolo 'L' Uomo Altrove', analizzavo proprio questo argomento che P.Eisenman sottolinea, sono pienamente in linea con lui. Vedete, incastrando forme anatomico-organiche o zoomorfiche di qualunque profilo e carica digitale; una testa di cavallo o un pesce dei fogli al vento o della lamiera accartocciata, evidentemente è una strada da percorrere, insomma la libertà formale raggiunta può distribuire qualunque piega e concavità, ma il rischio è di trasformare quest'enorme possibilità in un'impasse progettuale!
O titanio o teflon o qualsiasi altro materiale va bene come esperienza tecnologica, è da evitare la produzione in serie di forme casuali a cui appiccicare il nome a seconda della destinazione d'uso del momento.
Sappiamo già da tanto, tanto tempo che una forma libera può contenere un solido geometrico oppure quest'ultimo contenere la prima, sappiamo che i due volumi possono incastrarsi e allora realizzano 'interferenze' o NURBS o anelli di Mobius come le volete definire, bene studiamone le caratteristiche spaziali e azzardiamone le possibili intelaiature rimanendo attenti alla forma generale altrimenti finiremmo per creare acquari giganteschi o bottiglie con i velieri all'interno o gabbie per imprigionare le nuvole (forme costrette). Certo la tecnologia è sollecitata dalla grande scala d'intervento, ma la forma è ormai 'industrialmente' acquistabile! Incredibile,
(sapevamo che andava a finire così, la 'gehrytechnologies' insegna).
Oppure, i contenitori tanto in uso negli ultimi tempi, costituiti da una maglia strutturale 'grigliata' capace di amplificare visivamente la forma per contrasto rispetto ad un fondo omogeneo, mostra una forma illusoriamente libera però 'contenuta'. E' un approccio veramente povero! Rimane una condizione abbastanza frustrante, basare la passionale intenzionalità architettonica solo stabilendo la scala degli omini di riferimento magari ben distribuiti attorno all'aura di un poco probabile 'sublime informatico'. Tutto questo lo conosciamo già lo abbiamo studiato, digerito, ripercorso e ritrattato ma è capace, sotto altre spoglie di ri- ri- ripresentarsi.
Sappiamo dunque quanto sia 'popolare' tra alcuni degli osannati maestri contemporanei, la tendenza a caratterizzare la trovata architettonica attribuendole del valore aggiunto di perfezione digitale, tale forma "[…] carica l'immagine globale di valori autoreferenziali", vedi F.Purini, Il disegno digitale , Quaderni LAR, 3, 1998 pp.19-33.
Bisogna riferirsi ad esempi pratici per analizzare e tentare di interpretare alcuni elementi che si presentano con il nostro 'quotidiano' architettonico in preda a sconvolgimenti mediali e trasformazioni comunicative. Questo ci aiuta ad oltrepassare pian piano la linea invisibile tra una realtà fisica relazionale-materiale, connessa alla grande città parallela del mondo delle informazioni, o almeno quello che noi percepiamo di essa, durante il nostro 'normato' vivere, relazionale-virtuale. In caso contrario l'apparire della scontata ma mai compresa, 'ripetizione dell'identico'. Ottimo Eisenmann, mi sembra il momento di annullerà questa pratica architettonica che ci ha torturato per decenni, esaltando il 'sensazionale'.

paolo.marzano@inwind.it


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Commento 214 del 10/12/2002
relativo all'articolo L’artista non vede, guarda
di Sandro Lazier


Riflessioni d'architettura.
L' architettura è intesa come serbatoio permanente delle metafore del linguaggio filosofico, ma anche intesa come pura relazione dell’uomo con il mondo che lo circonda (seconda pelle) con tutte le implicazioni che questo innesca. Allora è probabile che sia un problema di approfondimento concettuale, magari destrutturando o semplicemente, mettendo in discussione la realtà contemporanea (realtà architettonica).
Per cui mi sono chiesto, tentando di "vedere" nelle pieghe di questa realtà e dietro i grandi paroloni che stanno maliziosamente agevolando un paradosso percettivo innescato logicamente dalla facile quanto allucinante mediazione culturale che, secondo me, si sta trasformando in qualcosa di più preoccupante; nella pericolosissima mediazione percettiva. Un commento fatto di domande, tanto per riflettere su quanto stà succedendo potrebbe aiutare a guardare per vedere o vedere per guardare,meglio una realtà in continua mutazione!
Un'architettura fatta di messaggi e informazioni, ma com'è fatta?
Cosa mettiamo sul vetrino del nostro microscopio d'analisi architettonica?
Qualcosa ci deve pur essere da scandagliare per sentirne l'odore, o da toccare sentendone la materia, da ascoltare per recepirne le leggerissime vibrazioni, insomma, per viverla!?
Mi chiedo allora, è possibile che una continua esposizione ai nuovi messaggi, o comunicazione pervasiva a tutti i livelli ci porti ad una possibile condizione di sparizione-allontanamento, ossia a vivere una situazione che, parafrasando Philip K. Dick, nel racconto che molti architetti dovrebbero leggere "Vedere un altro orizzonte",ci renda “sospesi”, in balia di correnti di ragionamento anche fuori dalla “realtà”, e ci abitui in questo messaggio subliminale continuo fatto di virtualità de-materializzata?
Ma nessuno ha mai pensato che, la realtà contemporanea così carica di informazioni di esposizioni di ipervisibilità di straevidenza dinamica, ci stia solo distarendo dal "guardare" la nostra vera dimensione con le nostre sperimentali coordinate senza "mediazioni" di sorta, aggiunte?
La velocità alla quale siamo es-posti (trasformazioni culturali e tecnologiche ) può de-realizzare la nostra dimensione al punto che chi controlla i mezzi di comunicazione ha, sì, un potere, ma anch'esso instabile e frammentario come la realtà che ha creato per definirsi?
La iper-esposizione alla ricchezza-informativa obbligata, o resa preziosa da circuiti perversi commerciali e strategie di marketing, può allora dinamizzarsi fino al punto di condizionare la nostra “persistenza retinica” e non sollecitare null'altro?
L’istante, inteso come istante dell’esperienza, sta forse prevalendo sulla contemplazione possibile?
Se l’oggetto (architettura o mondo possibile) è abbandonato per una sua immagine virtuale, allora l’osservazione è mediata e contribuisce ad una pericolosissima “pigrizia” percettiva che è privata del contatto materiale?
Ma allora il viaggio, come tempo della conoscenza, il travaglio tanto declamato da Zevi per i suoi saggi critici di personalità importanti dell'architettura che hanno maturato nel tempo la loro architettura, per farla divenire ricchezza ed esperienza, proponendo lo spazio come unico elemento fondamento dell'architettura cosa diventerà contraendosi come ci indica, la velocità di visione mediata e comunque sintetizzata e non vissuta?
Con queste premesse derivate da uno stato di cose che nell'ambiente architettonico, non vengono tutt'ora guardate anche se evidenti, ho timore che il tanto declamato “nomadismo” inteso come fonte di ricchezza e confronto di civiltà, flusso, viaggio, si risolverà forse in un “incontro indifferente” tra individui dall’aspetto simile alle figure umane dipinte da Munch: sagome esili, scure, dalla faccia pallida o verdastra, con occhi a spillo inespressivi e profili immobili.
Il flusso di gente che scorreva oltre la vetrina del caffè, nel racconto di Edgar Allan Poe - in “l’uomo della folla” - non aveva forse già in sé l’embrione di quanto la velocità (l'uomo vettore) d'informazione mediale, nega lo spazio e l'architettura, nell’urto indifferente che nasconde al proprio interno il limite o la stessa fine delle relazioni sociali in una città, ricaricandosi poi con una virtualità equivoca e perversa?

Gli shock descritti da Walter Benjamin in “Baudelaire e Parigi”, possono allora essere intesi come preludio all’indifferenza e ad una sorta di pigrizia nell'appropriarsi della realtà (pecettivamente), ovvero un rifiuto della dimensione che si vive proprio nelle nostre brulicanti città, tanto conformi quanto manifestatamente “mute”?

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10/12/2002 - Sandro Lazier risponde

Io credo che in questo momento le riflessioni filosofiche sull’architettura non portino a nulla di veramente convincente.
Se lo stato di fertile disagio in cui versa la creatività deve portare a qualche sbocco significativo, questo avverrà abbondantemente sopra le (o a lato delle) riflessioni della ragione pura. Il segno espressivo non ha necessità di misura e di forma, non richiede permessi alla ragione e, soprattutto, vive di sintesi ed autonomia.
Stabilire cosa sia “architettura” e cosa no è un problema che riguarda le categorie e la loro definizione; certamente non riguarda i progetti e il cammino che hanno intrapreso dentro o fuori la possibilità di concretizzarsi materialmente.
Per quanto riguarda la dimensione critica del problema, mi sento di affermare che l’unica strada conveniente sia quella relativa al rilievo etico del progetto, prima di quello estetico o più comodamente razionale.
Questo è il senso dell'articolo.

Commento 216 del 17/10/2002
relativo all'articolo Volume puro e dinamismo: che tipo di rapporto in t
di Sara Gilardelli


Scatole e relazioni, sottovetro!
Qualcuno mi spieghi...

Da un pò di tempo sto notando un susseguirsi di immagini sia televisive sia su riviste, dell'ultimo progetto di Fuksas. A questo proposito, visto che Lei ha affrontato opportunamente il problema le comunico una mia osservazione.
Prima una pubblicità evidenzia presumendo " la dinamicità dell'intuizione dell'architetto, dove lui, schizza su di un vetro con un pennarello, dopo che il vento ha fatto volare un pezzo di carta nel suo campo visivo. Un gesto veloce e diventa un’auto dell’ultima generazione!
Un gesto veloce che diventa, anche, l’enorme corpo “galleggiante” (si fa per dire) del Centro Congressi vincitore. Bho!

Infatti, il progetto vincitore del Centro Congressi in Italia è stato
traccia del concorso internazionale a Roma bandito dal Comune e dall’ente Eur, vede una grande massa sospesa, una grande nuvola di teflon sostenuta da una fitta rete di nervature d’acciaio.
Vorrei capire descrittivamente la struttura in questione e spero che qualcuno voglia farlo (avenguardia della cultura italiana del terzo millennio? Bho!)

Qui sono poste a contrasto due forme che prendono vita l’una per negazione dell’altra. Il risultato? Un hangar con dirigibile incorporato, oppure una nuvola in gabbia o ancora una forma ameboide che ci adegua al vento internazionale delle trovate architettoniche non pop (sarebbe meglio), ma blob.

E’ possibile non notare che l’effetto dato da simile creazione, nasca da una colossale, banale retorica che carica di un significato architettonico ciò che invece non ne ha? E gli elementi anch’essi retorici, quasi dei luoghi comuni, vengano connessi come in un grande Frankenstein, solo per creare effetto senza nessuna importanza architettonica??

Spiego meglio il “contrasto per negazione”, un brillante viene venduto in
una scatolina. Per far risaltare la pietra preziosa, in genere (una regola
scontatissima), viene messa a contatto e inserita in un supporto nientemeno di velluto nero o blu notte, perché???
E tutti in coro rispondono: "perché il brillante con la sua luce naturale, per contrasto, deve uscire dalla sua scatola visivamente, mostrando la differenza fra sè, e il nero materiale assorbente, capace di azzerare qualsiasi bagliore diventando il fondo della splendida pietra!!!!
La luce della pietra, infatti, vince su un fondo omogeneo nerissimo.
E’ l’effetto di cui parlavo !

Ripeto come ho già scritto, che certi individui "sensibilmente" attenti a certi codici o linguaggi si accorgono delle “parole improprie” o certe ripetizioni dialettiche o luoghi comuni, perchè in architettura, mettendo un corpo che già Gehry (inizitore di una importante libertà segnica-strutturale), ha rifiutanto, sistema definito di maniera o, secondo me, è una trovata jolly, la resa dell'architetto è verificata da strutture nuvola o liquide (perchè rendono bene negli effetti dei rendering!) il “blob” risolvitutto in piena tendenza, in Italia si sta guardando come un’innovazione. Quindi un’ameboide o bloboide che per negazione si esalta per differenza, della scatola o prisma “puro” dell’involucro.
Chissà con quali conseguenze percettive nell’ambito studentesco. (ci tengo a dirlo, secondo me, molto più evoluti)

Molti gruppi infatti, sono veramente avanti, e preparati rispetto agli archietti “istituzionali” e “rappresentativi” del paese.
E’ mio timore che con queste scatole con la sorpresa dentro, immerse in
acquari trasparenti ci si stia inoltrando in una nuova era assurdamente
“neo-postmoderna”. Arrivata, dal “vento orientale” (molto più tecnologicamnete preparato)

Cosa ne pensa Lei, che ha trattato il tema del suo articolo, penso che conosca già il progetto!
Mi sbaglio, oppure si tratta di una mia allucinazione visiva? vorrei una spigazione plausibile sui termini e codici adottati, che però, abbia spessore percettivo e culturalmente motivato.
Annegare negli effetti dei rendering dal basso, con prospettive grandangolari (Wide) mi sembra molto poco, sono trucchi che già Boullée conosceva, ma essendo un genio e non usava il computer, ci metteva una dose di rarefazione dell’aria tra lo spettatore e l’opera disegnata, rendendola umana. Questi operatori del computer invece, danno il via ad un rendering, creando profili da cartoni animati definendo delle creature tipo Frankenstein, badando un po’ troppo al dettaglio dei materiali e dimenticando l’insieme di un’ architettura che va completata e assolutamente ancora approfonditamente studiata.

Certo, nessuno ha, assolutamente, la presunzione di sottolineare in rosso l’errore grammaticale insito in queste soluzioni, ma spero che le nuove e fertili generazioni di architetti con il loro lavoro facciano capire l’esistenza di queste banali trappole formali di stra-riconosciuta
definizione. Non Le sembra?
Oppure ho

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Commento 215 del 14/10/2002
relativo all'articolo L’artista non vede, guarda
di Sandro Lazier


...continuando riflessioni d'architettura

La ringrazio della risposta, decisa e più o meno convincente.
Sono contento di sapere e, osservare la conferma, dell'idea, personalmente sostenuta, di un'architettura in trasformazione continua che si rivela in luoghi sempre più lontani dai simposi dichiarati e dalle cattedre accademiche! Su questo siamo d'accordo.

In quanto all'implicazione filosofica ci sarebbe qualcosa da chiosare. Sappiamo bene che dal testo "La fine del classico" di Peter Eisenman, (Cluva editrice) specialmente nell'introduzione di Franco Rella, che è chiara la posizione di una "filosofia" architettonica esistente, (si voglia o no) definita in un luogo di attraversamento o luogo "altro" o non-luogo o zona interstiziale o evenemenziale o eterotopica (termini di riconisciuto spessore filosofico-architettonico), comunque un luogo attivo, carico di energia dinamicamente confluente e capace di stimolare diverse e sempre più affascinanti visioni architettoniche futuribili.

Il fatto che gli argomenti filosofici sull'architettura non siano convincenti, è chiaro, non lo potranno mai essere visto che la filosofia nasce per curare "il male del reale" di cui l'architettura posside lo stesso cromosoma; infatti, cerca di curare la difficoltà, di ognuno di noi, d'inserirsi in un "suo particolare spazio " di questa realtà. Niente di più eticamente valido.

Non si vuole banalmente chiarire ciò che è architettura da ciò che non lo è, ma pensare alla pericolosità di alcune flessioni negative che, guarda caso, dimostrano sempre le stesse caratteristiche nel presentarsi (da ricordare il post-moderno che dietro teorie stimolanti di indagini formali e segniche, finì per riprodurre pedissequamente, quelle io chiamo "forme vendibili" e che il mercato raccolse con fiducia facendole diventare vettori di messaggi propri.

Ora si ripropone il rendering "blob", cioè l'effetto che trasforma una goccia di rugiada su una foglia, in un grande centro polivalente. Tecnica ormai abusata dai giovani fino ai più grandi architetti. E' chiaro che non può funzionare, è una forma vendibile "di maniera" direbbero certi storici, ci si può immaginare veramente di tutto!).

Se i "nastri" di Zaha per Roma, come si vedono già dalle mille pubblicazioni, somigliano ai segni realizzati da Alvar Aalto per l'interno del Teatro dell'Opera di Essen, va bene! Ancora, infatti, non gli avevamo visti realizzati al computer di Hadid, ma intanto questa è una ricerca "d'ambito variabile", quella delle "gocciolone" che ormai stanno in ogni rivista, no!
Si può affermare che i rendering sono visioni fascinose di realtà virtuali, ma sono una "rappresentazione" della realtà-verità, e non sono architettura, per la quale esistono altri valori di pratica e giudizio?

Altrimenti di tutto l'insegnamento di Bruno Zevi, le sue invarianti e il suo insistere nel non creare una regola formale, ma avere il coraggio di azzardare e cambiare la propria visione senza classificazioni o compromessi, andrebbe di colpo a farsi benedire! Per i progetti di "blob" varrebbe, secondo me, il discorso che Lui faceva per le case di Wright, cioè non copiarle pedissequamente, ma capirne la metodologia, cambiando volta per volta i riferimenti e adeguandole al luogo, rinnovandosi continuamente.

Oppure ci toccherà osservare "la fase blob" di tutti gli architetti, giustificandola con l'interpretazione liquida, quindi fluttuante, quindi aderente al tema del flusso d'informazioni e alla loro velocità, un vero "virus letale" per lo spazio architettonico. Se, però, si approfondiscono alcune sue implicazioni filosofiche inerenti all'informazione nel contesto architettonico, le modifiche e le sue varianti interpretative.

A volte penso che, a livello concettuale, per capire il mondo dell'informazione e le modifiche che esso induce nell'architettura, si dovrebbe pensare metaforicamente, al salto di definizione che c'è stato dal passare dalla videoregistrazione analogica con quella digitale. Se digitale vuol dire "frammentare misurando", segmenti sempre più piccoli di spazi registrabili per cui si aggiungono più dati, da cui la quasi perfetta visione, così si dovrebbe fare con l'informazione; una volta osservata nelle sue intime caratteristiche come materia d'analisi (anche con il filtro della filosofia architettonica) allora si potrebbe capire a fondo qual'è quella parte di essa capace di inoltrarsi in simbiosi con l'architettura e quale parte dovrebbe evitare, con essa, il contatto!

Ammassando qualunque genere d'informazione e pretendendo che viaggi sicura con ogni architettura possibile, è un discorso secondo me, pericolosissimo!

Poi ognuno è pur libero di crearsi una sua strada, ma mi dispiace di una cosa; che molte di queste strade di ricerca architettonica, stiano coincidendo, nello stesso tempo e negli stessi luoghi geografici. Bha! Sarà una mia impressio

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Commento 213 del 12/10/2002
relativo all'articolo Lettera per il moderno
di Sandro Lazier


Archittettura è diventato sinonimo di Flussi , che come incontenibili e straripanti torrenti, scivolano senza seguire direzioni. Non esistendo argini che possano trattenere la loro potenza divulgatrice, hanno disintegrato l'antica localizzazione e hanno cavalcato i vettori comunicativi umani facendo proprie le diverse possibilità, trovando strade impensabili e mai usate secondo questi scopi.
I flussi hanno consumato il concetto di localizzazione, di coordinate fisiche, dell’essenza del mondo materiale. Tutto ciò non lo vedo in maniera negativa, sia ben chiaro, ma non vi sembra che dietro questa mascherina, ci stiano tante di quelle foto e argomenti sulle riviste specializzate, che "colano rendering a cascata". Non può essere questa la nuova nicchia architettonica!
Vorrei si riflettesse, però su un concetto che ho cercato di chiarire su un mio articolo di prossima uscita di architettare.it, un aspetto della realtà che viviamo e di cui bisogna tenere conto.
Bene, l’informazione, come sappiamo, regna incontrastata il nostro tempo e le nostre visioni, con essa tutto un nuovo genere di relazioni, che non sto ad elencare da Benjamin fino a Foucault passando da Tschumi, Eisenman e gli ultimi "nastri di Zaha" contrapposti agli "aculei" primordiali, per non parlare delle visioni annacquate degli ultimi blob che si affacciano sulle colline del progetto a Pentedattilo per l'area archeologica. Dentro le bolle può succedere di tutto l'importante è farle assomiglire quanto più è possibile ad un liquido che si aggrappa dovunque, cioè negli ultimi 3-400 concorsi!!! Dentro le bolle, tanto giustifichiamo l'informazione, che essendo incolore, inodore a-tattile, va bene così. E, no! L'architettura penso sia una cosa diversa, nessuno ha la presunzione di definirla "assolutamente" (meno male), ma quella che vediamo, sappiamo che non lo è, per tante ragioni basate sul fatto che quelle forme sono oggi di "tendenza" (e già questo le allontana da concetti architettonici. Comunque, veniamo al paradosso di cui volevo parlare, esso è insito nella struttura intima dell'informazione, unico elemento da indagare nei prossimi anni, per sviluppare un'architettura adeguata, è vero infatti, che l’informazione segue una velocità propria e non ammette ingerenze e appesantiti parametri, come il “tempo” e la “distanza”, quindi è l’informazione stessa, che tende a sottolineare l’entropico degrado dello spazio. Attenzione !! Qui si parla di "mutazione della percezione", fondamentale per questo tipo di visione architettonica, e non di forme e di rendering come gli ultimi concorsi di gruppi giovani! L'architettura non è solo visione! Altrimenti le descrizioni di Bruno Zevi di opere di architetti come Gaudì o Mendelsohn, Wright o Van De Velde si vano a fare benedire e questo non va bene! L'architettura si odora e si tocca esiste come presenza e traccia un'ombra esattamente come la tracciamo noi! Lo spazio ci fa crescere e con esso la vera serie di "relazioni", ma queste sono diverse, da quelle che ci vogliono far credere. Quelle "altre relazioni", non sono, ora, mature troppo legate ad una forte componente mediatica sottoposta a strategie di mercato, che rifiutano sua maestà, lo spazio!
Esso finisce per essere un ostacolo, come un’incrostazione destinata, con il tempo, a scomparire. Paradossale!
Come può, infatti, un elemento che nega totalmente lo spazio, diventare promotore di nuove idee e della sua stessa nuova concezione ed evoluzione? Questo è un nodo da chiarire, sicuramente alimenterà nuove strategie d'intervento (speriamo perchè così, sarà difficile andare avanti, circondati e avviluppati in ipertrasparenze e atmosfere , non pop, che sarebbe interessante, ma blob, senza scampo!). D’altronde è lapalissiano che l’interattività si rivela come uno scambio veloce, un’azione che nella sua presunzione di ubiquità, può evolversi in diverse maniere, ma fugge da qualsiasi compromesso formale; praticamente, il segno e lo spazio sono azzerati.
Pensate che questo probabile paradosso di fronte al quale prima o poi ci troveremo tra velocità dell'informazione e contrazione dello spazio (architettura) sia valida come tematica di discussione e riflessione, secondo me è il tema principale della critica futura che distinguerà le diverse diramazioni e le diverse definizioni delle diverse informazioni e la forza che avranno distinguendo quelle capaci di trasportare un carico di significato architettonico da quelle che avanzeranno senza di esso.
Oppure L'architetura non avendo bisogno di vettori portanti, si affiderà alla materia unico pattern educativo e didatticamnete comunicativo, che avendo un tempo "contemplativo" tutto suo, negherà una velocità divulgativa e mediale, inutile?
Grazie dell'attenzione.

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Commento 179 del 09/07/2002
relativo all'articolo Firenze - Zevi Maestro di domani
di Luigi Prestinenza Puglisi


All’intellettuale Bruno Zevi.
di Paolo Marzano
Vorrei portare la mia testimonianza di un ricordo che ho, di una passione comunicativa del Professore che è riescito a svegliare, con la sua dialettica un sentimento d’appartenenza indissolubile dell’architetto, alle fasi di trasformazione del mondo, caricandolo di responsabilità, accusandolo d’indifferenza e proclamandone le vittorie, quando ne esistevano le indiscutibili prove.
Tanto tempo fa conobbi personalmente il Professore ad una conferenza alla presentazione del testo “Linguaggi dell’architettura contemporanea”. Si tenne nell’aula del Disegno, all’Accademia del Disegno in Firenze il giorno 02/12/93.
Poi tempo dopo lo rincontrai nel salone dei Cinquecento a Palazzo Vecchio alla presentazione del Progetto per l’alta velocità di Firenze il 06/04/98, era il coordinatore del gruppo di progettazione. Una stetta di mano forte e appassionata da chi, con assidua e ardua polemica si lanciava in discorsi dritti come lance e permeati di una concreta e pregevole cultura e articolazione intellettuale. Personalità autorevole che ha “scritto” pagine memorabili. Con le sue declamazioni di marinettiana memoria, comunicava una passione che ardeva e sprigionava energia positiva per noi che eravamo attoniti ascoltandolo e sperimentando quell’elasticità mentale che i suoi interlocutori raramente seguivano per quanto vasto e importante era il suo spaziare, argomentando e saltando da un riferimento storico, alla verifica architettonica e al ricordo bibliografico. Fatti riportati con tanta facilità e con una lucidità mentale conseguente all’allenamento letterario e alla preparazione incommensurabile. I riferimenti diversi e lontani portavano ad una sola strada; la libertà per l’individuo contro la prevaricazione continua e i tentativi di ritorni ad ordini costituiti. Dopo la morte di Frank Lloyd Wright dichiarò che dal quel momento in poi si poteva fare solo filologia sull’architettura del maestro americano. Dopo la scomparsa del Professore, ho idea che si può solo tentare di ricercare una critica e una metodologia per verificarla, lontana comunque dalle sue potenzialità indagatrici che partivano verticalmente per analizzare fermenti e contestualizzarli, prefigurandone atmosfere e realtà impreviste.
Di tanti architetti dichiarava la genialità come di alcuni descriveva la deplorevole fama, senza mezzi termini o timori compromissori. Degli scritti e dei famosi discorsi del Prof. sono a conoscenza, almeno due generazioni di nuovi appassionati, dall’alba tra le righe del particolaristico C.L. Ragghinati fino ai giovani critici contemporanei. Del grande intellettuale che era il Prof, ricorderò sempre le due tematiche che come messaggi subliminali, trasmetteva in ogni sua energica discussione: la prima riguardava l‘“angoscia” dell’architetto. “Genio” che soffre per la trasformazione lenta e dolorosa di un’idea, di un progetto, di una visione, quindi della realizzazione terrena di un sogno. Consapevole che qualunque trasformazione rappresenta una piccola morte per quello che è proiettato a diventare “altro”. In questi alti e bassi emozionali si trova lo “spirito del tempo” di cui l’uomo deve nutrirsi per immergersi in questa realtà.
La seconda tematica è un atteggiamento: lo scegliere di stare sempre dalla parte di una minoranza per “battagliare” e mostrare i limiti e la facile prevaricazione, caratteristica dei più. Mettersi contro qualunque ordine che si sospetta si stia per costituirsi. Combatterlo prima, altrimenti ci vorrà più tempo e molta più energia, dopo. E’ questo l’insegnamento che non ammette compromessi e mediazioni. Gli ordini costituiti generano appartenenze, le appartenenze generano gerarchie, le gerarchie emanano regole, le regole generano classificazioni di idee insieme a manierismi interpretativi e…..ci risiamo un’altra volta!?, Rieccoci, ricaduti nelle conventicole che usano i loro termini, i loro codici e si crogiolano tra concetti vecchi e stantii che regolano i comportamenti. Stranamente sento parlare tanto e dappertutto del Professore, spero che oltre a nominarlo ed a ricordarlo in mille occasioni (cosa che è già stato detto, lui non avrebbe certo voluto). Spero che oltre a nominarlo si porti avanti con coraggio, una testimonianza di competente e accesa ricerca mirata, contro i qualunquismi architettonici che si stanno pian piano rivelando sempre più ed il congelamento intorno ad alcune idee e visioni architettoniche di cui le riviste sono piene, praticamente contro gli ordini che si costituiscono. Il nemico, ha insegnato il Professore (architettonicamente parlando), è nascosto dietro una ripetizione stilizzata e una sintesi veloce, dietro ogni luogo comune, dietro ogni forma facile e vendibile. Per ricordarlo sarà utile sicuramente combattere con la cultura le critiche sterili (tante e per niente propositive), con gli strumenti affilati, della passione, della dialettica uniti indissolubilmente ad una dinamica cultura.

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