Giornale di Critica dell'Architettura

20 commenti di Pierluigi Di Baccio

Commento 1001 del 14/12/2005
relativo all'articolo Il Sindaco di Rivara risponde su Villa Colli
di la Redazione


Se il sindaco avevsse avuto davvero l'intenzione di fare chiarezza sulla vicenda, vista la disinformazione che secondo lui regnerebbe, avrebbe avuto la cortesia di riassumere l'intera storia dal suo punto di vista e non si sarebbe limitato ad alcuni brevi appunti che presi così come sono servono a poco, perchè volutamente non spiegano nulla e fanno solo confusione.
Cordialmente,
Pierluigi Di Baccio

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Commento 768 del 27/08/2004
relativo all'articolo Oscar Niemeyer
di Maurizio De Caro


Auditorium bocciato
Il Tar accoglie il ricorso di Italia Nostra
RAVELLO. «L'auditorum a Ravello non s'ha da fare». Il Tar di Salerno ha accolto il ricorso di Italia Nostra, bocciando clamorosamente la struttura polivalente, con 406 posti a sedere, larga 30,25 metri e alta 21, disegnata dall'architetto brasiliano Oscar Niemeyer. «Il progetto è incompatibile con le attuali norme urbanistiche», hanno sentenziato i giudici amministrativi. Che, così, rimandano o, addirittura, rischiano di far naufragare il ''matrimonio''. Un matrimonio più volte annunciato, auspicato da tantissimi esponenti della vita politica, sociale, culturale ed economica nazionale e internazionale, che sottoscrissero qualche tempo fa una petizione, che ora, però, non potrebbe mai più essere celebrato. Come novelli ''promessi sposi'' Ravello e l'Auditorium rimandano ancora una volta la loro unione. E, stavolta, l'addio potrebbe pure essere definitivo e la cerimonia mai più officiata. Perché, a meno che non si decida di continuare la ''battaglia'' a suon di carte bollate, la costruzione dell'opera, a questo punto, appare molto difficile. In pratica i magistrati del Tar hanno accolto la tesi di Italia Nostra. L'associazione ambientalista ha sempre sostenuto che il loro diniego non è mai stato «un problema di architettura ma di tutela del paesaggio. Le dimensioni dell'opera sono limitate ma si inseriscono in un territorio già saturo». La notizia del ''pollice verso'' nei riguardi dell'auditorium ieri ha fatto rapidamente il giro del paese, in questo periodo affollato da vacanzieri provenienti da tutto il mondo. E, naturalmente, ha lasciato sconcertati i principali promotori dell'iniziativa, tra i quali il sociologo Domenico De Masi e il sindaco Secondo Amalfitano. «Aspetto di leggere la sentenza - ha sottolineato immediatamente il primo cittadino Ð prima di esprimere un giudizio. Ma già da ora posso dire di sentirmi molto scoraggiato. E potrei anche abbandonare, lasciare il Comune, e presentare le dimissioni con tutta la Giunta». Un decisione estrema che, tuttavia, non è tanto remota. il motivo di una scelta così radicale è facilmente spiegabile. Si tratterebbe infatti di una presa di posizione decisa che potrebbe avere naturalmente una eco vastissima. Una protesta nei confronti di chi non ha reso possibile la realizzazione di un progetto per il quale sono stati stanziati più di diciotto milioni di euro. «Qualora decidessi di presentare le dimissioni Ð rimarca Amalfitano Ð invito sin da ora i responsabili di Italia Nostra ad assumersi la responsabilità di amministrare il paese, assieme a tutti gli speculatori edilizi che hanno contrastato il progetto». Parole dure, dettate dalla rabbia ma che sono pienamente sentite dal primo cittadino della ''città della musica''. A questo punto non resta che aspettare le prossime mosse in quella che sembra diventata una vera e propria telenovela. E i colpi di scena non dovrebbero affatto mancare. Il caso a questo punto può anche diventare squisitamente politico e arroventare ancora di più la già caldissima estate della Costiera. (g. d. s.)

Da "La Città" , quotidiano di Salerno e provincia.
http://www.lacittadisalerno.quotidianiespresso.it/lacitta/arch_10/regione/wx2/wx2144.html

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Commento 761 del 06/07/2004
relativo all'articolo 'ò prufessore'
di Mara Dolce


Mara Dolce ha PERFETTAMENTE ragione. Dalle facoltà di architettura italiane si esce non più troppo giovani, stressati, demotivati e, dulcis in fundo, analfabeti di ritorno. E l'orrore sta nel fatto che tutti lo sappiamo, magari anche ce lo diciamo ma, in fondo in fondo, ci sta bene così.

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Commento 662 del 15/02/2004
relativo all'articolo Tradimento e tradizione
di Vilma Torselli


Gentile Vilma Torselli,
mi sembra pacifico che noi due la pensiamo in maniera alquanto diversa. Non condivido infatti la sua radicale negazione di utilità e valore all'attività della traduzione: lei forse eccede in formalismo nel momento in cui pretende dalla traduzione una oggettività e neutralità intrinsecamente impossibili.
E' per me ovvio e nient'affatto scandaloso che tradurre un testo, una lingua altra, è operazione culturale prima ancora che tecnica: l'interpretazione personale è non solo inevitabile ma necessaria, nella cornice comunque di un atteggiamento scientificamente filologico. Accanto alle regole sintattiche, alle questioni fonetiche, persiste sempre e comunque il compito arduo di rendere accessibile appieno il significato del testo, che spesso si compie oltre la sua valenza semantica primaria.
"Il rischio incombente è quello della soggettività della traduzione, che diviene così una interpretazione personale e quindi un falso. Personalmente credo che la traduzione non possa che nuocere ad un’opera letteraria, che nasce legata alla sua lingua"... Lei parla di Falso laddove semplicemente si tratta di essere consapevoli che la sensibilità del traduttore è componente indissolubile e anzi valore aggiunto, che bisogna saper riconoscere e valutare.
La responsabilità è forse in chi legge piuttosto che in chi scrive: siamo noi a dover sapere che quando leggiamo una poesia come "Aspettando i barbari" di Costantino Kavafis nella traduzione di Filippo Maria Pontani in realtà leggiamo per il 40% Pontani e non Kavafis. E' quel 40% che possiamo agilmente riconoscere leggendo la stessa poesia nella traduzione di Eugenio Montale...
L'opera di traduzione dunque permette, anzi richiede, il contributo attivo di sensibilità e scienza del traduttore che in ciò finisce per esprimere una parte della propria originalità: alla luce di questo è scorretto dire che la "traduzione avrebbe ritardato lo sviluppo e l’espressione dei caratteri architettonici autonomi di una cultura indipendente e libera".
Ricordiamoci d'altronde che la letteratura latina nasce come traduzione di originali greci e questo non le impedisce di svilupparsi in maniera autonoma e originale, sviluppando anche nuovi generi letterari rispetto alla tradizione ellenica.

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15/2/2004 - Vilma Torselli risponde

Il fatto che le sembri "pacifico che noi due la pensiamo in maniera alquanto diversa" mi conforta molto, significa che è possibile sviluppare pacificamente, appunto, una dialettica serena e costruttiva seppure all'interno della pluralità e della diversità delle opinioni.

Commento 657 del 14/02/2004
relativo all'articolo Tradimento e tradizione
di Vilma Torselli


La lettura dell'articolo di Vilma Torselli mi suggerisce due riflessioni:
1. sulla TRADUZIONE
Non mi pare corretto affermare che la traduzione rappresenta una operazione "che in campo culturale rischia sempre di essere [...] inutile dietrologia e [...] sterile rassegnazione intellettuale". L'autrice dimentica che l'esercizio della traduzione ha rappresentato e rappresenta uno sforzo creativo e cognitivo di dimensioni a volte sovrumane, e mi riferisco certo all'ambito letterario e della poesia, laddove grandi traduttori si sono rivelati di fatto e prim'ancora grandi scrittori o poeti loro stessi. La traduzione, fin dai tempi dei Settanta che tradussero la Bibbia dall'aramaico al greco della koiné, è atto fondamentale per la circolazione delle idee e la crescita di intere civiltà: non sviliamola, dunque. Tradurre non è copiare, partecipa appieno di quel senso del passaggio ragionato e della conversione, anche traditrice, da un prima a un dopo.
Saremo tutti d'accordo, spero, che la tra-duzione in ambito nord europeo degli stilemi del rinascimento italiano è stata foriera di eventi architettonici fondamentali per la storia delle città europee (Parigi, Londra, etc.), non certo indice di "rassegnazione intellettuale".
2. sulla DIALETTICA OPPOSITIVA
Per tradurre bisogna conoscere ciò che si traduce, per tradire bisogna conoscere ciò che si tradisce: creare il nuovo, senza conoscere il vecchio, è impresa impossibile. La tradizione è tesoro di conoscenza, come dice Vilma Torselli, solo se non si relega la Storia a figlia illegittima, negletta e dimenticata. Lo scontro artificioso e banalizzante fra il culto della frattura da una parte e il culto della continuità dall'altra produce a parere mio solo una vittima, la conoscenza.

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14/2/2004 - Villma Torselli risponde

1. sulla Traduzione
ciò che mi pare contestabile, nell’attività di traduzione, è proprio lo “sforzo creativo e cognitivo di dimensioni a volte sovrumane” poichè, essendo spesso i “grandi traduttori…….. grandi scrittori o poeti loro stessi” il rischio incombente è quello della soggettività della traduzione, che diviene così una interpretazione personale e quindi un falso. Personalmente credo che la traduzione non possa che nuocere ad un’opera letteraria, che nasce legata alla sua lingua non solo concettualmente ma anche letteralmente e foneticamente , se invece la traduzione la migliora, bisogna sospettare.
Ricordo un mio vecchio professore di greco che ci faceva tradurre Omero e poi confrontare la nostra traduzione con quella di Vincenzo Monti (“gran traduttor dei traduttor d’Omero”, che traduceva dalla traduzione latina non conoscendo il greco), facendoci così scoprire versi onomatopeici che in origine non lo erano affatto, metafore inventate, significati addomesticati, povero Omero!
Non sono certa che la “tra-duzione in ambito nord europeo degli stilemi del rinascimento italiano è stata foriera di eventi architettonici fondamentali per la storia delle città europee “ se penso, per analogia, a Palladio ed alla traduzione in inglese dei suoi quattro libri dell’architettura, che hanno introdotto nel nuovo continente stilemi non tanto europei quanto francamente palladiani.
Ebbene, mi chiedo cosa sarebbe accaduto se anzichè Palladio, per caso avessero tradotto, che so, il Vasari: oggi la Casa Bianca sarebbe probabilmente in stile rinascimentale e anche in questo caso una “malaugurata” traduzione avrebbe ritardato lo sviluppo e l’espressione dei caratteri architettonici autonomi di una cultura indipendente e libera che avrà bisogno dell’opera dirompente di Wright per configurarsi ed affermarsi.
Chissà che anche il Nord Europa non abbia perso l’occasione per articolare un suo originale linguaggio architettonico, come sarebbe accaduto senza il condizionamento degli stilemi del rinascimento italiano!

2. sulla dialettica oppositiva
…….. non mi pare che si debba discutere, non ho mai negato che la tradizione vada conosciuta, analizzata e criticamente revisionata, senza proporsi aprioristicamente l’intenzione di operare una frattura o una fusione con il passato.

Commento 647 del 10/02/2004
relativo all'articolo Con De Masi per Niemeyer
di Paolo G.L. Ferrara


Cari lettori di Antithesi,
pur essendo io stato brevemente protagonista sabato scorso di uno spiacevole scambio di battute con il sig. Lazier, di cui mi assumo doverosamente la responsabilità, assieme al mio interlocutore, per aver perso momentaneamente il controllo delle parole, gradivo intervenire con un’ultima nota chiarificatrice e distensiva.
Ritengo infatti possa essere utile cercare di riassumere pacatamente quelli che secondo me sono i termini salienti della diatriba sviluppatasi nei 32 commenti all’articolo di Paolo G. L. Ferrara giunti finora.
La questione cui ci troviamo di fronte riguarda la possibile costruzione di un nuovo piccolo auditorium (400 posti) nel territorio del comune di Ravello, in un’area privata destinata dagli strumenti urbanistici ad un uso pubblico (anche se non è chiarissimo quante e quali tipologie di uso pubblico la norma contempli). L’intervento, nella configurazione che è stata pubblicizzata, nasce dall’idea di uno dei grandi maestri del Moderno, il 94enne Oscar Niemeyer, e rappresenterebbe sicuramente una buona occasione per accrescere il patrimonio di opere di architettura contemporanea del nostro paese. Tutta l’operazione, nonostante ciò, contiene anche alcuni aspetti di criticità e ambiguità che hanno scatenato accese battaglie e legali e culturali.
Bisogna appunto sottolineare che esistono due piani di lettura della vicenda, paralleli ma non coincidenti:
1. il piano legale-giuridico: riguarda forse più la cronaca che il dibattito culturale; vede da una parte i privati proprietari dell’area che difendono strenuamente interessi particolaristici e il cui ricorso al TAR rappresenta nient’altro che una mossa dilatoria (alla luce anche del fatto che il comune di Ravello rischia di perdere il finanziamento pubblico di 18,5 milioni di euro se non comincia in fretta i lavori), da un’altra parte ci sono ALCUNE associazioni ambientaliste che contestano la non congruenza dell’opera alla normativa urbanistica e paesistica regionale e hanno ricorso al TAR non perché contrarie al progetto in sé (ciò valeva almeno per il WWF) ma perché temono che l’interpretazione “estensiva” della normativa, che il progetto si porta dietro, determini un pericoloso effetto emulativo nei comuni limitrofi, non facilmente controllabile in futuro.
2. il piano culturale vero e proprio: è quello che ci e mi interessa più da vicino. Può riguardare il giudizio di merito sull’opera, la sua opportunità e la sua capacità di aggiungere o togliere valore al territorio in cui si inserisce: a riguardo direi che pochissimi si sono espressi a sfavore del progetto, praticamente nessuno (forse solo Salzano…e Sgarbi?). Può riguardare inoltre il giudizio di valore sul modello di procedimento usato per l’affidamento dell’incarico ed è qui che s’inseriscono le perplessità mie e di altri per il mancato utilizzo della procedura concorsuale.
Per comprendere davvero la questione è bene chiarire alcuni malintesi che secondo me sono nati nel corso del dibattito e ne hanno impedito uno svolgimento più sereno. Esistono infatti anche qui due livelli diversi di lettura del problema.
Il comune di Ravello, nella realtà dei fatti, non ha conferito a Niemeyer un vero e proprio incarico di progettazione, bensì ha recepito alcuni suoi disegni e idee inquadrandoli ufficialmente come una consulenza esterna (una sorta di supervisione artistica?), il progetto nei vari livelli di approfondimento viene invece sviluppato dall’ufficio tecnico comunale e firmato dalla sua responsabile, Rosa Zeccato. Come ammette lo stesso Lazier, si tratta di una “procedura d’incarico un po’ tirata e al limite della legalità usata dal sindaco di Ravello”.
La critica dunque è legittima, anche se, a dire il vero, dal basso della mia media competenza, non sono affatto sicuro che la legge Merloni obbligasse al concorso pubblico, soprattutto dopo le modifiche degli ultimi due-tre anni; in ogni caso, io e alcuni (molti?) altri abbiamo espresso perplessità per la mancata indizione di un concorso di idee perché siamo convinti della sua opportunità AL DI LA’ (E A DISPETTO) del fatto che la legge lo preveda (o no), così come Antitesi ci ha insegnato.
Non si tratta di essere attaccati all’intangibilità della norma-feticcio, bensì di continuare coerentemente a sostenere che il metodo migliore per la risoluzione del problema della democraticità e qualità degli incarichi di progettazione è quello di indire pubblici concorsi, chiari, trasparenti e internazionali.
Detto questo, è più che legittimo, però, avere sensibilità diverse riguardo al fatto che, in un contesto di mancato rispetto delle norme, l’obiettivo di realizzare un progetto di qualità possa giustificare il perpetuarsi ulteriore di tale prassi.
Ugualmente non condivido che il parziale (o totale) fallimento della Merloni (legge nata in regime di emergenza, mai amata e quindi più e più volte modificata, creando solo confusione, senza aver avuto mai il cor

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Commento 629 del 07/02/2004
relativo all'articolo Libera cultura e bastioni oscurantisti
di Mariopaolo Fadda


Carissimo Fadda (!),
benchè non mi risulta lei bazzichi molto per l'italico suolo, pare proprio sia molto informato sulla vicenda nostrana. O almeno pretende di esserlo.
Sinceramente scrivo questo commento spinto solo dal fastidio provocatomi dal tono delle sue note e delle sue risposte, improntate proprio a quell'atteggiamento di arroganza e prepotenza degna dei peggiori teppisti “intellettuali” che lei attribuisce (a ragione) al suo collega rampognaro Vittorio Sgarbi.
Credo lei debba un po' chiarirsi le idee: non le piace Sgarbi (come dire: a tutto c'è un limite) perchè quello a sua volta preferisce Portoghesi a Isozaki (i gusti son gusti), tuttavia direi proprio che la di lui lezione lei la applichi con pervicace impegno.
Mi deve proprio scusare, se le riesce, ma a me restano particolarmente indigesti questi minestroni infarciti di affermazioni gratuite quanto banali contro i soliti Cattivi che si mangiano i bambini mentre i poveri, sparuti Buoni di turno con ardito ardore si lanciano controcorrente alla salvezza del Futuro....mah
E poi, il pistoletto sui biechi intellettuali organici (comunisti!, of course) attentatori delle libertà civili etc. ....per favore, certe cose, almeno lei, ce le risparmi...ci sono già i Bondi, gli Schifani, i Bagget Bozzo, i Berlusconi e le ballerine al seguito a ricordarcele a ogni piè sospinto!
Non so se ha presente, ma qui fra un po' ci rimane solo la canna del gas per salvare la nostra integrità mentale.
Comunque, se poi qualche temerario avesse ancora voglia di comincia a capire qualcosa della intricata vicenda dell'architettura moderna, al di là di semplificazioni e dietrologismi che lasciano il tempo che trovano, consiglio vivamente un ottimo articolo appena comparso su Arch'it: "Postmodern Oppositions. Eisenman contro Koolhaas" di
Pier Vittorio Aureli e Gabriele Mastrigli.
Auguri!

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7/2/2004 - mariopaolo fadda risponde

Un’altro che mi attribuisce un amore inconfessato per Isozaki.
Io parlo di stravolgimento delle regole e questi orbi prendono fischi per fiaschi.
Diversamente da lei non lancio accuse generiche ma faccio nomi e cognomi. Non parlo di povere mammolette, ma di gente che per anni ci ha raccontato la favola dell’architettura esemplare, delle esemplari città comuniste, della società esemplari, che si stavano costruendo nella madre patria, nascondendo e coprendo le persecuzioni "Il contrattacco stalinista fu feroce. I migliori architetti furono arrestati, ostracizzati oppure obbligati a rinnegare la loro arte per progettare con assurde forme greco-latine. Il poeta Majakovskij si suicida il 4 aprile 1930. Sì, il momento eroico dell'architettura sovietica è cominciato col grido di un poeta e si è concluso col suicidio di un poeta... Rendiamo omaggio ai fucilati, agli scomparsi, agli imprigionati, agli umiliati, alle vittime del loro amore e della loro passione per l'architettura." (G. Candilis)
Lei vorrebbe che su questo tacessimo perchè ne parla anche Berlusconi? Un corno! Lei vorrebbe che su questo tacessimo per non rovinare l'assalto al potere dell'intellighenzia organica riciclata negli ulivi? Un corno!
Per quanto mi riguarda ho preso da tempo le opportune precauzioni per l’integrità mentale, mi auguro che anche lei ci riesca senza la canna del gas.

Commento 633 del 07/02/2004
relativo all'articolo Con De Masi per Niemeyer
di Paolo G.L. Ferrara


Senta Lazier,
credo lei si offenda senza motivo: lei dice che io sono un cretino appartenente a certa sinistra malata? A parte che, semmai, quel che vale per me vale anche per lei (che ne sa?), e poi qui di farneticante c'era solo il fatto che parlando di architettura e concorsi lei non ha trovato di meglio che tirare fuori le leggi razziali e lo sterminio di persone innocenti.
Scusi, ma le pare serio?

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7/2/2004 - Paolo GL Ferrara risponde

Credo che Lei, egregio Di Baccio, non abbia ben chiaro il significato dell'articolo a cui si riferiscono i commenti in causa e la Sua diatriba con Lazier. Dunque, credo sia il caso di lasciare perdere perchè, come si dice da noi in Sicilia, "quannu lu scecu nun voli viviri, è inutili fiscari". Ora, non è che io Le stia dando dell'asino, per carità! è che Lei non ha sete.

Commento 632 del 07/02/2004
relativo all'articolo Con De Masi per Niemeyer
di Paolo G.L. Ferrara


Gentile Lazier,
purtroppo la sua risposta non rimuove affatto l'ambiguità di cui sopra. Lei non vuole entrare nel merito e ritira fuori la solita storiella dei giacobini infingardi: capisco che l'argomento è molto gettonato, ma non c'entra nulla.
Per non parlare del riferimento alle leggi razziali...di cui tutti potranno valutare l'opportunità. Io rimango perplesso, ma non mi stupisco più di tanto: non so quanto consapevolmente, ma lei sembra muoversi sulle orme di quel revisionismo facilone che ormai soffoca da anni questo paese.
Lei ce l'ha con l'intellighenzia presunto-giacobina che chiede solo il rispetto del corretto gioco democratico? Sarà, ma io il pericolo lo vedo dall'altra parte, in quell'Italia incattivita da un invincibile spirito di rivalsa culturale più forte di tutto e di tutti. E' un'Italia pseudo-libertaria e in realtà contro-rivoluzionaria nella quale si fa troppo presto a rivoltare la storia nazionale come un calzino e nella quale qualunque giornalistucolo può permettersi di andare in giro indisturbato a dire che l'Olocausto è colpa dei partigiani che non fermavano i treni della deportazione...
Qui qualcuno ha perso il senso della misura, e delle cose. Delle casette abusive non è fregato niente a nessuno, in primis a quelli dalle vostre parti, tutti persi in elucubrazioni sulla stupenda visionarietà del Corviale e via dicendo.
Mi spiace, ma in questo paese ai corrotti e ai tangentisti un po' di paura (per troppo breve tempo, purtoppo) l'hanno messa solo quei cattivoni dei giacobini giustizialisti innamorati del rispetto delle regole democratiche (non certo delle leggi raziali) e della moralità della pubblica amministrazione! Gli autoproclamatisi riformatori, innovatori, modernizzatori, radical-libertari o liberisti dov'erano? Ad appoggiare i governi dei condoni, da Craxi a Berlusconi....mi spiace Lazier, ma se l'è cercata.

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7/2/2004 - Sandro Lazier risponde

Di Baccio, ma sta scherzando?
Cosa conosce lei della mia vita e della mia storia per offendermi senza nessuna possibilità di dialogo e di ascolto?
Mi sarei cercato cosa? Il giudizio sommario di un cretino di cui certa sinistra malata non riesce a liberarsi?
Mi spiace per lei ma quello che ha scritto porta una grande responsabilità verso i lettori che sapranno sicuramente dar giudizio delle mie parole e della storia di antiTHeSi e delle sue estemporanee farneticazioni.

Commento 630 del 07/02/2004
relativo all'articolo Con De Masi per Niemeyer
di Paolo G.L. Ferrara


Poichè sulla questione Ravello mi pare che la nostra Dolce Mara non sia ancora intervenuta su queste pagine, e la mancanza si sente, spero di non farle eccessivo torto riportando qui pari pari quanto da lei scritto e comparso sull'ultima presS/Tletter di LPP:
"Mara Dolce: Domenico De Masi e Oscar Niemeyer.
Dice il sociologo De Masi promotore di Niemejer e del suo progetto per l' auditorio di Ravello contestato da Italia Nostra :'In un periodo di volgare mercificazione della cultura e del turismo...'. Non si discute il merito e la comprovata professionalità di Niemejer , né la necessità per Ravello di un auditorio. Non si vuole neppure entrare nel merito del progetto dell'architetto brasiliano e passano in seconda istanza anche le ragioni degli ambientalisti davanti alla seguente domanda:perché il sociologo De Masi, ex presidente in/arch da anni in prestito all' architettura- e quindi, deduciamo, con una comprensione cosciente dello stato e delle necessità della architettura italiana, non ha promosso un concorso per l' auditorio di Ravello visto che si tratta di denaro pubblico (finanziamento regionale di 18,5 milioni di euro) e non di committenza privata? Perché il sociologo De Masi ha dato un incarico diretto al suo amico Niemejer ? L' architettura non è un evento mondano, non si chiama un professionista come se fosse la firma di uno stilista di moda; il campo del confronto e della prova è quello del progetto, volta per volta, non quello del nome nè dello stile . Perchè non passare per il confronto culturale e democratico del concorso? Se si adottasse il criterio De Masi degli incarichi diretti che vede nomi dalla professionalità consolidata, per mettere a tacere qualsiasi perplessità, finirebbe l'architettura. Il concorso e' un utile strumento democratico che permette di volta in volta, di considerare il valore formale di un progetto; è questo elementare criterio che ha permesso a un giovane sconosciuto, tal Michael Arad, anni 34 - che lavora al comune di New York- di aggiudicarsi il concorso per il monumento in memoria delle vittime degli attacchi all' America dell'11 settembre , scalzando colleghi dalla comprovata e solida professionalità. Una cittá, un paese, non è un museo che deve 'acquisire' UNA ARCHITETTURA COME FOSSE un'opera d'arte, per poter vantare il nome di tal artista o scultore nella propria galleria in modo da aumentare la propria offerta culturale. Un paese civile e democratico, usa il concorso come indispensabile strumento di confronto e riflessione, per assicurarsi quanto di meglio si possa concepire sul tema. Come già è successo in questi casi, gira la solita petizione che difende la banale contrapposizione nuovo/vecchio. La sottoscrivono accademici e non, che si spettinano sull'aspetto secondario del caso: la necessità del nuovo; senza eccepire invece, sulla modalità dell'incarico diretto. De Masi è sociologo e può peccare di superficialità e incompetenza nell'ambito dell'architettura, ma che gli architetti gli facciano da amplificatore sul ritornello nuovo osteggiato dal vecchio, non vedendo la macroscopica anomalia della procedura, è veramente grave."

Ovviamente condivido ogni singola parola! Spero solo la diretta interessata voglia scusare la mia intromissione...tuttavia il suo commento riassume alla perfezione l'argomento qui già sostenuto da me a da altri (Botta) e sul quale sia Ferrara che Lazier mi pare continuino ambiguamente a sorvolare....

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7/2/2004 - Sandro Lazier risponde

1. Lazier e Ferrara non sorvolano. Ferrara ha scritto un articolo che basta leggere. Lazier non condivide, contrariamente a lei, nulla o quasi di quel che dice Mara Dolce.
Infatti, non mi piace il giacobinismo di fondo che c’è nelle riflessioni sue e, in parte , in quelle di EnricoG. Botta. Il principio ”la loi avant-tout “ è sempre stato strumento che storicamente ha mortificato la dignità umana, basti pensare alle leggi razziali europee, quando “la legge prima di tutto” imponeva di denunciare i propri vicini di casa per mandarli nei forni crematori. L’età e qualche buon maestro mi hanno insegnato a distinguere i reati dai peccati e, a casa mia, ha voce la coscienza che ancora valuta caso e caso.
2. “La necessità del nuovo” non è un aspetto secondario della vicenda. Anzi, è quello principale, perché nessuno si è sollevato per le casette abusive costruite in passato con procedure ben più scandalose di quelle che hanno permesso a Niemeyer di progettare l’auditorium. La molla, il motore che ha smosso l’inerzia dei benpensanti, è stata l’idea di “sfregio” che il nuovo avrebbe procurato ad un immaginario ambiente originario, sedicentemente tutelato da ogni genere di associazione che, tutte insieme, sono responsabili di questo paranoico universo normativo: regole su regole in continua e comica contraddizione. Della legge Merloni abbiamo già detto - insieme al Co.di.Arch. di Beniamino Rocca e Alberto Scarzella Mazzocchi - come dei concorsi di architettura. Non si riforma l’una senza riformare gli altri.

Commento 618 del 02/02/2004
relativo all'articolo Con De Masi per Niemeyer
di Paolo G.L. Ferrara


Premesso che anche io, come Botta, ho seguito la vicenda un po' distrattamente...tuttavia mi sento di condividere pienamente le sue considerazioni. Anzi, anche ascoltando la trasmissione di Ambiente Italia di due settimane fà, avevo la netta impressione che non si volesse cogliere il nocciolo della questione, che è esattamente quello esposto da Botta. L'episodio dell'auditorium a Ravello è tuttaltro che edificante dal punto di vista del rispetto delle regole, e non tanto di quelle paesaggistico-urbanistiche, ma proprio di quelle riguardanti la democraticità e trasparenza delle procedure di affidamento degli incarichi di progettazione!
Non sto qui a riassumere i termini della questione, chi non li conoscesse vada a leggersi i già citati commenti di Botta (n. 602 e 612): tuttavia mi preme sottolineare il fastidio da me provato nel vedere la levata di scudi che sulle pagine di Antithesi si è sviluppata a difesa di questo progetto. E' come se pur di cavalcare la questione ai fini della pluriennale (e meritoria) battaglia a favore dell'architettura contemporanea in Italia, illustri commentatori avessero deciso di oscurare, censurare un aspetto fondamentale della questione finendo per contraddire se stessi, visto l'impegno profuso invece in altre occasioni a favore dell'estensione a 360 gradi della procedura concorsuale nell'affidamento di opere d'architettura!
Mi è sembrato che pur di aprire la gazzarra al presunto COMPLOTTO burocratico-passatista-antimoderno che qualcuno vede come un fantasma aggirarsi ovunque, ci si sia turati il naso nascondendosi dietro un dito, ovvero il nome illustre del povero Niemeyer che in tutta questa storia mi pare la vittima, visto il livello indecente di strumentalizzazione che della sua figura si è fatto.
Qui non si trattava affatto di difendere l'architettura di un Maestro dalla grinfie della buracrazia immobilista o delle tanto vituperate associazioni ambientaliste, semplicemente si trattava di censurare un modo un po' disinvolto di amministrare la cosa pubblica che colpevolmente ha strumentalizzato valori importantissimi come quelli legati alla promozione del moderno in italia, sporcandone così l'immagine e la legittimità per il futuro! Non è pretendendo di violare le norme o di aggirarle elegantemente con palese strafottenza che perverremo mai a fare di questa Italia un paese degno. Mi spiace soprattutto che stimabili persone, anche su questa webzine, si siano fatte accecare dallo spirito di rivalsa culturale arrivando a ridurre tutta la questione a una gara fra Noi e Loro. Non so se a qualcuno interesserà, ma assai poco mi è piaciuto leggere frasi di questo tipo: "Personalmente, mi è del tutto indifferente che il progetto sia di Niemeyer, o di Meier, o di Tschumi, o di Gehry, o di Nouvel, o di Piano, etc. Importante che non sia di Grassi, Gregotti, Aulenti, Bofill, Purini, Krier, Zermani, etc."
Io a questo gioco dei buoni e dei cattivi sinceramente non ci sto, lo trovo infantile. Dibattiamo sul merito, per favore!

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2/2/2004 - Paolo GL Ferrara risponde

Dice Lei: "...COMPLOTTO burocratico-passatista-antimoderno che qualcuno vede come un fantasma aggirarsi ovunque...". Aggiungo io: magari fosse un fantasma; ha letto l'articolo di Lazier "Tradizionalismo a Parma"?
L'Italia soffre di tradizionalismo: che vengano uno, dieci, cento Terragni del Novocomum. A proposito, per quanto concerne "entrare nel merito delle cose", antiTHeSi è un filo rosso. Se rileggesse tanti altri articoli, se ne accorgerebbe.
Cordialità


Commento 578 del 10/01/2004
relativo all'articolo La Carta del Restauro
di Vilma Torselli


Cara Vilma Torselli,
a parte il fatto che, per esser precisi, io ho usato il termine "ripristino" filologico, il problema è che lei dà per scontata e universalmente accolta l'assimilazione del concetto di restauro a quello di conservazione.
Si tratta d'altronde dell'equivoco tutto italiano del cosiddetto restauro conservativo che raprresenta in realtà un vero e proprio ossimoro.
Il concetto vero di restauro, etimologicamente corretto, si porta dietro una componente di progettualità e innovazione rappresentata dal ri-nnovare, ri-fare, ri-portare in vita....insomma uno sguardo volto a ricomporre lo iato generatosi fra passato e futuro nel momento in cui un edificio ha perso nel corso del tempo la sua integrità fisica, strutturale, funzionale, artistico-formale e noi ci proponiamo di ricomporla.
Conservare e basta rappresenta nel migliore dei casi una abdicazione, una rinuncia a restituire all'oggetto che abbiamo di fronte la sua identità piena, la capacità di vivere nel presente e non solo come lacerto o rovina.
Restaurare filologicamente significa, ad esempio di fronte a edifici gravemente danneggiati da eventi tragici, decidere di ricostruire non solo la materia ma anche la forma, che è poi carattere indissolubile della prima, che ne costituivano l'essenza. Si tratta di una scelta, attuabile ovviamente solo laddove si hanno tutte le informazioni necessarie allo scopo: sta qui la filologicità della cosa, nel non procedere per arbitrio ma solo se supportati da adeguata documentazione. Altrimenti, se, come intende lei, restauro è solo conservazione di ciò che è rimasto, che bisogno c'è di aggiungere l'aggettivo "filologico"?
Opporsi al ripristino filologico del testo architettonico, come fanno i sostenitori del sedicente restauro conservativo, significa quasi stabilire l'intangibilità del testo deturpato, in una visione parossistica del concetto di architettura come organismo vivente e della sovrapposizione/sedimentazione storica.
L'abdicazione, la rinuncia alla scelta progettuale di ri-costruire significa dare dignità alla deturpazione come momento evolutivo dell'organismo architettonico, in un circolo vizioso che finisce di fatto per ammettere la possibilità di operare anche con ulteriori manomissioni!
Sta tutta qui la contraddizione di chi partendo da propositi conservativi finisce per dire, fra il serio e il faceto, che una manutenzione ordinaria mancata entra a far parte della storia del manufatto, della sua stratificazione storica, e quindi non è lecito rimuoverne gli effetti e ripristinare lo stato originario (Dezzi Bardeschi).

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10/1/2004 - Vilma Torselli risponde

"Gli antichi avevano su di noi un grande vantaggio. Gli antichi non avevano niente di antico" - (Denis Diderot)

Vede, egregio Di Baccio, credo che lei ed io potremmo andare avanti per pagine e pagine in un nostro personale dibattito su restauro, ristauro, ripristino conservativo o filologico, scuola di Roma o scuola di Milano, Marconi o Dezzi Bardeschi ecc. ecc. ecc. finendo probabilmente per annoiare a morte eventuali lettori.
Perciò le voglio sottoporre alcune considerazioni, non mie, dalle quali, ne sono quasi certa, non potrà dissentire.
Scrive Antonio Paolucci (laurea in storia dell'arte, dirigente del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, Soprintendente per i Beni Artistici e Storici di Firenze, Prato e Pistoia) :"[……]Ogni restauro - ogni restauro moderno intendo dire - deve essere filologico non potrebbe essere diversamente. Filologico deriva da philos, ossia "amico" della realtà fattuale dell'opera d'arte, quindi un restauro che deve rispettare l'identità stilistica e materica di quell'opera. Questo è il restauro filologico. Ora, ci può essere un restauro filologico devastante, quando la filologia è portata alle estreme conseguenze [……] la conservazione dell'immagine nella sua completezza è un valore che non è filologico nel senso stretto della parola, è piuttosto storico: quindi la filologia deve sempre misurarsi con la storia, con le cose che si sono succedute nei secoli e, soprattutto, deve misurarsi anche con gli occhi di chi guarda [……]".
Paolo Marconi, circoscrivendo di fatto le sue teorie interventiste ai soli casi ineccepibilmente documentati, riferendosi comunque ad ampie ricostruzioni e non a totali rifacimenti, afferma "Bisogna pensare all’architettura come a una lingua. L’intervento sull’antico si somiglia nei due casi. Se io sono un filologo classico e mi trovo di fronte a un brano di Cicerone mancante di una parte nella metà, sono di fatto obbligato a ripristinarlo: a patto che conosca bene quella lingua".
Bruno Zanardi, dell'Università di Urbino, allievo di Federico Zeri e Giovanni Urbani, scrive sul Corriere della Sera: "Attenzione perché l’effetto Disneyland può incombere su di noi. Va bene l ’abbandono dei restauri fin troppo "filologici". Ma non perdiamo mai di vista Brandi. Ed evitiamo diversi eccessi".
Come vede, la definizione del termine "filologico" ha in realtà, attualmente un significato più sfaccettato e meno letterale di quello che lei sembra attribuirle, così come l'aggettivo "conservativo" si inquadra in quel concetto di programmazione del recupero dei monumenti che rappresenta un nuovo atteggiamento culturale del nostro paese, accolto anche in una proposta di legge (n: 5534, 20 giugno 2000).
Sono considerazioni (molte altre ne potrei riportare) che, mentre ampliano e rendono più flessibile la chiave di lettura di teorie e regole che si devono adattare ai tempi, e non viceversa, ci inducono a meditare sulla centralità dell'uomo, dell'individuo nella sua esseità, o anzi nella sua asseità, per usare un elegante termine coniato da Mario Costa, professore di estetica, a sottolineare che ogni uomo è diverso da un altro (ed ogni architetto è più diverso).
E l'uomo (architetto compreso) non è teoria o regola, è memoria, conoscenza, esperienza, sensibilità, buon senso e buon gusto, un insieme eterogeneo che si chiama "cultura", la quale, come per don Abbondio il coraggio, uno non se la può dare, deve averla di suo.
Ed alcuni non ce l'hanno.

Commento 573 del 08/01/2004
relativo all'articolo La Carta del Restauro
di Vilma Torselli


Se posso, solo una nota. Credo che stavolta Vilma Torselli potesse risparmiarsi la reprimenda al fu Rossi riguardo all'affaire Fenice. D'altronde non capisco come non se n'accorga ma ella stessa cita un'intervista allo stesso Rossi da cui si evince chiaramente che la scelta del ripristino filologico degli interni (il cosiddetto "scempio") non compete a lui ma fu una richiesta esplicita e vincolante del committente!
Se si vuole attaccare Rossi, un suggerimento: si guardino piuttosto gli abomini funzional-distributivi del teatro Carlo Felice a Genova....

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8/1/2004 - Vilma Torselli risponde

Egregio Di Baccio,
Innanzi tutto un consiglio: acquisire una corretta dizione del termine "restauro filologico", altrimenti rischiamo di portare avanti un dialogo tra sordi.
Perché è ben altra cosa da una integrale ricostruzione in falso stile originale (ciò che è stato fatto), quando magari un vero restauro filologico si poteva forse fare limitatamente ad alcune parti della struttura scampata all'incendio (credo fosse questa l'intenzione del bando), senza mascherare da citazioni gli interventi nuovi ed avendo il coraggio di progettare nei termini di una modernità libera e creativa.
E' vero, il fu Rossi dichiara che il rifacimento filologico è paradossale perché è un vincolo non rispettabile, ed infatti non lo fa: avrebbe dovuto limitarsi a questo.
Lei dice "non compete a lui…", e a chi, scusi? Deontologia vuole che se un committente ti chiede la luna, tu o riesci a fargli capire che non è edificabile, o rinunci a dargliela, o gli dai un falso che lo accontenti, la scelta tra le tre opzioni è personale, Aldo Rossi ha fatto la sua.
Infine, ho voluto riallacciarmi alla Fenice ed alla polemica più recente poiché l'attualità mi pareva più degna di interesse sia per me che ne scrivevo sia per i lettori, non volevo scrivere del Carlo Felice, altrimenti avrei scritto del Carlo Felice.

Commento 564 del 28/12/2003
relativo all'articolo Un'americanata a Venezia
di Mariopaolo Fadda


...un'ultima, definitiva, forse ingenua domanda bussa infine alla mia mente: ma i signori che sua queste pagine pontificano sul Vero e sul Falso...li leggono veramente i commenti altrui? No, perchè se li leggessero veramente....la discussione potrebbe essere assai più proficua.
Non ritengo infatti molto furbo far finta di non capire o attribuire ad altri la confusione mentale che evidentemente alberga nelle proprie di teste. Chi infatti ha ben chiara in testa una propria idea non ha paura di confrontarsi anche a largo raggio, magari andando anche un po' fuori tema (non c'è mica nessuno che lo vieta! non certo i moderatori di questa webzine!): allargate le vostre menti per favore...neanche aveste i paraocchi! Per cui o si parla del vostro oggetto preferito o niente!
Se poi preferite pascervi delle vostre evidentemente fragili certezze, fate pure...anche se non so che utilità abbia!

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Commento 558 del 22/12/2003
relativo all'articolo Un'americanata a Venezia
di Mariopaolo Fadda


Mi tocca constatare che nessuno ha capito il senso del mio intervento...probabilmente mi sono spiegato male. D'altronde, a differenza di qualcun'altro che su queste pagine ultimamente pontifica riguardo alle magnifiche sorti e progressive dell'architettura, non mi ritengo infallibile.
A guardar bene il mio commento precedente direi che nessuno possa seriamente leggervi una difesa o, peggio ancora, un elogio dell'operazione "dov’era e com'era" consumatasi a Venezia con l'irrinunciabile balletto italico di ricorsi e controricorsi e ricorsi ai controricorsi e rescissioni di contratti, che spero qui si conoscano (anche se questa è un'altra storia). Semplicemente non mi sono assolutamente espresso sul merito della questione, non era quello il mio scopo: il mio scopo era mettere in evidenza l'inadeguatezza dell'argomento principe usato dal Fadda per la sua critica.
Che si rassegnino pure i Fadda e le Cipriani di turno, ma attaccarsi al concetto di falso storico è non solo inappropriato ma del tutto masochistico: si scelgano altri argomenti, un po' più pregnanti e meno finto-moralistici. E non dico questo in omaggio a un non so che relativismo etico o minimalismo d'accattonaggio...quello lo lascio volentieri ad altri.
Proverò a chiarire, in termini il più comprensibili possibili, quali sono secondo me i termini della questione.
Bisogna dire che all'origine di tutta la discussione c'è un articolo di Alessandro Baricco da me riportato per intero in un precedente commento: ebbene quello scritto era interessantissimo proprio perché, dal punto di vista di uno scrittore, cercava di capire e spiegare il senso di una FOLLIA, come giustamente egli definisce la ricostruzione della Fenice com'era e dov'era. Parlare di follia è corretto proprio perché quella che, all'occhio del profano, ha tutta l'aria di essere una soluzione di puro buon senso si rivela nella realtà di cantiere il suo esatto contrario: come scrive opportunamente Baricco, l'effetto pratico è che "con cura maniacale, alcuni geniali umani [hanno speso] un numero di ore spaventoso usando un sapere tecnico affinato per secoli, con l'unico scopo di raggiungere un obbiettivo apparentemente folle", ovvero "rifare la copia di un uccello che era una scopiazzatura di un uccello che, lui sì, era un originale, almeno 200 anni fa", il tutto scrutando vecchie foto con la lente d'ingrandimento o facendo strane macumbe per "leggere ciò che l'incendio ha lasciato: un'ombra, un rimasuglio annerito, una scheggia."
A questo punto ciò che riesce a interessarmi non è solo se sia giusto o meno, ma perché ciò possa oggi essere ritenuto giusto: qui sta il punto!
Utile è partire dall'interpretazione proposta da Baricco, ovvero che "quel teatro alla fine […] sembra un unico, compatto, meravigliosamente coerente ecosistema che, senza alcun pudore, ripropone una logica che non esiste più. E' come un parco naturale, come l'ultima tana di una razza estinta. […] La follia della Fenice - come tante altre, per carità - sembra stare lì a ricordare che c' era anche un'altra possibilità, decaduta, ma un tempo reale. Sistemi che impiegano un'enormità di energia e tempo per produrre risultati sorprendentemente piccoli. Anni per fare una ringhiera. Sistemi che fanno acqua da tutte le parti, che perdono energia per strada, e che arrivano al momento buono completamente scarichi. Follie, secondo la nostra logica attuale. Ma se ci pensi: erano sistemi che sprigionavano il Senso ai lati e non all'arrivo. Se ricostruisci la storia della ringhiera capisci che la ringhiera è davvero poco, ma il mondo che per strada si è prodotto dal gesto che la faceva, è immenso."
Chiariamo subito, lungi da me, e anche da Baricco credo, ogni proposito apologetico per un sistema produttivo morto e sepolto. Ripeto: il fatto è capire come si possa scegliere oggi di riproporre una logica che non esiste più. E scusate se non mi accontento di risposte decisamente banali come: "puro feticismo", "speculazioni pseudo-holliwoodiane", "complotto passatista" portato avanti da "partiti politici, ambientalisti para-statali, nonché da sfiatati esponenti del più variopinto associazionismo, da soprintendenti-prefetti, da sindaci-architetti, assessori-urbanisti, ingegneri-capo e loro annessi e connessi"! Son risposte buone per il chiacchiericcio da salotto, roba buona per la polemica fine a se stessa.
Scrive Irma Cipriani: "La storia della Fenice non è una storia unica, questo è vero, ma giustifica il fatto di riportarla alla luce com'era e dov'era? La storia di certo non ci insegna ad ingannare i posteri con le copie, né con l'attaccarsi alla capacità di saper vedere le cose da più punti di vista insabbiando la verità! Qui il saper vedere e leggere la storia come tanti punti di vista e tanti accadimenti diversi non centra nulla. La storia della Fenice è quella che tutti conosciamo e non si può cambiare. Se lei si vuole schierare dalla parte degli imbroglioni che pensano di consegnare alla stori

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22/12/2003 - Mariopaolo Fadda risponde

Caro Di Baccio è legittimo che lei voglia rivoltare l’architettura, l’estetica, la filosofia, la storia, la società, ma, mi chiedo:
- cosa c’entra la “pluralizzazioni dei modelli culturali” con la Fenice?
- cosa c’entra “l’atomizzazione del panorama sociale” con la Fenice?
- cosa c’entra “la palingenesi della storia” con la Fenice?
In breve, se non le interessa l’argomento perchè continua smenarcela con i massimi sistemi che noi non saremmo in grado di capire?
In tutto quel polpettone che ci ha servito è riuscito anche ad avventurarsi in una maldestra difesa del restauro filologico che “non deve essere considerato moralmente inferiore”. Sorvolo sul madornale svarione del restauro filologico attribuito alla Fenice (che è invece l’opposto: una ricostruzione pseudo-stilistica), ma è quel “moralmente” che va venire i brividi sulla schiena. Di Baccio che fa usa le tavole della legge di Mosè nel giudicare i restauri?
Temo che abbia ragione la Cipriano, lei ha le idee alquanto confuse, nulla di male quindi che cerchi di chiarirsele intervenendo nel dibattito. Ma intervenga per chiarirsele non per dare lezioni a chi rifiuta di farsi aggrovigliare nelle sue piroette socio-filosofiche. Per il resto può parlare di quello che vuole. Vuol dare lezioni di evasione onirica? Vuole ridiscutere i sistemi filosofici? Vuole illustrarci il prossimo Festival di Sanremo? Libero di farlo. Ma non prenda a pretesto gli articoli di AntiThesi per esibirsi nel suo pasticciato avanguardismo retrogrado.

Commento 555 del 19/12/2003
relativo all'articolo Un'americanata a Venezia
di Mariopaolo Fadda


“L’adagio nostalgico:’Com’era, dov’era’ è la negazione del principio stesso del restauro, è un’offesa alla storia e un oltraggio all’Estetica, ponendo il tempo reversibile, e riproducibile l’opera d’arte a volontà.” (Brandi)
Credo che il nocciolo della questone stia proprio nel concetto di tempo che decidiamo di assumere, e non sembri ciò strano perchè nella nostra condizione attuale si tratta di una cosa tutt'altro che scontata.
Se è vero, come affermava Vattimo nel suo "La società trasparente", che "la modernità è l'epoca in cui diventa un valore determinante il fatto di essere moderno [...], (in cui) è un'offesa dire a uno che è reazionario, cioè attaccato ai valori del passato, alla tradizione, a forme di pensiero superate", ciò si porta dietro la considerazione dell'artista come genio creatore, il culto per il nuovo come progresso, in una prospettiva generale che considera la storia umana come un progressivo processo di emancipazione, come la realizzazione sempre più perfetta dell'uomo ideale. "Se la storia ha questo senso progressivo, è evidente che avrà più valore ciò che è più avanzato sulla via della conclusione, ciò che è più vicino al termine del processo". I problemi teorici posti da una siffatta concezione del moderno (dal Quattrocento ad oggi, attraverso l'Illuminismo) riguardano il portato sul modello di storia: condizione necessaria affinchè esista il progresso è che la Storia abbia un corso unitario e univocamente definito, con un centro attorno a cui si raccolgono e ordinano gli eventi (l'Occidente).
Ebbene la modernità così concepita, la storia così concepita, come una linea unica coerentemente impegnata al superamento di se stessa, nel suo afflato finalistivo, è morta. Se è vero, come è vero, che a partire dagli anni '60-'70 ci consideriamo facenti parti di una società post- (post-moderna, post-industriale, post-qualcosa) è proprio perchè l'apertura degli orizzonti avvenuta con lo sviluppo dei mezzi di comunicazione di massa ha messo a nudo la presenza sul pianeta di altri centri, altri punti di osservazione diversi dall'Occidente di stampo europeo. L'ideale di una storia unitaria, centralizzata, è divenuto di fatto impraticabile, si è svelato intrinsecamente violento in quanto pretendeva di scrivere una volta per tutte l'essenza veritiera dell'uomo, pensando illusoriamente che ci sia un punto di vista supremo, comprensivo, capace di unificare tutti gli altri.
Il passaggio alla post-modernità nasce dalla scoperta dell'esistenza di altri universi culturali e determina all'interno dell'Occidente l'esplosione delle grandi costruzioni di pensiero, una pluralizzazione dei punti di vista che appare irresistibile e rifonda la storia come una molteplicità di immagini possibili del passato, ove è impossibile una sintesi definitiva ma solo un arcimboldesco ritratto di dettagli. La perdità delle sicurezze, fino allora assicurate dalla forte unitarietà del disegno storico generale, si recupera nell'approfondimento ora libero da preconcetti del dettaglio minuto in uno zoom esasperato sulle maglie della rete fino a mettere a nudo la trama delle fibre, l'evidenza rivoluzionaria del singolo elemento.
Riteniamo oggi di essere una società più consapevole di sè, anche se molto più debole: la destrutturazione implica l'irruzione del caos. Tuttavia possiamo decidere di leggere la complessità delle varie aggettivazioni che si affacciano sul palcoscenico della storia come una risorsa vivificante, è in questo relativo "caos" che risiederebbero le nostre nuove speranze di emancipazione.
Ed è proprio questo che decide di fare quel filone della cultura architettonica e artistica che sfocia nella decostruzione, portando alla ribalta il tema dell'evento e valorizzando il tema del provvisorio. Provvisorio che vuol dire negazione di valore al concetto di perenne e di eternità in architettura.
Ebbene, io credo fermamente che qui risieda il corto circuito che svela la debolezza della posizione polemista di MARIOPAOLO FADDA a riguardo del presunto falso storico della ricostruzione della Fenice.
L'uso del concetto di "falso storico" è improprio e , direi, ingenuo non perchè fuori moda ma perchè indica un ambiguo e incongruo riferimento a una concezione del tempo e della storia (anche dell'architettura) nettamente in contrasto con la fede architettonica finora convintamente professata dallo stesso autore su questa webzine.
Se può esistere un Falso significa di contro che esiste una Verità storica univocamente definita e riconoscibile; significa riproporre l'idea di una architettura che una volta che è data, lo è per sempre o non è più.
E invece, come ben sappiamo, fa parte dell'essenza della condizione post-moderna l'oscillazione, la pluralità e in definitiva l'erosione dello stesso principio di realtà, quella erosione che sta alla base della ricerca architettonica contemporanea d'avanguardia. Non esiste, nella nostra condizione di esistenza tardo-moderna, una idea

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19/12/2003 - Mariopaolo Fadda risponde

Anche qui la Cipriano mi precede alla grande. Aggiungo due o tre cosette.
Premetto che non ho capito bene le osservazioni di di Baccio. Le speculazioni filosofiche, i voli pindarici, le dilatazioni universalistiche, le risalite “a monte” e le discese “a valle” hanno il potere di mandarmi in corto circuito. É un mio limite (e questo lo ha già evidenziato Pacciani).
Provo comunque a semplificare, fino alla brutalità, ciò che penso di aver capito:
1. La Casa del Fascio di Terragni “data l’esplosione delle grandi costruzioni del pensiero” sarebbe nulla più, nulla meno di una villa abusiva della Valle dei Templi.
2. La Pietà Rondanini di Michelangelo in omaggio all”’erosione dello stesso principio di realtà” avrebbe lo stesso valore della statua equestre del Vittoriano.
3. Piazza del Campo a Siena per un “approfondimento ora libero da preconcetti del dettaglio minuscolo”, non reggerebbe al confronto con lo stadio San Paolo di Napoli.
Abolire con decreto filosofico certe categorie concettuali porta a queste ridicolaggini ed assurdità.
Non riesco neanche a capire dove sia la presunta novità di questo pensiero. Qualche decennio orsono Argan, e gli intellettuali marxisti in genere, sostenevano che la stabilità del concetto si Storia (con la S maiuscola) presupponeva che “tutto significa, tutto è artistico” e quindi tutto doveva essere conservato. Il pianeta terra trasformato in un’immenso deposito o immondezzaio, che dir si voglia. Senza diistinzioni di sorta tra i sacchi di Burri e le buste del supermercato, tra la Divina Commedia e le riviste pornografiche, tra Sant’Ivo alla Sapienza e Via della Conciliazione. Stiamo ancora pagando le conseguenza di quell’aberrante speculazione filosofica.
“...la presenza sul pianeta di altri centri, altri punti di osservazione diversi dall'Occidente di stampo europeo”. Cosa diavolo centri questo con la Fenice è difficile da capire.
Stiamo parlando tra europei, anzi tra italiani, di Venezia non capisco perchè dovrei farmi fare gli occhi a mandorla e leggere la “nuova” Fenice alla giapponese. Se stessimo parlando dei templi di ISE non mi azzarderei mai a fare lo stesso discorso che ho fatto per la Fenice perchè so benissimo che i giapponesi li ricostruiscono continuamente uguali nella forma ma diversi nella materia, perché essi privilegiano la perfezione e non la testimonianza storica. Ma qui siamo abbondantemente fuori tema.
Possono “esplodere” quanti pensieri è possibile immaginare ma non ci sarà mai nessuna speculazione filosofica che mi convincerà che una bambola gonfiabile è preferibile ad una donna autentica. Non sono al passo con il suo concetto di storia? Pazienza. Nessuno è perfetto.

Commento 546 del 13/12/2003
relativo all'articolo No al catechismo conservatore
di Mariopaolo Fadda


Questo in realtà non è un commento all'articolo di Mariopaolo Fadda, anche se di spunti di riflessione e critica nell'articolo ve ne sarebbero eccome... Molto più modestamente, in occasione della prossima riapertura al pubblico del Teatro la Fenice a Venezia, ritenevo utile ed interessante proporre qui un articolo apparso sul sito on line de La Repubblica a firma di Alessandro Baricco, per tutti coloro che se lo fossero persi. Credo che il caso della Fenice potrebbe fungere assai bene da pretesto per una discussione approfondita e stimolante su ciò che significa per noi tradizione e avanguardia, conservazione e innovazione oggi in architettura e non solo.

La Fenice che risorge copiando se stessa
di ALESSANDRO BARICCO
AVREI da raccontare una follia. Non che ne manchino, di follie, di questi tempi. Ma questa ha una sua eleganza impareggiabile e inoltre sembra più istruttiva di altre. Se il mondo ammattisce, che almeno lo faccia con charme e in modo utile. Dunque. Com' è noto, il 29 gennaio del 1996 il teatro La Fenice, a Venezia, se ne sparì ingoiato da un incendio colossale.
Fu un brutto colpo. Per chi ama l'Opera quella era una delle quattro, cinque sale più importanti del pianeta. E se ne era bruciata via come un cerino. Adesso sappiamo che fu un incendio doloso. La ditta di elettricisti che stava lavorando al nuovo sistema antincendio (pensa te) provocò l'incidente perché non era in grado di finire il lavoro entro una certa data e quello era un modo di rinviare la faccenda senza pagare una penale che li avrebbe rovinati. Va detto che probabilmente si immaginavano qualcosa di più piccolo, un incendietto circoscritto, una fiammatina. Gli andò male. Nessuno riuscì a fermarlo, e il teatro se ne andò in fumo, letteralmente. A Venezia reagirono con compostezza.
"Dov' era, com' era", decretarono, dando per scontato che dal giorno dopo si sarebbero messi lì a ricostruire. "Dov' era, com' era" era uno slogan inventato anni prima in una circostanza analoga: nel 1902 era collassato il campanile di San Marco (senza l'aiuto di elettricisti, aveva fatto tutto da sé: non ne poteva più) e si era aperto un dibattito su che fare.
Risultato: ricostruirlo identico a prima e nello stesso posto. In quel caso, come d' altronde anche in quello della Fenice, la cosa sapeva di buon senso, e di veneto pragmatismo. Magari per un attimo ti puoi sognare di chiamare un architetto giapponese e farti costruire qualcosa di avveniristico su un'isola artificiale in mezzo alla laguna. Ma poi è abbastanza ovvio che lasci perdere e cerchi solo di non fare troppi guasti. E la soluzione più logica è effettivamente rimettere tutto a posto come prima.
Ha tutta l'aria di essere una soluzione di puro buon senso: mi ha affascinato scoprire come, invece, sia il lieto ingresso in una follia. Provo a spiegare. Cosa davvero significhi "Com' era, dov' era", l'ho capito solo quando mi hanno invitato a fare un giro nel cantiere della ricostruzione. Il teatro riapre il 14 dicembre, quindi lì dentro erano al rettilineo finale. Muri, impianti, perfino i colori, erano già a posto. Stavano dandosi da fare sulle decorazioni. Sorvolo sull'emozione di rientrare in quella sala come se nel frattempo non fosse successo nulla: strano loop dell'anima.
E invece non sorvolo sul fatto che a un certo punto mi son trovato in una sala di quelle tipo foyer, quelle in cui poi tu passi distrattamente con un bicchiere in mano, durante l'intervallo, cercando uno specchio per controllare se la cravatta ti è andata di traverso. Lì trovo due artigiani al lavoro. Stanno facendo le decorazioni di stucco, sulle pareti. Ghirigori e animali. Uccelli, per la precisione. Li stanno rifacendo: com' erano, dov' erano.
Voglio dire che se avevano il becco verso sinistra lo rifanno con il becco a sinistra. Se la zampa era un po' sollevata, fanno la zampa sollevata. è importante chiarire che, stando alla realtà dei fatti, uno può andare a teatro per anni, in quel teatro, e quegli uccelli non li vedrà mai: non si accorge che esistono, sono decorazioni che non ti entrano mai nella retina e nella memoria. A meno che qualcuno non ti prenda il cranio e te lo spacchi sbattendolo proprio contro quegli uccelli, tu gli uccelli non li vedrai mai. Ma loro li rifanno uguali.
Com' erano, dov' erano. Naturalmente finisci per chiederti come lo sanno, dov' erano e com' erano. Fotografie. Solo che, è ovvio, nessuno si era mai preso la briga di fotografare proprio gli uccelli, sarebbe stato come fare un ritratto a Marylin Monroe fotografandole un'unghia dei piedi laccata. Quindi le foto, quando va bene, riportano l'intera stanza, e tu, con la lente vai a cercare se quell'uccello, là, in quell'angolo, ha la zampa su o giù. E se la foto non c' è? Chiedere a chi era passato da lì è inutile. Uccelli? Quali uccelli? Allora puoi leggere ciò che l'incendio ha lasciato: un'ombra, un rimasuglio annerito, una scheggia. Quella mattina, qua

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Commento 252 del 01/07/2003
relativo all'articolo Debord e la Psicogeografia
di Sandro Lazier


Leggendo le ultime righe dell'intervento di Lazier, a proposito di avanguardie "dimenticate" o "taciute", mi è tornato in mente quanto scritto nell'introduzione al catalogo di una mostra sull'architettura futurista tenutasi abbastanza recentemente a Firenze (1999-2000). Non so quanto l'associazione sia logica e pertinente, però mi pare interessante.
Mi riferisco alle tesi espresse da Theo van Doesburg nel lontano 1929 a proposito del contributo innovativo e peculiare dell'avanguardia futurista nel campo architettonico, per quanto limitato a proposizioni di metodo e pochi disegni visionari. L'attenzione è posta sull'enfatizzazione operata dai futuristi della realtà metropolitana e dei suoi tratti innovativi e dirompenti: caos, movimento, dinamismo, rumore... Da una aderenza programmatica alla nuova realtà, espressione massima dello Spirito dei tempi, nascerebbe l'idea di una architettura intesa come partecipe della "febbre della trasformazione, della rapidità delle comunicazioni", dove anche la facciata delle case dovesse "scendere salire scomporsi entrare o sporgere secondo la potenza di necessità degli ambienti che la compongono". Architettura cinetica. Componente dinamica (fil rouge di tutta la teorizzazione futurista). E' quasi la prefigurazione di organismi urbani mutanti per la mobilità dei loro componenti, un sasso gettato in avanti che torneranno a raccogliere decenni più tardi le neoavanguardie (Archigram).
Si aggiunge poi un'altra idea, ancor più dirompente e forse meno "rimasticata" negli anni successivi, quella della città Moderna come luogo di espansione dell'attività percettiva e di incentivazione della vita nervosa attraverso una multiforme stimolazione dell'attività sensoriale. Nella città futurista dominano il caos, la velocità, l'effetto sorpresa, il bombardamento di suoni e immagini. Aspirazione al mutamento continuo e alla sorpresa come strumento di stimolazione dei sensi.
La radicale novità, l'eresia della proposta è evidente. Soprattuto però, a posteriori, sorprende la capacità di prevedere gli sviluppi attuali della nostra civiltà dell'immagine, del mondo globalizzato a grande città della pubblicità.
A questo punto, si dirà, il nesso logico con "Debord e la Psicogeografia" dov'è?
Secondo me, il legame c'è. Basta depurare l'ideologia futurista di quell'inevitabile tributo -vista l'epoca- che in essa si riconosce al culto produttivistico della macchina, nella "estetica del ferro veloce e dell'audace cemento armato"(Marinetti). Si consideri questo, appunto, come lo scarto logico fondamentale fra avanguardie del primo '900 e quelle degli anni '60: nel mezzo vi sono i primi segnali della crisi, il passaggio a una società frantumata che non si sviluppa più secondo i canoni della modernità formulati fino ad allora (ordine, omologazione, standardizzazione, serie...) ed a cui, sia detto per inciso, rimarrà legata fino all'ultimo una certa interpretazione ortodossa del Moderno in architettura.
Fine delle certezze, crisi epistemologica dell'architettura: nasce la dispersione, l'architettura come avvenimento.
E' un ritorno all'uomo (che ne penserebbe Sedlmayr?), la diversità è un valore: qui vedo il discrimine, il quid aggiuntivo che porta alle vicende di cui parla Lazier nell'articolo, internazionale Lettrista e situazionista. Comportamentismo e psicogeografia: l'attenzione è sempre rivolta allo spazio sensoriale dell'esperienza umana, come nella visione futurista descritta sopra, però l'atteggiamento è apertamente libertario.
Deriva lettrista e detournement utilizzano gli stessi principi (passaggio improvviso tra ambienti diversi, corrispondenza fra psiche e territorio...) ma stavolta si punta alla realizzazione della "creatività pura" e non all'adesione allo Spirito dei tempi o ai destini della Storia..
Altro dato comune, o spunto di riflessione: l'attenzione posta dai futuristi agli effetti stranianti dell'esperienza metropolitana Moderna, nelle luci, suoni e colori. Da questo alla decontestualizzazione del detournement il passo, a mio avviso, è breve. E un passo ulteriore sulla stessa strada non porta forse alla de-costruzione architettonica?
Non so se son stato chiaro. Più che un commento, il mio alla fine ha voluto essere un contributo modesto alla riflessione.
Personalmente ritengo che le vicende dell'architettura nel XX secolo siano quanto di più complesso esista e l'atteggiamento peggiore è quello di tagliare con l'accetta il groviglio dei riferimenti e delle vicende. In questo senso il Moderno ha una fisionomia mutevole che impedisce classificazioni rassicuranti al di fuori di microritratti di dettaglio.
Un consiglio: non puntiamo ad affermare una superiore, definitiva, verità (e qui mi riferisco all'altro interessante articolo di Lazier "Tradizione e Autorità").
Quella frammentazione di cui si diceva prima, la perdita delle certezze, sono la condizione in cui operiamo oggi e la risposta non può essere la rice

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Commento 303 del 04/03/2003
relativo all'articolo ATTACCO A URUK
di Comunicato della Redazione


L'Iraq al centro della crisi mondiale: per farla finita con il mondo arabo.
(di Selim Nassib)

Quali che siano i pretesti addotti dall'America per attaccare l'Iraq (e per instaurare sullo slancio «la democrazia nella regione»), questa guerra è possibile soltanto a causa delle condizioni deplorevoli del mondo arabo. È caduto il muro di Berlino, l'Unione sovietica è solo un lontano ricordo, il pianeta è entrato in una nuova era, ma il mondo arabo rimane disperatamente uguale a se stesso. Che i regimi dispotici vi siano largamente dominanti, non ha nulla di particolarmente originale. Altre regioni del pianeta hanno vissuto periodi più o meno prolungati di tirannia. Ma qui gli anni passano senza che le società arabe generino nel loro seno movimenti di massa a favore della libertà, della democrazia, della modernità. Monarchie anacronistiche e regimi militari più o meno camuffati continuano ad occupare il potere, incontrando come unica opposizione consistente i movimenti di ispirazione islamista. L'unica libertà di scelta che sembrano avere gli arabi è quella fra diverse forme di oppressione.
In Occidente, alcuni traggono la conclusione che l'islam in quanto tale contenga un germe anti-democratico, e come prove d'appoggio si citano alcuni versetti del Corano. Secondo questa atmosfera, che va ben oltre gli ambienti razzisti, «l'arretratezza» degli arabi sarebbe dovuta agli arabi stessi, alla loro mentalità, alla religione che hanno inventato e diffuso, alla loro mancanza di cultura politica, e via dicendo. A tutto questo gli arabi ribattono che loro non c'entrano per niente, e che è stato l'Occidente (il colonialismo, l'imperialismo, Israele) ad averli cacciati deliberatamente dalla modernità. Anche loro offrono frasi liberticide, tratte però dalla Bibbia e dai Vangeli, facendo capire che le crociate e l'inquisizione non erano poi tanto diverse dall'islamismo attuale. Soprattutto ricordano che, nel suo periodo aureo in Andalusia, l'impero arabo era stato un modello incomparabile di tolleranza, di scienza e di cultura. Fine del discorso.
Ma che sia colpa loro, colpa degli altri, o un po' l'una e l'altra cosa è comunque essenziale rispondere a questo interrogativo: perché gli arabi da tanto tempo danno l'impressione di essere rinchiusi nel loro (glorioso) passato, e di non poter accedere al tempo presente?
È un problema tutt'altro che retorico, visto che minaccia la pace del mondo. Qualche mese fa un quotidiano francese pubblicava l'articolo di un esperto americano, che affermava che il pianeta non poteva tollerare più a lungo la paralisi della sua principale regione petrolifera.
Prevedeva che questa situazione di squilibrio sarebbe diventata inevitabilmente esplosiva e che l'Europa, di conseguenza, avrebbe dovuto riorientare la sua strategia militare per dotarsi dei mezzi necessari per intervenire nel mondo arabo. Confusamente, il presidente George W. Bush sta mettendo in pratica questa teoria, ma a titolo «preventivo» (cioè sparando lui per primo).
In uno dei suoi video, Osama bin Laden affermava, con un giro di frase passato inosservato, che il mondo arabo era in declino «da ottant'anni». Perché ottant'anni? Basta un rapido calcolo: risaliamo all'inizio degli anni '20, alla fine della prima guerra mondiale, al crollo dell'impero ottomano, all'intervento di inglesi e francesi nella regione. A quel tempo gli arabi erano usciti da quattro secoli di tutela turca, per essere ormai governati dagli infedeli. Il che spiega l'osservazione di bin Laden: non c'è salvezza al di fuori del governo musulmano (il califfato).
Ma, a prescindere da quel che pensa tale individuo, gli arabi hanno digerito molto male quel passaggio da un'epoca all'altra. Prima vivevano, pensavano, andavano e venivano in uno spazio arabo senza frontiere, integrato all'impero ottomano. Il loro sovrano poteva ben dire di essere musulmano, ma era straniero, turco; il che era piuttosto umiliante per una comunità che aveva una così elevata idea del proprio passato e della propria identità. E tuttavia, la comunità araba si adattava a tale dominio. La Sublime Porta (un bel nome, a metà tra il secolare e il trascendentale) poteva anche, eventualmente, dar prova di grande crudeltà, ma aveva comunque il merito di lasciare in pace i suoi sudditi, e di lasciare che gestissero da sé i loro affari, purché gli fornissero in contropartita uomini e denaro. Una volta pagate le imposte e inviati i figli nell'esercito, gli arabi di Beirut, di Damasco o di Gerusalemme erano a posto, più o meno. Il potere politico risiedeva altrove, non dovevano preoccuparsene loro. Raggruppati in famiglie, clan, comunità, regioni, alleanze, erano arabi di Palestina, del Libano, della Siria, senza che il loro «paese» d'origine costituisse per loro una nazionalità. Gli intellettuali arabi, da parte loro, erano consapevoli che l'impero ottomano declinava irrimediabilmente, a tutto vantaggio di un Occidente dalla superiorità e dalla bramosia quanto

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Commento 234 del 17/12/2002
relativo all'articolo L'orecchiabile esibizione di Botta alla Scala
di Paolo G.L. Ferrara


Devo ammettere di condividere tutto o quasi di quanto scritto da Paolo G. L. Ferrara. Tuttavia, dal mio modesto osservatorio di studente d'architettura, vorrei solamente aggiungere che il confronto fra il progetto di Botta e quello di Nouvel per l'Opera di Lione è inappropriato soprattutto perchè risolto da Fulvio Irace a favore del ticinese. Ritengo utile dare un giudizio di valore, che Ferrara preferisce omettere: l'intervento dell'architetto francese ha una carica fortemente eversiva, in un contesto storicizzato, anche discutibile, forse, ma innegabilmente conduce a un risultato assai più felice rispettoa al progetto di Botta. In quest'ultimo l'anonimato è totale, la scelta dei volumi e il loro accoppiamento è quasi incomprensibile: se davvero , come dice Irace, Botta si è mosso con rispetto e circospezione, il risultato smentisce totalmente le intenzioni. Un atteggiamento più energico sarebbe stato più coerente, visto che comunque si tratta di intervenire pesantemente con nuovi volumi sull'esistente, e probabilmente avrebbe condotto a esiti più degni (anche se forse in tal caso Botta, con tutto il rispetto, non è l'architetto giusto allo scopo). Nouvel a Lione forse non ha fatto un capolavoro, ma ha realizzato gli stessi obiettivi di adeguamento funzionale e tecnico creando una struttura pulita e formalmente innovativa: una grande volta a botte in acciaio e vetro, oscurabile, al posto del vecchio tetto in legno "a nave roversciata" (tipo Basilica palladiana a Vicenza) che in quel caso era andato distrutto in un incendio. Inoltre a Lione è stato ridisegnato tutto l'interno creando un complesso ben integrato vecchio-nuovo dotato però di forte personalità. Parlando per esperienza, si tratta di un'architettura che dà emozioni nuove, il che mi sembra un risultato importante. Ovviamente si tratta del mio personalissimo parere.
Grazie per lo spazio concesso.

Pierluigi Di Baccio

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17/12/2002 - PaoloGL Ferrara risponde

L'articolo non era rivolto alla critica fatta da Irace. L'ho riportata (parzialmente)perchè spero sempre che chi legge vada a recuperare quanto cito, affinchè possa farsi un'idea più generale rispetto quelle che sono le mie opinioni. La pluralità è fondamentale. Il non essere d'accordo con Irace o altri, lo è altrettanto.