Giornale di Critica dell'Architettura

68 commenti di Pietro Pagliardini

Commento 11103 del 14/01/2012
relativo all'articolo Un anno molto difficile
di Sandro Lazier


Vilma
ho apprezzato il tuo modo elegante e garbato di darmi amichevolmente e bonariamente dello stupido con la storia del dito e della luna. Però io non ho voluto calcare la mano su quella piccola ingenuità dell'wifi, non ho voluto cioè sfruttare una modesta debolezza per rivoltare la frittata a mio vantaggio (vantaggio di cosa poi).
Io credo di avere capito il senso di quello che tu avevi scritto e che riconfermi adesso con: "Curiosa la tua inversione tra causa ed effetto, tra funzioni che passano e città che restano, prima lo schema e poi le funzioni che lo utilizzano ….. accidenti, il ‘900 è passato invano dalle tue parti!".
Il '900 è passato dalle mie parti e non del tutto invano.
Cerchiamo di distinguere le "funzioni" dai grandi processi sociali ed economici, che forse è meglio.
Lo so anch'io, sembrerà strano, che la trasformazione della città avvenuta nel '900 è la conseguenza di grandi trasformazioni economiche avvenute nella nostra civiltà occidentale, più o meno simili a quelle che stanno avvenendo nei paesi emergenti o già emersi. Non è a questo che mi riferivo, è ovvio.
Ho detto e riconfermo, e in questo non c'entra davvero niente l'antichismo o il passatismo o il krierismo architettonico o lo stile o il linguaggio architettonico o il desiderio di vivere in una città "a misura d'uomo", medievale o cinquecentesca o disneyana o vernacolare e quant'altro di analogo, ma c'entra l'adesione ad un pensiero, ad una vera disciplina di lettura ed interpretazione della città che ha individuato regole che non sono eludibili pena ...... e qui viene il punto. Pena che cosa?
Secondo me pena l'anti-città e allo stesso tempo l'anti-campagna o forse la non-città e la non-campagna. Perchè dico questo? Perchè esistono principi di formazione e crescita della città in base ai quali, soprattutto in base alla conformazione della rete stradale, certi luoghi sono destinati dalla forma e strutturazione della rete, non dal destino, ad essere centrali ed altri no.
Inutile che parta dall'origine, è chiaro che luoghi nodali erano luoghi geografici privilegiati, e nel tempo anche determinate "funzioni" sono diventate nodali (ma la cattedrale e il comune non erano collocati in luoghi marginali, stanne certa). E' sicuro che esiste una interazione tra funzioni e centralità, ma se un luogo urbano è anti-nodale, diciamo marginale, la funzione in esso insediata sarà soggetta a deperimento e abbandono. Se va bene a trasformazione.
Quando i nostri sindaci o i nostri architetti individuano un luogo che per cause varie diventa oggetto di interesse, il primo pensiero è: cosa ci facciamo? Ecco, questa è una grande stupidaggine perchè la domanda dovrebbe essere: come la facciamo? Non come dal punto di vista del linguaggio ma dal punto di vista urbanistico. Le domande da porsi sono: quell'area è connessa alla città? Come facciamo per connetterla? e la rete web non c'entra niente perchè non richiede un sindaco, ma solo i gestori delle reti telefoniche e dati.
E infine: può diventare area centrale? Può essere utile, cioè, per una funzione urbana importante? Se sì necessiterà di determinate funzioni, se no di altre.
Questa è la trasformazione della città che non può seguire gli sfizi di nessuno, esattamente come alle origini, quando ci si insediava lontano dalle paludi, o in prossimità degli sbocchi tra valli diverse per ovvi motivi di scambio e possibilmente vicino all'acqua. O in alto per difesa, lungo percorsi di crinale.
Invece si fa esattamente l'opposto. Si fanno piazze che non potranno mai assurgere al ruolo di piazze, se non per la targa, e quindi degraderanno in breve, come la città nel suo complesso. I centri commerciali, anch'essi soggetti a degrado, hanno tuttavia una loro perversa logica, come tutti i non-luoghi o super-luoghi che dir si voglia (areoporti, grill autostradali, ecc), perchè sono completamente autosufficienti e indifferenti rispetto alla città ma finalizzati ad altro. Ma quando si parla di città si parla, appunto, d'altro.
Ciao
Pietro


[Torna su]

Commento 11098 del 08/01/2012
relativo all'articolo Un anno molto difficile
di Sandro Lazier


Vilma, non è che non conosca la rete wifi e che non ne apprezzi le potenzialità. Ma io sono fermamente convinto, perchè lo si osserva ovunque, che non sono le "funzioni", per quanto importanti, a determinare la "funzionalità" di una città.
Le funzioni passano, la città fatta del suo hardaware (strade, edifici privati e pubblici, piazze) resta ed è la rete urbana a determinare DOVE si concentrerà anche la rete wifi, non viceversa.
Per rimanere sulla rete wifi, vorrei proporti due scenari:
1) la sua diffusione è facile. In effetti lo è, è solo questione di investimenti e non credo nemmeno stratosferici. Comunque ipotizziamo che lo sia. Con questa condizione essa potrebbe estendersi a tutta la città in maniera praticamente indiscriminata. A questo punto l'aggregazione non potrà che concentrarsi sempre negli stessi luoghi nodali determinati dalla struttura urbana, perché essa non sarà più una rarità e quindi gli utenti andranno laddove comunque naturalmente convergono le persone e le attività altre, non solo lo wifi.
2) la sua diffusione è costosa o difficile o non conveninete e quindi si dovranno selezionare i luoghi. Mi sembra evidente che si darà prevalenza a quelli dove comunque ci sono spazi pubblici (i privati lasciamo stare che ci sono già in molti locali pubblici), cioè nei luoghi nodali. Ad Arezzo, che non conta molto è vero, ma qualcosina conta, è cominciata qualche anno fa nelle piazze del centro. Però io non ho visto molta gente con pc all'aperto, ma li ho visti, eccome, nei bar del centro. Del centro, bada bene.

Inoltre, ormai lo wifi mi sembra pure superato dalle connessioni internet dirette che ogni tablet ha, come ce l'hanno i cellulari e che determina una totale delocalizzazione. Non c'è luogo, urbano e non dove non ci si possa connettere, salvo qualche anfratto tra i monti. Ma proprio questo continuo superamento della tecnologia ne determina l'obsolescenza rapida ed impedisce comunque che questi fattori possano avere stabilità e determinare la forma della città e il suo utilizzo costante e duraturo.
Non esiste attività o funzione che dir si voglia che possa, alla lunga, invertire l'ordine delle cose. Alla fine l'hardware vince sempre e un commerciante che vuole vendere (e durare) dovrà posizionarsi in quei luoghi dove passa più gente. I centri commerciali sembrano l'unica eccezione, ma anch'essi sono soggetti a decadimento rapido e in America stanno chiudendo, ma anche in Italia. E comunque non sono luoghi, sono non-luoghi, per l'appunto. Certo altri ne aprono, ma questo dimostra la sostanziale instabilità di questo sistema.
Quegli amministratori scellerati che pensano di creare dei poli urbani ex-novo, per darsi lustro, sforzandosi di inventare funzioni adeguate, senza tenere conto della rete urbana e di tutte quelle pedanti ma efficaci analisi di cui parlavo nella risposta precedente alle tue obiezioni, finiscono nell'abbandono, anche se si trovano in luoghi geograficamente centrali, addirittura nel centro storico. Non basta l'essere baricentro geometrico, occorrono altre qualità per diventare aree nodali.
C'è un proverbio molto toscano (lo so che i proverbi sono proverbi e basta, ma insomma, si fa per sdrammatizzare) che dice:
"col negozio in un cantone ci sa fare anche un coglione".
L'angolo, cioè l'incrocio, raccoglie quasi il doppio dei flussi e quindi i negozi nel cantone, con le vetrine e gli accessi in due strade, sono più favoriti, e tuttavia non tutti gli angoli hanno il medesimo peso. Se fai caso, specie nelle grandi città, in centro, i tabaccai sono quasi sempre "nel cantone" (osservazione da fumatore) anche perchè vendevano, ora assai meno, non solo sigarette ma anche pipe, accendini non a perdere e oggetti regalo di un certo pregio (carte da gioco, roulette, ecc).
Lo sapeva anche Hausmann che nel suo piano di Parigi ne fece una quantità industriale (di incroci, non di tabaccai).
Ciao
Pietro

[Torna su]

Commento 11096 del 08/01/2012
relativo all'articolo Un anno molto difficile
di Sandro Lazier


Rispondo su due soli punti a Lenzarini.
Evidentemente se lei ritiene che il relativismo sia un valore diventa difficile comprendersi. Tra l'altro lei oppone al relativismo "l'assolutismo", che connota non solo una forma politica ma anche una forma di pensiero impositivo piuttosto che il riconoscimento dell'esistenza di alcuni principi assoluti, di cui ad esempio, la libertà ne è uno fondamentale. Quindi lei non solo fa uso di termini impropri e li usa come un'arma di offesa (pacifica), e può darsi che non fosse sua intenzione, ma soprattutto una volta di più evidenzia la contraddizione intrinseca dei relativismi, quella cioè di dichiarare assoluto ciò che invece si vorrebbe presentare come relativo. Questo è l'aspetto che trovo divertente nel relativismo.
E le pongo inoltre un quesito in due parti: è sicuro che l'arte pre XX secolo, cioè tutta la storia dell'arte e del pensiero umano, si riduca a ricerca tecnica e non vi siano invece contenuti espressi attraverso un raffinata tecnica? E quindi è altrettanto sicuro che l'arte del XX secolo ponga l'accento sui" contenuti" dell'opera e non piuttosto "sull'autore" dell'opera stessa, sulla sua storia, sul suo "percorso", sulle sue "intenzioni" e basta, con ciò mettendo proprio in secondo piano il contenuto dell'opera che diventa, infatti, marginale e talora volutamente inconsistente? Se io infatti taglio una tela, esattamente come Fontana, ma dico che è una mia opera, nessuno potrà apprezzarla proprio per il fatto che in sè non vale niente, non ha contenuto alcuno (non più di un quadro Ikea) in quanto separata dal suo autore e dalla sua storia.
Cordiali saluti

[Torna su]

Commento 11092 del 07/01/2012
relativo all'articolo Un anno molto difficile
di Sandro Lazier


Vilma, cercherò di chiarire meglio. Io non conosco, e se qualcuno me lo vuole spiegare non con sensazioni ma con qualcosa di più approfondito, un metodo che assomigli anche vagamente a quello scientifico per studiare e quindi portare i risultati di quest studi in ambito urbano, che non sia quello di Muratori-Caniggia. Nikos Salìngaros ne ha studiato un altro partendo da principi matematici e tutto sommato ha moltissimi punti di contatto con il primo.
Il primo, quello di Muratori, avendo avuto una evoluzione più lunga e quindi più soggetti che l'hanno sviluppato e approfondito, e soprattutto essendo nato in Italia, è più radicato in questa realtà, ne ha studiato la crescita e l'evoluzione tipologica, i metodi di aggregazione in diverse realtà territoriali, è partito dall'osservazione puntuale e metodica di varie città (Firenze, Roma, Venezia, Como, ecc) fino al punto di poterne trarre principi generali. Quello di Salìngaros è decisamente più "moderno", è legato alla teoria delle reti, di cui quella urbana fa parte, e anche qui se ne deducono principi generali sempre validi.
La cosa sorprendente è che Caniggia, pur non conoscendo suppongo i frattali e comunque non li cita mai (anche per motivi temporali), parla di "legge dei successivi raddoppi", sia in ambito edilizio che in ambito urbano: "Tutto dipende dal fatto che in qualsiasi molteplicità, l'uomo e i suoi prodotti tendono unitariamente a riconoscersi per gradi scalari, e non per elemento costituente di quella molteplicità senza tramiti successivi. Ad esempio nella società l'uomo si riconosce per moduli successivi, dei quali il minore è la famiglia.. Ma nessuno di noi si sente parte dell'umanità o del mondo occidentale o della nazione italiana senza ammettere una serie di moduli mediani oltre la famiglia. Che lo vogliamo o no, ciascuno di noi è vincolato a gradi intermedi, il vicinato, il rione, il quartiere, la città, la provincia, la regione, entità sociali che hanno una proiezione nella fisicità del nostro ambiente, nella struttura del nostro spazio. Vi è dunque sempre un sistema di moduli e soprammoduli tale che la molteplicità ne viene contenuta da una gradualità di relazioni, in cui ciascun uomo si possa riconoscere non solo come elemento tra elementi di numero indefinito, ma come elemento di un sistema da lui stesso comprensibile per una certa possibilità di apprendere i confini di ogni modulo intermedio" (Caniggia-Maffei).
Ecco, questa è una teoria (ovviamente molto più complessa e completa) che lega l'uomo allo spazio da lui stesso creato in base a leggi molto precise, ricavate dalla lettura dei tessuti, che mai fanno riferimento allo "stile", come non parla mai di stile Salìngaros, ma che di fatto lega la tradizione non alla nostalgia del passato ma ad un metodo che è probabilmente di carattere antropologico addirittura ad una sorta di partecipazione della specie umana alla natura nella sua interezza (le leggi frattali su cui ha scritto Salìngaros).
A questa cosa si contrappone? Si contrappongono interessanti e affascinanti collegamenti a varie discipline (sociologia o psicanalisi o psicologia o statistica o teorie politiche, ecc) ma del tutto prive di sistematicità e quindi parziali. Lo stesso Lynch, che pure con le sue teorie percettive si avvicina spesso agli stessi risultati di Caniggia e di Salìngaros, non sviluppa una teoria completa ma analizza aspetti importanti della percezione della città.
Detto questo vengo alla mia presunta contraddizione che tu individui, mi sembra di capire, nello scarto esistente tra teoria urbana e architettura. L'architettura cui faccio riferimento, semplificata nelle "puntazze e nelle scatolette" non può essere l'architettura per quella città cui mi riferisco idealmente e di cui parlano i sopracitati, perchè essa è interamente ed esclusivamente basata su pura "volontà e gusto personale", su creazioni astratte da ogni riferimento antropologico e quindi dalla tradizione, intesa come metodo conforme all'aggregarsi dell'uomo in quelle comunità organizzate che sono le città, le quali esistono, è bene ricordarselo, da diversi millenni.
E adesso, dopo tutti questi millenni, arriva qualcuno che dice: e no, gli altri hanno sbagliato tutto, non ci hanno capito niente, o almeno "l'uomo è cambiato" e quindi anche l'abitare deve cambiare. Chi l'ha detto che l'uomo è cambiato? A me non risulta tanto: i sentimenti sono gli stessi, per dirne una. Però è la società ad essere cambiata, si dirà. Certo che è cambiata (ma se si ammette questo non vedo messa bene la teoria di Lazier che non esistono i popoli e quindi dubito possa esistere la società) ma in cosa è cambiata? Nel grande sviluppo della tecnica. Ebbene, questo richiede forse spazi molto diversi? Per quale motivo? Io sono qui a scrivere al PC in rete in una spazio normale, lo potrei fare ovunque, in treno, forse con meno concentrazione, dentro una stanza triangolare o dentro una stanza di 6x6, cioè in una cellula elementare. L'onere della pr

[Torna su]

Commento 11089 del 05/01/2012
relativo all'articolo Un anno molto difficile
di Sandro Lazier


In fin dei conti alessio lenzarini, lei ha detto solo una grossa sciocchezza. Ma grossa ben oltre ogni limite immaginabile e dimostra di parlare di argomento che evidentemente non conosce troppo bene.
Lei forse crede che progettare un edificio "tradizionalista" sia mettere due archetti, una colonnetta, una loggia, una scala esterna con profferlo, due falde spioventi e il il gioco è fatto.
Roba semplice per gente semplice.
E invece crede che costruire una scatoletta in ca, magari a sbalzo, con una vetrata su un lato sia opera altamente complicata, parecchio cerebrale e quindi da dover spiegare per farla capire ai più e quindi "educarli". Praticamente sarebbe un manifesto di educazione delle persone semplici.
Probabilmente non sa quanto sia difficile progettare un edificio tradizionale, quanto studio richieda, quanti grandi studiosi si siano dedicati a determinare i processi di crescita e di formazione delle varie tipologie, diverse da area ad area. E non sa quanto sia ancor più difficile lo studio della città e di come gli edifici si aggregano a formare le strade e quali siano le gerarchie che si instaurano tra l'una e l'altra, e perchè e dove una piazza sia proprio in quel punto e non in un altro e come certi edifici si collochino in una strada piuttosto che in un'altra, e che esistono luoghi nodali e luoghi antinodali, e cosa significhi questo e che certe "funzioni" non bastano a qualificare un luogo qualsiasi ma sono intimamente legate alla trama urbana.
E' così difficile che non si impara da "vecchi", bisogna formarsi da giovani nei banchi dell'università naturalmente avendo la fortuna di incontrare i docenti giusti. E poi si deve studiare ed esercitarsi a ragionare in un determinato modo, a non farsi fregare dalle "sensazioni", pure importanti, ma vagliarle alla luce della teoria.
A fare tre scatolette incastrate, o quattro puntazze al vento, o doppi volumi fuori scala è facile per tutti, c'è poco da studiare. E il bello è che non potrà esserci, alla fine, nessun criterio oggettivo per giudicarne la qualità, solo sensazioni personali e poco più. Quindi, anche volendo accettare il suo ragionamento, cosa diavolo potrebbe "spiegare" ai semplici da educare se non esiste altro criterio che quello del giudizio personale?
Il difetto più grave dell'architettura moderna è proprio la semplicità, intesa come povertà di contenuti, di teoria e, di conseguenza, di prassi.
Applicare la psicanalisi all'architettura, dicendo che la simmetria è violenza e l'asimmetria liberazione può sembrare intrigante, ma non corrisponde al vero e non corrisponde a niente.
Le do' un consiglio: ci provi a progettare un edificio tradizionale, ma non uno a caso, uno in un luogo specifico, e lo sottoponga al giudizio di chi ne sa più di lei. Sarei proprio curioso di sapere se supererebbe l'esame.
Io ad esempio non lo supererei, nonostante mi sforzi ogni tanto di farlo, non per prova ma per professione. Chissà perchè quando faccio quello che so fare, quello che ho imparato, quelo che mi è stato ...insegnato è dire troppo, inculcato è più adatto, cioè le scatolette e affini, pare che nel mio piccolo ambiente ristretto e provinciale me la cavi con una certa sufficienza. E le dirò, riscuote anche un certo successo di pubblico: segno che le persone semplici capiscono le cose semplici.
Auguri

[Torna su]

Commento 11060 del 31/12/2011
relativo all'articolo Sopprimere le Commissioni edilizie
di Sandro Lazier


Caro Lazier, ma lei sfonda una porta aperta. Pennacchi dice chiaramente che Mussolini non avrebbe voluto città perchè voleva ruralizzare, e nell'agro pontino voleva solo costruire dei presidi di carattere funzionale allo scopo della bonifica e per garantire la distribuzione di merci e materiali per le popolazioni insediate. Ma, una volta visti i primi risultati e i loro successi, si convinse, probabilmente perchè ne vide l'aspetto propagandistico. Non c'è dubbio che Mussolini sia stato il primo che ha capito l'importanza della propaganda attraverso i vari canali "moderni", quali radio, cinema e la cultura. Insomma, un Veltroni ante-litteram. MA questo, mi perdoni, dimostra intelligenza e basta. Non mi faccia prendere le difese di Mussolini di cui non mi frega niente e che non mi ha mai nemmeno intrigato in nessun senso. Ma negare l'evidenza sarebbe come dire che Stalin fosse un imbecille: tutto, ma non un imbecille.
Ma a noi non interessano mica le intenzioni del duce o del regime, a noi interessano i risultati. E i risultati sono straordinari per la bonifica e buoni e qualche volta ottimi per l'urbanistica e l'architettura.
Quanto a Pagano e agli altri, Pennacchi non menziona l'arrivismo, o almeno non in senso negativo; parla solo, molto realisticamente, e se lei fa il professionista come credo capirà, di normale, umano, sano desiderio di affermazione professionale.
Non sarà mica un atteggiamento riprovevole voler emergere e se possibile eccellere! Non è di questo che si parla in quel brano nè nel libro. Si parla di una storia diversa, raccontata in maniera piacevole e molto documentata, che cozza però contro la retorica ufficiale antifascista di cui ormai hanno tutti piene le scatole. Poi potrà non piacere l'architettura del periodo, ma il giudizio non può essere partigiano fino al punto di negare la realtà e di dividere il mondo in maniera manichea tra i buoni da una parte e i cattivi dall'altra, quando poi, alla fine, stavano tutti dalla stessa parte. Almeno fino al momento drammatico delle leggi razziali.
Allora che dire di Le Corbusier, lui sì arrivista veramente, che blandisce tutte le dittature del periodo, da quella comunista a quella fascista? C'è una sua lettera in cui implora un incontro con Mussolini per convincerlo alla nuova architettura (la sua, ovviamente). Questo è arrivismo di bassa lega non quello di chi si riunisce in un gruppo, di più giovani, per cercare di prevalere sul gruppo meglio piazzato, di più vecchi! Lecito attaccare, lecito difendersi, mi sembra ovvio.
Quanto a Pagano, nel pezzo che lei riporta, scrive una cosa abbastanza "fascista": lui vuole convincere il duce a "un'arte di stato". Razionalista, ma non importa questo. Quindi chi è senza peccato scagli la prima pietra. Con queste premesse, se Pagano fosse stato in una commissione edilizia, allora sì che sarebbero stati cavoli amari! Altro che libera espressione dell'architetto!
Saluti

[Torna su]

31/12/2011 - Sandro Lazier risponde

Vorrei ripetere per chiarezza, altrimenti si rischia di perdere il senso delle cose che stiamo dicendo:
1 – ho citato criticamente il primato della propaganda fascista a conforto della tesi che il fascismo utilizzasse temporaneamente i concetti del razionalismo per fini esclusivamente promozionali. Il regime non avrebbe mai condiviso fino in fondo i concetti del razionalismo traducendoli in realtà sociale; sapendo, oltretutto, che provenivano dalla democratica e disprezzatissima repubblica di Weimar. Dall’ideale razionalista (sostanzialmente democratico e socialista) e dall’efficacia del suo messaggio, appena ne percepì il pericolo, il fascismo prese immediatamente le distanze. Non tacciò quest’arte, come invece fecero nazismo e comunismo, d’essere corrotta e degenerata ma, nel nostro paese, questa fu subito messa in soggezione dal modello di romanità che il regime intendeva invece promuovere e vantare orgogliosamente come proprio.
Il risultato è quello che definiamo stile littorio, dove la razionalità sta nell’assenza di stilemi, decorazioni e ornati e nella banalizzazione geometrica di colonnati, arcate e altri elementi della tradizione architettonica arcaica, mantenendo intatto l’impianto spaziale monumentale. Il razionalismo (e le sue varianti; gli -ismi d’inizio secolo sono molteplici) svuotato della sua istanza ribelle per eccellenza, ovvero la concezione spaziale antiscatolare, antimonumentale, particolarmente critica verso la fatalità dell’idealismo storicista che vorrebbe invece l’uomo soggiogato ad essa, diventa ornamentale e mansueto, incapace finalmente di comunicare un’idea di cambiamento sostanziale delle ragioni dell’esistenza e delle classi sociali che la esperiscono.
Fortunatamente, sfumate nel clamore delle pompose fanfare dell’architettura imperiale, qualche genio, come Terragni, seppure in questo clima reazionario e con non poche difficoltà, riuscì a concepire opere di grandissima libertà spaziale, la cui portata rivoluzionaria probabilmente non fu giudicata dalla censura con la dovuta attenzione.

2- Non stavano tutti dalla stessa parte. Pagano, come Le Corbusier, avevano ben chiara la portata rivoluzionaria e l’esito profondamente democratico dell’architettura che proponeva. Non promuoveva sé stesso ma la sua architettura. Non era un farsi largo per vanità od orgoglio personale. C’era qualcosa di più. Rompere le scatole, anche in senso architettonico, alleggerire i volumi e smembrare i piani, disallineare finestre e pilastri, liberare i vani dalla dittatura della struttura muraria, fino a giungere all’equilibrio precario dei fabbricati e alla loro decostruzione, sono metafore della precarietà e insieme solidità dei fragili sistemi democratici, ai quali, per sopravvivere, serve un minimo di disordine e confusione. L’architettura dei monumenti è statica, grevemente inerme, rigida e poco disposta alla trasformazione, triste e malinconica, finalmente mortifera; l’architettura degli anti-monumenti è flessibile, leggera, dinamica, viva e fondamentalmente felice. Questi pensieri sono anche quelli che presiedono alla mia attività professionale, prima della vanità, dell’orgoglio e del tornaconto. Anch’io, come Pagano allora, cerco oggi di convincere le amministrazioni, di destra o di sinistra, a usare l’architettura in cui credo, ma non per questo devo sentirmi minimamente fascista.

Ps: - Sono un organico, particolarmente critico verso il razionalismo, soprattutto quello di bocca buona della speculazione edilizia. Ma, in questo caso, devo difenderne le ragioni e lo faccio con forza. C’è, credo, un equivoco di fondo. Gregotti, Rossi, Botta e tanti che i tradizionalisti tacciano di modernismo, in effetti moderni non sono. Per chi la pensa come me stanno tra i premoderni proprio per la loro vocazione compositiva fondamentalmente solenne e monumentale.

Auguri per un 2012 felice

Commento 10962 del 30/12/2011
relativo all'articolo Sopprimere le Commissioni edilizie
di Sandro Lazier


E' diventato abbastanza difficile se non impossibile trattare tutti gli argomenti toccati in questa discussione che sta assumendo toni forti. Segno, lo ripeto per l'ennesima volta, della centralità del tema "commissione edilizia".
Vorrei rispondere a Lazier su Fascismo e razionalismo e/o nazionalismo cafone e a Gianni Marcarino.
A me sembra che lei, Lazier, tenda a vedere dell'architettura del periodo fascista i due classici poli raccontati nei libri di storia dell'architettura e dell'arte (ovviamente): Libera-Pagano-Persino da una parte, i buoni, Piacentini dall'altra, il cattivissimo. E' troppo schematica e, lo devo dire, molto accademica e perfino un po' conformista, proprio da lei che conformista non mi sembra affatto.
Non sono uno storico ma l'estate scorsa mi sono letto un libro che le consiglio vivamente di leggere, se già non lo avesse fatto: Fascio e martello, viaggio tra le città del Duce, di Pennacchi. Già il titolo la dice lunga su quanto sia equivoco l'abbinamento tra architettura e politica: un comunista "vivente", innamorato dell'architettura del Duce! Ma, a parte questo, lei troverà in quel libro una ricca documentazione fotografica e descrittiva che smonta lo schema che lei invece tende a riconfermare.
Questo un brano significativo:
"I manuali parlano di lui (Petrucci) solo per dire che era uno dei fondatori del RAMI, il Raggruppamento architetti moderni italiani - ossia i razionalisti ligi all'ordine e alal disciplina del partito - che si contrapponevano al MIAR (Movimento italiano architettura razionale), ossia quello dei presunti più arrabbiati. Non è naturalmnete che questi "arrabbiati" non fossero fascisti, anzi, in senso sansepolcrista erano anche più fascisti di quegli altri. Erano architetti punto e basta. Quella di volerne saggiare il maggiore o minore tasso di fascismo - per giudicarne l'arte- è una mania codista in cui si è incanalata tutta la storiografia dell'architettura, in Italia, dal dopoguerra ad oggi. Erano tutti fascisti ed erano tutti architetti. E giovani. Che mozzicavano i vecchi solo perchè volevano farsi spazio. Giustamente. E volevano lavorare. Punto e basta. Da Pagano a Piccinato, da Terragni a Libera. E i vecchi - Piacentini, Giovannoni, Alberto Calza Bini, Brasini, BAzzani - si defendevano come potevano. Giustamente pure loro. E qualche volte pure a bastonate".

Vede quanto è laico nel giudizio il comunista Pennacchi, quanto è realistico, niente affatto incline alla retorica e soprattutto "credibile"!
E se lei guarda le foto non troverà capitelli e colonne, solo qualche arco (e che sarà mai) e molto razionalismo magari un po' annacquato dall'essere progettato per piccoli borghi agricoli. Ma di pomposità ce ne è assai poca, salvo forse in qualche torre littoria o in qualche casa del fascio, che a me sembra anche un modo corretto di auto-rappresentarsi di un potere che, indubbiamente, c'era, piaccia o meno.
Si può affermare che le città di fondazione siano "nazionalismo cafone e grottesco"? A me pare proprio di no. A me, che tra l'altro ho una formazione modernista, sembrano pure dei bei progetti che difficilmente abbiamo ritrovato nell'architettura del dopoguerra. Certamente non nella rivista L'Architettura Cronache e storia, che davvero pubblicava di tutto e di più. Sono sincero: a me metteva tristezza anche allora.
Certo che è un razionalismo "italiano" (ahi, lo so che lei crede che i popoli non esistano, ma allora perchè si lamenta se Piacentini ha devastato qualche nostro centro storico?), che c'è un sapore di tradizione e di elementi conosciuti (ma anche Aldo Rossi ne faceva uso), ma io mi posso immaginare, anche leggendo il libro, che ai nuovi abitanti insediati nell'Agro Pontino facesse semmai l'effetto opposto, quello cioè di essere del tutto stranianti e "moderni" rispetto alle realtà da cui provenivano. Quindi, voglio dire, le cose vanno valutate in tutte le loro implicazioni e non in base ad un'idea precostituita, a principi immutabili e fissi cui la realtà dovrebbe adeguarsi, come mi sembra che lei tenda a fare.

A Gianni Marcarino rispondo - anche se non lo ha chiesto a me ma non si arrabbierà per questo - alla domanda " A quanti km da casa mia finisce la mia tradizione e comincia quella degli altri!". Bella davvero la domanda ma subdola. Non esiste una tradizione mia diversa dalla sua, se io e lei abitiamo nella stessa città, nella stessa vallata, nello stesso colle, nello stesso bacino. Esiste la tradizione e basta i cui caratteri sono facilmente riconoscibili e definiti e un architetto la deve saper riconoscere e se non lo sa fare da solo la studia, non c'è problema. E' la nostra professione, il nostro mestiere. Nessuno nasce imparato ma applicandoci è possibile scoprirla. Se poi si domanda: "Oppure come e' possibile pensare di progettare per la vita di oggi con criteri spaziali e formali maturati nel passato, con necessita' e aspettative molto diverse?" Sono io che le pongo la domanda:

[Torna su]

30/12/2011 - Sandro Lazier risponde

Per quanto riguarda i giovani architetti fascisti, non eran proprio tutti arrivisti, come sostiene il fascio-comunista Pennacchi.

Tratto da: “Cattivi maestri: Giuseppe Pagano”
(http://www.elapsus.it/home1/index.php/arte/architettura/584-cattivi-maestri-giuseppe-pagano)

Dopo essersi concluso il cantiere per quello che è forse il suo capolavoro, l’Università Bocconi di Milano, nel 1941, Pagano accetta la conduzione della rivista «Domus», ma dopo pochi mesi viene richiamato alle armi a seguito della sua richiesta volontaria. Aveva quarantacinque anni.
Il maggiore Giuseppe Pagano guida un drappello d’uomini in Albania, ma continua, per corrispondenza, la sua collaborazione a «Casabella», e continua, soprattutto, la sua battaglia per l’architettura moderna. A seguito della pubblicazione dell’articolo “Potremo salvarci dalle false tradizioni e dalle ossessioni monumentali?” il direttore della stampa italiana, Gherardo Casini, richiama Pagano. Nel numero seguente della rivista Pagano, per nulla intimorito, fa pubblicare un altro articolo, ancora più acuminato del precedente: la rivista viene sequestrata; Pagano scrive allora a Casini una lettera privata infuocata, e il direttore della stampa italiana risponde, compunto: «Ho eseguito il sequestro di Casabella che conteneva il vostro articolo perché ne ho avuto l’ordine». L’architetto, impavido, gli invia una cartolina: «Poiché siete stato soltanto un “trasmettitore di ordini” vi sarò grato se vorrete far leggere la mia lettera a chi vi ha impartito l’ordine del sequestro».
Nel ’42 rientra dal fronte e il rapporto, sottilmente sadico, che lo lega al fascismo, si spezza definitivamente; come ha scritto Rogers, in un testo che ricorda l’amico: «non ci accorgemmo subito che, per amore dell’amore, rischiavamo di avere un figlio da una prostituta»; Pagano lascia il partito ed entra nella Resistenza.
Il 19 luglio del ’43 muore Giuseppe Terragni, quando Pagano ne ha notizia, cinque giorni più tardi, scrive: «che la mia verde maledizione secca e rabbiosa e demoniaca si scarichi come un colpo di clava sulle teste di chi sappiamo. E di Ojetti e di Piacentini e di tanti altri mezzi coglioni in gloriati si faccia un sottofondo da latrina. Non so dire. Vorrei sparare subito e spaccare teste»
.”

G. Pagano, “Legato all’architetto romano Amedeo Luccichenti nel comune impegno per un’architettura svincolata dai «maneggioni» di Stato, vorrebbe convincere il duce dell’esigenza di una radicale svolta sul terreno dell’urbanistica, dell’edilizia popolare e più in generale dell’architettura razionalista «come arte di Stato», ma alla richiesta di udienza gli si risponde di inviare un memoriale: «Come vedi – scrive a Luccichenti – siamo fregati in pieno e non credo che sia il caso di insistere oltre»; Pagano evoca «una dignità umana che non può essere superata» e indica la via di una battaglia di testimonianza, per «cercare ancora di creare una minoranza moralmente pura, vigilissima e piena di fede in modo di salvare, per la storia, il buon nome dell’architettura italiana», senza speranze di vittoria: «moriremo sulla breccia con la bandiera dell’architettura moderna» (lettera del 1° gennaio 1940).

Per quanto riguarda la propaganda: “Il Fascismo fu forse il primo al mondo ad utilizzare la moderna "arma" della propaganda. Mass-media, manifesti, cinematografia: tutto rivolto a magnificare l'operato del regime. Non a caso il ministero per la Propaganda fu infatti uno dei più attivi.
Ancora oggi la propaganda fascista è oggetto di studio: negli altri paesi del mondo fortissimo fu il suo sviluppo durante la seconda guerra mondiale; il Duce stesso descrisse la cinematografia come l'arma più efficace."
(http://www.ilduce.net/propaganda.htm)

Per quanto riguarda le nuove città e fondazioni – che città non sono mai state ma agglomerati agricoli - questa che segue è la ragione per cui le voleva il duce quando le ha concepite:
Tratto dal discorso dell’ascensione del 26 maggio 1927 di B. Mussolini:
Questo ancora non basta. C'è un tipo di urbanesimo che è distruttivo, che isterilisce il popolo, ed è l'urbanesimo industriale. Prendiamo le cifre delle grandi città, delle città che si aggirano e superano il mezzo milione di abitanti. Non sono brillanti, queste cifre: Torino, nel 1926, è diminuita di 538 abitanti. Vediamo Milano: è aumentata di 22 abitanti. Genova è aumentata di 158 abitanti. Queste sono tre città a tipo prevalentemente industriale. Se tutte le città italiane avessero di queste cifre, tra poco saremmo percossi da quelle angosce che percuotono altri popoli. Fortunatamente non è così: Palermo ha 4177 abitanti di più - parlo di quelli che nascono,

Commento 10939 del 21/12/2011
relativo all'articolo Sopprimere le Commissioni edilizie
di Sandro Lazier


Decisamente la pensiamo in maniera opposta: l'Europa è fallita perchè non è l'Europa dei popoli. Non è giusto dire "non fallirà" è già fallita. Almeno in questa forma, l'unica, come oggi effettivamente è.
L'Europa dei cittadini, che non contraddice affatto quella dei popoli, dato che i popoli sono costituiti dai cittadini e non da zombi, avrebbe potuto esistere, convivere e svilupparsi serenamente e in pace, come è stato per 50 anni, attraverso la libera circolazione delle persone e delle merci. Con questi presupposti (che già c'erano) le persone si spostano da un luogo all'altro, si incontrano, si riconoscono in ciò che li rende uguali, la libertà e la dignità umana, e in ciò che li rende diversi (fortunatamente), la loro cultura individuale e quella del territorio di loro provenienza.
Questo avrebbe dovuto essere il processo naturale, che richiede tempo però, quanto nessuno lo sa, non l'accelerazione folle, scriteriata e forzata di un gruppo di ottimati spinti da ideali illuministici, ottimi per il settecento, e aggiungerei anche di ideali massonici (è una pura constatazione e non un pregiudizio).
I popoli esistono, fortunatamente, se lo metta lei il cuore in pace. E le dirò anche che è proprio in un vero stato sovrannazionale che le diversità e le specificità dei territori si esaltano, senza mediazioni intermedie quali lo stato nazionale. Ma non è un processo da qualche anno, è un processo storico, in cui il fattore tempo è insondabile, che non può subire forzature per diventare naturale e condiviso. Non siamo gli USA, nati da un guerra d'indipendenza, di liberazione direi.
Questa bruttissima Europa che con le sue leggi tutto omologa, dai cibi ai culi (l'esempio classico delle misure dei seggiolini del bus cui la perfida Albione giustamente si oppose, constatando che esistono culi diversi), l'Europa delle norme, della burocrazia iperpagata, questa sì vera casta fuori di ogni controllo, l’Europa delle regole impositive e astratte, proprio quelle che lei contesta alla commissione edilizia, non può che fallire. E poi questa è un’Europa tedesca.
Ci è stato imposto un modello economico che non ci appartiene. Non appartiene al nostro popolo perchè non appartiene agli individui che lo compongono. Ci hanno distrutto il tessuto economico connettivo che è fatto di piccole aziende, imponendoci un modello da grande industria. Già, ma secondo lei dobbiamo diventare tedeschi, evidentemente il modello di individuo ideale. Per fortuna che gli stessi tedeschi si stanno rendendo conto che stanno rinascendo vecchi fantasmi del passato contro di loro e si domandano se non stiano sbagliando qualcosa!
Voler imporre queste regole, senza alcuna democrazia, dato che l'Europa è governata da scelti, cooptati non da eletti, è una forma gentile di fascismo. E' un incubo orwelliano (cui sta dando una mano il nostro governo di migliori, la nostra piccola Repubblica dei filosofi platonica, guarda caso).
Alla sua ultima domanda rispondo così:
Sì, uno scatolone con il tetto è migliore di quello senza perché non ci piove (la tecnica) e perchè si conclude in alto (il linguaggio). Invece gli edifici modernisti, quando hanno i pilotis, non hanno inizio e non hanno neppure fine: sono pura astrazione geometrica che in basso nega la strada e quindi la città, e quindi la comunità, e in alto appaiono non finiti e pronti ad una sopraelevazione, come nelle case abusive con i ferri pronti.
Molto meglio sarebbe, ne convengo di buon grado, un edificio non banale con il tetto.
Però, almeno su un punto, potrebbe riconoscere che ho avuto ragione: il tema commissione edilizia è davvero sconfinato, un vero condensatore di molti temi apparentemente diversi.
Cordiali saluti

[Torna su]

21/12/2011 - Sandro Lazier risponde

Non mi ha risposto sul paradosso dell'identità.
Ma non fa nulla. E' sempre interessante dibattere con lei.
Un sincero augurio di buone feste.

Commento 10938 del 20/12/2011
relativo all'articolo Sopprimere le Commissioni edilizie
di Sandro Lazier


Difficile incontrarsi con lei Lazier che nega legittimità addirittura all'esistenza dei popoli. Le confesso che quello che dice Zevi per me vale quanto quello che dice chiunque altro perchè in genere mi interessa il contenuto e non il contenitore. Ho abbandonato l’idolatria da molto tempo e mi trovo veramente bene. Posso cambiare idea senza rinnegare nessuno.
Io non esalto il nazionalismo, figuriamoci, come so che l'uomo prova gli stessi sentimenti ovunque, che gioie e dolori sono condivisi da culture diverse, pur con reazioni espresse diversamente (ed è anche per questo che la gente prova nei confronti dell'abitare un sentimento orientato più alla "casa della nonna" che non alle più bislacche architetture moderne), ma negare la ricchezza dell'esistenza di culture diverse mi sembra non solo di un'astrattezza senza limiti, ma anche di un pericolo senza limiti. Il caso europeo ne è un esempio lampante: mettere insieme a forza ,con un’operazione elitaria e dall’alto, popoli diversi, anche se con moltissima storia e cultura comune, privarli della loro moneta imponendone un'altra e addirittura senza uno stato dietro è azione di cui oggi constatiamo drammaticamente il fallimento, oltre che essere atto di una violenza inusitata.
La costituzione europea, quando è stata messa a referendum, di massima non è passata: ci sarà un motivo! Forse sono ignoranti i popoli?
La “coabitazione forzata” di culture diverse è fonte di tensioni pericolose. Questo ideale mondialista e universalista che nega e reprime le diversità non solo non lo condivido affatto ma, nei limiti del possibile, lo combatto politicamente e culturalmente. Sono le grandi dittature che vogliono creare l'uomo nuovo: questi sono davvero i grandi fascismi.
Stalin ha tentato di annientare le diversità, sempre per creare l’uomo e il mondo nuovo, deportando da una parte all'altra dell'impero i popoli dominati, con il risultato di avere spinto ad esaltare le differenze e fatto rinascere più feroci di prima i nazionalismi. Le varie pulizie etniche nella ex Jugoslavia sono anche figlie della violenza con cui Tito volle tenere insieme popoli diversi. E lei dice che i popoli non esistono e non dovrebbero esistere! Libero di pensarlo, ma rifletta sul passato (che non è una parolaccia) per capirne le conseguenze su quegli individui che dice di esaltare. Si faccia un giro in Lituania e chieda cosa pensano dei russi che l’hanno desertificata abbattendone i boschi non solo per appropriarsi del loro legname ma per umiliarne l’identità.
Sul rapporto arte-architettura, l’esempio della bellezza dei prospetti è, come dire, scontato. Certo che c’è un aspetto di formalismo nell’architettura (ma Zevi non sarebbe propriamente d’accordo)! Quanti edifici hanno sul Canal Grande facciate bellissime mentre dietro e lateralmente sono non finiti! Ma questo dimostra sia il desiderio di rappresentarsi del committente (in armonia con il carattere della città, potremmo dire con la “bella” casa della nonna) ma anche di piacere al “popolo”. La componente artistica può essere presente in architettura, ed è auspicabile che ve ne sia, ma di qui ad assimilare l’architettura all’arte ne corre. E poi se c’è arte ci deve essere anche l’artista, e chi lo dice che gli artisti siano così numerosi! Se c’è davvero, stia tranquillo che esce fuori, senza fare tanto chiasso. La migliore architettura in genere nasce laddove maggiori sono i vincoli e i limiti (non i vincoli inventati dalle norme); se non c’è, esiste la statistica certezza che ci sarà solo chiasso.
Concludo con un esempio personale immagino analogo e contrario a quello che deve essere accaduto a lei.
Primi anni 90’. Comune di San Giovanni Valdarno, una piccola Siberia. Cooperativa di 12 alloggi in un PEEP ipermodernista che vieta le coperture a tetto. Obbligo di copertura piana. Proviamo a forzare la noma e ci facciamo il tetto. Viene bocciato. Ci adeguiamo, ovviamente. Il piano è oggi tutto realizzato: è una Siberia…senza tetto.
Oggi anche a San Giovanni Valdarno si costruisce con il tetto, ma non c’è una norma che costringe a farlo.
Forse è cambiato il vento. Era l’ora. Forse ad un conformismo se ne sostituisce un altro. E’ possibile.
Mi auguro che lei abbia protestato anche per casi analoghi al mio.

[Torna su]

20/12/2011 - Sandro Lazier risponde

Zevi è maestro vero. Citarlo non fa mai male e rileggerlo dà una bella carica. A lei non servono i ricostituenti? Se no, beato lei.

Si metta il cuore in pace, Pietro, l’Europa non fallirà. Se è fallito qualcosa è proprio quel concetto incerto e francamente anche un po’ ipocrita di “Europa dei popoli”.
Ma l’Europa dei cittadini non fallirà. Meno popoli e più cittadini, questo è il nostro destino, malgrado le brusche frenate e le reazioni che inevitabilmente le crisi procurano da sempre. Crisi che costringeranno la boria patriottica a fare i conti con la necessità di un sereno futuro europeo per i nostri figli e nipoti.
Lei si chiede retoricamente se son ignoranti i popoli. Ma i popoli non possono esserlo. Nessun numero può essere dotto o ignorante. Solo gli individui, che sono soggetti pensanti, possono avere queste proprietà. Chi parla in nome del popolo assumendone per intero l’identità scivola inesorabilmente nella demagogia.
Infine, ecco il solito paradosso dell’identità.
Ci sono gruppi che, per affermare la loro diversità rispetto al resto del mondo devono pretendere all’interno del gruppo una severa omologazione, rifiutando in tal modo tutte le diversità individuali di chi il gruppo compone. Per realizzare l’identità del gruppo, al suo interno tutti si devono comportare allo stesso modo, contraddicendone in tal modo il fine: la diversità. La verità è che sono solo le persone ad avere un’identità, non i gruppi. Ed è la diversità dei soggetti che va tutelata, non quella dei popoli che non esiste se non in mondo esclusivamente retorico.
Per questo motivo trovo inopportuno il riferimento alle dittature che spazzerebbero le diversità a favore di un’omologazione diffusa. La quale non avviene certo a favore dei singoli che, nei regimi assoluti, sono i primi ad essere annientati. L’omologazione avviene verso un pensiero unico che, sempre, guarda caso, si veste architettonicamente con abiti classici, spesso tronfi e indigesti, ma confezionati secondo rigorosa tradizione, mai con architetture sinceramente moderne. (Il fascismo si servì della modernità per semplice propaganda; una volta al vertice si affidò al monumentalismo celebrativo di Piacentini.)
Un’ultima domanda: ma secondo lei, uno scialbo scatolone di periferia, col tetto o senza, fa differenza?

Commento 10928 del 18/12/2011
relativo all'articolo Sopprimere le Commissioni edilizie
di Sandro Lazier


Tema di straordinario interesse la “commissione edilizia” perché condensa quasi tutte le problematiche legate all’architettura moderna e al suo rapporto con il passato e con il presente, all’idea stessa di architettura e a quella di architetto e, come ribadito più volte dall’autore, al tema della libertà e dei diritti del cittadino.
La commissione edilizia - trascurando ovviamente le contingenti anche se non infrequenti storture quali l’essere spesso luogo di potere, favoritismi o prepotenze professionali, o di incapacità dei suoi componenti o di opacità delle decisioni prese, ma considerandone solo l’essenza teorica - rappresenta l’anello di congiunzione tra passato e presente, in quanto permanenza di una istituzione antica, erede delle decisioni collettive sulla città, entro una società atomizzata il cui protagonista è l’individuo. E’ il caso esemplare delle “pratiche pre-moderne dell’urbanistica moderna” di cui ha scritto Francesco Finotto. Ho diviso questo lungo commento in titoli, più ad uso mio che degli altri.

La Libertà
Lazier affronta l’argomento sotto il profilo della libertà del progettista, estendendone però il campo alla libertà dell’individuo. Non c’è dubbio che il nodo centrale del dibattito tra gli architetti sia questo, ma è la soluzione che egli propone, e che sembra dare per scontata, che è invece tutta da discutere e secondo me da confutare alla radice perché la progettazione architettonica non attiene al campo della libertà d’espressione artistica. D’altronde cosa c’è da aspettarsi da un “intellettuale della domenica” alla cui categoria probabilmente appartengo?
Intanto non vorrei parlare di libertà del progetto perchè la Libertà è una condizione di grado ben superiore, e direi una e indivisibile: o c’è o non c’è, non può essercene “abbastanza” per quella situazione o “poca” per quell’altra. Se c’è, ci deve essere piena per tutte quelle che sono le espressioni del pensiero umano, altrimenti non c’è. Poi c’è la legge che garantisce al cittadino, elencandole, determinate “libertà” ma sono specificazioni di “azioni” che siamo liberi di compiere o, al contrario, che ci sono negate, come quelle “libertà” che arrecano danni ad altri. Non è certamente ammessa la libertà di prendere a schiaffi una persona che ci ha causato un danno. E sì che talvolta il desiderio sarebbe forte, ed è pure un desiderio umano che però deve essere controllato e riportato nell’alveo della legge. Si può parlare in casi come questi, di violazione della nostra libertà? Direi proprio di no.
Dunque limitare alcune azioni, anche se scaturite dal pensiero umano, rientra nelle regole del contratto sociale che sta alla base dell’esistenza stessa di una società. Non si può gridare alla fine della libertà se determinate azioni sono impedite (dopo sappiamo che esistono legittimi ed autorevolissimi filoni di pensiero, soprattutto negli USA, che negano l’esistenza stessa dello stato, ma questo è un altro discorso), si tratta di determinare il giusto equilibrio tra chi privilegia il diritto naturale e chi invece il diritto positivo soggetto al mutare dei tempi e dei costumi e che si adegua diventando specchio di una determinata fase evolutiva della società. Si tratta dunque di determinare quali siano le “azioni” che appartengano esclusivamente alla sfera della libertà individuale e quali invece siano soggette a limitazioni affinchè la libertà di ciascuno non vada a configgere con quella degli altri fino a disgregare le fondamenta del contratto sociale.
Non c’è dubbio che l’espressione artistica non debba essere limitata o censurabile. Prendiamo il caso della scultura. L’artista deve essere libero di fare ciò che vuole e se non ha mercato vuol dire che non piace. Però, anche in questo caso, c’è un problema. Fino a che l’opera rimane nel campo del mercato o della pura passione individuale la libertà è assoluta, ma se l’opera dovesse diventare patrimonio pubblico, cioè essere collocata in una piazza, chi è autorizzato a prendere la decisione? Chi ha titolo per scegliere lo scultore Tizio o lo scultore Caio? In questo caso, infatti, si tratta di denaro e interesse pubblico e qualcuno deve assumersi la responsabilità di scegliere. Non credo possa essere un Responsabile del procedimento, un funzionario. Immagino che debba essere un amministratore eletto oppure un suo esperto di fiducia, che altro non è che una emanazione dell’amministratore. Dunque dovrà essere la “politica” a decidere. Mi è sembrato di capire che anche Lazier sia d’accordo su questo punto, con la precisazione che le minoranze debbano essere tuttavia tutelate, qualunque esse siano. Mi è sembrato di capire anche, in via deduttiva, che il “politico” non dovrebbe scegliere in base ad un principio estetico stabilito, perché dice, ed io sono assolutamente d’accordo, che lo stato non deve avere una cultura ufficiale, una cultura di stato.
Il principio è giusto ma la sua applicazione pratica lo è un po’ meno. Se ad esempio ci fosse d

[Torna su]

18/12/2011 - Sandro Lazier risponde

Cercherò d’essere conciso. Pagliardini mi perdonerà la sintesi.
A proposito di libertà dice:
“Poi c’è la legge che garantisce al cittadino, elencandole, determinate “libertà” ma sono specificazioni di “azioni” che siamo liberi di compiere o, al contrario, che ci sono negate, come quelle “libertà” che arrecano danni ad altri. […]
Dunque limitare alcune azioni, anche se scaturite dal pensiero umano, rientra nelle regole del contratto sociale che sta alla base dell’esistenza stessa di una società.”

Imporre al prossimo cosa deve o non deve fare non c’entra nulla col contratto sociale ed è una grave limitazione della libertà personale. Dire cosa non si può fare è una cosa; dire cosa si deve fare è tutta un’altra. R. Barthes, una volta, parlando di linguaggio e della sua inclinazione al “conformismo”, affermò che questo non è per sua natura né conservatore né progressista; esso è semplicemente fascista, perché fascismo non è impedire di dire, ma obbligare a dire.
Obbligare il prossimo a rifare la casetta della nonna facendo leva sulla retorica del consenso è (re)azione storicamente nota.
A proposito di architettura e arte lei dice:
“Perché apprezzare solo le differenze degli individui e trascurare invece quelle delle Nazioni? Perché omogeneizzarsi come insieme, come nazione, annullarsi nella globalizzazione culturale e volersi invece distinguere come architetti creativi?”
Bruno Zevi, maestro sempre attuale, parlava di consorzio umano. Non a caso. Gli individui sono, per loro natura, degli elementi universali finiti, che non puoi sciogliere in aggregazioni maggiori quali nazioni, stati, collettivi o altri termini statistici privi di una volontà univoca. Io non credo che i popoli, le nazioni, le società in genere abbiano una loro volontà. Gli individui hanno volontà ed esprimono desideri, i popoli no. I popoli, le nazioni, esistono perché esistono gl’individui, unici degni di superiore tutela. Esiste la dichiarazione dei diritti dell’uomo, non quella dei diritti delle nazioni, delle associazioni, delle leghe o altre bislacche aggregazioni. Le nazioni sono solo realtà statistiche, matematica ad uso dell’amministrazione pubblica per fornire servizi ai cittadini (che sono individui). L’italianità, lo spirito dei luoghi, l’identità sono solo retorica ad uso dei robivecchi incapaci di riformare minimamente un linguaggio, che li opprime al punto da far loro confondere qualsiasi idea polverosa con la storia. La storia è cosa seria, tanto che ogni generazione deve scrivere la sua, proprio per non copiare e rifare gli errori di quelle che l’hanno preceduta.

“Tutte le arti mancano di utilitas, in senso oggettivo ovviamente e non soggettivo. L’architettura non può essere ridotta, e aggiungo sminuita, a pura manifestazione artistica.”
Io credo che palazzo Carignano del Guarini a Torino sia un’opera d’arte e d’architettura. Non c’era nessuna utilitas nell’inserire in facciata una semicupola svuotata. Una geniale e totalmente superflua forzatura, puramente linguistica.
Eppure, come dice lei, anche questa “architettura è fatta di tecnica, di lavoro collettivo di molti soggetti contemporaneamente e in tempi diversi, di manualità e di esperienze di individui diversi, di architetti e manovali, di committenti, di produttori e fornitori di materiali, di statica, di fisica, di impresari, di enti pubblici e di mille altre figure e situazioni.” Non vedo quindi nessuna preclusione affinché l’architettura, seppure descritta come lei fa, non possa essere una massima forma d’arte, capace di riformare il linguaggio. E non vedo proprio la ragione per cui l’architettura, come altra qualsiasi forma espressiva, non possa concorrere alla ricerca del rinnovamento linguistico. L’architettura di un paese ci dà la misura della sua civiltà dando forma alle sue speranze di rinnovamento. Dovremmo rinunciare alla civiltà per il fastidio di qualche reazionario intollerante? Che si costruisca le sue casupole, noi le tolleriamo, ma non si permetta di proibire agli altri di volare un po’ più in alto.

Il resto del commento cita il bene comune, il paesaggio, il patrimonio artistico (ma, se l’architettura per Pagliardini non è arte, non vedo cosa c’entri), la costituzione che dovrebbe tutelare questi beni. Ma la costituzione, non dovrebbe tutelare, in modo simmetrico, innanzitutto i cittadini e la loro libertà personale? Se a me non piacciono le caricature della storia e il loro proliferare - che questo sì, secondo me, devasta il paesaggio - la Costituzione mi difende?

Commento 9212 del 19/12/2010
relativo all'articolo Hopeless Monster (Night at the museum)
di Ugo Rosa


Leggo oggi, contemporaneamente, i due commenti di Maurizio e Vilma.
Mi avete preso in castagna, inutile negarlo.
In questo momento non so cosa rispondere altrimenti non esiterei un attimo a farlo.
Non ho capito, davvero, se i vostri sono giochi di parole, ma l'etimologia non è mai casuale anche se non spiega tutto, oppure se abbiate risolto l'arcano.
Il nesso tra abito e abitare è indiscutibile, non solo per l'origine della parole.
Per cui mi fermo qui, accuso il colpo e, fino a che non sarò riuscito a cogliere se c'è e dove sta la differenza, soprattutto in relazione al consumo, non replicherò a vanvera e senza convinzione.
A presto (spero)
Pietro

[Torna su]

Commento 9147 del 04/12/2010
relativo all'articolo Hopeless Monster (Night at the museum)
di Ugo Rosa


No Maurizio, mi spiace ma questa non è una risposta. Non a me, che non ha alcuna importanza, ma al perché della cosa, alle motivazioni vere.
la relazione auto-casa, abiti-casa non regge, per molti motivi, uno ad esempio è che i beni di consumo seguono solo le legge del consumo, del mercato. Tra le auto di oggi e quelle di un anno fa non c'è alcuna differenza sostanziale, solo optional di nessuna utilità reale ma utilissimi a vendere.
Per gli abiti poi, se fai bene attenzione, non è cambiato quasi niente, nella sostanza da secoli.
Ma la casa non è bene di consumo. A meno che tu non pensi che lo sia, nel qual caso la tua è una risposta, da me non condivisa, ma è una motivazione.
Ciao
Pietro

[Torna su]

Commento 9142 del 29/11/2010
relativo all'articolo Hopeless Monster (Night at the museum)
di Ugo Rosa


Non ho letto l'articolo. Ho letto però il commento di Maurizio Zappalà, sempre da superuomo, sempre sotto effetto di stimoli forti, sempre appassionato, sincero e, appunto, stimolante.
Vorrei fare una domanda, semplice semplice a Maurizio, appartenendo io alla categoria dei neolitici, secondo la sua divertente definizione. Ma chissà se vale la pena rispondere ai neolitici?
Tu dici Maurizio: "Quando pensano, i “neolitici” che accadrà il grande passaggio all’era futura?".
La mia domanda è questa: perché DEVE accadere questo passaggio?
Tutto qui.
Ciao
Pietro

[Torna su]

Commento 8758 del 21/07/2010
relativo all'articolo Addio Giannino Cusano
di La redazione


Con Giannino Cusano ho avuto ripetuti scambi di opinione vivaci e polemici ma, partendo da punti di vista diversi, grazie alle sue appassionate argomentazioni e alla sua propensione al dialogo, più volte ci siamo incontrati.
Alla sua famiglia e ad Antithesi le mie condoglianze.
Pietro Pagliardini

[Torna su]

Commento 8003 del 13/04/2010
relativo all'articolo Architettura e modernità
di Brunetto De Batté


Ottimo commento quello di Vilma, che apre un sacco di scenari diversi.
Vorrei limitarmi ad una considerazione.
Il progetto io credo si formi, e si debba formare, prima nella testa che nelle mani. Vi sono grandi disegnatori che potrebbero realizzare ottimi disegni di architettura senza per questo essere architetti, a maggior ragione non grandi architetti.
Indubbiamente la mano è il mezzo con cui si esprime ciò che c'è in testa ma lo strumento primo dell'architettura è il cervello (anche se, è chiaro, ci sono processi continui di feed back e interazioni tra schizzo e idea).
Da questo punto di vista, mi spiace ammetterlo, il fatto che Ghery non sappia o non voglia usare il computer, o almeno non sappia usare il software necessario, diventa irrilevante.
Il progetto, specie un progetto di una certa complessità richiede sempre più mani e più cervelli.
Brunelleschi non ha disegnato la cupola che porta il suo nome (a parte la lanterna), perché del progetto esisteva già da qualche decennio il modello, eppure lui l'ha realizzato, ma non da solo, con l'aiuto di molti muratori e capi mastri alle sue dipendenze.
Brunelleschi è stato capace di costruirla senza centine e ponteggi, progettando e costruendo da solo le macchine da cantiere necessarie. Brunelleschi era un orologiaio.
Il problema non è questo. Il problema consiste nel fatto che il mestiere di architetto non è fare un disegno, uno schizzo, ma rendere quel progetto eseguibile, plausibile, essere capaci di passare indenni, o almeno con minori danni possibili, dall'idea alla sua realizzazione, dall'astrazione alla concretezza, sapendo utilizzare al meglio tutte le professionalità necessarie, compresi coloro che fanno uso di software sofisticati.
Non solo strutturisti, impiantisti, esperti della sicurezza, geologi, idrauilici, geometri e quant'altro, ma anche esperti di software.
Di Gehry e di tutti coloro, quali la Hadid, disdegno invece fortemente i progetti tutti giocati su una presunta creatività, che invece è, come minimo, condivisa con coloro che usano il software, ed anche il fatto che quel passaggio dall'astratto al concreto è spesso fallimentare sotto il profilo tecnologico e architettonico (cause a non finire, almeno per Gehry). In questo senso, e solo in questo senso, sono pittori che non sanno usare il pennello.
Il progetto è uno schizzo, la restituzione al computer e poi tutto passa ad altri, senza alcun controllo possibile del processo (non potrebbe essere diversamente, data la mole di progetti che sfornano).
Non solo, questo metodo induce i giovani a credere, appunto, che basti un software e un bel rendering per essere architetti. Non è così, come non vuol dire essere ingegneri comprare un software, farlo "girare", stampare disegni standardizzati e non capire come funziona una struttura.
Saluti
Pietro

[Torna su]

Commento 7982 del 07/04/2010
relativo all'articolo Il 'particulare' di La Maddalena
di Paolo G.L. Ferrara


I nonni non fermano il tempo. Ai nonni il tempo scorre velocissimo. Loro stanno fermi, a guardare chi si agita vanamente verso il niente.
Maurizio, datti una calmata: sarai nonno anche te. Te lo auguro almeno.
Saluti
Nonno Pietro
(Pietro è un bel nome da nonno, in effetti)

[Torna su]

Commento 7976 del 02/04/2010
relativo all'articolo Il 'particulare' di La Maddalena
di Paolo G.L. Ferrara


Maurizio, credo tu abbia interpretato male quello che ho detto. Io non ho parlato di architettura, io ho parlato d'altro, ma proprio di tutt'altro.
Ho parlato di politica.
Sull'architettura mi sono limitato a dire che, nonostante non mi piaccia Boeri come architetto e come maitre a penser (visto che ci critichi, anche lui lo è, all'ennesima potenza), apprezzo la sua qualità professionale nel caso della Maddalena (lo dico perchè ho letto il suo articolo in cui racconta la storia).
Non c'è invidia, dunque, se non quella, inevitabile e necessaria, per cercare di fare meglio.
Ma se proprio non vuoi essere d'accordo pazienza.
Buona Pasqua
Pietro

[Torna su]

Commento 7971 del 02/04/2010
relativo all'articolo Il 'particulare' di La Maddalena
di Paolo G.L. Ferrara


Ferrara tocca molti argomenti ed è davvero difficile afferrarli tutti in una sintesi credibile o almeno io non ci riesco. Perciò mi soffermerò su alcuni punti che più mi interessano e non necessariamente legati all'architettura:
1) dice Ferrara: "Boeri non è stato intercettato". Intanto non lo sappiamo se è stato intercettato, sappiamo solo che non abbiamo resoconti di intercettazioni. Lo dico non per gettare sospetti su Boeri ma per rimarcare il fatto che anche Ferrara sembra attribuire alle intercettazioni un valore di prova "unica", un valore di condanna mentre, a mio avviso, quella delle intercettazioni divulgate è un segno di grande inciviltà. Io "sono stato imparato" che la posta è sacra e inviolabile. Ho sempre ritenuto cosa mortificante la lettura delle lettere dei carcerati, figuriamoci fuori. Il telefono è la posta moderna e dunque dovrebbe essere sacro e inviolabile. Non lo è più da anni e con questo abbiamo toccato, per me, il fondo dell'illegalità. Se lo scopo delle intercettazioni a strascico è quello di "trovare qualche reato", allora significa che il fine giustifica ogni mezzo. Sempre. E allora niente lamentele su Guantanamo, per favore, dove tra l'altro, il problema è lievemente più grave che non un appalto truccato.
2) Boeri, che non apprezzo come critico, non apprezzo come architetto, non apprezzo come opinion maker dilagante un giorno sì e l'altro pure sul Corriere e ovunque, che ho dichiarato, a commento della sua lettera su Abitare, essermi antipatico, per me ha svolto il suo lavoro alla Maddalena in maniera professionale, ha avuto il suo bell'incarico dai potenti di turno e io credo che sia un diritto dei potenti di turno scegliere persone e architetti in cui hanno fiducia. Non sarò io a lapidarlo per questo.
Quello che non mi piace, invece, è il fatto che Boeri faccia parte del sistema egemonico-culturale di sinistra, consolidato da decenni che è soffocante e strutturato bene al punto che è difficilissimo, talvolta, saperlo leggere e interpretare. E' difficile capire, con questo sistema, dove inizia la capacità di una persona e dove invece finisce la forza del sistema stesso.
E' un sistema non premiante le qualità individuali, che pure Boeri ha, perché é difficile affermare che si può avere successo in questo campo solo per altre cause; è un sistema subdolo per cui, come si tocca un santuario scatta la solidarietà del gruppo. E allora Bertolaso è cattivo e Boeri è buono.
E' un sistema che si lega a quello familistico non di tipo meridionale ma di tipo nordico, cioè legato comunque a gruppi economici aperti alla produttività; il che non ne attenua, se non in parte, il senso di fastidio, di soffocamento della libera iniziativa, di imposizione di un modello culturale che, comunque vada, deve essere per forza quello giusto e migliore. E' la base fondante della teoria della superiorità antropologica della sinistra.
Mi auguro che questo sistema frani miseramente e lasci il re completamente nudo e qualche segno confortante comincia a vedersi.
Saluti
Pietro

[Torna su]

Commento 7804 del 17/02/2010
relativo all'articolo Regalo di Natale 2008. A Marco Casamonti
di Paolo G.L. Ferrara


Architetto Giusti, lei dice: "Deve l'architettura, per essere tale, costare tanto?
deve per forza esser fatta di gestualità, sfoggio di materiali pregiati e costosissimi (solo perchè firmati da corrotti designer) oggetti, oppure no?" e mi invita a nozze: no, no , no. Solo che risponderei no anche se i designer fossero onesti.

A Cusano, che sulle elezioni ha perfettamente ragione dico, per quel che vale, che ieri ho dato la mia firma alla Lista Bonino-Pannella, come ho fatto tante altre volte, non perché poi li voterò (neanche a parlarne oggi, anche se l'ho fatto in passato) ma perché la chance va comunque garantita, non dico a tutti (per motivi pratici) ma in base a regole uguali per tutti.

Saluti
Pietro

[Torna su]

Commento 7790 del 13/02/2010
relativo all'articolo Regalo di Natale 2008. A Marco Casamonti
di Paolo G.L. Ferrara


Caro Cusano, io sono totalmente d'accordo con lei sugli Ordini.
Però, per natura, non riesco a leggere la storia (e neanche tanto la cronaca) sotto il profilo della corruzione, anche perché alla lunga può portare verso strade pericolose.
Io vedo gli Ordini come espressione di una società corporativa al cui vertice c'è uno Stato invadente e pervasivo che soffoca, o almeno non incoraggia, ogni iniziativa proveniente dalla società civile (termine abusato ma ci siamo capiti).
Molto Stato, molta corruzione. E gli ordini fanno parte di questo Stato (di cose).
Tacito diceva: Corruptissima respublica plurimae leges, cioè uno Stato molto corrotto produce molte leggi.
Attualissima considerazione, ma vale anche al contrario: molte leggi (cioè molto Stato,) creano corruzione. Lei, da radicale, sono certo che sarà d'accordo con me e non apparterrà a coloro che vogliono cambiare la debole natura umana.
Saluti
Pietro

[Torna su]

Commento 7774 del 31/01/2010
relativo all'articolo Il Piano Casa in Sicilia e il Ponte di Messina
di Leandro Janni


Caro Cusano, lei mi fa il processo alle intenzioni perchè io non sono un sostenitore dei condoni, nè io ho mai plaudito ai condoni.
E aggiungo anche che il primo condono si è portato dietro una conseguenza gravissima, quella cioè di avere impostato tutte le leggi sull'urbanistica successive alla sua logica e alla struttura di quella legge.
Infatti tutte le leggi urbanistiche successive contengono la "concessione in sanatoria" e di fatto, almeno quella Toscana, ma credo anche molte altre, costringono ad utilizzare questo strumento (per pagare) alla fine dei lavori per "sanare" piccole difformità.
Non solo: il condono ha scatenato una stupida guerra burocratica per cui ogni volta che avviene una compravendita c'è il solito tecnico che campa sulla "difformità" di centimetri di una finestra o di un tramezzo, una vera assurdità. che però ha creato una vera cultura non della precisione, ma della burocrazia e del contenzioso. Non può capire quanto io abbia stramaledetto la legge 47 che, oltre il fatto di condonare gli abusi, ha dato lavoro non solo ai tecnici delle scartoffie ma anche agli uffici pubblici, aumentandone lo strapotere e i costi per la collettività.

Io dico un'altra cosa: un edificio condonato per legge è un edificio regolarmente autorizzato: può non piacere ma è così.
Mi passerà almeno che tra un edificio abusivo e basta e un edificio abusivo condonato in base ad una legge c'è una qualche differenza? Altrimenti che caspita avrebbero pagato a fare gli abusivisti? per non farsi demolire la casa? Ma quante case interamente abusive crede ci siano dalle mie parti? Quando se ne trova una i giornali ne parlano per un mese! Qui si parla di veranda, di loggia chiusa a vetri, di finestra spostata! Semmai ci sono le capanne in campagna, è vero, che però qualche scienziato ha creduto bene di fare anche trasformare in abitazione, con legge successiva!

Comunque, e finisco, credo che anche lei potrà riconoscere che, alla luce di quanto sopra, l'affermazione di Janni che la legge siciliana avrebbe impedito l'ampliamento di "edifici abusivi" è, nella migliore delle ipotesi, incompleta e fuorviante, cioè non fornisce un'informazione corrispondente al vero, visto il testo della proposta.
Cordiali saluti

[Torna su]

Commento 7770 del 29/01/2010
relativo all'articolo Il Piano Casa in Sicilia e il Ponte di Messina
di Leandro Janni


Caro Cusano, sono in totale disaccordo con lei.
Il fatto che vi siano altre leggi illiberali, e ve ne sono in quantità industriale, non giustifica affatto la continuazione e l'inasprimento di tale andazzo.
In realtà anche lei vuole "punire" i cattivissimi che hanno fatto un abuso e poi l'hanno condonato. Lo si capisce e lo dice piuttosto chiaramente.
Mi sfugge del tutto il virus, lo definisco così, che ormai induce ogni bravo italiano a gridare a pene sempre più severe per ogni cosa. Forse è l'effetto della TV. Per ogni fatto di cronaca nera che la TV prontamente racconta con le "testimonianze", si alza il'immancabile grido: leggi più severe e pene più severe. E' un automatismo ormai.
Ognuno di noi si sente migliore degli altri e dunque gli altri vanno puniti severamente. Sembra quasi vero.
Questa situazione mi suggerisce tre cose:
-le grida manzoniane;
-quello che una volta la sinistra condannava come atteggiamenti piccolo-borghesi;
-le monetine lanciate a Craxi, al cinghialone, da cittadini "onesti" e indignati.
L'indignazione moralistica! Ma tant'è.
Come scrive Camillo Langone nel suo ultimo libro, Manifesto della destra divina, che consiglio vivamente di leggere, se si ha la forza di non "indignarsi", secondo alcuni ci vorrebbe un carabiniere per ogni cittadino e un avvocato per ogni carabiniere.
Fino a che continuerà questo gioco di guardie e ladri, dove in realtà nessuno vince e tutti perdono, questo paese non troverà la forza di migliorare e rialzarsi. C'è una visione priva di speranza in questo volere che per legge tutti siano buoni. E, in fondo, non lo dico per lei, c'è una vena di fascismo nel desiderare l'uomo perfetto e nell'impossibilità di accettarlo invece con i suoi difetti. Cazzo (me lo consenta), la nostra umanità è fatta di imperfezione, vivaddio, e non è compito della legge farci diventare buoni. E invece ultimamente vanno tutte un questa direzione.
La Controriforma e l'Inquisizione non c'entrano proprio un bel niente nella legislazione autosconfessante, semmai c'entra il bizantinismo che è la vera anima di questo popolo. D'altronde quella norma che rende in determinate circostanze non demolibile un edificio, a parte l'uso che può prestarsi a grandi elasticità, è un elemento di buon senso, successivamente chiarito con l'art. 12 di non so più nemmeno quale legge, forse la 47, o chissà quale altra tra le migliaia, che dice che si può monetizzare (a caro prezzo) nel caso in cui non si possa procedere a demolizione della parte abusiva senza pregiudizio dell'intero fabbricato.
Pensi al caso di un edificio costruito con altezze di interpiano maggiori di quelle ammesse: che facciamo, per 10 cm per piano demoliamo tutto l'immobile? O forse sì, della inflessibile serie chi sbaglia paga?
Molto inquisitoria a me sembra invece una norma che vuole appunto punire coloro che hanno commesso un reato ma lo hanno poi condonato in base ad un'altra legge. Il condono è certamente un errore ma le leggi, caro Cusano, si applicano, non si interpretano e chi apprezza la Riforma lo dovrebbe sapere molto meglio degli altri.
Saluti



[Torna su]

Commento 7768 del 28/01/2010
relativo all'articolo Il Piano Casa in Sicilia e il Ponte di Messina
di Leandro Janni


Gentile Janni, davvero non ho nessuna intenzione polemica ma vorrei da lei un chiarimento sul Piano Casa in Sicilia.
Per una assolutamente fortuita coincidenza che non sto a spiegarle ho finito di leggere un attimo fa l'articolato della legge in questione, quella della regione Sicilia intendo.
Lei dice che è stato inserito il "divieto di ampliamento per gli edifici abusivi". Detta così, se fosse questo il divieto, avrebbe perfettamente ragione ma la legge non dice esattamente questo, dice un'altra cosa e cioè, all'art. 2 comma 5 recita:

"5. Gli interventi possono riguardare esclusivamente edifici legittimamente realizzati. Sono esclusi gli immobili che hanno usufruito di condono edilizio".

Ora il primo periodo è quello che dice lei, cioè gli edifici abusivi non possono essere oggetto di premio. E ci mancherebbe altro!
Ma il secondo periodo dice che sono esclusi anche gli edifici condonati. Ora lei converrà che un edificio condonato con legge dello Stato non ha più lo status di edificio abusivo ma è perfettamente legittimo.
Questa è, vivaddio, un principio fondamentale del diritto in uno stato liberale e "laico". Un condannato che abbia scontato la sua pena o che abbia goduto di un'amnistia riacquista tutti i suoi diritti. Se così non fosse vorrebbe dire che lo Stato non punisce un "reato" ma un "peccato".
Il peccato, infatti, è eterno e solo Dio lo può perdonare.
Ecco, la Regione Sicilia, ha assimilato il reato al peccato e ha condannato i peccatori alla dannazione eterna.
Immagino che lei non abbia letto perfettamente la legge, e avrebbe la mia comprensione perché tutte le leggi sono noiose e anch'io le leggo solo quando strettamente necessario.

Adesso mi consenta una nota polemica, non per lei ma per la classe politica. La stessa norma è presente nella analoga legge della Regione Toscana, dove il catto-comunismo è di casa.
Mi domandavo, in effetti, come mai questa stessa norma fosse fatta propria dalla regione Sicilia e mi rispondevo che forse era in ossequio all'imperante moralismo. Ma lei me l'ha chiarito: emendamento del PD.
Diventerà mai "laico" questo partito e, soprattutto, rispettoso del diritto? Sento sempre un gran parlare di "legalità" e poi se ne fa strame continuamente.
E' proprio una classe politica impazzita, senza principi e senza coerenza!
Saluti

[Torna su]

Commento 7758 del 13/01/2010
relativo all'articolo Bruno Zevi due lustri dopo
di Sandro Lazier


Vilma, ho riletto il tuo post con piacere e, aldilà delle rispettive posizioni, apprezzo il fatto che tu dichiari di essere snob, anti-democratica, classista, ecc.
Ognuno è come è e, ammesso e non concesso che tu sia come dici, il riconoscerlo sgombra il campo dalle ipocrisie, contro le quali è irritante il solo discutere.
Come capirai ho già detto molto e anche troppo, dunque non mi ripeto.

A Cusano dico che c'era un tono scherzoso in quella mia battuta e comunque ha ragione: se non c'è la ricetta bisogna trovarla e solo discutendo è possibile.
Adesso però è il momento di passare ad altro e vi lascio a Bruno Zevi.

Saluti a tutti

[Torna su]

Commento 7755 del 12/01/2010
relativo all'articolo Bruno Zevi due lustri dopo
di Sandro Lazier


Caro Cusano, probabilmente non sono stato chiaro. Io non parlo di giuria popolare nel senso di scegliere un tot di persone e farne una giuria popolare, come nel processo penale USA. Per banalizzare, al Festival di San Remo c'erano le giurie popolari, ma poi chi decideva davvero era il mercato: chi più vendeva aveva più successo. S'immagina con quali criteri verrebbero scelti? Se lo immagina sì, non è vero? Se deve essere così, una parodia di democrazia, meglio lasciar perdere. ll paragone con le giurie dei Tribunali non mi sembra, in realtà, pertinente, perché il giudizio sulla vita, in qualche paese sulla morte, di un uomo, richiede un atteggiamento, un impegno, una tensione morale del tutto diversi. Mi auguro di non dovermici trovare mai.
Io parlo di invitare i cittadini TUTTI ad andare ad esprimersi su quale progetto sembri a loro più adatto tra quelli in gara.
Domanda pertinente la sua: a cosa serve la giuria tecnica se poi alla fine decideranno i cittadini? Io ho già risposto a questa domanda: rimettendo la decisione nelle mani del sindaco, che ho detto non essere un notaio, ma eletto con regolare voto per guidare la città. Lei dirà, ma è chiaro che il sindaco sceglierà il giudizio dei suoi futuri elettori. E' altamente probabile ma non scontato, perché possono esservi situazioni di grande equilibrio o di indeterminatezza in cui, tutto sommato, si può ritenere opportuno affidarsi agli esperti. Possono esserci pochi votanti, ad esempio.
E comunque la giuria tecnica sarà tanto più importante quanto più sarà autorevole, cioè quando apparirà, oltre ad essere, equilibrata. E credo che, sapendo del passaggio successivo, lo potrebbe davvero diventare.
Ma poi......lei vuole tutto scodellato e pronto? Non ho la presunzione di avere la formula chimica esatta in mano, so solo che i composti sono questi, ma non ne conosco le dosi. E chi le conosce!
So anche che i miei clienti il progetto lo vogliono vedere e discutere e criticare e cambiare. E diamo questa opportunità anche ai cittadini che sono i clienti delle opere pubbliche!
Why not?
Saluti

[Torna su]

Commento 7753 del 11/01/2010
relativo all'articolo Bruno Zevi due lustri dopo
di Sandro Lazier


Caro Cusano, non escludo affatto di poter coinvolgere i cittadini nella fase preliminare per conoscere le richieste, le necessità, i desideri dei cittadini. Però, dato che non mi piace affatto la demagogia e non mi piace l'ideologia della partecipazione, converrà che fare un progetto con 200 persone non sia proprio una passeggiata e può anche dare esiti catastrofici, per il fatto che c'è chi vuole partecipare e chi no, ma la democrazia non obbliga alla partecipazione quanto ad avere la possibilità di decidere.
C'è chi se ne sta volentieri a casa a guardare la TV o preferisce andare a cena con gli amici senza apprezzare le riunioni "condominiali", ma al momento di decidere ha gli stessi diritti degli altri.
Io credo che sia necessario acquisire i pareri dei cittadini, che sia sotto forma di focus-group o di sondaggio o di interlocutori privilegiati (vale a dire quelli che, notoriamente, in una certa zona sono rappresentativi) ma, alla fine le loro richieste potrebbero essere parziali, settoriali (commercianti o pensionati ad esempio) e non rappresenterebbero tutte le istanze, certamente non di coloro che sono rimasti a casa (la maggioranza).
In genere i risultati sono i seguenti: più verde (in una piazza?), meno auto ma più parcheggi e così via.
Io credo che sia molto più facile manipolare la gente nella fase preliminare ed è quello che avviene generalmente, ad esempio con i Piani Regolatori. Poi ci sono le osservazioni (il voto) in cui ognuno dice veramente quello che pensa.
Io credo che la maggioranza sia sempre silenziosa ma, messa di fronte ad una scelta, può essere indotta a mettere una crocetta sul progetto che a loro sembra più adatto o più bello.
Ma ci pensa a possibili riunioni in cui, alla fine del concorso, ogni architetto illustri il suo progetto! Ma non la intriga il fatto che ci sia un ritorno con i piedi per terra e, anche con un'opera pubblica, ci si debba confrontare con la gente? Almeno a livello di linguaggio (parlato e scritto) converrà che sarebbe una purificazione! Non parliamo poi del linguaggio architettonico! Non le sembra una esaltazione della figura dell'architetto (certo, in qualche caso anche uno sputtanamento, ma il rischio va corso).

Non viviamo in una Repubblica Popolare ma in uno Stato Democratico e ognuno deve essere libero di partecipare o meno e, ripeto, chi partecipa non ha maggiori diritti di chi non lo fa.
Il nostro paese ha una società civile non troppo forte e ogni iniziativa viene quasi sempre risucchiata dalle istituzioni.
Vuole un esempio?
Guardi le famose ronde. Erano nate spontaneamente, come bisogno dal basso, probabilmente svolgevano un loro ruolo senza creare problemi. Hanno voluto istituzionalizzarle; chi le esaltava a vanvera, chi le demonizzava ancora più a vanvera...ne ha saputo più niente? Forse saranno utili a chi tiene i corsi e riscuote per essi.
La mia esperienza nel campo delle cooperative edilizie, fatta quando erano vere coop e non immobiliari con altro nome, mi dice che la gente vuole decidere, eccome, ma fino a che non ha una proposta davanti le idee sono le più vaghe e generiche del mondo. Dopo ti massacrano. Però c'è da imparare.
Adesso mi sembra il momento di prenderci una tregua e tirare un po' il fiato.
Grazie

[Torna su]

Commento 7750 del 10/01/2010
relativo all'articolo Bruno Zevi due lustri dopo
di Sandro Lazier


Caro Cusano, cercherò di essere breve, altrimenti debordiamo.
Sul PD è chiaro, io, non essendo più addentro, mi limitavo ad un personale giudizio sulla fase finale, che confermo essermi piaciuta. Ho anche l'impressione che il segretario scelto sia, tra quelli in gara, quello che rappresenta meglio il PD attuale, anche se ammetterà che non è facile determinare l'anima di quel partito, ammesso che ce l'abbia.
Su Natalini, sì, è quello del Superstudio, ma oggi è alquanto cambiato, direi, e credo che lei lo sappia.
Avrei apprezzato un concorso su Natalini a parti rovesciate? Mi viene voglia di rispondere: impossibile, pensando come i partiti sulle leggi elettorali che le calibrano sulle loro convenienze (e ci mancherebbe altro che le facessero su quelle degli altri!). L'avrei apprezzato ugualmente come metodo, se non come scelta, anche se mi avrebbe messo in difficoltà.
Non prendo affatto l'Olanda come esempio di quasi niente perché sarà vero che fanno gli aborti sulle navi ma praticano l'eutanasia infantile negli ospedali e hanno consegnato parti intere del paese alla sharia, quella vera. Mi sembrano alquanto confusi in verità. Non mi piace neanche prendere esempi dagli altri paesi (ES: tutta Europa lo fa. E allora?) apprezzo singole scelte e non ne apprezzo altre, perché non credo alla perfezione, credo a quanto dice W. Churchill.
Sui referendum: se ho capito bene lei è stato radicale. Converrà che ne è stato fatto abuso. Ma non formalizziamoci troppo sulla forma di referendum previsto in costituzione. Qui si parla di votazione su un problema specifico: la scelta per la città. Non mi sembra un problema di carattere costituzionale chiedere ai cittadini: tra questi progetti quale ritenete più idoneo per Piazza Garibaldi?
Van Gogh sarebbe stato bocciato: è assolutamente certo (ma non è mica una novità che molti artisti siano stati ignorati in vita e scoperti da morti, e senza referendum), ma la città non è una tavolozza e negli ultimi decenni invece lo è diventata, e tutti i presunti e presuntuosi artisti a scarabocchiarci sopra. E' il momento di rimettere le cose apposto perché le tavolozze si possono conservare in cantina e se c'è un artista vero prima o poi lo si scoprirà; invece la città resta scarabocchiata e la gente vive peggio.
D'altra parte non c'è più il Principe, ma direi non c'è più il committente. Anzi l'unico committente è il mercato e dunque si allarghi il mercato e, invece di un monopolio tra finanza e "cultura" mediatizzata e istituzionale, si apra ai consumatori veri, cioè i cittadini.
Nessuna soluzione è tuttavia definitiva: oggi mi sembra assolutamente il momento di questa soluzione, per evitare il peggio.
Riflettiamo sul metodo. Tanto lo faremo solo io, lei e Pacciani!
Cordiali saluti
PP


[Torna su]

Commento 7743 del 09/01/2010
relativo all'articolo Bruno Zevi due lustri dopo
di Sandro Lazier


Gentilissimo Cusano, la ringrazio per la sua risposta di cui apprezzo molto il tono di apertura al dialogo.
Lei chiede a me e ad Andrea Pacciani di approfondire la proposta ed io sono il primo a riconoscere, contrariamente a quello che fa spesso la politica, che alle idee devono seguire i fatti, ai principi i metodi per attuarli.
Se il livello generale della discussione fosse a questo punto, se ci fosse cioè una certa, non dico larga, condivisione sulla proposta generale, sarebbe davvero il momento di sedersi intorno ad un tavolo, anche virtuale, e mettersi ad approfondirla. Temo non sia così.
Tuttavia le dirò quello che penso e che ho sempre detto.
Intanto non è assolutamente una novità perchè esperienze ve ne sono, non molte ma esistono. Io stesso ho sentito l'architetto Adolfo Natalini che ha raccontato la sua storia a Groningen in Olanda dove ha potuto vincere, ribaltando il giudizio della commissione, grazie al voto popolare.
In quel caso è andata in questo modo: la giuria tecnica aveva stilato una graduatoria e Natalini era abbastanza lontano dalla vetta (certo, immagino che non fossero gli immorali concorsi caravan-serraglio come quelli in Italia, con 50, 100 studi e quindi 150, 300 persone a lavorare gratis per un progetto che non verrà attuato). I progetti sono stati sottoposti a giuria popolare e Natalini ha raccolto circa l'80% dei consensi. L'amministrazione è stata costretta, disse lui, ad affidargli l'incarico.
Peraltro, se conosce il progetto, regolarmente eseguito, è stata una fortuna, per Natalini ma credo anche per la città.
Ora, lei che è una persona precisa, vorrebbe però sapere: come è avvenuto il voto? Con quali procedure? Lei cita infatti le primarie PD ritenendole un pò confusionarie e manipolate. Personalmente, che non voto PD, le dico invece che ho apprezzato molto quelle primarie, le ultime per i segretario nazionale intendo, perché mi sono sembrate "vere" e guidate da uno spirito giusto. Forse il metodo politicamente non è perfetto ma credo che dipenda da problemi di sostanza politica del partito, non tanto dalle procedure. Il consenso è stato organizzato attraverso movimenti che lei ritiene non del tutto limpidi? Ma questo fa parte della lotta politica e la democrazia non è uno strumento perfetto!
Tornando ai concorsi. E' certo che l'Olanda è davvero un altro mondo rispetto all'Italia: là le elezioni politiche si svolgono non nelle scuole, come da noi, con la polizia fuori a vigilare, ma nei luoghi più disparati, comprese le case private e i pubblici esercizi. Eppure i brogli ci sono anche da noi.
Però dobbiamo tenere conto sempre dell'oggetto del voto: cioè un progetto per la città, un edificio pubblico, una piazza, una strada, un parco, un lungomare, ecc.
Dietro i concorsi d'architettura ci sono interessi in gioco ma molto di casta, limitati, e certamente non capaci di mettere in moto masse di voti teleguidati.
Nei concorsi cui ho partecipato nella mia città ha quasi sempre fatto seguito una mostra, pubblicizzata in genere dall'ente banditore, cioè il comune. Ora se la mostra fosse fatta con un funzionario che raccoglie le firme, esattamente come alla primarie del PD dove non credo ci siano i certificati elettorali o i notai, e i cittadini fossero invitati a lasciare il loro voto io non ci vedrei niente di strano.
Certo, per i progetti più importanti occorrerebbe un vero e proprio referendum (a Firenze è avvenuto per la tramvia, ed è servito a qualcosa) ma non per dire SI o NO quanto per scegliere tra una gamma di progetti. Ma quale manipolazione si può fare in un campo come questo? Un partito che sponsorizza un architetto? Ha altro a cui pensare quel poco che è rimasto dei partiti!
Il vero problema tecnico-culturale-politico che io vedo viene prima, cioè nel concorso vero e proprio. Non ho dubbi: niente falso anonimato. Credo anche che la giuria tecnica dovrebbe stilare una graduatoria ma tutti i progetti, salvo quelli irregolari, dovrebbero andare in votazione. Sa perché? Perché i nostri giurati non solo tendono a fare vincere gli amici, ma anche a premiare progetti analoghi a quelli degli amici, per dare corpo al loro giudizio, non tenendo minimamente conto di progetti diversi che a loro non piacciono ma che i cittadini potrebbero invece apprezzare. Il voto potrebbe determinare un'altra verità e l'amministrazione, cui io lascerei la scelta finale, perché la democrazia rappresentativa prevede che il Sindaco non faccia il notaio ma prenda decisioni, dovrebbe assumersi la responsabilità della scelta finale.
Niente a che vedere con la Merloni e il Codice Appalti, figlie di tangentopoli e del giustazialismo di ritorno, illusione pericolosa e anti-democratica di una onestà imposta per legge, una sharia in chiave italiana, l'applicazione di un codice morale generalizzato in forma legislativa.
Le ho detto quello che penso e che non pretende certo di essere una risposta definitiva.
Perchè darebbe digni

[Torna su]

Commento 7738 del 09/01/2010
relativo all'articolo Bruno Zevi due lustri dopo
di Sandro Lazier


A Giannino Cusano dico che non deve aspettare la cicogna per "l'urbanistica partecipata" dato che è arrivata da tempo, almeno in Toscana, con Legge urbanistica regionale.
Solo che è una partecipazione istituzionalizzata e guidata dall'alto, fatta solo per governare e organizzare politicamente il consenso, potersi presentare con le carte formalmente in regola e le mani pulite e dire: i cittadini sono stati informati. Non certo per fare scegliere i cittadini.
Per fortuna che c'è una legge nazionale che ancora prevede le "osservazioni", attualmente unico, reale strumento di partecipazione al piano.
Per i concorsi d' architettura l'unico modo per ridare dignità e autorevolezza alla professione e alla progettazione, dunque all'architettura, non c'è che il referendum, dopo che una giuria tecnica ha espresso il suo giudizio. Così si evita lo scandaloso fenomeno dello scambio di figurine perpetrato tra architetti giurati e architetti partecipanti, prassi che tutti conosciamo bene ma che pochi denunciano, e si può far decidere coloro che hanno titolarità a farlo, cioè i cittadini.
Chi ha paura del giudizio popolare?
Quanto mi piacerebbe una risposta a questa domanda!
Cordiali saluti


[Torna su]

9/1/2010 - Sandro Lazier risponde

Io, da convinto democratico, temo molto il giudizio popolare.
Perché non è mai un giudizio critico ma morale.
Così come, in tribunale, vorrei farmi giudicare laicamente (i reati da una parte; i peccati dall’altra) anche in questo caso vorrei affidarmi ad un sistema massimamente “critico”, il più possibile immune dalla demagogia. Pensi se i quadri di Van Gogh fossero stati, all’epoca, sottoposti a referendum: quanti se ne sarebbero salvati?
Ho già espresso più volte il mio parere sui concorsi: palesi, dove giudici e giudicati illustrino e dibattano pubblicamente opera e verdetto. Sarebbe già un gran passo avanti nel senso della partecipazione e della responsabilità delle scelte.

Un’ulteriore considerazione. Un giudizio che comporta delle conseguenze non può essere immune da responsabilità. La responsabilità è sempre personale. Ne consegue la natura astratta del “giudizio popolare", irresponsabile per la sua natura indistinta e quindi impersonale.

Commento 7736 del 08/01/2010
relativo all'articolo Bruno Zevi due lustri dopo
di Sandro Lazier


Non voglio parlare di Bruno Zevi per evitare sterili polemiche.
Mi piace invece l'intervento di Andrea Pacciani. Lei dirà, gentile Lazier: ovvio.
Sì, ovvio, come è ovvio che a Carlo Sarno piace il suo. Dunque, al massimo ci mettiamo in pari.
Lei dice, citando Zevi, che l'arte è sempre contemporanea e io sono d'accordo. E non potrebbe essere diversamente, dato che anche questa affermazione è ovvia.
E' contemporaneo Botta, non so se sia artistico ma è un contemporaneo che non mi piace molto, anche se gli riconosco alcuni passati meriti.
E' contemporanea Zaha Hadid, anche se mi non piace affatto, ed è un po' troppo artistica per i miei gusti. Infatti progetta sculture futuriste e non edifici.
E' contemporaneo Léon Krier, che a me piace abbastanza, anche se non saprei dire se sia un artista, se non quando fa i disegni, che a me sembrano artistici.
Quando abbiamo detto contemporaneo non abbiamo assegnato all'evento architettonico niente altro che una qualificazione temporale, e a me va bene in questo senso perché così hanno pari dignità i progetti di Krier e quelli di Hadid, in quanto entrambi espressioni della contemporaneità, cioè del nostro tempo.
Ma è evidente che c'è una grande differenza tra i due progetti. Ora, mi sembra di capire che lei attribuisce a quelli di Krier (l'ho tirati in ballo io sia Krier che Hadid, non lei, ma è solo un esempio) il valore della musica orecchiabile, quindi più facile, quindi più popolare e perciò stesso più rozza. Mentre quelli della Hadid sono più alti, raffinati, elitari, solo per orecchi adatti.
Vorrei però fosse chiara una cosa: non essendo io né populista né demagogico né sprovveduto, so benissimo che esistono vari livelli di godimento e fruizione dei fenomeni artistici, in funzione di una sorta di allenamento, altrimenti detto livello culturale e capacità critica, ma c'è un problema di non poco conto che viene spesso trascurato: l'architettura non è propriamente arte, o almeno non è solo arte, lo può diventare solo in rarissimi casi e come rara eccezione. E lo è tanto meno arte quanto più è figlia di una unica figura, cioè l'architetto.
Una cattedrale gotica è certamente arte, perché è frutto di un lavoro collettivo di molti artisti che hanno concepito l'architettura in modo non separato dalla decorazione, dalla scultura. Una cattedrale gotica ha un simbolismo che è oggi difficilmente comprensibile in maniera completa da chiunque. esperti compresi. Però di una cattedrale gotica quasi tutti, se non proprio tutti, sono in grado di apprezzarne la bellezza. Perché? Diciamo che è orecchiabile, è un godimento non riservato a pochi ma a tutti. Ed è apprezzata anche dall'elite culturale.
Un progetto della Hadid, invece, potrà stupire tutti per le sue forme, diciamo così, avveniristiche, come può stupire tutti l'inutile grattacielo alto più di 800 metri, al pari di tutti i fenomeni strani, inusitati o mostruosi che stupiscono e anche affascinano.
L'architettura della Hadid, e tutta quella di quel genere lì, è un fenomeno solo elitario (a parte l'evento mediatico, che abbassa però il livello culturale e lo riporta a quello del Grande Fratello).
L'architettura di Krier (non ne ha fatta moltissima in verità) è anch'essa orecchiabile, non quanto le cattedrali gotiche forse, ma comunque abbastanza.
Perchè?
Perché l''architettura non è pittura, non è nemmeno scultura, anche se ha a che vedere con lo spazio; l'architettura ha la caratteristica della utilitas, serve, ha una funzione, quella di costituire la struttura di base dell'ambiente di vita sociale dell'uomo. E' per questo che l'architettura appartiene a tutti ed è per tutti e non solo per suoi autori e per una ristretta cerchia di esperti o appassionati, che anzi spesso la rifuggono e la snobbano. Nell'architettura di Krier, o di quel genere lì, la gente avverte la presenza, senza magari concoscerle, della firmitas, della venustas e, soprattutto, della utilitas, cioè del fatto che quella è la casa dove vivere.
Oddio, anche gli architetti in genere costruiscono stramberie per gli altri ma vivono in belle case antiche, con ciò dimostrando di appartenere a pieno titolo alla razza umana.

Ed è per tutto questo che anch'io, come Andrea Pacciani, trovo assolutamente naturale che nei concorsi si debba esprimere la città. L'architettura non è materia da esperti, o meglio non lo è nella fase decisionale. Non è nè illusione nè utopia ma una laica, semplice, naturale osservazione della realtà delle cose.

Cordiali saluti




[Torna su]

Commento 7635 del 02/12/2009
relativo all'articolo Conservatori del moderno e moderni conservatori
di Sandro Lazier


Non voglio importunare più di tanto, ma questo articolo di Marco Romano sul Corriere mi sembra che chiuda il discorso sui boschi in piazza.
http://www.selpress.com/cesar/immagini/021209R/2009120238826.pdf
Saluti
Pietro

[Torna su]

Commento 7631 del 30/11/2009
relativo all'articolo Conservatori del moderno e moderni conservatori
di Sandro Lazier


Sul bosco incantato del mago Zurlì vi segnalo questo articolo:
http://www.selpress.com/cesar/immagini/301109R/2009113037519.pdf
A me sembra, quella di Abbado, un vero e proprio ricatto ideologico in chiave conformista: volete la star? L'avrete solo se voi, gente di destra, magliari insensibili all'ambiente e al verde, vi inchinerete al Maestro e all'ideologo. Se abboccano affari loro, io non abito a Milano.
Bizze da primadonna...politicamente corrette!
Saluti
Pietro

[Torna su]

Commento 7625 del 27/11/2009
relativo all'articolo Conservatori del moderno e moderni conservatori
di Sandro Lazier


Sul boschetto in Piazza Duomo a Milano, e su tutti i boschetti in genere che molti vorrebbero collocare nei centri storici, sono assolutamente d’accordo con Mario Galvagni. La città contemporanea e l’uomo hanno sì bisogno di natura al proprio interno, che siano parchi urbani, parchi di quartiere, intimi angoli di vicinato, giardini privati e quant’altro ma lo spazio pubblico storico non tollera boschetti.

La città è lo spazio antropizzato per definizione e la città storica è la città per definizione, mentre il bosco è natura alla stato puro, quella che l’uomo ha combattuto per ricavare spazio per sé, per le sue città, per l’agricoltura e poi per la produzione; un bosco non può dialogare direttamente con una piazza perché le due parti sono, filosoficamente, l’esatto contrario: o vince l’una o vince l’altra. Quando una città decade e poi muore viene risucchiata dalla natura che se ne riappropria, come si riappropria delle colline non coltivate o abbandonate, quindi collocare un bosco in uno spazio fortemente costruito e strutturato è il simbolo di una sorta di minaccia alla sopravvivenza della città. Del tutto diverso è il caso di un bosco all’interno di un parco, perché assolve a molte funzioni essenziali per l’uomo, che è parte della natura.

E’ stupefacente che Renzo Piano abbia dato credito ad un’operazione conformistica di pura immagine e senza alcun beneficio reale, fatta in ossequio ad un’ideologia che, esaltando una natura immaginaria, nella sostanza è contro l’uomo e contro la sua storia fatta, come afferma Galvagni, di una lotta secolare non per affrancarsene, che non è possibile né auspicabile, ma per dominarla e piegarla ai propri bisogni.
Anche quando io ero piccolo c’era la festa dell’albero, con la relativa retorica, ma serviva ad esaltarne l'utilità per l’uomo e, soprattutto, non veniva piantato in piazza.
Saluti
Pietro

[Torna su]

Commento 7599 del 13/11/2009
relativo all'articolo Architetti, crisi e architettura
di Sandro Lazier


Devo dire che i convegni, salvo rari casi, sono una sicurezza, nel senso che non producendo novità di sorta ci concedono un rassicurante senso di tranquillità. Anche questo non sfugge alla regola, salvo su un punto che, devo ammettere, è raro ascoltare. Ma procedo con ordine.
Sulla “formazione” sono d’accordo con Sandro Lazier, anche se con motivazioni diverse: non è nemmeno da ipotizzare in regime ordinistico. Se la professione fosse organizzata con un sistema associativo nel quale ogni architetto potesse “scegliere” se e a quale organizzazione aderire, allora la “formazione” sarebbe una libera scelta e niente da dire. Ma essendo impossibile non essere iscritti all’ordine se si intende esercitare la professione di architetto, la formazione diverrebbe obbligatoria e, tenuta dagli ordini stessi, diventerebbe ipso facto una mera operazione burocratica, economica e di auto alimentazione del potere dell’ordine sull’iscritto. Si dica allora che non esiste la libera professione, come ad esempio i medici di base cui poco è rimasto di libero, e che diventiamo tutti funzionari convenzionati con lo stato, se non dipendenti. Potrebbe essere comodo di questi tempi diventare “architetti condotti”, con relativo stipendio, ma non ci fa fare un passo avanti.
Non sono invece affatto d’accordo sui timori di Lazier che fonda la professione di architetto su basi “creative” ma questo è un altro discorso che sarebbe lungo affrontare, anche se concordo sul fatto che una disciplina (che non esiste in verità e ce ne sarebbe bisogno) non può essere affidata, al solito, ad un organismo obbligatorio come è l’ordine. Comincio a credere che anche la scuola obbligatoria, anche se fondata su motivazioni nobili, sia una violazione della libertà individuale e delle famiglie, figuriamoci se posso essere d’accordo con l’obbligo dell’educazione permanente per gli adulti e gli anziani!
Vorrei poi ricordare a Lazier che la “formazone” non è figlia dell’ultimo anno del “governo conservatore”, ma è un cavallo di battaglia della sinistra che, con le sue varie organizzazioni, sindacati in prima linea, ha fatto di questa uno dei business del secolo. E anche l’Europa non scherza quanto a contributi economici in tal senso. Dunque mi permetta di dire che la sua analisi in questo punto è profondamente sbagliata. Purtroppo il governo non è sufficientemente “conservatore” e ha il difetto di avere assimilato molti dei vizi di quello “progressista”, dato che il business evidentemente non ha partito.
Il punto veramente nuovo è quello del confronto e della competizione. Sentir dire: ”Essere rivali nella ricerca della qualità, essere rivali nel confronto culturale e delle idee, confrontarsi sui risultati e sui successi significa essere attori di un mondo di valori positivi. In quel mondo a cui a volte guardiamo persino con dolore non sono più bravi di noi. Lo sono diventati, perché hanno scelto di sfidarsi sul terreno delle idee e non sul terreno dei fatturati o addirittura su quello delle vanità che rappresentano il gradino più basso della dignità umana perduta”. Perfetto ma, non per volere a tutti i costi fare distinguo, anche il fatturato conta, eccome. Non riconoscere un valore economico al nostro lavoro, e quindi non confrontarsi anche su di esso in una logica di leale concorrenza, significa condannarci a guardare agli altri ancora con dolore. Significa non riconoscere le differenza tra uno studio e l’altro e quindi ritornare all’assurda concezione insita nel sistema ordini stico che tutti siamo uguali. Non è così. C’è chi può fare ottimi progetti a costi inferiori di altri; è una condizione di assoluta normalità in un sistema economico come il nostro. Continuare nel lamento delle tariffe (tranquilli, le stanno reintroducendo) significa restare nell’ambito di un sistema corporativo e protetto fuori dalla realtà. Diverso è il caso di porre limiti ai ribassi, ma la parola ribasso non ci può fare paura.
Dove invece non seguo affatto Lazier è in quella lunga e artificiosa definizione di ciò che è di destra e ciò che è di sinistra. E’ come la metropolitana che sarebbe di destra e la tramvia di sinistra. A Firenze posso dire che la tramvia è venuta proprio male e pare che anche l’alta velocità interrata non prometta bene: sono di sinistra ma le hanno sbagliate proprio tutte.

Oppure “L’architettura è una bestia strana che tiene insieme conservatori di destra e di sinistra, per cui molti progetti di destra vengono promossi da eminenti personalità della sinistra” è ovviamente reversibile e varrebbe lo stesso. Meglio evitare queste schematizzazioni.

Saluti
Pietro

[Torna su]

Commento 7560 del 22/10/2009
relativo all'articolo Opere faraoniche e tragedie annunciate 3
di Leandro Janni


Vilma, davvero questa volta ci troviamo d'accordo, anche se con qualche distinguo. Il ponte è come la ruota, vai a capire chi l'ha inventato per primo. Il gesto di un bambino che butta un sasso in un ruscello per superarlo senza bagnarsi le scarpe contiene già in sè l'idea di ponte. Il ponte, prima che un significato simbolico, che è grande, è una necessità, oggi come ieri. Il ponte sullo stretto non sfugge a questa regola: tra un'ora e mezza di tempo (se va bene) e 5 minuti (se va male) non c'è gara possibile. Quanto costa (tra tariffa traghetto e tempo) fare un trasporto da Milano a Reggio e uno da Milano a Messina, e viceversa?
Quanto incide nella mentalità del turista un viaggio di dieci ore, a rischio di attese più lunghe all’imbarco, rispetto ad un viaggio di 8 ore e mezzo? Non c’è gara, proprio non c’è gara.
Qual'è il problema dunque? Tralasciando i soldi, le difficoltà tecniche, le VIA, la qualità del progetto, il "ma prima è necessario che...", il governo che lo ha deciso, e quant'altro, a me sembra che il primo problema stia nel fatto fondamentale se i siciliani lo vogliono oppure no.
Quando dico siciliani non mi riferisco ai politici ma ai cittadini comuni. Un ponte che unisce l’isola al “continente” non è un ponte qualsiasi perché credo sia capace di modificare la percezione del “continente”.
E anche se mi sbagliassi, ed è possibile, tuttavia credo che i siciliani dovrebbero esprimersi, a meno che non l’abbiano già fatto e io non l’ho saputo, ed anche questo è possibile. Sono loro che ne godrebbero i vantaggi o ne subirebbero gli effetti negativi.
A quel poco che so non c’è grande entusiasmo, non so se per il ponte in sé o per lo scetticismo sulla sua realizzazione.
Vilma, quel manifesto non so se sia uno scherzo, e allora sarebbe divertente, o se sia serio, e allora sarebbe delirante. Non perché vuole salvaguardare il nostro paesaggio, ma perché tale salvaguardia non può essere così assoluta, generalizzata e ottusa. Esiste una gerarchia di valori da rispettare.
Inoltre è chiaro che le infrastrutture sono una necessità e le grandi opere di ingegneria (ponti, dighe, ferrovie, ecc) non si distinguono per lo stile antichista o modernista ma proprio per la loro qualità e coerenza specifica tecnica e strutturale. Salvo non siano gratuite, un po’ come i viadotti di Calatrava a Reggio Emilia, in cui le dimensioni degli archi mi sembra appartengano più al genere architetto che vuole lasciare il segno che ad una necessità. Insomma, mi sembra che vi sia molta sovrastruttura superflua.
Ciao
Pietro

[Torna su]

Commento 7520 del 15/10/2009
relativo all'articolo Opere faraoniche e tragedie annunciate 2
di Leandro Janni


Mi spiace, ma lei non risponde alle mie domande perchè non vuole leggere ciò che scrivo. Credo,a questo punto, sia sinceramente inutile continuare ad offendere le nostre rispettive intelligenze.
Noi due siamo (stia attento, ho detto SIAMO) lo specchio della catastrofe italiana: da una parte un potere culturale e politico in disfacimento totale che arriva ad appellarsi ad Obama (il quale palesemente non c'entra un piffero con le nostre beghe) come ultima speranza possibile cui riferirsi, nell'impossibilità di trovarne una credibile in casa propria, dall'altra una forza grande che però è costretta a muoversi a spintoni e spallate, nell'impossibilità di poter discutere serenamente dei mali che ci affliggono.
Lei non è contro il Ponte in sè, non una ragione ha addotto, lei è contro ogni cosa proposta da Berlusconi, io non sono a favore del Ponte, di cui anzi nutro dubbi, ma sono costretto a difenderlo di fronte al vuoto di motivazioni contrarie che sento.
Se continuassimo a scriverci finiremmo coll'offenderci inutilmente perchè non ci capiremo mai e non c'è alcun motivo plausibile per farlo.
Quindi lei continui a credere di essere uno strenuo difensore dell'ambiente e un paladino della "legalità", io continuerò, ma non con lei, a fare domande, sperando di ottenere qualche risposta coerente con l'argomento.
Saluti
Pietro

[Torna su]

Commento 7513 del 13/10/2009
relativo all'articolo Opere faraoniche e tragedie annunciate 2
di Leandro Janni


Mi scusi se insisto sig. Janni ma ho da farle un'altra domanda (non mi scambi però con Repubblica che ne ha fatte molte di più):
Lei dice che è scriteriato aumentare del 20% le cubature delle abitazioni, una catastrofe ambientale, un grande "consumo di suolo", come va di moda oggi dire. Può anche darsi che lei abbia ragione, non posso confutarlo perché non conosco la situazione siciliana ma.... le stesse cubature approvate con legittimi strumenti urbanistici, ancorchè regolari (cioè contrattate politicamente) diventano per ciò stesso buone?
Non le sembra che siamo sempre al solito scambio tra metodo e merito, tra forma e sostanza, tra luogo comune e pensiero?
Caspita, Repubblica fa scuola anche tra i suoi ex lettori
Saluti
Pietro

[Torna su]

Commento 7503 del 10/10/2009
relativo all'articolo Opere faraoniche e tragedie annunciate
di Leandro Janni


Mi scuso per un errore di battitura che potrebbe fare pensare a chissà cosa:

RE non è un acronimo di qualche brutta parola nè significa Regolamento Edilizio è solo uno strano errore non spiegabile al posto del quale avrebbe dovuto esserci: "prefiche", per cui la frase corretta è:

"Ebbene se fosse stato realizzato e domani accadesse qualcosa di analogo a quanto è accaduto a Messina non dubito ci sarebbero le solite prefiche a gridare alle stelle sull'abusivismo edilizio".

Pietro

[Torna su]

Commento 7502 del 09/10/2009
relativo all'articolo Opere faraoniche e tragedie annunciate
di Leandro Janni


Ottobre 2001. Vado in Sicilia, a Noto, con un amico geometra, entrambe invitati da un suo amico. Ci chiede di fare un progetto di lottizzazione in un'area C adiacente alla sua abitazione. Svolti i preliminari di rito, si conviene che eseguirò il progetto ma senza seguire gli aspetti burocratici, date le difficoltà dovute alla presenza di altro proprietario in piccola quota, recalcitrante per alzare il prezzo e dato che le dimensioni dell'intervento non erano tali da giustificare i costi di una prestazione a distanza di oltre 1000 chilometri.
Terreno in posizione notevole ma.....con un piccolo problema: pendenza circa 15% e forma allungata ma non lungo le curve di livello quanto in direzione della massima pendenza. Sopra la strada a monte un insediamento storico cresciuto intorno ad un convento.
Torniamo a casa, faccio il progetto, lo invio e, dopo avere avuta qualche notizia sulle difficoltà con l'altro proprietario i legami si allentano e, ad oggi, non so se è mai andato avanti nè se sia mai stato realizzato.
Ovviamente mai visto un euro ma in compenso ho fatto un viaggio e mi sono divertito a fare un progetto e a sognare che qualcosa di mio rimanesse a Noto, anche se non proprio nella splendida città barocca.
Ebbene se fosse stato realizzato e domani accadesse qualcosa di analogo a quanto è accaduto a Messina non dubito ci sarebbero le solite RE a gridare alle stelle sull'abusivismo edilizio.
E INVECE NO, SAREBBE TUTTO LEGITTIMO E AUTORIZZATO E CONFORME AL PRG, regolarmente redatto da più di un architetto, con relazione geologica allegata, immagino, approvato da un consiglio comunale e suppongo dalla regione. Tutti i crismi della legittimità.
Due domande al nostro ambientalista ideologico:
- perché la sinistra ha perduto il senso di realtà e scambia il metodo per il merito, la forma per la sostanza, i luoghi comuni per il pensiero?
- perché invece che argomentare e rispondere alle mie eccezioni preferisce ancora buttarla sui luoghi comuni e, senza alcuna ironia, scivolare nella pura offesa?
Ah già, dimenticavo, non basta cambiare nome e colore per perdere l'antico illiberale vizio di denigrare il "nemico".
Lei è solo un piccolo burocrate e mi ha proprio scocciato.
Pietro Pagliardini

[Torna su]

Commento 7494 del 08/10/2009
relativo all'articolo Opere faraoniche e tragedie annunciate
di Leandro Janni


Non volevo commentare l'articolo che ha la caratteristica di mettere insieme una serie di osservazioni tutte giuste, tutte ripetute migliaia di volte, tutte così piene di apparente buon senso da poter anche essere in realtà una serie di luoghi comuni così lunghi da non poter essere riuniti neanche con un ponte lungo quanto quello sullo stretto. Non volevo commentare per non fare il solito bastian contrario, ché alla lunga viene pure a noia. Poi ho letto i commenti di Vilma Torselli e quelli di Enzo Marrucci e mi sono fatto coraggio: vuol dire che arriverò buon terzo.
Anch'io credo che confondere il ponte con il dissesto idro-geologico appartenga alla serie del "ci sono ben altri problemi" che è venuta proprio a noia perchè, non fosse altro, denuncia una certa incapacità italica, generalmente comune alla stampa, di restare sul pezzo. A scuola un atteggiamento del genere comportava in italiano un brutto voto per essere andati "fuori tema".
Tornando al tema, pur dichiarando di saperne ben poco di dissesti idrogeologici, direi che nel caso specifico ci sono più cause ed effetti:
- una cosa è l'intubamento del torrente, con annesse costruzioni praticamente sopra lo stesso (e pare anche regolari e facciamola finita con l'abusivismo perché la legittimità giuridica non ha niente a che vedere con la sostanza delle cose), che in caso di eventi straordinari (esistono gli eventi straordinari, anche se sembra duro ammetterlo) bloccano il deflusso dell'acqua con conseguente esplosione del condotto e ovvio allagamento;
- altra cosa è la frana su cui sono davvero ignorante ma che, a occhio e croce, è causata anche dall'abbandono delle campagne, con conseguenze interruzione della micro-regimazione delle acque, che il contadino faceva con sapienza e fatica, e dal disboscamento, probabilmente causato dagli incendi.
Questa non vuole essere una giustificazione per chi avrebbe dovuto mettere in sicurezza la collina ma ci indica che quello che è avvenuto a Messina può avvenire ovunque in Italia e, come ha già detto qualcuno, mi pare Vilma, non è realistico pensare di "mettere in sicurezza" tutto il territorio nazionale.
Nessun governo, per ricco che fosse, può permetterselo e, se potesse permetterselo, non dovrebbe fare altro e allora apparirebbero altre emergenze. Negli USA esistono migliaia di ponti tutti appartenenti alla stessa categoria, che sono a rischio crollo, eppure neanche loro sono in grado di "metterli in sicurezza" tutti insieme.
Quindi un minimo di senso della realtà, invece della solita indignazione di maniera, non farebbe niente male: c'è il terremoto, muoiono persone, la colpa di chi èi: del nostro patrimonio edilizio che non è stato adeguato sismicamente. Insomma, la priorità è alla sismica. Avviene una frana e la priorità si sposta alla sicurezza idrogeologica.
Una priorità variabile come il tempo, la nostra.
Proposte? Non è ne ho, sono l'unico in Italia a non avere proposte, come sono uno dei pochi in Italia a non fare l'allenatore della nazionale di calcio al posto di Lippi, perché non mi piace il calcio.
Però le denunce tanto indignate quanto scontate mi sono venute a noia, come la gita fuori porta per pasquetta, l'esodo di ferragosto e "le stagioni non sono più quelle di una volta".
Saluti
Pietro

[Torna su]

Commento 7437 del 17/08/2009
relativo all'articolo Difendere la tradizione dai tradizionalisti
di Sandro Lazier


Commentare questo articolo è difficile, almeno per me, perché a discorrere di tradizione in senso generale corro il forte rischio di scadere nel luogo comune. In questi giorni poi di campagne politiche estive sull’inno nazionale e sui dialetti da insegnare a scuola il rischio rischia di diventare certezza e dà ragione, in fondo, a chi dice “la tradizione viene vista più come un elemento retorico utilizzato da gruppi di individui per rafforzare una propria identità collettiva, in particolare per essere utilizzata in contrasti con altri gruppi sociali."
Di primo acchito, invece, mi viene da pensare che “difendere la tradizione dai tradizionalisti” sia, questo sì, un artificio retorico un po’ subdolo per appropriarsi delle armi dell’avversario e con ciò annullare l’avversario stesso. Questo non sarebbe un problema, visto che non c’è nessuna guerra personale in corso, se non fosse che a perdere sarebbe proprio la tradizione stessa e l’architettura rimarrebbe in mano a coloro che la ignorano (la tradizione). Se infatti la tradizione non la difendono, o non ne sono capaci, i tradizionalisti come possono farlo coloro che scientemente l’hanno cancellata in quanto ritenuta inutile e sorpassata fino al punto di ricominciare daccapo e fondare in laboratorio una nuova architettura?
Come può candidarsi ad esserne autentico custode e interprete chi crede che l’uomo del nostro tempio sia altro dall’uomo di appena un secolo fa, quasi avesse subìto una mutazione genica e per questo gli ha cancellato e azzerato ogni riferimento (architettonico, spaziale e urbano) non tanto alla “tradizione”, se banalizzata a livello di pro-loco, ma al patrimonio culturale accumulato dall’uomo nel corso di secoli di lavoro e di ingegno per adattare l'ambiente al proprio benessere fisico e psicologico?
Ma detto questo non posso eludere il problema di come la tradizione possa innestarsi nella contemporaneità affinché non inizi “la marcia verso la disumanità”.
Intanto dico che quanto Benjamin afferma, può essere tranquillamente rovesciato nel suo contrario “In ogni epoca bisogna cercare di strappare il presente al conformismo che è in procinto di sopraffarlo” e rimanere altrettanto vero, dato che è davvero raro trovare maggior conformismo, direi fino alla noia, nella tiritera continua della creatività, dell’esaltazione dell’invenzione e del rinnovamento! Dunque occorre non fidarsi troppo delle parole, specie quando sono double-face.
Inoltre vorrei evitare ogni discussione sul nuovo e sul vecchio. Adorno mostra di dare grande importanza a questi due termini che, in realtà, non esprimono nessun giudizio di merito ma sono pura qualificazione temporale. E’ un vizio, a mi avviso grave e questo sì conformista, quello di contrapporre il nuovo al vecchio, anche questo speculare a quello di coloro che rimpiangono il tempo che fu. E’ un po’ il contraltare di “le stagioni non sono più le stesse”; mitizzazione dell’ieri e mitizzazione dell’oggi, memoria deformata la prima, negazione della memoria la seconda. Vizio diffuso in ogni campo, in politica soprattutto, dove in realtà porta sempre a rapidi e disastrosi fallimenti proprio per la mancanza di merito e valore nel concetto di nuovo in sé; diventa addirittura pericoloso in campo bioetico dove “la marcia verso la disumanità” è cominciata da tempo e dove, per mancanza di memoria, si va inesorabilmente verso azioni che fino a non molto tempo fa evocavano esperimenti mostruosi su innocenti e che erano rappresentati tutti in nella figura di un medico diabolico; il tutto giustificato con la necessità del nuovo (allora nuova razza, oggi nuovo uomo).
Dunque il temine tradizione in campo architettonico, di cui anch’io faccio largo uso, assolve alla funzione di “comunicare” una distinzione con il pensiero architettonico dominante (mi riferisco a quello del mondo culturale, degli architetti, dei media, dell’università, di quello, cioè, che appare e che forma e informa i presenti e futuri architetti) e, in questo senso, serve anche ad esercitare una contrapposizione tra gruppi. Io, poi, a questa contrapposizione credo particolarmente, ne sono addirittura un fautore, per due motivi fondamentali:
il primo perché non può esserci dialogo equilibrato tra una maggioranza bulgara e una piccolissima minoranza carbonara;
il secondo perché appartengo ad una generazione che porta il marchio indelebile della politica e difficilmente riesco a fare astratte disquisizioni non finalizzate ad un risultato, a breve, a medio o lungo termine che sia.
Dunque assumo il termine “tradizione” come mio, pur sapendo che si porta dietro una serie di scorie negative, per farmi capire meglio, per distinguermi da altri. Ma anche per il fatto che è certamente migliore e più vero del termine “antico”. La differenza tra architettura “antica” e architettura “tradizionale” è fondamentale, perché la prima esprime, prima di tutto una datazione consolidata e non può prescindere da uno “stile” architettoni

[Torna su]

Commento 7266 del 04/06/2009
relativo all'articolo Utilità e inutilità dell'arte
di Sandro Lazier


A Sandro Lazier.
La ringrazio molto e le dico che quando parlavo di tono ultimativo mi riferivo esclusivamente a questo specifico articolo e non lo avevo inteso come esteso al giornale.
D'altronde mi sarebbe anche dispiaciuto perché io faccio il provocatore, educato ma rompiballe, e, nei limiti del poco tempo disponibile, non ho mai rinunciato a provocare qui, dove di materia del contendere non ne manca affatto.
La saluto

[Torna su]

Commento 7264 del 03/06/2009
relativo all'articolo Utilità e inutilità dell'arte
di Sandro Lazier


A Sandro Lazier.
Poiché ormai a me sembra che le relative posizioni siano chiare e la sua risposta è improntata ad un tono decisamente ultimativo, le scrivo non per un inutile ping-pong su cose ormai dette quanto per il fatto che lei mi attribuisce una “deriva” relativista (deriva è termine odioso perché sprezzante e di condanna morale totale, fatta da chi si erge a censore e supremo giudice, ma io voglio credere che in questo caso sia solo una semplificazione linguistica).
Ora è singolare che lei che riconosce pari valore al sentimento di appartenenza nei confronti dei luoghi di vita sia agli abitanti di una parte di città fortemente strutturata come il centro storico che agli abitanti di sgangherate e spesso squallide periferie, addirittura a luoghi di emarginazione quali lo Zen, possa attribuire a me l’idea del relativismo (contrariamente a quanto fanno i più che mi attribuiscono l’esatto contrario e con fondatissime ragioni). E la prego di non equivocare tra appartenenza e pari dignità delle persone la quale ultima ovviamente non è per me in discussione.
Immagino, per dire, che l’architetto Gregotti, che vive e lavora in un bel palazzo antico nel centro di Milano, non stabilirebbe lo stesso sentimento di appartenenza con la sua residenza e il suo studio se si trovassero allo Zen. E se Gregotti fosse costretto dai casi della vita allo Zen, credo farebbe di tutto per andarsene prima possibile e tornare nel suo bel palazzo, come ciascuno di noi d’altronde, e, una volta tornato, forse proverebbe anche una certa nostalgia per “i bei tempi allo Zen”; ma questa non è appartenenza bensì un'espressione importante della mente umana che in genere tende a selezionare e valorizzare il meglio del passato, ed è chiaro che anche allo Zen, essendo vissuto da uomini, si possono trovare lati positivi (specialmente se ci abitano gli altri).
Io stabilisco quasi sempre una scala gerarchica di valori che lei nega e chi stabilisce gerarchie di valori tutto può essere meno che relativista.
Cordiali saluti

[Torna su]

3/6/2009 - Sandro Lazier risponde

L’ultima cosa che vorrei è offendere i miei interlocutori, lei in particolare. Mi creda. Cerco di dibattere le idee, solo questo.
Il termine “deriva”, per me che ho scritto di Débord e dei situazionisti, non ha nessuna accezione negativa. Anzi, è termine che indica instabilità, perdita di controllo, provvisorietà; tutte condizioni che mi seducono.
Ho poca simpatia, però, per il relativismo perché fonda ragionamenti rigorosi e intransigenti su fondamenta permissive e indulgenti (con l’alibi dell’uomo e della sua causa). Io credo che la logica pura, telaio portante di tutti i nostri ragionamenti, non abbia in sé nessuna morale; e questo la rende immune da qualsiasi gerarchia valutativa. Il concetto di “appartenenza” è fondamenta debole per sostenere tutto il ragionamento che lei ne fa seguire. Questo è il significato che do alle parole “derive del relativismo” che lei contesta. Sono sicuro dell’onestà, correttezza e universalità dei suoi ragionamenti; non ritrovo stesse qualità nei fondamenti.
A Gregotti fu effettivamente chiesto perché non abitasse lui stesso lo Zen che aveva progettato. Rispose che quello era quartiere per operai, dichiarando in tal modo un senso di appartenenza “altro” ma con gli stessi difetti di quello che lei propone. Gregotti non creava architettura con il fine della universalità dei valori ma con quello della particolarità. Una assurdità per chi si dice razionalista convinto, relativista di fatto. Ma questi sono i frutti dell’inganno postmoderno e storicista.
Zevi al contrario, che relativista non era, invitava spesso gli architetti e gli intellettuali a vivere nelle periferie, cosicché le architetture progettate avrebbero sicuramente beneficiato di stimoli diversi.
Nessun moralismo quindi, Pagliardini. E nessun tono ultimativo. Solo amor di sintesi, forse eccessiva.
I suoi interventi nel giornale sono uno stimolo e una risorsa.

Commento 7262 del 02/06/2009
relativo all'articolo Utilità e inutilità dell'arte
di Sandro Lazier


Vilma, non si tratta di non scalfire le mie convinzioni (per inciso, dubito che qualcuno riuscirebbe a scalfire le tue), si tratta di due sensibilità diverse. Ho stampato il tuo commento per capirlo meglio e mi sono reso conto che, in modi molto diversi, non diciamo cose molte diverse.
Capire le basi neurofisiologiche della percezione non è certo nelle mie capacità né in quelle di nessun architetto. Forse non è neanche nelle capacità dei neurofisiologi verso i quali io mantengo, con tutto il dovuto rispetto e la massima invidia possibile per la loro conoscenza, una bella alea di dubbio sulle loro certezze, quando ve ne sono. Ad esempio: si dice che una delle ragioni dell’innamoramento consista nell’odore rilasciato da ormoni e se quell’odore, del quale non siamo coscienti, si confà tra due soggetti scatterebbe quella che chiamiamo attrazione tra due persone. Può darsi sia così, non ho motivi per dubitarne in assoluto, non ho controprove per dire che non può essere ma il meccanismo mi sembra un pochino più complicato di come viene descritto, basti pensare a quanto conta la vista e, recentemente, a come possa scattare l’attrazione dalla semplice chat. E pensare che le basi dell’innamoramento potrebbero essere, per molti versi, analoghi a quelli di altre specie animali,mentre la poesia, la creatività, la coscienza di sé è caratteristica propriamente umana. E’ vero che adesso si tendono a scoprire negli animali tutte le caratteristiche che li rendono più simili all’uomo, mentre prima si tendeva a trovar ciò che ci differenziava dagli animali, la qual cosa la dice anche lunga su quanto la scienza sia abbastanza indirizzabile e tenda ad adattarsi al clima culturale della società, anche se io credo si possa ammettere qualche differenza esista tra uomo e animale.
Ben diverso è il caso della psicologia della percezione, dove esistono prove empiriche, i test, che mostrano uniformità di comportamenti in un certo numero di soggetti divisi per varie classi d’appartenenza. Ho letto in un bel libro, Il Tao e Aristotele, di Richard Nisbett, che i cinesi hanno un approccio alla realtà priva della classificazione in categorie; i cinesi, cioè, non conoscono il concetto di “bianchezza”, per esempio. Ovviamente conoscono il colore bianco ma per esprimere il concetto di “bianchezza” fanno una circonlocuzione che li porta al confronto con un fenomeno della natura, ad esempio la neve. Eppure i cinesi hanno un cervello che credo sia esattamente come il nostro. Come sta? Sta che la loro cultura si è sviluppata in un modo diverso dal nostro: stesso cervello, diverso modo di porsi rispetto al mondo.Mi pare ovvio che in una cultura come questa il concetto di bellezza sia diverso anche se è probabile ci sia una base comune a tutti gli altri esseri umani.
Con questo voglio dire che, non trascurando affatto le diversità genetiche, la componente culturale è fondamentale. E per tornare all’argomento, quando io parlo di regole non intendo dare una spiegazione a quelle regole, intendo dire che c’è chi le ha studiate ed è in grado di riprodurle e di applicarle. Non è un fatto meccanico e matematico, non c’è garanzia assoluta di risultato, non è una scienza esatta, ma chi le sa applicare bene commette meno errori di chi agisce con la sua fantasia e, dato che statisticamente di fenomeni o geni, diceva Zevi, ne nascono uno ogni 500 anni, è molto meglio applicare quelle che sperimentare molte baggianate e affidarsi a sé stessi. Questo metodo non inibisce la creatività la quale, nei pochi che la possiedono per davvero, riesce ad emergere in ogni modo.
Ho riletto, su tuo consiglio, Kevin Lynch, e ho riletto Rudolf Arnheim (La dinamica della forma architettonica) e in entrambi i casi ho trovato indicazioni e analisi utili, ma direi a frammenti, e comunque, specie in Lynch, una conferma assoluta di certo concetti muratoriani, quali ad esempio le nodalità. Ma niente di paragonabile a quella strutturatissima teoria, verificata leggendo la città e non intervistando la gente (quindi più oggettiva), di Caniggia, la quale, a sua volta, trova un'altra conferma nella teoria delle reti urbane di Salìngaros.
Quanto a a quell’aura inimitabile di Piazza del Campo, è nata proprio da quella “cultura” diffusa e spontanea, organica alla società stessa, che sapeva contemporaneamente adattarsi ai luoghi e farlo con un altissimo senso estetico, non critico e consapevole ma naturale perché condiviso e omogeneo alla società. Perché accadeva questo e come farlo riaccadere? Mi fermo qui, non so dire altro, non pretendo di farlo. Ma non lo fai neanche te, in effetti; ti poni domande, ti interroghi e vuoi capire.
Non c’è differenza tra te e me nel fatto che attribuiamo quel risultato straordinario all’insieme e non alle parti e quando io parlo di edifici specialistici non sono affatto in contraddizione perché la specialità non consiste nell’autore e nemmeno in qualche particolare dote dell'edificio se non nell’uso diverso per il quale l’edifici

[Torna su]

2/6/2009 - Sandro Lazier risponde

Un paio di punti, credo, stabiliscano tra noi una differenza di sostanza.
1
Mi spiace ma se c’è una cosa indubbiamente certa è che non v’è nessuna poesia senza ricerca e sperimentazione. Che è come dire che una poesia vale sicuramente il rischio di un milione di baggianate. Non è vero che applicando con ordine regole derivate dalla tradizione si corrano meno rischi; al contrario, si ha certezza di non arrivare mai a qualcosa di autenticamente poetico. Non c’è bravura che tenga. Senza il motore del tradimento, che è vera tradizione (e non è vero il contrario), non c’è storia nell’arte.
Il gusto evolve per scatti violenti e arroganti, ogni volta azzerando irriverentemente il codice che lo ha preceduto. Non c’è nessuna continuità formale se non l’alternarsi disarmonico e sregolato di tensioni contrapposte. L’arte vive pericolosamente nell’aritmia e per questa ragione appare sempre insolente e arrabbiata ai contemporanei. La regolarità l’uccide.
Tanta architettura minore (sono d’accordo con Vilma che l’opposizione edilizia-architettura sia solo un pretesto accademico) è prova di quanta energia vada investita per arrivare a poche opere degne di elogio. Gehry nutre la sua poesia nella desolazione di una moltitudine di periferie tutte uguali. Senza periferie, niente Gehry.
2
Appoggiare le proprie tesi sul senso di appartenenza - concetto dal peso specifico incerto, relativo al soggetto che lo esprime – è atto che sconfina nella retorica, intesa quale forma di suggestione priva di argomenti razionali e oggettivi.
Di tale senso ogni individuo ha il proprio. Questo è indubbio. Credo che anche chi è nato e vissuto in periferia, non solo in centro antico, solo in questa trovi il senso della propria appartenenza. Persino chi è nato e vissuto nel tanto vituperato Zen di Palermo, sono sicuro che in esso trovi il proprio senso dell’abitare. Anche per costoro “la città è l’opera artistica più grande che sia stata creata dall’uomo, anche se non possiede grandi eccellenze o singolarità architettoniche o opere d’arte.
Quindi va bene tutto. L’architettura contemporanea, bella o brutta che sia, come l’antica, bella o brutta che sia. Purché ci appartenga individualmente.
Io non credo e non amo le derive del relativismo, antropologico in questo caso.

Commento 7259 del 30/05/2009
relativo all'articolo Utilità e inutilità dell'arte
di Sandro Lazier


A Sandro Lazier
Probabilmente correrò il rischio, ma lo affronto volentieri, di incartarmi in inutili sofismi per cercare di spiegarmi meglio e di farmi capire.
Se la domanda è: esistono regole per produrre l'arte, in assoluto, io non le conosco e mi tiro indietro. Io azzardo una risposta alla domanda se esistano regole per produrre piazze artistiche come quella di Siena.
Lei scrive: "Nel suo eccessivo pragmatismo le sfugge che il violino non è la musica e la casa non è l’architettura" e in questa frase c'è la differenza (non è una parolaccia differenza) fra il nostro modo di pensare. Per me che da giovanissimo sapevo suonare il violino, ma stupidamente l'ho abbandonato molto presto, nel prendere oggi questo strumento tra le mani ne colgo le forme morbide decisamente umane, la pregevole opera del liutaio, l'attenzione e la delicatezza con cui questo deve essere trattato ma non raggiungerò mai il fine per cui quello strumento è nato, cioè la musica. Posso certamente imbracciarlo, mi ricordo ancora la tecnica, posso perfino accennare a far scorrere l'archetto sulle corde ma non ne uscirà mai musica, solo suoni, gracchianti e privi perfino della necessaria continuità. In nessun modo riuscirò ad utilizzare quello strumento per lo scopo per cui è stato prodotto.
La casa, viceversa, non richiede nessuna particolare “capacità” per essere "utilizzata", contrariamente a quello che scriveva Le Corbusier, il quale voleva insegnare alla gente ad abitare. La musica richiede tecnica, la bella musica richiede arte. Abitare non richiede nessuna tecnica o apprendimento ma è un fattore antropologico e prima ancora genetico. Abitare è quasi come respirare e nessuno ti insegna a respirare, semmai, se hai problemi, ti insegnano a respirare meglio, come nel caso della balbuzie o a chi per aver molto fumato ha perso capacità polmonare.
Ma lei parla di Architettura e non di edilizia, cioè di case, e, mi par di capire, attribuisce all'Architettura e solo a quella il dono dell'arte. Le cito un brano di Gianfranco Caniggia, non per fare sfoggio di conoscenza, ma solo per non appropriarmi di pensieri altrui:

“La divisione un tempo usuale tra oggetti architettonici e oggetti edilizi, tra opere “maggiori” e “minori” sussiste, con l’avvertenza che col termine “edilizia” si deve intendere il contesto generale del costruito, che è certamente il maggior protagonista dell’ambiente antropico e della sua storia civile. Il termine “architettura” può restare riservato a quelle opere che dall’edilizia sono derivate, in seno al costruito, come “emergenze specialistiche”.

Anch’io tendo a non esagerare con questa esaltazione dell'Architettura perché è l'edilizia ad aver fatto la storia dell'uomo e lo stupore che si prova in Piazza del Campo, della quale sfido chiunque a citare al volo il nome di qualcuno che ne sia autore, in tutto o in parte, deriva dalla sua forma apparentemente regolare, ma non perfettamente simmetrica, che “sembra” progettata ma non lo è, almeno non nel senso che intendiamo noi, in quanto nasce dalla presa di possesso del territorio da parte della città, nel senso di "civitas", attraverso i suoi statuti e regolamenti: è cioè una grande opera collettiva. Lo stesso si può dire dei suoi palazzi, alcuni dei quali assolutamente unici, altri, invece, a ben guardare, assolutamente consueti e neanche dotati di particolare ricchezza decorativa. Quell'autentico gioiello di piazza, quella conchiglia irregolare i cui disegni a terra corrispondono esattamente a linee di compluvio convergenti in un fuoco, che è una caditoia, esprimono un concetto di arte che è assolutamente spontaneo e connaturato ad una società organica (verso la quale, si badi bene, io non nutro nessuna nostalgia o rimpianto, essendo ben felice di essere nato in una società imperfetta ma aperta che mi consente molti gradi di libertà).
Ma lei dice di non credere che quella Piazza abbia seguìto regole e piuttosto sia dovuta al caso unito alla determinazione. Io non posso e non voglio escludere che vi sia una componente casuale. Casuale potrebbe essere l'orografia del luogo, però non è casuale la scelta del luogo, che è il punto di convergenza o di tangenza di una serie di strade importanti; non è casuale che abbia la forma a conchiglia, perché gli edifici seguono al meglio le curve di livello, non sono casuali le linee di pendenza della piazza, studiate per fare convergere le acque in un punto preciso senza andare ad allagare il Palazzo Pubblico che fungerebbe da diga, non è casuale la forma a spicchi, come dicevo prima. Non è certamente casuale che il Palazzo Pubblico con la splendida torre, improntata ad una raffinatezza, snellezza ed eleganza così consustanziale al paesaggio, l’accento dialettale, il carattere stesso dei senesi, si trovi proprio a Siena, solo 60 chilometri da Arezzo, la mia città, dove però non potrebbe assolutamente essere mai nata, tanto questa città è pragmatica come me, rude ed essenziale, poco raffin

[Torna su]

Commento 7255 del 28/05/2009
relativo all'articolo Utilità e inutilità dell'arte
di Sandro Lazier


Vilma Torselli sa bene quanto io, nel mio caratteriale pragmatismo, sia lontano da una visione della realtà e del mondo in genere impostata sulla neurofisiologia e, tanto meno, sulla psicanalisi. Certo, mi rendo conto che riferirmi a dati caratteriali e poi affermarne l’inconsistenza sia una bella contraddizione ma io la risolvo serenamente pensando, con convinzione, che certe contraddizioni rendano più affascinante e completa la nostra vita. E poi una contraddizione logica non comporta necessariamente l’affermazione di una non verità assoluta ma può significare che i termini di confronto, o almeno uno dei due, siano sbagliati. Ma vengo al punto.
Non ho mai pensato che l’arte possa avere una funzione utilitaristica in se stessa in quanto arte; l’arte esprime certamente un bisogno e una necessità umana, se anche gli abitanti delle caverne, che avevano problemi ben più pressanti e quotidiani dei nostri cui pensare, si sono messi a fare “inutili” disegni di animali sulle rocce. L’aspirazione all’arte è qualcosa di simile all’aspirazione al sacro, un modo per penetrare nel segreto della natura fornendo una risposta irrazionale a ciò che rimane oscuro e dunque irrazionale. Pretendere di rispondere alla domanda “perché l’arte” è come sperare di dare risposta alla domanda “perché la religione”. La domanda deve essere posta ma sapendo che non esiste la risposta definitiva possibile, e non perché qualunque risposta è suscettibile di falsificazione, ma perché non potrà mai assurgere a teoria falsificabile, tanto meno confermabile. Non siamo nel campo nella scienza e voglio proprio vedere la neurofisiologia, quando avesse raggiunto livelli di attendibilità e riuscisse a spiegare il come, che è la risposta della scienza, cosa ci racconterebbe del perché. Quindi è facile prevedere un’attesa molto lunga, visto che le scorciatoie illuministiche o marxiane sulla religione hanno mostrato tutto il loro essere atti di fede esattamente simmetrici a quelli della religione, ma molto più tristi e aridi.
Proprio per essere l’arte non finalizzata all’ottenimento di uno scopo preciso, il confronto tra il violino e l’edificio, o lo spazio urbano, per quanto intrigante, non mi sembra del tutto pertinente. Si può vivere senza violino ma non senza casa, come si può vivere senza grandi domande sul “chi siamo, da dove veniamo e dove andiamo?”, ma non si può vivere senza la domanda “come faccio a costruire una casa?”. La componente artistica è ovviamente presente in ogni forma di architettura, dato che, in fondo, per ripararci dagli agenti atmosferici abbiamo bisogno di ben poco, oltre a quattro mura e ad un tetto ma mi sembra che il passaggio e l’evoluzione continua dalla caverna a……a che cosa non lo dico per non dovermi fermare a qualche decennio prima di oggi dato che oggi siamo al design, esprima più che altro una componente simbolica e percettiva in cui l’arte c’entra ma espressa sotto forma di decorazione, di aggiunta anche utilitaristica tesa a migliorare la qualità del proprio ambiente di vita, che è la casa e la città.
Allora come sta, un’altra contraddizione? L’arte è utilitaristica oppure no? Continuo a credere (sottolineo “credere”) che l’arte non sia utilitaristica mentre l’architettura sì. Continuo a credere che l’architettura abbia regole sue proprie, mutuate dalle forme della natura, con precise procedure costruttive molto razionali ma non razionaliste che non richiedono, anzi, gli effetti esaltanti della cocaina, molto utile e diffusa invece nell’espressione artistica. Direi anche che l’arte è un’espressione prettamente individuale e individualista mentre l’architettura è opera collettiva, sia nel senso che deve essere condivisa (o subìta) dai suoi fruitori sia, prima di tutto, costruita da una molteplicità di soggetti, dei quali l’architetto è solo uno anche se importante. Un buon disegno d’architettura è un buon inizio ma non è architettura, è solo un buon inizio. Senza l’opera dei costruttori l’architettura non esiste. Il termine “cantiere”esprime bene questo concetto.
Per questo Piazza del Campo, espressione collettiva di tanti gesti individuali, ci appare ed è poetica. Per questo, sicuramente, le opere oggi esaltate hanno poco dell’architettura, perché sono l’espressione esasperata di un “creativo” che potrebbe anche lavorare sotto gli effetti di stupefacenti, tanto c’è qualcun altro, dopo, che ci pensa a fare l’architetto.
Pietro Pagliardini

[Torna su]

28/5/2009 - Sandro Lazier risponde

Per Pagliardini.
La domanda non è “perché l’arte” ma “esistono regole per produrre l’arte?” Domanda teorica che ha tutti i requisiti per essere falsificata. E quindi confermata nella sua negazione.
Si può vivere senza violino ma non senza casa”. Nel suo eccessivo pragmatismo le sfugge che il violino non è la musica e la casa non è l’architettura. Violino e casa sono solo strumenti che si possono usare - bene o male - simultaneamente senza necessarie subordinazioni. L’arte viene dopo e la sua realizzazione è immune da priorità etiche.
La componente artistica è ovviamente presente in ogni forma di architettura… (benché) … esprima più che altro una componente simbolica e percettiva in cui l’arte c’entra ma espressa sotto forma di decorazione, di aggiunta anche utilitaristica tesa a migliorare la qualità del proprio ambiente di vita, che è la casa e la città. Allora come sta, un’altra contraddizione? L’arte è utilitaristica oppure no? Continuo a credere (sottolineo “credere”) che l’arte non sia utilitaristica mentre l’architettura sì.
Mi pare che la contraddizione che anche lei ammette nella sua affermazione sia parecchio grossa per potersene liberare semplicemente riconoscendola. Oltretutto, la decorazione è strumentale, come il violino o la casa di cui prima, per cui da sola può accedere alla poesia senza necessità di appoggiarsi all’architettura. La decorazione è una cosa; l’architettura un’altra. La decorazione è figurativa; l’architettura è spazio.
Continuo a credere che l’architettura abbia regole sue proprie, mutuate dalle forme della natura, con precise procedure costruttive molto razionali ma non razionaliste che non richiedono, anzi, gli effetti esaltanti della cocaina, molto utile e diffusa invece nell’espressione artistica.
Anche qui lei dice come costruire il violino, non la musica del violino.
Per concludere, credo che Piazza del Campo di Siena non abbia assolutamente seguito le regole che lei cita ma che, come spesso avviene anche per le scoperte scientifiche, sia una miscela di caso e determinazione, in cui, senza regole, lo spazio ha meravigliosamente riconciliato gli uomini con le contraddizioni del proprio tempo.

Commento 7218 del 20/05/2009
relativo all'articolo La ricostruzione a L'Aquila non è roba da Archista
di Vito Corte


Gianni Cusano, ora mi tira fuori i templari, Leonardo e quant'altro: ma lei davvero vuole confondere le acque!!!
Non siamo mica in TV con il mago che tira fuori il coniglio dal cappello, dato che nel suo commento non faceva affatto riferimento alle strampalatezze in cui i vari assessorati alla cultura e le pro-loco eccellono ovunque, quanto, semplicemente e genericamente ai palati facili dei turisti generici di fronte alle nostre belle città (storiche), visto che quello era l'argomento e non l'esoterismo imperante o che altro.
Ma voglio ammettere che lei lo pensasse davvero quando l'ha scritto e le è rimasto in mente piuttosto che andare in tastiera.
In questo caso devo desumere che lei apprezzi i normali turisti, che immagino abbiano il livello culturale medio degli italiani. E immaginiamo anche che i vari assessori rinsaviscano, lascino perdere fantasie esoteriche e Leonardesche e si dedichino a ragionevoli attività culturali legate al territorio o comunque pertinenti con la cultura artistica o tecnica locale.
Crede lei, a queste condizioni, che un bell'edificio di Fuksas nel centro storico de L'Aquila sarebbe la scelta giusta? Non le viene il dubbio che farebbe il paio con i templari dato che entrambi sono almeno fuori contesto? Perchè critica i templari, che non c'entrano niente e apprezza l'astronave di Fuksas nel centro storico, che c'entra di meno?
Sono certo che avrà colto la palese affinità tra le due scelte.

Quanto al fatto che a lei piaccia o non piaccia Fuksas, mi sembra del tutto irrilevante per l'oggetto del nostro discorso, dato che qui non parliamo dell'opera omnia di un architetto, ma di un Fuksas nel centro storico di L'Aquila, non altro.

La pianificazione. Intanto le dico che non ho la più pallida idea di quali colori siano le varie giunte Lucane, nè comunali nè regionali. E' una mia ignoranza ma non sto a seguire la politica delle migliaia di comuni italiani. E anche sulle regioni...non sono ferratissimo, dato che mi basta e avanza la mia. Ora, il termine "pianificazione", usato da un architetto, non è un termine qualsiasi ma è, per l'esattezza, una scoria.
Lei potrà citare tutti i padri nobili che vuole ma il mio giudizio era sul termine e sul tono usato dal figlio.
Quando un architetto (perchè io immagino che lei sia architetto) adopera la parola pianificazione, generalmente ha una visione dell'urbanistica che pretende di voler governare tutti i processi territoriali, economici e tutte le dinamiche sociali e comprenderli in un piano del quale l'architetto, chissà perchè e con quali competenze, è il demiurgo.
Le parole, certe parole, hanno un significato preciso e lei non può fare finta di non saperlo. Gli architetti-urbanisti che parlano di pianificazione generalmente fanno un mestiere altro da quello che dovrebbero fare e, in genere, hanno un retro-pensiero che vede la presenza dello stato in maniera poderosa nei processi socio-economici. A me sembra che di stato ne abbiamo anche troppo in questo paese e, in genere, non ha mai dato buona prova di sè. Siamo abbastanza stufi di architetti che pianificano e, a forza di pianificare, ci hanno lasciato le meraviglie che sappiamo.
E se anche lei fosse "in buona fede" come si dice e pensasse ad una roba seria (non fatta perciò da architetti) è inutile andare a cercare esempi stranieri perché, se non se ne è accorto, siamo in Italia, dove, ad ogni pianificazione si formano svariati Enti i quali servono solo a distribuire denari ovunque fuorché dove servono. Se non si è reso ancora conto di questo sarà il caso che si aggiorni e si guardi in giro.

Ma, dato che il tema è ricostruire L'Aquila e tutto il ragionamento parte da un articolo in cui si parla di Fuksas chiamato dal Sindaco di quella città per il centro storico, e ripeto centro storico (di questo ha parlato quel geniaccio del Sindaco), mi fa la santa cortesia di spiegarmi cosa c'entra la pianificazione in tutto questo? Mi spiega perché ricostruire un centro storico "com'era e dov'era" dovrebbe portare alla rovina gli aquilani e gli abruzzesi in genere?
I casi sono due: o lei è andato oltre le sue intenzioni e si figuri se io ho problemi a non capire che in internet capita a tutti, oppure quella era la sua intenzione, nel qual caso riconfermo in pieno la mia diffidenza e il sapore tutto retrò di questo modo di pensare (ha visto, ho usato retrò, così non si arrabbia).
Saluti
Pietro Pagliardini

[Torna su]

Commento 7210 del 18/05/2009
relativo all'articolo La ricostruzione a L'Aquila non è roba da Archista
di Vito Corte


"Turisti dal palato facile": evidentemente Giannino Cusano preferisce architetti dal palato fine tutti in visita osannanti e plaudenti alla nuova L'Aquila di Fuksas!

Non solo, ma crede ancora alla "pianificazione", proprio quella vera, con le decisioni del piano quinquennale e con tanto di soldi veri! Quella, la informo, è rimasta solo in Cina, dove vanno alla grande con l'economia ma con i diritti civili e sindacali non stanno messi troppo bene.
E così, con la pianificazione, invece del dov'era com'era, la Lucania sarebbe risorta!
Però, per fare la Cina non bastano mica i comunisti al potere, ci vogliono anche i cinesi. Quindi non mi sembra esportabile la pianificazione in Lucania e, per questa volta, il comunismo dovrà restare in un solo paese, al massimo due.
Scusi Cusano, ma cosa c'entra il dov'era com'era con l'emigrazione?
Mi sembra che lei confonda un po' le carte. E' lecito che lei apprezzi Fuksas e che non lo veda male come animatore di eventi architettonici nel centro storico di L'Aquila, ma le giustificazioni che porta avrebbero potuto essere più semplici e dirette, senza tirare in ballo la pianificazione, in cui, tra l'altro, non vedo nemmeno come possa rientrarci Fuksas.
Saluti
Pietro Pagliadini



[Torna su]

Commento 7200 del 16/05/2009
relativo all'articolo La ricostruzione a L'Aquila non è roba da Archista
di Vito Corte


Signor Sindaco (e anche architetto?) pur non essendo d'accordo con le statistiche di cui lei parla, essendo invece convinto da una ultra-trentennale conoscenza della categoria professionale degli architetti che la stragrande maggioranza sono archistar in potenza, non posso che complimentarmi con lei per non appartenere a quella altrettanto grande categoria di sindaci teste vuote e senza memoria che fanno della propria città una passerella di scemenze progettate da nomi più o meno famosi.

Sarà il fatto che il cane che morde l'uomo non fa notizia, ma ultimamente mi sembra che siano sempre gli uomini a mordere i cani.
Saluti
Pietro Pagliardini

[Torna su]

Commento 7128 del 20/04/2009
relativo all'articolo Berlusconi e il Piano Casa per chi ce l’ha già
di Teresa Cannarozzo


Giannino Cusano, non sarà stato breve ma è stato sicuramente efficace.
Pensare che lei non ha fatto che dire semplici, elementari dati di verità e trarne logiche deduzioni ma, di fronte al reality -terremoto messo in scena da TV e giornali le sue parole appaiono come una verità rivelata.
E' sempre più difficile per tutti riuscire a filtrare le notizie per coglierne elementi di verità in mezzo alla massa strabordante di informazioni.
Sono molto più scettico sulla sua convinzione che in questo paese possa funzionare una pianificazione e una programmazione come lei la immagina e come sarebbe teoricamente auspicabile.
Ma questa differenza, culturale ed istintiva, è del tutto irrilevante rispetto all'importanza delle cose da lei scritte.
Pietro Pagliardini

[Torna su]

Commento 7130 del 20/04/2009
relativo all'articolo 'Ed io che sono Carletto l'ho fatta nel letto...'
di la Redazione


Ringrazio per l'invito:

"È infatti essenziale in una democrazia moderna che giudizi privati e pressioni lobbistiche da parte del principe non vengano usate per deviare il corso di un progetto di pianificazione aperto e democratico che è tuttora in corso".

Bene, benone: cosa vuol dire progetto di pianificazione aperto e democratico? Che il progetto verrà messo ai voti dalla popolazione nell'ambito di una scelta? Se sì, sono pronto a scarificarmi in una strenua e non incruenta battaglia accanto ai firmatari.

Se è qualcos'altro è una presa in giro. E sembrerebbe così perché si parla di "ampia consultazione locale" già fatta, un'espressione che detta in Italia puzzerebbe di bruciato (ma può anche darsi che in GB non sia così).

Crede qualcuno che lor signori siano disposti a sottomersi ad un giudizio popolare autenticamente libero e democratico dietro espressione del voto, come è giusto che sia in una scelta importante per la città, che appartiene a tutti, al proprietario dell'area, all'architetto, anche al principe Carlo in quanto britannico e soprattutto ai cittadini?
Lady Enrica Orsini do you know the italian expression "Valore civile dell'architettura" or, if you prefer, "Architettura come arte civica"?

Ma quanta sincera indignazione da parte della scrivente l'articolo, per avere il principe compiuto un reato di....lesa maestà ai danni degli "architetti più bravi del mondo"!!! Scorrerà sangue blu in questo scontro, comunque andrà a finire.
Ma chi li ha messi sul podio più alto questi "architetti più bravi del mondo"? Un sistema di consenso "democratico" e non opaco e per questo si intima anche al principe di comportarsi ad armi pari, oppure un apparato mediatico-culturale e finanziario poderoso, oltre alle loro indiscusse doti, i cui volti noti sono solo gli architetti?

Perché mai il principe, che immagino abbia qualche conoscenza in giro per il mondo, dovrebbe starsene in disparte e non provare a fermare un genere di architettura che a lui, lecitamente, appare sbagliata? Anche il Principe è un suddito della Corona, anche se il secondo in grado.

Io, che non sono moralista, non mi scandalizzo del fatto che un architetto usi tutti mezzi leciti per assurgere ai massimi livelli e per restarci, ma che addirittura si arrivi a fare anche del moralismo distinguendo tra le pressioni lobbistiche buone e quelle cattive.......questa è poi davvero grossa!!!!!!!
Ma addirittura si arriva a volergli impedire di esprimere anche i giudizi "privati"!!!
Zitto, principe, non commenti con nessuno, neanche con sua moglie!!!

Come se non fosse arcinoto il suo giudizio pubblico sull'architettura!
Qui davvero si raggiungono i vertici della farsa!

La realtà è che io leggo in quell'appello un errore per i firmatari e un segno di (relativa) debolezza.
E, francamente, non mi strappo i pochi capelli rimasti, semmai me li taglio così non mi rizzano quando leggo appelli del genere.

Pietro Pagliardini


[Torna su]

Commento 7118 del 18/04/2009
relativo all'articolo Berlusconi e il Piano Casa per chi ce l'ha già
di Teresa Cannarozzo


Mi sembra che Leandro Janni abbia confuso il "principio di realtà", con la realtà, e il Piano Casa con la ricostruzione dell'Abruzzo.
Il primo è un errore di concetto, il secondo è un errore di metodo e di obbiettivi.
Il principio di realtà è quel principio che consente alle mente di aderire alla realtà delle cose e di non scambiare i propri desideri con quello che realmente avviene o potrebbe avvenire, di non scambiare cioè i propri sogni, le proprie aspettative con la realtà degli accadimenti.
Il terremoto è una tragica realtà ma, rispetto al Piano Casa almeno, non richiede affatto un ritorno al "principio di realtà" da parte del governo, e questo per il motivo che il suddetto Piano è nato sì per "rianimare l'attività edilizia", come dice giustamente Janni, ma con la piccola differenza che è un'operazione a costo zero per lo stato, dato che mette in gioco solo una quantità consistente di piccoli capitali privati attualmente giacenti "sotto il mattone".
La ricostruzione è un'opera colossale il cui attore principale non potrà che essere, invece, lo stato, prima di tutto mettendo a disposizione ingenti capitali, non so come reperibili.
Direi che il principio di realtà c'entra ma solo nel senso che Janni non lo applica affatto alle diverse situazioni che mette a confronto nel suo commento, applicando cioè i suoi desideri, cioè il non fare il Piano Casa, alla realtà sbagliata, cioè le scelte da fare per la ricostruzione in Abruzzo.
Pietro Pagliardini

[Torna su]

Commento 7113 del 16/04/2009
relativo all'articolo Gibellina: vergogniamoci, tutti.
di Paolo G.L. Ferrara


No Vilma, perché dici questo? Non abbiamo perso tempo, tanto ognuno di noi avrebbe detto quello che ha detto sulla ricostruzione a prescindere dal fatto se Gibellina sia abitata o disabitata!
Figuriamoci: se due che conoscono bene Gibellina non si trovano d'accordo sul fatto se ci sia gente o meno (dovrebbe essere un dato piuttosto oggettivo), avremmo mai noi potuto cambiare la nostra idea di ricostruzione che poi vuol dire la nostra idea di città, di urbanistica, di architettura, di visione del mondo?
Sulle sfumature, forse, ma sulla sostanza neanche a parlarne: nessuno sarebbe arretrato di un passo.
Nessuno di noi credo, e senza offesa se qualcuno è convinto di essere così laico da pensare il contrario, è disposto a rinunciare ai propri convincimenti:
-c'è chi ritiene, come me, che la ricostruzione del centro storico, debba essere "qui e uguale", perché ritiene l'identità e l'appartenenza al luogo elemento antropologico e biologico dell'uomo, e trova in una caso così drammatico una situazione emblematica per verificare quei convincimenti;
-c'è chi ritiene invece più significativo, anche come segno di fiducia e di speranza nel presente e nel futuro, di sostituire ciò che è caduto con progetti nuovi e, come forma estrema, di lasciare tracce dei ruderi come ricordo della tragedia e dei lutti.
Per decidere (non per sapere) se ha ragione Ferrara o Messina temo dovremo andarci di persona e farci anche noi la nostra soggettiva idea, recandoci là con il nostro pre-costituito giudizio.
Da quello che ho visto dalle foto, e confrontandolo con il caso Friuli, propendo fortemente per il giudizio di Ferrara e, d'altronde, come è possibile pensare ad una città progettata da "il meglio degli architetti"?
Quest'idea poteva andare bene in presenza di un Principe, di un Papa dei secoli scorsi, non certo in una democrazia dove, il meglio o il peggio in questo campo non lo può decidere un gruppo di esperti, un Presidente di Regione, una casta di critici, o chi altro delle istituzioni materiali o immateriali ma i cittadini. Marco Romano scrive che "la democrazia non ha lo scopo di perseguire scelte razionali cioè oggettivamente giuste.....ma di prendere decisioni nella sfera collettiva riconoscendo a tutti la dignità dei loro desideri individuali...a prescindere dal loro merito".
Dunque la scelta per la ricostruzione è una sola: sottoporre ai cittadini abruzzesi più scelte argomentate, mettendo sul piatto pro e contro e lasciare a loro la decisione.
Sarà quella giusta.
Pietro Pagliardini


[Torna su]

Commento 7103 del 15/04/2009
relativo all'articolo Gibellina: vergogniamoci, tutti.
di Paolo G.L. Ferrara


A Maurizio Zappalà non volevo replicare perché lui vuole zinco, carbonio, vetro, corten, ecc.manco fosse un campionario di una mostra di prodotti per l'edilizia. Al SAIE può trovarne moltissima tutta insieme di questa architettura. E nel suo superomismo vede tante architetture quanti architetti epperò le vuole anche belle senza poter dire quali sono belle; e come potrebbero essere belle o brutte se ognuno ha la sua? Ah, già quelle dello zinco, del corten, del vetro, magari delle ceramiche di Sassuolo o del cotto Impruneta!

Rispondo però, perché volgarità del tipo "restauro del terremotato" se le tenga per sé e non le attribuisca a me. Una cosa è l'ironia, e Maurizio sa bene quanto so stare al gioco nel farla e subirla, altra è la volgarità, quella vera e senza parolacce.

Pietro Pagliardini

[Torna su]

Commento 7076 del 14/04/2009
relativo all'articolo Gibellina: vergogniamoci, tutti.
di Paolo G.L. Ferrara


A Vilma Torselli e a Sandro Lazier
Rispondo a entrambi in un colpo solo, vista una certa omogeneità delle obiezioni.
Sull'amore come autenticità e dono avrei qualcosa da dire, non potendo escludere nell'amore una dose di possesso ed egoismo, sentimenti anche questi profondamente umani. Come dice Terenzio: Homo sum: nihil humani a me alienum puto.
Ma non voglio trasformare un serio sito d'architettura nella posta del cuore.

Le obiezioni che fate sono intriganti e prometto di rifletterci con attenzione. Il tempo e la calma aiutano a capire meglio.
Alcune considerazioni però le voglio fare.
Una di cronaca. La TV dice stasera: circa il 30% degli edifici sono inagibili. E' tanto. Però è corretto anche dire: circa il 70% degli edifici sono agibili. E' tanto anche questo.

Lo so che le città sono nate in funzione dell'opportunità offerta dal luogo rispetto alle necessità prevalente del momento: difesa, scambi, agricoltura, ecc. Ho letto anche che L'Aquila è una città di fondazione nata nel '200, come scelta di riunire più castelli per motivi difensivi. In questo senso è certamente venuta meno la necessità iniziale quindi, voi dite, oggi c'è la necessità di garantirsi dal terremoto e dunque spostiamo 70.000 abitanti o forse molti meno in una nuova città di fondazione in un luogo più sicuro, visto che oggi è possibile fare micro-indagini sismiche e trovare in zona luoghi più sicuri.
Domando: perché spostarli solo di un po'? Spostiamoli perbene dove è ancora più conveniente e sicuro, magari in una zona a rischio sismico molto inferiore. Io lo so perché non lo pensate, perché sapete che sarebbe una sciocchezza sradicare un tessuto produttivo, ma non pensate che sia anche un errore sradicare un tessuto sociale ed umano? Non sarebbe questa soluzione una migrazione forzata come quelle imposte nell'ex Unione Sovietica? Sì lo sarebbe e credo lo pensiate anche voi.
Cosa c'è di qualitativamente diverso nello sradicare gli abitanti dal centro storico lasciandolo rudere?

Comunque noi esprimiamo il nostro parere, diamo il nostro contributo al dibattito, ma sapendo che saranno i cittadini de L'Aquila a prendere la decisione. Qualunque sarà, sarà quella giusta, perché la città appartiene a loro, singolarmente e collettivamente. Questo è vero sempre, ma in questo caso è ancora più vero.

Ora io non posso fare a meno di leggere nella vostra obiezione una visione molto romantica di una città di rovine nelle quali la memoria viene sicuramente sublimata, esaltata e tramandata per generazioni. Del rudere ognuno può immaginare ciò che vuole e l'immagine che ne ricaverà potrà anche essere migliore della realtà. In questo senso nel rudere non ci sarebbe "più verità" che nella ricostruzione bensì "molte verità".
Anche in questo caso sarà la collettività a decidere, che sia cittadinanza o comunità religiosa, nel caso della cattedrale e delle chiese. Più facilmente il Ministero dei Beni Culturali.

Alla visione romantica si affianca una visione realista, quella che si esprime bene nell'espressione che gli uomini si giudicano dai frutti e non dalle radici. E' vero e anch'io sono d'accordo, ma quando i frutti si vedono, non quando si ipotizzano.

E' vero che i frutti, che ancora non ci sono e non potrebbero esserci, potrebbero essere migliori di quelle radici distrutte. Lo saranno certamente dal punto di vista della sicurezza, sia che si cambi luogo sia che il luogo resti lo stesso. Le conoscenze per farlo non mancano in entrambe i casi.

Le case non crolleranno più, al massimo si lesioneranno, come ammesso dalle norme.
Ma che sapore avranno questi frutti? Saranno simili a quelli di cui ci siamo nutriti fino ad oggi nelle nostre città oppure saranno migliori?
Chi può dirlo!
Non sarà che i cittadini de L'Aquila, oltre ad idealizzare i monumenti che non ci saranno più dovranno idealizzare anche i borghi, le strade, le piazze, le cortine delle case, le chiese, la prefettura? Certo non idealizzeranno l'ospedale (peggio non sarà possibile) ma dovranno andare la domenica in una chiesa tutta bianca simile ad una palestra o avranno un bel comune in acciaio e vetro e una bella piazza pavimentata come uno show-room senza edifici intorno, cioè una non-piazza scaturita dal Photo Shop del vincitore di un bel concorso?
Non è mica per polemica, ma i frutti potrebbero essere anche questi. E allora il rimpianto sarebbe davvero grande. Altro che Gibellina!!!!

Io non sono affatto contrario, tutt'altro, all'idea di new-town in sè, a prescindere dal caso specifico di Abruzzo. Ma questa idea mi piace per due motivi:
-il primo è che parte da un giudizio chiaramente negativo della città contemporanea, dalla presa d'atto di un fallimento evidente cui il Cav., nella sua esuberanza, risponde dicendo: "adesso si cambia registro, si fanno 100 città nuove";
- il secondo, conseguente al primo è che le 100 o 50 o 10 ci

[Torna su]

Commento 7070 del 13/04/2009
relativo all'articolo Gibellina: vergogniamoci, tutti.
di Paolo G.L. Ferrara


Vilma, tu poni la domanda a Renato Rossi, ma anch'io desidero risponderti.
C'è un dato sicuro nelle città: la loro permanenza nel tempo, qualunque evento accada, terremoto, eruzione, inondazione, e quant'altro. Se così non fosse non ci sarebbero molte città perché pochi sono il luoghi al mondo che non tradiscono l'uomo almeno una volta. Eppure dpo ogni evento l'uomo ricostruisce e riparte.
Pensa a Pompei. Pensa a Catania. Pensa ad Assisi. Pensa all'area del Pacifico o dell'Oceano Indiano.
O alle condizioni, che a noi appaiono impossibili, di aree geografiche come l'Afganistan, o le vaste aree desertiche asiatiche e africane. La fame e la guerra costringono a scappare ma non le calamità o le condizioni naturali per quanto impervie siano.
Noto è stata ricostruita qualche chilometro più a valle, rispetto al luogo d'origine, dopo il terremoto che l'ha distrutta nel '600, e ci ha dato quella splendida città che conosciamo, ma in quella occasione credo abbia inciso una scelta d'autorità.
Ma oggi la sua Cattedrale e i suoi palazzi sono stati ricostruiti identici dopo l'ultimo terremoto. E chi avrebbe voluto perdere Noto?
L'attaccamento degli uomini ai propri luoghi di origine io credo sia una sorta di meccanismo biologico e/o psicologico che permette di andare avanti, di tenere duro e di progredire. Di vincere e dominare la natura, in quel rapporto di odio-amore che c'è tra l'uomo e l'ambiente in cui vive.
Come spiegare diversamente l'attaccamento di quella gente che non vuole lasciare casa? Solo interesse economico?
La casa è la storia di ogni famiglia e di ogni persona e, quanto più violentemente si cerca di cancellare quella storia tanto più forte è il desiderio di riappropriarsene.
Quindi ricostruire uguale a se stessa l'Aquila o Onna o qualunque altro paese non è fare un falso (ammesso che la parola falso sia giusta, e per me non lo è) tanto più su una faglia, ma è rispettare i sentimenti di "appartenenza" e "identità" di una comunità e dei singoli alle proprie radici, ai propri affetti.
Ho già scritto in un altro commento che "appartenere" ad un luogo non è molto diverso che appartenere alla/alle persona/persone che si amano.
Non si cambia chi si ama davvero, anche se il nuovo si presenta migliore.
A rigore di logica buona parte della California dovrebbe essere preventivamente abbandonata, invece che attendere il Big One, eppure la California è un motore di cultura e di economia mondiale.
La new-town può essere una opzione in più ma che il centro storico con le sue chiese, i suoi palazzi e le sue case debba essere ricostruito credo sia un imperativo morale prima che una scelta di architettura.
L'aspetto architettonico è a mio avviso assolutamente secondario rispetto a quello simbolico di ricostruzione di una memoria collettiva e individuale.
Fosse stato per me, a New York avrei ricostruito le torri gemelle come erano, io che non sono un entusiasta dei grattacieli. Tanto se devono essere sostituiti da altri grattacieli.....!
Saluti
Pietro Pagliardini




[Torna su]

13/4/2009 - Sandro Lazier risponde

Caro Pagliardini,
ovviamente lascio a Vilma Torselli la diretta risposta al suo commento. Ma anch’io avrei qualcosa da obiettare.
Mi sembra che quello che lei chiama “attaccamento delle persone”, smerciandone il significato come fosse quello di un sentimento nobile come l’amore, in verità sia solo consuetudine, abitudine al quotidiano. Cambiare radicalmente la propria vita è sicuramente molto difficile e doloroso. Per questo nessuno lo vuole fare. Per farlo tuttavia, al contrario di cosa lei sostiene, occorre proprio quell’amore che lei mette troppo vicino al possesso (di cose e persone, come dice nel commento). L’amore desidera innanzitutto il cambiamento, non la conservazione. Solo per amore si dà un calcio al passato e alle sue convenienze materiali e sentimentali.
Quando un sentimento, come quello che lei descrive e scambia per amore, impianta la sua virtù sulla preoccupazione di perdere le proprie radici, di fatto si fonda su timore e paura, emozioni che con l’amore hanno poco a che vedere. Perché l’amore ha bisogno di fiducia, di autenticità, e pretende di distinguere il vero dal falso. E poi, suvvia, gli uomini si giudicano dai frutti, non dalle radici. Chissenefrega delle radici se i frutti sono squisiti.
Agli abitanti dell’Aquila e dintorni adesso servono rapidamente i frutti, non le radici. Serve loro l’idea di un futuro immediatamente utile alla speranza, alla sicurezza e alla serenità dei loro figli. La memoria del passato può aspettare, purché la si conservi nella sua autenticità, con tutte le sue ferite. Infatti, c’è più verità nel rudere e nel frammento di un edificio che nella sua ricostruzione. Ci pensi bene.

Commento 6994 del 29/03/2009
relativo all'articolo Berlusconi e il Piano Casa per chi ce l'ha già
di Teresa Cannarozzo


Mi riferisco al commento di Leandro Janni.
Questa sua frase: "E allora gli obiettivi debbono essere indicati in progetti di Regioni ed Enti locali, impegnati nel compito di responsabile pianificazione" sotto l'apparente buon senso e condivisione del progetto nasconde in realtà l'affossamento di ogni slancio che, guarda caso e contrariamente a quanto logica vorrebbe, viene dal centro e non dalla periferia.
E' una semplice questione di linguaggio, intendiamoci, e può darsi che mi sbagli, ma quando ci sono frasi così sento odore di funzionari regionali, sommi esperti nell'esercizio del niente apparente, in realtà espertissimi nel "governare" il territorio mediante leggi e norme di cui si apprezzano le conseguenze nel Bel Paese.
E' quella "pianificazione responsabile" che frega tutto il discorso: pianificazione è un pessimo e screditato termine;
responsabile, nel suo essere palesemente ovvio, è un omaggio rituale al politicamente corretto, l'esatto contrario cioè di quanto vuole essere il Piano Casa; è esattamente il linguaggio delle leggi urbanistiche regionali, zeppe di aggettivi che mascherano il vuoto. Gli obbiettivi sono già nel piano casa e senza tanti aggettivi; regioni e comuni dovrebbero orientarli in senso virtuoso, ciò di cui dubito fortemente sulla base dei risultati ad oggi.
Ciò che disarma è constatare l'incapacità di vedere la realtà se non attraverso la lente delle leggi delle quali i cittadini sono considerati sudditi privi di ogni capacità di azione autonoma. Vorrei solo segnalare che sono i cittadini a dare corpo e sostanza alla legge e non viceversa e, non a caso, l'Art. 1 della Costituzione recita:
"La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione". Diciamo che di questo articolo in campo urbanistico si considera solo la seconda parte e mai la prima. Fortuna che la legge del '42 prevede almeno le osservazioni ai piani, unico strumento legale di difesa, di proposta e di protesta.
Per ampliare del 20% la propria casa unifamiliare, non occorre una mobilitazione nazionale di architetti e funzionari regionali, basta individuare i luoghi intoccabili e poco più, pena lo scadere nel ridicolo.
Vale sempre e sempre di più, purtroppo, il motto summum ius summa iniuria e, per restare nelle frasi celebri, aggiungerei la più profonda e calzante, quanto la più disattesa: "il sabato è stato fatto per l'uomo e non l'uomo per il sabato".
Pietro Pagliardini


[Torna su]

Commento 6990 del 28/03/2009
relativo all'articolo Berlusconi e il Piano Casa per chi ce l'ha già
di Teresa Cannarozzo


Sommessamente e per quel che può valere segnalo che INARCH si è dichiarato favorevole al Piano casa.
http://www.professionearchitetto.it/news/notizie/9229.aspx
Di opinione simile è Luigi Prestinenza Puglisi.
La Regione Veneto ha anticipato tutti facendo suo il Piano Casa.
Lo dico così, per informazione, e i tre casi non sono da prendere come esempi necessariamente da seguire. Sono però segnali di attenzione.
saluti
Pietro Pagliardini

[Torna su]

28/3/2009 - Massimo Pica Ciamarra risponde

Caro Pagliardini,
non mi sembra che INARCH si sia dichiarato favorevole al Piano Casa. Né che io personalmente abbia assunto una posizione schematicamente contraria così come appare dal commento 6909. Questa volta non abbiamo ritenuto doverci apoditticamente schierare (nell’ottobre 2003, sul “condono” lo feci a nome INARCH – cfr.Antithesi). Oggi viene definito “Piano Casa” qualcosa che sembra non esserlo: è un provvedimento di cui si parla, di cui si legge, che viene smentito. E’ un provvedimento misterioso che a volte sembra promettere anche cose infami. A volte invece sembra aprire opportunità, sembra rendere possibili iniezioni di qualità in alcuni nostri disastrati contesti.
Il recente documento INARCH ha nel titolo un punto interrogativo: fornisce suggerimenti, auspica un provvedimento che possa produrre effetti positivi. Annuncia confronti aperti per tentare di sciogliere nodi irrisolti.
Un saluto cordiale
Massimo Pica Ciamarra

Commento 6974 del 25/03/2009
relativo all'articolo Berlusconi e il Piano Casa per chi ce l'ha già
di Teresa Cannarozzo


Gentile Marrucci, le sue domande e i suoi dubbi sono più che legittimi perchè, come lei dice "Il denaro fagocita la speranza della felicità".
Io però distinguerei tra il 20% delle mono-bi-tri familiari e il resto. Questo sarà terreno di conquista per geometri, non ho dubbi. Ma cosa possiamo farci? Per evitare che i geometri lavorino dobbiamo forse impedire l'aumento di una stanza? E se invece fosse appannaggio degli architetti siamo proprio sicuri che avremmo miglior risultato? Non si tratta qui di fare architettura (si è fatta sempre poco in Italia, diciamocelo, il grosso è a dir poco scadente), si tratta di rispondere a bisogni e desideri elementari e legittimi e di fare anche, ahimè, girare soldi subito.

Quanto alle demolizioni e ricostruzioni distinguerei tra le trasformazioni “in loco” e quelle con spostamento della volumetria altrove, ammesso che sia consentita dal decreto, come lo è in alcuni piani vigenti e in corso di approvazione.
Per quelle in loco è ipotizzabile che, a parte grandi aree dismesse, dove immagino e spero che le Regioni e/o i Comuni potranno prevedere piani urbanistici (da approvare in tempi non storici), si tratterà probabilmente di demolire e ricostruire fabbricati scadenti e fatiscenti e, anche se non nascessero capolavori da rivista la situazione non potrà che migliorare. E' comunque auspicabile che non ne possano essere interessate le aree agricole.

Più complesso invece se vi fosse la possibilità di trasferire le volumetrie altrove. In questo caso, immagino, e sottolineo immagino perché ancora non è dato sapere, che non potrà essere compiuta e se lo fosse dovrebbe avvenire all’interno delle aree già edificabili e/o edificate, con un aumento dell’indice e non dovrà certo essere ammesso il trasferimento "a scelta" del privato, tipo in aree agricole.
Comunque per questi trasferimenti, oltre una certa cubatura, riterrei necessario l’obbligo di piani attuativi.

Ma, aldilà delle ipotesi, delle congetture, delle speranze e delle paure insisto nella mia idea che la cultura urbanistica di questo paese, ammesso esista e non sia ridotta solo all’urbanistica legale, quella cioè delle norme fini a sé stesse, figlia neanche più della politica ma delle burocrazie regionali, prima e comunali, poi, ha bisogno di una scossa, di una rivoluzione culturale. E' direi la situazione del paese in genere che necessita, in ogni campo, di strappi, di stop and go bruschi, di forzature per uscire da decenni di contrattazione e di tavoli su tutto, che hanno sfiancato le energie e ci sta avviando verso la decadenza.
I "tavoli" sono sempre stati il modo migliore per insabbiare prima e spartire poi. La verità nuda e cruda è questa e il paese lo ha compreso.
Non è più tollerabile sopportare il divario tra i lamenti ipocriti e, a mio avviso anche molto poco documentati per non dire ignoranti, di una parte della cultura ufficiale che fa finta si tratti di una cosa seria e la realtà delle cose che è invece semplicemente degradante. E’ chiaro che queste considerazioni estreme ed estremistiche non tengono conto di episodi virtuosi che pure ci saranno, ma le semplificazioni servono meglio a comprendere la realtà.
Marrucci, dove si vede questa bellezza di cui parla qualche politico che andrebbe distrutta, se non nei centri storici, nelle campagne e in pochi altri luoghi? Quando giriamo in auto o a piedi per le città ne vediamo davvero molta di bellezza diffusa?
Ma se da tutte le parti è un lamento sulla bruttezza, gli scempi, la pessima architettura, gli abusi, i condoni ecc. come fa, improvvisamente, ad uscire d’incanto la bellezza, buttata lì, di traverso, tanto per dire no e, sostanzialmente, per difendere un pacchetto di voti di riferimento di coloro che sono deputati al “controllo” e che ovviamente rischiano di vedere ridotta la loro ragione di esistere!
La conservazione dello status quo giova solo ad una casta numerosa, protetta e proterva che ha ormai preso in mano le redini dell’urbanistica e dell’edilizia, spesso con l’avvallo della cultura accademica, e che si muove indipendentemente dalla politica, se non come forza di condizionamento.
Sento in questo momento in TV un Governatore che dice "ci può essere accordo ma non devono essere ammessi cambi di destinazioni d'uso": tipico cavallo di battaglia di coloro che vogliono il controllo sull'economia, cioè sugli imprenditori. Questa è l'urbanistica.
Pietro Pagliardini


[Torna su]

Commento 6970 del 25/03/2009
relativo all'articolo Berlusconi e il Piano Casa per chi ce l'ha già
di Teresa Cannarozzo


A me sembra che Andrea Pacciani abbia sintetizzato al meglio il senso e il significato profondo di questa proposta (per ora): presa d'atto del fallimento dei "principi e delle regole dell’urbanistica che hanno sempre avuto il fine di mediare l’interesse privato e l’interesse pubblico", come dice l'articolo, evidentemente non trascurando la mediazione al ribasso, per non dire peggio. E Pacciani accenna anche al recupero di dignità da parte dei cittadini oppressi da politici e architetti con leggi tanto assurde quanto inefficaci, atte solo ed esclusivamente, attraverso la "mediazione", al controllo sui cittadini stessi piuttosto che sul territorio e sulla città, che infatti versa nelle condizioni che ognuno può ammirare.

Di quale urbanistica c'è il rimpianto? Non sarebbe mica male spiegarlo. L'urbanistica degli standard, quella che ha prodotto, grazie al travisamento che ne è stato fatto dagli architetti, gli splendidi quartieri PEEP delle nostre città? Quali sono i vantaggi che andrebbero perduti per la città? Quale sarebbe questo patrimonio che oggi andrebbe dilapidato? Magari riuscire a demolire e riconfigurare interi piani di zona di stampo nettamente e consapevolmente sovietico!
Forse la chiusura delle logge con alluminio e vetro? ma se sono già tutte chiuse e riccamente incamerate all'uso interno! Forse la contrattazione decennale per la redazione di un PRG, diluita nel tempo per accontentare (mediare pubblico e privato, si dice nell'articolo) quelli che ci sono da accontentare ma confondendo le acque con inutili, faticosi, ipocriti dibattiti pubblici?
Qual'è il danno che provoca all'ambiente un ampliamento del 20% di una casa di civile abitazione di proprietà di una famiglia che desidera una stanza in più, nel rispetto delle varie leggi vigenti?
Quanto alla demolizione e ricostruzione con incremento volumetrico è norma ormai già presente in diversi PRG italiani e l'unico difetto riscontrabile ne è la difficile applicazione dato il frazionamento della proprietà. Per quale motivo se lo fa il Comune va bene e se lo fa il Governo (o forse questo governo? il dolore per la scelta di Nomisma farebbe pensare di sì) no? C'è logica in un ragionamento simile? Questa è una forma particolare di perequazione ma, detta così sembra assumere una sua nobiltà, detta che "ti faccio demolire fabbricati scadenti per ricostruirli con un incentivo volumetrico" (altrimenti che interesse ho) diventa sordida speculazione.

Certo, ha ragione M.P. Ciamarra a rivendicare un controllo qualitativo del progetto, cioè a rivendicare il ruolo delle commissioni edilizie, perché l'architettura, in quanto arte civica, richiede, come ha sempre storicamente richiesto, un giudizio collettivo e condiviso, del quale la CE è un surrogato, ma se regioni come la Toscana, dichiarandone nella propria Legge Urbanistica la non obbligatorietà, per "semplificare", ne ha di fatto consentito la scomparsa, cosa c'è da scandalizzarsi con la proposta in corso? Invece che lamentarsi, se ne chieda l'obbligatorietà del giudizio in tempi certi, pur lasciando la certificazione o DIA che dir si voglia.

Io penso che, se invece che lanciare grida di dolore, in verità non numerose nè forti, la cultura urbanistica italiana avesse colto questa legge come un'opportunità per rimettere al centro questa disastrata e screditata disciplina e per riaprire finalmente un dibattito a livello nazionale (grazie ad una legge nazionale e non a 21 leggi diverse scarsamente comunicanti tra loro), avrebbe dato prova di reale interesse per le sorti della città, del territorio e del grande patrimonio culturale di cui disponiamo. Ma che cultura è quella capace solo di gridare allo scandalo, imporre vincoli e controlli senza riuscire a fare proposte!
C'è sempre tempo mi auguro, ma per ora queste grida di dolore mi sembrano solo perpetrare logiche alquanto estranee alla disciplina e piuttosto inclini al pregiudizio, snobbando, al solito, i bisogni e i desideri dei cittadini, ritenuti evidentemente gli ultimi soggetti titolati a decidere sulla città.
Pietro Pagliardini



[Torna su]

Commento 6909 del 10/03/2009
relativo all'articolo Agilità e velocità
di Massimo Pica Ciamarra


Contrariamente a M.P.Ciamarra io vedo un'opportunità nella, per ora, bozza di legge.
Intanto va detto che, se e quando la legge nascerà, non avrà effetti operativi immediati perché la materia è di competenza regionale, quindi starà alle regioni farne un uso corretto.

Qui la cosa si complica perché ad esempio la Toscana, la mia regione, ha demandato ai comuni la possibilità delle commissioni edilizie, cosa che a molti comuni non è parso il vero eliminare, sia per le DIA che per i Permessi di costruire.
Praticamente ciò significa che le Commissioni edilizie possono purtroppo essere date per perse. Non che queste abbiano sempre dato buona prova di sè, ma qualche piccolo o grande scempio lo hanno evitato. Poi hanno fatto anche clientelismo a vantaggio dei membri stessi, e questo le ha rese invise agli architetti e hanno allungato i tempi, e questo le ha rese invise alla gente.

in realtà una Commissione che dovrebbe esaminare solo l'aspetto squisitamente progettuale, senza nemmeno entrare nelle normative varie, di tempo ne farebbe perdere ben poco ma il fatto è che gli architetti non amano essere giudicati, perché vogliono mano libera, per cui niente da fare un'altra volta.

A questo punto il mio parere è che solo regole urbanistiche, tipologiche e morfologiche (non solo numeri e calcoli e verifiche, ecc) diverse per zone possano costituire un freno. Ma anche qui ostacoli non mancano perché occorre condividere una visione della città e, inoltre, al solito gli architetti vogliono essere liberi di essere "creativi".

Ma la nuova proposta di legge è a mio avviso una grande opportunità per:
- ripensare la città entro se stessa, la densificazione, senza espandersi ulteriormente nel territorio;
- iniziare a fare operazioni di rinnovamento urbano con strumenti efficaci, e Dio sa se ce ne è bisogno;
- ridefinire i limiti fra città e campagna, oggi indistinti in mezzo a zone ibride che hanno i difetti della città e i difetti della campagna;
- non ultimo, perché l'urbanistica deve dare risposte ai cittadini,consentire a chi ha bisogno, e sono tanti, di un ampliamento a casa propria, di non dover soffrire le pene dell'inferno e alla fine non farne di niente o cambiare casa (cioè costruirne un'altra).

Non cogliere questa opportunità, almeno di discussione, reagendo come se fossimo in presenza di un condono edilizio vorrebbe dire reagire in maniera ideologica e abbandonare questa legge proprio in mano a quella speculazione che si condanna. Io credo che il grande merito di questa proposta sia quello di rimettere al centro del dibattito la città e di ridare la parola al mondo della cultura.

A me sembra il caso di non reagire con il riflesso condizionato contro la speculazione ma di fare proposte generali (e non potrebbe essere diversamente, visto che ogni regione poi dovrà adattarla alla sua realtà ma anche al suo "colore") e vedere come riuscire a cogliere quanto di buono potrebbe, e dico potrebbe, esserci in questa proposta.

Saluti

Pietro Pagliardini




[Torna su]

Commento 6897 del 08/03/2009
relativo all'articolo All'architettura italiana serve una legge?
di Massimo Pica Ciamarra


Caro Marrucci, mi perdoni ma le devo confessare che non ho capito proprio quello che ha detto.
Sull'umanità io non ho detto di avere una visione diversa dalla sua, che non conosco in verità, ma ho solo detto, e lo ribadisco, che sono certo che ci sono punti di vista e sensibilità diverse, in generale intendo e non tra me e lei che, ripeto, non conosco o tra me o qualche altro in particolare.

La pace, la guerra! Boh? Non capisco proprio cosa intenda dire. Ma può darsi che abbia letto con un occhio solo.

Per il suo buon senso, se le fa piacere, ritiro il mio avventato giudizio. Non cambierà certo la mia vita ma vedo che lei ci tiene molto a tenere le distanze e io lo assecondo di buon grado.
Cordiali saluti
(anche cordiali sarà troppo?)
Pietro Pagliardini

[Torna su]

Commento 6888 del 05/03/2009
relativo all'articolo All'architettura italiana serve una legge?
di Massimo Pica Ciamarra


No, no, Massimo Pica Ciamarra ha sì un tono professorale ma non scrive pensieri sparsi, scrive pensieri strutturati in una visione complessiva.
Semmai è, per assurdo, proprio questo il difetto, visto che nel caos italiano, ed anche oggettivamente nella difficoltà e complessità del sistema e dell'argomento, il pensiero, e soprattutto l'azione, sparso sarebbe quasi preferibile.
Marrucci, lei scrive cose di grande buonsenso: "Che gli architetti fossero messi in condizioni di vendere più progetti e meno l'anima!"
In effetti oggi capita di dover vendere entrambi.
Ma è con una legge che si risolve questo problema?
Ma lei dice anche, giustamente, che il vero fine è generare una città più umana: ma è con una legge che si ottiene questo risultato? Prima occorerrebbe mettersi d'accordo sull'umanità di una città e io non credo che vi siano due architetti che abbiano la stesso punto di vista in proposito.
Dunque cominciamo da questo, che mi sembra il punto dirimente, cominciamo a parlare della città nel suo complesso e molto meno dei vari oggetti di "design" architettonico, peraltro sempre più anti-umani.
In fondo la Legge sull'Architettura del Ministero (che solo in senso molto lato è sulla città) con il suo fissare principi generali e astratti, è il modo migliore per affrontare il tema. Però ha un problema: non è una legge, è qualcosa che viene prima ma che non ha alcuna forza operativa.
E' (a prescindere dal fatto che la si condivida o meno) una sorta di statuto per l'architettura.
Forse, contemporaneamente varrebbe la pena discutere anche di quella per accorgersi che non saremmo troppo d'accordo.
Pietro Pagliardini

[Torna su]

Commento 6880 del 03/03/2009
relativo all'articolo All’architettura italiana serve una legge?
di Massimo Pica Ciamarra


Ho letto con interesse la sua proposta per una Legge sull'architettura.
Ne condivido gran parte dei principi ma non posso non osservare il fatto che, contrariamente a quello che lei auspica, di utopia ne vedo molta.
Il suo mi sembra molto più di un "programma di legislatura" quanto una specie di rivoluzione che coinvolge talmente tanti soggetti diversi da diventare di impossibile realizzazione. Credo sia più facile cambiare il titolo I della Costituzione, quello intoccabile e sacrale.

Si immagina lei che ognuno dei numerosi punti che cita comporterebbe mesi, anni di dibattiti, convegni, mediazioni (al ribasso), interpretazioni, rivendicazioni, appetiti, ecc.

Non dico questo per difendere la Legge Quadro di recente prodotta dal Ministero ma proprio perché mi sembra troppo ambiziosa per le procedure e i riti con cui avviene il processo decisionale in questo paese.

E qui non siamo in un campo in cui due più due fa quattro, qui non si tratta di dire: da oggi si riparte con l'energia atomica (come a dire una cosa facile), che bene o male sappiamo cosa è; qui si lavora su princìpi, convinzioni, idee, culture diverse, interessi, denari, procedure. Insomma, si rischia di cadere nell'aria fritta come niente.

Per dirla in soldoni e, mi creda, senza alcuna intenzione di sminuire o di polemizzare, mi sembra una bella esercitazione intellettuale non finalizzata ad uno scopo preciso.

Le faccio un esempio tra i più semplici: lei individua la necessità di "Legge urbanistica, proposte di legge sul governo del territorio, legge sulla qualità architettonica, legge sul paesaggio, legge sull’ambiente, legge su tutela e valorizzazione del patrimonio del passato".
Richiesta giustissima se non fosse che....di leggi urbanistiche ce ne sono 21 quante le Regioni italiane. E se lei lavora nel Lazio e disgraziatamente deve fare un lavoro in Umbria, hai voglia studiare!!!!! Le conviene andare da un geometra o da un collega e chiedere a loro come fare (per questo gli stranieri non ci possono invadere, perché per ogni studio straniero ce ne vogliono almeno due italiani, anche se subalterni).

E come crede di armonizzare 21 leggi urbanistiche!!!! 21 Consigli regionali, 21 Governatori, 21 assessori, 21 uffici pianificazioni ognuno costituito da decine di funzionari abituati a parlare, parlare,. scrivere, scrivere, interpretare, interpretare, impuntarsi contro le leggi nazionali in base la colore politico?

Una provocazione per finire: ma è proprio necessaria una legge sull'architettura? Crede che la soluzione dei problemi dell'architettura stia nelle leggi?

Io non ho una soluzione ma alle leggi, abbia pazienza, non ci credo più, a meno che non lavorino per sottrazione e non per aggiunte.

Saluti
Pietro Pagliardini

[Torna su]

3/3/2009 - Massimo Pica Ciamarra risponde

Grazie per l’interesse, ma evitiamo equivoci. Il Disegno di Legge approvato dal Consiglio dei Ministri non incide sulla realtà del progettare e del costruire, ma io non lancio una diversa proposta di legge l’Architettura: mi limito ad uno secco elenco di azioni necessarie per ridare dignità e senso alle trasformazioni degli ambienti dove viviamo.
Vorrei si concordasse su pochi principi. Propongo di abolire visioni settoriali, legge urbanistica, legge per l’architettura, legge per il paesaggio e via dicendo: poiché hanno unico scopo, ne vorrei una sintesi unificante. Delineo poi la sensata riorganizzazione strutturale dei luoghi di decisione, un diverso rapporto fra Architettura e Potere.
Qualcosa si è tentato altrove: a me sembrano solo presupposti per civili modalità di convivenza. Auspico uno scatto: qui ancora un po’ utopico.
Grazie di aver stimolato un chiarimento ed un saluto cordiale

Commento 6776 del 26/01/2009
relativo all'articolo Auguri 2009
di Sandro Lazier


Giannino Cusano, non intendo contestare punto per punto le sue affermazioni. Però direi che, a pura logica, il fatto che l'uomo continui ad allevare il suo cucciolo anche dopo lo svezzamento sarebbe proprio la prova di quello dico io. Se l'uomo smettesse prima allora la cultura avrebbe prevalso.

Ma qui mi fermo perchè mi sembra che vi sia da parte sua una sorta di pregiudizio ideologico che fa perdere il buon senso: paragonare uno stile architettonico alla schiavitù! Non le sembra un pò grossa?
Lei mi conferma con le sue iperboli che ho colpito alcuni nervi scoperti.
Saluti
Pietro Pagliardini

[Torna su]

Commento 6774 del 25/01/2009
relativo all'articolo Auguri 2009
di Sandro Lazier


Gent. mo Sandro Lazier,
la ringrazio per la sua risposta che ha il grande pregio di costringere a riflettere. E io, nonostante la mia “faziosità” sono sempre affascinato dal pensiero altrui, specie se diverso ma frutto di convinzione e ragionamento. Se poi, anche rispetto a questo, io mi esprimo spesso in maniera sbrigativa e liquidatoria, ciò dipende sia da aspetti caratteriali sia dal mio convincimento che è sempre opportuno rimarcare le differenze, nel rispetto degli altri, perché è dal conflitto chiaro e leale che possono emergere le rispettive qualità. Gli equivoci producono confusione e zone grigie e, pur sapendo che la vita è fatta di zone grigie, che in fondo costituiscono il punto di contatto tra posizioni diverse e spesso consentono la soluzione e la sintesi dei problemi, credo anche che laddove possibile è bene mantenere non le distanze ma la propria individualità. E’ un po’ come in politica: se le rispettive posizioni sono limpide si possono fare scelte bipartisan, in caso contrario si fanno solo imbrogli.

A questo punto direi che ciò che ci divide o meglio ciò che ci distingue non è tanto l’espressione architettonica diversa che ognuno di noi “sponsorizza” ma qualcosa che viene un po’ prima. La sua sintesi della condizione dell’uomo contemporaneo “ideologicamente debole ma alla ricerca di un pensiero forte” ha elementi di verità ma è sulle risposte a questo stato che divergono le nostre opinioni.

1) Intanto l’uomo di oggi non è biologicamente diverso da quello di ieri e anche dal punto di vista antropologico non credo si possa parlare di una mutazione improvvisa; per questo il costringere lo stesso uomo di sempre in ambienti e spazi che creano disagio psicologico sarà anche in linea con la moda e la cultura dell’immagine del tempo (occidentale)ma non con la sua immutata condizione di uomo. Ora io credo che non possano esserci dubbi sul fatto che il vivere all’interno di una casa del centro storico piuttosto che nell’unità di abitazione (prendo questa come esempio classico) sia condizione molto più appagante e gratificante per chiunque: operaio, intellettuale e, soprattutto, architetto.
2) C’è poi un altro aspetto da considerare: poiché in questo mondo dichiaratamente tollerante e relativista dove sono accolte tutte le espressioni umane e tutte le diversità possibili, guarda caso non hanno diritto di asilo idee e progetti come quelli di Lèon Krier (sempre per esempio) che deve trovare un Principe (ironia della sorte) per poter vedere realizzati, con discreto successo, gli esiti di quelle idee e di quei progetti.E’ impossibile che progetti di quel tipo possano vincere un concorso “aperto”, a meno che tutto non parta da un’organizzazione che ab origine imposti tutto in quella direzione; a meno che, cioè, non si riesca ad opporre una conventicola ad un’altra conventicola. Il che però è altrettanto impossibile. In fondo non si chiede che diritto d’asilo e, nella logica contemporanea, pari opportunità, che invece vengono negate persino laddove si interviene sul tessuto storico.
3) C’è inoltre chi crede che si possa rispondere a quella condizione ideologicamente debole con un pensiero che non ne assecondi la debolezza, che non aumenti l’angoscia, che proponga un modello forte, o ritenuto tale, che ha retto migliaia di anni. Vi sono inoltre gruppi di cittadini e interi popoli che, nonostante tutto, conservano un pensiero e un’ideologia forte, che hanno forti legami di appartenenza e di identità, etnica, religiosa, politica, territoriale e che, magari, gradirebbero conservarla. E invece viene loro negato da un relativismo che, contraddizione di termini, diventa arrogante perché vuole relativizzare tutti. Io credo che al fondo vi sia questo: non è l’uomo, cioè tutta l’umanità contemporanea, ad essere debole ideologicamente ma è una parte, quella potente, quella ricca, che vuole imporre il proprio modello di vita relativista agli altri popoli e alle minoranze, e che accetta le diversità solo all’interno di quel modello.


Vengo adesso alla questione Ordini. Intanto dico che quell’idea che le ho espresso è del tutto estemporanea e, mi creda, mi è venuta in mente mentre scrivevo il commento. Poi invece ci ho ripensato e mi sembra abbia una sua validità, pur conoscendo le difficoltà di mettere d’accordo gli architetti.
Intanto le dico subito che non vorrei stare in nessuna chiesa, né con lei né con altri. Per quanto mi riguarda per me esiste una Chiesa, cui porto molto rispetto, né ho frequentata, in anni remoti un’altra di chiese e mi è bastato.
Diciamo che occorre trovare un minimo denominatore che, in questo caso, mi sembra relativamente facile, cioè il fatto che gli Ordini hanno perduto ormai la loro funzione storica, che in passato hanno avuto quale espressione di professioni liberali in un mondo non caratterizzato dai grandi numeri. Allo stato attuale l’ordine è solo un organo burocratico che, qualunque riforma venga fatta, diventerebbe

[Torna su]

Commento 6762 del 24/01/2009
relativo all'articolo Auguri 2009
di Sandro Lazier


E' ben strana questa nostra professione, perchè sono totalmente in disaccordo con lei su ciò che riguarda l'architettura ma potrei sottoscrivere il suo augurio di buon anno per tutto il resto.
In particolare sono assolutamente favorevole all'abolizione degli Ordini professionali che, coscientemente o no, in buona o cattiva fede, sono strumento di collusione nel sistema bacato dei concorsi, costituiscono un freno alla crescita degli studi con le loro litanie parruccone sui minimi inderogabili (non finirò mai di benedire Bersani, pur non essendo a lui vicino politicamente), non servono più, o forse non sono mai serviti, se non in tempi remoti, a garantire un minimo di rispetto delle norme di deontologia, perché intervengono solo "dopo" la magistratura, cioè quando non serve più e diventa un inutile accanimento, invece che prima, quando tutti sanno e si chiudono gli occhi e potrebbero prevenire. insomma, sono una palla al piede e un danno per i professionisti, o almeno per gli architetti. Gli ordini interpretano il loro ruolo di garanti di corretti comportamenti in maniera burocratica, vagamente forcaiola e giustizialista, invece che comportarsi come il buon padre di famiglia con i propri figli. Certo la colpa è anche nei numeri parossistici dei nostri iscritti che rendono difficile, se non impossibile, un simile atteggiamento ma questo è un motivo in più per eliminarli, non per potenziarli, visto che attualmente sono solo un piccolo, o meno piccolo, centro di potere contrattuale.
Mi domando quanti siano gli architetti che la pensano allo stesso modo. Davvero non saprei quantificare. Immagino siano tanti, silenziosi anche se, credo, non maggioranza. Come poter fare emergere questo dato? Come poter trovare un modo di fare sentire la nostra voce? Io proprio non ho risposta. L'unica sciocchezza che mi viene in mente è fare un logo e metterlo in testa ad ogni sito o blog che è favorevole all'abolizione degli ordini, con una brevissima spiegazione. Non è granchè, mi rendo conto, ma meglio di niente. Ci pensi sopra un pò.
E, tanto per evitare sospetti di opportunismi, qualunquismi, grillismi ed altro, come dice lei, le dico subito che io sono stato consigliere dell'Ordine di Arezzo per molti anni, per più anni di tutti i miei colleghi, fino al momento in cui, nel 2002, ho sbattuto la porta e ho dato le dimissioni da consigliere in carica.

Quanto all'architettura, beh, non voglio farla lunga ma io credo che ripartire dalla metà del secolo scorso, come lei auspica, significa ripercorrere gli stessi sbagli, riprendere gli stessi difetti che hanno portato alla degenerazione di cui adesso sempre più si stanno accorgendo, piantare l'albero sullo stesso terreno sbagliato.
Direi che il tarlo sta proprio in quegli anni da cui lei vuol ripartire, l'idea di dover cancellare e rifare, l'assurda pretesa di cancellare la storia, l'automatica trasposizione della modernità della macchina nell'architettura, scelta più da avanguardia artistica che non da metodo adatto all'architettura, all'edilizia, all'ambiente di vita dell'uomo.
Non mi interessano "gli stili", parlo di un'ideologia perversa, spesso coltivata in assoluta buona fede, che mette al centro dell'interesse un architettura auto-referenziale (proprio come gli Ordini) che non tiene in alcun conto l'oggetto del prodotto per cui esiste la stessa architettura, cioè il suo abitante, l'uomo, l'individuo, la persona, il committente, il cittadino, lo chiami come vuole.

La storia dell'architettura moderna è una storia tutta interna ad una casta, esattamente come la scuola è interna a interessi sindacali e politici dei vari soggetti, ad eccezione degli studenti che ne pagano le conseguenze, come la sanità è al servizio di medici e infermieri e personale vario, invece che del malato, ecc.

La casa è per l'uomo e non per l'architetto. Lo so, le potrà sembrare banale, semplicistico, ingenuo, scontato.
Però spesso la verità è la più semplice, la più banale, la più scontata che si possa dare. Tanto per fare una verifica basta domandarlo a persone non addette ai lavori: perché esiste l'architettura?
Vedrà cosa le risponderanno.

Con stima
Pietro Pagliardini

[Torna su]

24/1/2009 - Sandro Lazier risponde

Gentile Pietro Pagliardini, le devo una risposta in due parti.
La prima riguarda l’architettura delle archistars che lei dice autoreferenziale.
Io non credo che appoggiare le proprie tesi critiche su un ideale uomo, abitante, individuo, persona, committente, cittadino, buono per tutti i tempi e per tutte le cifre, possa portare da qualche parte restando immuni dal contagio retorico e, mi consenta, demagogico.
Tutta l’architettura è fatta per l’uomo, compresa quella che lei contesta. Ma per noi lo dev’essere per l’uomo d’oggi, non per un uomo generico fuori del tempo e della storia; perché la condizione di quest’uomo attuale, e la coscienza che ha di sé, non sono più centrali rispetto all’universo come avveniva in passato, tanto da giustificare l’architettura del passato. L’umanità vive oggi con coscienza una condizione periferica e “cosmologicamente” insignificante rispetto alla vastità e complessità dell’universo. Se è compito della cultura essere interpreti e critici del proprio tempo, non si può certamente essere attori di questa nuova tragica condizione richiamandosi all’umanesimo del rinascimento e del neoclassico, questi sì autenticamente disposti alla centralità, universalità e anastoricità degli ideali e dei fatti che li realizzano. L’uomo forte con pensiero forte, così padrone di sé e del mondo da potersi permettere e auspicare una concezione condiscendente e conciliante della vita e dei viventi, è roba d’altri tempi. Quella che lei definisce degenerazione, quindi, non si può più attribuire alla stanchezza ideale di un uomo forte ma, al contrario, è la ricerca di un pensiero forte da parte di un uomo ideologicamente molto debole. Se c’è difetto ed errore in qualche architettura recente, questo è imputabile alla maniera, al ripetersi e abituarsi all’uso formale, stilistico che, come per il passato, riconcilia con una blasfema convinzione di superiorità. Il male maggiore non sta nell’autoreferenzialità (che attiene la scrittura architettonica con la quale occorre convivere) ma nel suo svilirsi in calligrafia pura e semplice.
La seconda riguarda l’abolizione dell’ordine degli architetti.
La profonda differenza ideale che divide il nostro modo di intendere e fare architettura è la ragione prima per cui io e lei non dovremmo stare sotto la stessa chiesa. Per quanto riguarda un sondaggio tra i lettori non credo che molti gradirebbero prestare il proprio nome per la sottoscrizione di una richiesta così radicale. Ma si può provare.

Commento 6297 del 09/07/2008
relativo all'articolo Bravo Eisenman. Anzi, no
di Vilma Torselli


Come al solito ho fatto confusione: avevo cominciato a scrivere il commento poi ho pigiato per errore un tasto ed è partito prima di finirlo. Non so nemmeno se è partito o è annullato. Mi scuso nell'uncaso o nell'altro.
Riprendo daccapo, ringrazoandoti per il link e per avermi dato l'opportunità di leggere un articolo che parla di arte e di architettura.
Ho anche letto il commento di Marco Mauro, mi pare, e la tua risposta che, nella parte in cui maltratti gli architetti che non si interessano di arte io mi sono riconosciuto, quindi il risciacquone vale anche per me.
Probabilmente hai ragione te, sotto il profilo strettamente culturale, io però sono viziato un pò dalla mia testardaggine e "grettezza" antropologica, come ti dicevo riferendomi alla mia città, un pò dalla mia professione che mi porta a diffidare degli architetti-artisti e in questo magari confondo l'arte con gli artisti e l'architettura con gli architetti, sapendo che non sempre, anzi quasi mai, l'una coincide con gli altri, in entrambe i casi.
Per questo tendo a separare e a trascurare la parte artistica (oltre che per prigrizia mentale).
Vorrai comunque riconoscere che un'opera delle dimensioni del mausoleo di Eisenman è paragonabile, per le conseguenze sulla città, più ad un'architettura che ad una scultura, che ha cioè una grandissima valenza urbana, ben superiore quantitativamente, e come forza espressiva, ad esempio, ad una stele al centro di una piazza o, che so, alla colonna al centro di Place Vendome, che pure è fondamentale come perno intorno a cui tutto ruota e come punto focale dalla strada che si immette nella piazza stessa.
Quella che te giudichi come arte concettuale non produce gli stessi effetti della libreria con gli elenchi dei telefoni di tutto il mondo. Questa è, perdona il paragone, un mobile, lungo quanto vuoi, all'interno di una stanza, grande quanto vuoi ma sempre un mobile, un oggetto. Quella di Eisenman occupa qualche ettaro, è qualcosa di paragonabile ad un parco, in termini dimensionali, e, se ben ricordo, è in città, anche se sullo sfondo vedo alberi.
Io non voglio dire che non avrebbe dovuto essere eseguita perchè troppo grande poichè lo spazio urbano è fatto anche di garndi spazi non necessari dal punto di vista utilitaristico, dico però che quell'opera ha conseguenza sulla città non piccole e, laddove l'artista e il critico d'arte vede, con i limiti di cui tu parli, la perpetuazione del ricordo di una violenza immane ai danni di un popolo, l'architetto, ma direi più propriamente, gli abitanti della città possono vedere un problema: di sicurezza, di pulizia, di ordine pubblico, di inserimento nel contesto (che non conosco in verità). Vogliamo dire che il ricordo dell'olocausto degli ebrei, proprio nella patria di coloro che più di altri, o insieme ad altri, hanno perpetrato quell'infamia, merita un sacrificio per la città? Va benissimo se i cittadini l'hanno accettato. Ma, se potessimo togliere (e non lo possiamo ma vale come esempio) la tragica valenza simbolica a quel mausoleo e si trattasse di uno dei tanti monumenti ai caduti delle varie guerre di cui sono piene le nostre città, lo potremmo accettare? (senza voler stabilire gerarchie tra i caduti per una guerra o per l'altra).
Ricordo, se la memoria non mi inganna, le polemiche per il cubo di Aldo Rossi a Milano mi pare per i martiri della Resistenza, un affare di qualche metro di lato!
Penso anche all'effetto imitativo e di trascinamento che opere come queste, tanto più se di una archistar, portano con sè nella mente degli architetti (non tutti) e dei parallelepipedi in sedicesimo che viene voglia di mettere al primo concorso per una piazza del centro storico, sputtanandola definitivamente, o di periferia, aumentandone il degrado.
Questa banale riflessione ti volevo sottoporre a parziale giustificazione della mia, e non solo mia, difficoltà a mescolare arte e architettura .
Saluti
Piero

[Torna su]