Giornale di Critica dell'Architettura

4 commenti di Ugo Rosa

Commento 9152 del 10/12/2010
relativo all'articolo Hopeless Monster (Night at the museum)
di Ugo Rosa


Ugo Rosa risponde a S. D'Agostino

Funzionare, v. intr. (funziono ecc.; aus. Avere)
1. Essere in grado o nell’atto di corrispondere alle esigenze specifiche determinanti della propria struttura od organizzazione: la macchina ha cessato di f. ; l’ufficio non funziona più come prima | Rendere in modo soddisfacente: occorre sempre un po’ di tempo perché un nuovo metodo cominci a f.
2. Esercitare una funzione, fungere: f. da segretario | Celebrare (in ambito liturgico): oggi funziona il vescovo.
Così il Devoto-Oli.
Quanto all’etimologia ci si attesta comunemente su quella che fa derivare la parola da functus, participio passato di fungi (fungor, eris, functus sum fungi): conduco a termine; adempio, eseguo, compio, sopporto.

Funziona, dunque, ciò che risponde al compito per cui è stato messo in atto e vi risponde nel modo più adeguato.
Una penna deve scrivere. Ma non basta ancora che scriva perché “funzioni”. E’ necessario, per esempio, che la sua scrittura non richieda, per essere messa in atto, l’uso di sangue umano, di oro liquido o di inchiostri a base di uranio impoverito, che non pesi sei chili e che abbia dimensioni inferiori a quelle di un missile terra-aria.
Quando chiunque disponga delle mani e sia in grado di usarle potrà scrivere a costi economici e in maniera agevole, potremo dire di avere una penna che, effettivamente, funziona.
Poi, naturalmente, avremo penne più o meno belle e, anche, più o meno costose, ma affinché la penna continui a “funzionare” dovremo rimanere sempre dentro un paradigma che sappia declinare bellezza, costo e capacità di servire in termini tra loro adeguati.
Se una penna costa un miliardo sarà, forse, una curiosità da baraccone, ma perde una delle caratteristiche che ne fanno uno strumento di scrittura utilizzabile.
Per gli edifici le cose non stanno diversamente.
Un edificio funziona quando risponde al compito per cui è stato costruito e vi risponde nel modo più adeguato e a costi complessivi (di costruzione e di gestione) sensati.
Ciò che non funziona soltanto ma “ha da funzionare” (un artefatto, cioè, qualcosa che non funziona “solo per caso”) viene infatti progettato e costruito “in funzione”.
Un ospedale è pensato e costruito “in funzione” dei malati che dovrà ospitare, un’abitazione “in funzione” degli abitatori ecc; una sala espositiva deve esserlo “in funzione” delle opere che vi saranno esposte o, più precisamente, “in funzione” del migliore dei rapporti possibili tra l’opera e chi la contempla.
Noto, per inciso, che un museo nato per esporre l’arte del XX secolo risponde ad un’esigenza che proprio l’arte del secolo scorso ha avanzato per la prima volta: quella di un luogo fruibile a piacimento (spesso a pagamento) e votato ad ospitarla e a metterla “in mostra”.
Prima della nascita dell’arte moderna questa esigenza non esisteva.
Né Giotto, né Raffaello, né Leonardo hanno dipinto per far mostre pubbliche e sarebbe divertente immaginare la reazione di Andrej Rublev se gli avessero predetto che l’icona della Trinità, un giorno, sarebbe diventata un poster per pubblicizzare il panettone, Picasso, Modigliani, Van Gogh e Matisse, invece, puntavano, fin dalla prima pennellata, alla galleria d’arte e all’esposizione e quello auspicavano.
Ma ciò non è importante se non per sottolineare che, se qualche opera mai si dovesse trovare a sua agio in un museo (cosa della quale ho sempre dubitato e continuo a dubitare) quella sarebbe proprio un’opera di arte moderna, l’altra infatti ci sta, per definizione, malgré elle.
Parlare dunque di un “museo d’arte moderna” non è dunque trattare di un raro caso specialistico bisognoso di raffinatissime alchimie tecnico-mentali ma è quasi una tautologia giacché è proprio questo il solo caso in cui il museo ospita opere che sono nate esattamente per esservi ospitate.
Definizioni come sala espositiva, museo ecc. racchiudono, com’è noto, un significato che, in qualche modo, si pone a metà strada tra quello della parola “obitorio” e quello della parola “bordello”: vi si reca a pagamento per provare piacere e vi si trovano

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Commento 802 del 12/10/2004
relativo all'articolo Vati e gagà
di Ugo Rosa


Risposta a Leandro Janni
Carissimo Leandro, non è che io attribuisca chissà quali poteri a Sgarbi (a parte quello, non trascurabile, di far ridere). Il punto non è il potere "personale" di questa o di quella marionetta. Nessuna marionetta ha altro potere che quello, appunto, che gli deriva dal possedere un sembiante ridicolo. Tutto invece risiede nello spettacolo. Il potere oramai è una pura e semplice idea, nessuno (neppure qui a Berlusconia...) ne gestisce più di tanto in modo diretto e personale. E' proprio questo che rende l'epoca inquietante. Nessun imbecille ha, in fondo, altro potere che quello di gestire la propria imbecillità e di proiettarla intorno (a minore o maggiore distanza naturalmente e perciò c'è differenza tra lo stupido che s'allarga al bigliardo e quello che lo fa in tv..) ma questi cerchi s'intersecano e s'intersecano...alla fine tutto lo stagno ne è invaso.
Il potere è, oggi, qualcosa del genere: intersecazione di piccole onde di imbecilità, di furbizia e di cinismo che si trasmettono l'un l'altra il loro movimento. Ma quel movimento, infine, sembra acquistare una fisionomia unitaria e per niente rapsodica...
p.s.
...e tuttavia, caro Leandro, Piazza Armerina è qui a due passi ed io non sottovaluterei affatto i risultati che può ottenere un piccolo ridicolo potere applicato con una lente ustoria...prendila come vuoi ma io (a proposito di cose ridicole) non compero più zucchero Eridania: è poco ma è meglio che niente.

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Commento 781 del 21/09/2004
relativo all'articolo Don Camillo e l'architettura moderna
di Ugo Rosa


Risposta al commento n. 780
Lei, gentile signor Buora, mi è simpatico per tre motivi che proverò a descriverle.
Mi è simpatico, in primo luogo, perchè, dall'isola che non c'è, mi fa sapere che avrei dovuto rispondere a Langone non su Antithesi, bensì direttamente sul Foglio.
Magari, che dice, con un bel paginone a sei colonne, giusto per pareggiare il conto e lavorare ad armi pari?
Bastava chiederlo a quel sant'uomo di Giuliano Ferrara:
"Egregio signor Ferrara, mi favorirebbe un bel paginone sul Foglio chè avrei da sfotticchiare un po' l'amico suo Langone?
Certo si accomodi, vuole l'edizione del sabato oppure quella del martedì?
Facciamo così, mettiamolo giù a puntate e lo alleghiamo come gadget insieme ai pensieri di babbo natale e alla pipa di braccio di ferro".
Mi rendo conto che, nel paese dei campanelli, le cose funzionano effettivamente così. In questo, purtroppo, no.
Perciò (mi auguro che Sandro e Paolo non se la prendano e non si sentano, da questo, sminuiti) ho dovuto accontentarmi di Antithesi.
Lei mi è simpatico, inoltre, per via della sua efficienza nel trattare le virgolette. Possiede il segreto del virgolettato esaustivo: ha stabilito che le tredici
parole da lei selezionate sono "il nucleo del mio articolo" e non c'è verso di farle cambiare idea. Con lievi modifiche al suo metodo astringente potrei, se è d'accordo, mettere su una distilleria letteraria ed estrarre il sugo, mettiamo, della Divina Commedia, in ventiquattro parole: "Scrittore di mezza età incontra anziano poeta ormai defunto che lo accompagna in curioso itinerario ultraterreno: episodi divertenti e situazioni insolite. Finale a sorpresa."
Non credo che Dante potrebbe lamentarsi del trattamento: abbiamo infatti isolato il nucleo.
Lei mi è simpatico, in ultimo, perchè mi ribadisce che se io non sono cattolico non c'è problema. Grazie di cuore per la sua bontà d'animo.
Detto questo, però, pare che le chiese siano affar suo e che io farei meglio a togliermi dalle scatole. Ecco una concezione della convivenza civile che mi sfugge. Davanti a casa mia c'è una chiesa, mio figlio esce a giocare in uno spazio urbano che è configurato dalla chiesa, eppure se mio figlio non è cattolico deve, semplicemente, tacere, togliersi di mezzo e lasciare decidere al cattolico come deve essere la chiesa che configurerà poi gli spazi di tutti noi che viviamo in città: cattolici, islamici, atei, buddisti e indù. Con la medesima, ineffabile, logica, gli insegnanti di religione cattolica vengono stipendiati dallo stato e dunque anche da me che cattolico non sono.
Bene: l'Italia non sarà il paese dei campanelli ma ci si avvicina moltissimo. E vede, caro e gentile signor Buora, io, per la verità, avevo parlato di "sinistri cigolii" e non di "sinistri scricchiolii" ma devo ammettere ancora una volta che lei è un virtuoso della virgoletta: ha perfettamente ragione, adesso i cigolii sono diventati scricchiolii e temo che se continuasse a scrivere si trasformerebbero in qualcosa di ancora peggio. Perciò mi faccio definitivamente da parte: non vorrei trovarmi in mezzo alle rovine. Mi permetta però di citarle un autore che, date le sue frequentazioni teologiche, lei dovrebbe conoscere a menadito, Angelus Silesius (Il pellegrino cherubico, I, 267):
"Amico, se sempre una sola cosa dobbiam cantare insieme,
Che canzone e che coro saranno mai questi?"

Adieu

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Commento 336 del 05/12/2003
relativo all'articolo Coppe e medaglie: a Cesare quel che è di Cesare
di Ugo Rosa


Ugo Rosa non ha compreso la questione.
Qual è la questione?
La questione, dice, è che Brizzi in realtà "non andava considerato un critico in prima istanza", mentre Pierluigi Nicolin sì.
Perché?
Ma perché "nel bene e nel male, ha scritto articoli, editoriali etc etc".
Non solo. Li ha scritti su Lotus, rivista internazionalissima che, pure, dirige. La cosa ha la sua importanza.
Se uno scrive su Lotus e, per di più, la dirige, allora, è un “critico in prima istanza”.
E perché uno che scrive su Lotus e la dirige è un critico in prima istanza e uno che scrive su Arch'it e la dirige non è un critico in prima istanza?
Perché, dice, Lotus "ha una linea editoriale riconoscibile".
Ugo Rosa continua a non comprendere la questione.
Linea editoriale riconoscibile.
Cos'è?
E’, forse, quando un critico in prima istanza partorisce linee lunghe lunghe e dritte dritte, tutte belle cromate e parallele, che poi arriva il lettore e ci scivola come un trenino sopra i binari?
E’ quando, sulla base di queste oliate longarine, si stabilisce chi fare montare sul trenino e chi invece fare andare a piedi?
E’ quando si decideva di far fuori intere generazioni di architetti italiani perché, da pubblicare, c’erano meraviglie che, per chi non ha le belle fette di salame sugli occhietti, veniva lo schifo a guardarle?
Insomma, siccome c’erano le belle linee editoriali, sul trenino montavano solo quelli che il noto critico in prima istanza gradiva. Gli altri andavano a piedi, perché bisognava che si allenassero per il futuro (altre longarine, altre linee editoriali riconoscibili…).
Quando, per ipotesi, i giovani (di allora) architetti, accuratamente selezionati in base a scuole di appartenenza (longarine accademiche, linee editoriali didattiche) venivano accettati sul trenino dovevano viaggiare sul predellino, e per tratti non maggiori della distanza che intercorre tra il rientro delle colonne a stampa e il bordo pagina. Chi ha letto (oltre alla Lotus di Nicolin) la Casabella di Gregotti sa delle bellissime figurine di quattro centimetri per due di cui beneficiavano, di tanto in tanto, questi miracolati dell’architettura. Perché, si capisce, occorreva fornire tutto lo spazio necessario ai bei sederoni di quelli che facevano parte del giro, quelli che aderivano alla linea editoriale con tutto il plantare. Non parlo solo di progetti, parlo anche di scrittura critica. Quella scrittura critica italiana di cui il critico in prima istanza era ed è maestro raro (si provi a fare l’analisi logica e grammaticale di uno di questi bellissimi “editoriali e articoli” a linea editoriale garantita, si scelga pure a caso, e buon divertimento).
Ma Ugo Rosa continua a non comprendere la questione.
E qual è la questione?
La questione, dice, è che il critico vero (quello in prima istanza) scrive tantissimo e la quantità, santiddio, vorrà pur dire qualcosa. E dai oggi, e dai domani, alla fine la ciambellina deve venire fuori col suo bel buco al centro. Come diceva Russell: metti una scimmia davanti alla lavagna, dagli un gessetto, tempo illimitato e prima o poi finirà per scrivere il suo nome. O, meglio, il nome che tu hai deciso che porti.
Ma Ugo Rosa si muove adesso in un groviglio inestricabile di incomprensione.
Perché, oltre a scriverci, capita che ogni tanto legga, anche, Arch’it.
E ha scoperto, quel testone, che ci si scrivono cose assai diverse l’una dall’altra e ci si pubblicano progetti assai diversi l’uno dall’altro, che il livello di quei progetti e di quegli scritti non è per niente più basso di quello che si legge e si vede sulle riviste a linea editoriale doc che troviamo in edicola (anzi, è talvolta notevolmente più alto). Anche se scritti e progetti spesso non sono dotati del pedigree ufficiale fornito dalla cultura accademica.
E il fatto che manchino quelle belle longarine oliate che portano dritto al punto in cui il capomanipolo (critico in prima istanza) ha deciso che portino, non gli sembra un difetto.
Anzi, pensate un po’, gli sembra persino un pregio.
E gli sembra anche (ma questo perché proprio non è un tipo svelto) un tantino accademico, presuntuoso e arrogante decidere d’ufficio in che modo vada esercitata la critica d’architettura. E stabilire a priori che fare una rivista (offrendo spazio a persone che nelle riviste doc non ne hanno) non costituisca un forma pienamente legittima, anche se non canonizzata, di critica d’architettura. Gli sembra che questa arroganza non sia diversa da quella di chi sentenziava che siccome gli oggetti di Calder non stavano fermi, allora non erano da considerarsi sculture. Perché il minimo da richiedersi a una scultura è che stia ferma.
Ma la logica non deve fare una grinza.
La medaglia è per la Critica in prima istanza (quella con la c maiuscola)?
L’attività che svolge Brizzi non rientra tra quelle canoniche che definiamo “Critica d’architettura”, non è “Critica in

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