Giornale di Critica dell'Architettura

21 commenti di Angelo Errico

Commento 9255 del 31/01/2011
relativo all'articolo Sopprimere le Commissioni edilizie
di Sandro Lazier


Perché imporre a Matera l'uso di certi materiali per costruire nella zona dei sassi? Perché ad Alberobello non si può usare una persina a lamelle in ingresso di un trullo, oppure una porta in anticorodal? Perché a San Giminiano o a Castiglion della Pescaia non si può inserire nell'abitato anche storico, un box auto per la propria vettura con tutte le tecniche costruttive della contemporaneità anziché camuffarlo con rivestimenti di pietra antica? Per non parlare poi di quei regolamenti che vogliono nei cimiteri, le lapidi tutte di marmo con scritte di un certo colore e calibro. Concordo sì. Sacrosanto il diritto del buon gusto proprio sul proprio territorio. E poi c'è tutto quel discorso pure! di decoro della facciata. Ma qui si sposta il mirino della questione. Però in certi casi non è possibile anche quando i proprietari tutti concordano magari sul modificare un ingresso, un balcone, per un buon gusto contrario della Sorpintendenza. Ma c'è chi come Sgarbi, sulla difesa della bellezza ( la sua, a parer suo! ) ha scritto libri su libri. E quindi, con Lazier, la partita finisce 1-1.

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31/1/2011 - Sandro Lazier risponde

Una partita alla pari con Sgarbi è improbabile: pesi troppo diversi. Lui brucerebbe dieci persone per salvare un Raffaello; io dieci Raffaello per salvarne una. Purché questa non sia lo stesso Sgarbi.

Commento 9225 del 03/01/2011
relativo all'articolo Un anno difficile
di Sandro Lazier


Cara collega,
forse così va meglio, non avevo intuito che quella signora dal nome gentile, Wilma, fosse un'architetto.
Avevo pensato più a una, davvero! gentile signora, colta, amante dell'architettura. I nomi dei geni citati sono, come dire? un pò tradizionali, contemporanei in senso però più ampio della parola. A una signora,io non so che appellativi porgere.
Poi che dire in mia discolpa? Mi scuso.
Di più, francamente, non saprei fare.

Con Lazier, che posso dire?
Obbedisco.
Chi ha un'opinione differente, che deve fare? Mi scuso per essere diverso.
E non userò - se capiterà di scrivere un commento - appellativi con quell'educazione ricevuta da scuola e da casa, a chi non intendo porgere uno scontro, ma un confronto, non conoscendo peraltro l'interlocutore se non dalle poche parole lette.
Però, chi ha deformazioni catastali come me, e non nebbie e crisi esistenziali all'avanguardia, s'attacca a quel che di "vitruviano" conosce anche nel linguaggio.
Concedetemi l'attenuante del vintage.

Architetto Angelo Errico
( Ord.Arch. Milano n.15686 )

P.S.
Lavoro da alcuni anni al Comune di Milano, in un settore tecnico che vede progetti di social housing, di architetti ( sarà un caso, di solo architetti uomini ) nella nebbia e distaccati dai beceri scrupoli amministrativi di doverli poi pure accatastare. Ringrazio iddio di avere già una casa.

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Commento 9223 del 03/01/2011
relativo all'articolo Un anno difficile
di Sandro Lazier


Esimia signora Wilma,
l'elenco dei geni da Lei citati, è un sottogruppo di un insieme di creativi più ampio.
Vedo fermarsi l'elenco a Loos, Nervi, Ponti. Perchè non le è venuto spontaneo citare chessò: Libeskind, Hadid, Gregotti, Piano, MDVR ? La risposta non è necessaria.

Per il rischio di populismo, la mia era un'invocata: estensione, al gelataio, all'edicolante, alla parrucchiera.
Non desidero peraltro un ritorno all'architettura senza architetti ( e ho scritto sì che andavo un pò contro i miei interessi, ma non con l'autolesionismo ), credo però che nell'articolo fosse implicito come dietro alle grandi archistar ci sia il coinvolgimento di manger, scrittori, professori. Ampliavo soltanto ai meno illuminati, un principio: la demo-scopia, su cosa cioè desidarano magari come casa, come negozio, come parco di quartiere.
Le sembra gretto e senza valore? O una pratica in uso e abuso asfissiante a oggi?

Aggiungerei in coda un'altra garbata riflessione.

Che il buon design, e cioè la buona progettazione, possa migliorare la vita e renderla addirittura più gradevole, non sia più da considerare un principio di assoluta verità, controvertibile come per il motto "mens sana in corpore sano".
Per vita, intendo ovvio quella comune dell'edicolante, del gelataio, della portinaia, che non vedo migliorata se, per esempio, vede il ricorrere all'uso di posate di una serie di Philip Stark, e l'abitare in una casa creata da Fucsas ( senza alcun piccato riferimento, ma semplici nomi presi a caso ).

Poi Le dirò, cara Signora, che un altro genio come è stato Gaudì in Spagna, è visto con terrore dagli stessi spagnoli.
Una città intera, creata con la sua originalità, avrebbe reso un luogo di relazioni sociali ( e città ha etimologia da civitas, che fa coppia con civiltà ) un ambiente da delirio anzichè da ammirare, e la Disneyland in California una ampliata casa per le bambole.
Quella che noi chiamiano oggi: città, era per gli antichi: l'urbe. Ma qui introduco così un altro argomento di riflessione che non proseguo.
I geni del passato da Lei citati, questa differenza, la conosceva. E bene.


Buone cose.

(Angelo)

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3/1/2011 - sandro lazier risponde

Scusi Errico ma faccio difficoltà a seguirla. Nel commento precedente (9219) quella che lei definisce “solfa delle responsabilità” è solo una elementare attribuzione di ruoli affidati ad un titolo professionale o lavorativo in genere. Ma non era questo il punto sul quale intendevo far riflettere nel mio articolo. Secondo me non c’è nessun problema se un ingegnere o un macellaio vogliono fare l’artista o l’architetto, se ne hanno le doti, (dei titoli, per favore, chissenefrega). Il punto è che, nel momento in cui decidono di dedicarsi ad una di queste cose, in particolare all’architettura, chi lo ha scelto deve fare l’architetto e basta, senza tirare in ballo tutto un bagaglio di teorie sociali che, in assenza di una minima qualità architettonica, producono solo alibi per progetti fallimentari. Sono perfettamente d’accordo con Torselli: l’interdisciplinarità sì, ma al servizio dell’architettura, quando si fa architettura. No all’architettura al servizio di altre discipline, se no la responsabilità dei fallimenti è sempre di qualcun altro.
Quindi Errico, secondo me, ben venga un po’ di confusione tra “chi è mamma chi è sorella chi è moglie e chi è la portinaia”, tra maniglie, ospedali, ex-loft e altre denominazioni che, dal mio punto i vista, sono semplificazioni funzionali che non dicono nulla sulla loro architettura. Tipologia utile a una classificazione catastale, ma niente di più. La confusione stimola la ricerca, come la crisi. Nella nebbia, quando non vedi, sperimenti una direzione nuova, perché non vedi più quella abituale.
Di mamma, sorella, moglie e portinaia all’architettura devono interessare prima di tutto le fattezze (le direzioni), poi, magari,anche i ruoli sociali. Ma dopo dopo.

Sul secondo commento (9223) lascio a Torselli la risposta ai riferimenti personali che la riguardano.
Ma lei Errico dice:” Ampliavo soltanto ai meno illuminati, un principio: la demo-scopia, su cosa cioè desiderano magari come casa, come negozio, come parco di quartiere.”
Ma secondo lei le città nuove, le periferie, sono state fatte come le volevano gli architetti più visionari?
Il 98% dell’edilizia italiana è stata determinata da precise scelte di mercato, per il quale l’unico elemento che contava e conta ancora è proprio la demoscopia. Per cui lascerei proprio cadere la riflessione che lei propone con un po’ di boria alla fine del suo commento.

Commento 9219 del 30/12/2010
relativo all'articolo Un anno difficile
di Sandro Lazier


All'architetto sia chiesto di fare l'architetto, e quindi non l'archistar.
All'ingengere di fare l'ingengere, e non il designer. Al designer, di fare il progettista industriale di oggetti, e non l'artista del cavolo. All'artista di opere scultoree pittoriche fotografiche, di farle e non invece di fare le piastrelle i cinturini da orologio e la carte da parati.
Mi sembra che questa sia grosso modo la solfa sulla responsabilità.
E aggiungerei un discorsino anche sul valore delle cose oltre che delle azioni creative, e cioè sul valore aggiunto.
Se il macellaio non deve fare il chirurgo e il veterinario il deitologo, allora che una maniglia sia una maniglia in qualche modo riconoscibile, e funzionante. Poi che sia di Pierino o Pier Cardin, che prima di tutto sia una maniglia.

Altra cosa: non sarei così drastico dall'esimere il progettista, chiunque sia, dalla responsabilità di : educare. L'importante è che la chiesa sia un'ecclesia, e non un capannone industriale ex loft post cinema multisala. E basta con ste trasformazioni! Se si intende porre una persona in raccoglimento, il luogo e lo spazio siano percepiti diversamente da quelli di chi deve attendere un mezzo di locomozione (treno aereo filobus che sia). Una pensilina non sia un gazebo, una scuola non sia una caserma dei pompieri. La progettazione quindi sia comunicazione senza troppe aperture d'interpretazione. Sennò, con sta famiglia allargata di forme e destinazioni, mi sembra che non si capisca più chi è mamma chi è sorella chi è moglie e chi è la portinaia.

Infine, invocherei le persone quelle semplici, il gelataio, l'edicolante, la parrucchiera per intenderci, a essere davvero partecipi e critici alle iniziative degli architetti. E vado contro i miei stessi interessi. Ma la cortigianeria è la peggiore formula di collaborazione creativa con il cosiddetto cliente. Girerà forse di più l'economia. A me gira ben altro.

(Angelo)

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Commento 858 del 26/12/2004
relativo all'articolo Eisenman Terragni
di Antonino Saggio


Per l’amor di Dio! Non ho alcun livore per Eisenman. Se ho dato l’impressione di essere un “delatore” di quest’illustre architetto che da me non ha nulla da imparare come nulla ha da condividere la redazione di Antithesi sul mio accolto commento scritto (che ringrazio), oltre ad Eisenmann posso augurare quel vuoto di memoria ad altri illustri professionisti, della caratura per esempio di Zaha Hadid, Coop Himmelblau, Richard Meyer, o citando nel mucchio per par condicio, gl’italiani Gae Aulenti, Gardella jr., Vittoriano Viganò.
Poi nessuno vieta a chiunque di esprimersi liberamente e di catechizzare l’umanità con le proprie opere e gli scritti lasciati in eredità.
Il confronto con la storia è un sacrosanto principio. Eisenmann lo ha fatto con Terragni questo confronto, con la sua (di Terragni) memoria, con il suo (di Terragni) insegnamento. La nobiltà di Eisenmann non si nega.
No. Non approfondisco come la redazione chiede e vorrebbe; per rispetto anche agli altri protagonisti della comunicazione architettonica citati. Sterilità, sarà il mio pensiero. Può essere. Perché dover dire sempre quello che interessa gli altri? Accetto di essere microscopico. Palesemente sterile. Non sono le mie considerazioni che Eisenmann attende nella casella della posta. Perché allora la redazione infierisce su di me? E’ la storia abile di sempre, di chi fa comunicazione e informazione. Sui viventi non è ammesso opinare. Sui morti non è ammesso interrogare gli assenti.
Mi rimangio tutto. Eisenmann è un grande, in tutti i sensi. Ha scritto troppo poco. E per quel poco, non è valorizzato. L’importanza e la valenza di Eisenman non hanno trovato ancora la giusta dimensione del riconoscimento, … “saranno solo gli anni e il tempo a dirlo”. Lo penso per davvero

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Commento 854 del 18/12/2004
relativo all'articolo Eisenman Terragni
di Antonino Saggio


Sarà anche interessante tutto questo dibattito su Peter Eisenman e la buonanima di Giuseppe Terragni, ma sembra sterile. Sicuramente non è una questione di lana caprina né di vedute da tifoserie al bar dello sport.
Giuseppe Terragni ha avuto un sacco di sfortune in vita; se fosse nato appena 10 anni più tardi, ritengo che oggi non saremmo qui a parlarle con presunzioni filosofiche.
Peter Eisenman è quello che è, come chiunque faccia il suo mestiere, e se spazio ne trova, per costruire e per pubblicare testi scritti, vuol dire (purtroppo, a mio modo di vedere) che c'è chi lo tiene sul palmo di mano.
Grazie di esistere Peter. Non vorrei augurar sventure terraniane, ma almeno un lunghissimo vuoto di memoria, questo si. Non fa danni a nessuno, né a lui né a noi, e non c'è alcuna cattiveria e perfidia nelle mie parole. Bontà. A mio modo di vedere.

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18/12/2004 - la Redazione di antiTHeSi risponde

Caro Errico, per non essere sterile anche Lei, potrebbe spiegare meglio il perchè considera che non sia un bene il fatto che Eisenman scriva e lavori, facendo e dicendo quello che dice e fa?
Detto un pò più terra terra: perchè si augura un "lungo vuoto di memoria"? Le Sue critiche necessitano approfondimenti. Li attendiamo.
Grazie

Commento 559 del 22/12/2003
relativo all'articolo Un'americanata a Venezia
di Mariopaolo Fadda


Chi arriva in ritardo in una discussione di solito non sa cosa s'è perso nel dibattito, ma a voler leggere i sei commenti precedenti per farmi un'idea e non essere ripetitivo, mi spavento come quando sono di fronte ai citofoni dei condomini con una ventina di pulsanti per una successione di scale interne che vanno dalla lettera A alla lettera L.
Lo scandalo, vorrei dirottare la mira della tematica, non è tanto se la Fenice è stata ricostruita con tecnica dysneiana o con fedeltà alla prima o alla seconda ricostruzione avvenuta nel passato. Sta nell'aver dedicato tempo e ingegno e soprattutto denaro per un'opus architettonico che non è così particolarmente urgente e necessario in questo momento all'Italia.
Anche il campanile in piazza San Marco, ricordiamolo! è stato interamente ricostruito in tutta la sua altezza. E questa storia che le cose degradate dal tempo non vanno sotituite o se non c'è più la tecnica dell'epoca non si deve porre alcun rimedio, ci porta a voler essere ipocritamente moderni e contemporanei con attese e aspettative del pittoresco e del preraffaelitismo.
Insomma: l'architettura è fatta per essere mantenuta nel tempo, con quello che il "tempo" fornisce.
In Italia invece ci sarebbero necessità edilizie di maggior ed urgente necessità, che potrebbero a seconda delle dimensioni ed uso pubblico, essere oggetto di qualche concorso interessante anche.
Se cadesse il duomo di Milano è ovvio che non ci sarebbe più lo stesso marmo né gli stessi scultori, ma in fondo il marmo era scelto per la sua qualità poichè era materiale di più vicina reperibilità in quel momento, e i lavoratori altro non erano che artigiani e apprendisti di bottega assieme, e non certamente luminari del Bauhaus o assistenti universitari di Dal Co.
L'architettura si costruisce.
La sua vita sta nei mutamenti che essa subisce, poichè niente rimarrà identico a cos'era in passato.
Lo sfregio e l'insulto, la Fenica lo conferisce a chi invece ancora aspetta case e vive in baracche e containers, a stadi e impianti urbani senza alcuna utenza.
Poi, che sia stata rifatta così come era, "era" nel più recente passato e non in quello di memoria anteriore, chi se ne frega francamente! Ma agli italiani importa davvero di quest'opera? foss'anche stata fatta in vetro e cemento alla Mies o in pietra alla Gaudì?

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Commento 539 del 02/12/2003
relativo all'articolo Ancora sull'abolizione dell'ordine degli architett
di Sandro Lazier


Per fare l'esame di Stato, l'ultimo cosiddetto semplice della serie, c'ho speso mezzo milione di vecchio conio, che si passi o meno all'orale dopo lo scritto. Quanto l'esame per potersi iscrive (e non esserlo in automatico) all'Ordine sia uno strumento di verifica valido e specifico per garantire la riuscita di un professionista, è ai confini del ridicolo. Anzi, ha già invaso le prime aree di questo territorio.
Se imbrocco il tema che so fare meglio, per esperienza, per capacità, per fortuna, allora sono architetto, altrimenti, a me si può dare il titolo professionista di Architetto con la A maiuscola perché ho saputo progettare un'asilo materno con accessori, a te perchè hai saputo comporre un centro sportivo e a lui perchè ha realizzato una casa monofamigliare secondo criteri ecologici ed eliotermici.
Il tutto, geniosamente in otto ore. Così fosse (Dio per fortuna non lo è mai!) nell'attività in prorprio, quelli che arredano gl'interni ed i negozi se tanto mi dà tanto credo che arrivino a dei progetti esecutivi nell'arco di due ore e mezza e non di più.
L'Ordine in un certo qual senso non è necgativo nel suo concetto ispiratore. Lo è tutto quello che ne è venuto appresso con la gestione nel tempo e con il dominio indiretto esercitato sulle capacità di ciascun laureato.
Non c'è presenza di impegno politico attivo o comunque rilevante a fronteggiare lo scempio che le amministrazioni pubbliche attuano di governo in governo sul patrimonio architettonico e paesaggistico nazionale.
Non c'è testimonianza ecclatante assurta agli onori della cronaca per le osservazioni sollevate e pubblicamente discusse a fronte di leggi urbanistiche e di regolamenti di appalti che poi non siano stati (a posteriori) reclamati.
A che serve, così, l'Ordine allora?
Angelo Errico

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Commento 507 del 18/11/2003
relativo all'articolo Su Genova, corvi e Merloni
di Paolo G.L. Ferrara


E' un tema delicato due volte quello dell'incidente di Genova.
Come in ogni incidente, c'è un lutto, e delle vittime sul lavoro, e deboradare in speculazioni verbali gratuite è uno scivolone facile in questi casi, da evitare con la massima sensibilità (sempre che io ne abbia una). Come in ogni incidente di questa "portata", ogni parola di puro e semplice pensiero può essere trasformata in insulto, diffamazione, accusa, offesa a pubblici ufficiali, e alla sensibilità di prima, si deve anche aggiungere una dose da pachiderma di attenzione, scrupolosissima, anche per i sospiri oltre che per le parole pronunciate.
Ricordo che durante un corso al Comune di Milano sulla sicurezza nei cantieri, argomentando sui dispositivi di protezione individuale (casco guanti scarpe, per intenderci) si diceva che i nostri operai edili sono oramai abituati a lavorare a mani nude e sprezzanti il pericolo, e che un elmetto crea più disagio che serenità sul lavoro, ed in certi casi, qualcuno s'impiccia ad indossarli, rischiando contraddittoriamente di farsi male.
Cosa voglio dire con questo? che nei cantieri le responsabilità sono di molti, e da ultimo anche dei cantieristi.
Se la preparazione di queste persone è (ed è una triste realtà) quella di chi s'è fatto mascolinamente nella vita da sé, con il mestiere che oggi ti vede quà e domani ti porta là, ci sono per contro quelli che sono tutto scienza tecnica e master di specializzazione (i laureati, gli architetti), ma impreparati ad ogni reale concreto confronto con la materia, quella usata per costruire. Se a queste persone, per sorti umane, affianchiamo chi della politica e della gestione del bene pubblico si confronta con la sola autocritica, in supponenza di essere uber alles, al di sopra di tutti, il rischio potenziale che in un cantiere le cose non vadano per il verso giusto, è alto. Raggiunge livelli di pericolosità inimmaginabili ma prevedibili nella dimensione di un disastro tale rischio, se l'opera da costruire è di portata enorme come quella di Genova.
Kenzo Tange, dopo aver realizzato in un lungo arco di tempo il famoso aeroporto in Giappone (quell'isola enorme che fa atterrare un mondo intero ogni giorno) durante una cerimonia rispose ad un'intevistatore che gli domandava di esprimere un commento o un'osservazione personale su quanto realizzato, disse: sono contento che non ci sono stati incidenti e vittime di operai nel cantiere.
Questo per sottolineare come persino un grande come Tange, non si sia sbrodolato con querule chiacchiere da Ordine degli Architetti, ma di tutto quello che avrebbe potuto dire e ribadire per lasciarlo poi immortalato nelle riviste e nei giornali, ha semplicemente ossevato quanto in un ambiente così rischioso, tutto sia andato per il giusto verso.
In Italia, il dramma è che, ai cosìddetti culi di pietra dell'amministrazione locale, si dà da applicare "una legge" che ancorché preventiva e di ausilio al progettista, al costruttore, al direttore dei lavori, è punitiva per tutti loro.
La Merloni, come ogni figlia del pensiero parlamentare italiano, è l'aborto di compromessi, tira e molla, omissioni per la concessione in altre parti. Il buon senso tuttavia, dovrebbe appartenere agli uomini anzitutto. Mi dite come avranno fatto i romani a costruire acquedotti dalla Scozia alle coste africane senza uno straccio di lex aedile?

Angelo Errico

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Commento 489 del 11/11/2003
relativo all'articolo Design inerba
di Gianni Marcarino


Non è bello quel che è bello, ma è bello quel che piace.
E' nelle cose insomma, il dualismo del tutto e del suo contrario. O almeno, così ci si può esprimere.
In questa libertà, ognuno ovviamente ha la sua percezione delle cose: quella innata , e quella "costruita" (come me).
Mia madre un oggetto del genere lo troverebbe demenziale. Mio nipotino: divertente. Tra l'idea all'IKEA e la storia che continua con la rigenerazione del passato (si cita Pratone dell'architetto Derossi, giusto?) mi sembra che il tavolino trovi il tempo che si merita.
C'è stato chi, ha detto di averlo visto persino in una esposizione a New York, suppergiù. C'è chi ci vede una genialità per gli occidentali.
Il fatto è, che a commentare il bello, anzi: a giudicare il valore oltre che estetico di un oggetto, sia proprio la sua corrispondenza d'uso con la realtà di vita dell'uomo. E' ineccepibile che ogni idea, qualsiasi, anche la più bizzarra o stravagante, è un parto ammirevole della mente fantasiosa, ed intendo per fantasia davvero quel tumulto del cervello, un brain storming come dicono gli americani, con cui arrivare a far qualcosa. Si può fare di tutto e dire di tutto.
Poi c'è la verità. Non quella assoluta. E' un problema (direi: problematica) di comunicazione.
Non sempre si parla per tutti. A volte si parla per pochi. E chi non conosce il linguaggio, non identifica un senso di piacere, di serenità dal dialogo che ha (subisce o riceve a seconda) con ... l'oggetto che gli sta vicino. Sentimenti quelli di piacere e serenità che non devono essere univocamente abbinati ad azioni compiute, per così dire, pacifiste. Si può essere sereni anche dopo cattive azioni (cosa non è soddisfatto un tifoso dopo aver sfasciato un'auto che è lì parcheggiata, ma pensata per altre funzioni e scopi?) Eppure è soddifatto, compiaciuto e sereno per sé il tifoso "sfasciacarrozze".
Quindi, che il tavolino possa irritare, stizzire, far disapprovare, non è poi così grave. E', e basta. Il vero aspetto filosifico di questo tavolino è se la sua presenza, segna un tempo, oltre che materiale, anche culturale, civile, di natura antropologica. Ci sono momenti in cui la semplicità, l'efficienza, la coerenza anche estrema sono il tutto e il solo in un progetto. Fate a una carrozza dei tram per come è statio pensato il tavolino "prezzemolo" (posso battezzarlo così' senza che qualcuno si offende?). Se salite sulla linea 14 di Milano, vi trovate con tanti pseudo tavolini "prezzemolino". In una città affollata, di movimenti e flussi rallentati, un tram come il "prezzemolino" è ulteriormente insopportabile. In un'altra epoca, probabilmente lo apprezzeremmo e lo copieremmo anche per gli areoplani.
Ah. Se la funzionalità e la coerenza non hanno senso nella progettazione, per che cribbio usa Luca Toppino l'ombrello quando fuori piove? Un uso altrnativo c'è. Che usi la fantasia anche lì.

Angelo

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Commento 422 del 09/10/2003
relativo all'articolo Condono non solo
di Massimo Pica Ciamarra


La disgrazia del condono è come quella dell'assoluzione davanti al tribunale degli uomini e a quello di Dio di uno stupratore.
Sfregiare una valle, una laguna, un parco armonioso nell'equilibro faunistico e vegetale, con un'edilizia che vuole approfittare dell'idea commerciale del bello (un bel paesaggio, una bella vista, una posizione privilegiata) da parte di imprenditori prezzolati a politici di pelo folto sullo stomaco per utenti di sensibilità da pachiderma, è il risultato di un'equazione sociale le cui variabili sono molte, troppe.
Essere contrari al condono è un dovere ancorpiù che morale, di necessità Costituzionale, per abituare ed educare un popolo ad apprezzare il suo territoiro, a rispettarlo nei suoi equilibri (biodiversità si usa dire adesso) e a evitare che gli squilibri diventino irreparabili e irreversibili.
E' pur vero che un edifcio può essere pensato con dei balconi in facciata, e nel tempo esser questi chiusi con vetrate e finestrature, ma è pur vero che un'opera di un architetto - se con la A maiuscola - è e deve essere protetto per valori storico culturali oltre che artistici. Diversamente un balcone trasformato in piccolo baywindow non credo che faccia venire conati a ogni passante dirimpetto a quella facciata né che l'amministrazione si senta truffata per aumenti di volumetrie con sfaceli di superfici e volumi non registrati (e sui quali l'ente pubblico si fa pagare tasse imposte e gabelle varie).
Il condono sostanzialmente non va a valutare il bello rovinato e la truffa sgamata, ma semplicemente a raccatar fondi, come un bambino fa con il porcellino di coccio.

Angelo

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Commento 407 del 09/10/2003
relativo all'articolo I due deputati
di Paolo G.L. Ferrara


Riguardo al ponte sullo stretto di Messina, mi son sempre espresso a favore e ho sempre visto con ammirazione il coraggioso sforzo ingegneristico e architettonico che richiede una monumentale opera come questa.
Facendo una lettura oggettiva e austera della storia negli ultimi cento anni dell'Europa, è facile essere lungimiranti nell'immaginare come dopo la caduta del muro di Berlino, quest'opera del Ponte sia l'appendice di una serie d'interventi che sulla faccia della terra contribuiscono a dare un valore aggiunto all'umanità, nell'interpretare quei sentimenti di comunità e di federazione tra Stati differenti.
Chiarito questo, il bello e il brutto son due concetti, ontologicamente identificati a seconda delle necessità delle società che ne fanno uso.
Che qualcuno sia autorizzato a definire brutto qualcosa affinché debba essere eliminato, è una considerazione teorica senza confini di risoluzione.
Con tutti gl'infiniti esempi di scempi che nelle varie epoche storiche e nell'ultimo secolo della storia italiana sono stati eseguiti, questa proposta del master "in bellezza" per le amministrazioni locali, vale anche la riflessione su chi sarà designato a demagogo, a faro del sapere, per chi fino ad oggi è stato pagato nei miseri uffici tecnici per consentire che gli edifici venissero realizzati.
Eppure gli edifici non sono così difficili da governare seguendo i criteri senso del buon e bel gusto, se proprio proprio vogliamo vedere. Ci sono comuni in Italia che hanno regolamentato l'uso del colore sulle facciate (Bologna ad esempio). Anche in passato remoto ci son stati dei regolamenti che imponevano certe altezze, certi stili (il termine so che non piace molto alle correnti di pensiero dell'architettura). Se è stato edifciato nella valle dei templi, beh non è certamente la sola semplicità degli edifici che rende squallida la vallata, ma l'intera operazione urbanistico territoriale.
I condoni sono la legittimazione del fuori regolamento adoperato da inquilini e cittadini abusivi e ,,, e chi spiegherà a coloro, che non sono capaci di avere la minima sensibilità del bello e dell'artistico, e che pertanto quanto fino ad oggi compiuto dovrà essere rasato alla maniera di Attila? E dopo la rasatura, bisognerà restituire nello stesso posto una nuova edilizia che farà nuovamente a cazzotti tra superficie disponibile, superficie edificabile, e superficie destinabile a prati ed accessori nel loro massimo splendore come quella di Milano 2, tanto per dirne una?
Insomma, la trovata di questi due singolari esponenti del governo e della cultura e della civiltà del popolo italiano, è soltanto l'ennesima pagliacciata alla Cric e Croc.
Se il criterio di "ciò che è brutto va debellato", potesse diventare un principio di educazione morale, lo si potrebbe gentilmente applicare a quei ministri che son brutti, ma brutti brutti brutti?

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Commento 360 del 23/06/2003
relativo all'articolo Veniamo noi con questa mia a dirvi
di Paolo G.L. Ferrara


L'edificio che sta di fronte al Politecnico di Viganò con la sua A in metallo color rosso sull'ingresso principale o secondario (non s'è mai capito), nasce dai resti di un cinema e di un'oratorio.
Ci sono in via Ampere due linguaggi, due stili a dialogo, come due grammatiche ed analisi logiche appartenenti a due popoli differenti. Ci vuole un traduttore per così dire. Ma forse nessuno dei due "personaggi", desidera socializzare e dialogare. Allora che ciascuno resti nel suo. Se vogliamo però fare comunella col Politecnico, non possiamo pensare di farla franca dicendo che l'idea era un'altra. In principio ci sono le idee, le fantasie, le lungimiranze e in questo tutto è un centrifugato in continuo circolo. Quando però si deve dare concretezza alle idee, alle fantasie, alle lungimiranze, il minimo che si chiede è la coerenza, altrimenti inventeremmo auto che non servono per essere guidate, giradischi che poi non funzionano per suonare il vinile, e via giustificando di sto passo del cervello e della sua evoluzione che ne facciamo? Lo buttiamo in una pattumiera che non è magari adatta per contenere i rifiuti?
Se invece voglia appartenere al circolo del College, quel che è
del design come concetto del fare e del creare un oggetto oggi lo è anche di un edificio, con la novità del guscio. Non c'è più quindi interazione tra struttura portante e contenuto portato. Questo non è proprio un male, di cui temere l'incancrenirsi della forma, ma è il traslato del principio con cui Pininfarina (non me ne voglia) crea le auto in architettura. Gusci che sono decisamente eccelsi per le auto, ma essenzialmente gusci. Il motore lo inventa qualcun altro. La meccanica è di altre menti. E così avviene in architettura. Quinte sceniche, gusci più o meno fantasiosi, schermi in ogni facciata laddove c'è una facciata esistente.
Se si va a vedere in Sicilia la casa del farmacista di Purini, si comprenderà come è veramente gradevole lavorare con le facciate senza scadere nel decoro allo zucchero glassato.

Angelo Errico

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Commento 359 del 23/06/2003
relativo all'articolo La metropoli romana e la Città della Musica
di Luca Scalvedi


22 giugno 2003
Leggendo la critica sulla Città della Musica (e per fortuna si tratta di critica, quindi non di polemica o di atrito per partito preso contro Piano) si evince un certo provincialismo adottato in alcune scelte tecnico formali in abbinamento a delle espressività dell'architettura ardite e di slancio innovativo.
Non ho visto ancora il complesso edilizio nel momento stesso in cui sto scrivendo, ma non mi risulta difficile immaginare che alle varie innovazioni ci si sia trovati a dover risolvere delle questioni innegabilmente compromettenti, la cui soluzione doveva essere a vantaggio di alcune questioni per esserlo a compensazione, a tutto svantaggio di altre.
Anche l'intervento nel porto di Genova con il suo scenico acquario, parlandone con le imprese che ci hanno lavorato, ha dei problemi che sono sorti soprattutto a posteriori, un pò per una certa fiducia nelle previsioni, un pò per una certa supponenza nel trasformare l'anfratto in un piccolo borgo marino misto a un parco disneyland ittico.
Credo che in Italia, Piano a parte, sia difficile intervenire volendo ardire con le scelte progettuali da una parte, e sottostare a vincoli e restrizioni dall'altra. In questo contrasto in vero sta l'abilità e la capacità del vero architetto con la A maiuscola, ma ritornando alle parole in apertura, ben vengano critiche come questa sulla città della Musica, che non è di immacolata concezione progettuale, e che con i suoi errori, non è ancora diventata (e difficilmente credo lo potrà diventare) un mausoleo dell'inutilità come una cattedrale nel deserto, o se vogliamo vedere bene esempi recenti, come molti campi di calcio che son stati realizzati per le mosche e le zanzare. Ah, quello di Piano a Bari è lì invece tutto da vedere.
Angelo Errico

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Commento 345 del 20/05/2003
relativo all'articolo L'esame di stato ogni tre anni
di Giovanni Loi


C'è un nuovo modo di dire dei tecnici professionisti che si perdono nelle burocrazie : culi di pietra. Vuol dire che chi dovrebbe stare in cantiere o chino su tavoli da disegno (oggi sostituiti dai video di autocad) nei cantieri, tra una Merloni e l'altra resta invece alla scrivania seduto a far carte su carte su carte.
Il tecnico, ancorché pilotato dalle norme di legge, su un percorso di comportamento omologato nell'ambito della progettazione, della realizzazione, e del collaudo della sua opera, deve far stregonerie tra autocertificazioni, documenti di sicurezza in fase di esecuzione, in fase di progettazione, progetti preliminari ed esecutivi, perdendo di vista l'obiettivo del suo impegno universitario in gioventù.
La laurea è come il saggio di fine anno della palestra, la sfilata di fine CAR a militare. Ma la pratica, che val più della grammatica, non è inserita nei programmi dei politici.
Chi volesse fare il magut (il muratore in dialetto milanese) ha due scelte: trovarsi una buona azienda, che lo informi e lo formi tra 626 e 494, o trovare un pò qua e un pò là situazioni estemporanee per appropriarsi della dignità sancita nel primo articolo della Costituzione italiana.
Nel secondo caso la manovalanza extracomunitaria sta prendendo ampiamente piede nelle realtà aziendali edili anche di grossa caratura; nel primo caso, l'onere aggiunto per i corsi e le formazioni sono tali e tante che son poche le aziende diligenti.
Da un lato allora, ci sono eminenti dottori di architettura, che danno disegni di progetto da eseguire, a inesperti manovalanze. Il dialogo diventa più difficoltoso se le origini etniche parlano lingue differenti.
Eppure, un Le Corbusier, un Mies, un Wright, che cosa sarebbero stati oggi? Falliti, o dei pazzi illusionari. La tecnica va via Internet, ma non è questo il punto della questione. Un Gehry, un Calatrava, un Mangiarotti, un Piano, sono quel che sono, ma ciascuno di loro insegna a non star a perdere tempo sui libri di storia dell'architettura. L'architettura va vista, conquistata coi sentimenti, e poi ardire, fare. Loos diceva che un architetto dev'essere un muratore con della cultura. Pienamente d'accordo.
Ogni tanto si sente di qualcuno che indossando un camice, esercita la professione di farmacista o di medico. Dopo anni e anni si scopre, essere la persona non laureata. Ed è subito denuncia. Io gli darei a costoro una laurea ad honorem.

Angelo


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Commento 312 del 21/04/2003
relativo all'articolo L'orecchiabile esibizione di Botta alla Scala
di Paolo G.L. Ferrara


Croce e delizia la vicenda della Scala. Non certamente la sola. Valga una lettura per tutte, "Grandi Peccatori, grandi cattedrali", in cui si analizzano le vicende storiche con le quali nei secoli, alcune cattedrali d'Italia, hanno visto rimaneggiamenti, sostituzioni, rifacimenti, per giungere a noi con il sentimento del recupero e del restauro in nome e per conto della memoria.
La lite è la stessa, di sempre: quanto il nuovo con il vecchio possono conciliare una convivenza se non addirittura un matrimonio. Credo Zevi in un suo libretto da mille lire, riporta una considerazione sui templi buddisti, per i quali s'impiegano anni per costruirli, e un attimo per abbatterli, per poi ricostruirli. E' inconcepibile per noi occidentali questa pratica, che più che un'arte dell'architettura sembra l'arte dei pazzi, ma tant'è, è certamente più profonda di contenuti e di riflessioni di quell'arte tipicamente nostra e nostrana, delle opere iniziate e incompiute, iniziate e sbagliate, iniziate finite e ridotte a ruderi pompeiani in un tempo risicato di anni.
Milano attraversa in quest'ultime sessioni di governo comunale (Polo delle libertà con a capo il sindaco Albertini) un periodo in cui, ancor più che la vittoria delle ideologie forti, o anacronistiche, o progressive, o che dir si voglia, impera e prospera la mancanza delle ideologie, per dar ampio spazio al servizio gratuito di cortigiani e imprenditori da quarto mondo, per consentir loro di creare opere e infrastrutture indegne; pensa probabilmente l'amministrazione che con il culto e la dialettica dell'immagine, dello spot, con lo sbandieramento del nome dell'architetto di grido - un vessillo usato per mettere a tacere chiunque - si possa dar mano ai lavori come quelli di piazza San Babila, di piazza Duca d'Aosta, di piazza Cadorna, per citarne alcuni, che fanno schifo persino agli extracomunitari.
La Scala resta per la sua mole, un esempio di critica e polemica d'attualità. Se pensiamo alle tante piccole opere che verranno demolite nel silenzio più irreale, come accadrà al mercato in stile liberty di piazza Wagner - coperto da un muro esterno in mattoni e rimasto intatto nell'involucro che ha consentito l'appropriazione dei posti di vendita abusivamente occupati a suo tempo - o al mercato di Quarto Oggiaro dell'arch. Arrigo Arrighetti - che ha ricevuto dallo statunitense Richard Neutra un encomio scritto a mano - poichè nel suo piazzale sostano zingari e senza tetto, allora capiamoci: qui la questione non è il Botta o il Nouvel di turno; è la mancanza di una reale politica d'intenti, senza alcun controllo della cittadinanza, ancor prima di quelle da parte delle accademie e dei politecnici.

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Commento 206 del 29/09/2002
relativo all'articolo USA, un monumento da 140 milioni di dollari
di Francesco Tentori


L'IBM, lo racconta Piero Angela in una sua trasmissione, creò dagli Stati Uniti sempre all'avanguardia la prima scheda perforata che, Hitler, userà per codificare e catalogare efficientemente i deportati ai campi di concentramento.
La storia quindi non è priva della risibilità voluta dal destino, con i legami che con la guerra mondiale del secolo scorso, si creano tra l'America e l'Europa filonazista.
Quella della realizzazione di un'opera imponente, in memoria ai caduti in guerra da realizzare nel Mall di Washington D.C., da parte del gruppo tedesco che realizzò i campi di concentramento, non è una novità così paradossale per l'applicazione ancora oggi dell'esperienza acquisita dalla Germania durante l'inizio belligerante del ventesimo secolo. Basti sapere che, per esempio, la cremazione dei morti, avviene in Europa con dei forni crematori di origine tecnologica tedesca.
Penso che una verità da esprimere sulla vicenda del nuovo insediamento monumentale a Washington possa ricevere due contraddittorie e diplomatiche valutazioni.
Favorevole; con una considerazione di sottolineata civiltà democratica per cui, se pur ci siano echi del passato in chi realizza l'opera, ciò è testimonianza di una nuova mentalità che vede alla storia passata con distacco remoto, e si manifesta matericamente la capacità di procedere al di là delle considerazioni contestuali che all'epoca avrebbero avuto ragion d'essere, ma che oggi rimangono solo note polemiche per non essere ancora capaci di voler crescere dando all'evento lo stesso significato della memoria e dell'insegnamento che si instaura con la storia così come si fa per le vicende di zio Tom o la rivolta dei mercanti di tè.
Sfavorevole; con una considerazione attenta alla lettura sociale dei comportamenti umani, in riferimento specialemente all'attuale atteggiamento antropologico filo globalizzazione, in cui tutto si tritura e si rimpasta, senza attribuire i valori che gli eventi storici ci hanno trasmesso, confondendoli e reinterpretandoli a sfregio delle generazioni dei nostri nonni e dei nostri avi, per compiere sfaceli peggio delle guerre in passato messe insieme nel miraggio incantevole del futuro diverso e migliore.
Insomma, non ritengo che il monumento in argomento non debba esserci, però Washington nasce sulla genialità di urbanisti che avevano più considerazione per la vegetazione e la realizzazione di parchi che non invece di edifici e architetture. Ricordo di aver potuto ammirare la tomba commemoratrice Kennedy. Un'opera di silente rispetto alla memoria, minimalista e purista tanto per usare due terminologie del settore dell'arte e dell'architettura, non romperebbero affatto quel vasto terreno erboso e creerebbe una passeggiata molto simbolica, educatrice ed insegnante, come dovrebbe un monumento che si rispetti.

Angelo Errico

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Commento 197 del 28/09/2002
relativo all'articolo IUAV occupato
di Studenti IUAV


Sembra che l'università non sia cambiata. Laureatomi al Politecnico di Milano circa cinque anni addietro (io ne ho 37) ho vissuto due cambiamenti di ordinamento e ho avuto fatica non poca a laurearmi, tra docenti facinorosi, assistenti przzolati, corsi che anticipavano il master di adesso, oltre a tristi vicende familiari che hanno ritardato a 15 anni la discussione della mia laurea.
Sono d'accordo; s'iscriva chi ha le motivazioni e, chi ha bravura e talento, sia sostenuto dalla società. Se lo merita, può far solo del bene. Ma a chi? E se è uno cosiddetto straniero? non porterà forse tutto il sapere acquisito in altra patria?
Ho visto riciclarsi professori in abili esperti del "tal" settore ai master che vanno per la maggiore oggi, a prezzi immorali e con materiale che a me avevano propinato con dispense per un anno per riempire e giustificare il lauto stipendio di un anno accademico (si parlava di 7 milioni di lire allora); ho visto firmare articoli sulle riviste specializzate scritte da ghost writer; ho visto professori picchiati ed alcuni denunciati perché non ti facevano passare l'esame se avevi il libro di testo suo (alla faccia delle royalities!) prestato dal compagno o preso in biblioteca.
Sono d'accordo, vada in università chi lo merita. Anche per ch'insegna.

Angelo Errico

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Commento 195 del 28/09/2002
relativo all'articolo Contro-contro design
di Gianni Marcarino


Mi laureavo cinque anni fa al Politecnico di Milano, design (ne ho 37 oggi), mi sono iscritto nell'84 e sono cresciuto nei rinomati anni del benessere.
S'imparava la filosofia della progettazione, il Bauhaus, Gropius, il funzionalismo tedesco... la Kartell invitava gli studenti negli stabilimenti che frequentavano il corso con la Castelli Ferrieri, e si respirava un'aria di entsiasmo creativo; c'era anche Castiglioni che dei suoi oggetti ha fatto oggetto d'interi stage nel mondo, con i quali riesce a vivere di rendita. Enzo Mari ci esortava all'object trouvé.
Tra la banalità di una deformazione interpretativa della forma e l'essenzialismo di un oggetto, abbiamo creduto noi ex studenti, di essere stati così unti da un olimpo di divinità, sulla capacità acquisita di creare con la ci maiuscola, la forma delle cose e della loro essenza, e realizzare un progetto a più vasta portata, andando consapevolmente a modificare lo stile di vita, con lo stile delle cose nuove e di nuovi materiali.
Non ci avevano detto però che piove solo sul bagnato.
Nel frattempo si enfatizzava una realtà di benessere sociale oinvolto masse intere,nello sfoggio e nell'apparire. La griffe, la firma, erano il marchio sociale del marchio di garanzia, di un qualcosa di qualità, autentico, e poi soprattutto, costoso.
Quanto il marketing sia necessario per vendere a folle deliranti, un orologio di plastica, lo sapevano i miei insegnanti all'epoca. Probabilmente però, non c'era quel tenore economico che potesse far compiere il balzo dall'esclusività dalla produzione artigianale per pochi, alla produzione industriale per ancora pochi. Con gli anni '80 questo è finalmente successo.
Fermo restando che condivido il design semplice e contemporaneo, più coerente ed adeguato alla nostra epoca e alle nostre necessità, quel valore aggiunto che tanto piace agli acquirenti per essere esclusivisti (quelli che conservano gli spazzolini da denti come qualcuno ha scritto) serve soltanto per tenere il regime di mercato stretto stretto a pochi eletti, come Stark, che in fondo in fondo, se la suonano e se la cantano a loro piacimento.
In certi casi, certi oggetti potrebbero essere pensati da studenti anonimi, ma ciò renderebbe più che l'oggetto anonimo e banale, il fruitore tale, e in un'epoca come questa , oramai politeista, non è più il santino a gratificare i sogni e le speranze della massa, ma proprio quelle divinità come Stark (ma non ce l'ho con lui in prima persona).
Allora la domanda provocazione è: ma c'è proprio bisogno di dare rilevanza a quanto oggi Stark dice contraddicendosi con quanto asserviva in passato? La risposta da parte mia è: si, se il non senso alberga (certamente alberga) nelle nostre abitudinarie azioni quotidiane.
Angelo Errico

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Commento 145 del 23/06/2002
relativo all'articolo Il triangolo no...
di Paolo G.L. Ferrara


Il ponte sullo stretto di Messina è un'opera che oggi, e del resto ieri e certamente anche in futuro, fa parlare di sé per le problematiche legate alle vicende mafiose con gli appalti pubblici. Ma così come il Ponte, anche gli stadi delle olimpiadi, le centrali nucleari, e tutti quei grandi rinnovamenti operati sul territorio nazionale, pongono la stessa problematica all'attenzione di noi cittadini italiani. Problematica sia chiaro, che troppo comodamente si cerca di catechizzare come appartenente ad una categoria malavitosa piuttosto che ad un'altra, un pò come a scuola si tracciavano sulla lavagna da una parte i buoni e dall'altra i cattivi. La complessità della faccenda è ben più discutibile della somma delle singole questioni. Politica, imprenditoria, sviluppo socio economico del paese, cultura architettonica, sono alcune delle singole questioni che possono covare il male come pure il bene. La storia ci insegna d'altronde come le grandi opere pubbliche, le cattedrali, fossero erette sulle fondamenta e le mura di chiese costruite in epoche precedenti, divorandole nella nuova magniloquente costruzione, o addirittura inglobandole in un accorpamento di volumi diversi. Lo stesso magnifico e simbolico duomo di Monreale, se le pietre parlassero, ci narra di vendette ed efferati omicidi consumati tra Signori e potenti dell'epoca. Ad uso e consumo di una congregazione religiosa, la Chiesa, che non lascia parlar poco ancora oggi di giochi di poteri ed intrallazzi immorali.
Direi che il ponte sullo stretto di Messina dev'essere sfruttato abilmente anche da quelle forze politche, rappresentanti il pensiero assai critico e rasente il pessimismo, come l'occasione utile e a portata di mano per avviare lavori di "restauro" nelle vicende burocratiche sugli appalti, per programmare dei piani concreti nel frattempo e non dopo il termine della realizzazione del Ponte, sull'avvio di nuove opere rimaste incomplete ma che ben si abbracciano al Ponte. Il muro di Berlino era l'ultimo segno di divisione delle culture etniche europee. Il Ponte era l'ultima opera rimasta irrealizzata per suturare una unione territoriale tra le civiltà dell'Euro. Perdere quest'occasione predicare funeste (sebbene veritiere) circostanze di malaffare, è perdere solo del tempo prezioso, ed è perdere stupidamente la credibilità nelle capacità degli uomini di questa nostra civilissima società, in grado di manifestare concretamente degli ideali e dei principi assoluti di onestà con un simbolo che non sarebbe davvero male se fosse proprio il ponte sullo stretto di Messina.
Angelo Errico


23.giugno.2002 ; Paolo G.L.Ferrara risponde:
Non perdo "stupidamente" la credibilità nelle capacità degli uomini di questa nostra "civilissima società". Forse, "stupidamente", ho fiducia nei principi assoluti dell'onestà. E' questo quello che volevo dire nell'articolo.

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Commento 142 del 15/06/2002
relativo all'articolo Architettura e design
di Gianni Marcarino


Quanto sia preoccupante se il mobile sia propaggine di un setto murario o di un estradosso di solaio non è più nei ragionamenti del designer ma grazie al cielo nemmeno dell'utente meno allenato a questioni di styling e di arredo.
L'arredo è un divario tra il riempimento di un ambiente che si trasforma in una miniatura della vetrina d'esposizione, e l'anarchia dell'arredatore. Tra i due estremi c'è l'essenza dello spazio, cioè l'essere umano con tutte le sue esigenze; velleitarie, organiche, ludiche, viscerali, per dare con gli oggetti una risposta soddisfacente, la cui eleganza risiede nella praticità e funzionalità. Meno all'occhio saranno i particolari di appartenenza a questo o a quello stile, e più le case e le abitazioni diventano un vero luogo di accoglienza.
Chi si preoccupa del dettaglio lo fa con benemerenza se vi è una migliora all'uso e alla polifunzionalità dell'oggetto e dell'arredo. Se guardassimo con occhio più disincantato e meno eticamente rigido, agli arredi per le persone anziane, per quelle handicappate o con disagi percettivi, scopriremmo in vero una serie di soluzioni ergonomicamente ed economicamente vantaggiose da rendere le abitazioni delle alcove che non farebbero inviadia al focolare d'una volta. Purtroppo, esiste ancora la mentalità che esistono cose fatte per alcuni e cose fatte per altri. Incompatibilmente.

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15/6/2002 - Gianni Marcarino risponde

Mi pare che la questione venga posta nel confronto stile-funzione. Il rischio è di trasformare la funzione stessa in uno stile, ovvero in un insieme di regole codificate e riconoscibili in quanto tali. Ragnatela da cui non si esce senza il tentativo di superare la funzione, i bisogni classicamente intesi. Occorre inventare racconti profondamente umani che contengano le funzioni , che ne creino di nuove , se possibile. C’è uno spazio, tra l’anarchia dell’individuo e l’oggettività omologante della funzione. E’uno spazio in cui, all’interno di un consorzio umano coeso intorno a regole condivise, l’individuo gode della massima libertà d’espressione individuale e della massima considerazione sociale in quanto tale. Lo stile come riduzione in miniatura di simboli architettonici o come mimesi della natura è storia e tema caro a nostalgici storicisti. Tuttavia il design ha creato una quantità di oggetti quasi infinita , che si relazionano con lo spazio architettonico in molteplici combinazioni. E’ una situazione di libertà e di responsabilità nuove, visto che in passato era l’architetto il creatore di spazi ed il suggeritore di oggetti “ in stile” con l’architettura.
Oggi parliamo di spazio e di oggetti pensati in luoghi e momenti diversi. Il tema si sposta sulla forza comunicativa degli spazi architettonici. Se gli stessi hanno “forza”, gli oggetti inseriti , anche se eterogenei tra loro, possono creare un insieme convincente. Quando, all’interno di uno stesso spazio, gli arredi sono omologati secondo un solo gusto o trend , quando esprimono nella totalità uno “ stile di vita” univoco (come oggi dice il marketing) ci si trova spesso all’interno di un’architettura debole, in cui lo spazio non ha voce.
E’ questo rapporto , architettura –design, che ritengo interessante dibattere.