Giornale di Critica dell'Architettura

11 commenti di Arianna Sdei

Commento 1052 del 04/02/2006
relativo all'articolo Inevitabilmente l'architettura
di Leandro Janni


Sono profondamente colpita dal ritardo con cui l'Italia affronta il problema ambientale. La sintesi tra uomo ed ambiente e' proprio l'architettura. Non ci sono altre questioni da risolvere apparte quella ambientale. Non metterei ne' l'architettura, ne' tantomeno l'architetto su di un piedistallo. Siamo solo di aiuto a questo processo di sintesi che si e' fatto per secoli anche senza di noi. Credo che talvolta un po' meno teorie ed un po' piu' di pratica farebbe del bene a tutti.
Saluti dall'Inglilterra

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Commento 922 del 02/07/2005
relativo all'articolo Berlino Kinshasa
di Paolo G.L. Ferrara


Fate fare sculture ad Eisenman perche' gli riesce davvero bene. La decostruzione e' davvero indicata a dirigere opere d'arte. Tuttavia oggi l'emergenza ambientale urge risposte. Quello che piu' conta negli edifici civili e d'abitazione dovrebbe essere l'attenzione al clima nel quale essi si collocano.

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Commento 722 del 21/04/2004
relativo all'articolo Quelques considerations sur l'enseignement et le m
di Guidu Antonietti


No,évidemment ce n’est pas suffisant, et je pense que l’ expérimentation nécessite d’être mise en ouvre, mais je crois aussi bien que c’est beaucoup avoir la force de parcourir ce schéma à coté de la pratique quotidienne.
Je n’ai pas des réponses , mais seulement des questions. Est-ce qu’il y a une place réelle ou les architectes peuvent s’occuper de l’architecture réelle ? Dans l’histoire on a vu assez souvent des beaux projets que sont devenues des belles architectures, même aujourd’hui par fois on le voit. Mais la question c’est peut être : « est-ce on peut arriver à faire de l’architecture dans l’ordinaire? » Parce que cet ici qu’il faudrait gagner, exactement dans l’ordinaire.

No, evidentemente questo non è sufficiente, e credo che la sperimentazione teorica ha la necessità di essere messa in opera, penso anche che sia comunque importante continuare questo percorso di ricerca accanto alla pratica professionale quotidiana.
Non ho risposte, solamente molte domande. Esiste un luogo reale dove gli architetti possono occuparsi di architettura? Nel passato abbiamo visto spesso dei bei progetti divenire belle architetture, anche oggi capita. La domanda forse è : “Si può fare dell’architettura nell’ordinario?” Perché e’ qui che bisognerebbe vincere, nell’ordinario.

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Commento 719 del 17/04/2004
relativo all'articolo Quelques considerations sur l'enseignement et le m
di Guidu Antonietti


Caro Guidu,
Quello che viene detto soprattutto alla fine dell’articolo non è incoraggiante. Sono da poco architetto e sto cominciando a lavorare. Forse c’è qualche differenza tra il sistema francese e quello italiano, da quello che ho letto nell’articolo e dal poco che ho sperimentato mi sembra che il sentimento che esce fuori sia nei due casi molto simile. Io posso raccontare la mia esperienza odierna, fatta di committenti completamente privi di qualsiasi cultura architettonica che non sia quella dei tetti a falde, i portichetti, le mansardine e gli abusi edilizi che prendono decisioni architettoniche e che io non so come trattare per fare qualcosa di degno.
Da un lato bisogna lavorare, dall’altro bisogna potersi esprimere liberamente, ci sono già tanti vincoli urbanistici con cui fare i conti che se anche il committente ostacola la tua ricerca la libertà di espressione decade completamente.
Forse perché sono all’inizio ma non riesco a rassegnarmi e dire: “che facciano come credono”.
Come bisogna comportarsi?
Mi sembra già un dato positivo che i neolaureati francesi non sono disoccupati, vuol dire che c è un mercato che permette di cambiare. Ho frequentato un anno di école d’architecture in Francia e sono poi ritornata in Italia, ora nutro il desiderio di lasciare questo paese ma penso anche che bisognerebbe lottare un po’ di più, dovremmo essere più combattivi, non stancarci di spiegare il perché dei nostri segni, delle nostre convinzioni, non stancarci di dialogare facendo contemporaneamente azioni liberatorie come scrivere un articolo, approfondire una ricerca teorica o partecipare ad un concorso di progettazione.
Questa potrebbe essere una possibile medicina per curare la frustrazione, cosa ne pensi?

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17/4/2004 - Guidu Antonietti risponde

Chère Arianna écrire un article, approfondir une recherche théorique et participer à un concours de projetation c’est ce que nous faisons sur le Web surtout, oui !
Mais est-ce suffisant ?

Dans aROOTS le 14 octobre 2002 j’écrivais :
« Un peu artiste, un peu homme d’affaire, parfois brillant intellectuel, je m’habille en noir absolu de chez Yamamoto et je pérore dans les salons cathodiques. Tandis que dans le réel, le complexe politico-industriel, les grandes banques, leurs bureaux d’études filiales, tous les acteurs vrais sont au rendez-vous, sur le terrain, sur les chantiers, dans les bureaux de programmation. Tous adhérent à cette devise célèbre d’un roi du béton reconverti en patron d’un empire audiovisuel : "je gagne de l’argent avec les travaux que je ne fais pas !". Ainsi si dans ma mémoire vive il ne s’inscrit plus que la périphérie de nos villes est à la dérive, que le logement social est en faillite, que les mal logés sont les exclus, que les marchands phagocytent la cité c’est peut-être parce que mon cybermonde est imperméable au monde tel qu’il est. Ma vie d’Architecte est donc pareille à celle d’un désert où jamais rien ne change si ce n’est l’illusion du changement qu’y apporte le vent et la lumière en y faisant se succéder les apparences. Elles me disent que chaque matin qui se lève est une leçon de courage et que la connexion entre le clair-obscur du Web et la lumière solaire de l’Univers vrai est interrompue.
Bref...suis-je heureux ? »
C’est toujours d’actualité il me semble ... enfin pour moi !

Commento 687 del 09/03/2004
relativo all'articolo Il lifting di Minerva
di Paolo G.L. Ferrara


Di questo articolo ho apprezzato l’interessante ed inquietante paragone tra il nostro presidente del consiglio ed il duce storico, ci sono tra essi cotante similitudini che non possono passare inosservate: la politica estera, il monopolio dei mezzi di informazione, l’uso della guerra come strumento per “colonizzare” ( mi riferisco all’invio delle truppe in Iraq in previsione del miraggio della ricostruzione che non sappiamo quando inizierà visto che a quanto pare prima è necessaria la totale distruzione) ed a tal proposito egli mente apertamente quando afferma che il voto per la permanenza delle truppe in Iraq è gia stato dato. Egli mente di fronte al primo ministro britannico ed al mondo intero. Mi fermerò qui ma questi sono fatti che da soli danno un’idea della gravità della situazione.
D’altra parte le opere pubbliche mi sembrano veramente inadeguate ai bisogni del paese, ancora fortemente scollato tra nord e sud perché è vero, pare che si farà il ponte sullo stretto dopo tanti anni ma bisogna arrivarci allo stretto, con un’ autostrada ed una linea ferroviaria, certo uno è già qualcosa, è meglio di niente.
La linea generale di governo promuove un processo di smantellamento di anni di lavoro fatto per garantire le pari opportunità a tutti i livelli in favore di una logica personalizzata che premia il più ricco (del paese), tutte le riforme vanno in questo senso, parla chiaro la pericolosa volontà di rivedere la legge sulle pari opportunità unica garanzia di una democratica campagna elettorale.
Arriviamo alla scuola, il ministro Moratti è una che le cose le fa, ha concretamente legalizzato il sistema di vendita dei diplomi di scuola superiore. L’università è vero, necessita di un cambiamento, una boccata d’aria, e francamente già oggi la scelta professionale di intraprendere la carriera universitaria è eroica, per non parlare della lontananza tra università e mondo del lavoro, ma temo sinceramente che si faccia all’università quello che si è fatto alla scuola secondaria. Il ministro inizia a parlare nell’intervista sul Corriere della sera di sabato 6 marzo spiegando quale sarà il nuovo sistema di finanziamento delle università. Suddiviso in quattro quote: il 30% in base al numero di iscritti escluse matricole e fuori corso, il 30% in base ai risultati della ricerca scientifica dell’ateneo, il 30% in base alla qualità dei risultati, ed il 10% di incentivi a discrezione del ministero. Poi sostiene che non si tratta di co.co.co ma di contratto a tempo determinato di 5 anni offerto ai ricercatori, e che i cinque anni potrebbero essere ridotti. Poi passa alla ricerca, sostenendo: “abbiamo portato la percentuale pubblica dallo 0.53 allo 0,65 del pil quando la media europea è allo 0,66”. Questo suona strano, perché non so di quale Europa si tratti visto che i dati che conoscevo erano ben diversi, in linea con quelli pubblicati su AntiThesi.
Una riforma per il momento fatta di numeri alcuni dei quali discutibili e poco veritieri.
Il giorno 4 marzo tuttavia alla facoltà di Architettura di Roma è stata una giornata come tante altre, le aule d’informatica piene e gli studenti indaffarati forse con gli ultimi esami. Anche perché ormai tre anni fa in occasione della riforma del tre + due solo loro si mobilitarono per protestare.
Ringrazio cordialmente.

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Commento 611 del 30/01/2004
relativo all'articolo Con De Masi per Niemeyer
di Paolo G.L. Ferrara


Quello che dice EnricogBotta sull’assegnazione dell’incarico è in parte vero, un’amministrazione pubblica ha il dovere di valutare prioritariamente la possibilità di esperire un concorso di progettazione nel caso di opere di rilevanza architettonica o ambientale, questo è stabilito dalla legge 109.
Questo è il caso tipico, e di certo le cose non sono andate così.
Tuttavia non ho abbastanza elementi per valutare la legittimità del procedimento dell’auditorium e comunque non spetta a me.
Non credo che siano inutili prese di posizione quelle dei pro e dei contro perché arrivati a questo punto così avanzato del procedimento le scelte sono due: o si realizza il progetto o non si realizza.
E’ qui dunque che entra in gioco la sua qualità, questa decisione in questo momento andrebbe presa tenendo conto della qualità del progetto e non di fatti burocratici o economici.
Niemeyer è un architetto che ha fatto la storia del secolo scorso, sarebbe bellissimo avere una sua opera nel nostro paese. Spero che su questo non ci siano dubbi.
Arianna Sdei

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Commento 139 del 09/06/2002
relativo all'articolo Col senno di poi
di Domenico Cogliandro


Sono sinceramente allettata dal workshop nel teatro di Sciacca con architetti ingegneri tecnici ed artisti che si esibiscono, l'immagine è quella di una festa d'invito alla creazione; grazie per il sogno che credo realizzabile
Arianna Sdei

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Commento 72 del 18/03/2002
relativo all'articolo Mario Galvagni: la ricerca silente
di Beniamino Rocca


In risposta al commento 71
Già Zevi. Chissà se avrebbe approvato tutti i discorsi prolusi in suo onore in quella maratona d'eccezione che si è tenuta a Roma il 14 e 15 Marzo; mi piacerebbe sapere cosa pensava veramente delle persone che lo hanno ricordato -devo dire, con impegno- e mentre ero lì seduta distante, mentre ascoltavo discorsi del tipo "non esiste dissonanza senza assonanza ed è più dissonante un'assonanza senza dissonanza"; non potevo fare a meno di immaginare cosa avrebbe fatto lui in quell'occasione, quale parola di rottura, quale gesto. Forse perché ho assistito solo alla parte conclusiva dell'incontro ma ho veramente, drammaticamente sentito per la prima volta la mancanza, l'incomprensibile assenza di Bruno Zevi.
Credo che il messaggio sia la propria architettura e che questa meriti una possibilità, se non siamo noi a concedergliela, nessuno ce la concederà.
Ringrazio Alberto Scarzella Mazzocchi per la risposta chiarificatrice.
Arianna Sdei

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Commento 69 del 12/03/2002
relativo all'articolo Mario Galvagni: la ricerca silente
di Beniamino Rocca


In risposta al commento 66
Voglio solo dire che non dovremmo farci scappare le occasioni quando ci capitano sotto mano, che talvolta dovremmo anteporre il messaggio, che è appunto l'architettura costruita, al nostro ego.
Penso che l'architettura sia costruita, calce, cantiere, materia, e che questo sia lo strumento che l'architetto possiede per comunicare, il consenso è funzionale alla costruzione.
Penso che il consenso non lo si ottenga cercando di convincere, ma mostrando semplicemente la propria esperienza, ed è questo il gesto che paga, si rinuncia ad un pò di arroganza per acquisire comprensione, l'episodio con Zevi mi fa pensare a questo.
La mia considerazione muove dalla lettura dell'articolo ma proviene da una lunga riflessione personale, voglio pensare che il messaggio può passare e che l'architettura si può fare.
Ringrazio l'autore per la sentita risposta
Arianna Sdei

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Commento 61 del 28/02/2002
relativo all'articolo Mario Galvagni: la ricerca silente
di Beniamino Rocca


riferimento:Commento 66
Personalità geniale, non v’è dubbio.Lo scorcio di Casa Silva può essere affiancato a quello di un prospetto dell’università di Cincinnati e creduto coevo, li separano invece ben 35 anni. Tutta la ricerca che ha cominciato ad affacciarsi nelle università da pochi anni e che ormai più nessuno può ignorare era già iniziata, costruita, quando i capostipiti ancora, forse, la ignoravano.
Lui era il solo in quel momento, geniale, non v’è dubbio.
E Zevi non poteva non riconoscerlo, ma la genialità purtroppo non basta.
Sono molteplici le cause che fanno di un artista incompreso una personalità di primo piano nella società , prima fra tutte la volontà di farsi capire, di trasmettere, di comunicare, ed allora la richiesta di avere disegni più comprensibili e foto più esplicative avrebbe subito assunto un altro significato.
Il messaggio va ricercato, elaborato, creato dall’artefice ma è compito dello stesso di farlo passare.
Il messaggio va comunicato ed il messaggio è un regalo all’umanità intera, quindi più importante di qualsiasi idea personale.
Dirò di più, se manca questa forte volontà di comunicare l’artista non è tale, non esiste l’artista egoista.

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Commento 49 del 02/02/2002
relativo all'articolo L’universale di Architettura n° 100
di Sandro Lazier


Grazie al prof. Saggio per il bell'articolo, sintesi appassionante e diagonale del passato, sguardo rivolto al futuro senza paura.

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