Giornale di Critica dell'Architettura

24 commenti di Beniamino Rocca

Commento 1357 del 11/08/2006
relativo all'articolo Viva Bersani!
di Sandro Lazier


Approfitto del fatto che qualche lettore di Antithesi ( E. Botta) , per sua stessa ammissione, ha "le idee confuse " sulla legge Bersani per tentare di fare un pò di chiarezza su alcune questioni che interessano la professione dell'architetto, dunque, interessano anche l'architettura .
Architettura intesa nella sua accezione più completa, quella cioè di un'attività che costruendo quegli spazi nei quali tutti noi viviamo , e incidendo sul paesaggio, è espressione vera e compiuta di una società .
Gli ordini professionali osteggiano la legge Bersani sostenendo che la rinuncia ai minimi tariffari da parte dei professionisti sarà un danno per la qualità del loro operato e che il povero cittadino non sarà più tutelato.
Panzane , panzane, panzane.
Mentono sapendo di mentire ( lo hanno fatto da sempre del resto, fin dagli anni venti ,quando il sindacato fascista si è trasformato in ordine professionale -1923-).
Anche quella sfilza di accademici ( alcuni , forse, ache in buona fede) che il 21 luglio scorso hanno sottoscritto l'appello contro la legge Bersani fatto dal consiglio nazionale degli architetti a tutela della "Qualità architettonica" mentono, sapendo di mentire.
Se davvero avessero a cuore la " qualità architettonica" non avrebbero truccato i concorsi d'architettura come hanno sempre fatto e, soprattutto, non avrebbero lasciato passare nel silenzio generale la legge Merloni prima, e oggi, il Nuovo Codice degli Appalti , ancora peggio.
Queste leggi fanno del "Responsabile di procedimento" il novello "Principe" e lui, un burocrate , sceglie come fare un concorso , come dare un incarico , ed espropria l'unitarietà dell'idea progettuale affidando il progetto preliminare, definitivo, esecutivo e la direzione dei lavori a quattro figure diverse, se lui vuole, alla faccia della Qualità architettonica.
Questo il vero scandalo.
Questa la disonestà culturaledi chi governa gli ordini professionali, delle università di architettura e dell'Assimpredil ....e dei politici ,naturalmente, che in Parlamento tutelano queste lobby.
La legge Bersani è un positivo inizio, impostoci dalla CEE tra l'altro ( altro che legge della jungla caro Botta) deve servire per arrivare all'eliminazione dell'ordine degli architetti e fare in sostituzione delle libere associazioni di professionisti, come è in tutto il nord Europa, come il RIBA inglese insegna e dove, non a caso, l'architettura è generalmente migliore che da noi.
Basta con l'ipocrisia della tutela del povero cittadino e dei minimi tariffari.
Tutti noi sappiamo bene che per lavorare con il privato le parcelle sono sempre aldisotto dei minimi tariffari ...e gli ordini lo sanno benissimo da decenni ....ma fanno finta di niente.
La legge Bersani andrà migliorata perchè deve davvero tutelare :
) libera concorrenza
2) qualità dell'architettura
3) difesa dell'unitarietà dell'ideazione progettuale ( dal progetto preliminare alla realizzazione in cantiere ) e tutela del diritto d'autore
4) distinzione del ruolo professionale dell'architetto da quello dell'ingegnere e degli altri tecnici che operano sul territorio
5) distinzione del ruolo dell'architetto libero professionista dall'architetto pubblico dipendente .
Oggi il mondo degli architetti liberi professionisti deve porre con forza la tutela della sua figura e rivendicare un ruolo di rappresentanza che solo una istituzione ad iscrizione volontaria può garantire e non un ordine ad iscrizione obbligatoria.
Prima lo capiremo e meglio sarà per noi architetti liberi professionisti che vorremmo continuare a fare questa professione meravigliosa e crativa e che non abbiamo bisogno di essere difesi sui giornali ( con mezze pagine comprate con i nostri soldi tra l'altro ! )da colleghi universitari già pieni di incarichi, con stipendio e pensione garantita e , diciamolo francamente, senza nessun problema di sopravvivenza economica Bersani sì ,o Bersani no..




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Commento 1235 del 12/06/2006
relativo all'articolo Una nuova porta, un varco nella provincia italiana
di Giacomo Airaldi e Francesca Fabiano


bravi Giacomo e Francesca,
due come voi in ogni capoluogo di provincia e gli amminstratori comunali incomincerebbero un pò a capire la necessità di fare concorsi d'architettura semplici e snelli, onesti soprattutto , e si interrogherebbero forse anche sulla differenza che c'è tra edilizia ed architettura, il costo di costruzione è identico, ....e l'Italia in qualche anno diventerebbe un pò più bella ed apprezzata in Europa anche per le nuove opere architettoniche.
Come ben sapevano una volta papi, re ed imperatori, il buon governo del territorio, va sempre di pari passo con la buona architettura e Filarete insegna "un'architettura per nascere ha bisogno di un padre (il committente) e di una madre (l'architetto)" .
Ma questa lezione i nostri politici difficilmente la capiscono e così, dalla sciagurata legge Merloni sugli appalti pubblici si passerà al nuovo Codice degli appalti - DL163/2006 - che è ancora peggio , specie per quel che riguarda i concorsi d'architettura , unitarietà di un'idea progettuale e per il ruolo creativo degli architetti....ma di questo , ne parleremo magari , in altra occasione.

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Commento 1094 del 22/02/2006
relativo all'articolo Zevi dispettoso
di Paolo G.L. Ferrara


Bravo Paolo,
traspare un'energia costruttiva nel tuo intervento che, finalmente, fa una sana e brutale chiarezza a proposito dell'annunciata chiusura della storica rivista di Bruno Zevi. Adesso credo sia più facile per tutti noi ripartire. Già, ripartire bisogna. E ripartire da Modena, chiamando a confronto i "contemporanei" e senza perdere tempo a cercare impossibili "eredi". Condivido ogni parola della tua analisi sull'impegno critico di Zevi, sulla "continuità " nel fare battaglie per la società rivendicando l'architettura come impegno civile ed espressione compiuta della società.
Ho una proposta, un pò matta, da fare a te e a Sandro:
Perché Antithesi non si fa promotore di un incontro-convegno con i "contemporanei" (e qui penso ai Prestinenza, ai Saggio, ai Caramma, ai Genovese, ai Guido, ai Fadda, a Luca e Adachiara Zevi naturalmente, e a tanti altri zeviani ancora) ma anche con politici come Nicola Terracciano, segretario del Partito d'Azione Liberalsocialista, Emma Bonino e Pannella, associazioni come In-Arch, il Codiarch, e tutti coloro i quali hanno predisposizione al sogno, come Zevi ci ha insegnato?
Credo che da un simile incontro-convegno non dovrebbe essere difficile far nascere quel "... un foglio settimanale, a opuscoli, a strillonaggio stradale e a quant’altro” che saprebbe forse innervare e dare una scossa a queste università sclerotizzate, alla Darc, agli ordini professionali. Ripartire da Modena, da Zevi, per rivendicare un maggiore impegno etico-politico e civile già nelle leggi di riforma di questa professione che nemmeno l'Europa riesce a migliorare e che vogliamo ancora credere "il mestiere più bello del mondo".
Insomma, io credo davvero che i sogni siano sempre una buona ragione per vivere e non dobbiamo rinunciarci, mai.

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Commento 965 del 26/09/2005
relativo all'articolo Il professore protesta
di Ugo Rosa


Ottimo, al solito, Ugo Rosa. Voglio solo aggiungere che la lettera è stata scritta da Portoghesi e sottoscritta poi da altri 34. Così,almeno, dice Sottsass in una lettera al corriere .Non c'è da meravigliarsi troppo del contenuto allora, caso mai dà stupore, e molta malinconia, che tra i firmatari ci siano anche ottimi architetti come Nicoletti, Isola, Passarelli, Achilli , Canella e lo stesso Sottsass. Chiedono che si riduca "...l'inerzia dell'apparato burocratico e si consenta libero accesso ai concorsi..." e, udite, udite, si invoca però un potenziamento del Darc: un nuovo carrozzone burocratico-ministeriale mica da ridere. L'università italiana non ha proprio più pudore. Se ne guardano bene, i 35 professori, dal cogliere l'occasione per denunciare la sciagurata legge Merloni che emargina i giovani dal mercato del lavoro chiedendo curriculum che, proprio perchè giovani e neolaureati, non possono avere e premia , per legge, la "Quantità" piuttosto che la "Qualità". Parlano di storia dell'architettura italiana ma si dimenticano che con la Merloni, dal " Principe" si passa al "Responsabile di procedimento". Filarete insegna, il committente è il padre dell'architettura e senza padre, l'architettura avrebbe qualche problema a nascere, l'architetto-madre non basta....e la fecondazione artificiale non piace nemmeno a Ruini...
Dice bene Diego Caramma quando cita Zevi ed il convegno di Modena del '97e io chiudo citando un fatterello illuminante dei rapporti tra Università , Ordini , concorsi e architettura.
Mi riferisco a quanto riportato su L'architettura, cronache e storia, n°511, maggio1998_ editoriali in breve-
: Roberto Maestro denuncia il concorso di Catanzaro.
Il progetto vincitore è risultato, all'apertura delle buste, elaborato da un gruppo di professionisti guidati dal prof. arch. Paolo Portoghesi, del quale facevano parte, a quanto mi è stato assicurato, presidenti e consiglieri degli Ordini e degli Ingegneri delle province calabresi. Il giudizio negativo sul valore di questo progetto era condiviso dal presidente della commissione , prof. arch. Antonio Quistelli, e dal prof. arch. Silvano Tintori. Il mio voto, espresso in forma radicale ( zero) vuol segnalare il mio totale dissenso su quel progetto ( a mio parere, il peggiore tra quelli presentati). La domanda cui chiedo di rispondere ufficialmente è se possa ritenersi corretta la partecipazione al concorso di un gruppo costituito da presidenti e consiglieri degli Ordini professionali, quando della commissione giudicatrice facevano parte rappresentanti degli stessi Ordini".
Se in Italia ci fossero 50 ( o anche 49) Roberto Maestro, l'istituto dei concorsi sarebbe una cosa seria.
Come dargli torto?

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Commento 920 del 23/06/2005
relativo all'articolo Diritto d'Autori - il diritto a un ricordo... il d
di Davide Crippa


Bello la spunto che dà Uboldo Peroni : chi è questo Giacomo Scarpini, maestro e colonna portante del sapere di tanti giovani architetti?
Io, da "geometrarchitetto" ho frequentato il politecnico dal '69 al'76, durante il "Turno serale" e l'ho conosciuto personalmente. Seguivo l'unico gruppo di docenti che in quegli anni voleva fare qualcosa veramente di "sinistra" . Insegnare cioè" architettura ed urbanistica" nelle uniche ore disponibili - dalle 18.00 alle 21,00- anche a quei rozzi lavoratori-studenti-geometri che incominciavano a popolare la facoltà perchè almeno, da architetti, potessero contare un pò di più in questa brutta società capitalisica. Il gruppo mitico, questo sì, era quello di Bottoni, Canella, D'Angiolini, Meneghetti. Nel'71 il ministro Misasi avrebbe sospeso i primi due insieme a Albini, Helg, De Carli, Portoghesi, Viganò (un grande, caro Pacciani), ma Meneghetti e D'Angiolini (soprattutto quest'ultimo) continuarono a organizzare un minimo di ricerca, anche il sabato e la domenica quando era necessario e gli studenti più impegnati lo chiedevano.Tentavano di guadagnarsi lo stipendio aiutando proprio i lavoratori-studenti a crescere, culturalmente e anche politicamente, perchè no?.
Bene, Giacomo Scarpini docente di Scenografia, e tra i più solleciti a garntire a tutti il 27 politico, era allora in quel gruppo di professori che tenacemente si oppeneva al gruppo di Bottoni ed al suo tentativo di organizzare una didattica di massa : la "Didattica a domanda", organizzata cioè dagli studenti stessi su temi e luoghi specifici di loro interesse. Giacomo Scarpini faceva parte del CDA -comitato d'agitazione permanente- con docenti che come leader avevano, lo ricordo bene: Piperno, Magnaghi, i due Perelli, E. Battisti e Cesare Stevan (che, come sappiamo, come tanti altri del suo gruppo sarebbe saltato alla fine degli anni ottanta dall'estrema sinistra a quel rampante craxismo che lo avrebbe portato ad essere preside di facoltà e il glorioso PSI a sparire dalla politica, ma qui il buon Cesare non c'entra).
Scarpini, come tutti i suoi amici professori di quel tempo, non insegnava nè scenografia , che forse sapeva, nè architettura, nè urbanistica, nè scienza delle costruzioni. Anche per lui lo slogan era" Distruggere la facoltà per rfondarla, siamo tutti studenti-massa". Occupare ed autogestire l'Innocenti , partecipare alle manifestazioni nei cortei degli extra-parlamentari., questo bastava per diventare architetto, tanto, tutti i professori che ho citato, come lo stesso Scarpini avevano già stipendio, pensione garantita e casa al mare.
Dopo Bernardo Secchi preside, eletto con i voti determinanti del CDA, ecco il preside Stevan dagli anni ottanta. Non so cme sia stata rifondata la facoltà (o forse, lo so fin troppo bene) e cosa insegnasse Scarpini negli anni ottanta, ma metterlo vicino a Bottoni (e agli altri) è ,a mio modo di vedere, una disonestà culturale che, ahimè , la dice lunga sul libro fatto da questi bravi studenti che certo avranno un avvenerie certo da aspiranti accademici, meno , credo, come architetti che sappiano costruire architetture. Scenografie ne sapranno certo fare, e di bellissime anche.

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Commento 895 del 03/05/2005
relativo all'articolo Delimitare gli spazi della modificabilità
di Franco Porto


E' bello leggere che un'amministrazione comunale chieda consulenza all'In-Arch , ente benemerito, anzichè all'ordine professionale degli architetti ( ente non benemerito e, specie per l'organizzazione dei concorsi d'architettura , persino dannoso... quando addirittura non truffaldino come denunciava Bruno Zevi sul n° 511 della sua prestigiosa rivista a proposito di un concorso in Calabria vinto da Portoghesi, se non ricordo male....). L'inizio del concorso a Catania è dunque promettente. E' troppo chiedere al collega Franco Porto che si tenga conto, almeno in parte ,delle proposte che come Co.Di. Arch ( Comitato di difesa degli architetti) portiamo avanti da anni e cioè:
1- Dibattito pubblico delle riunioni della giuria
2- una sola tavola formato AO e una sola pagina di relazione
3- concorsi palesi.
Si spendono soldi pubblici per sistemare una piazza, perchè il dibattito dei giurati non deve mai essere pubblico?
Non credete che sarebbe un'occasione formidabile per stimolare attenzione all'architettura da parte dei cittadini e riempire , finalmente, le aule dei consigli comunali?
ps. Nel nord Europa si fanno da sempre ottimi concorsi di architettura, e gli ordini professionali ad iscrizione obbligatoria non esistono, esistono libere associazioni , vedi il RIBA. Sarà un caso?

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Commento 864 del 23/01/2005
relativo all'articolo L'orecchiabile esibizione di Botta alla Scala
di Paolo G.L. Ferrara


E' bravo, questa volta, Stefano Boeri che a proposito della critiche di Mario Botta ai futuri grattacieli della Fiera stronca il superprofessionista svizzero così sulle pagine del Corriere della Sera di domenica 23 gennaio "... così come si può dare il colpo di grazia all'architettura di un antico e celeberrimo Teatro d'opera mentre ci si appella alla storia e al suo "contesto". All'architettura non servono anatemi generici, ma esperienze coraggiose e critiche puntuali".
Naturalmente c'è chi continuerà a guardare al cubo ed all'ellisse di Botta scambiandoli per " ali di gabbiano ", ma a qualche giovane architetto l'intervento di Boeri farà sorgere qualche dubbio sull'architetto svizzero e sulla sua orecchiabile e sempre simmetrica architettura.
Il Piermarini, Milano ed i milanesi non meritavano quel " colpo di grazia", perchè di questo si è trattato .
Complice , al solito , la Soprintendenza ai Monumenti, la legge Merloni ed i suoi "Appalti Integrati" . Ma quello di modificare questa sciagurata legge voluta dai dipendenti pubblici ( eh sì, è proprio " il Responsabile di Procedimento" il novello "Principe" che la legge Merloni incorona), che è il vero problema per fare buona architettura, oggi, non interessa nessun critico d'architettura, Domus in testa, purtroppo.

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Commento 820 del 01/11/2004
relativo all'articolo Sette, mille, diecimila invarianti: alla IX Bienna
di Paolo G.L. Ferrara


Caro Paolo,
sono andato a vedere la Biennale, come mio solito a ridosso dei giorni di chiusura così ho il vantaggio di avere già letto gli articoli dei critici più affermati e spendo al meglio la mia unica giornata a disposizione. So bene che una giornata, andata e ritorno, pranzo compreso, non basta, ma sono contento di essere andato e adesso non resisto alla tentazione di dirti, a caldo, la mia impressione .
Come sai, non sono granchè ferrato nella critica architettonica.
Sono più a mio agio nel parlare d'architettura come di un" mestiere" , bello e fascinoso perchè è un "mestiere "che trasforma lo spazio. Cosa magnifica, non credi?
Per questo è uno dei mestieri più belli che ci siano al mondo.
E' con questa ottica, insomma, che ho visitato la Biennale. Ho guardato al mestiere dell'architetto e ho guardato all'architettura come all'arte che più di tutte le altre esprime la civiltà dell'uomo.
Bene, sono uscito felice da questa Biennale perchè ho pensato che nonostante le guerre, le disuguglianze, l 'impegno civile che è cosa sempre più rara, nel mondo si costruiscono ancora architetture meravigliose. Ho visto rendering di progetti e di cose in costruzione ancor più stupefacenti di quelli realizzati, dunque, se davvero l'architettura esprime civiltà, l'avvenire sarà migliore. Per tutti, spero.
Chi critica questa Biennale non sente il profumo inebriante che viene dal beccheggiare tra le possenti colonne dell' arsenale, dei plastici stupendi. Sono loro che annunciano al visitatore che, nel mondo, l'architettura moderna ha rotto definitivamente con la postmodernità. L'architettura del Grado Zero ha vinto. Ha vinto l'architettura organica ed espressionista. Ha vinto Scharoun, ha vinto Frederck Kiesler " Architettura magica contrapposta a quella funzionale". Insomma Paolo, hai ragione tu: Zevi ha vinto ... e Forster, dimenticandolo, dimostra i suoi limiti di critico dell'architettura.
Qualcuno ha rimpianto che c'è poca università.
Evviva, Evviva!.
Dove c'era, il livello d'interesse subito scendeva.
L' allestimento di Mirko Zardini era plumbeo come la sua tappezzeria, trasudava intellettualismi da bottega universitaria che non sa nulla di cantiere e non sapendo cosa insegnare ai giovani dell'"arte del costruire", li inibisce e li confonde tra fotografia e intimità.
L'interno deve esplodere all'esterno, se no, non è architettura.
Già, i giovani. Era piena di giovani, l'altro giorno, pieni di macchine fotografiche e di voglia d'imparare, davvero un gran bel pubblico per una mostra d'architettura .
Al DARC, almeno, (ecco un'altro baraccone nato dal perverso intreccio burocrati -universitari) si sarebbero certo voluto vedere più architetture di giovani architetti italiani- ce ne sono tanti e bravissimi- , ma lì ,non c'erano i migliori . i Potoghesi, i Purini, i Gregotti e i vari consulenti accademici di Pio Baldi , naturalmente, non li vogliono. Prendono tutti soldi dallo Stato per pensare all'architettura del futuro ma non sanno che guardare all'indietro, di 50 anni , questa volta) .
I giovani avevano occhi solo per il MAXXI (bel logo e bel nome, preso da un concorso-truffa, pare, come tanti altri concorsi che ordini e università organizzano) di Zaha Hadid. Non era tanto colpa di Foster se c'erano pochi giovani italiani, ma è colpa della nostra università.
E' un male storico, ricordo bene, negli anni settanta non si poteva guardare al Beabourg, i nomi di Rogers e Piano non dovevano essere pronunciati. Oggi quegli stessi professori farebbero carte false per averlo a fare lezioni nei loro corsi. Questa Biennale conferma che oggi l'Italia ha solo Renzo Piano a livello dei migliori al mondo (e sta migliorando ancora, come il buon vino) e Fuksas, a debita distanza.
Altri studi, in Italia, di livello davvero internazionale, non ce n'è.

Due critiche comunque mi sento di fare alla Biennale di Forster:
-E' quanto mai ridotto, se non del tutto mancante, il tema dell'architettura residenziale e popolare. Tema certo meno fascinoso dei teatri , del terziario, delle stazioni e degli aeroporti, ma che esprime compiutamente l'ambiente nel quale tutti noi viviamo e che una rassegna di questo livello, fatta con soldi pubblici, non può sottrarsi.

-Celebra troppo l'architetto dal punto di vista individuale, mettendo così troppo in secondo piano il mestiere dell'ingegnere stutturista. Un esempio per tutti, L'ottima Zaha Hadid, senza ingegneri ,sarebbe una "deliziosa design".

Se leggete il bel libro di Mariopaolo Fadda sulla storia della Disney Concert Hall dii Gehry vi accorgerete del ruolo fondamentale di tale James Glymph -che nessuno cita mai- per la realizzazione dell'opera. Senza di lui e la sua capacità di organizzare il programma Catia,quell'opera, molto probabilmente, non sarebbe mai stata concretamente realizzata.
I giovani che escono da questa Biennale, così come da

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Commento 742 del 07/06/2004
relativo all'articolo Ordini professionali contro l'architettura
di Beniamino Rocca


Se l'architetto Paolo Ventura pensa davvero che gli ordini tutelino la società e i giovani architetti ; se pensa davvero che l'esame di stato sia effettivamente una cosa seria che tuteli il cittadino, padronissimo.
Io mi preoccupo invece del mio lavoro e della possibilità, essendo architetto, di fare architettura e non edilizia.
Le Corbusier non era architetto, e nemmeno F.L.Wright: perchè non dovrei affidare un progetto ad un architetto radiato dall'ordine se lo ritenessi in grado di farmi un buon progetto?
Certamente, mi girerebbero un pò le scatole se, ad esempio, fossi radiato da colleghi che siedono nel consiglio dell'ordine e scoprissi poi ( vedi www. arcaso.com) che questi colleghi si raccomandano più perchè vincono concorsi truccati che per meriti deontologici e professionali.
E' anonimo quel sito, purtroppo, ma lo visiti, così avrà qualche dubbio in più sulla necessità degli ordini deli architetti e sull'onestà intellettuale di tanti professori universitari, famosi e no.
Ben venga, per questi ordini professionali, la rupe Tarpea.

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Commento 731 del 30/04/2004
relativo all'articolo Stroncare la 'lobby del culo e camicia'.
di Paolo G.L. Ferrara


Ho seguito il consiglio di Mara Dolce e ho letto il suo scritto con attenzione e la consueta voglia di imparare.
Non ho trovato granchè però.
Nulla sull'invenzione spaziale e tipologica della chiesa, molto invece su dettagli di design e sui costi di costruzione (che Mara sia , come me, anche geometra e con certa esperienza di cantiere?).
Insomma, non ho trovato niente di critica-costruttiva .
Solite gocce di veleno che, naturalmente, non hanno intaccato , nè intaccheranno mai, le splendide vele di Meier.
Sono in calcstruzzo-titanio , perbacco!
Dovrebbe essere più modesta , forse, Mara Dolce e ricordare che un critico di nome Bruno Zevi giudicò questo lavoro come l'opera di un genio, e paragonò Richard Meier a Bramante. E fu proprio per il progetto di questa chiesa , non certo per il poco felice intervento dell'Ara Pacis.

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Commento 729 del 28/04/2004
relativo all'articolo Stroncare la 'lobby del culo e camicia'.
di Paolo G.L. Ferrara


Impeccabile davvero l'articolo di Paolo Ferrara sulle lobby del "Culo e Camicia"... e mi spiace di non poter dire altrettanto invece del commento di Mara Dolce a proposito di Prestinenza Puglisi di cui, non a caso, lamentavo proprio su Antithesi -commento 667- eccessiva timidezza critica a proposito del suo intervento su Ravello.
Va dato atto a Prestinenza di essere uno dei pochissimi critici d'architettura già affermati che accetta di mettersi in discussione sul web e proprio adesso, con le sue " stroncature" sembra voler rompere la crosta maleodorante e filo-accademico-ordinistico che trova sempre più spazio sulle riviste di settore e sulla rete.
Non sono certo un critico d'architettura, l'ho già detto nel mio primo intervento su questo sito mesi fa: sono un "architettogeometra" che ama questo mestiere e, malgrado l'età, non rinuncia ad imparare ed a cercare di capire l'architettura.
Ho trovato coraggioso, bello e condivisibile il giudizio critico di Prestinenza su Moneo.
Solo aggiungerei senz'altro l'ampliamento del museo di Stoccolma tra le cose spazialmente più monotone e meno riuscite del maestro spagnolo.
Ciò premesso, suggerirei a Mara Dolce di dare più forza e credibilità alle sue argomentazioni illustrandoci lei le " ...vere e tante debolezze dell'architettura di Moneo".
Non solo io, credo, ma molti altri apprezzerebbero.

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Commento 667 del 17/02/2004
relativo all'articolo Ravello
di Luigi Prestinenza Puglisi


Ha ragione Luigi Prestinenza Puglisi quando dice “….non si può, credo, ricorrere agli strumenti dell’ordinarietà. Gestire la quale porta alla banalità. Che certo è meglio dell’illegalità dell’abusivismo, ma che non basta per fronteggiare un paesaggio eccezionale.”; ma si sa, la banalità, la mediocrità, è sempre ben accetta . E’ l’intelligenza che, di norma, viene rifiutata dalla gente, figuriamoci la genialità di un architetto brasiliano.
In Italia, poi, si confonde sempre l’ edilizia con l’ architettura. Per questo le associazioni ambientaliste hanno avuto così successo e sono così numerose e potenti. Sono ormai veri e propri partiti politici (come il ritiro del ricorso da parte di alcune associazioni ambientaliste ben testimonia).
L’architettura è artificio e, inevitabilmente, l’artificio architettura modifica la natura.Tra architettura e natura vi è uno scambio, un gioco di ”dare ed avere” in cui l’architettura dà forma al proprio tempo esprimendo nel bene e nel male il modo politico di organizzare la società. E’ un modo, forse impietoso, ma profondamente vero e sincero di dare conto del livello di civiltà di una società. Su queste tematiche avrei voluto che si cimentasse un po’ di più un critico giovane e bravo come Prestinenza Puglisi.
Proprio per queste profonde implicazioni tra fatti amministrativi, modifiche del paesaggio, architettura costruita, legislazione vigente, occorre guardare con attenzione ed in profondità al caso Ravello.
Trovo troppo timido Prestinenza Puglisi quando, dopo una bella disquisizione sui fatti storici raccontati, chiude il suo articolo individuando solo il pericolo nell’eventuale” costruzione in economia “dell’auditorium (ed a tale proposito è doverosa una precisazione ai lettori di Antithesi: la sciagurata legge Merloni non ratifica il massimo ribasso- lo prevede solo se le imprese partecipanti sono meno di cinque - la norma per l’aggiudicazione dei lavori è, giustamente, la media ponderata con lo scarto dell’offerta più alta e quella più bassa. Lo preciso, perché la sacrosanta lotta per abrogare la Merloni deve essere fatta sulle vere cause per cui in Italia si continuerà a produrre edilizia e non architettura e non su informazioni incomplete. E sarebbe bello se Prestinenza Puglisi ed altri importanti critici d’architettura come lui volessero saperne un po’ di più su questa pessima legge.) perché è una semplificazione marginale delle grandi questioni in gioco e potrebbe generalizzare tra gli amministratori l’errata convinzione che l’ architettura sia sempre costosa .
Il fatto che siano scesi in campo anche noti urbanisti e l’Inu contro il progetto Niemeyer “ a salvaguardia della legalità urbanistica”, è questione che dovrebbe preoccupare i critici d’architettura .
Questi personaggi sono i teorizzatori della “ Pianificazione”, della “Idea di Piano” che tutto risolve attraverso la “ cultura dello standard e dei retini” ed il rispetto della normativa urbanistica . Non hanno ancora capito che quello che decide, giorno per giorno, della qualità del paesaggio costruito è la “ Gestione urbanistica “. La verità, a mio modo di vedere s’intende, è che un piano regolatore deve essere innanzitutto uno”strumento” della gestione urbanistica, una costruzione di occasioni pubbliche di “contrattazione” della trasformazione del territorio per esprimere al meglio le necessità di quella comunità che, democraticamente, si è scelta degli amministratori che la rappresentano.
Insomma, costruire significa imprimere il segno dell’uomo su un paesaggio che ne resterà modificato per sempre e contribuire a quel processo di lenta trasformazione che è l ‘essenza stessa della vita della città, così come della costiera amalfitana.

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Commento 640 del 09/02/2004
relativo all'articolo Con De Masi per Niemeyer
di Paolo G.L. Ferrara


caro Sandro, so bene come sia difficile tentare di " liberare certa sinistra" come tu dici (e in questi casi, mi viene sempre da pensare al segretario di Rifondazione Comunista , Bertinotti , personalmente conosciuto quando era ancora un sindacalista socialista in carriera...) dal suo massimalismo giacobino.
Che un giovane architetto come Botta poi, dia del "malfattore" a chi è favorevole al progetto Niemeyer (e quindi all'architettura) e sia nell'operare concreto dei fatti suoi (e della sua associazione) a favore dell'"orrida " legge Merloni (e quindi degli ordini professionali, dei burocrati, dei concorsi truccati, dell'Assimpredil, che quesa legge così hanno voluto) la dice lunga sull' onestà culturale della discussione che è nata.
Anche l'aspirante architetto di successo che se la prende con l'ottimo Mariopaolo Fadda è , nei fatti, con "i baronati universitari, i favoritismi della corporazione, l’ostracismo delle riviste patinate, i concorsi truccati, l’analfabetismo."
Meno male che c'è Antithesi ... e anche il Co. Di.Arch., forse, che nel silenzio (imbarazzato?) dei lettori-critici, del Darc, del Ministero ai Beni Culturali, continua la sua battaglia per proporre concrete modifiche di legge per arrivare ad un'architettura libera, antiaccademica , che sappia dare "serenità e stupore".

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Commento 617 del 02/02/2004
relativo all'articolo Con De Masi per Niemeyer
di Paolo G.L. Ferrara


Per fatti come Ravello una cosa è certa: la polemica non va fatta sulla non conformità del progetto, e dell'incarico, alle leggi esistenti (da sempre, in Italia, aggirate dai più furbi, cioè i meglio inseriti nell'apparato politico-amministrativo).
Questa, invece, è un'occasione formidabile per denunciare il ruolo deleterio (per l'architettura e, quindi, per il paesaggio) della legge Merloni e degli ordini professionali degli architetti, come i fatti riportati da E.G. Botta testimoniano. Ecco un tema che vorrei vedere posto con forza ed onestà intellettuale sulle riviste d'architettura. Domus in testa magari, visto che, pur tra le palesi debolezze deontologiche già evidenziate da Enrico Malatesta, sembra voler fare dell'impegno civile una sua nuova specificità.
C'è poco da fare, la battaglia culturale, il clamore che il progetto Niemeyer ha sollevato va indirizzato contro la sciagurata legge Merloni, gli ordini professionali, l'apparato burocratico-amministrativo, le associazioni ambientaliste, i concorsi d'architettura truccati (e lo saranno fin quando non saranno finalmente palesi e con dibattito pubblico delle giurie), e gli intellettuali di sinistra che, potendolo, non hanno il coraggio di difendere la libertà dell'individuo e la creatività, dunque, l'architettura come epressione di vera civiltà.

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Commento 581 del 12/01/2004
relativo all'articolo Con De Masi per Niemeyer
di Paolo G.L. Ferrara


L'ottimo Domenico De Masi potrà anche perderla, temo, la sua battaglia per il bel progetto di Niemeyer a Ravello, ma le persone libere saranno sempre dalla sua parte.
Dalla parte del progresso, della modernità, della complessità e della civiltà, di cui l'architettura è sempre espressione vera.
Le associazioni ambientaliste -come Italia Nostra- che hanno la spudoratezza di scrivere a Ciampi, loro sì, andrebbero sciolte; non un consiglio comunale democraticamente eletto!
Da decenni queste associazioni spacciano la loro "impotenza creativa" come "castità". Minacciano le istituzioni, mobilitano su stampa e tv, fondano partiti politici.
Dove erano i comunisti alla Vezio De Lucia, tutti attenti al rispetto delle leggi urbanistiche (e alla cultura dello standard, quando a Genova, alla metà degli anni ottanta, la giuria presieduta da Paolo Portoghesi approvò il deleterio progetto del teatro Carlo (in)Felice: di 15 metri più alto di quanto consentito dal PRG?
E le associazioni ambientaliste? e Italia Nostra? e il mondo accademico cosa hanno fatto? Oltre che illegale, quel progetto era anche il più caro!
E' davvero ora di finirla con "l'avanguardia dei gamberi" con la consolante e tranquillizzante logica del già conosciuto, del pittoresco; insomma, della mediocrità sempre vincente perchè non disturba.
Quando capiranno la lezione wrightiana che "...il cambiamento è l'unica costante del paesaggio"?
In architettura, così come nell'arte "Senza lacerazione e senza rottura non c'è bellezza" (Chambas).

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Commento 517 del 25/11/2003
relativo all'articolo Qualità dell'architettura contemporanea nelle citt
di Massimo Pica Ciamarra


Trovo preoccupante, e un pò sconsolante, che su temi così importanti e vitali per l'architettura il vice-presidente INARCH si dimostri più preoccupato di dare un colpo al cerchio ed uno alla botte, piuttosto che affondare con coraggio il dito nella piaga. La piaga di un sistema che ogni giorno perde competitività internazionale, un apparato pubblico sempre più potente e burocratizzato che tenta di sopravvivere a se stesso promuovendo contemporaneamente conferenze e congressi vari: Condoni edilizi e leggi sulla Qualità architettonica.
Come si fa a lamentare la troppa burocrazia e poi parlare bene del DARC e del CNA.
Uno scatto d'orgoglio lo si può chiedere ancora ad una associazione un tempo benemerita?
insomma, andrebbe denunciato con forza, nei congressi dove INARCH è invitato, che è inutile promuovere leggi e direttive sulla qualità ambientale se poi, di fatto, si lascia la legge Merloni così com'è: a ferrea difesa della "Quantità'" e, vigorosamente, contro la " Qualità". Questo è il punto fondamentale, questo il bubbone da estirpare.
Ma guardiamoci attorno, cosa ha fatto l'INARCH dal '94 ad oggi per modificarla questa legge? Questa legge è contro l'architettura, diversifica e frammenta l'unitarietà del progetto e della sua realizzazione, tutela l'edilizia e le imprese di nome ma non di fatto, consente persino lo "scippo legalizzato" delle idee da parte del responsabile di procedimento nei concorsi.
Cosa ha fatto l'INARCH per impedire che i giovani architetti fossero così spudoratamente esclusi dal mercato del lavoro attraverso la richiesta di presentazione di curricula che non possono avere?
Altro che dire "La frattura committente/progettista è insita nelle regole di concorrenza che impongono la pratica dei concorsi" (e così fare il gioco di chi i concorsi non li vuole proprio). Nelle regole della libera concorrenza non c'è niente di " insito". Basterebbero concorsi palesi, onesti e con pubblico dibattito delle giurie, cosa semplice, non costosa, che gli ordini professionali però hanno sempre rifiutato. Che ne pensa invece l'INARC di concorsi fatti così? e delle modifiche alla Merloni proposte dal Co.Di.Arch e apparse proprio su Antithesi nei giorni scorsi?
Altro ancora ci sarebbe da dire (ad esempio, lamentare i tempi burocratici troppo lunghi e dire che gli "accordi di programma" sono contro la qualità è una palese ignoranza. Gli "accordi di programma" sono una potente conquista democratica, uno strumento della gestione urbanistica formidabile che mette intorno al tavolo, contemporaneamente, istituzioni diverse -anche politicamente- e le obbliga ad un accordo!), ma per ora mi fermo qui.

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25/11/2003 - Massimo Pica Ciamarra risponde

Le sintesi non sono sempre felici: Beniamino Rocca vede condiscendenza verso la DARC ed il CNA, non legge chiare prese di posizione verso la Merloni, non ne coglie il senso e quindi accusa di palese ignoranza l’inciso sugli “accordi di programma” (definiti “innovazioni comunque preziose malgrado accentuino il distacco fra istituzioni e cittadini, fra “committente formale” e “committente reale”). Sono certo che un vero faccia a faccia ci farebbe trovare su posizioni analoghe, senza equivoci.
Colgo invece gli stimoli del suo commento perché l’INARCH rafforzi il suo impegno contro le attuali norme che in Italia regolano i processi di trasformazione dello spazio.
Rocca chiede anche cosa su questi temi ha fatto l’INARCH dal 1994 in poi. Queste le tappe principali della nostra azione: 1994, preparazione e coordinamento del Seminario sulla Qualità Architettonica nell’ambito della Conferenza Nazionale sull’edilizia; quindi serie di manifestazioni nel Chiostro della Pace a Roma ed in molte città italiane con il lancio di un “Appello per l’Architettura”; giugno 1995 (2 giorni dopo la riedizione della Legge), l’INARCH trasforma l’”Appello” in “proposta di legge d’iniziativa popolare per l’Architettura”; è la base assunta nel 1997 dall’Observatoire Internationale d’Architecture che diffonde un “progetto di Direttiva Europea per la qualità dell’architettura e degli ambienti di vita” dal quale viene tratto il “Codice di Autoregolamentazione” per le Amministrazioni pubbliche. Qui è la radice prima del Disegno di Legge per l’Architettura 1999 del quale, nelle audizioni parlamentari, l’INARCH denuncia l’insufficienza; nel 2000 l’INARCH istituisce un “Tavolo di concertazione” con CNA, CNI, INU, ANCE, OICE ai fini di una pressione congiunta; …
Oggi non sono utili processi, accuse e difese, ma reali, concrete e strutturate, sinergie che determinino la massa critica indispensabile per raggiungere obiettivi sui quali ormai in molti sostanzialmente si concorda.

Commento 509 del 19/11/2003
relativo all'articolo Su Genova, corvi e Merloni
di Paolo G.L. Ferrara


La legge Merloni è una sciagura.
A Genova, purtroppo, nel vero senso della parola.
Andrebbe presa questa, sciagurata, occasione per dire con forza che dividere il progetto in prelimenare, definitivo, esecutivo, e la direzione dei lavori in architettonica, strutturale, impiantistica (riscaldamento, elettrico, idrico-sanitario, impianti speciali, i direttori dei lavori possono essere una diecina) è demenziale . Ma nessuno lo dice e non succederà nulla di quello che il buon senso e la millenaria pratica del buon costruire suggerisce :il progetto d'architettura e la sua realizzazione, naturalmente, deve essere unitario e la responsabilità delle maestranze in cantiere deve essere dell'impresa di costruzioni ( se è tale!) e basta.
E' così difficile capirlo?
La verità è che non ci sono più imprese di costruzione vere iscritte agli appositi albi. Tutti quelli che in cantiere ci vanno, lo sanno da tempo ormai. Le imprese di costruzione italiane, che non a caso non vincono più un appalto all'estero da anni, hanno a libro paga più avvocati ed impiegati che capimastri, carpentieri, geometri, muratori e compagnia bella. A loro la legge Merloni -e ancor di più le leggi sulla sicurezza- vanno bene così. E nel Parlamento italiano sono tanti gli avvocati, si sa.
E' demenziale, ma per avere più sicurezza in cantiere si è legiferato per responsabilizzare innanzitutto il committente, anzichè le imprese che decidono chi mandare in cantiere.
Insomma, la signora Maria ad esempio, che fa la sarta e vuole farsi la villetta, se si fa male qualcuno in cantiere si becca il suo avviso di garanzia dal solerte magistrato di turno.
Ma le nuove leggi, la 494 in questo caso, così prevedono.
E così nasce un'altra figura: il responsabile della sicurezza (anzi, sono due, perchè si può dividerlo in fase di progettazione ed in fase di esecuzione!) oltre ai progettisti ed i vari direttori dei lavori.
E intanto gli ordini professionali, le università , le associazioni, i collegi, ogni italiano con un pò di spirito imprenditoriale perbacco, continuano a organizzare corsi a pagamento previsti per legge (!). Insomma, si continuano a produrre inutili attestati ed a dare un pò di soldi straordinari a professori falliti, pensionati, ex vigili del fuoco, ex burocrati, impiegati dell'Asl e giovani magistrati (anche loro non mancano mai a fare la loro brava lezione in questi corsi).
Ha detto Bruno Zevi "Nemmeno in stato di ebbrezza si può dividere l'architetto in quattro..." ma, con tanto di legge naturalmente e dopo cene e convegni, è stato fatto e in questa logica ancora si continua: architetto, pianificatore, conservatore, paesaggista....
Riposa in pace Albert Kolegjegja, albanese sfortunato.


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Commento 393 del 15/08/2003
relativo all'articolo La qualità dell'architettura per legge
di Sandro Lazier


Io non so quali siano le intenzioni dei ministri Urbani e Lunardi , ma anche dopo aver letto le considerazioni di Enrico G Botta continuo a gioire per questo disegno di legge.
Intendo l’architettura soprattutto come espressione di civiltà e dunque come impegno civile. E’ sempre con questo metro che sono solito valutare ogni accadimento che può incidere sul fare architettura, sul fare gestione urbanistica.
Cerco di giudicare solo dai fatti e guardo con attenzione ad ogni possibile cambiamento democratico che favorisca e sostenga la qualità nel mio lavoro di architetto.
Purtroppo il fallimento dell’insegnamento nelle università di architettura e degli ordini è nei fatti, nel paesaggio costruito che ci troviamo di fronte ogni giorno.
Se un ministro della mia Repubblica, nata dalla Resistenza, vuol ribadire per legge che “il brutto e ciò che è stato costruito illegalmente va demolito “ io sono felice.
Sospettoso certo (so bene che le Fondazioni sono istituzioni di potere e poco hanno a che fare con la cultura, basta vedere quello che fa la Fondazione dell’ordine degli architetti di Milano!) ma se questo disegno di legge, come consentirebbe una lettura onesta del testo, mette in crisi la legge Merloni, ben venga. Se una legge favorisce i concorsi d’architettura, ben venga. Il vero problema è la “gestione” dei concorsi d’architettura come ormai www.arcaso.com insegna. Ma quanti critici d’architettura e professori universitari sanno che cos’è la legge Merloni? Qual’ è la sua nefasta influenza sull’architettura, i vantaggi che garantisce alle società di ingegneria, ai consorzi d’impresa, ai burocrati ed ai furbi?
E questa, purtroppo, è una legge fatta da un governo di sinistra e, ahimè, è operante da nove anni. E con la legge Merloni non si tratta di fare filosofia sul bello e sul brutto, si tratta di come lo Stato spende i nostri soldi per fare opere pubbliche, di come fa gli appalti , dunque di come costruisce paesaggio, fa brutta edilizia piuttosto che bella architettura.
Lo vogliamo capire o no che è proprio questo il momento di far sentire la nostra voce, per quello che può fare internet s’intende, perché questo è ancora un “disegno” di legge, modificabile quindi. Credo che dovremmo usare le nostre intelligenze per proporre modifiche credibili alla legge piuttosto che fare i processi alle intenzioni dei ministri. Di chiromanti e chiaroveggenti è già piena la TV di provincia, proviamo a usare internet a favore dell’architettura. Chissà che non succeda qualcosa….
Buon Ferragosto

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Commento 391 del 13/08/2003
relativo all'articolo La qualità dell'architettura per legge
di Sandro Lazier


E' vero, la proposta di -legge quadro sulla qualità dell'architettura e dell'urbanistica- corre il rischio di sommare "l'aria fritta all'acqua calda" come simpaticamente dice Wilma Torselli.
Io invece , da inguaribile ottimista, vedo questo disegno di -legge quadro- come la istituzionale presa d'atto da parte dello Stato Italiano del fallimento dell'insegnamento dell'architettura nelle università e del ruolo degli ordini professionali, a tutela del cittadino incompetente in architettura ed urbanistica.
Per questo sono felice e ...... ottimista.
Se passa questa legge, come potrà rimanere ancora vigente la "legge Merloni" (109/94) che in tutti i suoi articolati privilegia la "quantità edilizia" piuttosto che la "qualità architettonica".
Certamente il Ministro Urbani , si preoccuperà di dare meno potere al mondo accademico e al mondo ordinistico...
E a proposito della riforma degli ordini professionali - non è ancora passata in Parlamento - perchè restare inibiti sulla possibilità di una riforma di tipo europeo con libere associazioni di professionisti
(vedi il RIBA in Inghilterra) senza più l'obbligo dell'iscrizione agli ordini professionali ?
Anche l'ANTITRUST è contro questa riforma , ma nessuno lo dice .
Sta a tutti coloro i quali hanno a cuore l'architettura e l'ambiente svegliarsi e , per dirla con le parole di Maurizio Sacripanti :"fare architettura oggi , deve significare fare poesia , musica e rivolta".

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Commento 382 del 23/07/2003
relativo all'articolo La critica è ricerca
di Paolo G.L. Ferrara


Questa volta non sono d'accordo con Paolo che citando G. Botta“...L'architettura è un servizio che va offerto nel rispetto e nella salvaguardia della vita, della salute, della proprietà e del benessere collettivo”, afferma ciò che avrebbe potuto dire Danilo Dolci.
Sono certo che Danilo Dolci mai avrebbe accettato di mettere il "benessere collettivo" dopo "la salvaguardia della proprietà".
La citazione di Botta è tipica del pragmatismo americano che trovo dannoso per l'architettura.
Almeno, per chi come me intende l'architettura come espressione di impegno civle innanzitutto, come espressione compiuta di civiltà proprio perchè l'opera d'architettura richiede più intelligenze, più mestieri, più fatiche per realizzarsi.
L'architettura richiede amore per il proprio mestiere, ma anche amore per gli altri. Questa è la cosa più importante che però chi fa critica d'architettura non si sogna nemmeno di considerare il più delle volte.
Dobbiamo fare belle case non solo per chi vi abita, ma anche per chi le guarda, per chi le avrà di fronte tutta la vita e le vedrà tutti i giorni quando va al lavoro, a scuola, a fare la spesa.
Le Corbusier diceva che le case devono essere " macchine per abitare"
ma intendeva dire che dovevano essere" perfette come macchine "comode e funzionanti, ben costruite. Diceva che l'abitazione doveva essere come un "paradiso terrestre" per la famiglia, ma l'università e la critica d'architettura dominante ha saputo mistificare il suo credo adattandolo a ciò che gli serviva.
Alla speculazione edilizia insomma.Il tutto però interpretando "pragmaticamente" le idee di Lecorbu.
Con una università che è sempre più distante dall'impegno civile come si può sperare che il mestiere dell'architetto, per me il più bello del mondo, possa produrre finalmente architettura invece che edilizia?Quando la critica d'architettura si accorgerà che non si può più demandare questo mestiere agli ordini professionali, all'esame di stato ,alle università, alla burocrazia di Asi e uffici tecnici e ...... alla sciagurata legge sui lavori pubblici:la legge Merloni?


p.s. un pubblico ringraziamento a Mara Dolce per avere segnalato il sito www.arcaso.com- anonimo purtroppo, ma da reclamizzare e sostenere

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Commento 362 del 30/06/2003
relativo all'articolo Buon compleanno, Danilo.
di Paolo G.L. Ferrara


Con l'elogio a Danilo Dolci finalmente anche la critica d'architettura sembra tornare a considerare" il progetto come impegno civile".
Era uno slogan molto di moda nel '68 , e molti di quelli che lo predicavano allora, diventati professori, lo hanno subito dimenticato .
Danilo Dolci ci ha insegnato , pagando di persona,a tradurre" l'utopia in progetto" , a"progettare nella partecipazione" .
Quanti architetti oggi ne hanno consapevolezza?
E' bello e ben augurante, anche per l'università , che qualche giovane docente un pò controcorrente faccia critica d'architettura parlandoci del movimento moderno, di decostruttivismo, ma anche , schierandosi con franchezza, di guerre e di Danilo Dolci.
l'impegno civile, si sa, di questi tempi è virtù sempre più rara.

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Commento 294 del 01/03/2003
relativo all'articolo L'architettura va alla guerra. Fuksas diserta
di Paolo G.L. Ferrara


Libeskind ha vinto , evviva .
Fuksas non è d'accordo . Pazienza . Sa bene anche lui , per averne vinti tanti di concorsi internazionali ad inviti e no , che non sempre vince il progetto migliore ma sempre quello che meglio rappresenta gli interessi dei promotori del bando di concorso .
Questa volta però a New York ha vinto il migliore .
Libeskind , a mio modo di vedere , ha saputo "progettare per vuoti" , pur realizzando milioni di metri cubi , migliorando lo skyline di New York . Questo il colpo di genio .
L'architettura proposta dal Gruppo Think è una di quelle architetture divisibili per due , dunque , una mezza architettura .
Beniamino Rocca

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Commento 68 del 11/03/2002
relativo all'articolo Il linguaggio dell'architettura
di Sandro Lazier


In risposta al commento 63
Ha ragione Sandro Lazier a dire "...le nuove architetture sono sempre più legate al mantenimento ed alla salvaguardia di ciò che esiste".
Ha ragione a dire che "...è sempre più difficile per un giovane architetto fare il proprio mestiere", ma allora va anche denunciato con forza il perché i giovani appena laureati vengono sistematicamente falcidiati all'esame di stato dagli stessi professori che li hanno promossi appena un mese prima, e da colleghi (badate bene, tutti già ben inseriti nel mondo del lavoro) che hanno tutto l'interesse a tenerli fuori dalla loro professione.
Ordini professionali e università sono oggi un potere intrecciato (e consolidato -vedi ad esempio le iniziative della Fondazione dell'Ordine degli Architetti di Milano) che opera sistematicamente contro il rinnovamento dell'architettura.
La legge Merloni ne costituisce la prova istituzionalizzata
Un'ultima riflessione. Carlo Scarpa è stato denunciato tre volte alla magistratura dall'ordine degli architetti di Venezia perché faceva l' architetto. Sarà stato per tutelare la società dalla cattiva architettura, come ancora oggi spudoratamente sostengono gli ordini per mantenere il loro potere?
Beniamino Rocca

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11/3/2002 - Sandro Lazier risponde

Caro Beniamino Rocca, le parole che lei cita non sono mie ma di d.n. (purtroppo ci sono pervenute solo le iniziali). Non per questo non condivido quello che lei dice. Anzi, qualche anno fa, per aver scritto in favore dell'abolizione del sistema feudale degli ordinamenti professionali, ho pagato un prezzo salatissimo di cui ancora sento le conseguenze. Ma lamentarsi serve niente.
L'architettura non sono gli ordini e non è l'università. L'architettura è libera espressione, libera cultura e non esistono argomenti sensati che possano legittimare un qualche controllo monopolistico della libertà di esprimersi e di parlare. L'architetto è chi fa architettura, non certamente chi nella casella del censimento alla voce professione scrive "architetto".
Vogliamo abolire gli ordini? D'accordo, ma sappia che il mondo delle costruzioni rappresenta circa il 30% del PIL e le relative parcelle sono una torta che sarà dura togliere dalle robuste mandibole di affamati professionisti il cui interesse culturale per la materia dubito possa sostituire la sacoccia.
Carlo Scarpa? Anch'io sono Carlo Scarpa.

Commento 66 del 07/03/2002
relativo all'articolo Mario Galvagni: la ricerca silente
di Beniamino Rocca


In risposta al commento 61
Non so entrare nel merito della questione per come, mi pare un po’ troppo filosoficamente, la pone Arianna Sdei.
Conoscendo un po’ Mario Galvagni una cosa mi sento di dire: Lui ha sempre cercato di comunicare le sue idee, in ogni occasione, anche intervenendo ai dibattiti sull’architettura che già negli anni ’50 si tenevano con Rogers e Gardella alla Casa della Cultura di Milano.
Era troppo in anticipo sui tempi: questa la verità. Non riusciva a farsi capire dagli architetti e dagli accademici quando parlava della sua idea di architettura, di “ percorsi percettivi “, di “matrici formali “.
I primi dicevano “ l’è matt“ , e gli accademici : “ è un formalista “.
Strano ma vero, la committenza lo capiva, e lui -appena ventiquattrenne - sapeva fare innamorare i clienti della sua architettura portandoli sul greto del torrente, nei campi, sulla spiaggia, a prefigurare spazi, luce, materiali.
Avendo lavoro era invidiato, proprio come successe a Carlo Scarpa con l’ordine di Venezia, mentre gli ordini degli architetti di tutta la Liguria (ma anche di quello di Milano sarebbe bello dire ) facevano processioni alla Soprintendenza per impedirgli di progettare.
Insomma, se sei troppo in anticipo sui tempi e non hai potere accademico, comunicare architettura costruita è dura.
Beniamino Rocca .

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