Giornale di Critica dell'Architettura

2 commenti di Cherubino Gambardella

Commento 6879 del 02/03/2009
relativo all'articolo Sulla debolezza? No, sulla confusione!
di Sandro Lazier


Ho avuto la fortuna di conoscere Zevi e del suo lavoro mi ha sempre interessato l'insaziabile curiosità, le aperture verso temi allora poco trattati quali la dimensione territoriale e macrostrutturale dell'architettura. sono stato meno toccato dalla durezza di alcune sue posizioni quali invarianti e categorie che hanno meno inciso sulla mia formazione.
Zevi pubblicò su l'Espresso un articolo sulla mia torre del vento del 1994 definendolo uno dei primi esempi di bioarchitettura e un riuscito punto di equilibrio tra arcaismo e modernità.
Proprio su Terragni il giudizio di Zevi fu molto dubbioso in particolare sugli impianti ( anche a suo dire!) simmetrici del periodo milanese ( quello dell'associazione con Lingeri) ma la complessità del suo lavoro non può essere esaurita dalla sola lettura delle opere comasche .
Eisenmann , poi ,fu particolarmente affascinato dal valore dello scheletro e dell'ossatura dom-ino in Le Corbusier , Terragni e Mies .
C'è un bellissimo articolo dell'architetto americano sull'ossatura come segno autoreferenziale.
Quanto all'uso delle fonti , traduttore vuol dire traditore come diceva Stefano Ray e pertanto non è importante fermarsi all'interpretazione ma provare a fare un lavoro nuovo, a spingere come la trama di un progetto quello della stessa lettura.
Lazier sembra voler fare un esame di storia dell'architettura contemporanea ma non capisce che spazio e forma possono essere la stessa cosa e che piuttosto che ripetere da bravo scolaretto formule prese in giro bisogna provare a pensare da soli anche correndo il rischio di essere virgolettati ad arte e accusati di parlare d'aria fritta
Cherubino Gambardella

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2/3/2009 - Sandro Lazier risponde

Devo darle atto della disponibilità al dialogo e al confronto e questo le fa onore.
Ciò detto la invito a chiosare meno sulle mie capacità conoscitive che non interessano nessuno e attenersi ai fatti.
È un fatto quello in cui lei sostiene di Zevi aver colto soltanto alcuni aspetti marginali e conseguenti del suo pensiero (la dimensione territoriale dell’architettura) e non quello centrale che sono le invarianti.
È un fatto che confondere il radicalismo dei comportamenti della persona con quello del suo modo di pensare può indurre chi non conosce bene la teoria delle invarianti zeviane a ritenerla categorica, dogmatica e quindi “meccanicamente” applicabile. Questo è argomento di molti suoi detrattori, sempre vittime di quella che si è rivelata essere per loro e nel tempo una vera trappola intellettuale. Chi ha affrontato con serietà l’argomento ne ha discusso con esiti sempre utili e vantaggiosi. (Vedi articoli in antiTHeSi sulla linguistica in architettura)
È indiscutibilmente un fatto che, nella sua stringata sintesi, lei abbia bollato come principale e più influente argomento della produzione di Terragni la sua simmetria. Ed ora ammette che simmetriche sono le opere minori, meno conosciute e meno influenti. Posizione che comunque ritengo di poter contestare. E con me Paolo G.L. Ferrara che ha recentemente messo mano ad una delle case milanesi di questo autore.
Terragni, infine, è particolarmente critico con Le Corbusier e Mies van der Rohe. Eisenman lo sa e lo pone al principio di tutto il suo impianto successivo.
Al riguardo, sempre di Paolo G.L. Ferrara, si veda su questo giornale “Eisenman, il passato del presente. Terragni, il presente del passato.

Per finire, ammetta d’aver usato strumentalmente nomi e teorie per guarnire un testo scritto con troppa sufficienza.
Ciò che stupisce è che alcuni suoi lavori non difettano affatto di valenze spaziali e di alcune invarianti che lei si ostina a snobbare.

Commento 6878 del 01/03/2009
relativo all'articolo Sulla debolezza? No, sulla confusione!
di Sandro Lazier


ho fatto molta fatica a torvare traccia dell'autore dell'articolo nell'ormai vasto dibattito sull'architettura, non mi sembra che abbia scritto libri, ha la solita società di progettazione ed è stato folgorato da un antico incontro con Zevi da cui non sembra essersi più ripreso.
Soprattutto mi sembra spaventatissimo da tutto quello che esula dai format critico/storiografici nazional popolari e soprattutto non sa distinguere il sacrosanto diritto di critica e di dissenso dal gratuito uso dell'offesa.
cherubino gambardella

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1/3/2009 - Sandro Lazier risponde

Ma quali offese? Se intende intervenire controbatta i punti che le contesto, senza darsi tante arie. Qui non interessa la mia personale caricatura ma cosa sa lei di Zevi, Terragni e Peter Eisenman. E se ne sa poco o nulla eviti di citarli e criticarli.

Ps: A proposito di format critico/storiografici trovo questo testo sul web all'indirizzo:
www.archphoto.it/IMAGES/gambardella/gambardella.htm
"Quindi, la mia strategia concettuale è quella di far scorrere la molteplicità contemporanea su strumenti di indagine consolidati ed antichi provando, ad esempio a ritrovare il centro della sconfinata ciudad lineal adriatica non negli edifici, nelle piazze, nelle discoteche, negli ipermercati, negli autogrill etc, ma nella inattesa monumentalità vegetale dei tanti lungomare di palme, veri e propri catalizzatori di forma metropolitana anche a scala territoriale. In definitiva, lavoro sulla forma, parto e arrivo nel medesimo punto definisco risonanze e cerco di dare corpo all'inconscio dell'architettura la sua immagine perenne imprigionata nell'ossatura dom-ino."
Chiedo ai lettori se questa non è aria fritta. L'unica cosa chiara è che Gambardella lavora sulla forma e non sullo spazio. Parole sue.