Giornale di Critica dell'Architettura

2 commenti di Emil Tatlin

Commento 281 del 02/08/2003
relativo all'articolo Master digitale IN/ARCH: la replica di Luigi Prest
di Luigi Prestinenza Puglisi


Ho letto con molto interesse il dibattito inerente il master IN/ARCH e , premesso che sono pienamente concorde con le critiche mosse da Mara Dolce ed Entrico G.Botta, mi stupisce sinceramente tanto accanimento e fervore personale. Piu’ che altro mi perplime, e forse mi insospettisce anche un po’, che si scateni tale tempesta per una questione tanto “marginale” rispetto agli enormi problemi e punti interrogativi dell’architettura italiana contemporanea.
Mi piacerebbe che un simile dibattito, tanto accorato ed appassionato, si sviluppasse anche attorno a vicende ahime’ assai piu’ dannose che un inutile “master” virtuale. Perché attaccare con tanto astio i sedicenti esperti di architettura digitale? Sembra quasi una guerra fra “poveri”! Le enormi speculazioni edilizie, la commercializzazione infima e volgare, la banalizzazione del territorio e delle città contemporaneee non hanno forse dei responsabili proprio fra i nostri colleghi? E questi non meriterebbero di piu’ di qualche tiratina d’orecchi?
Sarebbe bello che altrettanto accorato dibattito si sviluppasse anche per indicare i protagonisti di tanto sfacelo architettonico che oggi ci circonda e che, temo, ci accompagnerà fino alla nostra dipartita; tanti sono i danni. Il Ponte sullo Stretto, ad esempio. Nessuno che abbia nulla da dire? Eppure su quei progetti ci son tanti nomi e cognomi di colleghi, e loro si che puntano al bottino! Altro che gli spiccioli che si pigliano i “digitali”.
E inoltre….mentre un master basta contro-pubblicizzarlo e disertarlo per il Ponte ci vuole ben altro… (penso non bastino 10.000 tonnellate di tritolo).
E poi che senso ha schierarsi cosi’ manicheisticamente pro o contro i master digitali? Se centinaia di giovani architetti benestanti pensano che questi master possano dare qualche valore aggiunto al loro sapere, bene, paghino e vadano!.
Puglisi cosa avrebbe dovuto dire? No, non faccio le lezioni perche’ non ci son i curricula dei colleghi? Mi sembra che il fatto che metta in rete le sue lezioni sia gia’ un discreto passo avanti rispetto alla maggioranza dei docenti di master che ritengono sacro e segreto il loro Potere, per cui o paghi o non ti dicono neanche una parolina.
E poi attaccare Puglisi perche’ parla con le “vecchie cariatidi” dell’architettura mi pare insensato! Ma perché?, pur non apprezzando un gran che di cio’ che scrive…., io penso sia giusto confrontarsi con tutti, anche con gli architetti giurassici. L’importante è cio’ che si sostinene, non sicuramente la compagnia o il luogo in cui si parla. La comunicazione è sempre positiva. E continuo a pensare ad un architettura che sia si partigiana ma contro chi la vuole morta, contro chi ogni giorno la umilia con edilizia che oltre a tanti euro non produce proprio un bel niente.
Sconfitto o no il digitale continuero’ ad uscire di casa la mattina e a trovarmi in una bella periferia di merda, e Puglisi e la Palumbo qui’, ve lo giuro, non han progettato neanche un tombino.

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2/8/2003 - Sandro Lazier risponde

"Il Ponte sullo Stretto, ad esempio. Nessuno che abbia nulla da dire?"
basta andare all'articolo Il triangolo no... di Paolo G.L. Ferrara e relativi commenti.
Per quanto riguarda il master in/arch il problema in discussione non è l'architettura digitale ma il ruolo di un istituto di cultura nato per la promozione dell'architettura e non degli individui.
Per quanto riguarda invece la solita e scontata lamentela sullo sfacelo e la disfatta delle periferie, sulle responsabilità o meno di politici, amministratori ecc... dico solo che la realtà è questa e tornare indietro non si può. Si poteva far meglio? Certo, ma piangere non serve niente. Servono invece idee per trasformare parolacce in poesia. Come ha fatto Gehry, ad esempio. Ma le parolacce si sentono in periferia, non nei salotti del centro.
Lei vive in periferia? Ne approfitti. Trasformi la sua "condanna" in privilegio.

Commento 288 del 18/02/2003
relativo all'articolo Nonsolomoda, anche idiozie
di Paolo G.L. Ferrara


Gehry sarà anche stato l'autore dei capisaldi dell’emancipazione del linguaggio dalle costrizioni castranti dell’accademismo neorazionalista (come dice Paolo GL Ferrara), fattostà che tutta la sua architettura è concepita per essere glamour, icona, immaginario... e in "non solo moda" a mio parere ci sta come la mozzarella sulla pizza.
Non mi sembra propro che abbia mai affrontato l'architettura nella sua complessità, ha sempre evitato qualunque tematica di contesto urbano, sociale, di inserimento ambientale...etc, etc, Gehry ha sempre cercato di fare il botto, lo scoop, di creare un'immagine che potesse essere mediatica, vendibile , veloce. E allora perche' scandalizzarsi se i rotocalchi parlano di lui?. Gehry crea immaginario piu' che architettura. In questo e' un maestro, non c'e' che dire. E' riuscito benissimo e con classe, ma a mio avviso e' molto riduttivo come architetto. Gehry i problemi urbanistici li risolve con i muri di cinta (vedi "la citta' di Quarzo" di Davis), crea nuvolette artificiali autonome ed autoreferenziali, che potrebbero essere li come altrove, rivolte a sud come a nord.
Vi siete mai chiesti come si vive negli spazi creati da Ghery? Come si lavora nei suoi uffici? Migliaia di pagine che ritraggono le sue architetture ma neanche una che risponda a queste domande. Ma in fondo e' giusto che sia cosi'. E' un'architettura costruita piu' per le riviste patinate che non per chi ci abita, che diventa un elemento secondario, di completamento. Ma proprio per questo per me rimane un architetto molto interessante. E' proprio nel suo essere glamour che Ghery scrive pagine importantissme per la storia dell'architettura contemporanea.

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18/2/2003 - PaoloGLFerrara risponde

Cos’è “contesto”? cos’è “inserimento ambientale”? cos’è “immagine mediatica, vendibile, veloce”?
Mi sa che anche Lei è perfettamente calato nel clima “nonsolomoda”, soprattutto quando dice che Gehry “crea immaginario più che architettura”. Attenzione: qualcun’altro -prima di Gehry- proponeva le direttrici nello spazio quali elementi che tendono a deformarsi sinergicamente alla resistenza dell’atmosfera: era H.Finsterlin, anni ’20 del XX secolo, “espressionista visionario” di architetture immaginarie. O almeno così era catalogata la sua opera dalla storiografia (quella accademica), almeno fino, appunto, a Gehry.
La vera novità rivoluzionaria del Guggenheim è proprio l’attenzione all’area di progetto, alla sua reintegrazione con la città. Se non si comprende e se non si parte da questo punto imprescindibile, inutile discutere.
Gehry e gli spazi interni: assoluta funzionalità. Siamo sullo stesso grado di chiarezza dell’impostazione delle funzioni propria di Erich Mendelsohn...ed ecco che lo ri-lega ad H.Finsterlin.
Gehry scrive pagine importanti proprio “nel suo essere glamour”? Ne scopra i rapporti con artisti quali Richard Serra, e tutti i pittori pop e vedrà che di “glamour” non c’è proprio nulla. Dopo, solo dopo, analizzi la sua casa a Santa Monica. E dopo, solo dopo, e con un pizzico di Boccioni, scopra i significati del Guggenheim.
Per esempio andando questo link coffeebreak/20001108