Giornale di Critica dell'Architettura

20 commenti di Fausto Capitano

Commento 982 del 30/10/2005
relativo all'articolo L'Unione Europea dice 'no' al Ponte.
di Domenico Cogliandro


La Commissione Europea ha aperto una procedura d'infrazione a carico dell’Italia, sul Ponte sullo Stretto di Messina. Il progetto vìola la Direttiva Comunitaria "Uccelli" ed è carente per quanto riguarda la Valutazione d’incidenza.
Accogliendo una segnalazione del Wwf, la Direzione Generale Ambiente della Commissione Europea contesta all’Italia di non aver adottato le misure necessarie a preservare gli habitat sui quali il Ponte sullo Stretto influirebbe, e a limitare i danni all’avifauna in due Important Bird Areas (IBA). Inoltre, secondo la Commissione, il Governo italiano non ha eseguito correttamente la Valutazione d’Incidenza del Progetto del Ponte, obbligatoria per tutti i progetti ricadenti in Zone di Protezione Speciale (ZPS). [...] Ricordiamo che il Governo italiano non è nuovo a richiami di questo tipo: procedure di infrazione sono state aperte per il Mose di Venezia e per altri 11 casi di violazione delle normative ambientali.
[news tratta da www.EdilPortale.com - 27/10/2005]

[Torna su]

Commento 884 del 29/03/2005
relativo all'articolo Euclide Neo
di Fausto Capitano


Euclide con Neo: improbabile accostamento? … Non direi. Un contrasto tra due idee di spazio? … Può darsi! … Una chiusura banale? … No! Chi ha chiuso cosa? … Piuttosto, il tentativo d'apertura su una soglia (uomo/hardware/software/spazio) per imparare a vedere cosa c'è. Irene, sulla soglia c'è (tra le altre cose) la modifica profonda del modo di formarsi della conoscenza dello spazio. La nostra mente "cambia il lavoro eseguito sulle informazioni": la ricezione e l'elaborazione degli input spaziali sta subendo riorganizzazioni strutturali. L'hardware, oggi diffusamente disponibile, è "il motore" di questa congiuntura; il software, oggi incredibilmente diverso dai suoi antenati degli anni '80/'90 dello scorso secolo, è l'habitat operativo in cui incubare e plasmare cause ed effetti delle combinazioni attivabili dall'uso di nuove chiavi cognitive. La percezione di questo habitat è ancora nebbiosa, e a questo proposito, ecco che ti suggerisco, Irene, un altro accostamento ("inedito", al pari del principale!): Eisenman, De Kerckhove e Saggio con Sant'Agostino; la "Carta di Zurigo" versus le "Confessioni". Chiamiamo in aiuto il sempre presente prof. Antonino Saggio. Chiediamogli cos'è "la giungla". Quali sono i suoi pericoli… Sant'Agostino sorriderebbe compiaciuto: le risposte non diraderebbero la nebbia, in quanto esse stesse se ne nutrono. Altresì, è proprio l'accostamento umilmente proposto ad innescare la sua eliminazione. Irene, scoprirai che le risposte di Saggio non ti servono, perché Sant'Agostino ha detto già tutto quello che c'era da dire. Quindi, ritorneresti al punto di partenza: la soglia. E per oltrepassarla, capiresti di aver bisogno dell'hardware, del software, del tuo "talento archigitale" e della tua mente libera. Ce l'hai queste cose, Irene?

[Torna su]

Commento 882 del 19/03/2005
relativo all'articolo Euclide Neo
di Fausto Capitano


I miei più cari amici mi contestano la “fraudolenta tendenza” a complicare i messaggi di cui mi faccio portatore, cadendo nel “triste paradosso” di non comunicare affatto quando, invece, desidero farlo con tutto il cuore. Confesso di non saper scrivere, confesso di aver studiato sui testi di critica del De Sanctis quand’ero troppo piccolo per farlo, subendone gravi contraccolpi (un po’ come vedere l’esorcista a 11 anni!)… Ma tu, Irene, oggi mi fai letteralmente mangiare la polvere. Scusami: ti rimango abbondantemente dietro. Non sono in grado di capirti. Se puoi, frena ed accosta: vienimi affianco e fatti comprendere. Parafrasandoti: raggiungi l’astrazione del contatto dialettico non per privazione di senso, ma attraverso un processo di sublimazione della sua assenza; tutto è così minutamente fuori posto eppure così tipico da essere pura polvere di parole.

[Torna su]

Commento 833 del 17/11/2004
relativo all'articolo Chiudere l'appello a favore del museo ARA PACIS di
di Giannino Cusano


Buona Mattina a tutti! A rischio di sembrarVi un rompiscatole... Posso permettermi di ricordare a Giannino Cusano, a Isabel Archer , a Mara Dolce e a tutti i 66 sensibili professionisti che hanno firmato la petizione, che Meier (arrabbiato e rassegnato!) se n'è già lavato le mani da un pezzo (da prima dell'inizio!) di questo progetto? E posso permettermi di chiederVi qual'è la cosa più antimoderna, indemocratica, raccapricciante e vergognosa tra lo sdegno di un Maestro che "è costretto ad abbandonare" la sua creatura lungo un fiume dominato dai topi e dallo smog, e questo gettarsi forsennato sulla preda semimorta della solita italianità, carcassa di quella che era in origine un'architettura!? Rinnegata dal suo stesso creatore, anche terminata "completamente", questa fabbrica sarà comunque (riprendendo le parole di Cesare De Sessa) un cadavere urbano eccellente. Cordialmente, Fausto.

[Torna su]

Commento 817 del 23/10/2004
relativo all'articolo L'equivoco del computer
di Mario Galvagni


Districarsi tra chi denuncia l'assassino "improbabile" per il "delitto perfetto" e chi osanna il "presunto" decesso illustre…, non è facile. L'unica costante sta nel percepire la morte di qualcosa o, nella migliore delle circostanze, il processo di estinzione, il tentato assassinio di qualcosa. Niente di più sbagliato! Niente di più strumentale!
Perché ci si ostina, da una parte, a denunciare la minaccia immaginaria che peserebbe sulle prerogative analitiche e progettuali della "scelta tradizionale" e, dall'altra, si rincara sbraitando con l'estetica della contaminazione, con l'architettura senz'architetti, con la supremazia del virtuale, con la "realtà aumentata", …? In tutta 'sta caciara, il computer è un dannato pretesto! La teorizzazione su assassini e metamorfosi scade nello show!
I fatti reali, lasciatevelo ricordare da un pivello, sono questi: 1) oggi non c'è più alcun obbligo di assecondare il "sistema tradizionale"; un tempo, chi operava in seno ad esso aveva la certezza di muoversi sull'unica terra fertile dell'architettura; oggi si è capito che non è più così: ci sono altre terre fertili, nuove americhe, altre frontiere e tutti (vecchi progettisti, critici, professori, ecc.) si accapigliano per riuscire a fare i cowboy piuttosto che i pellerossa o, peggio, i bisonti! 2) C'è il distacco dalla tradizione di ricerca, da parte degli stessi figli della "scelta tradizionale"; la recisione del cordone è lo scotto dell'ansia e della superficialità che trasudano da ogni intervento contro il "digital-ismo". Tali debolezze mentali (e culturali) sono facce dello squilibrio indotto dalla sacrosanta messa in discussione, dalla percezione di una fantomatica usura dei meccanismi e dalla latente perdita di qualità propositiva. 3) Chi ha padronanza delle tecniche tradizionali, chi ha saputo (e sa) produrre, evolvere, comunicare con esse, ha il solo dovere culturale di prestarsi al contraddittorio. Il suo unico compito deve essere quello di asservirsi all'evoluzione della conoscenza, dimostrando la maturità necessaria a far capire (alle masse parlanti a vanvera) che è difficile "riconoscere" nuove terre fertili, nuovi sistemi, ripudiando quello storicamente più praticato e che (senza troppi alti e bassi) ha favorito ricerche e soluzioni di sostanza in architettura.
Inventare il "digital-ismo" e attaccare il computer è come "fare gli indiani", proprio quando si vorrebbe essere cowboy! Inventare e aggredire è la "scelta di campo" per non "riconoscere", "valutare", "legittimare" e "dare fondamento" (per differenza o per contrasto) all'"alternativa". In antiTHeSi si riuscirà a discutere di "archigitale" soltanto nel momento in cui le "eminenze grigie" ed i convenuti socievoli proveranno (dando un minimo di credito a queste righe) a riconoscere la presenza di una "nuova terra", a smettere di palesare paura sentendosi minacciati da fantasmi e ad offrire, invece, le loro esperienze nel confronto. Giannino Cusano, in tal senso, mi rincuora. Il silenzio di Galvagni, però, non mi sorprende. Vi lascio con l'augurio di ritrovarci presto, "tutti", con la voglia di fare sul serio. Vi lascio con la consapevolezza che non tocca a me cominciare, facendo a meno di "equivoci" e "pretestuosità".

[Torna su]

Commento 813 del 22/10/2004
relativo all'articolo L'equivoco del computer
di Mario Galvagni


Gentile Giannino, dammi pure del "Fausto" e basta. Io, sulla questione "riesumata" dal maestro Galvagni, scrivo a getto perché sono cresciuto col CAAD (quello VERO!) pur cavandomela egregiamente, fin dalle scuole medie inferiori, con i metodi tradizionali (in ultimo, ho fatto l'Esame di Stato a mano libera, disdegnando il tecnigrafo e le righe, solo per fare lo sbruffone e per chiudere in bellezza l'epopea universitaria!). Comunico di getto perché è un mio difetto, e se mi sopporterete non posso che esserne lieto. Scritto questo, metto da una parte sia l'ovazione di Paolo verso Zevi, sia le osservazioni di Eisenman; quest'ultimo, non ce lo vedo a fare il John Wayne che spara basso sui suoi amici progettisti mandriani che solcano le praterie del mondo marchiando, qua e là, pregiate vacche di cemento e acciaio. Il maestro Peter non è da meno, anche se forse, lui vede la sua stalla dorata ancora poco piena... Paolo, poi, si sa, è innamorato perso della buonanima di Zevi, e non perde occasione di farci notare che, quasi quasi, Nostradamus gli fa un baffo al buon Bruno! Sull'altro versante (muovendomi sempre ad istinto, e badando ai fatti nella media!) archivierei anche la questione della più consapevole sensibilità estetica dei committenti, per molti dei quali, a mio avviso, Aalto potrebbe verosimilmente essere il nome di una lacca per capelli, o van der Rohe l'ex portierone della nazionale olandese. Sento, invece, la necessità di riflettere (a caldo! perchè è più bello) insieme a voi, su che cosa offre il CAAD al progettista di spazi architettonici, ancora prima di chiedermi (e chiedervi!) che cos'è il CAAD, quello VERO! ... In primis, correggetemi se sbaglio, i software avanzati di modellazione solida orientati verso l'architettura, offrono nuove "mediazioni grafiche" che veicolano significati; offrono nuove matrici di "rappresentazione poetica" e sanciscono un potenziamento, mai auspicato, dei "sistemi figurativi" ai quali (ibridizzando il tutto) ha accennato, con la sua spicciola e praticona sperimentazione volante, il maestro Galvagni. La rappresentazione tradizionale, il medium "archigitale" (cioè l'input architettonico "incubato" in ambiente digitale) e quella per modelli in scala, non sono isomorfe, perché tra esse non si registra soltanto una disuguaglianza di processi generativi, ma, essenzialmente, si manifesta (in origine) una diversità di "messaggi" trasmessi, di "contenuti" coagulati, di "sostanze" evidenziate. Il maestro Galvagni ha celato a se stesso questa realtà, tu gentile Giannino (spero di poter continuare a darti del tu...) hai cercato di segnalarla. Ho letto male tra le righe del tuo primo commento se ti accredito il seguente pensiero? - << ognuno dei tre habitat creativi può raggiungere target di valore e ciò che conta è "saper innescare" percorsi di ricerca estetica, spaziale, concettuale (ecc.) in ciascuno di essi, e di "saper additare a mete" significative, coi piedi ben piantati a terra e con l'occhio vigile sul mondo di oggi e di domani >>. Scegliere di "operare" in uno dei tre è, aggiungo io, un atto che sottintende la consapevolezza sulle "modalità d'azione" della ricerca e della sperimentazione operative da intraprendere, avendo già in vista l'"ordine" dei risultati e l'"ambiente culturale" che accoglierà questi risultati. Ecco il nodo, quello VERO! Mi permetto di chiedervi di riflettere (e di scrivere) su questo. In ultimo, tu Giannino, nel secondo commento, prendendo tempo, affermi che in ambiente CAAD matura la ripetitività e che non ci si può aspettare da un software una coscienza operativa sensibile verso il luogo e verso le tradizioni costruttive... Ma è veramente questo che voi vi attendevate dal software? E' da questo labile appiglio che parliamo di "equivoco del computer"? Fatemi capire.

[Torna su]

Commento 810 del 21/10/2004
relativo all'articolo L'equivoco del computer
di Mario Galvagni


Per favorire il prosieguo dello scambio di idee, facciamo sintesi: il nodo del maestro Galvagni è [CAAD <-(?)-> FORME INEDITE] quindi [CAAD <-(?)->NUOVA ARCHITETTURA]. L'equivoco, secondo il maestro Galvagni, è [CIO' CHE, SINO DAGLI ANNI NOVANTA DELLO SCORSO SECOLO, SI CREDE POSSA ESSERE CREATO SOLO COI COMPUTER, IN REALTA', E' STATO FATTO (E STRA-FATTO) DA WRIGHT, DA TUTTI GLI ALTRI ARCHITETTI DEL "MODERNO", DA P.L. NERVI, DALL'INDUSTRIA AUTOMOBILISTICA, GRAZIE ALL'USO DI TECNIGRAFI E PANTOGRAFI (ECC.) E MODELLI IN SCALA DI VARI MATERIALI] e non è vero che abbandonato Vitruvio e, aggiungo io, Euclide, è nata la FORMA INEDITA.
Focalizzata la questione, mi permetto di spurgare lo scritto del maestro Galvagni, lasciando sotto gli occhi soltanto i seguenti passaggi:
1) i pantografi, i tecnigrafi, le righe ed i compassi sostengono e favoriscono l'incubazione di linguaggi classici;
2) CAAD significa (tra l'altro) ripetitività e prigionia creativa, espressiva ed estetica;
3) il CAAD è uguale alle righe ed è uguale al tecnigrafo, se non fosse per il fatto che fa risparmiare tempo e denaro, e fa fare più bella figura in fase di accreditamento di una commessa qualsivoglia;
4) il CAAD è la tecnica cruda (opzione di una migliore condizione tecnico-logistica) mentre le FORME INEDITE nascono in seno ad un linguaggio, sono arte slegata dalle condizioni tecnico-logistiche, ma dipendente: dall'entrata sistematica della ricerca morfologica rapportata al luogo, dall'approccio sociale nel progetto, dalla più consapevole sensibilità estetica della committenza, dalla multimedialità nella comunicazione, dalla "digestione" e "assimilazione libera" dei patrimoni del costruttivismo, futurismo, cubismo, surrealismo, astrattismo;
5) per capire da dov'è venuta l'architettura dell'ultimo secolo e per intuire dove sta per andare (o dove dovrebbe andare) è bene lavorare sulle vite progettuali dei singoli artisti, sugli iter delle ricerche morfologiche in funzione dei luoghi e delle culture.
Se mi fosse sfuggito qualche "spunto" del maestro Galvagni, prego sia Lui, sia il prof. Cusano, di accodarsi alla presente sintesi.
In ultimo, invito me stesso e i convenuti, a chiarire il punto della "ricerca sulla plasticità morfologica" e quello di "che cos'è il CAAD", avvertendo che già una volta su antiTHeSi si è tentato un ragionamento di gruppo sulla rivoluzione informatica, senza cavare un ragno dal buco.

[Torna su]

Commento 808 del 19/10/2004
relativo all'articolo L'equivoco del computer
di Mario Galvagni


Eh, i "luoghi comuni"! ... Essi, sì che sono una brutta bestia! E quest'ultimo riguardante la "rivoluzione informatica in architettura", non è né più né meno montato ad arte di quello secondo il quale esiste "architettura" ed esiste "edilizia". Gentile maestro Galvagni, io sono certo che Lei prova il medesimo fastidio anche di fronte ad esso. La distinzione merceologica tra "architettura" ed "edilizia" è usata da anni a mo' di air bag per salvarsi la faccia (e tutto il resto) ogni qual volta le ragioni del denaro si scontrano con quelle della facile evangelizzazione degli apostoli del "giusto progetto"; oppure quando l'architetto (portatore sano di coscienza dello spazio e cultura della forma) deve sterzare contro il muro delle società d'ingegneria integrata, a servizio dei costruttori rampanti. L'"edilizia" è il complesso delle attività che porta a costruire "architettura"; non si può dare significato di "prodotto" ad un "processo produttivo": è illogico. Mi azzardo a pensare che anche Lei è d'accordo su questo dato di fatto. Eppure da tempo, la critica architettonica e l'opinione pubblica delle "teste calde in materia", non fanno che sostenere questa distinzione, asserendo, altresì, che dietro un "prodotto edilizio" c'è l'opera monca di un ingegnere e dietro un'"architettura" c'è il pensiero e l'azione di un architetto. L'illogicità della tesi che sostiene l'esistenza dell'"edilizia" in contrapposizione all'"architettura", fa decadere anche la legittimità dell'apartheid tra ingegnere ed architetto ..., ma questa è un'altra storia (che probabilmente non Le interessa!). Ritornando alla Sua frustrazione, penso che, prima di Lei e come Lei, decine di intellettuali hanno ufficialmente dichiarato che il computer è solo uno strumento. Fin qui, quindi, niente di nuovo su antiTHeSi, anzi... sento aria di "luogo comune": armamentari, modelli in scala, particolari architettonici, costi e tempistica... Tutta roba trita e ritrita, apparentemente estrapolata dalle brochure di promozione dei software CAD. Ma Lei, maestro Galvagni, si spinge più in là: sottolinea che le "forme inedite" del "great brain" di turno, appartenente allo star system, non sono un effetto del CAD, ma sono soltanto più affascinanti, più imbellettate, più mercificate. Le "forme inedite" sono massmediatizzate con un bel valore aggiunto hi-tech, ma anche in un ipotetico nuovo medioevo potrebbero venir fuori da righe e compassi! Mah! ... Le sue "tappe storiche", poi, sono l'icona di uno sguardo attento sul mondo, e Lei, avendone sentite e viste di cose in sessant'anni di professione..., Lei sì che può guardare e ricordare con potere di sintesi. E l'esperimento sulle "matrici formali" è un'ottima chiusura alla questione. Un bel tappo, rigorosamente "digitale", che denuncia il rischio di serializzare pensieri ed atti architettonici, da qui verso il futuro; epilogo/prologo che avverte sul modo sbagliato di chi costruisce "senza luogo", senza sfruttare il genius loci, senza rapportarsi alla "materia del posto", che sia terra, pietra, aria o sentimenti. Ma, cosa c'entra questo col computer? L'interfaccia è cartesiana perché un "uomo cartesiano" compila, in linguaggio macchina, una piattaforma software sapendo che essa dovrà "parlare e fare" insieme con un "utente cartesiano". L'invito all'ortogonalità è la manifestazione di un compromesso tra la nostra limitatezza mentale e l'infinito di potenzialità della macchina. Il fatto che "io utente" ricevo l'invito ad ortogonalizzare, non significa che "io creativo" ortogonalizzerò sul serio! Tenga presente, maestro Galvagni, che la griglia cartesiana si può nascondere dallo schermo: la rivoluzione si cela nel click! Il fatto che la macchina mi permette di lavorare "rapido e gerarchizzato" usufruendo anche di "asettiche librerie di forme" non pregiudica la mia sensibilità verso il luogo, verso le vive suggestioni ambientali, ecc. Questo suo scritto mi dà un solo messaggio forte (e può anche darsi che non sia affatto il messaggio che Lei vuol dare): l'uomo tarda sempre a riconoscere in un'ennesima rovinosa caduta senz'appoggi, l'inizio di un salto gigantesco.

[Torna su]

Commento 806 del 17/10/2004
relativo all'articolo La carica dei Cinquecento
di Mario La Ferla


Aristotelicamente scrivendo, se la politica è "architettonica" rispetto all'economia, e l'economia (le dinamiche di mercato) è "architettonica" rispetto alla società, si deve pensare che il mercato è "architettonico" rispetto all'architettura. Allargando lo sguardo, allora, la parola è "architettonica" rispetto al segno dell'architettura; il politico, cioè, è "architetto" rispetto al progettista di spazi, come anche l'imprenditore e l'investitore sono "architetti" rispetto al pensatore e disegnatore di spazi. Massonicamente semplice, vero!? Questo è il mondo. Costruito da consorterie di "muratori liberi", sempre meno sporchi di calce, con sempre meno calli alle mani, ma con più lauree, più dialettica, più pubblicazioni e partecipazioni a convegni e ad assemblee, più risorse hi-tech, più controllo della base (a partire dalle scuole dell'obbligo!). E non c'è motivo di denunciare tutto e tutti, non c'è motivo di temere per la sopravvivenza della giustizia, come emerge dallo scritto di Mario La Ferla, perché, se il "tempio" universale della Giustizia degli Uomini (il Tempio di Re Salomone) è stato "costruito" dal Maestro di tutti i "liberi muratori", questo deve pur significare qualcosa, deve dare la certezza che[...].

[Torna su]

Commento 740 del 03/06/2004
relativo all'articolo Greg Lynn interview
di Mariopaolo Fadda


Quando esplorai l'area web del gruppo, fui subito colpito dal numero di teste e dall'assenza manifesta di un leader creativo. L'idea di squadra "alla pari" incarna i piccoli sogni di ogni progettista dotato, da Madre Natura, di una buona dose di socialità, che nelle circostanze citate si traduce in desiderio di comunicare emozioni, di aprirsi all'altro, di "lasciare un segno", insieme. Nell'occasione di quella esplorazione, visionai il filmato relativo al Progetto WTC: l'installazione mega galattica si fa fregio di un "valore d'uso" aggiunto, che nasce da una memoria tragica e da un rinnovato sentimento collettivo. Essa prende forma dalla contingenza, si erge con sorpresa e fascino. Emana una soluzione tipologica (transfusa, frame dopo frame, di nuvole e riflessi d'alba!) che si vuole porre alla stregua di un "termine di confronto" per nuove proposizioni architettoniche dell'insediamento intensivo umano. La creatura non incarna un processo irreversibile di residenzialità economico_produttiva, ma si fa portatrice sana di un'idea di "città più sentimentale". NO agli "spilloni d'acciaio" irti verso il cielo con indipendenza e indifferenza. SI alle "instabili traiettorie fuse" che trovano equilibrio nell'unione, "nella partecipazione", nell'orizzontalità. Quella del gruppo è una riflessione tipologica che cerca di stabilire una particolare "circolarità del pensiero sociale" all'interno del processo creativo: i caratteri di una comunità ferita, impaurita ed emozionabile, diventano variabili di forma; la forma cresce dalle attese modalità d'uso, dalle molteplici culture degli utenti, dalle erosioni strutturali della società terrorizzata. Il prodotto, icona parametrica di un desiderio di comunità e di "comunione", si alza con presunta dolcezza e sicura forza strutturale, pronta per essere sottoposta al vaglio dell'uso sociale. In sostanza, il filmato è divertente, ma non esaustivo: l'oggetto architettonico è più che altro percepito dalle espressioni della gente e dall'ombra portata sulle strade e sugli altri edifici. Il messaggio emotivo è la chiave (come lo stesso Greg sottolinea). La forma dell'installazione è ancora "solo un passaggio" verso "altre soglie". Altre soglie, altri orizzonti, che visioneremo in luoghi diversi da quello in oggetto, dato che per il futuro del WTC sono state scelte un'altra icona, altre emozioni, altre storie. Buon lavoro ad "United Architects", portatori di un senso di gruppo che è sempre "buona cosa".

[Torna su]

Commento 696 del 17/03/2004
relativo all'articolo Ponte sullo Stretto. Contrordine: Unione Europea a
di la Redazione


Cari Amici, di cosa parliamo? Parliamo di un'opera che non sarà mai iniziata (Berlusconi sa di non essere un faraone!). Parliamo di un'operazione che ha il solo fine della promozione politica. Parliamo di giochi di potere per non perdere seicentomilioni di euro gratis. Parliamo di giochi di potere per non perdere la faccia rischiando di non aggiudicarsi l'appoggio di un'Assemblea che è già storia passata, su un'opera che è solo una storia. Qui non si tratta di guardare all'esercito dei Cornuti di cui parla P.GL. Ferrara, ma si tratta di chiarire cosa ne potrebbero ricavare gli strasuperintellettualiprogettisti "silenziosi" da questa "intenzione mediatica" che si chiama Ponte sullo Stretto di Messina. Che c'entrano gli Architetti con questo ponte!? (e non cominciate a cacciar fuori dal cilindro delle VS dialettiche, questioni sull'ambiente, sull'urbanizzazione demolitrice, sulla violenza di un contesto territoriale secolare, sulla mafia dell'edilizia…) La questione non è questa. La questione è: cosa può portare di buono alle tasche degli Architetti "silenziosi" il "nostro" Ponte sullo Stretto? Fateci capire, Voi che sapete, e non dite!

NEWS ANSA - UE: PONTE STRETTO; GOVERNI LO HANNO RIMESSO NELLA LISTA - BRUXELLES - La decisione, secondo quanto apprende l'Ansa da fonti della presidenza di turno irlandese, e' stata presa - appena 24 ore dopo il voto degli eurodeputati - dal Coreper 1, il Comitato dei rappresentanti permanenti, che comprende i numero due delle ambasciate preso le istituzioni europee. Una consultazione a 25, quindi anche con la partecipazione dei dieci stati membri che entreranno a far parte dell'Ue dal primo maggio prossimo. I governi, con parere sostanzialmente unanime, hanno nell'occasione scelto di non accogliere grosse modifiche alla lista delle 29 opere proposta a suo tempo e, comunque, di non accettare tagli. La presidenza di turno irlandese e' stata formalmente incaricata di prendere contatto gia' lunedi' prossimo con il Parlamento europeo, che ha votato una relazione - redatta dal conservatore britannico Philip Charles Bradbourn - che apporta diverse variazioni al progetto preparato dalla Commissione e varato dai ministri dei trasporti. La cancellazione del Ponte sullo stretto di Messina dalle opere prioritarie non faceva parte della relazione ed e' stata inserita con l'approvazione di un emendamento proposto da Verdi, gruppo del Partito socialista europeo (Pse) e sinistra. Dublino, secondo quanto si apprende, comunichera' al relatore Bradbourn ed al presidente della commissione trasporti dell' Europarlamento che i governi sono pronti ad accogliere solo piccole integrazioni alla lista ed ha il mandato di tentare di definire un elenco concordato da presentare alla plenaria dell'Europarlamento del 22 aprile. I deputati europei che vogliono depennare il progetto del Ponte hanno sostanzialmente due possibilita' per ostacolare il suo reinserimento tra le opere prioritarie: fare in modo che l'argomento non sia intanto incluso nell'ordine del giorno o raccogliere una maggioranza qualificata quando il provvedimento tornera' in aula. La seduta di aprile e' l'ultima prima dello scioglimento dell'assemblea di Strasburgo. Il 13 giugno si terranno le elezioni - a quella data saranno gia' entrati i nuovi dieci paesi - ed i parlamentari europei passeranno dagli attuali 626 a 732. Commissione e Consiglio premono perche' il progetto sia varato prima, per timore che a 25 sia rimesso tutto in discussione. Ma il Parlamento europeo terra' ancora solo due sessioni prima di chiudere la legislatura, una tra due settimane e l'altra a fine aprile. Entrambe hanno gia' un'agenda molto affollata perche' deputati e gruppi ci tengono a concludere i progetti avviati che, altrimenti, possono andare perduti. Anche perche' molti parlamentari non si ripresenteranno o rischiano di non essere rieletti. Quindi i gruppi che contestano la lista dei governi possono fare ostruzione per impedire che sia messa in esame prima dello scioglimento. Nel caso che, invece, il provvedimento torni in aula - trattandosi della seconda lettura - ci vorra' la maggioranza qualificata, pari a 314 voti. Nella votazione di giovedi' l'emendamento contro il Ponte ha avuto 231 voti a favore, 198 contrari e 17 astenuti. Al blocco di coloro che contestano l'opera ne occorrono pertanto almeno altri 83. Giovedi' mancavano nell'aula 180 deputati, ma con la legislatura agli sgoccioli le defezioni tendono a aumentare. La procedura prevede che se passa l'elenco proposto da Commissione e Consiglio il progetto va avanti, se resta il veto del Parlamento al Ponte ed i ministri dei trasporti insistono per volerlo, si passa alla conciliazione, che puo' prendere da un minimo di sei ad un massimo di dodici settimane. Vale a dire che se ne dovra' riparlare nella prossima legislatura.(ANSA). VS - 15/03/2004 10:47 (http://www.ansa.it/infrastrutturetrasporti/notizie/rubriche/unioneeu/20040315104732875263.html)

[Torna su]

Commento 694 del 16/03/2004
relativo all'articolo Ponte sullo Stretto. Contrordine: Unione Europea a
di la Redazione


NEWS - Consiglio dei Ministri n. 149 del 12 marzo 2004 - Il Governo manda in pensione i provveditorati alle Opere pubbliche. Nella seduta di venerdì scorso 12 marzo il Consiglio dei ministri ha approvato un nuovo regolamento di organizzazione del ministero delle Infrastrutture e dei trasporti. Il provvedimento, si legge in una nota del Governo, "in attuazione della legge n.152 del 2003, specifica alcune aree funzionali di competenza in materia di pianificazione delle reti della logistica e dei nodi infrastrutturali, nonché di edilizia e di aree e città metropolitane". Fra le maggiori novità figurano la riduzione delle direzioni generali da 19 a 16 e l'istituzione dei Siit, Servizi integrati infrastrutture e trasporti, organismi decentrati a livello sovraregionale destinati a prendere il posto dei provveditorati alle Opere pubbliche. (fonti www.governo.it www.projectmate.com)

[Torna su]

Commento 691 del 11/03/2004
relativo all'articolo La qualità dell'architettura per legge
di Sandro Lazier


NEWS - 09/03/2004 – È stata definitivamente approvata la legge quadro sulla qualità architettonica. Tra le importanti novità in arrivo: diffusione del ricorso ai concorsi di progettazione per la realizzazione di alcune opere pubbliche, coinvolgimento degli enti locali, pubblicizzazione da parte delle regioni delle informazioni relative alla valorizzazione delle opere architettoniche attraverso siti internet.
Raffaele Sirica, presidente del Cnappc (Consiglio nazionale architetti, pianificatori e conservatori), intende attivare un network delle regioni ed un’alleanza con i sindaci per la “democrazia urbana”.
“Realizzare il diritto fondamentale di tutti a un ambiente fatto di architettura di qualità”. Con queste parole Sirica spiega l’obiettivo dell’iniziativa.
Firenze la prima tappa di questa task force: l’incontro con il sindaco è, secondo Sirica, il passo fondamentale per tradurre in realtà il ricorso ai concorsi di progettazione per alcune opere pubbliche.
L’articol 1-bis della legge quadro prevede, infatti, che le pubbliche amministrazioni individuino le opere per le quali ritengono necessario il concorso di progettazione, nella fase di preparazione del piano triennale delle opere pubbliche, previsto dalla Merloni.
Nuovi risultano anche il coinvolgimento delle amministrazioni pubbliche regionali nell’attività del centro di documentazione e le arti contemporanee, e la diffusione, da parte delle regioni, delle notizie finalizzate alla valorizzazione delle opere architettoniche. Il comma 2 dell’articolo 9 della legge la loro pubblicizzazione attraverso siti internet. (fonte: http://www.edilportale.com)

[Torna su]

Commento 682 del 29/02/2004
relativo all'articolo Spazzatura sul web
di La Redazione


Mi permetto di prendere la coda del disappunto palesato dalla Redazione, per tentare di lasciar stazionare la luce, ancora per qualche secondo, sul citato stato d'abbandono della preziosa sezione riguardante la linguistica architettonica, e nell'estendere il fascio dell'attenzione anche sullo stagnare del confinante campo d'indagine intorno all'"archigitale"; entrambi i casi sono emblematici di uno stato delle cose, soprattutto se messi a confronto con la logorrea cresciuta su un rispettabilissimo comodino in erba e su un'altrettanto rispettabile rivista cartacea strapiena, ahimè, di pubblicità, in cui è più facile (e snervante) sapere tutto di un bidet o di un abat-jour, piuttosto che di un progetto architettonico, tradendo in tal modo, le aspettative di un professionista della pratica progettuale, che spende e compra per sapere di "architettura fatta" e di "come" è stata fatta "in quel modo", e si ritrova, invece, con un mucchio ben fatto, colorato (e, stavolta, socialmente impegnato) di parole e spot. Di emblematicità si marchia, dunque, l'evidente presa di distanza da questioni basilari (quanto classiche) che per essere rinvigorite e/o confutate richiedono spessori e qualità che "la massa parlante (e sparlante)" non ha, e presa di distanza da questioni nuove (quanto interessanti) che si liquidano come fatti di costume o come anomalie sociologiche e filosofiche; di emblematicità si marchia, anche, il disarmante amore per la faida e le liti da cantina sociale, di cui anche un buon uomo come Niemeyer è stato fatto oggetto e soggetto; d'emblematicità si marchia, infine, l'assenza sul mercato delle riviste cartacee italiane, di una testata blasonata che veramente (sottolineo "veramente") fornisca una "base dati" soddisfacente per iniziare a conoscere e capire le architetture che si pensano e si costruiscono nel mondo.

[Torna su]

Commento 512 del 21/11/2003
relativo all'articolo Design inerba
di Gianni Marcarino


Non sarebbe un danno se per un momento ci si astenesse dal discutere sulle valenze di un comodino e si osservasse un minuto di silenzio in onore di una architettura vicina alla morte. Tra poco tempo avrà luogo lo smantellamento del corpo di fabbrica che Luigi Cosenza aveva pensato e realizzato per l'ampliamento della Galleria Nazionale d'Arte Moderna di Roma. Io ho, ancora, una scarsa sensibilità estetica e spaziale, ma quel minimo che riesco a raccimolare frugando nelle tasche vuote della mia coscienza, mi dice che si tratta di un piccolo, invisibile evento luttuoso per l'architettura moderna. All'atto si dà una giustificazione funzionale, ma proprio per questo (correggetemi se sbaglio) si sarebbe dovuto annientare la fabbrica di Cesare Bazzani che, in confronto, mi pare un afono e scialbo episodio dell'arte e dell'architettura moderna. Riflettendoci su un attimo (per quel poco che riesco a fare), sarebbe stato più logico un intervento di contemporaneità trasversale (rispetto + transfusione di nuovi dna) tenendo conto della mutevolezza di usi e bisogni. Penso che questo gesto demolitore inquina ulteriormente la già torbida cultura italiana rispetto ai temi della modernità.

[Torna su]

Commento 461 del 02/11/2003
relativo all'articolo Eisenman, Gehry e '...la ripetizione dell'identico
di P.GL Ferrara - S. Lazier


>>> [autonomia e assuefazione] >>> Probabilmente la parola "trasgressione" fa troppa "fog" attorno alla figura di Eisenman (e se ve lo dice il "Capitano nebbioso", potete crederci!), stona un po' se la si immagina spalmata sulle sue rughe, sa di kitsch sulla sua stoffa radicale. Comunque, il suo accenno di autonomia mentale rispetto agli ultimi successoni gehriani, deve servirci da spunto per fare altrettanto. A dire il vero, ora che ci penso, Eisenman non avrebbe motivo di ostentare autonomia da niente e da nessuno, ma, forse, l'età avanzata favorisce cedimenti psicologici che poi vengono conditi, come in questo caso, con afflati giovanili d'istigazione alla rivolta creativa. L'autonomia, però, resta un possibile centro dei nostri discorsi: non più partendo dall'accenno di Eisenman, ma dalla materia di Gehry. Essa è (parafrasando) la ripetizione di un identico progetto. Progetto, come invenzione individuale, protesa a lasciar specchiare il reale in se stessa e ad offrire lo sfavillio di stimoli alla mutazione ed alla riorganizzazione di ciò che è sempre stato (e continua ad essere), in un modo che, finora, non c'è mai stato. Nel progetto gehriano (ripetuto nella sua identità in/scoperta) le contingenze, le sostanze materiali del nostro tempo, le tecniche CAM, le dinamiche della relatività fisica e della dis/locabilità emozionale, i rapporti di potere economico e culturale, i riti sociali, i gusti, l'appena iniziato cyberinascimento dell'arte ... tutto questo coagula forme e produce spazi, forse, diversi dal "solito/architettonico" e, forse per questo, "critici" già nella loro originaria diversità. Il progetto gehriano è dialetticamente autonomo da tutto e interlacciato a tutto; in quanto avente una dimensione estetica, esso è suscettibile anche all'assuefazione massmediatica. Ma il progetto gehriano (azzardo un'ipotesi "fog"!) è ancora in fase di "presa delle misure", prima di avviarsi sull'obiettivo: è proiezione, è slancio. E forse, ora che ci penso, già solo il vederlo sotto questa luce, giustificherebbe l'accredito di "criticità", di "strappo", che Eisenman mostra difficoltà nel dargli. Allora, Gehry sta costruendo "una cosa nuova"? E, in quanto "una", ma non ancora concretata, è possibile che le ultime installazioni "verso" essa (da interpretare, dunque, come passi sperimentali verso l'ultimo salto), appaiono ripetizioni di un'identità solo percepita? ... Aiutiamoci a capire! >>>

[Torna su]

Commento 459 del 02/11/2003
relativo all'articolo Eisenman, Gehry e '...la ripetizione dell'identico
di P.GL Ferrara - S. Lazier


>>> [invidia e pazienza] >>> L'invidia, rabbiosamente attaccata da Fadda, più o meno, già dal suo primo contatto con la comunità antithesiana, ha forse un solo pregio (che Fadda stesso dovrebbe apprezzare) in questa finestra dialettica su Gehry: è, infatti, traccia evidente della tendenza a non idolatrare il progettista in questione. La schiera di presunti invidiosi fa da tappo, forse involontario, nei riguardi della sostituzione dell'opera col suo stesso creatore: è, questo, un fenomeno rosenberghiano di s/definizione che, a mio avviso, darebbe adito, esso soltanto, al vero gesto criminale e deplorevole ai danni dell'attuale opera gehriana. Ed esso soltanto (e non i poveri architetti italiani improduttivi ed eticamente cedevoli) dovrebbe essere il centro della violenta animosità offensiva di Fadda. Idolatrare Gehry, s/definire la sua arte attuale, gigantificare il pacioccoso immigrato californiano, comporterebbe il rischio di ammissione, prematura, della pochezza dei suoi attuali gesti creativi. Eisenman sfiora il limite di quell'invidia che lo accomunerebbe alla de/classe architettonica sulla quale Fadda si è arrogata la libertà di sputo? Nessuno di noi può permettersi di favorire un tale sospetto, non tanto per la caratura del personaggio di cui il direttore di testata, e suo vice, citano il pensiero, ma quanto per non mollare la presa della sincerità di coscienza e cadere nel fognolo dell'ira faddiana. Forse fluttuo ancora nella "fog" con cui Sandro mi vuole ammantare, ma, mi pare che Eisenman avanza un invito semplice: stiamo a vedere se, al di là di questa iper/modernità, di tutto questo immaginario mediatico; al di là di queste forme/business di flessibilità tecnologica e tipologica (forme/business degne di rispetto)... stiamo a vedere se al di là delle mode e dei gusti volubili, l'opera gehriana è figlia, o meno, del dissenso, di quella spinta critica sulla vita, e per la vita, che "consumiamo"; stiamo a vedere se è figlia, o meno, della responsabilità etica verso l'interesse collettivo reale, di cui spesso la stessa collettività non riesce a prendere coscienza. Stiamo a vedere se, nel futuro che sta venendo (in condizioni differenti di habitat, consensi e bisogni) l'opera gehriana attuale, ormai radicata nel luogo in cui è stata costruita, sarà in grado di produrre significati veri, autentici, innegabili. Stiamo a vedere se il futuro mostratoci dal pacioccoso immigrato californiano, depurato dal corso del tempo che sottrarrà super/ficialismi e sostanze volatili, darà un nuovo presente di nutrienti creativi, morali, estetici, umani ecc., ecc. Questo invito comporta attesa. Chi di noi può permettersi di aspettare, è bene che lo faccia senza nervosismi, senza scurrilità, senza ansie! >>>

[Torna su]

Commento 454 del 01/11/2003
relativo all'articolo Eisenman, Gehry e '...la ripetizione dell'identico
di P.GL Ferrara - S. Lazier


>>> Capitano nebbioso >>> FOG >>> Gehry >>> l'espressione individuale è pensiero dialettico >>> il suo lavoro è frutto di un pensiero dialettico >>> egli passa la ragione rincorrendo l'emotività >>> dialoga con la massa introducendo la metrica del design nello spazio statico >>> un dialogo di massa non ha termini di singolarità >>> un unico individuo costruisce alla gente che risponde fruendo >>> si tratta di espressionismo individuale >>> industrializzato >>> ripetizioni indifferenti >>> messaggi dell'identico >>> confezioni critiche >>> cioè ragionate sul senso del dare la crisi alle emozioni >>> monumenti alla "tipologia FOG" >>> nebbioso Capitano >>> devi mettere in crisi per trasgredire? >>>

[Torna su]

Commento 451 del 01/11/2003
relativo all'articolo Cin-Cin 'Maestro' Gehry!
di Mariopaolo Fadda


Dalle contorsioni di membra dialettiche, in questa lite digitale che sta venendo su bene, emergono solo pochi gesti concettuali invitanti riflessioni.
"Dove sono le decostruzioni gehriane?"- Gehry decostruisce ... gli armamenti pesanti dimessi, dai quali commissiona l'estrazione delle lamine di titanio. Le ditte italiane specializzate ringraziano e incassano, le autorità russe incassano e se ne fregano, il "maestro" energizza le sue ipersuperfici assorbendo luce e ammirazione. Gehry decostruisce ... i vuoti di limite, sostituendoli con addensamenti materici di facciata che plagiano le percezioni spaziali interne: il negativo di ciò che prorompe fuori, aspira, secondo campi poliversi, il dentro (è come scrutare l'interno di una statuetta di Madonna comprata alle bancarelle). Gehry decostruisce ... gli animi di chi entra già mezzo tramortito dalle luci e ammirazioni riflesse assorbite fuori. Gehry decostruisce ... i pensieri di chi si muove nei suoi spazi, le sensazioni di chi tocca le sue atmosfere, già ebbri di messaggi promozionali e recensioni di casta.
"...Un progetto vecchio nella sua modernità..." - Un progetto, e basta! Vecchio, moderno, intelligente, idiota... boh!? Un progetto coagulato attorno ad un investimento finanziario che avrà minore riscontro di quello di Bilbao, attorno ad un codice creativo che ha avuto un suo inizio lontano ed una fine prossima, attorno ad un architetto che conosce i suoi polli, attorno ad una congiuntura di squilibrata percezione del mondo, dei parametri antropici, della relatività emozionale.
"Mai sentito parlare di edificio-città-terrritorio?" - Allucinazioni? Forzature indotte dal desiderio di infilare nella collana dei propri miti tutto ciò che di irriverente si raccatta per strada, usando l'ago e il filo della erudizione e della affinità elettiva con chi sa prendere in giro la nostra società sbalestrata e strafatta di pubblicità e lobbing? Le ultime installazioni di Gehry fluttuano nell'urbano, intrudendo tra le pieghe delle indistinte traiettorie di un costruito senza differenze. La plasticità parametrizzata dei suoi stampi abitabili, raggruma nella nostra sete di novità, nei nostri disagi spaziali, nelle nostre abitudini bidimensionali, nella nostra debolezza sensoriale. Noi ci costruiamo le architetture di Gehry. Questo è l'unico Continuum che scorgo.
"...Gli architetti italiani servono quasi esclusivamente il potere, la chiesa, il principe, l'oligarchia, lo stato..." - Ma gli architetti italiani servono a qualcosa? A migliaia vagano, lamentosi, in una Patria che sembrano odiare per quanto è mal costruita; a migliaia sputano sulle cementificazioni di quello che loro spacciano come un sessantennio di oligarchia ingegneristica; a migliaia tramano, si additano a salvatori, cercano di prendere le distanze da ciò che loro stessi hanno generato. Gli architetti italiani sono razzisti nei confronti degli Ingegneri, nei confronti dei governi burocrati, nei confronti della committenza media aculturata, nei confronti di ciò che non hanno potuto costruire loro, distruggere, fruttare, sporcare. (Vi invito a leggere l'editoriale nell'ultimo numero dell'ARCA)
"...Questi nanerottoli non sarebbero in grado di salirgli sulle spalle neanche se..." - Tra nani arrampicatori, lapidi commemorative, recensori amici, pisciatine controvento e incitamenti al risveglio, mi ritrovo a pentirmi di aver ceduto allo sconforto quando non mi sono potuto iscrivere ad una facoltà d'architettura, ripiegando su una d'Ingegneria. Allora ignoravo i rischi che avrei corso, oggi un brivido di rincuoranti constatazioni percorre il sorriso di un cybernauta come tanti che si sofferma divertito sulle scaramucce di quattro infanti.

[Torna su]

Commento 421 del 08/10/2003
relativo all'articolo Saggio di fine anno
di Enrico G.Botta


Cosa s'insegna resta un mistero; come si insegna è nella memoria di noi tutti. Lo sforzo indifferenziato pare sia sempre stato quello di far crescere negli Allievi la coscienza di ciò che si fa, in funzione di ciò per cui lo si sta facendo.
Una tendenza altrettanto indifferenziatamente infiltrata nei Corsi, pare sia sempre stata quella di iniziare gli Allievi alla "citazione architettonica". Tendenza stracolma di buoni propositi che nel terreno lussureggiante e amorfo della mente dello Studente si traduce da sempre in "ora scopiazzo ciò che piace al Prof. e cambio un po' qua un po' là, leggo un po' 'sto critico un po' l'altro e faccio vedere che ho studiato".
Da mezzo secolo esiste, dunque, un bivio. Raccogliere dati, alla ricerca di un prodotto architettonico da plagiare per non adoperarsi a trovare soluzioni con metodo e fatica, è una direzione; raccogliere dati per comprendere quali sono stati i risultati procedurali di chi si è impegnato in problemi simili a quello in oggetto di studio, farne una cernita critica, riflettere sui loro connotati positivi e su quelli negativi ai fini del perseguimento del proprio target progettuale, far tesoro degli errori e/o delle conquiste degli altri per ottimizzare le proprie scelte e rendere più efficaci i propri atti creativi, è tutt'altra direzione.
E' inutile sprecare tempo a dire quale delle due è quella giusta (oggettivamente giusta). E' inutile, anche, puntualizzare quale sia, da sempre, la direzione privilegiata lungo la quale s'incanala lo studente medio (con l'avallo sconsolato dello "spallato" Prof. medio). Ma non è superfluo evidenziare la potenzialità sottosfruttata (e fraudolentemente celata) della seconda strada, nei confronti della consuetudine (cognitivamente lenta e metodologicamente stagnante) diffusa nei luoghi di eccellenza specializzati nella trasmissione del sapere, di offrire ad allievi confusi e distratti un "tranquillo pacchetto" (delimitato e statico) di opere magistrali e di esemplari maestri (conoscenze selezionate non sempre con parametri oggettivi di qualità e sostanza), icone di un rifugio dall'incapacità apparente di aver nuove buone idee, ripari contro il fluire (marchiato come caotico e pericoloso) di una conoscenza che oggi è dinamica come mai prima.
Gli allievi, incitati indirettamente a trovare nuove idee per primeggiare non si sa bene in che cosa e perché (come se fosse a loro deputata la missione impossibile di inventare tutto daccapo ogni giorno), non riuscendovi, accettano con rassegnazione il pacchetto accademico di pronto soccorso contro il fallimento e, percependo come troppo alto il gradino sul quale è piazzato, si limitano a guardarlo da lontano e a copiarne le fattezze nei loro prodotti creativi.
Ora, chi legge può anche scegliere di coprire queste poche righe con frasi fatte e confutazioni elaborate, ma resta la realtà di un andazzo che si delinea proprio in tal modo; resta la realtà circoscritta di "allegre truppe con condottiero unico" che fanno la loro brava parata di fine anno in un salottino di cara buona "Accademia in erba" impreziosita da genitori orgogliosi e spettatori non paganti che s'inventano cronisti di una normale seduta di esami (roba da matti!). Sorvolando sull'argomento ritorniamo, per un momento, sulla potenzialità perduta, insabbiata e minimalizzata nella seconda direzione del bivio: nell'eden dei buoni propositi, i dati raccolti (tra i quali compariranno certamente grandi opere di grandi maestri) si analizzano "portandoli a terra", toccandoli con mente aperta e non suggestionabile, scoprendo i particolari delle scelte progettuali in relazione agli obiettivi oggettivi che dovevano, in quella circostanza, essere raggiunti. Si scindono i valori estetici da quelli tecnici, gli inputs filosofici da quelli pratici. Si scoprono i difetti, si appuntano le buone soluzioni; si mettono da parte i prodotti fuori dal tempo e dai bisogni, mentre si studiano quelli che sembrano offrire spunti a vantaggio della contingenza progettuale.
Non esistono maestri esemplari, non esistono opere magistrali; ci sono solo buone idee e cattive idee che hanno preceduto le nostre, venute in mente ad individui creativi che si sono sempre mossi con metodo anche quando hanno voluto far credere di essere stati travolti da non comune energia artistica scesa come manna dal cielo sulle loro teste da eletti.
Nell'eden dei buoni propositi (o delle allucinazioni) esiste tutto ciò; nella realtà, a causa di Insegnamenti affogati in 60 giorni operativi, a causa di ritmi didattici frenetici, a causa di Professoroni che impongono e non propongono, a causa delle mode, ecc., nella realtà (dicevo) gli allievi copiano, giocano solo superficialmente con i prodotti magistrali, plagiano alla meno peggio, fanno l'esame e vanno avanti (o indietro!) nella loro ascesa ad una professione per la quale non trovo, in questo momento, attributi pregnanti da scrivere qui di seguito.
Per farla semplice semplice, nell'Univer

[Torna su]