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35 commenti di Isabel Archer
22/12/2007

Commento 5857 relativo all'articolo:
Bruno Zevi e Franco Franchi? Per Amirante e Carreri...praticamente la stessa cosa... di Paolo G.L. Ferrara
 
Io consiglierei un rapido sguardo (che già è sufficiente) alla guida del (povero) studente della Facoltà di Architettura Luigi Vanvitelli, Seconda Università degli Studi di Napoli, soffermandosi in particolare sui nomi del consiglio di facoltà (pp. 6-7) e del consiglio del corso di laurea (pp. 10-11):
http://www.architettura.unina2.it/archisito/pdf/guida/archiguida.pdf

E' una lettura molto istruttiva, poi chi vuole approfondire...approfondisce.

Isabel Archer


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12/12/2007

Commento 5804 relativo all'articolo:
Bruno Zevi e Franco Franchi? Per Amirante e Carreri...praticamente la stessa cosa... di Paolo G.L. Ferrara
 
C'è poco da dire, il problema è sempre lo stesso, quello dei cognomi ricorrenti, di generazione in generazione in generazione, con salti multipli incrociati anche in orizzontale: l'Università italiana è il più colossale OGM che l'umanità sia mai riuscita a prodourre.
Ci vorrebbe un pò di bioagricoltura e, soprattutto, meno braccia strappate all'agricoltura.
Isabel Archer

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26/5/2005

Commento 906 relativo all'articolo:
Gli studenti universitari non conoscono la storia di Paolo G.L. Ferrara
 
Che cosa ci dobbiamo aspettare se anche i cosidetti canali alternativi della critica architettonica generano novelli Hitler, affannati nella ricerca della razza pura italiana, incasellando in categorie posticce ciò che di buono viene prodotto dai giovani italiani, affiancando ricerche sideralmente lontane pur di fare l’asso pigliatutto. Dov’è che s’insegna la storia? Nei surgelati di Italia Nostra o negli OGM dell’Università parentale?
E’ un peccato che tanta buona volontà, fuori e dentro l’Università, fuori e dentro la rete, marcisca nei procedimenti compromessi di un’alimentazione cognitiva alterata.
“La debolezza di un solo anello della catena di trasformazione può essere sufficiente a rendere difettoso l’intero processo.” Attenzione all’intossicazione collettiva, meglio stare a dieta.


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19/11/2004

Commento 839 relativo all'articolo:
Gli studenti universitari non conoscono la storia di Paolo G.L. Ferrara
 
Benvenuti nella nazi-università di Luigi Moffa, sono benvenuti solo gli studenti superdotati, voi, plebaglia spuria, non contaminate (per carità) il sacro lavoro di questi pochi eletti. Ma sì, mettiamoci un marchio su quelli che danno scarsi risultati, ma sì, fin dalle elementari, così sono bollati per sempre. Terragni? Un povero deficiente. Ma che motivo avrà poi mai avuto per essere insofferente all’insegnamento accademico del politecnico… mumble rumble… Leonardo Da Vinci? Uhm… ah sì quel pazzo che voleva inventare una macchina per volare, era pure dislessico, certo, come Einstein, Picasso, Michelangelo, John Fitzgerald Kennedy, Mozart, Giulio Verne ecc.
La ricerca pura… roba per sognatori, gente che non ha i piedi per terra. Al massimo potremmo racimolare qualche soldino in più per incrementare la ricerca applicata.
Peccato che nel mondo del superarchitetto (l’Italia…caspita che onore), che tutto vede e tutto capisce, i fondi spesi per la ricerca siano superiori in Europa solo alla Spagna, che in ogni caso dimostra un incremento in questo senso molto promettente, similmente a molti paesi che in Europa ci sono appena entrati o ci devono ancora entrare. Ma da dove escono allora tutti questi professori così brillanti? Magia.
Oh, ma è un onore che i nostri grandi ingegni vengano reclutati nel mondo intero, chissà perché, però, in Italia non ci viene quasi nessuno a studiare e a lavorare, questo non le dice niente gentile Luigi Moffa? Ma vuoi vedere che bisogna modificare i metodi di reclutamento dei docenti?
Ah, non sa cos’è il fenomeno del localismo nei processi concorsuali universitari, strano, se ne parla da un po’… si vede che lei di “maghi che da un cilindro estraggono conigli, colombe, e mazzi di fiori” ne sa più degli studenti stessi.
Il sovraffollamento costituisce un problema, eh sì, ma principalmente per gli studenti stessi (subdotati, normodotati e superdotati): ne cadono a centinaia nei primi anni di università, sconfitti dalle condizioni mortificanti in cui sono costretti a seguire le lezioni, scrivendo gli appunti in piedi, ammassati gli uni su gli altri, mentre il professore ha la sua bolla d’aria assicurata ed invita amenamente ad andare fino a casa sua allo scopo di fare le revisioni in tutta tranquillità, non importa quanti chilometri si debbano fare e quanta benzina occorra. Chi completa un corso di architettura ne esce più tosto di un marine, questi sì che sono vantaggi, vuoi mettere? Chissà se lo studente dotato ce li ha gli attributi per combattere questa guerra, magari sarà scappato anche lui insieme agli sciagurati che non avevano niente di meglio da fare e soldi da buttare.
Sa, signor Moffa, mentre dico queste cose mi passa la voglia di essere ironica. Il numero di università in Italia rapportato alla popolazione è veramente esiguo, controlli. Ma non è la scarsa quantità, in fondo, la madre di tutti i mali, piuttosto la deprimente qualità dei sostegni morali e materiali destinati alla didattica. Quello che avviene in America è molto differente e non paragonabile alla realtà italiana, mi viene da ridere solo al pensiero delle teaching universities e research universities trapiantate in Italia, ma dove ci avviamo?
Il fenomeno dell’università di massa, poi, è qualcosa di inarrestabile, in Italia e all’estero, se lei ritiene di essere in grado di bloccare la storia, faccia pure. Io, come lei, non auspico una scuola d’élite privatizzata (che, come dice anche lei, sarebbe alla fine privilegio di una ristretta cerchia di benestanti) e non l’auspico in nessun altro senso: ciascuno può dare a modo suo un interessante contributo all’architettura e mettere limiti alla provvidenza non mi sembra una buona strategia.
In quanto all’università a numero chiuso, rischia di diventare, in un ambiente ormai usurato come quello della formazione, un’arma a doppio taglio.
Insomma signor Moffa, diciamola tutta, l’università italiana è già una scuola d’élite, lo è sicuramente nell’abitudine estesa di dispensare vantaggi settari ai docenti e agli studenti privilegiati.
Io per fortuna l’università l’ho conclusa da un pezzo, ma oltre alla facoltà in cui mi sono laureata, ho avuto modo di conoscere la realtà di molte altre facoltà italiane di architettura. Naturalmente non è il guadagno (almeno non diretto) che la maggior parte dei docenti universitari rincorre propinando i propri libri (e libri di professori “affettuosamente” connessi), si tratta di prestigio, visibilità, scambio di favori, intrecci professionali paralleli all’università, carriera ecc. Solo una ristretta cerchia di professori onesti, realmente validi (qualcuno, per opera della sorte, può venire fuori anche dal cilindro dei raccomandati) desidera comunicare i propri studi, le proprie ricerche (serie) ed integrarle ad una lettura critica che coinvolga gli studenti stessi in maniera attiva. Ma non mi sembra di dire assolutamente niente di nuovo.
In quanto a discernere tra ciò che è posticcio e ciò che non lo è, sono sicura che lo studente normodotato ci riesca senza sforzo.


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17/11/2004

Commento 835 relativo all'articolo:
Gli studenti universitari non conoscono la storia di Paolo G.L. Ferrara
 
Per Luigi Moffa

Trovo estremamente disdicevole colpevolizzare gli studenti che non sono, in realtà, vittime di allucinazioni collettive. E trovo quantomeno meschino mortificare il sentimento astratto con in quale una giovane mente, che non ha mai visto compiersi la vera architettura intorno a sé, si avvicina alla disciplina dell’architettura (non sostanziata esclusivamente da cemento ed equilibrio statico).
Vogliamo forse negare che nelle facoltà di architettura italiane s’insegnano tecniche e teorie della progettazione vecchie almeno di 20 anni? Vogliamo negare che la storia dell’architettura non è rapportata, se non in rare eccezioni didattiche, alla storia contemporanea che più da vicino ci riguarda?
Per non parlare dei cosiddetti esami complementari, recessi oscuri in cui (più che negli insegnamenti fondamentali) ciascun professore (protetto da identificazioni nominali rassicuranti) declama le proprie teorie (spesso posticce) senza concedere alcun dibattimento critico ed obbligando i giovani studenti a comprare libri autografi (o forse dovrei dire testamenti olografi?) che solo la magnanimità della sorte può far coincidere con letture interessanti e non con la più diffusa carta straccia.
Abbiamo le università piene di professori raccomandati, la teoria dell’evoluzione ne discende inesorabilmente minata.


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14/11/2004

Commento 831 relativo all'articolo:
Chiudere l'appello a favore del museo ARA PACIS di Meier di Giannino Cusano
 
L’architettura italiana sta davvero prendendo una piega raccapricciante. Io rimango attonita, anzi sgomenta anche davanti a queste affermazioni sul Colosseo di Carlo Aymonino (da “Al via i lavori per il Grande Campidoglio. Intervista a Carlo Aymonino”):
http://www.architettiroma.it/archweb/dettagli.asp?id=5161

“Giusto il Colosseo. Si dice che lei, architetto, abbia delle idee ardite in proposito. Quali sono?
«Metà dell’anfiteatro manca del perimetro esterno. Crollato per il tempo, i terremoti. Sistemata l’area dei Fori, il Colosseo non può restare così com’è. Va superato lo "scalino" del Valadier, bisognerebbe completare l’ellisse esterna in semplici mattoni. Per capire veramente come si presentava duemila anni fa».
Ma lei ne ha parlato con Adriano La Regina, il sovrintendente archeologico?
«Sì. Ne è rimasto piuttosto colpito. Ma non ha escluso che sui Fori si possa lavorare in maniera positiva».

Tra la riesumazione del porto di Ripetta e la ricostruzione del Colosseo “come si presentava duemila anni fa”, rischiamo di diventare il paese delle mummie.
Jean Nouvel aiutaci tu: http://www.architettiroma.it/dettagli.asp?id=5593


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12/11/2004

Commento 828 relativo all'articolo:
Sette, mille, diecimila invarianti: alla IX Biennale di Paolo G.L. Ferrara
 
Personalmente sono contenta che sia qualcuno che continua a farsi delle domande importanti e a chiedere di più, senza rassegnazione:
Dalla PresS/Tletter n.35 - 2004

"Ci chiediamo, come molti: che cosa sta succedendo alla Biennale di Architettura, un tempo prestigiosa istituzione? E’ questa la deontologia della versione 2004 (espressione del centro-destra)? Chi sono questi personaggi che con tanta disinvoltura hanno gestito la Mostra? E chi li ha controllati? (...) La Biennale è finalmente chiusa. Auguriamoci adesso l’avvento di un altro scenario, in grado di restituire almeno un’etica e una lealtà nei comportamenti, sempre più necessari alla vita civile di questo nostro paese alla deriva."
Per il Gruppo METAMORPH Gabriele De Giorgi

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8/11/2004

Commento 824 relativo all'articolo:
Sette, mille, diecimila invarianti: alla IX Biennale di Paolo G.L. Ferrara
 
L'italia è il paese del "lasciar correre". Tanto l'architettura è forte, tanto l'architettura ce la fa lo stesso...
E' GRAVE che alla Biennale non si sia presentata la vera ricerca italiana contemporanea, è molto grave.

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2/11/2004

Commento 821 relativo all'articolo:
Sette, mille, diecimila invarianti: alla IX Biennale di Paolo G.L. Ferrara
 
Sarebbe stato più onesto fare un bel tavolo degli orrori del XXI secolo alla Biennale perché ce ne sono ancora e troppi di mostri filo post-modern, micro e maxi, che angosciano le nostre passeggiate quotidiane, le nostre province italiane. Ne vediamo a ogni passo anche nei centri storici delle città, anzi, soprattutto. Un ambientamento cafone e presuntuoso che discende direttamente da alcuni “vecchi” delle università e che semina un germe malvagio nelle menti dei giovani studenti. Per fortuna non è solo questa la realtà e se, come si vuole vigliaccamente suggerire anche alla biennale, c’è poco da mostrare in Italia, è solo per la volontà di far campare ancora quei quattro potentissimi gatti che seminano discepoli plastificati nelle tele di ragno delle soprintendenze. Capsule venefiche che infestano le nostre strade. Quello che ci circonda condiziona il nostro modo di essere, di pensare, non sottovalutiamo l’importanza del contesto nella formazione di una giovane mente. E se qualcuno possiede il dono di una forza passionale e indipendente, non sono tutti così fortunati, non hanno tutti la possibilità di aprire gli occhi. E’ proprio questo il dono che vogliamo fare ai giovani, quella “penosa sensazione di cecità” di cui parlava il Gruppo 7 quasi un secolo fa?
Ma la storia è sotto agli occhi e ci suggerisce delle semplici verità:
“Il problema fondamentale per Terragni (che possiede una scrittura precisa e solida, a volte beffardamente ironica, mai incolore) è quello dell’educazione piuttosto che quello del principio di autorità: “Da qui la necessità che il pubblico (che nasconde tra le sue file “Il Cliente”) sia gradualmente messo al corrente, sia adeguatamente educato a queste nuove concezioni architettoniche, affinché la “intransigente” volontà dell’architetto non si trovi a cozzare inutilmente contro una non meno resistente e decisiva volontà”(da “Giuseppe Terragni. Vita e opere.” , A. Saggio)
Ma cavolo a che serve la biennale, se non si fa un po’ di sana autocritica, autoironia, se non si evidenziano le brutture e si mettono in risalto le vere nuove leve dell’architettura italiana che ci sono e caspita se ci sono. Dobbiamo pentirci che non ci siano nemmeno gli scaltri dirigenti fascisti a fare almeno finta di appoggiare una ricerca progressista?! Ma dove siamo finiti…
Ragazzi l’architettura studiatevela da soli, su internet che è l’unico posto libero che ci è rimasto.


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1/10/2004

Commento 795 relativo all'articolo:
Sette, mille, diecimila invarianti: alla IX Biennale di Paolo G.L. Ferrara
 
Virus founded.

Anomalia nel sistema. E’ forte il malessere, la sensazione di smarrimento: ad un’azione non corrisponde l’effetto che ci aspettavamo. Chiavi che d’improvviso non aprono più, lastre di ferro alle pareti al posto dei consueti quadri preferiti. Incongruenza sottile e terrificante.
A questo va incontro il giovane architetto a causa della generale squalificazione della professione. Comincia dalla Biennale, in cui l’architetto italiano è relegato ad apparatore d’interni, e s’insinua nella triste committenza quotidiana.
Gli studi, sull’urbanscape, sui flussi e gli attrattori, sull’housing modulare, le progettazioni complesse delle numerose menti illuminate… buttati in pasto ai pesci della laguna.
E’ questo che vogliamo?
In Italia, non si costruisce il futuro, il profitto e il cieco nepotismo guardano a un palmo dal proprio naso. Mentre il resto d’Europa e del mondo va avanti, la struttura formativa italiana marcisce, si abbassa il livello medio di cultura e la capacità competitiva precipita nell’abisso.
I ricercatori motivati sono trattati come intrusi nel diffuso lassismo dei meschini giochi universitari e, talvolta, quasi osteggiati. Perché altrimenti sarebbe palese l’imbecillità dei pargoli pasciuti ed ottusi, futuri professori ereditari, malati di anemia creativa.
E mentre si pensa al vantaggio di pochi, i galli si apprestano a cantare sull’immondizia, perché saranno padroni sì, ma di un paese decadente e non inseribile nel mercato mondiale. Sparute occasioni pubbliche per svolgere la vera professione di architetto sono, in realtà, assegnate ai grandi professionisti esteri, un po’ per acclarata e lampante superiorità, un po’ per moda, qualche contentino qua e là ai figli di papà. Per il resto, l’architetto comune si scontra con la diffusa opinione che la propria qualifica sia poco più di quella di un costruttore, costretto a combattere contro i burocrati statali, messi lì, nei posti cruciali, mai per merito e, solo per pura fortuna, raramente illuminati.
Eppure i giovani hanno voglia d’imparare, ma trovano bastioni invalicabili nella falsa cultura pseudo-storicista di cui s’impastano, a volte irreversibilmente, nelle pigre lezioni degli atenei.
La ruggine viene via, le croste novecentiste cadono e basta grattare solo un po’ per vedere che la metamorfosi c’è, esiste anche in Italia. Ma chi aiuterà tutti questi piccoli bruchi?


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1/10/2004

Commento 792 relativo all'articolo:
Vati e gagà di Ugo Rosa
 
E’ bello che Ugo Rosa affronti questi temi con accattivante ironia, ma stiamo ben attenti al portato della follia passatista:
“La tensione polemica aveva raggiunto il vertice. Terragni di sorpresa, eludendo la commissione edilizia e creando il fatto compiuto, era riuscito ad ultimare il “Novocomum”; la rivista “Il Belvedere” di Milano, diretta da Bardi, ne aveva tratto spunto per una fragorosa campagna contro i plagi neoclassici, il monumentalismo, le tendenze compromissorie e i loro fautori. Alla vigilia dell’esposizione, il libello Rapporto sull’Architettura di Bardi denunciava il monopolio professionale formatosi in Italia, a seguito del quale pochi uomini, di nessuna rilevanza artistica ma conniventi nel potere politico-economico, controllavano sindacati, organi delle belle arti, dell’istruzione, dei lavori pubblici, commissioni edilizie comunali e facoltà universitarie, esercitando, mediante una rete di accaparramenti e clientele, una vera dittatura.” (B. Zevi)
Colgo l’occasione, a proposito del progetto per l’Ara Pacis, per sottolineare che la ricostruzione del Porto di Ripetta costituisce la follia delle follie passatiste.

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27/9/2004

Commento 789 relativo all'articolo:
Don Camillo e l'architettura moderna di Ugo Rosa
 
Ragazzi… siamo pronti ad una nuova resistenza per l’architettura contemporanea?
Parole sempreverdi:
“In questa miscela di compromessi e di superficialità, di rimpianti e di rinunce, di adulazioni e di opportunismi, la falsa cultura si fa complice dell’affarismo e delle vanità più pacchiane, l’ambizione si ammanta di inesistenti competenze, la burocrazia e l’ignoranza si associano automaticamente contro ogni idea viva, contro ogni libera discussione, contro ogni prova dei più meritevoli e meno compromessi architetti italiani.” (G. Pagano, 1941)
Parole che tornano:
“L’artista nuovo ha perduto la fede in una tradizione italiana, e di contro alle pretese di questa si è costituito un nucleo di formule, forse non chiare né definitive, ma che hanno un’efficienza reale ed una reale consistenza: oscura e sotterranea intuizione della verità. Fa nulla che il contatto con l’arte europea sia, nell’artista nostro, quasi un’imposizione dall’esterno; egli conquista il suo valore non perché crede in un gusto che sente, forse, irrazionalmente, ma perché ha bisogno di neutralizzare il peso di una costante tradizione, di sentirsi più libero che sia possibile. In questo modo egli è compiutamente un europeo. Il superamento di questa posizione non consisterà mai nell’opposizione a una tesi così illuminata e chiaroveggente, ma nel risolvere il problema di un’arte italiana creando la razionalità, cioè l’intima esigenza di un gusto moderno.” (E. Persico, 1934)
Profezie:
“Il problema dell’architettura nuova in Italia diventa quello stesso dell’arte in generale. Gli artisti debbono affrontare, oggi, il problema più spinoso della vita italiana: la capacità di credere a ideologie precise, e la volontà di condurre fino in fondo la lotta contro le pretese di una maggioranza “antimoderna”. Queste esigenze rinnegate dalla refrattarietà ideale dei nostri polemisti costituiscono l’eredità che noi lasceremo alle nuove generazioni, dopo aver sentito inaridire la nostra vita in un problema di stile; il più alto ed inevitabile della cultura in questo oscuro periodo della storia del mondo.” (E. Persico, 1934)


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23/9/2004

Commento 786 relativo all'articolo:
Acqua al mio mulino di Silvio Carta
 
Gentile Silvio Carta,
il suo racconto è appassionato e straordinariamente delicato, tocca il cuore. Sembra di rivedersi, venuti fuori da un liceo già abbastanza deprimente e frustrante (in cui chi è leggermente diverso dagli schemi può vedersi addirittura deriso da alcuni professori di quarta categoria), scegliere solennemente la Facoltà della nostra vita, quella che ci consentirà finalmente di esprimere noi stessi, i nostri sogni.
E se anche non fossimo stati così ingenui allora da credere nell’Architettura, quella vera, e nel sistema universitario italiano (nessuno te lo spiega che i tuoi studi in Italia li devi fare da te se vuoi imparare veramente qualcosa), non sempre i nostri genitori avrebbero avuto la possibilità economica o l’apertura mentale di aiutarci a studiare altrove o forse i nostri genitori sono ingenui più di noi.
E allora solo pochi temerari, smaliziati (beati loro) e pochi figli di papà hanno scelto il percorso giusto per fare della vera architettura.
Le assicuro che il quadro che lei dipinge, se può consolarla, non è molto diverso dalle “eccelse” facoltà di architettura italiane, in cui i baroni saccenti (quelli ufficialmente ritenuti veri architetti) ti guardano altezzosi, valutando quante stelline hai sulla divisa, se tuo padre, tua madre o tuo zio gli possono servire, se ti possono sfruttare in qualche modo, se hai qualcosa che possono prendere, fossero almeno bravi in questo tipo di valutazione, sarebbe un loro merito, ma non sanno nemmeno riconoscere il valore di una persona appassionata, che ha voglia di sperimentare, a loro non interessa sperimentare, ma mantenere saldo il loro deretano sulla poltrona d’oro (perché alla fine sempre di denaro si tratta).
E siamo sempre qui, a non fare i nomi, perché questi detestabili baroni ci servono ancora, anche dopo, anche quando facciamo l’esame di stato e pensiamo di essere gli unici deficienti che non riescono a superarlo, ma poi lo squallore della professione che impariamo a conoscere d’improvviso c’illumina e capiamo che questi baroni sono la nostra condanna a vita, che ci serviranno sempre, perché comandano anche negli ordini professionali.
E questi baroni, che ci hanno propinato i loro libri, spesso inutili e boriosi, ci serviranno anche quando pensiamo che il nostro destino è fare ricerca, perché nessuno riesce a fare ricerca senza di loro in Italia.
E non sapevamo a 18 anni, persi nei nostri sogni sul futuro di città vivibili, in armonia con la natura e con lo spirito degli esseri viventi, che fare architettura significava convivere ed essere conniventi con la camorra e la mafia del mondo dell’edilizia, degli assessori e dei baroni universitari che tante volte abbiamo ingenuamente venerato.
E le poche eccezioni, i pochi professori che fanno veramente i professori, sono visti come mosche bianche, quando dovrebbero essere lo standard.
Non c’è che da invidiare chi ha la fortuna di incontrare almeno un professore vero sulla sua strada, almeno uno, che ti fa scattare la scintilla e ti fa rendere conto che quello che ti hanno insegnato, quello che hai assorbito come oro colato dalla bocca di fantocci, vestiti bene, distinti e pieni di sé, è tutto da buttare nella spazzatura.
Capisco come questo dolore possa rinnovarsi e rifluire pericolosamente, proprio nei giorni della Biennale, quando ci accorgiamo quanto indietro siamo rimasti.
Non pensino, quindi, gli studenti di ingegneria edile-architettura che avrebbero incontrato un miglior destino nelle vuote e gelide cattedrali delle facoltà di architettura italiane.

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6/4/2004

Commento 710 relativo all'articolo:
La Fenice, com'era e dov'era di Luigi Prestinenza Puglisi
 
Si dimentica spesso che il Padiglione di Mies nasce come struttura effimera e, in quanto tale, con un implicito intento informativo e simbolico.
Mi sembra un caso molto differente dalla ricostruzione di un'architettura nata per essere vissuta.

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10/3/2004

Commento 689 relativo all'articolo:
Abitando la Terra di Domenico Cogliandro
 
“Si attraversavano paesaggi malefici, giogaie maledette, pianure malariche e torpide; quei panorami calabresi e basilischi che a lui sembravano barbarici, mentre di fatto erano tali e quali quelli siciliani. La linea ferroviaria non era ancora compiuta: nel suo ultimo tratto vicino a Reggio faceva una larga svolta per Metaponto attraverso plaghe lunari che per scherno portavano i nomi atletici e voluttuosi di Crotone e di Sibari. A Messina poi, dopo il mendace sorriso dello Stretto subito sbugiardato dalle riarse colline peloritane, di nuovo una svolta, lunga come una crudele mora procedurale. Si era discesi a Catania, ci si era arrampicati verso Castrogiovanni: la locomotiva annaspante su per i pendii favolosi sembrava dovesse crepare come un cavallo sforzato; e dopo una discesa fragorosa, si era giunti a Palermo”

Giuseppe Tomasi di Lampedusa

Non cali un’ombra irreversibile sul “sorriso dello Stretto” , Calabria e Sicilia sono già unite.

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10/3/2004

Commento 688 relativo all'articolo:
Abitando la Terra di Domenico Cogliandro
 
“La terra, il cielo e il mare, in queste regioni, assumono tinte meravigliose; tramonti fiammeggianti e chiari di luna di ampiezza da melodramma corrono per la cresta delle colline e nuotano gioiosamente attraverso l’etere; nelle gole delle montagne, dalle tonalità ambrate, si annidano le ombre ristoratrici nelle splendide giornate di giugno, mentre il folle groviglio estivo dei tralci si avviticchia in una verde frenesia agli olivi, agli olmi ed ai fichi. Ci sono tremule vampe violette che si librano sul calcare arso dal sole, vapori marini che risalgono a spire maestose lungo i burroni umidi e i raggi sulfurei di un’alba sciroccosa, quando le barche dei pescatori sembrano pallidi spettri sulla linea d’orizzonte.”

Norman Douglas

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23/2/2004

Commento 678 relativo all'articolo:
Ravello? Si fa, si fa!... Non si fa, non si fa. di Sandro Lazier
 
Solo una breve precisazione: il Sindaco di Ravello ha affermato che il pericolo del parcheggio privato non esiste più, poichè i relativi progetti sono stati respinti diverso tempo fa. Anzi, lo stesso sindaco ha invitato a non considerare l'auditorium solo come un'alternativa migliore a quest'intervento.
Parole sue.
Cordialmente

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18/2/2004

Commento 670 relativo all'articolo:
Tradimento e tradizione di Vilma Torselli
 
Corsi e ricorsi storici…
Domus, n. 51, marzo 1932.
"Morte e vita della tradizione".
E’ opinione comune che modernità significhi mortificazione della tradizione.
La tradizione è mortificata invece dai pigri profittatori di essa. Da qui la decadenza delle arti, proprio per opera inconsapevole di fedeli della tradizione, che poi la vanno a ficcare, gelosi a comodo loro, anche dove (come in tante attività e tecniche d’oggi) tradizione non esiste, o dove (come in certe nostrane industrializzazioni che datano dalla fine dell’ottocento, vedi tappeti) la tradizione sarebbe l’imitazione o contraffazione di modelli esotici.
La tradizione, per noi, più che nella forma mutabile, è nella gloria delle arti, nella mira degli spiriti: il carattere che deriva all’espressione artistica dalla natura di una razza è sicuramente incancellabile; non è questo snaturamento da temere, è da temere solo la decadenza di quelle viventi energie che creano via via gli elementi della grande tradizione.
Ora, se essa ha da essere per noi un prestigio da servire perché sia conservato ed accresciuto, è alle sole energie viventi, cioè moderne, che la tradizione stessa infallibilmente si raccomanda.
Senza l’apporto di queste energie, proprio quelle arti, che parrebbero più salvaguardate dalle pure forze della tradizione, sicuramente decadono; e decadono non per mancanza di modelli, di regole, di musei e di trattati, ma per mancanza dell’intervento di artisti d’oggi. Questi artisti hanno in sé le forze ed il destino di ciò che si chiamerà la tradizione, essi soli ne sono i depositari.
Acutamente è stata notata già questa fatal presenza in alcune opere nostre moderne. Ed essa è viva non nelle fabbriche ma solo negli artisti che quelle opere han create: nei laboratori donde essi han tratto rivoluzionariamente queste nuove produzioni, la tradizione giaceva corrotta e tradita.
Le forze che operano nella tradizione sono occulte, di volte in volta le individuiamo anche dove non ci apparvero presenti: ma esse operano attraverso i più vivi: la tradizione è fatta solo di autenticità. Vicinissimi le sono ed ardentemente la servono non quanti se ne giovano, ma quanti invece, avendo per se e per le proprie opere alte e severe ambizioni, incorruttibile spirito, danno perdutamente alla espressione di se stessi e del loro tempo, tutta la propria energia, tutta la propria passione.

Gio Ponti

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18/2/2004

Commento 672 relativo all'articolo:
Ravello? Si fa, si fa!... Non si fa, non si fa. di Sandro Lazier
 
Con il dovuto senso dell’ironia, la cosa suona… sinistramente calzante:
"Nella prima metà degli anni ’30 il fascismo sceglie di presentarsi all’Europa con un volto efficiente e moderno, servendosi di un’iconografia in linea con i tempi; il terreno d’elezione per questa operazione di propaganda è la città, dove non si intende ovviamente spostare alcun privilegio privato. Per questo la dimostrazione di forza da parte del nuovo stato fascista non porta ad una nuova politica urbana, ma ad un rinnovamento della scena della città che punta su alcuni grossi interventi monumentali.
Il senso di “imperio” statale doveva scaturire dall’adozione di un linguaggio in contrasto con la tradizione dell’edilizia borghese, che nel contempo si prestasse bene a soddisfare le aspirazioni piccolo-borghesi ad un mondo dal volto nuovo. In un certo senso, era proprio il programma di politica culturale a richiedere per l’opera architettonica una chiarezza di rapporti col contesto che ne siglasse l’efficienza comunicativa, ed un livello di qualificazione formale che ne assicurasse il prestigio."

Gianni Accasto

E in questo caso magari si potesse parlare almeno di “chiarezza di rapporti col contesto” ed “efficienza comunicativa”. Ci vuole qualcosa di più per l’architettura contemporanea. Osiamo.
Isabel Archer

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18/2/2004

Commento 671 relativo all'articolo:
Ravello di Luigi Prestinenza Puglisi
 
Il paragone non regge…
Domus, n. 605, 1980.
“Cable from Milan/Casa come me”
I nostri rapporti con specifici eventi, o immagini nel tempo, sembra talora si concentrino su frammenti, disparati e ossessivi, della nostra esperienza: siamo giocatori ed osservatori ad un tempo, come al biliardo. (…)
La Casa di Malaparte, come la pensò Libera, è una casa di riti e di rituali, una casa che immediatamente ci riporta, con brivido, ai misteri e ai sacrifici egei: un gioco antico in una luce italiana. Ha a che fare con gli dei primitivi, e con le loro implacabili richieste. Con l’inghiottire pietre e foglie e restituirle come mare e cielo. Con lo scegliere il bene o il male, e con l’inevitabile pathos dell’errore. Con il vuoto delle caverne e l’inaccessibilità del sole. Con il rifiuto dell’astrazione e l'incanto lirico. Ed anche con i dilemmi e i problemi del tempo nostro. (…)
All’esterno, il dramma è nel panorama, ed ha altri valori. E’ il dramma dell’uomo e della natura, della nascita e della morte, della espansione e della compressione, del sacrificio e dell’accettazione.(…)
Isolata, esclusa, la casa Malaparte di Libera è un paradossale oggetto che si consuma in solitudine, pieno di storie senza risposta. Un relitto sulla roccia, dopo il ritiro delle acque. Un sarcofago di voci segrete, sussurranti di fati ineluttabili.(…)

John Hejduk

Mi spiace molto aver dovuto "sintetizzare" questo bellissimo articolo, ma è per dirle, gentile LPP, che un progetto architettonico dovrebbe ispirare tutto questo e molto altro.
Isabel Archer

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23/1/2004

Commento 597 relativo all'articolo:
Con De Masi per Niemeyer di Paolo G.L. Ferrara
 
In risposta a Paolo Marzano - commento n.596
Gentile Marzano, lei ricade nel panegirico, ma questa volta di se stesso. Il suo più che un invito a leggere, mi pare un invito a leggere i suoi scritti. Apprezzabile il tentativo quasi surreale di fare un riassunto di tutti i suoi proliferanti articoli, ma ne risulta un pastiche letterario che sfinirebbe chiunque.
Io non voglio essere maestra di nessuno, dico solo quello che penso.
Mettere le mani in questo suo discorso è veramente difficile, mi perdoni la sincerità.
Con tutta la buona volontà riesco a fare qualche considerazione solo sulle cose che mi sono più care, ma si rischia di uscire molto fuori tema.
Mi viene in mente che “lo stupore dell’effetto prospettiva dal basso” mi ricorda i grandi disegnatori di inizio Novecento.
“L’architettura interattiva non è una realtà, è già il passato! Si parla di possibilità di creare una nuova generazione di database dove più individui possono interagire apportando tecniche e metodi per il controllo di forme complesse connesse con più postazioni, ma questo sottointende una pratica mediale e una strategia collettiva di comunità ‘unite’ da forze relazionali che vanno oltre l’interazione;
è come se Lei parlasse del telegrafo ad individui che posseggono programmi interni alla NASA di cui solo dopo trent’anni la gente comune apprezzerà li sviluppi (così è successo per il tubo catodico o televisione, così è successo per il computer, per internet ecc…) .”
Cosa dire? Parliamo e non ci capiamo. A questo punto bisognerebbe chiarire prima cosa s’intende per “architettura interattiva”. Ma non so se sia il caso farlo qui, magari privatamente sarebbe meglio, non fosse altro che per il bene dei lettori.
Mi scusi ma io spero proprio che lei non mi prenda mai “sottobraccio” per spiegarmi le cose in questo modo.
Comunque, da quello che mi sembra di intuire, credo che le sue idee siano sicuramente più chiare del modo in cui le esterna.

Anch’io vorrei comunque tornare al tema principale e a costo d’inimicarmi tutto il mondo architettonico contemporaneo vorrei dire con spassionata parziale sincerità che: passi l’auditorium di Ravello, ma a sperimentare si vada nei centri storici delle grandi città italiane, dove c’è tanto da ricucire, da recuperare, da valorizzare, cominciamo da lì.
Ravello è bella così, lasciamola in pace e cerchiamo solo di difenderla dagli abusi (è sia chiaro non considero l’auditorium un abuso) e di lasciarla crescere da sola, come ha sempre fatto, in una dimensione appartata e spontanea.
Mi si accuserà di voler congelare il mondo, ma meglio, dopotutto, essere realistici e vedere che in Italia non siamo ancora pronti: se per un’opera architettonica di smisurata importanza si ricorre ad una “trattativa” privata e non ad un concorso di idee che speranze ci sono?
E se poi , spesso giustamente, non si ha nemmeno fiducia nei risultati di un concorso, da dov'è che dovremmo cominciare?
Qualcuno viene a dirci che è tutta una paranoia nostra, che dobbiamo smetterla di dire che la gente "pulita" non va avanti... beh, deve essere una persona veramente dissociata per non vedere ciò che abbiamo tutti i giorni davanti agli occhi, nel 99% dei casi.
Ora se io ero amica di Bernhard Franken e decidevo che il modo migliore per costruire un auditorium a Ravello fosse affidare la progettazione a lui, quanti si sarebbero strappati i capelli per difendere la mia iniziativa?
Non voglio svilire la fatica di un'operazione economica e culturale complessa, di sicura validità morale, come quella innestata da De Masi, ma questa soluzione doveva essere l'ultima ratio.
Un concorso, ci vuole un concorso.




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21/1/2004

Commento 595 relativo all'articolo:
Dal Co e il suo spettacolo osceno e commestibile di Irma Cipriano
 
Io penso che, in ogni caso, chiunque produca informazione, e chi scrive un articolo - anche suo malgrado- ne fa, chiunque egli sia, non è autorizzato ad usare un linguaggio la cui reale interpretazione sia chiara unicamente ad un ristretta conventicola di persone.
Isabel Archer

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21/1/2004

Commento 593 relativo all'articolo:
Con De Masi per Niemeyer di Paolo G.L. Ferrara
 
In risposta a Paolo Marzano
Una buona notizia, pare che il Wwf abbia ritirato il ricorso al tar contro l’Auditorium di Ravello.

Ma veniamo al gentile Paolo Marzano: apprezzo il suo modo garbato d’invitarmi ad una riflessione, ma non capisco cosa intenda quando scrive: “Interattività a Ravello? Benissimo, ma non in questi termini.” Di quali termini stiamo parlando?
“Chi non è un ambientalista? Chi non difenderebbe e difende la natura? Nessuno vorrebbe che sparisse sotto colate di cemento e struture pilastate o a gradoni ?”
Su questo nutro dei fortissimi dubbi e comunque se s’impedirà ai proprietari del terreno, destinato all’Auditorium, di costruire un garage, questo non accadrà.
Lei probabilmente è un sognatore, eppure mi sembra che durante la campagna per la Farnsworth House si fosse ben reso conto del pericolo.
“Allora il passo dopo è: “usiamo l’architettura interattiva, cosa? chi? dove? quando? Già, sì quella sì, eccome, anzi è la soluzione!"”
Vedo però che è anche un disfattista. Qualche idea sul “chi” l’avevo lanciata in un mio precedente messaggio, ma preferirei, ripeto, un sano concorso, non c’è bisogno che io Le ricordi cos’è un concorso di idee spero.
Lo sa, Marzano, l’architettura interattiva non è un fenomeno da baraccone, rischia di diventarlo se ad occuparsene sono persone che non ne conoscono l’essenza e la scambiano per un allestimento scenografico degno di Eurodisney (“testuggini o mouse giganteschi”… sono forse i suoi incubi peggiori? Per gli “acquari prismatici con le nuvole dentro” ci si può lavorare, è un buono spunto).
“Ho scritto e raccontato tanto su quest’argomento”, forse dovrebbe leggere di più caro Marzano.
L’architettura interattiva comincia ad essere già una realtà in altri luoghi del mondo, si documenti. Lasciamo ai disegnatori specializzati i rendering e le sovrapposizioni di scritte, cerchiamo di non banalizzare l’apporto prezioso dei Futuristi alla nostra cultura. Lei ha un’idea davvero confusa, distorta e vaga di Interattività e di Futurismo.
Vorrei anch’io invitarla a riflettere sul fatto che a Ravello l’urbano per fortuna c’entra ancora poco, fino a quando a qualcuno non verrà in mente di proporre la progettazione di un ponte che, dopo varie iperboli temerarie, partendo da Paestum e facendo il giro attorno a Ischia, Procida e Capri, vada a schiantarsi dentro il costone roccioso dei monti Lattari. Mi scusi per la figurazione fortemente retorica, ma questo sembra essere il linguaggio che più le è gradito.
In ogni caso l’Information Technology è già di grande aiuto nel controllo della dimensione urbana.
Comunque, gentile Marzano, non voglio contestare punto per punto il resto delle sue osservazioni, che, sebbene espresse in una forma piuttosto “romantica”, sono dopotutto condivisibili.
Un dubbio atroce mi rimane: qualcosa le fa pensare che io sia un membro di Italia Nostra?
Rilegga con maggior attenzione i miei precedenti post.
Cordialmente

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20/1/2004

Commento 587 relativo all'articolo:
Con De Masi per Niemeyer di Paolo G.L. Ferrara
 
Trovo che non sia utile l'ennesimo panegirico su Niemeyer: non è in dubbio la forza creativa e l'impegno sociale di questo architetto.
Il suo spessore morale è ben noto a tutti.
Il dubbio è più che altro se sia sufficiente un gesto di alta suggestione poetica per procedere all'inserimento di un'architettura (sicuramente di evidente qualità) in un contesto che è quasi impossibile descrivere con le parole.
Voglio dire, l'essenza stessa del luogo interessato è anche natura, nuvole, compresenza di altitudine e mare, vertigine, ripeto, difficile descrivere.
Temo che si sia giocato troppo sul solo elemento "cultura", anche se iniziative come queste, tese alla valorizzazione delle risorse produttive a livelli alti di pensiero, sono rare.
"Non è l'angolo retto che mi attrae, e nemmeno la linea retta, dura, inflessibile, creata dall'uomo. Ciò che mi attrae è la curva libera e sensuale. La curva che incontro nelle montagne e nei fiumi del mio paese, nelle nuvole del cielo, nelle onde del mare, nel corpo della donna preferita. Di curve è fatto tutto l'universo. L'universo curvo di Einstein". (O. Niemeyer)
L'impressione è che quest'anelito di fusione con la natura non sia poi così riuscito.
Abbiamo altri mezzi oggi, oltre alle superfici curve, per inserirci in uno spettacolo complesso, etereo e materiale al tempo stesso, sfuggente, cangiante, vibratile e liminare.
Un’architettura interattiva sarebbe auspicabile in circostanze simili. Un dono che il paesaggio accolga, una struttura da “innestare” nel territorio predefinito e lasciar fiorire liberamente, evitando accuratamente ogni forma di rigetto, augurandosi anzi che il sistema naturale la inglobi presto, riconoscendola come una creatura propria.
Questo guscio, un po’ troppo “solido” e, se non in dimensioni, visivamente ingombrante, sembra contenere un’astrazione tutta “umana”, un concetto estraneo al fluire locale dei luoghi, inteso sia come secrezione costruttiva spontanea, che come morphing soggettivo, variabile e perpetuo della percezione di uno spazio così estremo.
Intanto vorrei indicare il sito in cui dovrebbe nascere questo progetto:
via della Repubblica, a 500 metri da Villa Rufolo, almeno dalle notizie on line si evince questa location.
Magari se qualcuno ha possibilità di andarci, potrebbe comunicarci le sue impressioni.
Cordiali Saluti

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15/1/2004

Commento 583 relativo all'articolo:
Con De Masi per Niemeyer di Paolo G.L. Ferrara
 
Mi spiace per la svista sul “deserto delle mummie”, che per me rimane comunque tale, non me ne voglia l’amabile e illuminato Domenico De Masi.
Personalmente sono d’accordo con Pierluigi Molteni: “Possibile che nessuno degli autorevoli firmatari dell'appello non si sia chiesto se non fosse il caso di indire un concorso per un tema così importante?” Sarebbe stato doveroso.
Sempre augurandoci un concorso libero dagli strani arcasi nazionali, d’altronde sarebbe sufficiente seguire le semplici e acute indicazioni di Beniamino Rocca.

“L’Italia è un paese, comunque, nel quale chi non è scettico è fanatico: un paese dove non c’è posto per una saggezza costruttiva.” (L. Quaroni, 1957).
Sono passati quasi 50 anni e sembra che non sia cambiato niente.

Quindi dopotutto comprendo la sua posizione, gentile Paolo G. L. Ferrara, ma è pur vero che la critica “deve essere parziale, appassionata, politica, vale a dire condotta da un punto di vista esclusivo, ma tale da aprire il più ampio degli orizzonti” (C. Baudelaire).
Cordiali saluti

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