Tutti i commenti di PIETRO PAGLIARDINI

 

68 commenti di PIETRO PAGLIARDINI
14/1/2012

Commento 11103 relativo all'articolo:
Un anno molto difficile di Sandro Lazier
 
Vilma
ho apprezzato il tuo modo elegante e garbato di darmi amichevolmente e bonariamente dello stupido con la storia del dito e della luna. Però io non ho voluto calcare la mano su quella piccola ingenuità dell'wifi, non ho voluto cioè sfruttare una modesta debolezza per rivoltare la frittata a mio vantaggio (vantaggio di cosa poi).
Io credo di avere capito il senso di quello che tu avevi scritto e che riconfermi adesso con: "Curiosa la tua inversione tra causa ed effetto, tra funzioni che passano e città che restano, prima lo schema e poi le funzioni che lo utilizzano ….. accidenti, il ‘900 è passato invano dalle tue parti!".
Il '900 è passato dalle mie parti e non del tutto invano.
Cerchiamo di distinguere le "funzioni" dai grandi processi sociali ed economici, che forse è meglio.
Lo so anch'io, sembrerà strano, che la trasformazione della città avvenuta nel '900 è la conseguenza di grandi trasformazioni economiche avvenute nella nostra civiltà occidentale, più o meno simili a quelle che stanno avvenendo nei paesi emergenti o già emersi. Non è a questo che mi riferivo, è ovvio.
Ho detto e riconfermo, e in questo non c'entra davvero niente l'antichismo o il passatismo o il krierismo architettonico o lo stile o il linguaggio architettonico o il desiderio di vivere in una città "a misura d'uomo", medievale o cinquecentesca o disneyana o vernacolare e quant'altro di analogo, ma c'entra l'adesione ad un pensiero, ad una vera disciplina di lettura ed interpretazione della città che ha individuato regole che non sono eludibili pena ...... e qui viene il punto. Pena che cosa?
Secondo me pena l'anti-città e allo stesso tempo l'anti-campagna o forse la non-città e la non-campagna. Perchè dico questo? Perchè esistono principi di formazione e crescita della città in base ai quali, soprattutto in base alla conformazione della rete stradale, certi luoghi sono destinati dalla forma e strutturazione della rete, non dal destino, ad essere centrali ed altri no.
Inutile che parta dall'origine, è chiaro che luoghi nodali erano luoghi geografici privilegiati, e nel tempo anche determinate "funzioni" sono diventate nodali (ma la cattedrale e il comune non erano collocati in luoghi marginali, stanne certa). E' sicuro che esiste una interazione tra funzioni e centralità, ma se un luogo urbano è anti-nodale, diciamo marginale, la funzione in esso insediata sarà soggetta a deperimento e abbandono. Se va bene a trasformazione.
Quando i nostri sindaci o i nostri architetti individuano un luogo che per cause varie diventa oggetto di interesse, il primo pensiero è: cosa ci facciamo? Ecco, questa è una grande stupidaggine perchè la domanda dovrebbe essere: come la facciamo? Non come dal punto di vista del linguaggio ma dal punto di vista urbanistico. Le domande da porsi sono: quell'area è connessa alla città? Come facciamo per connetterla? e la rete web non c'entra niente perchè non richiede un sindaco, ma solo i gestori delle reti telefoniche e dati.
E infine: può diventare area centrale? Può essere utile, cioè, per una funzione urbana importante? Se sì necessiterà di determinate funzioni, se no di altre.
Questa è la trasformazione della città che non può seguire gli sfizi di nessuno, esattamente come alle origini, quando ci si insediava lontano dalle paludi, o in prossimità degli sbocchi tra valli diverse per ovvi motivi di scambio e possibilmente vicino all'acqua. O in alto per difesa, lungo percorsi di crinale.
Invece si fa esattamente l'opposto. Si fanno piazze che non potranno mai assurgere al ruolo di piazze, se non per la targa, e quindi degraderanno in breve, come la città nel suo complesso. I centri commerciali, anch'essi soggetti a degrado, hanno tuttavia una loro perversa logica, come tutti i non-luoghi o super-luoghi che dir si voglia (areoporti, grill autostradali, ecc), perchè sono completamente autosufficienti e indifferenti rispetto alla città ma finalizzati ad altro. Ma quando si parla di città si parla, appunto, d'altro.
Ciao
Pietro



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8/1/2012

Commento 11098 relativo all'articolo:
Un anno molto difficile di Sandro Lazier
 
Vilma, non è che non conosca la rete wifi e che non ne apprezzi le potenzialità. Ma io sono fermamente convinto, perchè lo si osserva ovunque, che non sono le "funzioni", per quanto importanti, a determinare la "funzionalità" di una città.
Le funzioni passano, la città fatta del suo hardaware (strade, edifici privati e pubblici, piazze) resta ed è la rete urbana a determinare DOVE si concentrerà anche la rete wifi, non viceversa.
Per rimanere sulla rete wifi, vorrei proporti due scenari:
1) la sua diffusione è facile. In effetti lo è, è solo questione di investimenti e non credo nemmeno stratosferici. Comunque ipotizziamo che lo sia. Con questa condizione essa potrebbe estendersi a tutta la città in maniera praticamente indiscriminata. A questo punto l'aggregazione non potrà che concentrarsi sempre negli stessi luoghi nodali determinati dalla struttura urbana, perché essa non sarà più una rarità e quindi gli utenti andranno laddove comunque naturalmente convergono le persone e le attività altre, non solo lo wifi.
2) la sua diffusione è costosa o difficile o non conveninete e quindi si dovranno selezionare i luoghi. Mi sembra evidente che si darà prevalenza a quelli dove comunque ci sono spazi pubblici (i privati lasciamo stare che ci sono già in molti locali pubblici), cioè nei luoghi nodali. Ad Arezzo, che non conta molto è vero, ma qualcosina conta, è cominciata qualche anno fa nelle piazze del centro. Però io non ho visto molta gente con pc all'aperto, ma li ho visti, eccome, nei bar del centro. Del centro, bada bene.

Inoltre, ormai lo wifi mi sembra pure superato dalle connessioni internet dirette che ogni tablet ha, come ce l'hanno i cellulari e che determina una totale delocalizzazione. Non c'è luogo, urbano e non dove non ci si possa connettere, salvo qualche anfratto tra i monti. Ma proprio questo continuo superamento della tecnologia ne determina l'obsolescenza rapida ed impedisce comunque che questi fattori possano avere stabilità e determinare la forma della città e il suo utilizzo costante e duraturo.
Non esiste attività o funzione che dir si voglia che possa, alla lunga, invertire l'ordine delle cose. Alla fine l'hardware vince sempre e un commerciante che vuole vendere (e durare) dovrà posizionarsi in quei luoghi dove passa più gente. I centri commerciali sembrano l'unica eccezione, ma anch'essi sono soggetti a decadimento rapido e in America stanno chiudendo, ma anche in Italia. E comunque non sono luoghi, sono non-luoghi, per l'appunto. Certo altri ne aprono, ma questo dimostra la sostanziale instabilità di questo sistema.
Quegli amministratori scellerati che pensano di creare dei poli urbani ex-novo, per darsi lustro, sforzandosi di inventare funzioni adeguate, senza tenere conto della rete urbana e di tutte quelle pedanti ma efficaci analisi di cui parlavo nella risposta precedente alle tue obiezioni, finiscono nell'abbandono, anche se si trovano in luoghi geograficamente centrali, addirittura nel centro storico. Non basta l'essere baricentro geometrico, occorrono altre qualità per diventare aree nodali.
C'è un proverbio molto toscano (lo so che i proverbi sono proverbi e basta, ma insomma, si fa per sdrammatizzare) che dice:
"col negozio in un cantone ci sa fare anche un coglione".
L'angolo, cioè l'incrocio, raccoglie quasi il doppio dei flussi e quindi i negozi nel cantone, con le vetrine e gli accessi in due strade, sono più favoriti, e tuttavia non tutti gli angoli hanno il medesimo peso. Se fai caso, specie nelle grandi città, in centro, i tabaccai sono quasi sempre "nel cantone" (osservazione da fumatore) anche perchè vendevano, ora assai meno, non solo sigarette ma anche pipe, accendini non a perdere e oggetti regalo di un certo pregio (carte da gioco, roulette, ecc).
Lo sapeva anche Hausmann che nel suo piano di Parigi ne fece una quantità industriale (di incroci, non di tabaccai).
Ciao
Pietro


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8/1/2012

Commento 11096 relativo all'articolo:
Un anno molto difficile di Sandro Lazier
 
Rispondo su due soli punti a Lenzarini.
Evidentemente se lei ritiene che il relativismo sia un valore diventa difficile comprendersi. Tra l'altro lei oppone al relativismo "l'assolutismo", che connota non solo una forma politica ma anche una forma di pensiero impositivo piuttosto che il riconoscimento dell'esistenza di alcuni principi assoluti, di cui ad esempio, la libertà ne è uno fondamentale. Quindi lei non solo fa uso di termini impropri e li usa come un'arma di offesa (pacifica), e può darsi che non fosse sua intenzione, ma soprattutto una volta di più evidenzia la contraddizione intrinseca dei relativismi, quella cioè di dichiarare assoluto ciò che invece si vorrebbe presentare come relativo. Questo è l'aspetto che trovo divertente nel relativismo.
E le pongo inoltre un quesito in due parti: è sicuro che l'arte pre XX secolo, cioè tutta la storia dell'arte e del pensiero umano, si riduca a ricerca tecnica e non vi siano invece contenuti espressi attraverso un raffinata tecnica? E quindi è altrettanto sicuro che l'arte del XX secolo ponga l'accento sui" contenuti" dell'opera e non piuttosto "sull'autore" dell'opera stessa, sulla sua storia, sul suo "percorso", sulle sue "intenzioni" e basta, con ciò mettendo proprio in secondo piano il contenuto dell'opera che diventa, infatti, marginale e talora volutamente inconsistente? Se io infatti taglio una tela, esattamente come Fontana, ma dico che è una mia opera, nessuno potrà apprezzarla proprio per il fatto che in sè non vale niente, non ha contenuto alcuno (non più di un quadro Ikea) in quanto separata dal suo autore e dalla sua storia.
Cordiali saluti

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7/1/2012

Commento 11092 relativo all'articolo:
Un anno molto difficile di Sandro Lazier
 
Vilma, cercherò di chiarire meglio. Io non conosco, e se qualcuno me lo vuole spiegare non con sensazioni ma con qualcosa di più approfondito, un metodo che assomigli anche vagamente a quello scientifico per studiare e quindi portare i risultati di quest studi in ambito urbano, che non sia quello di Muratori-Caniggia. Nikos Salìngaros ne ha studiato un altro partendo da principi matematici e tutto sommato ha moltissimi punti di contatto con il primo.
Il primo, quello di Muratori, avendo avuto una evoluzione più lunga e quindi più soggetti che l'hanno sviluppato e approfondito, e soprattutto essendo nato in Italia, è più radicato in questa realtà, ne ha studiato la crescita e l'evoluzione tipologica, i metodi di aggregazione in diverse realtà territoriali, è partito dall'osservazione puntuale e metodica di varie città (Firenze, Roma, Venezia, Como, ecc) fino al punto di poterne trarre principi generali. Quello di Salìngaros è decisamente più "moderno", è legato alla teoria delle reti, di cui quella urbana fa parte, e anche qui se ne deducono principi generali sempre validi.
La cosa sorprendente è che Caniggia, pur non conoscendo suppongo i frattali e comunque non li cita mai (anche per motivi temporali), parla di "legge dei successivi raddoppi", sia in ambito edilizio che in ambito urbano: "Tutto dipende dal fatto che in qualsiasi molteplicità, l'uomo e i suoi prodotti tendono unitariamente a riconoscersi per gradi scalari, e non per elemento costituente di quella molteplicità senza tramiti successivi. Ad esempio nella società l'uomo si riconosce per moduli successivi, dei quali il minore è la famiglia.. Ma nessuno di noi si sente parte dell'umanità o del mondo occidentale o della nazione italiana senza ammettere una serie di moduli mediani oltre la famiglia. Che lo vogliamo o no, ciascuno di noi è vincolato a gradi intermedi, il vicinato, il rione, il quartiere, la città, la provincia, la regione, entità sociali che hanno una proiezione nella fisicità del nostro ambiente, nella struttura del nostro spazio. Vi è dunque sempre un sistema di moduli e soprammoduli tale che la molteplicità ne viene contenuta da una gradualità di relazioni, in cui ciascun uomo si possa riconoscere non solo come elemento tra elementi di numero indefinito, ma come elemento di un sistema da lui stesso comprensibile per una certa possibilità di apprendere i confini di ogni modulo intermedio" (Caniggia-Maffei).
Ecco, questa è una teoria (ovviamente molto più complessa e completa) che lega l'uomo allo spazio da lui stesso creato in base a leggi molto precise, ricavate dalla lettura dei tessuti, che mai fanno riferimento allo "stile", come non parla mai di stile Salìngaros, ma che di fatto lega la tradizione non alla nostalgia del passato ma ad un metodo che è probabilmente di carattere antropologico addirittura ad una sorta di partecipazione della specie umana alla natura nella sua interezza (le leggi frattali su cui ha scritto Salìngaros).
A questa cosa si contrappone? Si contrappongono interessanti e affascinanti collegamenti a varie discipline (sociologia o psicanalisi o psicologia o statistica o teorie politiche, ecc) ma del tutto prive di sistematicità e quindi parziali. Lo stesso Lynch, che pure con le sue teorie percettive si avvicina spesso agli stessi risultati di Caniggia e di Salìngaros, non sviluppa una teoria completa ma analizza aspetti importanti della percezione della città.
Detto questo vengo alla mia presunta contraddizione che tu individui, mi sembra di capire, nello scarto esistente tra teoria urbana e architettura. L'architettura cui faccio riferimento, semplificata nelle "puntazze e nelle scatolette" non può essere l'architettura per quella città cui mi riferisco idealmente e di cui parlano i sopracitati, perchè essa è interamente ed esclusivamente basata su pura "volontà e gusto personale", su creazioni astratte da ogni riferimento antropologico e quindi dalla tradizione, intesa come metodo conforme all'aggregarsi dell'uomo in quelle comunità organizzate che sono le città, le quali esistono, è bene ricordarselo, da diversi millenni.
E adesso, dopo tutti questi millenni, arriva qualcuno che dice: e no, gli altri hanno sbagliato tutto, non ci hanno capito niente, o almeno "l'uomo è cambiato" e quindi anche l'abitare deve cambiare. Chi l'ha detto che l'uomo è cambiato? A me non risulta tanto: i sentimenti sono gli stessi, per dirne una. Però è la società ad essere cambiata, si dirà. Certo che è cambiata (ma se si ammette questo non vedo messa bene la teoria di Lazier che non esistono i popoli e quindi dubito possa esistere la società) ma in cosa è cambiata? Nel grande sviluppo della tecnica. Ebbene, questo richiede forse spazi molto diversi? Per quale motivo? Io sono qui a scrivere al PC in rete in una spazio normale, lo potrei fare ovunque, in treno, forse con meno concentrazione, dentro una stanza triangolare o dentro una stanza di 6x6, cioè in una cellula elementare. L'onere della prova spetta a chi vuole cambiare, tra l'altro, non certo a chi ritiene che non ve ne sia molto bisogno. Per adesso ho sentito solo sensazioni.
Ma c'è un altro motivo ben più profondo: se è vera la teoria del raddoppio, essa è vera a maggior ragione per l'architettura. E non solo: Salìngaros nei suoi studi ha determinato alcune caratteristiche matematiche essenziali della geometria dello spazio dell'uomo (che coincide con quella frase di Caniggia: "ciascuno di noi è vincolato a gradi intermedi, il vicinato, il rione, il quartiere, la città, la provincia, la regione, entità sociali che hanno una proiezione nella fisicità del nostro ambiente, nella struttura del nostro spazio") in base al quale il passaggio dal piccolo al grande non può avvenire senza gradi intermedi, con dei salti, senza che l'uomo non provi sensazioni disagio. Le architetture di Libeskind, per prendere l'esempio estremo, sono proprio questo: salti di scala, quantitativa e qualitativa, che provocano disagio o almeno disorientamento, sono del tutto prive di scale intermedie e addirittura sono decostruzioni dello spazio.
L'ho fatta un po' lunga ma era necessario. Quanto all'assunto di Lazier, quello della libertà individuale, che io in verità comprendo e in qualche misura ho a cuore quanto lui (ma in modo piuttosto diverso), credo che vi sia spazio per interpretare la tradizione alla luce di nuove occorrenze, sia in campo urbano che architettonico. Questa è, secondo me la sfida. Quando mai un architetto ha dato il meglio di sè senza vincoli! Se esiste la società umana esistono vincoli. Questo è certo
Saluti

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5/1/2012

Commento 11089 relativo all'articolo:
Un anno molto difficile di Sandro Lazier
 
In fin dei conti alessio lenzarini, lei ha detto solo una grossa sciocchezza. Ma grossa ben oltre ogni limite immaginabile e dimostra di parlare di argomento che evidentemente non conosce troppo bene.
Lei forse crede che progettare un edificio "tradizionalista" sia mettere due archetti, una colonnetta, una loggia, una scala esterna con profferlo, due falde spioventi e il il gioco è fatto.
Roba semplice per gente semplice.
E invece crede che costruire una scatoletta in ca, magari a sbalzo, con una vetrata su un lato sia opera altamente complicata, parecchio cerebrale e quindi da dover spiegare per farla capire ai più e quindi "educarli". Praticamente sarebbe un manifesto di educazione delle persone semplici.
Probabilmente non sa quanto sia difficile progettare un edificio tradizionale, quanto studio richieda, quanti grandi studiosi si siano dedicati a determinare i processi di crescita e di formazione delle varie tipologie, diverse da area ad area. E non sa quanto sia ancor più difficile lo studio della città e di come gli edifici si aggregano a formare le strade e quali siano le gerarchie che si instaurano tra l'una e l'altra, e perchè e dove una piazza sia proprio in quel punto e non in un altro e come certi edifici si collochino in una strada piuttosto che in un'altra, e che esistono luoghi nodali e luoghi antinodali, e cosa significhi questo e che certe "funzioni" non bastano a qualificare un luogo qualsiasi ma sono intimamente legate alla trama urbana.
E' così difficile che non si impara da "vecchi", bisogna formarsi da giovani nei banchi dell'università naturalmente avendo la fortuna di incontrare i docenti giusti. E poi si deve studiare ed esercitarsi a ragionare in un determinato modo, a non farsi fregare dalle "sensazioni", pure importanti, ma vagliarle alla luce della teoria.
A fare tre scatolette incastrate, o quattro puntazze al vento, o doppi volumi fuori scala è facile per tutti, c'è poco da studiare. E il bello è che non potrà esserci, alla fine, nessun criterio oggettivo per giudicarne la qualità, solo sensazioni personali e poco più. Quindi, anche volendo accettare il suo ragionamento, cosa diavolo potrebbe "spiegare" ai semplici da educare se non esiste altro criterio che quello del giudizio personale?
Il difetto più grave dell'architettura moderna è proprio la semplicità, intesa come povertà di contenuti, di teoria e, di conseguenza, di prassi.
Applicare la psicanalisi all'architettura, dicendo che la simmetria è violenza e l'asimmetria liberazione può sembrare intrigante, ma non corrisponde al vero e non corrisponde a niente.
Le do' un consiglio: ci provi a progettare un edificio tradizionale, ma non uno a caso, uno in un luogo specifico, e lo sottoponga al giudizio di chi ne sa più di lei. Sarei proprio curioso di sapere se supererebbe l'esame.
Io ad esempio non lo supererei, nonostante mi sforzi ogni tanto di farlo, non per prova ma per professione. Chissà perchè quando faccio quello che so fare, quello che ho imparato, quelo che mi è stato ...insegnato è dire troppo, inculcato è più adatto, cioè le scatolette e affini, pare che nel mio piccolo ambiente ristretto e provinciale me la cavi con una certa sufficienza. E le dirò, riscuote anche un certo successo di pubblico: segno che le persone semplici capiscono le cose semplici.
Auguri

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31/12/2011

Commento 11060 relativo all'articolo:
Sopprimere le Commissioni edilizie di Sandro Lazier
 
Caro Lazier, ma lei sfonda una porta aperta. Pennacchi dice chiaramente che Mussolini non avrebbe voluto città perchè voleva ruralizzare, e nell'agro pontino voleva solo costruire dei presidi di carattere funzionale allo scopo della bonifica e per garantire la distribuzione di merci e materiali per le popolazioni insediate. Ma, una volta visti i primi risultati e i loro successi, si convinse, probabilmente perchè ne vide l'aspetto propagandistico. Non c'è dubbio che Mussolini sia stato il primo che ha capito l'importanza della propaganda attraverso i vari canali "moderni", quali radio, cinema e la cultura. Insomma, un Veltroni ante-litteram. MA questo, mi perdoni, dimostra intelligenza e basta. Non mi faccia prendere le difese di Mussolini di cui non mi frega niente e che non mi ha mai nemmeno intrigato in nessun senso. Ma negare l'evidenza sarebbe come dire che Stalin fosse un imbecille: tutto, ma non un imbecille.
Ma a noi non interessano mica le intenzioni del duce o del regime, a noi interessano i risultati. E i risultati sono straordinari per la bonifica e buoni e qualche volta ottimi per l'urbanistica e l'architettura.
Quanto a Pagano e agli altri, Pennacchi non menziona l'arrivismo, o almeno non in senso negativo; parla solo, molto realisticamente, e se lei fa il professionista come credo capirà, di normale, umano, sano desiderio di affermazione professionale.
Non sarà mica un atteggiamento riprovevole voler emergere e se possibile eccellere! Non è di questo che si parla in quel brano nè nel libro. Si parla di una storia diversa, raccontata in maniera piacevole e molto documentata, che cozza però contro la retorica ufficiale antifascista di cui ormai hanno tutti piene le scatole. Poi potrà non piacere l'architettura del periodo, ma il giudizio non può essere partigiano fino al punto di negare la realtà e di dividere il mondo in maniera manichea tra i buoni da una parte e i cattivi dall'altra, quando poi, alla fine, stavano tutti dalla stessa parte. Almeno fino al momento drammatico delle leggi razziali.
Allora che dire di Le Corbusier, lui sì arrivista veramente, che blandisce tutte le dittature del periodo, da quella comunista a quella fascista? C'è una sua lettera in cui implora un incontro con Mussolini per convincerlo alla nuova architettura (la sua, ovviamente). Questo è arrivismo di bassa lega non quello di chi si riunisce in un gruppo, di più giovani, per cercare di prevalere sul gruppo meglio piazzato, di più vecchi! Lecito attaccare, lecito difendersi, mi sembra ovvio.
Quanto a Pagano, nel pezzo che lei riporta, scrive una cosa abbastanza "fascista": lui vuole convincere il duce a "un'arte di stato". Razionalista, ma non importa questo. Quindi chi è senza peccato scagli la prima pietra. Con queste premesse, se Pagano fosse stato in una commissione edilizia, allora sì che sarebbero stati cavoli amari! Altro che libera espressione dell'architetto!
Saluti



31/12/2011 Sandro Lazier risponde a PIETRO PAGLIARDINI:
Vorrei ripetere per chiarezza, altrimenti si rischia di perdere il senso delle cose che stiamo dicendo:
1 – ho citato criticamente il primato della propaganda fascista a conforto della tesi che il fascismo utilizzasse temporaneamente i concetti del razionalismo per fini esclusivamente promozionali. Il regime non avrebbe mai condiviso fino in fondo i concetti del razionalismo traducendoli in realtà sociale; sapendo, oltretutto, che provenivano dalla democratica e disprezzatissima repubblica di Weimar. Dall’ideale razionalista (sostanzialmente democratico e socialista) e dall’efficacia del suo messaggio, appena ne percepì il pericolo, il fascismo prese immediatamente le distanze. Non tacciò quest’arte, come invece fecero nazismo e comunismo, d’essere corrotta e degenerata ma, nel nostro paese, questa fu subito messa in soggezione dal modello di romanità che il regime intendeva invece promuovere e vantare orgogliosamente come proprio.
Il risultato è quello che definiamo stile littorio, dove la razionalità sta nell’assenza di stilemi, decorazioni e ornati e nella banalizzazione geometrica di colonnati, arcate e altri elementi della tradizione architettonica arcaica, mantenendo intatto l’impianto spaziale monumentale. Il razionalismo (e le sue varianti; gli -ismi d’inizio secolo sono molteplici) svuotato della sua istanza ribelle per eccellenza, ovvero la concezione spaziale antiscatolare, antimonumentale, particolarmente critica verso la fatalità dell’idealismo storicista che vorrebbe invece l’uomo soggiogato ad essa, diventa ornamentale e mansueto, incapace finalmente di comunicare un’idea di cambiamento sostanziale delle ragioni dell’esistenza e delle classi sociali che la esperiscono.
Fortunatamente, sfumate nel clamore delle pompose fanfare dell’architettura imperiale, qualche genio, come Terragni, seppure in questo clima reazionario e con non poche difficoltà, riuscì a concepire opere di grandissima libertà spaziale, la cui portata rivoluzionaria probabilmente non fu giudicata dalla censura con la dovuta attenzione.

2- Non stavano tutti dalla stessa parte. Pagano, come Le Corbusier, avevano ben chiara la portata rivoluzionaria e l’esito profondamente democratico dell’architettura che proponeva. Non promuoveva sé stesso ma la sua architettura. Non era un farsi largo per vanità od orgoglio personale. C’era qualcosa di più. Rompere le scatole, anche in senso architettonico, alleggerire i volumi e smembrare i piani, disallineare finestre e pilastri, liberare i vani dalla dittatura della struttura muraria, fino a giungere all’equilibrio precario dei fabbricati e alla loro decostruzione, sono metafore della precarietà e insieme solidità dei fragili sistemi democratici, ai quali, per sopravvivere, serve un minimo di disordine e confusione. L’architettura dei monumenti è statica, grevemente inerme, rigida e poco disposta alla trasformazione, triste e malinconica, finalmente mortifera; l’architettura degli anti-monumenti è flessibile, leggera, dinamica, viva e fondamentalmente felice. Questi pensieri sono anche quelli che presiedono alla mia attività professionale, prima della vanità, dell’orgoglio e del tornaconto. Anch’io, come Pagano allora, cerco oggi di convincere le amministrazioni, di destra o di sinistra, a usare l’architettura in cui credo, ma non per questo devo sentirmi minimamente fascista.

Ps: - Sono un organico, particolarmente critico verso il razionalismo, soprattutto quello di bocca buona della speculazione edilizia. Ma, in questo caso, devo difenderne le ragioni e lo faccio con forza. C’è, credo, un equivoco di fondo. Gregotti, Rossi, Botta e tanti che i tradizionalisti tacciano di modernismo, in effetti moderni non sono. Per chi la pensa come me stanno tra i premoderni proprio per la loro vocazione compositiva fondamentalmente solenne e monumentale.

Auguri per un 2012 felice
- Sandro Lazier
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30/12/2011

Commento 10962 relativo all'articolo:
Sopprimere le Commissioni edilizie di Sandro Lazier
 
E' diventato abbastanza difficile se non impossibile trattare tutti gli argomenti toccati in questa discussione che sta assumendo toni forti. Segno, lo ripeto per l'ennesima volta, della centralità del tema "commissione edilizia".
Vorrei rispondere a Lazier su Fascismo e razionalismo e/o nazionalismo cafone e a Gianni Marcarino.
A me sembra che lei, Lazier, tenda a vedere dell'architettura del periodo fascista i due classici poli raccontati nei libri di storia dell'architettura e dell'arte (ovviamente): Libera-Pagano-Persino da una parte, i buoni, Piacentini dall'altra, il cattivissimo. E' troppo schematica e, lo devo dire, molto accademica e perfino un po' conformista, proprio da lei che conformista non mi sembra affatto.
Non sono uno storico ma l'estate scorsa mi sono letto un libro che le consiglio vivamente di leggere, se già non lo avesse fatto: Fascio e martello, viaggio tra le città del Duce, di Pennacchi. Già il titolo la dice lunga su quanto sia equivoco l'abbinamento tra architettura e politica: un comunista "vivente", innamorato dell'architettura del Duce! Ma, a parte questo, lei troverà in quel libro una ricca documentazione fotografica e descrittiva che smonta lo schema che lei invece tende a riconfermare.
Questo un brano significativo:
"I manuali parlano di lui (Petrucci) solo per dire che era uno dei fondatori del RAMI, il Raggruppamento architetti moderni italiani - ossia i razionalisti ligi all'ordine e alal disciplina del partito - che si contrapponevano al MIAR (Movimento italiano architettura razionale), ossia quello dei presunti più arrabbiati. Non è naturalmnete che questi "arrabbiati" non fossero fascisti, anzi, in senso sansepolcrista erano anche più fascisti di quegli altri. Erano architetti punto e basta. Quella di volerne saggiare il maggiore o minore tasso di fascismo - per giudicarne l'arte- è una mania codista in cui si è incanalata tutta la storiografia dell'architettura, in Italia, dal dopoguerra ad oggi. Erano tutti fascisti ed erano tutti architetti. E giovani. Che mozzicavano i vecchi solo perchè volevano farsi spazio. Giustamente. E volevano lavorare. Punto e basta. Da Pagano a Piccinato, da Terragni a Libera. E i vecchi - Piacentini, Giovannoni, Alberto Calza Bini, Brasini, BAzzani - si defendevano come potevano. Giustamente pure loro. E qualche volte pure a bastonate".

Vede quanto è laico nel giudizio il comunista Pennacchi, quanto è realistico, niente affatto incline alla retorica e soprattutto "credibile"!
E se lei guarda le foto non troverà capitelli e colonne, solo qualche arco (e che sarà mai) e molto razionalismo magari un po' annacquato dall'essere progettato per piccoli borghi agricoli. Ma di pomposità ce ne è assai poca, salvo forse in qualche torre littoria o in qualche casa del fascio, che a me sembra anche un modo corretto di auto-rappresentarsi di un potere che, indubbiamente, c'era, piaccia o meno.
Si può affermare che le città di fondazione siano "nazionalismo cafone e grottesco"? A me pare proprio di no. A me, che tra l'altro ho una formazione modernista, sembrano pure dei bei progetti che difficilmente abbiamo ritrovato nell'architettura del dopoguerra. Certamente non nella rivista L'Architettura Cronache e storia, che davvero pubblicava di tutto e di più. Sono sincero: a me metteva tristezza anche allora.
Certo che è un razionalismo "italiano" (ahi, lo so che lei crede che i popoli non esistano, ma allora perchè si lamenta se Piacentini ha devastato qualche nostro centro storico?), che c'è un sapore di tradizione e di elementi conosciuti (ma anche Aldo Rossi ne faceva uso), ma io mi posso immaginare, anche leggendo il libro, che ai nuovi abitanti insediati nell'Agro Pontino facesse semmai l'effetto opposto, quello cioè di essere del tutto stranianti e "moderni" rispetto alle realtà da cui provenivano. Quindi, voglio dire, le cose vanno valutate in tutte le loro implicazioni e non in base ad un'idea precostituita, a principi immutabili e fissi cui la realtà dovrebbe adeguarsi, come mi sembra che lei tenda a fare.

A Gianni Marcarino rispondo - anche se non lo ha chiesto a me ma non si arrabbierà per questo - alla domanda " A quanti km da casa mia finisce la mia tradizione e comincia quella degli altri!". Bella davvero la domanda ma subdola. Non esiste una tradizione mia diversa dalla sua, se io e lei abitiamo nella stessa città, nella stessa vallata, nello stesso colle, nello stesso bacino. Esiste la tradizione e basta i cui caratteri sono facilmente riconoscibili e definiti e un architetto la deve saper riconoscere e se non lo sa fare da solo la studia, non c'è problema. E' la nostra professione, il nostro mestiere. Nessuno nasce imparato ma applicandoci è possibile scoprirla. Se poi si domanda: "Oppure come e' possibile pensare di progettare per la vita di oggi con criteri spaziali e formali maturati nel passato, con necessita' e aspettative molto diverse?" Sono io che le pongo la domanda: ma si riferisce alla città o agli edifici? Se si riferisce alla città il tema è troppo lungo e non c'è tempo e spazio, se si riferisce agli edifici, come immagino, sono io che le ri-domando: che cosa è cambiato di così significativo da dover cambiare i criteri spaziali dell'abitare? La moda, forse, imposta, e ripeto ancora, imposta da una elitè culturale che è risucita mirabilmente ad azzerare tutto ciò che c'era e a far credere che fosse necessario cambiare. Non era affatto vero. Se prende un'abitazione antica lei vedrà che è possibile adattarla perfettamente a tutte le esigenze dell'abitare contemporaneo: impianti necessari, cablaggio, isolamento termico e climatizzazione estiva naturale, garantiti all'origine e di qualità largamente superiore a tutte le trovate di mercato attualmente propagandate come eco-bio ecc.
Cosa manca? Forse di autorappresentarsi provincialmente come un divo americano con una grande vetrata su un giardinetto di 5x10? Le case di Neutra sui libri della Hoepli hanno fatto davvero disastri, perchè non tengono conto della lieve differenza che esiste tra il grande spazio naturale americano e quello antropizzato e molto ristretto delle nostre vallecole.
Comunque io insisto con la mia proposta, che diventa provocazione solo nella mente di chi la riceve come tale, dato che per me è una cosa assolutamente vera e naturale: poichè la città e il territorio appartengono alla collettività -come l'acqua, l'aria, i boschi, gli arenili, i monti, il sottosuolo, con tutte le sue risorse - perchè è lo spazio entro cui si svolge la vita dell'uomo civilizzato che ha fatto della città la sua più grande e straordinaria invenzione, entro cui esercitare la sua libertà di scambio e di relazione, nel pieno rispetto della libertà degli individui e della proprietà privata, che le assicuro essere sacra per me - sulla forma dello spazio pubblico, comprendendo in questo anche la forma esterna degli edifici privati, deve essere la città a decidere non il singolo da solo, tanto meno l'architetto che è colui che da forma ed espressione ai desideri e ai bisogni del committente, nel rispetto delle regole del bene pubblico. Già, perchè c'è un committente. Se le sue idee non piacciono si rinuncia, non si cerca di fregarlo sovrapponendo i propri desideri ai suoi, giocando sul noto rapporto asimmetrico esistente.
Con questa premessa, la commissione edilizia, sempre nella sua forma ideale s'intende, è una forma semplificata e adattata ad istituzioni che sono rappresentative e non di democrazia diretta del giudizio popolare. Non ho dubbi che sugli spazi pubblici importanti, su edifici rappresentativi di tutta la città debbano essere i cittadini a scegliere mediante referendum o votazione che sia.
Dove sta lo scandalo? Che cosa si teme? Forse che la gente scelga le case tradizionali? Dove starebbe il problema? Chi l'ha detto, dove sta scritto che debbano essere gli architetti a decidere?
Brunelleschi per fare la cupola a Firenze si è sottoposto ad un massacro di giudizi, discussioni e votazioni! E cosa crediamo, di essere più bravi e superiori di Brunelleschi forse? 150.000 architetti migliori di Brunelleschi!
Buon Anno a tutti



30/12/2011 Sandro Lazier risponde a PIETRO PAGLIARDINI:
Per quanto riguarda i giovani architetti fascisti, non eran proprio tutti arrivisti, come sostiene il fascio-comunista Pennacchi.

Tratto da: “Cattivi maestri: Giuseppe Pagano”
(http://www.elapsus.it/home1/index.php/arte/architettura/584-cattivi-maestri-giuseppe-pagano)

Dopo essersi concluso il cantiere per quello che è forse il suo capolavoro, l’Università Bocconi di Milano, nel 1941, Pagano accetta la conduzione della rivista «Domus», ma dopo pochi mesi viene richiamato alle armi a seguito della sua richiesta volontaria. Aveva quarantacinque anni.
Il maggiore Giuseppe Pagano guida un drappello d’uomini in Albania, ma continua, per corrispondenza, la sua collaborazione a «Casabella», e continua, soprattutto, la sua battaglia per l’architettura moderna. A seguito della pubblicazione dell’articolo “Potremo salvarci dalle false tradizioni e dalle ossessioni monumentali?” il direttore della stampa italiana, Gherardo Casini, richiama Pagano. Nel numero seguente della rivista Pagano, per nulla intimorito, fa pubblicare un altro articolo, ancora più acuminato del precedente: la rivista viene sequestrata; Pagano scrive allora a Casini una lettera privata infuocata, e il direttore della stampa italiana risponde, compunto: «Ho eseguito il sequestro di Casabella che conteneva il vostro articolo perché ne ho avuto l’ordine». L’architetto, impavido, gli invia una cartolina: «Poiché siete stato soltanto un “trasmettitore di ordini” vi sarò grato se vorrete far leggere la mia lettera a chi vi ha impartito l’ordine del sequestro».
Nel ’42 rientra dal fronte e il rapporto, sottilmente sadico, che lo lega al fascismo, si spezza definitivamente; come ha scritto Rogers, in un testo che ricorda l’amico: «non ci accorgemmo subito che, per amore dell’amore, rischiavamo di avere un figlio da una prostituta»; Pagano lascia il partito ed entra nella Resistenza.
Il 19 luglio del ’43 muore Giuseppe Terragni, quando Pagano ne ha notizia, cinque giorni più tardi, scrive: «che la mia verde maledizione secca e rabbiosa e demoniaca si scarichi come un colpo di clava sulle teste di chi sappiamo. E di Ojetti e di Piacentini e di tanti altri mezzi coglioni in gloriati si faccia un sottofondo da latrina. Non so dire. Vorrei sparare subito e spaccare teste»
.”

G. Pagano, “Legato all’architetto romano Amedeo Luccichenti nel comune impegno per un’architettura svincolata dai «maneggioni» di Stato, vorrebbe convincere il duce dell’esigenza di una radicale svolta sul terreno dell’urbanistica, dell’edilizia popolare e più in generale dell’architettura razionalista «come arte di Stato», ma alla richiesta di udienza gli si risponde di inviare un memoriale: «Come vedi – scrive a Luccichenti – siamo fregati in pieno e non credo che sia il caso di insistere oltre»; Pagano evoca «una dignità umana che non può essere superata» e indica la via di una battaglia di testimonianza, per «cercare ancora di creare una minoranza moralmente pura, vigilissima e piena di fede in modo di salvare, per la storia, il buon nome dell’architettura italiana», senza speranze di vittoria: «moriremo sulla breccia con la bandiera dell’architettura moderna» (lettera del 1° gennaio 1940).

Per quanto riguarda la propaganda: “Il Fascismo fu forse il primo al mondo ad utilizzare la moderna "arma" della propaganda. Mass-media, manifesti, cinematografia: tutto rivolto a magnificare l'operato del regime. Non a caso il ministero per la Propaganda fu infatti uno dei più attivi.
Ancora oggi la propaganda fascista è oggetto di studio: negli altri paesi del mondo fortissimo fu il suo sviluppo durante la seconda guerra mondiale; il Duce stesso descrisse la cinematografia come l'arma più efficace."
(http://www.ilduce.net/propaganda.htm)

Per quanto riguarda le nuove città e fondazioni – che città non sono mai state ma agglomerati agricoli - questa che segue è la ragione per cui le voleva il duce quando le ha concepite:
Tratto dal discorso dell’ascensione del 26 maggio 1927 di B. Mussolini:
Questo ancora non basta. C'è un tipo di urbanesimo che è distruttivo, che isterilisce il popolo, ed è l'urbanesimo industriale. Prendiamo le cifre delle grandi città, delle città che si aggirano e superano il mezzo milione di abitanti. Non sono brillanti, queste cifre: Torino, nel 1926, è diminuita di 538 abitanti. Vediamo Milano: è aumentata di 22 abitanti. Genova è aumentata di 158 abitanti. Queste sono tre città a tipo prevalentemente industriale. Se tutte le città italiane avessero di queste cifre, tra poco saremmo percossi da quelle angosce che percuotono altri popoli. Fortunatamente non è così: Palermo ha 4177 abitanti di più - parlo di quelli che nascono, non di quelli che ci vanno, perché questo è spostamento, non aumento -; Napoli 6695 e Roma tiene il primato con 7925. Ciò significa che, mentre Milano, in 10 anni, crescerà di 220 abitanti, Roma crescerà di 80.000.
Ma voi credete che, quando parlo della ruralizzazione dell'Italia, io ne parli per amore delle belle frasi, che detesto? Ma no! Io sono il clinico che non trascura i sintomi, e questi sono sintomi che ci devono far seriamente riflettere. Ed a che cosa conducono queste considerazioni? primo, che l'urbanesimo industriale porta alla sterilità le popolazioni; secondo che altrettanto fa la piccola proprietà rurale. Aggiungete a queste due cause d'ordine economico la infinita vigliaccheria morale delle classi cosiddette superiori della società.

Non è grottesco tutto questo?


- Sandro Lazier
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21/12/2011

Commento 10939 relativo all'articolo:
Sopprimere le Commissioni edilizie di Sandro Lazier
 
Decisamente la pensiamo in maniera opposta: l'Europa è fallita perchè non è l'Europa dei popoli. Non è giusto dire "non fallirà" è già fallita. Almeno in questa forma, l'unica, come oggi effettivamente è.
L'Europa dei cittadini, che non contraddice affatto quella dei popoli, dato che i popoli sono costituiti dai cittadini e non da zombi, avrebbe potuto esistere, convivere e svilupparsi serenamente e in pace, come è stato per 50 anni, attraverso la libera circolazione delle persone e delle merci. Con questi presupposti (che già c'erano) le persone si spostano da un luogo all'altro, si incontrano, si riconoscono in ciò che li rende uguali, la libertà e la dignità umana, e in ciò che li rende diversi (fortunatamente), la loro cultura individuale e quella del territorio di loro provenienza.
Questo avrebbe dovuto essere il processo naturale, che richiede tempo però, quanto nessuno lo sa, non l'accelerazione folle, scriteriata e forzata di un gruppo di ottimati spinti da ideali illuministici, ottimi per il settecento, e aggiungerei anche di ideali massonici (è una pura constatazione e non un pregiudizio).
I popoli esistono, fortunatamente, se lo metta lei il cuore in pace. E le dirò anche che è proprio in un vero stato sovrannazionale che le diversità e le specificità dei territori si esaltano, senza mediazioni intermedie quali lo stato nazionale. Ma non è un processo da qualche anno, è un processo storico, in cui il fattore tempo è insondabile, che non può subire forzature per diventare naturale e condiviso. Non siamo gli USA, nati da un guerra d'indipendenza, di liberazione direi.
Questa bruttissima Europa che con le sue leggi tutto omologa, dai cibi ai culi (l'esempio classico delle misure dei seggiolini del bus cui la perfida Albione giustamente si oppose, constatando che esistono culi diversi), l'Europa delle norme, della burocrazia iperpagata, questa sì vera casta fuori di ogni controllo, l’Europa delle regole impositive e astratte, proprio quelle che lei contesta alla commissione edilizia, non può che fallire. E poi questa è un’Europa tedesca.
Ci è stato imposto un modello economico che non ci appartiene. Non appartiene al nostro popolo perchè non appartiene agli individui che lo compongono. Ci hanno distrutto il tessuto economico connettivo che è fatto di piccole aziende, imponendoci un modello da grande industria. Già, ma secondo lei dobbiamo diventare tedeschi, evidentemente il modello di individuo ideale. Per fortuna che gli stessi tedeschi si stanno rendendo conto che stanno rinascendo vecchi fantasmi del passato contro di loro e si domandano se non stiano sbagliando qualcosa!
Voler imporre queste regole, senza alcuna democrazia, dato che l'Europa è governata da scelti, cooptati non da eletti, è una forma gentile di fascismo. E' un incubo orwelliano (cui sta dando una mano il nostro governo di migliori, la nostra piccola Repubblica dei filosofi platonica, guarda caso).
Alla sua ultima domanda rispondo così:
Sì, uno scatolone con il tetto è migliore di quello senza perché non ci piove (la tecnica) e perchè si conclude in alto (il linguaggio). Invece gli edifici modernisti, quando hanno i pilotis, non hanno inizio e non hanno neppure fine: sono pura astrazione geometrica che in basso nega la strada e quindi la città, e quindi la comunità, e in alto appaiono non finiti e pronti ad una sopraelevazione, come nelle case abusive con i ferri pronti.
Molto meglio sarebbe, ne convengo di buon grado, un edificio non banale con il tetto.
Però, almeno su un punto, potrebbe riconoscere che ho avuto ragione: il tema commissione edilizia è davvero sconfinato, un vero condensatore di molti temi apparentemente diversi.
Cordiali saluti




21/12/2011 Sandro Lazier risponde a PIETRO PAGLIARDINI:
Non mi ha risposto sul paradosso dell'identità.
Ma non fa nulla. E' sempre interessante dibattere con lei.
Un sincero augurio di buone feste.
- Sandro Lazier
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20/12/2011

Commento 10938 relativo all'articolo:
Sopprimere le Commissioni edilizie di Sandro Lazier
 
Difficile incontrarsi con lei Lazier che nega legittimità addirittura all'esistenza dei popoli. Le confesso che quello che dice Zevi per me vale quanto quello che dice chiunque altro perchè in genere mi interessa il contenuto e non il contenitore. Ho abbandonato l’idolatria da molto tempo e mi trovo veramente bene. Posso cambiare idea senza rinnegare nessuno.
Io non esalto il nazionalismo, figuriamoci, come so che l'uomo prova gli stessi sentimenti ovunque, che gioie e dolori sono condivisi da culture diverse, pur con reazioni espresse diversamente (ed è anche per questo che la gente prova nei confronti dell'abitare un sentimento orientato più alla "casa della nonna" che non alle più bislacche architetture moderne), ma negare la ricchezza dell'esistenza di culture diverse mi sembra non solo di un'astrattezza senza limiti, ma anche di un pericolo senza limiti. Il caso europeo ne è un esempio lampante: mettere insieme a forza ,con un’operazione elitaria e dall’alto, popoli diversi, anche se con moltissima storia e cultura comune, privarli della loro moneta imponendone un'altra e addirittura senza uno stato dietro è azione di cui oggi constatiamo drammaticamente il fallimento, oltre che essere atto di una violenza inusitata.
La costituzione europea, quando è stata messa a referendum, di massima non è passata: ci sarà un motivo! Forse sono ignoranti i popoli?
La “coabitazione forzata” di culture diverse è fonte di tensioni pericolose. Questo ideale mondialista e universalista che nega e reprime le diversità non solo non lo condivido affatto ma, nei limiti del possibile, lo combatto politicamente e culturalmente. Sono le grandi dittature che vogliono creare l'uomo nuovo: questi sono davvero i grandi fascismi.
Stalin ha tentato di annientare le diversità, sempre per creare l’uomo e il mondo nuovo, deportando da una parte all'altra dell'impero i popoli dominati, con il risultato di avere spinto ad esaltare le differenze e fatto rinascere più feroci di prima i nazionalismi. Le varie pulizie etniche nella ex Jugoslavia sono anche figlie della violenza con cui Tito volle tenere insieme popoli diversi. E lei dice che i popoli non esistono e non dovrebbero esistere! Libero di pensarlo, ma rifletta sul passato (che non è una parolaccia) per capirne le conseguenze su quegli individui che dice di esaltare. Si faccia un giro in Lituania e chieda cosa pensano dei russi che l’hanno desertificata abbattendone i boschi non solo per appropriarsi del loro legname ma per umiliarne l’identità.
Sul rapporto arte-architettura, l’esempio della bellezza dei prospetti è, come dire, scontato. Certo che c’è un aspetto di formalismo nell’architettura (ma Zevi non sarebbe propriamente d’accordo)! Quanti edifici hanno sul Canal Grande facciate bellissime mentre dietro e lateralmente sono non finiti! Ma questo dimostra sia il desiderio di rappresentarsi del committente (in armonia con il carattere della città, potremmo dire con la “bella” casa della nonna) ma anche di piacere al “popolo”. La componente artistica può essere presente in architettura, ed è auspicabile che ve ne sia, ma di qui ad assimilare l’architettura all’arte ne corre. E poi se c’è arte ci deve essere anche l’artista, e chi lo dice che gli artisti siano così numerosi! Se c’è davvero, stia tranquillo che esce fuori, senza fare tanto chiasso. La migliore architettura in genere nasce laddove maggiori sono i vincoli e i limiti (non i vincoli inventati dalle norme); se non c’è, esiste la statistica certezza che ci sarà solo chiasso.
Concludo con un esempio personale immagino analogo e contrario a quello che deve essere accaduto a lei.
Primi anni 90’. Comune di San Giovanni Valdarno, una piccola Siberia. Cooperativa di 12 alloggi in un PEEP ipermodernista che vieta le coperture a tetto. Obbligo di copertura piana. Proviamo a forzare la noma e ci facciamo il tetto. Viene bocciato. Ci adeguiamo, ovviamente. Il piano è oggi tutto realizzato: è una Siberia…senza tetto.
Oggi anche a San Giovanni Valdarno si costruisce con il tetto, ma non c’è una norma che costringe a farlo.
Forse è cambiato il vento. Era l’ora. Forse ad un conformismo se ne sostituisce un altro. E’ possibile.
Mi auguro che lei abbia protestato anche per casi analoghi al mio.




20/12/2011 Sandro Lazier risponde a PIETRO PAGLIARDINI:
Zevi è maestro vero. Citarlo non fa mai male e rileggerlo dà una bella carica. A lei non servono i ricostituenti? Se no, beato lei.

Si metta il cuore in pace, Pietro, l’Europa non fallirà. Se è fallito qualcosa è proprio quel concetto incerto e francamente anche un po’ ipocrita di “Europa dei popoli”.
Ma l’Europa dei cittadini non fallirà. Meno popoli e più cittadini, questo è il nostro destino, malgrado le brusche frenate e le reazioni che inevitabilmente le crisi procurano da sempre. Crisi che costringeranno la boria patriottica a fare i conti con la necessità di un sereno futuro europeo per i nostri figli e nipoti.
Lei si chiede retoricamente se son ignoranti i popoli. Ma i popoli non possono esserlo. Nessun numero può essere dotto o ignorante. Solo gli individui, che sono soggetti pensanti, possono avere queste proprietà. Chi parla in nome del popolo assumendone per intero l’identità scivola inesorabilmente nella demagogia.
Infine, ecco il solito paradosso dell’identità.
Ci sono gruppi che, per affermare la loro diversità rispetto al resto del mondo devono pretendere all’interno del gruppo una severa omologazione, rifiutando in tal modo tutte le diversità individuali di chi il gruppo compone. Per realizzare l’identità del gruppo, al suo interno tutti si devono comportare allo stesso modo, contraddicendone in tal modo il fine: la diversità. La verità è che sono solo le persone ad avere un’identità, non i gruppi. Ed è la diversità dei soggetti che va tutelata, non quella dei popoli che non esiste se non in mondo esclusivamente retorico.
Per questo motivo trovo inopportuno il riferimento alle dittature che spazzerebbero le diversità a favore di un’omologazione diffusa. La quale non avviene certo a favore dei singoli che, nei regimi assoluti, sono i primi ad essere annientati. L’omologazione avviene verso un pensiero unico che, sempre, guarda caso, si veste architettonicamente con abiti classici, spesso tronfi e indigesti, ma confezionati secondo rigorosa tradizione, mai con architetture sinceramente moderne. (Il fascismo si servì della modernità per semplice propaganda; una volta al vertice si affidò al monumentalismo celebrativo di Piacentini.)
Un’ultima domanda: ma secondo lei, uno scialbo scatolone di periferia, col tetto o senza, fa differenza?
- Sandro Lazier
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18/12/2011

Commento 10928 relativo all'articolo:
Sopprimere le Commissioni edilizie di Sandro Lazier
 
Tema di straordinario interesse la “commissione edilizia” perché condensa quasi tutte le problematiche legate all’architettura moderna e al suo rapporto con il passato e con il presente, all’idea stessa di architettura e a quella di architetto e, come ribadito più volte dall’autore, al tema della libertà e dei diritti del cittadino.
La commissione edilizia - trascurando ovviamente le contingenti anche se non infrequenti storture quali l’essere spesso luogo di potere, favoritismi o prepotenze professionali, o di incapacità dei suoi componenti o di opacità delle decisioni prese, ma considerandone solo l’essenza teorica - rappresenta l’anello di congiunzione tra passato e presente, in quanto permanenza di una istituzione antica, erede delle decisioni collettive sulla città, entro una società atomizzata il cui protagonista è l’individuo. E’ il caso esemplare delle “pratiche pre-moderne dell’urbanistica moderna” di cui ha scritto Francesco Finotto. Ho diviso questo lungo commento in titoli, più ad uso mio che degli altri.

La Libertà
Lazier affronta l’argomento sotto il profilo della libertà del progettista, estendendone però il campo alla libertà dell’individuo. Non c’è dubbio che il nodo centrale del dibattito tra gli architetti sia questo, ma è la soluzione che egli propone, e che sembra dare per scontata, che è invece tutta da discutere e secondo me da confutare alla radice perché la progettazione architettonica non attiene al campo della libertà d’espressione artistica. D’altronde cosa c’è da aspettarsi da un “intellettuale della domenica” alla cui categoria probabilmente appartengo?
Intanto non vorrei parlare di libertà del progetto perchè la Libertà è una condizione di grado ben superiore, e direi una e indivisibile: o c’è o non c’è, non può essercene “abbastanza” per quella situazione o “poca” per quell’altra. Se c’è, ci deve essere piena per tutte quelle che sono le espressioni del pensiero umano, altrimenti non c’è. Poi c’è la legge che garantisce al cittadino, elencandole, determinate “libertà” ma sono specificazioni di “azioni” che siamo liberi di compiere o, al contrario, che ci sono negate, come quelle “libertà” che arrecano danni ad altri. Non è certamente ammessa la libertà di prendere a schiaffi una persona che ci ha causato un danno. E sì che talvolta il desiderio sarebbe forte, ed è pure un desiderio umano che però deve essere controllato e riportato nell’alveo della legge. Si può parlare in casi come questi, di violazione della nostra libertà? Direi proprio di no.
Dunque limitare alcune azioni, anche se scaturite dal pensiero umano, rientra nelle regole del contratto sociale che sta alla base dell’esistenza stessa di una società. Non si può gridare alla fine della libertà se determinate azioni sono impedite (dopo sappiamo che esistono legittimi ed autorevolissimi filoni di pensiero, soprattutto negli USA, che negano l’esistenza stessa dello stato, ma questo è un altro discorso), si tratta di determinare il giusto equilibrio tra chi privilegia il diritto naturale e chi invece il diritto positivo soggetto al mutare dei tempi e dei costumi e che si adegua diventando specchio di una determinata fase evolutiva della società. Si tratta dunque di determinare quali siano le “azioni” che appartengano esclusivamente alla sfera della libertà individuale e quali invece siano soggette a limitazioni affinchè la libertà di ciascuno non vada a configgere con quella degli altri fino a disgregare le fondamenta del contratto sociale.
Non c’è dubbio che l’espressione artistica non debba essere limitata o censurabile. Prendiamo il caso della scultura. L’artista deve essere libero di fare ciò che vuole e se non ha mercato vuol dire che non piace. Però, anche in questo caso, c’è un problema. Fino a che l’opera rimane nel campo del mercato o della pura passione individuale la libertà è assoluta, ma se l’opera dovesse diventare patrimonio pubblico, cioè essere collocata in una piazza, chi è autorizzato a prendere la decisione? Chi ha titolo per scegliere lo scultore Tizio o lo scultore Caio? In questo caso, infatti, si tratta di denaro e interesse pubblico e qualcuno deve assumersi la responsabilità di scegliere. Non credo possa essere un Responsabile del procedimento, un funzionario. Immagino che debba essere un amministratore eletto oppure un suo esperto di fiducia, che altro non è che una emanazione dell’amministratore. Dunque dovrà essere la “politica” a decidere. Mi è sembrato di capire che anche Lazier sia d’accordo su questo punto, con la precisazione che le minoranze debbano essere tuttavia tutelate, qualunque esse siano. Mi è sembrato di capire anche, in via deduttiva, che il “politico” non dovrebbe scegliere in base ad un principio estetico stabilito, perché dice, ed io sono assolutamente d’accordo, che lo stato non deve avere una cultura ufficiale, una cultura di stato.
Il principio è giusto ma la sua applicazione pratica lo è un po’ meno. Se ad esempio ci fosse da scegliere tra salvare Pompei e fare un nuovo museo di arte contemporanea, qualunque scelta si effettui non è forse la scelta di un genere piuttosto che di un altro? Dunque dalle dichiarazioni di principio alla realtà dei fatti qualcosa si perde. Ma non divaghiamo e veniamo all’architettura.

Architettura = Arte?
Inutile che io ripeta ciò che ha già scritto Vilma Torselli che ha inquadrato perfettamente il problema.
Aggiungo alcune cose. La Costituzione italiana, all’art. 9, quindi all’inizio e all’interno di quelli che sono chiamati i Principi Fondamentali che la ispirano, c’è scritto: [La Repubblica] Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione”. Ora, non voglio nascondermi dietro la Costituzione, che come tutte le Carte è suscettibile di invecchiamento e quindi di revisioni e aggiornamenti, ma questo principio non è stato inserito a caso e non può banalmente essere considerato “tradizionalista”. Questo principio è stato inserito perché - a Lazier potrà non piacere - questo paese ha una storia, un passato, una tradizione, un patrimonio, un paesaggio da tutelare e valorizzare. Nemmeno a me piacciono alcune parti della Costituzione, per esempio l’art. 1, cioè la Repubblica fondata sul lavoro - personalmente apprezzo di più lo spirito del Preambolo della Costituzione Americana, cioè “We, the People…” - ma questa è, e anche questo articolo è figlio di una storia, magari meno esaltante di quella del nostro patrimonio artistico e paesaggistico, ma pur sempre la nostra storia, se ha un senso considerarci Nazione con radici comuni. La tutela del paesaggio, per entrare nel merito dell’articolo di Lazier che parla di “contesto agreste”, è ciò che ci distingue da tutti gli altri popoli, ciò che ci rende diversi, è la nostra carta di identità. Perché apprezzare solo le differenze degli individui e trascurare invece quelle delle Nazioni? Perché omogeneizzarsi come insieme, come nazione, annullarsi nella globalizzazione culturale e volersi invece distinguere come architetti creativi?
Ma il vero nodo della discussione sta nella totale assimilazione, che per me è un equivoco colossale, tra architettura e arte che Lazier non solo accetta ma esalta. Questa assimilazione è figlia dei libri di storia dell’arte (ma anche delle avanguardie del 900) ed è in buona parte utile a comprendere e far comprendere certi caratteri di unità o di diversità di determinati periodi storici, ma non corrisponde affatto all’essenza delle diverse discipline. Tutte le arti mancano di utilitas, in senso oggettivo ovviamente e non soggettivo. L’architettura non può essere ridotta, e aggiungo sminuita, a pura manifestazione artistica; l’architettura è fatta di tecnica, di lavoro collettivo di molti soggetti contemporaneamente e in tempi diversi, di manualità e di esperienze di individui diversi, di architetti e manovali, di committenti, di produttori e fornitori di materiali, di statica, di fisica, di impresari, di enti pubblici e di mille altre figure e situazioni. L’architettura non è solo un disegno e un disegno di architettura è architettura solo in potenza, ma dalla potenza all’atto c’è di mezzo un processo tecnico-produttivo complesso e ricco di incognite, solo terminato il quale si potrà decretare la sua appartenenza al mondo dell’architettura e la sua vera, autentica qualità. Ogni architettura è un prototipo, anche l’edilizia più industrializzata, perché le variabili in gioco sono moltissime, la più importante delle quali è il “luogo”, in ogni senso, sia nei suoi caratteri più immateriali, lo “spirito” del luogo, che in quelli più legati all’orografia, alla geografia, alla morfologia del terreno. Separare un edificio dal luogo è operazione di puro design e non appartiene al mondo dell’architettura e, e brutalmente, non è da architetti. Poi si può discutere se il progetto debba essere sempre e comunque consonante o se invece possa essere dissonante dal luogo: di entrambe i casi vi sono esempi pessimi o splendidi. Quello che è certo è che l’espressione dell’architetto, nella scala gerarchica dei valori, non è l’unico e non sempre il principale agente di quel processo creativo e produttivo, di lavoro intellettuale e manuale che porta alla realizzazione di un qualsiasi edificio, il più umile e il più importante. E la distinzione rigida e molto elitaria che Lazier fa tra architettura ed edilizia, quasi fossero a priori mondi separati, è sbagliata nella sostanza.
Direi che la totale coincidenza tra architettura e arte,che è il presupposto che giustificherebbe la libera espressione del progettista, ci restituisce paradossalmente una figura di architetto classico e direi nostalgico e “antichista” perché l’assimila a quella del Rinascimento quando pittura, scultura, architettura, letteratura erano tante sfaccettature della medesima personalità artistica, quando c’era unità dell’arte e la discussione verteva su quale delle arti dovesse avere il primato. Michelangelo ne è il simbolo migliore. Altri tempi, mi viene da dire, perché la società è cambiata da allora, e non poco. L’architetto, ma direi meglio il progettista, è divenuto figura specializzata e quasi esclusiva nella produzione del progetto, contrariamente a quel passato in cui invece era utilizzato solo a livelli alti e rappresentativi (per i temi collettivi direbbe M.Romano) mentre per tutto il resto, per l’edilizia di base, per il tessuto connettivo della città la costruzione era semplicemente “spontanea” sulla base della tradizione ed affidata alle mani esperte dei muratori. La perdita della coscienza spontanea (oltre che le copiose e bulimiche leggi) legittima la necessità dell’architetto per tutto, il quale deve perciò intervenire in base alla “coscienza critica”, cioè ad un ragionamento e alla conoscenza della realtà, avendo come faro una molteplice serie di fattori: il committente, il luogo, le leggi, i costi. Quindi quella figura romantica e idealizzata di architetto che Lazier ci rappresenta è del tutto inattuale, anche se, purtroppo, largamente diffusa tra gli architetti.

Architettura=Arte civica
C’è, infine, anche un altro aspetto che è fondamentale e cioè l’essere l’architettura arte sì, ma arte civica, cioè a servizio della città, della collettività, il che avvicina l’architettura e l’urbanistica (le due cose non sono separabili) alla politica in senso alto, all’amministrazione della città. So di ripetermi per l’ennesima volta, ma la città è il regno dei cittadini e non degli architetti e non esiste la libertà assoluta di fare ciò che si vuole perché ciò che è libertà per uno può essere costrizione per l’altro. La tolleranza in questo non c’entra niente, perché si devono tollerare le idee non le azioni che possono provocare un’offesa prolungata nel tempo, tanto quanto dura un edificio. Un quadro sta in un luogo privato, un’architettura in uno spazio pubblico, anche se è all’interno di una proprietà privata, quindi il proprietario deve adeguarsi a quello che è il sentimento diffuso. E’ una limitazione della proprietà privata certo, e quindi dell’espressione del cittadino e dell’architetto, ma ne esistono altre di limitazioni di questo genere: il sottosuolo e le sue risorse appartengono allo Stato, acqua, materie prime, reperti archeologici. Questo perché ci sono beni che appartengono a tutti e la città è uno di questi. Si dà inoltre il caso che maggioranza e minoranza, in questo campo, siano concetti molto aleatori, dato che una minoranza, quella dell’avanguardia culturale e artistica (ormai divenuta retroguardia conservatrice del suo passato) ha imposto una città e una architettura ad una maggioranza reale, quella dei cittadini. Una elite autoproclamatasi tale ha imposto un modello ai più. Se si pensa che io mi stia arrogando il diritto di rappresentare quella maggioranza non resta altro che mettersi in gioco: far decidere i cittadini. Visto che ci si appella, giustamente, alla libertà e alla politica, che politica sia e si rimetta il giudizio a chi è detentore del diritto di decidere sullo spazio pubblico, sulla res publica. Mi rendo conto che in una fase in cui siamo in una sospensione delle regole democratiche, con un governo degli ottimati, può apparire grottesco chiederlo, ma il bello della democrazia sta anche in queste contraddizioni.
D’altra parte la cosa non dovrebbe suonare strana né nuova a questo sito che ospita spesso articoli che parlano di scempi del territorio e del paesaggio. Perché ne parla? Perché territorio e paesaggio sono spazio pubblico, cosa comune, esattamente al pari della città.

La Commissione Edilizia
In questo essere cosa comune, spazio pubblico, c’è la giustificazione - che è anche, ma non solo, storica –della legittimità della commissione edilizia, nella quale un gruppo di persone ritenute esperte (teoricamente) valuta proprio il progetto nei suoi aspetti qualitativi, essendo tutti gli altri demandati agli uffici.
Quali sono gli aspetti qualitativi? Una volta accettato il principio della CE è qui che comincia il problema, da sempre irrisolto. Per le commissioni paesaggio il problema è molto minore, perché c’è quell’articolo della Costituzione che detta il principio. Più difficile il caso della CE normale. Molti sono stati nel tempo i tentativi di individuare regole più oggettive che mettano al riparo da azioni “personali”, ma è chiaro che la regola nasce dal confronto e dallo scontro di opinioni. Lazier nega però anche la possibilità stessa che i redattori dei piani diano indirizzi di tipo progettuale. Mi domando: ma cosa dovrebbe fare un piano, dare solo i numeri? Già mi sembra che siano fatti da ragionieri e informatici, figuriamoci se lo si sancisce per legge! E’ proprio il progetto che manca, altro che!
Cosa fare un architetto cui viene dato parere negativo, rassegnarsi? No che non lo deve, guai a cedere sui propri principi. Opporsi e avere un contradditorio lo ritengo un diritto e anche un dovere, specie nei confronti del committente. Per questo la CE dovrebbe essere, come è in effetti in molte regioni, limitata ai casi più significativi, e addirittura in qualche posto non c’è più (nella mia città ad esempio, ma non c’è da andarne fieri, perché significa solo che l’architettura e la città non interessano alla politica), e il progettista dovrebbe poter intervenire sempre, e io penso anche che dovrebbe essere presente ai lavori. Lo so che nei piccoli centri è pericoloso, che possono esserci incompatibilità personali e professionali, che possono esservi suggestioni o condizioni di inferiorità di qualche componente la CE rispetto a professionisti di fama maggiore e viceversa, ma è una sfida di libertà, questa sì davvero, da affrontare. Il confronto libero e aspro è libertà non arroganza o presunzione come molti pensano. Ognuno libero di esprimere il proprio parere e di spiegare le proprie ragioni e cercare di convincere gli altri. Non sulle norme, per carità, ma sul nostro progetto, che ci appartiene e di cui tutti noi siamo ovviamente orgogliosi come dei propri figli.
Non credo di aver convinto Sandro Lazier, nonostante la prolissità del commento, e neppure ne avevo l’intenzione, però ho voluto parlar chiaro come lui stesso invita a fare nel suo articolo perché “intellettuale della domenica” me lo prendo come lieve peso ma non accetterei di essere inquadrato come un oppressore della libertà di espressione per quello in cui credo.
Cordiali saluti
Pietro Pagliardini




18/12/2011 Sandro Lazier risponde a PIETRO PAGLIARDINI:
Cercherò d’essere conciso. Pagliardini mi perdonerà la sintesi.
A proposito di libertà dice:
“Poi c’è la legge che garantisce al cittadino, elencandole, determinate “libertà” ma sono specificazioni di “azioni” che siamo liberi di compiere o, al contrario, che ci sono negate, come quelle “libertà” che arrecano danni ad altri. […]
Dunque limitare alcune azioni, anche se scaturite dal pensiero umano, rientra nelle regole del contratto sociale che sta alla base dell’esistenza stessa di una società.”

Imporre al prossimo cosa deve o non deve fare non c’entra nulla col contratto sociale ed è una grave limitazione della libertà personale. Dire cosa non si può fare è una cosa; dire cosa si deve fare è tutta un’altra. R. Barthes, una volta, parlando di linguaggio e della sua inclinazione al “conformismo”, affermò che questo non è per sua natura né conservatore né progressista; esso è semplicemente fascista, perché fascismo non è impedire di dire, ma obbligare a dire.
Obbligare il prossimo a rifare la casetta della nonna facendo leva sulla retorica del consenso è (re)azione storicamente nota.
A proposito di architettura e arte lei dice:
“Perché apprezzare solo le differenze degli individui e trascurare invece quelle delle Nazioni? Perché omogeneizzarsi come insieme, come nazione, annullarsi nella globalizzazione culturale e volersi invece distinguere come architetti creativi?”
Bruno Zevi, maestro sempre attuale, parlava di consorzio umano. Non a caso. Gli individui sono, per loro natura, degli elementi universali finiti, che non puoi sciogliere in aggregazioni maggiori quali nazioni, stati, collettivi o altri termini statistici privi di una volontà univoca. Io non credo che i popoli, le nazioni, le società in genere abbiano una loro volontà. Gli individui hanno volontà ed esprimono desideri, i popoli no. I popoli, le nazioni, esistono perché esistono gl’individui, unici degni di superiore tutela. Esiste la dichiarazione dei diritti dell’uomo, non quella dei diritti delle nazioni, delle associazioni, delle leghe o altre bislacche aggregazioni. Le nazioni sono solo realtà statistiche, matematica ad uso dell’amministrazione pubblica per fornire servizi ai cittadini (che sono individui). L’italianità, lo spirito dei luoghi, l’identità sono solo retorica ad uso dei robivecchi incapaci di riformare minimamente un linguaggio, che li opprime al punto da far loro confondere qualsiasi idea polverosa con la storia. La storia è cosa seria, tanto che ogni generazione deve scrivere la sua, proprio per non copiare e rifare gli errori di quelle che l’hanno preceduta.

“Tutte le arti mancano di utilitas, in senso oggettivo ovviamente e non soggettivo. L’architettura non può essere ridotta, e aggiungo sminuita, a pura manifestazione artistica.”
Io credo che palazzo Carignano del Guarini a Torino sia un’opera d’arte e d’architettura. Non c’era nessuna utilitas nell’inserire in facciata una semicupola svuotata. Una geniale e totalmente superflua forzatura, puramente linguistica.
Eppure, come dice lei, anche questa “architettura è fatta di tecnica, di lavoro collettivo di molti soggetti contemporaneamente e in tempi diversi, di manualità e di esperienze di individui diversi, di architetti e manovali, di committenti, di produttori e fornitori di materiali, di statica, di fisica, di impresari, di enti pubblici e di mille altre figure e situazioni.” Non vedo quindi nessuna preclusione affinché l’architettura, seppure descritta come lei fa, non possa essere una massima forma d’arte, capace di riformare il linguaggio. E non vedo proprio la ragione per cui l’architettura, come altra qualsiasi forma espressiva, non possa concorrere alla ricerca del rinnovamento linguistico. L’architettura di un paese ci dà la misura della sua civiltà dando forma alle sue speranze di rinnovamento. Dovremmo rinunciare alla civiltà per il fastidio di qualche reazionario intollerante? Che si costruisca le sue casupole, noi le tolleriamo, ma non si permetta di proibire agli altri di volare un po’ più in alto.

Il resto del commento cita il bene comune, il paesaggio, il patrimonio artistico (ma, se l’architettura per Pagliardini non è arte, non vedo cosa c’entri), la costituzione che dovrebbe tutelare questi beni. Ma la costituzione, non dovrebbe tutelare, in modo simmetrico, innanzitutto i cittadini e la loro libertà personale? Se a me non piacciono le caricature della storia e il loro proliferare - che questo sì, secondo me, devasta il paesaggio - la Costituzione mi difende?

- Sandro Lazier
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19/12/2010

Commento 9212 relativo all'articolo:
Hopeless Monster (Night at the museum) di Ugo Rosa
 
Leggo oggi, contemporaneamente, i due commenti di Maurizio e Vilma.
Mi avete preso in castagna, inutile negarlo.
In questo momento non so cosa rispondere altrimenti non esiterei un attimo a farlo.
Non ho capito, davvero, se i vostri sono giochi di parole, ma l'etimologia non è mai casuale anche se non spiega tutto, oppure se abbiate risolto l'arcano.
Il nesso tra abito e abitare è indiscutibile, non solo per l'origine della parole.
Per cui mi fermo qui, accuso il colpo e, fino a che non sarò riuscito a cogliere se c'è e dove sta la differenza, soprattutto in relazione al consumo, non replicherò a vanvera e senza convinzione.
A presto (spero)
Pietro

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4/12/2010

Commento 9147 relativo all'articolo:
Hopeless Monster (Night at the museum) di Ugo Rosa
 
No Maurizio, mi spiace ma questa non è una risposta. Non a me, che non ha alcuna importanza, ma al perché della cosa, alle motivazioni vere.
la relazione auto-casa, abiti-casa non regge, per molti motivi, uno ad esempio è che i beni di consumo seguono solo le legge del consumo, del mercato. Tra le auto di oggi e quelle di un anno fa non c'è alcuna differenza sostanziale, solo optional di nessuna utilità reale ma utilissimi a vendere.
Per gli abiti poi, se fai bene attenzione, non è cambiato quasi niente, nella sostanza da secoli.
Ma la casa non è bene di consumo. A meno che tu non pensi che lo sia, nel qual caso la tua è una risposta, da me non condivisa, ma è una motivazione.
Ciao
Pietro

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29/11/2010

Commento 9142 relativo all'articolo:
Hopeless Monster (Night at the museum) di Ugo Rosa
 
Non ho letto l'articolo. Ho letto però il commento di Maurizio Zappalà, sempre da superuomo, sempre sotto effetto di stimoli forti, sempre appassionato, sincero e, appunto, stimolante.
Vorrei fare una domanda, semplice semplice a Maurizio, appartenendo io alla categoria dei neolitici, secondo la sua divertente definizione. Ma chissà se vale la pena rispondere ai neolitici?
Tu dici Maurizio: "Quando pensano, i “neolitici” che accadrà il grande passaggio all’era futura?".
La mia domanda è questa: perché DEVE accadere questo passaggio?
Tutto qui.
Ciao
Pietro

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21/7/2010

Commento 8758 relativo all'articolo:
Addio Giannino Cusano di La redazione
 
Con Giannino Cusano ho avuto ripetuti scambi di opinione vivaci e polemici ma, partendo da punti di vista diversi, grazie alle sue appassionate argomentazioni e alla sua propensione al dialogo, più volte ci siamo incontrati.
Alla sua famiglia e ad Antithesi le mie condoglianze.
Pietro Pagliardini

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13/4/2010

Commento 8003 relativo all'articolo:
Architettura e modernità di Brunetto De Batté
 
Ottimo commento quello di Vilma, che apre un sacco di scenari diversi.
Vorrei limitarmi ad una considerazione.
Il progetto io credo si formi, e si debba formare, prima nella testa che nelle mani. Vi sono grandi disegnatori che potrebbero realizzare ottimi disegni di architettura senza per questo essere architetti, a maggior ragione non grandi architetti.
Indubbiamente la mano è il mezzo con cui si esprime ciò che c'è in testa ma lo strumento primo dell'architettura è il cervello (anche se, è chiaro, ci sono processi continui di feed back e interazioni tra schizzo e idea).
Da questo punto di vista, mi spiace ammetterlo, il fatto che Ghery non sappia o non voglia usare il computer, o almeno non sappia usare il software necessario, diventa irrilevante.
Il progetto, specie un progetto di una certa complessità richiede sempre più mani e più cervelli.
Brunelleschi non ha disegnato la cupola che porta il suo nome (a parte la lanterna), perché del progetto esisteva già da qualche decennio il modello, eppure lui l'ha realizzato, ma non da solo, con l'aiuto di molti muratori e capi mastri alle sue dipendenze.
Brunelleschi è stato capace di costruirla senza centine e ponteggi, progettando e costruendo da solo le macchine da cantiere necessarie. Brunelleschi era un orologiaio.
Il problema non è questo. Il problema consiste nel fatto che il mestiere di architetto non è fare un disegno, uno schizzo, ma rendere quel progetto eseguibile, plausibile, essere capaci di passare indenni, o almeno con minori danni possibili, dall'idea alla sua realizzazione, dall'astrazione alla concretezza, sapendo utilizzare al meglio tutte le professionalità necessarie, compresi coloro che fanno uso di software sofisticati.
Non solo strutturisti, impiantisti, esperti della sicurezza, geologi, idrauilici, geometri e quant'altro, ma anche esperti di software.
Di Gehry e di tutti coloro, quali la Hadid, disdegno invece fortemente i progetti tutti giocati su una presunta creatività, che invece è, come minimo, condivisa con coloro che usano il software, ed anche il fatto che quel passaggio dall'astratto al concreto è spesso fallimentare sotto il profilo tecnologico e architettonico (cause a non finire, almeno per Gehry). In questo senso, e solo in questo senso, sono pittori che non sanno usare il pennello.
Il progetto è uno schizzo, la restituzione al computer e poi tutto passa ad altri, senza alcun controllo possibile del processo (non potrebbe essere diversamente, data la mole di progetti che sfornano).
Non solo, questo metodo induce i giovani a credere, appunto, che basti un software e un bel rendering per essere architetti. Non è così, come non vuol dire essere ingegneri comprare un software, farlo "girare", stampare disegni standardizzati e non capire come funziona una struttura.
Saluti
Pietro

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7/4/2010

Commento 7982 relativo all'articolo:
Il 'particulare' di La Maddalena di Paolo G.L. Ferrara
 
I nonni non fermano il tempo. Ai nonni il tempo scorre velocissimo. Loro stanno fermi, a guardare chi si agita vanamente verso il niente.
Maurizio, datti una calmata: sarai nonno anche te. Te lo auguro almeno.
Saluti
Nonno Pietro
(Pietro è un bel nome da nonno, in effetti)

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2/4/2010

Commento 7976 relativo all'articolo:
Il 'particulare' di La Maddalena di Paolo G.L. Ferrara
 
Maurizio, credo tu abbia interpretato male quello che ho detto. Io non ho parlato di architettura, io ho parlato d'altro, ma proprio di tutt'altro.
Ho parlato di politica.
Sull'architettura mi sono limitato a dire che, nonostante non mi piaccia Boeri come architetto e come maitre a penser (visto che ci critichi, anche lui lo è, all'ennesima potenza), apprezzo la sua qualità professionale nel caso della Maddalena (lo dico perchè ho letto il suo articolo in cui racconta la storia).
Non c'è invidia, dunque, se non quella, inevitabile e necessaria, per cercare di fare meglio.
Ma se proprio non vuoi essere d'accordo pazienza.
Buona Pasqua
Pietro

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2/4/2010

Commento 7971 relativo all'articolo:
Il 'particulare' di La Maddalena di Paolo G.L. Ferrara
 
Ferrara tocca molti argomenti ed è davvero difficile afferrarli tutti in una sintesi credibile o almeno io non ci riesco. Perciò mi soffermerò su alcuni punti che più mi interessano e non necessariamente legati all'architettura:
1) dice Ferrara: "Boeri non è stato intercettato". Intanto non lo sappiamo se è stato intercettato, sappiamo solo che non abbiamo resoconti di intercettazioni. Lo dico non per gettare sospetti su Boeri ma per rimarcare il fatto che anche Ferrara sembra attribuire alle intercettazioni un valore di prova "unica", un valore di condanna mentre, a mio avviso, quella delle intercettazioni divulgate è un segno di grande inciviltà. Io "sono stato imparato" che la posta è sacra e inviolabile. Ho sempre ritenuto cosa mortificante la lettura delle lettere dei carcerati, figuriamoci fuori. Il telefono è la posta moderna e dunque dovrebbe essere sacro e inviolabile. Non lo è più da anni e con questo abbiamo toccato, per me, il fondo dell'illegalità. Se lo scopo delle intercettazioni a strascico è quello di "trovare qualche reato", allora significa che il fine giustifica ogni mezzo. Sempre. E allora niente lamentele su Guantanamo, per favore, dove tra l'altro, il problema è lievemente più grave che non un appalto truccato.
2) Boeri, che non apprezzo come critico, non apprezzo come architetto, non apprezzo come opinion maker dilagante un giorno sì e l'altro pure sul Corriere e ovunque, che ho dichiarato, a commento della sua lettera su Abitare, essermi antipatico, per me ha svolto il suo lavoro alla Maddalena in maniera professionale, ha avuto il suo bell'incarico dai potenti di turno e io credo che sia un diritto dei potenti di turno scegliere persone e architetti in cui hanno fiducia. Non sarò io a lapidarlo per questo.
Quello che non mi piace, invece, è il fatto che Boeri faccia parte del sistema egemonico-culturale di sinistra, consolidato da decenni che è soffocante e strutturato bene al punto che è difficilissimo, talvolta, saperlo leggere e interpretare. E' difficile capire, con questo sistema, dove inizia la capacità di una persona e dove invece finisce la forza del sistema stesso.
E' un sistema non premiante le qualità individuali, che pure Boeri ha, perché é difficile affermare che si può avere successo in questo campo solo per altre cause; è un sistema subdolo per cui, come si tocca un santuario scatta la solidarietà del gruppo. E allora Bertolaso è cattivo e Boeri è buono.
E' un sistema che si lega a quello familistico non di tipo meridionale ma di tipo nordico, cioè legato comunque a gruppi economici aperti alla produttività; il che non ne attenua, se non in parte, il senso di fastidio, di soffocamento della libera iniziativa, di imposizione di un modello culturale che, comunque vada, deve essere per forza quello giusto e migliore. E' la base fondante della teoria della superiorità antropologica della sinistra.
Mi auguro che questo sistema frani miseramente e lasci il re completamente nudo e qualche segno confortante comincia a vedersi.
Saluti
Pietro

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17/2/2010

Commento 7804 relativo all'articolo:
Regalo di Natale 2008. A Marco Casamonti di Paolo G.L. Ferrara
 
Architetto Giusti, lei dice: "Deve l'architettura, per essere tale, costare tanto?
deve per forza esser fatta di gestualità, sfoggio di materiali pregiati e costosissimi (solo perchè firmati da corrotti designer) oggetti, oppure no?" e mi invita a nozze: no, no , no. Solo che risponderei no anche se i designer fossero onesti.

A Cusano, che sulle elezioni ha perfettamente ragione dico, per quel che vale, che ieri ho dato la mia firma alla Lista Bonino-Pannella, come ho fatto tante altre volte, non perché poi li voterò (neanche a parlarne oggi, anche se l'ho fatto in passato) ma perché la chance va comunque garantita, non dico a tutti (per motivi pratici) ma in base a regole uguali per tutti.

Saluti
Pietro

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13/2/2010

Commento 7790 relativo all'articolo:
Regalo di Natale 2008. A Marco Casamonti di Paolo G.L. Ferrara
 
Caro Cusano, io sono totalmente d'accordo con lei sugli Ordini.
Però, per natura, non riesco a leggere la storia (e neanche tanto la cronaca) sotto il profilo della corruzione, anche perché alla lunga può portare verso strade pericolose.
Io vedo gli Ordini come espressione di una società corporativa al cui vertice c'è uno Stato invadente e pervasivo che soffoca, o almeno non incoraggia, ogni iniziativa proveniente dalla società civile (termine abusato ma ci siamo capiti).
Molto Stato, molta corruzione. E gli ordini fanno parte di questo Stato (di cose).
Tacito diceva: Corruptissima respublica plurimae leges, cioè uno Stato molto corrotto produce molte leggi.
Attualissima considerazione, ma vale anche al contrario: molte leggi (cioè molto Stato,) creano corruzione. Lei, da radicale, sono certo che sarà d'accordo con me e non apparterrà a coloro che vogliono cambiare la debole natura umana.
Saluti
Pietro

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31/1/2010

Commento 7774 relativo all'articolo:
Il Piano Casa in Sicilia e il Ponte di Messina di Leandro Janni
 
Caro Cusano, lei mi fa il processo alle intenzioni perchè io non sono un sostenitore dei condoni, nè io ho mai plaudito ai condoni.
E aggiungo anche che il primo condono si è portato dietro una conseguenza gravissima, quella cioè di avere impostato tutte le leggi sull'urbanistica successive alla sua logica e alla struttura di quella legge.
Infatti tutte le leggi urbanistiche successive contengono la "concessione in sanatoria" e di fatto, almeno quella Toscana, ma credo anche molte altre, costringono ad utilizzare questo strumento (per pagare) alla fine dei lavori per "sanare" piccole difformità.
Non solo: il condono ha scatenato una stupida guerra burocratica per cui ogni volta che avviene una compravendita c'è il solito tecnico che campa sulla "difformità" di centimetri di una finestra o di un tramezzo, una vera assurdità. che però ha creato una vera cultura non della precisione, ma della burocrazia e del contenzioso. Non può capire quanto io abbia stramaledetto la legge 47 che, oltre il fatto di condonare gli abusi, ha dato lavoro non solo ai tecnici delle scartoffie ma anche agli uffici pubblici, aumentandone lo strapotere e i costi per la collettività.

Io dico un'altra cosa: un edificio condonato per legge è un edificio regolarmente autorizzato: può non piacere ma è così.
Mi passerà almeno che tra un edificio abusivo e basta e un edificio abusivo condonato in base ad una legge c'è una qualche differenza? Altrimenti che caspita avrebbero pagato a fare gli abusivisti? per non farsi demolire la casa? Ma quante case interamente abusive crede ci siano dalle mie parti? Quando se ne trova una i giornali ne parlano per un mese! Qui si parla di veranda, di loggia chiusa a vetri, di finestra spostata! Semmai ci sono le capanne in campagna, è vero, che però qualche scienziato ha creduto bene di fare anche trasformare in abitazione, con legge successiva!

Comunque, e finisco, credo che anche lei potrà riconoscere che, alla luce di quanto sopra, l'affermazione di Janni che la legge siciliana avrebbe impedito l'ampliamento di "edifici abusivi" è, nella migliore delle ipotesi, incompleta e fuorviante, cioè non fornisce un'informazione corrispondente al vero, visto il testo della proposta.
Cordiali saluti

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29/1/2010

Commento 7770 relativo all'articolo:
Il Piano Casa in Sicilia e il Ponte di Messina di Leandro Janni
 
Caro Cusano, sono in totale disaccordo con lei.
Il fatto che vi siano altre leggi illiberali, e ve ne sono in quantità industriale, non giustifica affatto la continuazione e l'inasprimento di tale andazzo.
In realtà anche lei vuole "punire" i cattivissimi che hanno fatto un abuso e poi l'hanno condonato. Lo si capisce e lo dice piuttosto chiaramente.
Mi sfugge del tutto il virus, lo definisco così, che ormai induce ogni bravo italiano a gridare a pene sempre più severe per ogni cosa. Forse è l'effetto della TV. Per ogni fatto di cronaca nera che la TV prontamente racconta con le "testimonianze", si alza il'immancabile grido: leggi più severe e pene più severe. E' un automatismo ormai.
Ognuno di noi si sente migliore degli altri e dunque gli altri vanno puniti severamente. Sembra quasi vero.
Questa situazione mi suggerisce tre cose:
-le grida manzoniane;
-quello che una volta la sinistra condannava come atteggiamenti piccolo-borghesi;
-le monetine lanciate a Craxi, al cinghialone, da cittadini "onesti" e indignati.
L'indignazione moralistica! Ma tant'è.
Come scrive Camillo Langone nel suo ultimo libro, Manifesto della destra divina, che consiglio vivamente di leggere, se si ha la forza di non "indignarsi", secondo alcuni ci vorrebbe un carabiniere per ogni cittadino e un avvocato per ogni carabiniere.
Fino a che continuerà questo gioco di guardie e ladri, dove in realtà nessuno vince e tutti perdono, questo paese non troverà la forza di migliorare e rialzarsi. C'è una visione priva di speranza in questo volere che per legge tutti siano buoni. E, in fondo, non lo dico per lei, c'è una vena di fascismo nel desiderare l'uomo perfetto e nell'impossibilità di accettarlo invece con i suoi difetti. Cazzo (me lo consenta), la nostra umanità è fatta di imperfezione, vivaddio, e non è compito della legge farci diventare buoni. E invece ultimamente vanno tutte un questa direzione.
La Controriforma e l'Inquisizione non c'entrano proprio un bel niente nella legislazione autosconfessante, semmai c'entra il bizantinismo che è la vera anima di questo popolo. D'altronde quella norma che rende in determinate circostanze non demolibile un edificio, a parte l'uso che può prestarsi a grandi elasticità, è un elemento di buon senso, successivamente chiarito con l'art. 12 di non so più nemmeno quale legge, forse la 47, o chissà quale altra tra le migliaia, che dice che si può monetizzare (a caro prezzo) nel caso in cui non si possa procedere a demolizione della parte abusiva senza pregiudizio dell'intero fabbricato.
Pensi al caso di un edificio costruito con altezze di interpiano maggiori di quelle ammesse: che facciamo, per 10 cm per piano demoliamo tutto l'immobile? O forse sì, della inflessibile serie chi sbaglia paga?
Molto inquisitoria a me sembra invece una norma che vuole appunto punire coloro che hanno commesso un reato ma lo hanno poi condonato in base ad un'altra legge. Il condono è certamente un errore ma le leggi, caro Cusano, si applicano, non si interpretano e chi apprezza la Riforma lo dovrebbe sapere molto meglio degli altri.
Saluti




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28/1/2010

Commento 7768 relativo all'articolo:
Il Piano Casa in Sicilia e il Ponte di Messina di Leandro Janni
 
Gentile Janni, davvero non ho nessuna intenzione polemica ma vorrei da lei un chiarimento sul Piano Casa in Sicilia.
Per una assolutamente fortuita coincidenza che non sto a spiegarle ho finito di leggere un attimo fa l'articolato della legge in questione, quella della regione Sicilia intendo.
Lei dice che è stato inserito il "divieto di ampliamento per gli edifici abusivi". Detta così, se fosse questo il divieto, avrebbe perfettamente ragione ma la legge non dice esattamente questo, dice un'altra cosa e cioè, all'art. 2 comma 5 recita:

"5. Gli interventi possono riguardare esclusivamente edifici legittimamente realizzati. Sono esclusi gli immobili che hanno usufruito di condono edilizio".

Ora il primo periodo è quello che dice lei, cioè gli edifici abusivi non possono essere oggetto di premio. E ci mancherebbe altro!
Ma il secondo periodo dice che sono esclusi anche gli edifici condonati. Ora lei converrà che un edificio condonato con legge dello Stato non ha più lo status di edificio abusivo ma è perfettamente legittimo.
Questa è, vivaddio, un principio fondamentale del diritto in uno stato liberale e "laico". Un condannato che abbia scontato la sua pena o che abbia goduto di un'amnistia riacquista tutti i suoi diritti. Se così non fosse vorrebbe dire che lo Stato non punisce un "reato" ma un "peccato".
Il peccato, infatti, è eterno e solo Dio lo può perdonare.
Ecco, la Regione Sicilia, ha assimilato il reato al peccato e ha condannato i peccatori alla dannazione eterna.
Immagino che lei non abbia letto perfettamente la legge, e avrebbe la mia comprensione perché tutte le leggi sono noiose e anch'io le leggo solo quando strettamente necessario.

Adesso mi consenta una nota polemica, non per lei ma per la classe politica. La stessa norma è presente nella analoga legge della Regione Toscana, dove il catto-comunismo è di casa.
Mi domandavo, in effetti, come mai questa stessa norma fosse fatta propria dalla regione Sicilia e mi rispondevo che forse era in ossequio all'imperante moralismo. Ma lei me l'ha chiarito: emendamento del PD.
Diventerà mai "laico" questo partito e, soprattutto, rispettoso del diritto? Sento sempre un gran parlare di "legalità" e poi se ne fa strame continuamente.
E' proprio una classe politica impazzita, senza principi e senza coerenza!
Saluti


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13/1/2010

Commento 7758 relativo all'articolo:
Bruno Zevi due lustri dopo di Sandro Lazier
 
Vilma, ho riletto il tuo post con piacere e, aldilà delle rispettive posizioni, apprezzo il fatto che tu dichiari di essere snob, anti-democratica, classista, ecc.
Ognuno è come è e, ammesso e non concesso che tu sia come dici, il riconoscerlo sgombra il campo dalle ipocrisie, contro le quali è irritante il solo discutere.
Come capirai ho già detto molto e anche troppo, dunque non mi ripeto.

A Cusano dico che c'era un tono scherzoso in quella mia battuta e comunque ha ragione: se non c'è la ricetta bisogna trovarla e solo discutendo è possibile.
Adesso però è il momento di passare ad altro e vi lascio a Bruno Zevi.

Saluti a tutti


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12/1/2010

Commento 7755 relativo all'articolo:
Bruno Zevi due lustri dopo di Sandro Lazier
 
Caro Cusano, probabilmente non sono stato chiaro. Io non parlo di giuria popolare nel senso di scegliere un tot di persone e farne una giuria popolare, come nel processo penale USA. Per banalizzare, al Festival di San Remo c'erano le giurie popolari, ma poi chi decideva davvero era il mercato: chi più vendeva aveva più successo. S'immagina con quali criteri verrebbero scelti? Se lo immagina sì, non è vero? Se deve essere così, una parodia di democrazia, meglio lasciar perdere. ll paragone con le giurie dei Tribunali non mi sembra, in realtà, pertinente, perché il giudizio sulla vita, in qualche paese sulla morte, di un uomo, richiede un atteggiamento, un impegno, una tensione morale del tutto diversi. Mi auguro di non dovermici trovare mai.
Io parlo di invitare i cittadini TUTTI ad andare ad esprimersi su quale progetto sembri a loro più adatto tra quelli in gara.
Domanda pertinente la sua: a cosa serve la giuria tecnica se poi alla fine decideranno i cittadini? Io ho già risposto a questa domanda: rimettendo la decisione nelle mani del sindaco, che ho detto non essere un notaio, ma eletto con regolare voto per guidare la città. Lei dirà, ma è chiaro che il sindaco sceglierà il giudizio dei suoi futuri elettori. E' altamente probabile ma non scontato, perché possono esservi situazioni di grande equilibrio o di indeterminatezza in cui, tutto sommato, si può ritenere opportuno affidarsi agli esperti. Possono esserci pochi votanti, ad esempio.
E comunque la giuria tecnica sarà tanto più importante quanto più sarà autorevole, cioè quando apparirà, oltre ad essere, equilibrata. E credo che, sapendo del passaggio successivo, lo potrebbe davvero diventare.
Ma poi......lei vuole tutto scodellato e pronto? Non ho la presunzione di avere la formula chimica esatta in mano, so solo che i composti sono questi, ma non ne conosco le dosi. E chi le conosce!
So anche che i miei clienti il progetto lo vogliono vedere e discutere e criticare e cambiare. E diamo questa opportunità anche ai cittadini che sono i clienti delle opere pubbliche!
Why not?
Saluti

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