7/2/2004
Mi conforta che in molti su questo sito abbiano puntato il dito contro la procedura usata dal comune di Ravello per aggirare il concorso e dare l'incarico a Niemeyer direttamente.
Mi sconforta profondamente che molti dei paladini del cambiamento difendano invece il vecchio, vecchissimo sistema delle clientele.
Al di là dei motivi che stanno dietro la decisione di inventare una procedura fantasiosa per far si che l'auditorium lo facesse Niemeyer (o Rosa Zeccato? ma Rosa Zeccato sara pur iscritta ad un ordine, e l'ordine non dice niente???), forse c'è solo l'amore per l'architettura, forse no, è evidente che si tratti di una cosa inaccettabile, non solo perche aggira una legge (orrenda) come la Merloni, ma perche aggira il diritto di tutti i progettisti al confronto pubblico.
C'è anche chi pensa che i progetti di architettura siano opere d'arte e che quindi, l'architetto come l'artista dovrebbe basare le sue fortune, come era nel Rinascimento, sulla rete di conoscenze "influenti" che riesce a tessere.
Beh, io sinceramente mi illudevo che fosse scontato che in un paese democratico la gestione della cosa pubblica non potesse essere operata con la disinvoltura invece comprensibile per gli incarichi privati o per le dittature rinascimentali.
Voglio dire, se De Masi dovesse fare casa sua non ci vedrei assolutamente nulla di male se facesse una telefonata a Niemeyer e gli desse l'incarico (contento lui...). Un auditorium che costa l'ira di dio di soldi pubblici credo sia una faccenda molto, molto diversa. Perche l'Italia, ci piaccia o no, è un paese democratico e non il Vaticano, o la Firenze del '500 (grazie a Dio). Di conseguenza ci vuole un concorso.
Sono giacobino? Giacobino non so... manicheo senz'altro. Chi sostiene questo auditorium è un malfattore. Punto. Chi ostacola il concorso per l'auditorium è un malfattore, c'e' poco da fare e poco da argomentare. Non si tratta di opinioni, ma di principi.
Poi si può tirare l'acqua a tutti i mulini del mondo (io, al contrario di quasi tutti gli altri, la tiro al "nostro" e non al "mio"). Rimane il fatto che questi 18,6 milioni di euro sono uno scippo operato ai danni di tutti noi. E sinceramente mi è molto difficile solidarizzare con chi si felicita di questo.
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7/2/2004 |
Sandro Lazier risponde
a enricogbotta: |
Caro Botta, io credo che non esista più nessuna seria possibilità di dialogo. Malgrado la generosità con la quale diamo spazio a qualsiasi genere di commento – e molti lettori ci rimproverano questo atteggiamento forse troppo indulgente – alla fine non muoviamo di un pelo le nostre convinzioni e quelle dei nostri interlocutori. Quindi, fatica sprecata.
Si rende conto che veniamo accusati di speculazione, connivenze varie e complicità indegne. Lei ci definisce malfattori punto e basta. E questo avviene in casa nostra, nel nostro giornale e senza nessuna giustificazione razionale. L’articolo di Paolo G.L. Ferrara, infatti, non conteneva nulla di tutto quello che ci viene sputato addosso. Per cui ci siamo scocciati delle stupidaggini, che provengano dal centro, da destra o da sinistra, alle quali non intendiamo più dare spazio e risonanza.
P:S: mi sono permesso di togliere il link che ci ha segnalato in virtù di questa rinnovata tendenza editoriale.
- Sandro Lazier |
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31/1/2004
Cara Arianna,
la questione della procedura seguita nel caso di Ravello è molto importante perché ha dimostrato una cosa che i meno ingenui di noi già sapevano da molto tempo: che le leggi possono essere aggirate.
A Ravello hanno fatto i disinvolti per molti motivi, il primo è evidentemente il principio "padroni a casa nostra", a dispetto di tutto e di tutti.
La legge 109, che giustamente citi, è stata bypassata con una tale disinvoltura ed eleganza che lasciano attoniti: Niemeyer "regala" al comune il modellino e qualche schizzo, passati sotto le mentite spoglie di "opere d'arte", quindi non si tratta di un progetto di architettura (e la 109 con le "opere d'arte" non ha nulla a che fare), dopo di che il progetto definitivo viene firmato formalmente dall'architetto dell'ufficio tecnico di Ravello, Arch: Rosa Zeccato. Due piccioni con una fava: in giro si dice che il progetto è di Niemeyer per gli ovvii motivi di pubblicità, ma nella forma la firma l'ha messa l'arch. Zeccato. Ora, se io fossi l'Ordine un po' mi agiterei, e invece...
Come afferma il sindaco di Ravello, Secondo Amalfitano: "A Niemeyer è stata affidata una consulenza per la parte architettonica, al di sotto della cosiddetta soglia Merloni, per un importo di 95.000 euro. Si procederà poi con il sistema dell’appalto integrato, previo bando europeo, all’affidamento della progettazione esecutiva e dei lavori".
Resta da chiarire come faranno a tenere fede alla clausola imposta da Niemeyer di essere incaricato della direzione dei lavori (il suo studio, non lui, visto che lui non prende l'aereo e che quindi a Ravello non c'è mai stato né mai ci metterà piede).
L'obiezione sollevata da ItaliaNostra, per chi abbia letto il testo del ricorso, non fa una piega visto che le violazioni alle regole, nel senso più ampio del termine, operate in questo caso sono palesi e numerose.
A me, tra l'altro, piacerebbe che qualche valoroso critico si azzardasse in una critica del progetto in se stesso, ma pare che tutti abbiano tirato i remi in barca su questa questione. Il sindaco di Ravello addirittura definisce Niemeyer il più grande architetto vivente, peccato che lo dica qualunque committente del proprio architetto di fiducia.
L'opera di Niemeyer in Italia c'è già, è la Mondadori e risale al 1968. Nel frattempo, come si è detto, di acqua sotto i ponti ne è corsa, e forse un pezzo di architettura modernespressionista anni '50 a posteriori ce la potremmo risparmiare. Ma come insegnano gli antichi, de gustibus...
sulla vicenda segnalo il sito di Edoardo Salzano, ricchissimo di documenti e links: www.eddyburg.it
per chi avesse mancato la trasmissione di sabato scorso di Ambiente Italia dedicata alla vicenda dell'auditorium:
http://www.ambienteitalia.rai.it
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24/1/2004
Premetto che ho seguito solo distrattamente il dibattito sull’auditorium di Ravello come si è sviluppato qui sulle apgine di antithesi. Ciò nonostante mi permetto di condividere le perplessità che alcuni lettori hanno espresso sulla vicenda a prescindere dal caso specifico del progetto di Niemeyer.
In particolare credo che la procedura adottata per “assegnare” l’incarico per l’auditorium all’architetto brasiliano sia assolutamente discutibile, fermo restandone la leggitimità.
Quindi al di là delle solite diatribe tra fronte del si e fronte del no, mi sembra che il nocciolo vero della questione (non solo di questa e per questo vale la pena discuterne) sta nel fatto che i processi che portano all’assegnazione di incarichi che abbiano un impatto diretto su una comunità avviene in modo o arbitrario o non traspearente, comunque in un modo non democratico.
Allora, ripeto, al di là delle discussioni sul merito del progetto che lasciano il tempo che trovano visto che nessuna delle parti può vantare una qualsivoglia oggettività, l’unica soluzione sono concorsi trasparenti e democratici.
Questo, al contrario di ciò che si può pensare, è ben altro che “wishful thinking”, si tratta piuttosto di una cosa assolutamente realizzabile nella realtà e il caso di Ravello può essere un’ottima occasione per aprire la strada a nuove procedure concorsuali.
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21/1/2004
Lo scambio tra Giovanni Damiani e Paolo Ferrara mi ha incuriosito e sono andato a leggere l’articolo di Irma Cipriano.
Mi sembra che il senso dell’articolo, che condivido, sia “basta con questo linguaggio”. Non tanto perche “brutto” o insolente, ma perche completamente inutile.
Giovanni Damiani si irrita e dice che la signorina Cipriano è sostanzialemnte un’ignorante perché non sa che per DalCo “putrefazione” “membra disarticolate” hanno un accezione positiva.
Avrà le sue ragioni per prendersela così, per impartire lezioni a destra e sinistra per dare dei “perdenti” ad altri e non a se stesso. Soprattutto, evidentemente pensa di poterselo permettere. Chissà perché. Forse per lo stesso motivo per cui ritiene che DalCo si può permettere di scrivere emerite scemenze e tutti zitti perché se non si ha studiato quello che dice lui non si può neanche fiatare.
Allora, l’idea di fondo è che ognuno è padrone di avere una sua opinione, anche Irma Cipriano e anche Giovanni Damiani.
Se si difendono i ruoli e le caste però, come cerca di fare Giovanni Damiani, si devono accettare le conseguenze delle proprie scelte, che possono anche essere delle sonore pernacchie provenienti dal volgo ignorante.
Si parla di studiare, ma bisognerebbe anche capire cosa si studia e perche si studia. I percorsi critici sono una nobile impresa, ma infondo, perché ce ne dovrebbe fregare qualcosa dei persorsi critici approntati da chi fa conferenze sul lavoro e sul pensiero di un altro? Cioè, se Tschumi non fosse esistito su cosa la faceva la conferenza il signor Giovanni Damiani? Mi rendo conto che questa è una critica ai critici un po’ vecchia, ma fino a prova contraria i topi di biblioteca non sono architetti.
Quella dello studio è una bella favola che era tanto di moda tra i cosiddetti intellettuali “comunisti” (che col comunismo ovviamente non avevano nulla a che fare), in realtà solo affetti da gravi forme di invidia sociale, arrivismo, e complessi di inferiorità, come Tafuri, Cacciari e DalCo appunto. Lo “studio” era visto come strumento di affrancamanto da condizioni di inferiorità, vera o presunta che fosse: solo una favola però, visto che, come è noto, non si può essere null’altro di ciò che si è.
Chiudo, dicendo che ho trovato gli interventi di Giovanni Damiani, se non si fosse capito, molto irritanti e tipici delle patologie appena descritte, ma soprattutto fondati sulla convinzione, a mio avviso oggettivamente ingiustificata, di potersi permettere di esprimere giudizi riguardo l’ignoranza altrui. Giovanni Damiani non sarà ignorante o forse si, ma di certo è arrogante e antipatico, e studiare tanto temo non avrà nessun effetto positivo su queste due cose.
Saluti
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1/12/2003
Giovanni Bartolozzi scrive:
"Ci spiegherebbe Leon Krier e soprattutto ci dimostrerebbe per quali motivi il movimento ha fallito? E come fa ad essere convito di una simile affermazione?"
Leon Krier ha scritto un bel libro intitolato "Architettura. Scelta o Fatalita" (Laterza, 1995), che credo ricalchi volutamente il famoso libro di Jacques Monod "Il Caso e la Necessita". Krier spiega molto chiaramente le modalita' del fallimento del movimento moderno con argomenti a mio avviso molto convincenti. Alcuni dei quali riguardano lo *spazio* e non la forma, o Forma. Particolarmente illuminanti i numerosi schemi illustrativi che fanno il verso agli schemi di Le Corbusier in "Verso un'architettura" e del suo l'ibro sull'urbanistica.
Un libro che consiglio, a lei come a chiunque, di leggere. Tra l'altro si legge molto agevolmente. Anche perche non si puo' pretendere che vada in giro a ripetere i contenuti di una ricerca ad ogni conferenza o ad ogni inaugurazione di rivista a cui e' invitato. Tantovale informarsi preventivamente sui dettagli delle posizioni di uno studioso.
Il suo intervento suscitera' sicuramente l'apprezzamento di chi gia' la pensa come lei, per partito preso. Si sente il nome di Krier e si sa che si deve essere contrari, a priori.
Pero' non e' stato in grado di convincere chi come me pensa che nelle affermazioni di Krier infondo ci sia molto buonsenso. Magari smentito nella pratica, ma sul piano delle intenzioni io non vedo nulla di deprecabile.
Krier sostiene che una citta' che si espanda oltre un certo livello (che lui individua nella distanza percorribile a piedi in 10 minuti cioe' circa 500m), debba duplicare il suo sistema fatto di "res publica" e "res economica" a fromare la "civitas". Quindi una citta' che quando si espande diventa policentrica, un insieme di comunita' e non divisa in zone funzionali.
"Una citta' non e' come una grande casa. Una casa non e' come una piccola citta'. Un grande complesso non puo' essere un edificio solo. Una citta' non e' fatta di corridoi e di sale, Una citta' e' fatta di strade e piazze, di isolati e di monumenti." (Krier, L.)
Visto che qualcuno cerca di definire l'architettura digitale, qualcun altro potrebbe finalmente chiarire cosa si intende per accademia? perche comincio a pensare che questi siano solo termini alternativi per "noi" e "loro"...
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12/1/2003 |
Sandro Lazier risponde
a enricogbotta: |
Caro Enricogbotta
mi chiedo come sia possibile, malgrado l'assidua partecipazione come commentatore degli articoli di antithesi, che Lei si chieda ancora di spiegare cosa è l'accademia.
Se Leon Krier la convince più di chi la pensa nel modo opposto non c'è nessun problema; sta a lei scegliere a chi dedicare il suo tempo.
Ma sappia che gli attacchi personali o i commenti generici senza contenuti non saranno più presi in considerazione.
- Sandro Lazier |
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8/11/2003
Commento
480
relativo all'articolo:
Design inerba
di
Gianni Marcarino
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Se Sandro Lazier evitasse ti saltare al collo di chiunque esprima la sua opinione forse si riuscirebbe anche a fare un discorso sensato...
Il problema che Giovanni d'Ambrosio solleva e' banalmente importante, quasi ovvio direi, e mi sembra naturale che si stupisca di come a volte (spesso) i problemi piu' basilari vengano sottovalutati o ignorati.
A me l'idea del comodino "vivente" li' per li' e' piaciuta. Poi mi e' venuto il dubbio di aver gia' visto una cosa del genere in una galleria d'arte newyorkese. Al di la' di questo il problema della necessità nel design, ma non solo nel design... nella creatività in genere (di cui forse Lazier ha una visione piu' ampia), e' fondamentale perche' un oggetto non necessario difficilmente sara' amato, quindi usato, quindi prodotto.
L'idea del comodino vivente mi piace (anche se ripeto, non credo sia del tutto originale ne' nella sua attuazione ne nella sua filosofia) perche' infondo risponde a una necessita', è (puo' essere) un oggetto persino utile, anche se al di fuori dall'ambito in cui normalmente applichiamo questa caratteristica ad un tavolo.
La necessità a cui vuole rispondere questo oggetto non e' solo quella di fare il tavolo (compito a cui per altro assolve pienamente) ma di diventare l'oggetto delle cure del suo padrone. Un tamagotchi in forma di tavolo e da certi punti di vista meglio del tamgotchi perche del tutto "naturale".
Come grandi designer ci insegnano, spesso gli oggetti fanno "altro", vanno al di la' di considerazioni meramente utilitaristiche. Un caso su tutti? Il famigerato spremi agrumi di Starck, che egli stesso ha definito non come "spremiagrumi" ma come "rompighiaccio", non perche' lo si usi per rompere letteralmente il ghiaccio, ma perche la sua "stravaganza" puo' servire a far partire una conversazione tra sconosciuti, come ad esempio tra una imbarazzata giovane nuora e la suocera.
Le necessita', lo sappiamo, per un animale evoluto come l'uomo sono di natura molto varia.
saluti
enricogbotta
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8/11/2003 |
Sandro Lazier risponde
a enricogbotta: |
E no, caro Botta.
Io non salto al collo proprio di nessuno. Non mi piace, non è nella mia natura, lo trovo disdicevole.
Ma devo difendere quello che e cosa pubblico e non posso, quindi, ignorare interventi di lettori-commentatori che si abbandonano a pedanterie irritanti. Conosco bene e personalmente Luca Toppino il quale è una persona buona e generosa, che vivrà la sua vita guadagnandosela onestamente con il suo lavoro e con quella generosità e giocosità che invece pare essere estinta presso anche, come ripeto, bravi architetti forse un po’ troppo compiaciuti.
No posso permettere a nessuno di dire “Mi auguro solo che questi nuovi progettisti siano un giorno in grado di mantenersi economicamente con le loro idee e poterle inserire nel mercato economico che è ben diverso da quello che si dice intellettuale.” senza reagire.
- Sandro Lazier |
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4/11/2003
A scadenze quasi regolari mi si invita a scrivere un “un articolo in cui illustri e commenti un opera di questi anni che abbia per me un vero valore nel contesto architettonico di oggi”. Inviti a cui rispondo come ho sempre fatto, e cioe’ dicendo che non sono un critico ne’ ho interesse a diventarlo. Le opinioni che saltuariamente esprimo sono le opinioni di un giovane ricercatore che evidentemente ha le sue idee ma che non pretende in alcun modo di fare della critica seria.
Detto questo, invito chi non l’abbia fatto a leggere il mio intervento precedente su questo tema e a guardare la foto che gentilmente Ferrara ha messo in cima all’articolo a cui questo commento si riferisce. Ora, per conoscere quale sia il potenziale “positivo” (perche poi sia necessario essere positivi non mi e’ chiaro, si legga un bell’intervento di Mara Dolce su newitalianblodd.com http://www.newitalianblood.com/testi/testo121.html) di me stesso si legga tra le righe, meglio se le righe sono tante visto che la verita’ e il significato sono fatti statistici, e si capira’… non c’e’ a mio avviso alcun bisogno di leggere le etichette ne tanto meno di appicicarle su tutto e su tutti.
L’evidente disagio di Saggio (scusate il gioco di parole) e Ferrara si spiega con la difficolta’ a etichettare i miei interventi, credo per altro sia un difficolta' di molti. Il piu’ delle volte, in mancanza d’altro ci si accontenta di definirmi nichilista.
Il fatto che io non proponga opere che reputo valide o significative nel panorama contemporaneo e’ perche ritengo una tale operazione estremamente scorretta. Primo perche qualsiasi opera e’ insufficiente, e questo e’ un principio che bisogna accettare. Secondo perche l’opera e’ contestuale, e per parlarne bisogna parlare del (e conoscerne) il contesto. Un’opera e’ singolare, contestuale e insufficiente, l’opera di un architetto e’ singolare, contestuale e insufficiente, l’opera di un gruppo di architetti e’ singolare, contestuale e insufficiente. In poche parole, di opere di architettura non si puo’ e non si deve parlare. Chi la pensa diversamente da me ne parla e ne scrive, a mio avviso compiendo esclusivamente una mistificazione.
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4/11/2003 |
Paolo GL Ferrara risponde
a enricogbotta: |
Ovviamente, ne sono certo, Botta, quando parla di "mistificazione" si riferisce al suo significato inteso quale "alterazione", e non quale "falsificazione"....
C'è infatti una differenza sostanziale, perchè la critica è certamente soggettiva ma difficilmente può falsificare (o, quantomeno, è facilmente smascherabile), poichè discute su argomenti oggettivi, ovvero disponibili a tutti, e su cui tutti possono soggettivamente esprimere opinioni.
Altro: caro Enrico, credimi, non mi hai messo a disagio (non hai due belle poppe, non hai due belle gambe e, per di più, sei maschietto...il che non mi attira, assolutamente), piuttosto, con i tuoi interventi, dai spunto a temi che andrebbero approfonditi, e se ciò significa "fare critica", bè, anche tu lo sei a modo tuo, così come io (che critico non mi ritengo, ugualmente a te) lo sono quando apro bocca ed esprimo la mia analisi delle cose (anche su due belle poppe, sicuro!).
Ora, se è scorretto proporre opere valide su cui discutere, altrettanto lo è criticare senza proporre. E, nel tuo caso, è ancora più grave, perchè non ti mancano certo i numeri per farlo. Altro che "...giovane ricercatore che evidentemente ha le sue idee ma che non pretende in alcun modo di fare della critica seria". Se così fosse, saresti anche tu "mistificatore", ma quale "falsificatore".
Aggiunge Sandro Lazier
Dice Botta:"...in mancanza d’altro ci si accontenta di definirmi nichilista.[...] In poche parole, di opere di architettura non si puo’ e non si deve parlare. Chi la pensa diversamente da me ne parla e ne scrive, a mio avviso compiendo esclusivamente una mistificazione."
Come volevasi dimostrare.
Tra l'altro, Botta, fin'ora, di cosa parlava se non d'architettura, di filosofia forse?
- Paolo GL Ferrara |
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3/11/2003
Le proposte di Beniamino Rocca e del Co.Di.Arch sono senz'altro sensate. Le condivido. Ma cosi come sono rimangono su un piano puramente idealista e sarebbero difficilmente applicabili (scommettiamo che non saranno MAI applicate?). Le idee che vogliono cambiare uno stato di cose, portare un cambiamento radicale, devono tenere conto degli interessi in ballo, di tutti gli inetressi, e cercare di stabilire un equilibrio diverso. Le proposte di Rocca non saranno mai applicate perche non portanno nessun vantaggio agli enti banditori. Ad esempio, se la procedura concorsuale garantisse al banditore effettivamente la selezione di proposte oggettivamente valide, con il massimo della qualità possibile, beh allora magari sarebbe disposto, in cambio, a offrire una procedura concorsuale trasparente... si tratta di trovare il modo epr rendere questo possibile. Fare proposte eccessivamente idealiste purtroppo non ci porta da nessuna parte.
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2/11/2003
Non ho mai pensato che Gehry fosse la “morte nera” dell’architettura. Un ruolo questo che spetta di diritto a Peter Eisenman, vero e unico artefice dell’intellettualismo autocompiaciuto dell’architettura degli ultimi15-20 anni. Come l’impero del male in guerre stellari, anche le vie dell’intellettualismo estremo introdotto sul volgere degli anni ’60 dalle elucubrazioni di malati di mente (non e’ un insulto ovviamente, ma una diagnosi), influenzati a loro volta da veri e propri psicopatici come Derrida e le premiata ditta Deleuze Guattari, sono infinite. Persino l’estremismo apparentemente opposto del quasi-pop Koolhaas non è altro che uno dei molti strumenti dell’impero intellettual chic dei circoli londinesi e newyorkesi, monopolisti della cultura architettonica della seconda metà del ‘900 e artefici della sua distruzione. Chi sostiene che non ci fosse niente da distruggere, come molti affermano, dice una grossa falsita’. Prima c’era un discorso (e non a caso dico “discorso”) che qualcuno, il Darth Vader Peter Eisenman, si è divertito a fare a pezzettini (prima di lui c’era stati altri ma forse non sono stati cosi’ determinati). Ora sta a noi “mandarli a casa”, o si capisce (leggere: o i giovani capiscono) che è *obbligatorio* liberarsi di questi fardelli o presto “architettura” non vorra’ dire piu’ assolutamente niente.
La frasedi Eisenman citata da Ferrara/Lazier non dice nulla sul lavoro di Gehry. Dice molto sul lavoro di Eisenman “in confronto” al lavoro di Gehry… siccome non mi interessano ne’ l’uno ne’ l’altro preferisco estrarre i temi che potrebbero essere interessanti dal contesto del lavoro di un qualsiasi artefice particolare.
In particolar modo il tema critico che mi sembra evidente è la scala. Un po’ di tempo fa ho ascoltato una intervista a Philip Johnson, grande amico/nemico (a certi leivelli nessuno e’ amico di nessuno…) di Gehry (con il quale cenava una volta alla settimana in una specie di loggia massonica dell’architettura newyorkese alla quale presenziava persino Cesar Pelli, a certi livelli sono tutti amici), di Eisenman, di Koolhaas, di Zaha Hadid, nonche di Frank Stella e Richard Serra. In questa intervista fatta nella proprieta’ di Johnson nella suburbia incantata di New Canaan (dove persino Koolhaas in visita esclama “what a nice place!”), lo Zelig dell’architettura parla di una scultura di Stella che ha nella sua galleria e dice: “e’ bellissima, intricata, la guardo e mi immagino piccolo piccolo che cammino su questi pezzi di metallo lucente, posso passare sotto questo punto, salire qui sopra, sedermi in questo punto”. La descrive come uno spazio architettonico, ma anche come un paesaggio. Serra nelle sue sculture da sfogo a queste suggestioni creando spazi molto meno intricati di quelli miniaturizzati di Stella dove pero’ non sono richiesti sforzi di immaginazione e l’esperienza e’ sensoriale. Gehry coniuga il desiderio di Johnson di entrare nelle sculture di Stella con la scelta di Serra di rendere questo sogno possibile anche a costo di semplificare lo spettro di esperienze possibili. Nel lavoro di Gehry secondo me non c’e’ molto altro. La tecnica costruttiva, l’efficienza tecnica (come l’acustica della WDCH) o la funzionalita’ degli spazi sono compiti che qualsiasi Corporate Firm potrebbe adempiere altrettanto bene. Gehry ha successo perche quello che deve funzionare funziona, quello che deve svolgere un compito svolge quel compito quello che deve essere efficiente e’ efficiente come in un edificio di KPF o SOM. In piu’ ci aggiunge la sensibilità di dare forma al desiderio di abitare uno spazio immaginario, meglio se a una scala imponente. Il che fa anche in modo che i soldi in piu' che vengono spesi per un progetto di Gehry rispetto a uno di SOM rientrino in cassa con il "ritorno di immagine". Nel momento in cui una di queste due condizioni venisse meno finirebbe anche il clamore per un architetto per ora bravo a fare l'equilibrista, non certo a innovare.
Ora provate a prendere un foglio di carta, accartocciatelo per bene e poi provate a scrutarlo e immaginatevi a camminare sulle superfici inclinate, passare sotto gli aggetti, sedervi su uno scoglio che da sul vuoto di una caverna candida. Gehry, Stella, Serra… non vi servono.
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31/10/2003
Evidentemente il signor Fadda pensa di potersi permettere di insultare le persone che, come me, pensano non ci sia nessuna utilità nel dire cose del tipo:
"Il capolavoro gehriano conferma che la moderna cultura architettonica è pienamente immersa nelle problematiche del mondo contemporaneo, non si lascia irretire né dalle fughe a ritroso né da quelle in avanti. Non persegue rigidi formalismi e disdegna le forzature ideologiche."
Quello che scrivi cos'e' se non ideologia? Dici di "analizzare" l'impatto sul contesto ma evidentemente l'analisi (caratteristica tipica del pensiero filosofico statunitense, ma piu' del New England e poco consono ai surfer californiani) non sai neanche dove sta di casa:
"A parte il valore dell'opera in sé è interessante analizzare l'impatto con il contesto.
La competizione per la Hall viene tenuta nel 1988 e già da subito si punta ad un'opera di qualità che funzioni da stimolo per la rinascita di downtown che ha conosciuto un'inarrestabile declino sin dagli anni '30. L'effetto Bilbao è di là da venire ma la Disney Hall ha il potere di mettere in moto un processo che negli anni si rivelerà lungimirante. Nel 1990 viene realizzata la sinuosa scalinata di Bunker Hill opera di Lawrence Halprin, nel 1993 Pershing Square su progetto di Legorreta, nel 2003 la nuova cattedrale cattolica di Moneo ed è tuttora in costruzione la nuova sede del dipartimento dei trasporti della California, opera di Thom Mayne."
Questa la chiami analisi? Questo e' un elenco di opere che tu dici "innescheranno" (quindi non lo hanno innescato, quindi non e' un'analisi ma una previsione...) un processo che si rivelerà lungimirante... che cosa vuol dire questa frase? assolutamente niente, aria fritta che tu chiami analisi. Quale processo? Dici a priori che a posteriori dovra' essere considerato lungimirante (visto che solo a posteriori si potrebbe affermare una cosa del genere...)?
Dopo dici che l'impatto e' positivo perche ha riattivato l'interesse degli investitori (tu li chiami investitori ma in america ci sono quasi esclusivamente speculatori) immobiliari... come dire... Britney Spears e' meglio di Pollini perche vende di piu'. Tutte idiozie caro Fadda. La Spears e' monnezza tecnicamente e commercialmente perfetta come tutta l'architettura di "successo" dei nostri giorni. Pollini e' un altra cosa, e forse un Pollini... in architettura... oggi non c'e'.
Poi ti lanci nelle lodi del liberismo normativo, della libera imprenditorialità pianificatrice, pure follie.
"Anche lo SCI-Arc, l'istituto di architettura diretto da Moss, lo scorso anno si è trasferito da Venice a downtown, dopo aver scartato altre possibili sedi. E Moss ha giustificato la scelta proprio per il clima dinamico che anima ormai il cuore della città." Ti dimentichi di dire come proprio Moss stia asfissiando una scuola una volta vero luogo di libertà (si parla ormai di molti anni fa). Proprio Moss mi vai a citare, la figura piu' accentratrice, egocentrica, con smanie di controllo totale che ci sia... Ma forse Moss neanche lo conosci.
Riguardo alle citazioni dei giudizi (come mai citi solo quelli positivi? di negativi non ce ne sono stati????) sull'opera in questione, compi un'operazione di bassisimo marketing che ricorda molto il costume delle case editrici di appiccicare i giudizi positivi su un libro, dati da recensori "amici", in qarta di copertina. appena vedo una roba del genere so gia' che il libro forse e' meglio non comprarlo. Quella che fai non un'operazione critica. Tanto valeva che scrivessi che sta schifezza di Concert Hall a te piace tantissimo. Il che e' legittimo tanto quanto l'opinione di chi pensa che sia, appunto, una schifezza.
Per quanto concerne i tuoi patetici commenti riguardo a pisciate controvento etc ti consiglio di 1. fare delle ricerche sulle persone con cui a che fare prima di blaterare risposte che possono solo coprirti di ridicolo e 2. specialmente per le cose sui nanerottoli e i giganti, ti consiglio di vedere un analista che potrebbe sicuramente aiutarti con i tuoi evidenti complessi di inferiorità.
Detto questo, credo che antithesi dovrebbe includere le email degli autori degli articoli cosi come accade con gli autori dei commenti. Se infatti il sig. Fadda avrebbe potuto tranquillamente risparmiare le sue inutili sciocchezze scrivendomi in privato, cosa che ha inopportunamente deciso di non fare, io purtroppo ho dovuto rispondere pubblicamente e lo avrei volentieri evitato.
saluti,
enricogbotta
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31/10/2003 |
Mariopaolo Fadda risponde
a enricogbotta: |
Comprendo benissimo il disappunto del sig. Botta: è la reazione tipica di chi soffre di complessi di inferiorità e vuole che tutti siano o cani o porci. Come comprendo il suo livore ed il suo disprezzo per l’opera gehriana anche se una visitina all’opera prima di sputare sentenze non avrebbe guastato. Non sarebbe servita a fargli cambiare idea (gli italiani si sa sono tutti d’un pezzo) ma avrebbe, se non altro, dato credibilità alla sentenza che invece è stata emessa in contumacia. Se le riuscisse di farla eseguire, per la lapide le consiglio questo epitaffio “Qui giace un’opera pseudo-moderna concepita da un inetto architetto californiano e giustiziata da un’incompreso genio italico”. Dubito che quella sentenza vada mai in porto per cui esprimo sin da ora tutta la mia solidarietà al genio incompreso.
Comprendo anche il fastidio per le pressocchè unanimi recensioni positive dell’opera da parte dei critici di architettura della stampa americana ma “che ce voi fà” dicono a Roma. Per la prossima inaugurazione di un edificio di Gehry il sig. Botta potrebbe consigliare quei critici così poco allineati al suo credo di scrivere recensioni negative. Le voci contrarie? Quando si svolse la competizione internazionale gli ambientalisti protestarono perchè l’edificio avrebbe aumentato i consumi d’acqua e gli scarichi nelle fogne comunali. All’inaugurazione una dozzina di manifestanti a protestare contro l’opulenza borghese.
Diceva Wright “La creatività non solo è rara ma è sempre rischiosa”, il quale aggiungeva “Nessuna gelosia regge il confronto con la gelosia professionale”. Ma nel nostro caso mi pare che Gehry abbia ben poco da preoccuparsi della gelosia professionale del sig. Botta.
D’altra parte tra dieci, venti, cento anni la Disney Hall sarà ancora li a testimoniare la straordinaria creatività di Gehry ma chi mai si ricorderà delle sentenze del sig. Botta?
Gilmore, McGuire, Broad sono speculatori edilizi nella stessa misura in cui lo è il sig. Botta. Ne’ più, nè meno. Hanno però il torto di essere americani: quindi delinquenti innati. A quando il gulag per questi insaziabili pidocchi?
Postilla: Perchè mai dovrei scrivere le mie considerazioni e ricevere i commenti in privato? In privato solo gli amici, al largo gli invadenti esibizionisti.
La polemica finisce qui.
- Mariopaolo Fadda |
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30/10/2003
Bella quest'ennesima disputa tra chi ingiustamente loda Gehry e chi ingiustamente lo disprezza. Gehry e' clamorosamente sopravalutato e solo in funzione di questa sopravalutazione si e' conquistato una schiera di detrattori accanitissimi. Di Gehry, al contrario di cio' che i piu' pensano, non c'e' proprio niente da dire... ne' di bene ne' di male. Certo e' che comincia ad annoiare e nel momento in cui la noia avra' il sopravvento il buon Gehry finira' nel dimenticatoio come le scarpette Prada della stagione passata. Sfido Mariopaolo a riconoscere 5 dettagli di 5 progetti di Gehry degli ultimi 5 anni... sono tutti uguali. "Superficialemente" uguali si dirà, certo uno sara' un centro ricerche un altro un museo... ma sono fatti con lo stampo... sono la stessa cosa. Questo basta, a mio modo di vedere, per mettere una bella lapide sul lavoro di Gehry, una pietra sopra il Guggenheim, il cuore in pace ai messianici adulatori e ai disfattisti detrattori, e cambiare discorso.
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30/10/2003 |
Mariopaolo Fadda risponde
a enricogbotta: |
Diamine siamo stracolmi di architetti che “superano” le avanguardie e non ce n’eravamo accorti. Abbiamo fior di spiriti critici che “leggono” le opere senza averle neanche viste perchè "capiscono" tutto per dono divino e non ce n’eravamo accorti. Con simile patrimonio umano e intellettuale dovremmo essere ai vertici della cultura mondiale e invece navighiamo nei bassifondi. Come mai? C’è evidentemente qualcosa che non quadra.
Zevi aveva provato per primo a spiegare il perchè "Assai piu’ dei loro colleghi stranieri, gli architetti italiani servono quasi esclusivamente il potere, la chiesa, il principe, l’oligarchia, lo stato, la classe egemone, la quale, chiusa in se stessa, si occupa del benessere popolare solo per quanto basta a difendersi dalle rivolte."
Un’altra spiegazione la troviamo nell’ignavia intellettuale e morale che gli impedisce semplicemente di capire cosa accade fuori dal loro miserabile, rinsecchito orticello.
Un’altra ancora è in quel vezzo goliardico di esibire sempre e comunque tutta la propria mediocrità soddisfatta e compiaciuta.
Se a tutto ciò aggiungiamo il gusto di sentirsi “fichi” nell’attaccare (di fa per dire) un grande i conti tornano.
Si sforzassero di studiare, capire, meditare l’opera gehriana? Nooooo! Loro ci pisciano sopra. Ma non hanno l’accortezza di farlo in favore di vento e a pisciare controvento ci si ritrova inzuppati.
André Malraux, commemorando Le Corbusier, disse che era la personificazione della più grande forza rivoluzionaria dell'architettura moderna "perché nessuno fu più a lungo e pazientemente insultato". Ora ci provano con l’architetto californiano ma per mettere la lapide sul suo lavoro dovranno attendere ancora qualche secolo.
Se questo è il livello dei detrattori il buon Gehry può dormire sonni tranquilli: questi nanerottoli non sarebbero in grado di salirgli sulle spalle neanche se si sdraiasse per terra.
Troverei ben più di 5 dettagli ma questi giochetti infantili di gente che non crede in nulla non mi interessano.
- Mariopaolo Fadda |
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17/9/2003
Un articolo molto bello (ringrazio G. Antonietti per averlo segnalato e Antithesi per la sua pubblicazione). Purtroppo e' diffusa tra gli architetti l'abitudine di vedere con sospetto lo scambio di idee con gli altri: un atteggiamento auto-lesionista incomprensibile e anacronistico in una professione che vive e trae la sua ricchezza solo dall'interazione.
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25/8/2003
Delle volte è veramente paradossale come si eviti di risolvere delle situazioni palesemente assurde quando la soluzione e’ gia’ bella e pronta.
Condivido l’insofferenza nei confronti degli ordini professionali (e pensare che neanche sono iscritto) e nei confronti degli ordini degli architetti in modo particolare. Sono assolutamente favorevole alla loro non obbligatorieta’ e d’accordo con il sorgere di libere associazioni.
Una riforma della professione pero’ non credo possa limitarsi alla riforma degli ordini, ma debba coinvolgere anche una riforma dei percorsi formativi (non solo l’universita’, ma anche l’apprendistato e la formazione permanente).
Allora un esempio “forse” valido e’ il modo in cui funziona la professione dell’architetto negli USA. 1. La NAAB (National Architectural Accreditation Board) detta le linee guida per l’elaborazione dei curricula universitari per i corsi professionalizzanti in architettura, che vengono elaborati in modo indipendente ma seguendo queste linee guida, dalle varie scuole, pubbliche e private. 2. Dopo il conseguimento di un titolo di studio accreditato dall’NAAB l’aspirante architetto deve svolgere un piano di apprendistato, di lunghezza variabile a seconda delle sue esperienze pregresse, per un periodo da uno a tre anni. L’NCARB ( National Council of Architectural Registration Boards) stabilisce le modalita’ secondo cui si svolgera’ l’apprendistato che deve necessariamente coprire una varieta’ di aree in modo che il candidato faccia esperienze su tutti gli aspetti della professione e che deve essere svolto presso professionisti abilitati. 3. L’NCARB notifica il raggiungimento dei credditi necessari per l’accesso all’esame di stato al candidato il quale puo’ quindi iscriversi all’esame nello stato dell’unione in cui intende svolgere l’attivita’ professionale. L’esame e’ diviso in tre sezioni amministrate con modalita’ differenti in momenti separati. Una volta superato l’esame il candidato riceve la licenza per praticare in qualita’ di architetto nello stato in cui e’ stata conseguita e in tutti gli stati in cui sia riconosciuta la “reciprocita” della licenza. Durante la sua carriera ogni architetto registrato e’ tenuto ad accumulare un certo numero di crediti formativi che si acquisiscono in vari modi (corsi di aggiornamento, attivita’ di insegnamento, prove di aver letto determinati articoli pubblicate su riviste di settore etc.), pena la perdita della licenza.
Va sottolineato che il titolo di studio non e' obbligatorio. In caso non si sia in possesso di un titolo di studio per accedere all'esame di stato sono necessari 10 anni di esperienza professionale.
Un architetto registrato e’ libero di iscriversi o meno all’American Institute of Architects, un’associazione libera non obbligatoria, che offre numerosi vantaggi ai propri iscritti (ad esempio offre contratti standard per regolare i rapporti tra architetto e consulenti, imprese, e clienti). Ma non ha nessun potere nello stabilire tariffe professionali massime o minime, ne’ ha, come ho detto, nessun carattere di obbligatorieta’.
Perche’ non prendere le cose che funzionano meglio e adottarle dopo averle magari ulteriormente migliorate (se possibile)?
http://www.ncarb.com/
http://www.naab.org/
http://www.labor.state.ny.us/business_ny/employer_responsibilities/olcny/architec.htm
http://www.op.nysed.gov/arch.htm
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14/8/2003
Colgo l'occasione per segnalare un mio intervento su questo argomento apparso il 25 luglio 2003 su newitalianblood:
Mi sembra che le reazioni a questa legge siano inspiegabilmente titubanti. Ancora piu' inspiegabile e' il fatto che alcuni siano addirittura soddisfatti. Ma forse sono io a non aver capito le vere intenzioni dei ministri Urbani e Lunardi (si perche la leggere sulla qualita' architettonica e' un giano bifronte gia' alla nascita).
Forse ha ragione Beniamino Rocca che vede questa legge come "l'istituzionale presa d'atto da parte dello Stato Italiano del fallimento dell'insegnamento dell'architettura nelle università e del ruolo degli ordini professionali, a tutela del cittadino incompetente in architettura ed urbanistica.", io dal canto mio mi chiedo come si possa interpretarla in questo modo... e gioirne.
Fosse vero (cosa che non e') sarebbe una vera tragedia che a delle carenze educative e difronte al fallimento di un'intera categoria professionale si rispondesse con una oligarchia di nomina politica con il compito di dire cosa e' bello e cosa e' brutto. Una cosa, cioe', totalmente ridicola da qualsiasi parte la si guardi.
E' tuttavia completamente inutile soffermarsi su questioni di carattere filosofico e cercare di capire se stabilire cosa sia il bello e il brutto sia cosa possibile o meno, dal momento che il bello e il brutto, questo e' evidente (almeno per me), non sono cio' che veramente interessa ai promulgatori di questa legge.
Ricordiamoci che i governi Berlusconi sono stati (piu' volte) promotori di condoni edilizi, che non hanno mai avuto una politica di conservazione e preservazione del territorio, hanno avviato uno progressivo smantellamento del patrimonio immobiliare dello stato, hanno piu' volte avanzato la proposta di far gestire monumenti di interesse storico artistico ad aziende private... insomma, quale sia il rapporto del governo con il "belpaese" credo sia ormai assolutamente chiaro.
Poi ognuno puo' sempre interpretare le cose come meglio crede, anche vedere in una proposta di legge assurda, io dal canto mio ci vedo il tentativo di eliminare ogni possibile restistenza alle "opere pubbliche", guarda caso progettate, approvate ed eseguite, dal buon ministro Lunardi. Mi sembra chiaro, se chi stabilisce cos'e bello e cos'e' brutto sono io (o gente nominata da me) il mio grado di liberta' d'azione e' vastissimo.
Cosi' col brutto ci faccio quello che voglio (amplio, allargo, alzo, rado al suolo) e il bello, al massimo, lo sovvenziono... che ne so... Villa S. Martino di Arcore sara' sicuramente bella e magari sovvenzionata perche' e' giusto che il patrimonio architettonico italiano venga preservato... mentre, che so, qualche villa liberty che mi sta proprio all'imbocco del futuro tunnel di Mestre non e' che fosse proprio bella benche con la 89 fosse vincolata... quindi, siccome non e' bella, me la posso togliere dalle scatole.
Ho fatto due esempi di fantasia per cercare di far capire com'e' facile, una volta posti criteri non verificabili, usare le cose a proprio vantaggio in ogni circostanza. E il bello e' che molti "sostenitori" di questa legge hanno sempre parlato male delle soprintendenze, adesso davanti a una super-soprintendenza centralizzata di nomina politica e con potere assoluto non sanno far altro che essere contenti?
Ora, come fa, non un architetto, ma una persona civile a non essere chiaramente e fermamente contraria ad una legge simile?
saluti,
enricogbotta
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14/7/2003
Non sono d'accordo con l'idea di critica, se l'ho compresa bene, che questo articolo presuppone. Mara Dolce a mio avviso investe la critica di ruoli che non le competono. Le accuse di disinteresse nei confronti della periferia urbana andrebbero rivolte agli architetti, non ai critici
La critica non ha nessun ruolo nel produrre soluzioni. Ovvio, molti si illudono che sia cosi, molti, soprattutto i critici stessi, credono o vogliono far credere che la critica serva a migliorare l'architettura. Non è così.
La critica serve solo ed esclusivamente a se stessa e al sistema editoriale che guadagna e fa guadagnare soldi. Una volta che si sia compreso questo, mi sembra evidente che non ci si possa stupire del fatto che la critica non abbia nella sua agenda scopi morali.
"Non c'è da sorprendersi allora, dello scollamento delle realtà tra quello che si vede facendo quattro passi in una periferia urbana e quello che si legge sulle riviste di architettura."
Infatti, non c'è da stupirsi. Come non ci si stupisce dello "scollamento" tra le sfilate di alta moda e il modo in cui la gente per strada si veste e cammina. Sono cose che per definizione non hanno nulla a che fare l'una con l'altra. Anzi mi stupirei di più se questo scollamento non ci fosse. La critica appositamente non parla della realtà perche se parlasse della realtà non interesserebbe a nessuno e questo sarebbe un vero disastro: libri invenduti sugli scaffali, conferenze deserte, siti senza clicks, master senza iscritti, un mucchio di gente a spasso.
Quindi preoccupiamoci piuttosto del fatto che esistano degli "architetti" a cui interessa ciò di cui parla la critica contemporanea, cioè di cose che hanno più a che fare con il gossip e l'haute couture piuttosto che con il risolvere problemi. Se gli interessa questa roba è probabile che agiscano di conseguenza, cioè producano, nel migliore dei casi, haute couture e lascino tutti i problemi come stanno, cioè irrisolti.
Giustamente si finisce sempre a parlare di università. Il problema (uno dei problemi dovrei dire) è che nel nostro paese mancano le definizioni o spesso ci se ne dimentica. Alla domanda cos'è l'architettura gli studenti del primo anno strabuzzerebbero gli occhi, quelli del terzo direbbero "un misto tra scienza e arte", quelli del quinto ti attaccherebbero un pistolotto fatto di citazioni strampalate prese da storici, critici, sociologi, neuropsichiatri etc: due ore di parole per non dire niente.
Ovviamente nessuno gli ha mai insegnato (ammesso che qualcuno la conosca) la definizione di architettura. Quella che hanno insegnato a me è la definizione di architettura che dà lo stato di New York:
http://www.op.nysed.gov/archguideintro.htm
"The practice of the profession of architecture is defined as rendering or offering to render services which require the application of the art, science, and aesthetics of design and construction of buildings, groups of buildings, including their components and appurtenances and the spaces around them wherein the safeguarding of life, health, property, and public welfare is concerned. The services include, but are not limited to consultation, evaluation, planning, the provision of preliminary studies, designs, construction documents, construction management, and the administration of construction contracts."
L'architettura è un servizio che va offerto nel rispetto e nella salvaguardia della vita, della salute, della proprietà e del benessere collettivo.
Si delinea allora una generazione di critici da "allevamento" intorpiditi dal benessere da residenza-centro-storico, con pose da intellettuali scontenti e da avanguardia, ai quali i lacci dell'empirismo stanno troppo stretti. E' una critica "bene" che si occupa di architettura da salotto, teorizzata, parlata, metaforizzata, sognata, proiettata, futuribilizzata,che non ha tempo per la realtà.
Insisto, la critica è da "allevamento" per definizione.
enricogbotta
http://www.quantumarchitecture.net
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22/5/2003
Prendo spunto dalle proposte di Luigi, che trovo tutte molto sensate, per fare alcune riflessioni.
Riguardo sulle webzines italiane di architettura ho già espresso il mio punto di vista su NIB http://www.newitalianblood.com/testi/testo120.html). Qui vorrei sollevare una questione di fondo: non e’ forse giunto il momento di ripensare completamente l’idea di rivista on-line in termini innovativi? Infondo è quello che newitalianblood ha cercato e sta cercando di fare (Luigi mi correggerà se sbaglio), ma visto che questo tema si è presentato nuovamente con forza, forse è il caso di porsi obbiettivi ancor più ambiziosi.
Innanzitutto il panorama dei siti di architettura in Italia è eccessivamente frammentario, eccessivamente perché questa frammentarietà non è giustificata da un’effettiva diversificazione né del contenuto, né della forma, né tanto meno dell’approccio generale ai temi dell’architettura.
Allo stesso tempo, e proprio per questi motivi, non c’è un reale pluralismo e il rischio è quello di contribuire al formarsi di un sistema chiuso e auto-referenziale.
La direzione verso cui ci si deve muovere a mio avviso è quella che porta verso i due estremi, e cioè da un lato verso la concentrazione degli strumenti in un vero portale acritico, auto-organizzatensi e personalizzabile; dall’altro verso l’atomizzazione della presenza web individuale.
Benissimo, la mia proposta è di azzerare tutte le “riviste” web, chiamarle per quello che di fatto sono, cioè iniziative individuali (con questo non intendo “di un individuo”, ma caratterizzate da limiti di espandibilità), e far confluire tutto in un “sito unico” che sia in grado in questo modo di catalizzare l’interezza del contenuto di architettura presente sul web per quel che riguarda teoria e progetti.
Questo “sito unico” ovviamente non avrebbe fini di lucro, sarebbe completamente acritico, sarebbe fondamentalmente un puro “mezzo” all’interno del quale possono aver luogo tutte le iniziative particolari di cui Luigi parla, che si svolgerebbero tutte in maniera democratica e trasparente. Non avrebbe gerarchie (direttore, vicedirettore) che sono, nella maggior parte dei casi, puramente fittizie e comunque insensate.
Un “sito unico” sarebbe l’unico strumento a mio avviso in grado di innescare un vero processo di partecipazione attiva che sul web italiano non esiste. Nonostante le statistiche che i “direttori” delle webzine sciorinano ogni qualvolta se ne presenta l’occasione e’ un fatto che gli attori su questo palcoscenico sono pochi e sono sempre gli stessi. Io imputo questo alla frammentarietà e alla mancanza di “massa critica” nonché di diversificazione biologica tra le varie proposte web.
Ognuno è e deve essere un punto di emissione. Bisogna assolutamente promuovere la cultura della partecipazione attiva in prima persona, della condivisione. Questo ovviamente è un invito che dirigo principalmente a chi ha la possibilità di lavorare con gli studenti, visto che è nella scuola dove si deve in primo luogo abituare i giovani alla partecipazione attiva. E’ un fatto però che ci vogliano anche delle condizioni locali adeguate, cioè i siti devono essere attrezzati con gli strumenti giusti in modo da favorire la partecipazione.
Un “sito unico” dovrebbe quindi avere un altissimo grado di interattività e di personalizzazione, sarebbe quindi principalmente uno sforzo tecnico più che uno sforzo critico. Una volta avviato però vivrebbe di vita propria.
Beh che ne dite? Una bella utopia? Non credo in realtà è una cosa tecnicamente fattibilissima e per di più molte delle caratteristiche e di questo “sito unico” non sono mie invenzioni, sono i risultati di numerose ricerche sull’evoluzione di siti internet condotte negli ultimi anni… ma lo stesso non funzionerà mai. Perché?
Molto semplice: l’età, la carriera, i titoli di studio, le amicizie, l’autorevolezza, l’autorità, le gerarchie, i gemellaggi, i favori fatti e ricevuti etc. etc. non conterebbero più niente. “Questo sarebbe un bene…” direte voi, e invece no, è un male. E’ il peggiore dei mali per chi ha lottato anni per guadagnarsi i suoi privilegi e adesso cosa volete fare buttare tutto alle ortiche? Eh si perché potrebbe anche succedere che un ordinario di disegno dopo aver pubblicato un suo saggio su questo “sito unico” venga contraddetto da un perfetto nessuno, e magari la maggioranza degli altri perfetti nessuno di a questo signor X manforte. E a quel punto il povero professore che si è sudato la sua cattedra dovrebbe accettare la figuraccia? No semplicemente ritira il suo saggio e sul sito unico non ci mette più piede, in più farà di tutto per screditarlo e dire che è una buffonata “è assurdo l’opinione di un signor X valga tanto quanto la mia”.
Siccome i professori e comunque chi ha un po’ di potere è gia in partenza molto più furbo, in certe situazioni neanche ci si fa a mettere. E quindi il “sito unico” non va da nessuna parte. Perché tra l’altro non fa comodo neanche al direttore della webzine digitale perché, che diamine, si lavorerà pur per qualcosa… “Io nel mio orto son direttore, nel “sito unico” sono uno dei tanti, chi me lo fa fare? Se il mio orto va bene ci guadagno io, se va bene il “sito unico” ci guadagnano gli altri, che assurdità”.
Però potrebbe succedere l’impossibile e il “sito unico”, che è stato fatto bene, che è veramente acritico, che è veramente interattivo, diventa punto di riferimento e il traffico, si sa, fa cambiare idea a molti.
Insomma forse è un’utopia, ma infondo google esiste.
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13/5/2003
Ci riprovo...
Prendo atto che Marco Brizzi continua a tacere. E prendo atto che Ugo Rosa persiste nel non comprendere una posizione che pensavo di aver espresso chiaramente. Vediamo se riesco a essere ancora piu' chiaro.
E' vero, esiste una parte attiva della cultura architettonica italiana che e' stata ostracizzata dalla cosiddetta "accademia". E' vero' che per mantenere il suo potere l'accademia ha usato tutti i mezzi.
Gli esclusi si sono organizzati su internet (questo spiega perche gli esponenti dell'accademia su internet non ci sono: molto semplicemente non hanno BISOGNO di esserci), e molti di loro hanno opportunisticamente cavalcato il digitale (che ha acquistato una rilevanza commerciale, cioe' i libri e le riviste VENDONO se parlano di questo argomento) per cercare di sottrarsi al giogo dell'accademia.
Bene, oggi siamo ad uno stadio nello sviluppo di questa fazione di ex-reietti dove essi gia' si sono conquistati molti dei privilegi prima ad esclusivo godimento degli accademici: inviti a conferenze, presenza capillare nelle giurie di concorsi, presenza organizzata nelle scuole.
E cosa sta succedendo? Beh succede che cominciano ad emergere anche in queste fila molti dei comportamenti tipici dell'accademia: la chiusura, l'autoreferenzialita', l'esclusione degli "altri". Nonche' comportamenti discutibili, scambi di favori, e poi sterilita' delle posizioni culturali, provincialismo etc. etc.
Ora, non conosco quali motivi portino Ugo Rosa a una tale animosita' nei confronti di Nicolin e/o di cio' che rappresenta, avra' i suoi motivi. Se i motivi sono quelli che ha indicato nei suoi interventi allora, in quel caso, dovrebbe, a maggior ragione, indignarsi del comportamento di chi da oppresso diventa oppressore.
saluti
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17/4/2003
ah ancora due cose...
1. di pessimo gusto piazzare una foto di Lynn in compagnia di Antonino Saggio, era proprio necessario includere il secondo tanto per far vedere che c'era?
2. la citazione con pacca sulla spalla a Diego Caramma (che ho consociuto alla biennale a braccetto con Prestinenza) e' il solito scambio di effusioni tra "amichetti", tipico della critica italiana. Una cosa assolutamente inutile, fuori contesto, gratuita e decisamente fastidiosa.
E' possibile che nessuno riesca a fare il suo lavoro seriamente senza dover necessariame fare gruppetto "io sto con questi e contro di questi" e spacciare per roba assolutamente imperdibile il libretto, la rivistina, l'articoletto del nostro amichetto di turno?
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17/4/2003 |
Paolo GL Ferrara risponde
a enricogbotta: |
Caro Botta, va benissimo che tu non sia d'accordo su quanto io ho apprezzato Lynn, ma l'insulto gratuito te lo rimando indietro.
1. Saggo non ha bisogno delle mie foto per fare vedere che c'era, soprattutto perchè non gli interessano queste cose (presenzialismi). Saggio, appunto, "c'era" ed è stato importante che ci fosse. E se ci fossi stato tu avresti capito il perchè, dopo avere ascoltato il suo intervento critico su Lynn.
2-3. Pacche sulle spalle a Caramma? Suvvia, diventi davvero patetico con la tua assoluta boria di onnipotente uomo di cultura che tutto sa e che addita tutti quali incapaci, leccaculo etc. Caramma l'ho conosciuto a Ferrara e mi ha convinto la presentazione che ha fatto del suo lavoro. Che poi lui sia "amichetto" di Prestinenza ed io "amichetto" di Saggio...che? ti dà fastidio...? sarai mica "geloso"?! A parte che non siamo "amichetti", non credi che rischi di sprecare le tue potenzialità in queste cose strupidissime? A me non interessa chi frequenti e di chi sei amico ma solo quello che hai da dire in campo architettonico.
La morale a me non la fai, sia chiaro. Dovresti conoscere la mia storia e le mie vicissitudini e poi, forse, ma molto improbabile, potresti fare degli appunti. Vedi carissimo, io non ho mai chiesto niente a nessuno e sfido chiunque a dire il contrario. Comunque sia, cerca di essere un pò meno drastico nei giudizi sulle persone: non certo per diventare adulatore ma, quantomeno, per non diventare ridicolo.
Peccato che la tua battaglia non si limiti ai contenuti (a volte assolutamente ineccepibili) ma sfoci nel pettegolezzo senza sostanza. Peccato.
- Paolo GL Ferrara |
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17/4/2003
Di Greg Lynn si fa un gran parlare da molto tempo. Evito di dilungarmi in risposte punto per punto alle posizioni espresse da Paolo Ferrara nel suo articolo, ma invito (ed e’ questo un invito che estendo a tutti i critici che scrivono e parlano di architettura) ad utilizzare della documentazione grafica chiara a sostegno delle proprie tesi (cioe’ non immagini di viste prospettiche taroccate ma delle sane piante e sezioni, o dei VR realistici se si preferiscono strumenti piu’ intuitivi per chi non sa leggere i progetti). Cosi’ facendo sarebbe molto facile capire (ma forse e’ proprio questo cio’ che si vuole evitare) che un conto sono le belle parole e le piacevoli conferenze, un altro sono i fatti.
E i fatti sono che la “embrionic house” e’ una bolla senza architettura e che il progetto del WTC di United Architects e’ un progetto degno di un approccio alla Kohn Pedersen e Fox. Non ci credete? Guardatevi le piante e confrontatele con quelle di un edificio per uffici sviluppato da una qualsiasi societa’ di progettazione… se trovate delle differenze e’ solo perche Kohn Pedersen e Fox sono piu’ bravi a fare floor layouts efficenti e fanno meno errori. Nel progetto di UA, a parte l’immagine esterna (per altro discutibile) non c’e’ nulla, tanto meno una qualsivoglia innovazione “spaziale”.
Dal punto di vista invece della ricerca pura, delle “idee” che stanno dietro, beh anche li siamo messi molto bene… Greg Lynn e’ molto giovane anagraficamente ma molto vecchio per gli obbiettivi che si pone… cioe’ cerca di fare quello che faceva una certa corrente artistica degli anni ’60 pero’ quaranta anni dopo. Molto piu’ "fresco" (ma sono convinto che nessuno ne ha mai sentito parlare perche' non fa notizia come Greg Lynn) la ricerca di un vecchio signore come John Johansen[1], maestro del moderno “creativo” ora concentrato su un’idea di architettura autogenerata basata sulle nanotecnologie e’ sulla codifica di DNA costruttivi. Persone come Bill Katavolos e Heresh Lalvani, molto piu’ maturi di Greg Lynn, sono molto piu’ radicali e “freschi” nelle loro idee sull’architettura.
Greg Lynn e’ l’ennesimo esempio del dominio culturale delle accademie americane che noi da bravi caproni ci buttiamo giu’ dal gargarozzo pensando che se parliamo di Greg Lynn automaticamente entriamo nel gotha della ricerca architettonica mondiale. Tutte balle, come quelle che questi personaggi raccontano nelle “piacevoli conferenze” che atenei di provincia e irrilevanti pagano a peso d’oro. L’ingenuita’ della critica di architettura italiana mi lascia sempre piu’ perplesso.
A Milano da diversi anni si tiene una conferenza chiamata “Generative Art”[2] alla quale ho avuto quest’anno il piacere di partecipare come relatore, dove si e’ parlato in modo serio di temi come l’utilizzo del computer, l’elaborazione di algoritmi genetici, di reti neurali e quant’altro nell’ambito del processo creativo (architettura, pittura, musica, scultura, design industriale…) beh di quella che e’ una iniziativa scientifica, che ha raccolto interventi di relatori da tutto il mondo, tra cui alcuni dello spessore di John Gero, Michael Leyton e John Frazer, non si e’ detto nulla ne' su antiTheSi, ne’ su Arch’it , ne' da parte di nessuno che dice di essere cosi interessao a questi temi… appena arriva una patacca come Greg Lynn a Ferrara tutti a scrivere articoli… beh, mi sembra che questo la dica molto lunga sul livello su cui viaggia la critica in Italia… roba da Maria de Filippi e Maurizio Costanzo...
1. http://www.generativeart.com
2. http://www.papress.com/forthcoming.html
“Nanoarchitecture presents eleven of John Johansen's most inspired visions. A floating conference center, an apartment building that sprouts form the earth and grows on its own, and a levitating auditorium all demonstrate Johansen's capricious yet thought-provoking ideas. Taken together, they offer an antidote to much of today's form-driven practice.”
http://www.quantumarchitecture.net
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17/4/2003 |
Paolo GL Ferrara risponde
a enricogbotta: |
Per Botta tutto, tranne quello che dice lui, è una "patacca". Bene, registriamo senza scossoni l'ennesimo commento del vero ed unico profeta dell'architettura. Solo un'annotazione: ad antiTHeSi non interessa essere nel gotha della critica: lo VUOI CAPIRE O NO?!!
A differenza tua, io ascolto tutto e tutti e da tutto e tutti cerco d'imparare, il che non significa essere d'accordo. Tu un pò d'umiltà..no...vero? Conoscevo poco Lynn e ho voluto ascoltare quanto aveva da dire. Per quanto riguarda "Generative", ti avevo chiesto di scrivere tu, ricordi? Mi dovevi mandare parte della tua ricerca per pubblicarla...o mi sbaglio?
A proposito di Maria De Filippi: vacci. Tu sarai sicuramente "famoso" un giorno. Non è quello a cui aspiri? Bene, a me proprio non interessa.
- Paolo GL Ferrara |
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5/3/2003
Inannzi tutto si tratta di newitalianblood.com e non .it, credo sia una correzzione doverosa per un sito che merita dei link corretti.
In secondo luogo noto con dispiacere che nessuno ha colto il mio invito a parlare di fatti. Ne Di Petta, ne' Ferrara ne' Torselli ne' D'Organ parlano di fatti... parlano di parole e per di piu' si azzuffano su scemenze.
Non si poteva lasciare l'articolo su NIB nel dimenticatoio? No, Paolo Ferrara lo va a riesumare e lancia una crociata contro il povero Di Petta colpevole di aver espresso un'opinione.
Ho proprio ora finito di tradurre un articolo di Eli Ettia sulle bugie di Libeskind. Questo articolo e' esemplare di come vada condotta una critica architetonica... cioe' mostrando delle prove. E queste prove dimostrano che Libeskind racconta un sacco di storie.
Ed e' basandosi su queste prove che dico che Libeskind e il suo progetto per il WTC non vanno presi sul serio. Ora Ferrara non sara' sicuramente d'accordo, il che va benissimo... che porti le prove a sostegno delle sue idee non solo parole.
ecco il link all'articolo "Le Nove Bugie di Daniel Libeskind" su newitalianblood.com
http://www.newitalianblood.com/testi/testo141.html
saluti,
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3/5/2003 |
Paolo GL Ferrara risponde
a enricogbotta: |
Ogni tanto litigo per scemenze anche con le mie fidanzate, il che significa che è un vizio congenito: chiedo scusa (a Botta e, soprattutto, alle fidanzate...).
Il più è che, così come Botta desidera che i suoi articolo su newitalianblood.com (altra scusa che faccio per avere confuso .it con .com) vengano letti, altrettanto desidera Di Petta.
Dire le cose che ha detto Di Petta non significa dire scemenze: è questo il problema. Difatti la linea di pensiero di Di Petta ha una grande percentuale di seguito, soprattutto nelle scuole di architettura.
Portare le prove? Su Libeskind ho già detto quanto dovevo dire nell'articolo "L'architettura va alla guerra: Fuksas diserta".
Se poi Botta desidera leggere qualcos'altro di mio su Libeskind, sempre su antithesi (con il motore di ricerca) vada a rintracciare "Il dubbio Libeskind".
Forse se ne toglierà qualcuno su di me.
- Paolo GL Ferrara |
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5/3/2003
Ma quale attacco personale. Vediamo di cogliere il senso di queste denuncie. E il senso e' che e' l'ora di finirla di inventarsi delle riviste di cui fare i direttori, in modo da poter inventarsi degli articoli da scrivere su dei geni dell'architettura inventati che cosi poi possono partecipare ai concorsi inventati ad hoc con giurie che inventano motivazioni per giustificare le loro scelte e che determinano vincitori i quali vengono invitati a manifestazioni inventate apposta per invitarli e poter inventare tutti insieme delle nuove invenzioni in cui non ci sia, possibilemente, nulla che rimandi a un fatto concreto.
Quando si sente in giro che il lavoro bisogna inventarselo credo vogliano dire proprio questo. Inventatevi direttori di una rivista e vedrete che qualcuno si inventera' pure un premio da darvi.
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1/3/2003
"Libeskind costruirà il nuovo World Trade Center : il suo progetto ha prevalso su quello del Gruppo Think. "
Libeskind non costruira' il nuovo WTC. Costruira' molte altre cose grazie alla pubblicita' che si e' fatto con questo concorso... quindi mettiamoci il cuore in pace tutti, sia chi pensa che la sua proposta sia un meraviglioso capolavoro e sia chi invece e' convinto che si tratti di una boiata.
L'affermazione di Fuksas sara' anche pretestuosa ma e' vera. Sottolinea una caratteristica comune a tutte le proposte (tranne la seconda classificata, che di fatti NON ha vinto), e cioe' il conformismo mascherato da trasgressione.
"Un qualsiasi proprietario di un terreno agricolo non rinuncerà mai al massimo della cubatura possibile per costruire; e non lo farà mai neanche il proprietario di un terreno edificabile (figuriamoci se ci rinuncia chi è proprietario di sei ettari e più nella down town di New York)."
Beh forse non ti ricordi che il buon vecchio Mies (il cui tipo "High Rise" ha avuto tanto successo in USA proprio per l'ottimizzazione dello sfruttamento di square footage consentito) ha buttato al vento centinaia e centinaia di piedi quadri di superficie commerciale su Park Avenue... Mies ha avuto il fegato di farlo, Libeskind e compagnia cantante questo coraggio non ce l'hanno avuto.
Riguardo invece ai "significati" credo di non poter che essere daccordo con Fuksas. Certi "simbolismi" da kabalah di bassa lega sono puerili, non aggiungono nulla al progetto e tolgono molto a chi con la faccia seria li sciorina come fossero cose significative. Ovvio che agli americani queste buffonate piacciono, ma parlare di "significati" quando in realta' si tratta di un mero fatto numerico (1776 scalini o quello che' etc) o semplicistiche combinazioni e' grottesco.
Libeskind e' sempre piu' una delusione, altro che "Libeskind è un architetto che ci aiuta a misurarci con le irragionevolezze del mondo e della storia. L'architettura, arte costruttiva, solida, razionale e certa per definizione, ha incontrato raramente nella sua storia questa deriva tormentata, difficile e crudele". Di Libeskind e del suo tormento faccio volentieri a meno.
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31/1/2003
IL POTERE LOGORA CHI LO CERCA
Mi sembra che gli sviluppi della vicenda del master di architettura digitale organizzato dall’In-Arch stiano portando la discussione verso un tema che sta diventando a mio avviso sempre più importante: cioè la costruzione (o sarebbe meglio dire i tentativi di costruzione) di nuove nicchie di potere.
I centri “storici” del potere (e con questo intendo la capacità di influire sul successo o meno di individui o indirizzi culturali) sono sempre state le università. Operando una semplificazione, si può dire che però che con l’avvento di internet la centralità del potere accademico si sia incrinata.
Dal momento che uno dei principali strumenti per il mantenimento del potere universitario è sempre stato l’accesso alla stampa ed alle case editrici, è evidente che il nascere di internet ha reso molto più facile per chi fosse escluso da tale meccanismo di costruirsi canali alternativi.
E’ stata questa la storia di architettura.it, ma anche di casa’emmerda rivista che lanciai nel ’96 e rimase on-line per brevissimo tempo, e di tutte quelle che sono venute dopo. Il problema all’inizio (parlo degli anni ’95-’96) era il contenuto, cioè fondamentalmente come fare per differenziarsi dalle riviste tradizionali (casa’emmerda fa chiaramente il verso a casabella di cui voleva essere una rilettura parodistica). L’atteggiamento all’epoca era principalmente polemico (es. La Cucina di Harpo, rubrica su arch’it). Mancava però un contenuto in grado di dare maggior indipendenza ed eliminare il ruolo di referente giocato dalle riviste su carta.
Ecco che arriva l’architettura digitale, il contenuto che mancava. Giustamente incommensurabile con gli schemi critici adottati normalmente, metteva al riparo da qualsiasi possibilità di confronto. A quel punto si aveva un mezzo non controllato dal potere accademico, cioè internet, ed un contenuto incommensurabile, cioè sicuro, cioè l’architettura digitale (qualsiasi cosa si intenda con questo termine). Mancava solo una cosa il pubblico, il consenso.
Pubblico che comincia ad arrivare alla fine degli anni novanta a fronte del successo internazionale di “architetti digitali” come Greg Lynn, Asymptote, Van Berkel, Oosterhuis, Nox, MVDRV, etc., e la rilevanza di scuole come Architetcural Association e Columbia University che hanno spinto fortemente (e cissà perché) il digitale.
Questo nuovo sistema di potere, ancora in fasce sia chiaro, si è ormai configurato agli occhi dei più come qualcosa di decisamente diverso dalla cosiddetta accademia. Forse a causa della sua “freschezza” si è portati ad accreditargli simpatia e a pensare che infondo sia il bene, libero e democratico, contro il male, esclusivo e autoritario, dei professori universitari.
In realtà non si tratta di cose diverse, e il caso del master dell’InArch (ma vorrei ricordare che questo non è il primo caso di iniziative discutibili di cui l’InArch si rende protagonista, è di qualche anno fa infatti l’idea di pubblicare progetti su internet previo, ovviamente, pagamento. Iniziativa chiamata “progetti in rete”, su cui si sviluppò una bella discussione sul gruppo di discussione it.arti.architettura, reperibile su google groups), questa vicenda dicevo, giustapposta allo scambio di corrispondenza tra me e Roberto Silvestri riguardo ad una certa sua condotta scorretta, rivela come in realtà entrambi gli atteggiamenti, così apparentemente diversi, abbiano finalità identiche: costituire un sistema di potere tale da poter determinare il successo di un individuo o di un indirizzo culturale al fine di sfruttarne possibili vantaggi economici. Tutto qui.
Nel caso di Silvestri il potere in gioco è il più classico dei poteri accademici italiani e cioè Paolo Portoghesi, e della sua estensione fisica Marco Casamonti.
Portoghesi e Casamonti hanno una (se non ho perso il conto) rivista ciascuno, sono professori all’università. Questo gli ha permesso di sviluppare una rete di “amici” che fanno i turni in giurie di concorso, organizzano mostre o master a pagamento in cui invitano altri “amici” e a cui la gente si iscrive abbindolata dalla fama dei nomi presenti (fama in realtà auto-attribuita da critiche favorevoli che gli amici si scambiano a vicenda, o premi che gli amici si attribuiscono in occasioni di biennali o quant’altro, esemplare l’inclusione di Paolo Zermani da parte di Paolo Portoghesi nel suo libro intitolato emblematicamente “I Grandi Architetti del Novecento”).
In alcune occasioni questo scambio di favori potrebbe uscire dalla legalità, ma è evidentemente un rischio che vale la pena correre. Conseguenza di questo rilassamento dei costumi, chiaramente mutuato dai ben più sofisticati meccanismi della politica o della massoneria, è la totale inosservanza di livelli anche solo minimi di decoro e di correttezza.
Correttezza che se non fosse mancata avrebbe sicuramente fatto si che l’architetto Roberto Silvestri, vincitore con Marco Casamonti di uno dei dieci premi assegnati dalla giuria presieduta da Paolo Portoghesi al concorso per il rione Rinascimento, avrebbe immediatamente chiamato la redazione del Secolo XIX e avrebbe chiesto la correzione del titolo di un articolo si riferiva al risultato del concorso in questi termini: “Un architetto genovese trentasettenne firma il progetto di un quartiere a Roma”. Titolo palesemente falso.
Veniamo all’InArch. Beh in questo caso i protagonisti sono i fautori del sistema “opposto” a quello appena descritto. Marco Brizzi è il direttore di architettura.it e animatore del dibattito sul digitale (anche se non ha mai cambiato il sottotitolo della sua testata da “rivista digitale di architettura” a “rivista di architettura digitale”). Maria Luisa Palumbo è un giovane critico (i giovani, gli studenti di architettura, sono ovviamente quelli che costituisco lo zoccolo duro del consenso sul digitale e quindi meritano un occhio di riguardo) che si concentra sui temi della rivoluzione informatica in architettura, un tema ovviamente estraneo all’accademia. L’InArch è per statuto una organizzazione estranea all’accademia, quindi ben si sposa con Brizzi e architettura.it e la dott.ssa Palumbo.
Bene, gli strumenti ci sono, i contenuti ci sono, il pubblico c’e’ come è possibile far “fruttare” tutto questo? Ecco il lampo di genio: un bel master a 4000 euro, qualcuno che ci casca ci sarà, c’è gente che si fa fregare da Portoghesi vuoi che non ci sia qualcuno che si fa fregare dall’InArch…?
Perché dico “farsi fregare”? Beh perché il master dell’InArch non ha contenuti che abbiano una qualsivoglia rilevanza… mi spiego.
Io invento una nuova disciplina l’”architettura bottosa”, siccome l’ho inventata io sono anche il massimo esperto vivente di “architettura bottosa”, non vado a nessun congresso internazionale, non faccio alcuna pubblicazione con dei referee su riviste internazionali, non ho neanche un dottorato, ne tantomento un’abilitazione professionale, ma faccio un bel master in “architettura bottosa”.
Normalmente questo risulterebbe in una totale perdita di tempo da parte mia perché nessuno si iscriverebbe mai, a meno che non ci sia una combriccola di amici che fanno un giornalino che cominciano a dire che l’architettura bottosa è eccezionale, poi siccome sono stato abbastanza furbo da essere assolutamente vago su cosa “bottoso” voglia dire, posso anche dire che alla Columbia infondo sono un po’ bottosi e anche in Olanda. Ed ecco che qualche deficiente che mi da 4000 euro per beccarsi un titolo in architettura bottosa lo trovo.
Guarda caso le persone cambiano (a volte no, come vedremo poco più avanti) ma i metodi sono gli stessi. I master esosi in cui si invitano gli amici sono uguali sia nel sistema “accademico” sia in quello digitale (Masp, Master di Progettazione dello Spazio Pubblico e master In Arch). L’idea di costruire un potere editoriale controllato da amici è uguale, in un caso sono riviste di carta nell’altro di bit, ma le tecniche sono le stesse: costruire un sistema incommensurabile di riferimenti culturali (Le Corbusier, Mies, Tafuri da una parte Wright, Bucky Fuller, Sharoun, Zevi dall’alltra)e spingere chi più ci fa comodo (Casamonti, Zermani, etc da una parte, dall’altra Ian+, ma0, cliostraat, nicole fvr, chi e quant’altro faccia comodo all’occasione).
Ci sono degli anelli di giunzione? Luigi Prestinenza Puglisi è presente sia nel master sull’architettura digitale organizzato dall’InArch sia nel Masp organizzato da Casamonti (dove ovviamente è stato invitato anche Portoghesi). Come mai?
Evidentemente Puglisi è un prodotto che vende. Un prodotto che lui è stato abile a costruire con una scelta occulta del target (studenti universitari scontenti dell’insegnamento “classico” ma anche ignari architetti dotati di email che ricevono il suo spam ricorrente, ma evidentemente sa tutto sul digitale ed internet tranne un minimo di netiquette) e di temi. Il fatto che Puglisi si trovi in due contesti così apparentemente diversi la dice lunga su quanto invece ci sia in comune.
Cosa è comune ad entrambi i contesti? beh, il desiderio irrefrenabile di un po’ di fama, un po’ di potere e un po’ di soldi. Al che non capisco perché non si diano alla TV invece che sprecare il loro tempo in faccende che non li riguardano.
Anche se, ora che ci penso… ritiro tutto quello che ho detto.
(Sai mai che se dico che invece sono bravi mi invitino anche a me* a un paio di migliaia di euro me li porto a casa pure io?)
saluti,
enricogbotta.com
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26/12/2002
Paolo Ferrara scrive:
"Di contro, antiTHeSi s'imegna sin da ora a seguire da vicino la didattica del Master, chiedendo a tutti i docenti coinvolti di potere pubblicare gli estratti delle lezioni che terranno nel suo ambito, mettendole a disposizione di tutti."
Beh una proposta senz'altro provocatoria... ma non credo che sarebbe molto corretto nei confronti di quegli studenti che pagando renderebbero il master possibile (visto che da quello che dicono gli organizzatori nessuno ci guadagnerebbe niente da questa iniziativa).
Non sarebbe una cosa giusta insomma. Chi ritiene i contenuti del master di suo interesse e' giusto che si iscriva e paghi il dovuto, non ci vedrei nulla di sbagliato o deplorevole. anche riguardo alle borse di studio non sono per nulla integralista. La scelta di avere o meno borse di studio per "meritevoli" e' una scelta che spetta agli organizzatori e non e' dovuta in nessun caso.
"E se non sarà possibile mettere on line le lezioni,[...] "
e ovviamente non sara' possibile, ci mancherebbe altro...
"Successivamente, sempre secondo la volontà dei singoli, chiederemo ai tirocinanti presso i vari Studi Professionali, di relazionare i lettori di antiTHeSi sullo svolgimento del tirocinio, di darci le loro impressioni, e come e quanto ne saranno soddisfatti"
Questo mi sembra senz'altro un'idea interessante e spero che verra' realizzata.
Vorrei dire anche due parole sulla discussione sul digitale che antithesi sta promuovendo. L'architettura digitale, come la definizione indefinita (che finora solo Furio Barzon ha azzardato, gli va dato atto del suo coraggio) chiaramente dimostra, non esiste, e' solo uno slogan senza articolazione.
Diro' di piu', il digitale appartiene ad un paradigma vecchio. "Being digital" di Negroponte e' stato ampliamente responsabile di "depistaggi" sul digitale (certo non ad opera dell'autore ma da chi l'ha letto in modo superficiale o opportunistico).
Se ci limiatiamo a cio' che digitale veramente significa ci accorgiamo che esso descrive un sistema di rappresentazione astratta dell'informazione limitato all'alternaza di stati 0 e 1. I processi di computazione digitale (cioe' il modo in cui lavorano i processori attualmente presenti nei nostri computer) sono necessariamente lineari.
La computazione parallela (cioe' molto semplicemente il fatto che gli stati di 0 e 1 non si escludano a vicenda) e' praticamente il contario del digitale e forse postula un modo di pensare piu' interessante per gli architetti. Se ci si limita alle manifestazioni macroscopiche come internet, o le tecnologie svillupate per i software 3D o quant'altro Furio indica come stigma del pensiero digitale, beh si manca il bersaglio e si rischia di fare molta confusione.
L'ultima osservazione riguarda il ricorso all'idea di zeitgeist per dimostrare come "l'aggiornamento" dell'architettura al paradigma digitale (che ripeto, non esiste) sia assolutamente necessario e' una cosa che non regge. E per di piu' e' uno dei cavalli di battaglia storici del movimento moderno e di tutte le sue filiazioni che lo hanno seguito (tranne il PoMo), anche se nessuno via ha fatto ricorso in modo cosi' acritico come invece succede oggi.
Non regge perche' 1. bisognerebbe sapere quale sia "lo spirito del tempo" di un certo tempo; 2. bisogenrebbe che questa interpretazione fosse condivisa; 3. bisogenrebbe che fosse condivisa l'idea che esiste un scollamento tra l'architettura e "lo spirito del tempo" come esso e' stato interpretato; 4. bisogenrebbe che si fosse d'accordo che questo scollamento, se esiste, costituisca un problema; 5. Bisognerebbe che si fosse d'accordo sul fatto che colmare la distanza tra l'architettura e il suo tempo sia la soluzione ai problemi che si cerca di risolvere.
Visto che non sussiste nessuna delle condizioni sopraelencate non vedo come si possa avanzare la pretesa che rifarsi allo zeitgeist costitutisca una "scusa" sufficientemente forte per sostenere la necessita' di sostenere digitale...
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15/12/2002
Sono veramente contento di constatare che nonostante i nomi coinvolti in questo master in-forme siano parte dell'ambiente editoriale in rete (Brizzi) della critica "contro" l'establishment (Prestinenza Puglisi) e autori che hanno scritto sulla collana curata dal Prof A. Saggio (Palumbo), ne voi ne Saggio si sono fatti prendere ne da timori reverenziale, ne da facili calcoli di convenienza. Un plauso all'onesta' intellettuale di cui in questo caso avete dato prova.
saluti,
enricogbotta.com
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