Tutti i commenti di Vilma Torselli

 

123 commenti di Vilma Torselli
30/4/2011

Commento 10146 relativo all'articolo:
La Fiera e la Moda di Gianni Marcarino
 
L'oggetto durevole non è necessariamente il più bello, forse è il più solido, certo è il più caro, ma questo, dal punto di vista dell'accessibilità economica da parte delle masse e quindi della divulgazione di un (buon)gusto diffuso ( o al fine della "missione educativa e sociale del design "), è un limite, non un merito.
Le tecnologie si bruciano nel tempo di una stagione non perché imitano la moda, ma perché il progresso tecnologico è più veloce di quello dei nostri tempi di adattamento, non facciamo in tempo ad affezionarci ad una cosa che è già obsoleta, meno sicura, meno efficiente, non ergonomica, non a norma. Ho fatto ricablare la mia vecchia Pavoni, ora è perfetta, non si prende più la scossa, l'interruttore è sicuro, i contatti sono a posto ….. ma fa un caffè da schifo, oggetto cult, durevole, costoso, oggi superato nei risultati dalla più economica delle macchinette per espresso made in Japan che costa un quinto, dura un decimo e magari ha una linea stilisticamente pregevole.
'Design' sta per 'industrial design', il prodotto finale, “inteso come tensione tra funzione, forma, materiali, innovazione” è pesantemente connotato dall'aspetto tecnologico, fa parte del gioco il fatto che il prodotto venga eliminato (butterò la mia Pavoni!) se la funzione alla quale deve la sua nascita non è più assolta al meglio, non c’è niente di male se nel giro di un anno ci orienteremo su oggetti “più aggiornati stilisticamente”, specie se l’aggiornamento deriva da radicali riprogettazioni tecniche (basti pensare cosa ha significato ‘stilisticamente’ la miniaturizzazione dei componenti elettronici per tanti oggetti d’uso comune).

In definitiva mi pare che la sfida del mercato si giochi oggi tra la durata nel tempo di un oggetto di qualità per pochi e la transitorietà di un oggetto usa e getta per molti, già all’origine concepito per una breve durata perché destinato comunque ad essere eliminato per obsolescenza. In realtà io non ci vedo una contrapposizione, ci sono oggetti che appartengono alla prima categoria (lo spremiagrumi di Stark, perché si può prevedere che ancora per un bel pezzo gli agrumi si continuerà a spremerli nello stesso modo) ed altri alla seconda (il rasoio Bic, la penna a sfera). Difficile stabilire dove sta più genialità.
Quando Zanuso ha disegnato la Cubo per Brionvega voleva progettare una radio portatile, vorrei vederlo quello che oggi se la porterebbe …. ed anche se si tratta di un oggetto dotato di intrinseca bellezza, tutto è tranne che una radio portatile e come tale non ha più senso.

Per i nostalgici, resta la rivisitazione operata dal redesign, astuta operazione di 'cosmesi', per dirla con Gillo Dorfles, proposta anche da certa architettura, secondo me da evitare accuratamente.

Vilma


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25/4/2011

Commento 10141 relativo all'articolo:
La Fiera e la Moda di Gianni Marcarino
 

Qualcosa di più interessante ed intelligente sul tema del rapporto moda/design (ma anche arte e architettura) si trova su RAI5 (per esempio 'Il bello il brutto e il cattivo', magazine settimanale sulla creatività italiana, 'Tous les habits du monde', 11 documentari intorno alla moda nel mondo come indicatore visivo della società).



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14/2/2011

Commento 9277 relativo all'articolo:
Rivendichiamo l'AntiPiacentinismo di Antonino Saggio
 
"........ La storia non giustifica
e non deplora,
la storia non è intrinseca
perché è fuori.
La storia non somministra carezze o colpi di frusta.
La storia non è magistra
di niente che ci riguardi. Accorgersene non serve
a farla più vera e più giusta ......"

da 'La storia', di Eugenio Montale.

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3/1/2011

Commento 9224 relativo all'articolo:
Un anno difficile di Sandro Lazier
 
Oltre che una 'cara Signora' (bontà sua) alla quale rivolgere 'garbate riflessioni', sono anche un architetto regolarmente laureata al Politecnico di Milano parecchio tempo fa.
E' incredibile come ancora nel terzo millennio si tenda a rivolgersi alle donne con più o meno celata sufficienza, come ad 'esseri' alieni avulsi dalla società attiva e dalla realtà lavorativa (roba da uomini, sia chiaro, e non da casalinghe di Voghera, che parlino di uncinetto, se proprio devono parlare!)
Non si adombri, caro Signor Errico, mi rivolgo a lei perché per caso me ne ha offerto lo spunto e probabilmente perché oggi ho la luna storta o Saturno contro, prego i maschietti di astenersi da commenti, il mio è off topic, a una cara signora si può concedere.

Saluti
dr. arch. Vilma Torselli


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2/1/2011

Commento 9222 relativo all'articolo:
Un anno difficile di Sandro Lazier
 
Brunelleschi, Bernini, Palladio, Longhena ….. furono per il loro tempo grandi architetti/archistar, portatori di una libertà espressiva tanto dirompente e spiazzante (o eccessiva per alcuni) quanto quella dell'architettura contemporanea. Quanto all'ibridazione dei linguaggi, che si potrebbe anche chiamare interdisciplinarità, forse va ricordato che Michelangelo fu pittore, scultore e architetto, che Leonardo fu artista e ingegnere, che Loos fu architetto, designer, arredatore e stilista, che Nervi fu ingegnere e architetto, che Gio Ponti fu architetto e creatore di piastrelle, che Morris fu architetto, artigiano e disegnatore di carte da parati …… tutti personaggi 'inclassificabili', forse perché geniali, ma così averne!

Invochiamo pure quali partecipanti alle iniziative degli architetti "il gelataio, l'edicolante, la parrucchiera", ma invitiamo anche lo scrittore, il professore, il manager, altrimenti si rischia di fare della demagogia populista, che è forse peggio della cortigianeria.

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19/12/2010

Commento 9211 relativo all'articolo:
Hopeless Monster (Night at the museum) di Ugo Rosa
 
Pietro, l’architettura, nata per rispondere a necessità primarie quali la difesa dai pericoli esterni e dai rigori climatici, riparo ed involucro protettivo per il corpo dell’uomo con la stessa funzione di un 'abito' vero e proprio, secondo Gottfried Semper, architetto e teorico tedesco dell’ottocento, si sarebbe poi sviluppata come architettura ‘abitata’, con etimo appunto nella parola ‘abito’, grazie alla pratica della tessitura, tutta femminile, attraverso la quale veniva costruito l’abito per il corpo. Da lì avrebbero infatti preso spunto le costruzioni arcaiche fatte di strutture intrecciate (tende e capanne), materiali ‘tessuti’ sull’esempio di quanto facevano le donne della tribù.
Al di là della curiosità della teoria, stupisce già a metà dell’ottocento questo approccio antropologico allo studio dell’architettura, che evolve con l’uomo sulla base delle sue esigenze sociali.

In realtà, “ci dice la grammatica che il latino habitare è un verbo frequentativo (o intensivo) di habere (avere). Esso significa, innanzitutto, avere continuamente o ripetutamente. “Abitare” rimanda quindi all’avere con continuità. L’abitante, allora, “ha” il luogo in cui abita…" (Sebastiano Ghisu, “Essere, abitare, costruire, vedere”), e lo “ha” tanto più quanto più lo personalizza, lo rende unico e rispondente all’idea che ha di sé …..”
Anche secondo questa derivazione, l’idea di abitare è strettamente legata all’abitante/possessore, alla sua vita, al suo tempo, alle sue esigenze peculiari e transitorie. In questo senso l’architettura è un ‘bene di consumo’, che muta, o dovrebbe mutare, a seconda delle necessità e delle richieste. Come gli abiti.

Partendo da Walter Benjamin (‘Parigi capitale del XIX secolo ‘ appunti incompiuti del 1925: “Moda e architettura appartengono all'oscurità dell'attimo vissuto, alla coscienza onirica del collettivo ….. architetture, moda, anzi persino il tempo atmosferico, sono, all'interno del collettivo, ciò che i processi organici, i sintomi della malattia o della salute, sono all'interno dell'individuo”), Patrizia Calefato, che si interessa di sociolinguistica, scrive: “C'è un profondo intreccio - poetico, semiotico, testuale - tra la moda e la città, un intreccio che si avviluppa sul nucleo della "strada", per riprendere l'immagine di Benjamin, intesa come il luogo dove il gusto sperimenta l'atmosfera del tempo, come zona di incrocio tra culture e tensioni, come spazio fisico e metaforico entro cui la città acquisisce il suo senso in virtù di pratiche sociali condivise. Dalla "strada", concepita in questo modo, è possibile guardare ai flussi che moda e architettura veicolano e moltiplicano.“
E poi, basta pensare agli edifici e agli abiti del barocco, del rinascimento, del neoclassicismo per rilevare a colpo d’occhio profonde analogie tra moda e architettura. Più o meno consapevolmente, la moda si è caratterizzata nel tempo in senso concettuale, assecondando sempre di più la ‘fluidità’ (passami il termine abusato) del corpo anziché l’esibizione di esteriorità, per giungere oggi ad una disinvolta ibridazione di forme e materiali grazie alla quale “moda e architettura si integrano come stili di vita e forme di estetizzazione del quotidiano.”
E non è un caso che famose archistar firmino i punti vendita di famosi marchi di fashion.


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10/12/2010

Commento 9153 relativo all'articolo:
Hopeless Monster (Night at the museum) di Ugo Rosa
 
solo una breve intromissione in una tenzone che promette di essere interessante: Ugo dice "provate ora a immaginare un padiglione per malati terminali di cancro progettato “à la Gehry”".
Non occorre immaginare, guardate qua
http://www.mrflock.com/eventi/lou-ruvo-center-incredibile-architettura-di-frank-gehry.html
è un centro di salute mentale (si fa per dire) specializzato nella cura di malattie come l’Alzheimer, il Parkinson, la SLA, progettato da Gehry.
Ogni commento è superfluo.

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30/11/2010

Commento 9143 relativo all'articolo:
Hopeless Monster (Night at the museum) di Ugo Rosa
 
Egregio Lenzarini, mi permetto una breve replica.
Anche se qualcuno si ricordasse che il progetto del Maxxi è incompiuto, ciò non cambierebbe le eventuali critiche, specie quelle negative: un progetto incompiuto e mozzato è un progetto fallito, indipendentemente da chi si possa caricare della colpa, o dell’inavvedutezza, o dell’incapacità alla base del risultato. Voglio dire, riusciamo ad immaginarci il colonnato del Bernini realizzato per metà? Colpa del progettista, del papa o di chiunque altro, sarebbe una scempiaggine e basta!
La lettura diagrammatica (così la chiamano) del progetto secondo i flussi di espansione dei fluidi, (http://www.plancton.com/genart/inarch04/Ciclo_acqua.pdf) con tanto di restringimenti, deviazioni e ‘pozzanghere’ (così le chiamano) informative è senz’altro affascinante, quasi romantica: come non ricordare Zygmunt Bauman e la sua ‘società liquida’, dove anche la modernità è liquida, ”un tipo di modernità individualizzato, privatizzato, in cui l'onere di tesserne l'ordito e la responsabilità del fallimento ricadono principalmente sulle spalle dell'individuo" (Z. Bauman, Modernità liquida, 2002)?
E’ una condizione storica, culturale e soprattutto umana, la liquidità, quella stessa che permette di incanalare in flussi sia i fluidi che le persone, entrambi incapaci di mantenere una forma in mancanza di coesione propria. “Vite di scarto”, persone di scarto, arte di scarto, musei di scarto, mutevoli, effimeri, senza domani ….

Ma tornando al Maxxi e alla sua “affascinante corrispondenza spazio-fruitiva con le modalità dell'allestimento museografico: lungi ovviamente dal proporsi come contenitore neutrale e quindi facilmente allestibile, il Maxxi pretende di interagire costruttivamente con l'attività museografica che si svolgerà al suo interno.”

Compito non facile, a giudicare dall’allestimento iniziale, dove “sculture, dipinti e installazioni dispiegano la loro bulimia a muoversi e a rapportarsi con la nuova liquidità territoriale del comunicare architettonico. Affidate attraverso la mano dei curatori ad un nuovo continente senza confini tradizionali vagano e perdono ogni ancoraggio. Sono fantasmi dispersi e sconcertati che si scontrano e si sovrappongono senza una logica, perché nel mondo della rete aperta e dei flussi dinamici non sussiste né storia né tema. Così il tentativo di isolare gruppi di lavori d'arte, raccogliendoli sotto titoli [……] risulta astratto e inutile. Rende superficiali certi insiemi […..] oppure scardina l'impatto mitico di certi interventi […..]. Di fatto questa riduzione di prestazione artistica è il risultato di una contraddizione. Contrappone la fluidità architettonica ad una pratica statica e passiva, decisamente storica: quella del museo, dove conta l'accumulo, cronologico e linguistico, non la comunicazione. Una schizofrenia tra il compito di collezionare il passato e di proiettarsi nel futuro che produce un procedere ibrido su cui riflettere al fine di non rovinare la funzione dell'istituzione. [……] Avendo progettato un'architettura senza confini né territori privilegiati, un corpo quasi sferico in cui tanto le irradiazioni quanto le prospettive non sono riferimento, ma indici erranti di una superficie totale, Hadid ha sollecitato l'affermazione di un'estetica pluralista, che volge lo sguardo a tutti i possibili stimoli dall'Asia all'Africa, dalle Americhe all'India: un invito alla rimozione del locale e nazionale, per un'apertura alla mondializzazione. E qui si concretizza un'altra dicotomia del nuovo museo che manifesta intenti globali, ma è sollecitato a rivolgere la sua attenzione alla dimensione interiore, quella dell'arte italiana, augurandosi una sua potenzialità internazionale.” Così Germano Celant, “Maxxi caos” sull’Espresso e La repubblica del 3 giugno 2010.
L’articolo di Celant smonta facilmente alcune non scontate prese di posizione:
- che l’arte moderna debba necessariamente essere esposta in un museo moderno
- che l’agibilità per flussi sia automaticamente più intelligente di quella per percorsi
- che i flussi spaziali possano essere reinterpretati al variare delle esigenze espositive secondo una flessibilità parallela tra contenente e contenuto che non pare così agevolmente attuabile, come dimostra l’insoddisfacente esposizione di apertura.

Su queste scelte di fondo l’incompiutezza della struttura ha scarsa rilevanza, anzi, la compiutezza forse accentuerebbe le incongruenze.








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10/11/2010

Commento 9134 relativo all'articolo:
Hopeless Monster (Night at the museum) di Ugo Rosa
 
Per Antonino Saggio.
Premettendo che condivido ciò che scrive nell’articolo da lei stesso citato, mi pare vadano aggiunte alcune considerazioni:

L’idea di un museo autosostenibile, che si autofinanzi con introiti propri mi pare assolutamente normale per quei musei americani, circa ventimila, la quasi totalità dei musei sul territorio, che non sono statali, ma sono stati pensati, costruiti e ‘riempiti’ da privati: dal Getty Museum al Whitney Museum ai vari Guggenheim, che hanno dato ‘casa’ ai transfughi surrealisti europei monopolizzandone le opere e creando da zero l’espressionismo astratto americano, ai vari Rothschild, che ne hanno esposto nelle loro sedi bancarie 2500 esemplari, ai Castelli ecc.

Cito dalla rete www.sindromedistendhal.com/LaLente... “I nostri musei hanno ben poco in comune con quelli americani. Sia da un punto di vista istituzionale, gestionale ed amministrativo, sia sotto l’ottica più strettamente legata alla funzione culturale del museo. Negli ultimi anni si deve al noto studioso e direttore della Normale di Pisa Salvatore Settis un impegno attento e appassionato sull’argomento. Ne sono testimonianza due importanti libri (“Italia S.pa.” pubblicato da Einaudi nel 2003 e “Battaglia senza eroi. I beni culturali tra istituzioni e profitto”, una raccolta di articoli e interviste, edizione Electa -2005), numerosi interventi su giornali e riviste specializzate ed infine la recente nomina a presidente del Consiglio Superiore per i Beni Culturali.
Settis è impegnato a dimostrare, innanzitutto, che primo ostacolo all’applicazione del “modello americano” in Italia è una profonda differenza ontologica tra musei italiani e statunitensi.”

Personalmente, forse perché non sono americana, penso che la cultura, come la scuola, debba/possa essere gratuita o anche onerosa, penso che i musei non dovrebbero far pagare il biglietto d’ingresso, che i depliant e il materiale divulgativo sulle iniziative in corso dovrebbero essere regalati ed offerti gratis ai visitatori perché meglio comprendano (un catalogo che costa 50 euro non è alla portata di tutti, delle orrende tazzine con su scritto ‘Tamara de Lempika’ sono inutili, portano soldi all’organizzazione ma non diffondono cultura).
Oggi Guggenheim è una griffe come Prada e Armani, un marchio diffuso nel mondo, a New York a Bilbao a Venezia a Berlino (dove è in joint-venture con Deutsche Bank), una vera e propria multinazionale dell’arte che gestisce la totalità delle opere del ‘900, dal Surrealismo al Cubismo, all'Astrattismo alla Pop Art.
Parallelamente gestisce anche un enorme bilancio per ciò che riguarda l’indotto, vendita di cataloghi, di riproduzioni, gadget firmati, shop museum, guggenheim store, café museum ecc.
Una recente invenzione, che ottimizza la gestione economica e si inquadra in un crescente processo di McDonaldizzazione della cultura cosiddetta globale (nel senso che offre tutto a tutti in modo indifferenziato) è quella delle mostre itineranti (mostra sulla Bauhaus che passa da Berlino a New York, di Tiffany tra Parigi e Montreal, di Hopper da Milano a Roma a Losanna, della mostra sul Futurismo, quella su Hans Hartung ecc.), un unico pacchetto preconfezionato che si sposta da Milano a Roma, dalla Francia alla Germania, con un’organizzazione controllata, efficiente, prevedibile, asservita alla logica di mercato che governa oggi molti fenomeni sociali e culturali (dall'alimentazione al lavoro al tempo libero) .
Sarebbe pensabile e possibile un tale sistema in Italia? Una famiglia ricca e potente che fa incetta di opere e gestisce una catena di musei senza chiedere finanziamenti statali e proponendo una sua libera offerta culturale? Non so se è auspicabile, ma forse, e il MAXXI potrebbe esserne l'occasione, non è da escludere, confidando nel fatto che il supermanager Mario Resca, consigliere del ministro dei Beni Culturali Sandro Bondi, è anche l’ex presidente di McDonald’s Italia. Non ci resta che aspettare.

Il 3 giugno 2009 viene inaugurato a Venezia il museo Vedova, modesto, piccolo, costa solo 1,5 milioni di euro, è il primo ‘museo in movimento’ dedicato a trenta tele di un solo artista italiano, dove “le tele del grande artista veneziano vengono esposte per mezzo di una struttura meccanica che con un movimento circolare le trasporta dal magazzino, in cui sono conservate, nella sala dove gli spettatori possono ammirarle mentre “galleggiano” nell’aria.”
www.veneziasi.it/it/musei-gallerie-venezia...
E’ una novità, anche dal punto dello sfruttamento ottimale degli spazi, la tecnologia è semplice ma efficace, bell’idea, forse Elizabeth Diller l’avrebbe o l’ha apprezzata, qui in Italia nessuno ha fatto una piega.

Voglio dire, per chi vive nella realtà di un paese come l’Italia, dove, ahimé, ha trovato casa il MAXXI, Elizabeth Diller ha inventato l’acqua calda.

cordiali saluti


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8/11/2010

Commento 9131 relativo all'articolo:
Leonardo Ricci. Lo spazio inseguito di la Redazione e Antonino Saggio
 
Forse Socci voleva sapere chi è Carlo Sarno, cioè l'autore del commento , e non chi è Leonardo Ricci (da parte mia confesso la mia ignoranza su entrambi).

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8/11/2010

Commento 9130 relativo all'articolo:
Hopeless Monster (Night at the museum) di Ugo Rosa
 
Questo http://dailymotion.virgilio.it/video... è un divertente Sgarbi-show che forse è sfuggito a Ugo Rosa.

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1/11/2010

Commento 9079 relativo all'articolo:
La modernità, tramite tra passato e futuro di Vilma Torselli
 
gentile Scandellari Valeria, circa la chiusa del suo commento al mio scritto, cito una notizia di oggi pescata in rete: "Mentre l'Europa ha celebrato il 65esimo anniversario della fine della Seconda guerra mondiale la Germania inaugura "Topografia del Terrore" un museo sugli orrori nazisti. Proprio nella vecchia sede di SS e Gestapo". Il titolo: Berlino non dimentica.

Come sempre, l'odio tiene vivo sé stesso attraverso questi musei della memoria.
Solo così fa notizia.

Saluti


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20/7/2010

Commento 8753 relativo all'articolo:
Addio Giannino Cusano di La redazione
 
Sono costernata, come immagino tutti quelli che, come me, hanno avuto il piacere di dialogare con lui sulle pagine di antithesi ed apprezzare la sua cultura, l'intelligenza aperta, la capacità di ascolto, la voglia di mettersi in discussione.
Da ieri siamo tutti un pò più poveri.

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3/6/2010

Commento 8562 relativo all'articolo:
Arte senza senso di Sandro Lazier
 
Cusano scrive: "..... la logica "concettuale" precede quella "poetica" o non è, piuttosto, il contrario? E' il "Cogito" (peraltro vuoto di contenuto, così come lo aveva formulato Cartesio) o non è per caso l'intuizione poetica che fonda la realtà? ....."

Bella domanda!
“…… io credo che buona parte delle prime teorie freudiane fossero capovolte. A quel tempo, molti pensatori consideravano normale e ovvia la ragione conscia, mentre l’inconscio era considerato misterioso, bisognoso di prova e spiegazione. La spiegazione era data dalla rimozione, e l’inconscio veniva riempito da pensieri che avrebbero potuto essere consci, ma che la rimozione e il meccanismo onirico aveva distorto. Oggi riteniamo misteriosa la coscienza, mentre i metodi di computazione impiegati dall’inconscio, ad esempio il processo primario, li riteniamo continuamente attivi, necessari e onnicomprensivi. Queste considerazioni sono particolarmente pertinenti nell’ambito di qualunque tentativo per ricavare una teoria dell’arte e della poesia. La poesia non è un tipo distorto e ornato di prosa; piuttosto la prosa è poesia spogliata e inchiodata al letto di Procuste della logica…..”:
così risponde Bateson, che sintetizza questa sua rivoluzione copernicana in una frase di Pascal: "Le coeur a ses raisons que la raison ne connait pas”.

E ancora: ".... una relazione astratta, ad esempio tra verità e giustizia, viene prima concepita in termini razionali; poi viene tradotta in metafora e agghindata per farla apparire il prodotto di un processo primario.”, invertendo il normale processo, creativo che in realtà, secondo lui, avviene al contrario.

Quindi non è l'arte ad interpretare il reale trasfigurando e veicolando in messaggi irrazionali concetti logici, ma è invece la ragione che si adopera per relazionare con significati consci i messaggi che l'arte ci invia dall'inconscio.

“La natura imita ciò che l'opera d'arte le propone. Avete notato come, da qualche tempo, la natura si è messa a somigliare ai paesaggi di Corot? ” (non è Bateson, è quel burlone di Oscar Wilde)


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2/6/2010

Commento 8559 relativo all'articolo:
Arte senza senso di Sandro Lazier
 
Mi trovo d'accordo con l'analisi di Cusano, se ho capito correttamente tutti i passaggi.
In particolare mi pare assolutamente condivisibile la chiusa finale: "L'arte non ha, come si possiede un oggetto o un che di estraneo, "senso" perché l'arte è essa stessa (il) senso".

Ciò che intendo per senso dell'arte è il suo significato peculiare, diverso da opera ad opera e da artista ad artista, il quale artista produce un intreccio indissolubile tra contenuto e forma che si materializza in un quadro, una statua, una installazione ecc., contenuto e forma che sono propri di quell'opera e irripetibili da altri e anche dal medesimo artefice (non permutabili con altri colori o parole), il che mi riporta alla discussione con Sandro sul linguaggio, che manterrebbe invece nel tempo la sua autonomia anche in presenza di un messaggio obsoleto.
In realtà, il linguaggio, specie per l'arte moderna, è esso stesso, come contenuto e forma, un elemento irrinunciabile del messaggio, con il quale nasce e muore, senza pretese 'universalistiche'.

Che l'artista sia semplice 'produttore' dell'opera mi sembra riduttivo, fare arte implica progettività e intenzionalità, oltre a capacità tecniche oggettive e razionali come la scelta dei materiali, l'uso del pennello, dei colori, dello scalpello ecc.
Van Gogh, indubbiamente artista e indubbiamente malato mentale, ha tanta consapevolezza di ciò che fa che descrive minutamente, nell'epistolario con il fratello Teo, come rappresenterà la sua camera di Arles e persino a quale mercante porterà il quadro, su quale parete della galleria lo posizionarà, sullo sfondo di quale tappezzeria. Con lucida autoanalisi, così spiega al fratello il suo "Caffè di notte": "Ho cercato di esprimere con il rosso e il verde le terribili passioni umane. La sala è rosso sangue e giallo opaco, un biliardo verde in mezzo, quattro lampade giallo limone a irradiazione arancione e verde. C'è dappertutto una lotta e un'antitesi dei più diversi verdi e rossi, nei piccoli personaggi di furfanti dormienti, nella sala triste e vuota, e del violetto contro il blu".

Parallelamente, la fruizione dell'opera d'arte non dipende solo da una sorta di rapimento empatico che per vie irrazionali ce ne fa capire il senso, ma anche dalla possibilità di collocarla entro una sorta di spazio culturale percepito come condivisibile da fruitori opportunamente informati sulle intenzionalità dell'artista che ha eseguito un'opera. E' quanto sostiene Joseph Margolis, filosofo pragmatista poco noto in Italia, interessato alla sociologia e all'estetica, (Art and Philosophy, 1980) che con posizione anti-idealistica (o non idealistica) collega a questo aspetto la comprensione del senso di un'opera d'arte.
Ed infatti se sappiamo che Daniel Spoerri, instancabile nomade intellettuale (poeta, ballerino, coreografo, regista, attore, costumista, organizzatore museale, regista, insegnante all'Accademia di belle Arti di Colonia) è anche appassionato di culinaria (si definisce ‘uomo di teatro e di cucina’), autore di un libro di ricette "Diario Gastronomico"(Grecia, 1966), nonché proprietario fondatore del ‘Ristorante Spoerri’, (Dusseldorf nel '68), probabilmente riusciamo a meglio capire da dove scaturiscano i suoi tableaux-pieges, se sappiamo che Cy Twombly, americano conquistato dal classicismo, già da bambino piccolissimo ripeteva sempre: “Da grande andrò a Roma!” riusciamo a capire il "simbolismo romantico” delle sue potenti sinfonie barocche, né ci stupiremo davanti alla tela tutta bianca di Robert Rauschenberg se la vedremo come contrappunto ai 4’33″ di silenzio di John Cage, amico ed ispiratore.

Edoardo Boncinelli, biologo genetico e molecolare, sostiene il "carattere fortemente sociale della creatività. Per essa occorre anche il riscontro della valutazione collettiva. Essere creativi implica produrre qualcosa di innovativo che appaia utile o comunque rispondente a un bisogno condiviso e che ottenga pubblico consenso per entrambi i termini. Il prodotto creativo, cioè, deve poter essere giudicato dalla comunità in cui l'atto creativo è espresso come innovativo realmente utile. Il successo creativo, pertanto, richiede qualità sociali tali da permettere l'affermazione propria. e dei propri prodotti, e tali capacità sociali possono facilitare un giudizio positivo sull'insieme delle caratteristiche possedute dal soggetto creativo…… “(‘Come nascono le idee’, 2008)
Dal canto suo Gregory Bateson, antropologo, psichiatra, studioso di logica e cibernetica, dice: “Ritengo che sia d’importanza fondamentale possedere un sistema concettuale che ci costringa a vedere il ‘messaggio’ (p. es. l’oggetto artistico) sia come in sé internamente strutturato, sia come parte esso stesso di un più vasto universo strutturato: la cultura o qualche sua parte…… " (Verso un'ecologia della mente 1977)

L’approccio quasi antropologico all'arte che si desume dalle ipotesi sia di Boncinelli che di Bateson immerge l’arte nella contemporaneità, la lega al suo tempo e al suo autore e la libera da ogni necessità di trascendenza verso il passato o il futuro: parafrasando Cusano, l’unico senso possibile dell’arte moderna è quello in cui è stata espressa, la sua avventura, con buona pace di Baudrillard, non è né finita né iniziata, è adesso.


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30/5/2010

Commento 8555 relativo all'articolo:
Arte senza senso di Sandro Lazier
 

Per J.P. Sartre le opere d'arte "sono soltanto 'analoga' materiali delle immagini ideali che costituiscono la vera e propria opera d’arte valutabile”, la quale è una struttura irreale, cioè priva di senso corrente, in grado di rivelare un mondo dell'immaginazione diversamente non accessibile dalla coscienza: gli aspetti materiali e fisici dell'opera sono, insomma, dei catalizzatori per arrivare al 'senso dell'opera'.
Secondo questa interpretazione, il gesto dell'artista si fa senso nell'urgenza della domanda, nella ricerca della risposta, nel segno che lascia, nella ridefinizione di una sorta di 'statuto mimetico' dell'arte.

Arthur Danto parla di "destituzione filosofica dell’arte" e sceglie il pop di Andy Warhol per interrogarsi sul perché qualcosa sia arte e qualcosa di esattamente uguale sul piano percettivo non lo sia: davanti ad una scatola di Brillo dipinta da Warhol non possiamo cogliere la differenza rispetto ad una scatola del supermercato se non concentrandoci non sul suo aspetto fisico, ma sul pensiero, sull'idea che trasforma il mezzo in senso e l'oggetto in opera artistica mediante la traslitterazione dal reale.

"Per usare il mio esempio favorito, nulla indica una differenza esteriore fra la Brillo Box di Andy Warhol e le scatole di Brillo al supermercato. E l’arte concettuale ha dimostrato che non serve nemmeno un oggetto visivo tangibile affinché qualcosa sia un’opera d’arte. Ciò significa che non puoi spiegare il significato dell’arte per esempi. Ciò significa che, in quanto si tratta di apparenze, qualunque cosa può essere un’opera d’arte, e significa che se si cerca di scoprire che cosa sia l’arte, ci si deve spostare dall’esperienza dei sensi al pensiero. Si deve, in breve, voltarsi verso la filosofia." (Arthur Danto, "L'abuso della bellezza" 1997)

Con ciò, l'arte scivola nella filosofia, ma ciò decreta la morte dell'arte?

La s-definizione dell'arte paventata da Harold Rosemberg, la sparizione dell'arte lamentata da Baudrillard, l’arte allo stato gassoso di Yves Michaud, trasformata in 'etere artistico' sono il limite estremo della de-sostanzializzazione dell'arte che, con Duchamp, diventa procedurale e concettuale, acquisendo in ciò autoconsapevolezza e senso.

Non è poco.


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30/5/2010

Commento 8553 relativo all'articolo:
Arte senza senso di Sandro Lazier
 
L'arte ha sempre un 'senso', anche se non si tratta di 'senso comune', quest'ultimo sì che non è obbligatorio.
La decodificazione del linguaggio artistico avviene secondo un 'senso' intrinseco all'opera che non ha niente a che fare con i normali meccanismi cognitivi di cui ci serviamo nella vita quotidiana.

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11/5/2010

Commento 8030 relativo all'articolo:
Arte senza senso di Sandro Lazier
 
Sandro, sono molti i punti del tuo articolo sui quali discuterei, anche se so di non avere la preparazione e gli strumenti per contestarli efficacemente, ma ci provo ugualmente, premettendo che le mie argomentazioni potranno sembrare semplicistiche.
Ti chiedi “che fine fa la verità”, datosi che la mappatura del territorio viene costruita prima di esplorarlo e la rappresentazione dei fatti, scrivi, è “ormai a totale servizio del modo con cui vengono descritti”.
Io credo che i fatti siano nella stragrande maggioranza dei casi ‘fatti descritti’, in tutti i modi possibili, oggi con le simulazioni virtuali, in passato attraverso il racconto di testimoni o storici o cronisti, l’invenzione dei linguaggi e delle scritture hanno permesso la prima, importante decontestualizzazione della storia rendendo possibile raccontare ‘la realtà’ dei fatti anche senza esserne stato testimone oculare.
Da allora la ‘verità’ dei fatti ha cessato di esistere.
Io non sono mai stata a Petra, so che esiste, o almeno mi hanno fatto credere che esista, perché me l’hanno raccontata, fotografata, descritta, oggi me la fanno percorrere con sofisticati mezzi tecnologici di simulazione in 3D, è comunque sempre un racconto mediato, seppure costruito con linguaggi diversi, probabilmente inquinato, come tutti i racconti, dalla soggettività del narratore.
Mi è anche difficile, data la mai ignoranza in materia, discutere sul discorso del linguaggio, al quale attribuisci una sua autonomia strutturale che lo rende sempre autentico e veritiero: da ciò che capisco, lo paragonerei al medium di McLuhan, dotato di una struttura intrinseca che lo straforma da mezzo per esprimere un messaggio a messaggio vero e proprio. E allora, il virtuale non è un mezzo, quindi un linguaggio? Non racconta una sua verità?

Quanto a Duchamp, mi viene in mente una curiosa foto del Baudrillard-artista che fotografa una poltrona nascosta sotto un drappo rosso (dalla mostra ‘Scatti’, Bologna, 2000, http://img104.imageshack.us/img104/8784/baudrillardsaintbeuve19.jpg): che fa, se non decontestualizzare un comune ed insignificante pezzo di stoffa “senza alterarlo in alcun modo […… ] per trasformarlo in oggetto d’arte, consegnandolo all’estetica divorante della banalità.”? Io lo leggo come un ironico e benevolo omaggio al pop, non è proprio una lattina di campbell's soup, tuttavia …..
Quanto a “Il delitto perfetto, così commenta lo stesso autore:“ [……] Voglio dire che la perdita più grave è senz'altro quella dell'illusione, vale a dire di una parte diversa del nostro rapporto con l'esistente. Il concetto di realtà è relativamente recente, contiene un sistema di valori solo da poco consolidatosi. Per contro, mi sembra che l'illusione sia parte integrante dell'organizzazione simbolica del mondo, ed è perciò assai più dinamica. È l'illusione vitale di cui parla Nietzsche, costituita da apparenze, fantasie, e tutto ciò che può essere la forma di una proiezione, come una scena diversa da quella della realtà. E mi pare che essa sia stata completamente eliminata da questa operazione del virtuale che, in parole semplici, io chiamo "delitto" ma che in fondo non è che una metafora un poco esagerata e forse persino non troppo giusta, nella misura in cui non si tratta in realtà di un crimine o di un assassinio in senso simbolico. Quando Nietzsche diceva "Dio è morto", ad esempio, intendeva identificare con l'uccisione di Dio una rivoluzione positiva, se così posso esprimermi, mentre nell'altro caso non abbiamo un omicidio ma una eliminazione, una scomparsa, un annullamento, cosa alquanto più grave. Quanto all'aggettivo "perfetto", esso denota come il vero delitto, come sto per dire, consista nella perfezione, perché vuol dire che è quest'ultima il risultato finale.” (Intervista sul virtuale a Jean Baudrillard, 1999, http://www.mediamente.rai.it/home/bibliote/intervis/b/baudrillard.htm).
Sono convinta che se Baudrillard, per cause di forza maggiore, non si fosse perso gli ultimi tre anni del decennio, avrebbe cambiato almeno alcune delle sue affermazioni.

Sulla felicità della scrittura di F. O. Gehry, sono d’accordo, è senz’altro felice, lui, prima di tutto, che ha il coraggio, la capacità, la possibilità e l’onestà(?) di esprimersi, credo che non ci sia un architetto che non lo invidi!
E’, come dici, una scrittura “liberata dal giogo del significato”, ma io il “confronto sempre leale con la realtà (materiale e sociale)” che sarebbe prerogativa ineludibile dell’architettura non ce lo vedo.
Mi sembra anche discutibile sostenere che la spettacolarità di certa architettura risulti tale perché confrontata con la pochezza dell’arte figurativa che ospita, fra contenente e contenuto c'è, ci deve essere, una tensione reciproca che suggerisca un equilibrio delle parti a beneficio di entrambe, perché si capisca che sono fatte l'una per l'altra.
“who’s the star, the building or its contents?” si chiede Andrew McClellan, storico dell’arte: non c’è dubbio, la star, anzi l’archistar, è sicuramente Gehry !




11/5/2010 Sandro Lazier risponde a Vilma Torselli:
Vilma, ho letto il tuo ultimo scritto “Se questo è un quadro” dove lamenti per l’arte e l’architettura l’assenza di racconto. So, quindi, che non puoi essere d’accordo con me, che propongo una decisa presa di distanza da qualsiasi forma di significato. Il racconto, secondo la mia opinione, non è vietato ma negato, perché non può aver pretesa di contaminare e condizionare il linguaggio artistico o architettonico. L’autonomia “formale” di questo lo rende immune dal giudizio sulle cose che raccontiamo. Si può dire la più grande menzogna o la più grande verità con linguaggio raro o banale indifferentemente. La differenza la fa la “forma” del linguaggio, non la sua sostanza.
Il riferimento a McLuhan non credo sia del tutto adatto. Il linguaggio non è un messaggio o un medium, rimane uno strumento per comunicare che però ha una sua vita propria. Vive e prospera anche quando il messaggio è esaurito.
La poltrona rossa di Baudrillard. In occasione della mostra, su Repubblica del 30 aprile 2009, viene pubblicato lo stralcio di uno scritto del 2004, Ombre et photo, che dice a un certo punto: “La fotografia (…) conserva la traccia di una scrittura d'ombra, quale essa è altrettanto che "scrittura di luce", e dunque il segreto di una fonte luminosa venuta dalla notte dei tempi.
All’autore interessa, in questa fotografia, la relazione tra luce e ombra e il loro dialogo. Il racconto c’è, ma è interno al dialogo luce ombra esclusivamente fotografico. Non ci sono riferimenti altri che al linguaggio. Infatti, dice ancora più avanti: “Ora, bisogna che un'immagine sia libera da se stessa, che sia sola e sovrana, che abbia il proprio spazio simbolico.

Si racconta che Stendhal passasse alcuni giorni di tempo su poche righe dei suoi romanzi. Non era in discussione il racconto, ma la forma con cui veniva comunicato. La letteratura, per rinnovarsi, deve fare i conti con la lingua. L’architettura, per rinnovarsi, deve fare i conti con la scrittura dello spazio, non con i suoi significati.
L’arte contemporanea deve innanzitutto ritrovare il suo ambito formale, il luogo dell’espressione e della sua scrittura.

Recentemente ho visto due immagini piene di significato. La prima riguarda un americano che, per la festa di Halloween, ha indossato un costume da prete cattolico con cucito sull’abito all’altezza dei genitali un bimbo visto da tergo. La seconda è sulla copertina di un settimanale tedesco, dove una classica statua greca tende il pugno rovesciato in avanti con l’indice medio alzato.
La pubblicistica è la vera arte dei significati e queste due immagini valgono molto più di un asino appeso al soffitto di un museo.

- Sandro Lazier

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10/5/2010

Commento 8029 relativo all'articolo:
Costruire con i suoni di Vincenzo Santarcangelo e Sara Bracco
 
vorrei ricordare: 4’33’’ di John Cage, composizione per pianoforte.

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20/4/2010

Commento 8019 relativo all'articolo:
Kairos e modernità di Paolo G.L. Ferrara
 
" ......Il nostro concetto di moderno è ATEMPORALE ed è così che si definisce un atteggiamento, un modo di porsi rispetto al mondo e pertanto in quanto tale non è definibile temporalmente. Altro concetto è quello di crisi. Nel cambiamento delle situazioni si operano grandi e potenti crisi di trasformazioni, sono crisi profondissime , sono crisi che rappresentano la grande difficolta' nel collocarsi.........CRISI e MODERNITA' SI LEGANO, perchè la definizione migliore di modernità è quella che suscita domande e risposte alle crisi..........": sono parole di Antonino Saggio, le ho lette tempo fa e confesso di non ricordarne l'esatta collocazione (magari ce la può indicare lui stesso).
Mi pare che ci sia una certa 'circolarità' con l'articolo di Paolo Ferrara.

Però sto leggendo il libro cercando di dimenticarmene, perché sono contraria al fatto di seguire, in qualsiasi lettura, le 'istruzioni per l'uso'. Saluti
Vilma

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14/4/2010

Commento 8006 relativo all'articolo:
Architettura e modernità di Brunetto De Batté
 
Ma Zappalà, lei non ha capito niente della mia replica a Tanzi, anzi, se devo essere più precisa, credo che lei faccia fatica a capire qualunque cosa.
Il tema che Tanzi propone e che io ho raccolto, il rapporto uomo/macchina, creatività/tecnologia, è uno dei filoni portanti del dibattito culturale di tutto il '900, indipendentemente da ciò che sta scritto nel libro in questione, e lei me lo liquida come 'arroganza salottiera'? Ma dove è stato fino ad ora?A cosa crede pensasse lo stesso Antonino Saggio quando ha scritto "Introduzione alla rivoluzione informatica in architettura", "Frank O. Gehry, Architetture residuali", nonché svariati articoli sul tema? Se li è persi tutti? La sua, Zappalà, non è semplificazione, è ignoranza.

Per il resto, credo che qui nessuno voglia esprimere 'giudizi', ma solo pareri ed opinioni, i giudizi li esprime lei, che arrogante lo è davvero, con una grossolanità che lascia ben poche speranze circa la profondità del suo pensiero, le sue conoscenze e la sua educazione.

Le lascio un aforisma facile facile, si sforzi, vedrà che riuscirà a capire: "Quando il dito indica la luna, l'imbecille guarda il dito".

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14/4/2010

Commento 8010 relativo all'articolo:
Architettura e modernità di Paolo G.L. Ferrara
 
Giannino Cusano, ciò che intendevo dire è che, con l'avvento delle tecnologie informatiche, il rapporto tra medium e messaggio o opera creativa significante del pensiero dell'artefice, si è talmente assottigliato che oggi il paragone con il fabbro che curva il ferro di Horta o il falegname che curva il faggio per Thonet e il tecnico informatico è improponibile.

C'è infatti una differenza fondamentale tra il fabbro che martella fino a domare il ferro secondo il disegno fornito da Horta, azione sostanzialmente copiativa, e il tecnico che utilizza i nuovi mezzi digitali, differenza costituita dal fatto che questi ultimi possiedono una loro "intelligenza", attivabile attraverso l'applicazione di programmi di funzionamento anche molto complessi, con i quali l'utilizzatore si deve relazionare.
Per riuscirci non è indispensabile "conoscere" il programma, bisogna però saperlo "usare", e forse per la prima volta nella storia della tecnica, la seconda cosa è più difficile della prima.

Le nuove tecnologie digitali sono a base visiva, pongono al centro della comunicazione e della elaborazione l'immagine e non il testo, lo fanno il cinema, la televisione, l'arte digitale e, almeno in parte, l'architettura.
Con queste premesse è evidentemente sempre più difficile stabilire quanto il risultato sia attribuibile al cervello che ha pensato quel tal progetto o a quello che ha escogitato ed utilizzato al meglio gli strumenti che lo renderanno leggibile e realizzabile.

Questo mi sembra anche il senso del commento di Pietro Pagliardini.

Horta senz'altro non conosceva neppure l'artigiano che curvava il suo ferro, mentre Gehry deve lavorare gomito a gomito e in perfetta sintonia con il suo programmatore, del quale non può fare a meno (mentre Horta si poteva rivolgere indifferentemente a vari fornitori).
In questo senso mi chiedevo che farebbe Gehry se il suo programmatore andasse in pensione (non essendo tanto facile sostituirlo quanto un fabbro), ipotizzando che, in tal caso, potesse tornare alla professione di quando era uno scultore di belle speranze povero e sconosciuto, il camionista, appunto ( "Povero ebreo arrivato a Los Angeles dal Canada nel 1947, guida un camion per mantenersi agli studi ...." da una pagina di Antonino Saggio http://www.arc1.uniroma1.it/saggio/filmati/bilbao/Page.html)



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13/4/2010

Commento 7999 relativo all'articolo:
Architettura e modernità di Brunetto De Batté
 
Tanzi scrive “….edifici "pionieristici" progettati secondo una logica compositiva fortemente influenzata dai mezzi informatici, (mediateca di Sendai ed altro), offre una panoramica sulle ricerche interdisciplinari che coinvolgono l'architettura contemporanea e questo credo che sia un merito del libro.”
Anche se non ho ancora letto il libro, accetto a scatola chiusa questo suo merito.
Tuttavia mi viene spontanea la stessa riflessione che ho fatto quando ho letto in rete un articolo di Saggio, non ricordo dove, che parlava di un libro che un autore americano ha scritto sul modo di procedere di Gehry e su come dai suoi schizzi, che, diciamocelo, lasciano piuttosto a desiderare, i suoi esperti informatici ricavino progetti comprensibili e fattibili con sofisticati programmi grafici.
Devo dire che mi sfugge come la scintilla del genio si trasferisca dallo schizzo sommario al progetto finito e mi pare che il clou di tutta la faccenda sia nel mezzo: voglio dire, chissà quanti giovani architetti in grado di sbizzarrirsi con la matita e un foglietto di carta ci restano sconosciuti perché non hanno i tecnici di Gehry che trasformano i loro scarabocchi in musei, centri commerciali o auditori, chissà se il genio di Gehry sarebbe venuto alla luce senza l’accurata operazione di maieutica di uno staff che magari di architettura capisce poco, ma che con il computer fa magie.

Non voglio rispolverare l’antico dilemma del rapporto tra arte e scienza, irrisolto quanto quello di stabilire se sia nato prima l’uovo o la gallina, ma mi pare che Saggio prenda la faccenda da un certo punto in avanti, senza porsi il problema principale, cioè se quello che ne viene fuori sia architettura.
E’ un po’ come dire di un artista che è un gran pittore, peccato che non sappia usare il pennello!
Gehry fa degli schizzi eufemisticamente mediocri, per fortuna c’è chi sa usare il pennello al posto suo.

Oggi il medium e il messaggio sono talmente intrisi l’uno nell’altro (Mac Lhuan non ha parlato invano) da risultare inscindibili, il nocciolo della questione sta, secondo me, nel come relazionare le abilità (o le disabilità) tecniche con l’atto creativo della mente in modo che le une siano indispensabili all’altro e viceversa.

Da casalinga di Voghera: se non ci fosse il computer e chi lo sa usare con consumata maestria, Gehry sarebbe un architetto (o un 'creatore di sogni', come da spot a firma di Sydney Pollack) o sarebbe destinato a fare il camionista?


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25/3/2010

Commento 7962 relativo all'articolo:
Architettura e modernità di Brunetto De Batté
 
effettivamente, sono d'accordo con Marrucci (una volta tanto!): un bello spot pubblicitario, non c'è che dire, complimenti a A.S., che leggo da sempre con assiduità e piacere, ma soprattutto a lei!

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13/1/2010

Commento 7756 relativo all'articolo:
Bruno Zevi due lustri dopo di Sandro Lazier
 
Il dibattito Pagliardini-Cusano ha finito per indurmi in tentazione, voglio dire la mia.
Però, come Pietro sa, poiché l'argomento è tutt'altro che nuovo, mi prendo l'arbitrio di ripetermi con un mio post sullo stesso tema comparso sul blog di Giorgio Muratore, Archiwatch.
Da allora, infatti, il mio parere non è cambiato, e neppure quello di Pietro, pare!

A proposito di … Giurie popolari …
Vilma Torselli, … rispondendo a Pietro Pagliardini, … così commenta:

Forse deludendoti, devo ribadire (rispondo a Pietro che mi ha citata in modo puntuale) che non ho nessuna fiducia nelle possibilità di apporto costruttivo, almeno in campo urbanistico-architettonico, da parte delle casalinghe di Voghera: una volta mi hai scritto che ti sembravo un po’ snob, forse avevi ragione, può essere che sia anche antidemocratica, presuntuosa, classista ecc. , non ho difficoltà ad ammettere, con tutto ciò che questo comporta, i miei personali pregiudizi negativi sulla necessità/possibilità di progettazioni partecipate da chicchessia.
Ho visto da vicino i mitici anni ’80 della Milano da bere, consigli di zona, comitati di quartiere, tavole rotonde, seminari aperti e tutto il repertorio del populismo ipocrita travestito da democrazia, da una parte platee di metalmeccanici, bottegai e casalinghe disperate che improvvisandosi progettisti sparavano fesserie fuori tema, quasi sempre dettate da contingenti interessi personali (l’asilo, o il parco o il minimarket, perché non lo facciamo vicino a casa mia? e su quella strada, perchè non ci mettiamo un semaforo così appena esco dal portone posso attraversare? analogamente per il tracciato del metrò, la fermata del bus, il parcheggio dei negozi ecc.), dall’altra parte palchi di demogoghi imbonitori che fingevano di trovarle intelligenti: se la cosa avesse veramente funzionato oggi dovremmo avere città diverse, più vivibili, le città dei cittadini, invece il tempo passa e vediamo ancora i soliti architetti, soliti politici, soliti palazzinari ….
Nulla è cambiato, as time goes by, Lui, nella sua eternità di celluloide, continua a fumare la solita sigaretta e Sam suona ancora la solita canzone, sempre quella.

La nostra legge urbanistica è la più vecchia, la più farraginosa, complicata, vincolante e restrittiva di tutto il pianeta, abbiamo il maggior numero di centri storici e di siti protetti da vincoli storico-ambientali, paesaggistici e artistici, una miriade di sovraintendenze, associazioni e fondazioni che mummificano ogni tentativo di cambiamento ostinatamente propensi al non-intervento a prescindere, questa è la realtà entro la quale si deve districare un progettista oggi, ci mancherebbe pure che ci si mettesse la giuria popolare a dire la sua.

Ho letto da qualche parte che nei parchi giapponesi, le pavimentazioni dei percorsi pedonali vengono posate sulle tracce lasciate dal calpestio dei passanti sull’erba, il che, se non è una leggenda metropolitana, costituisce un piccolo ma illuminante esempio di integrazione sui generis tra progettazione pubblica ed esigenze della comunità in un paese che non è certo noto per i coinvolgimenti popolari a qualunque livello.
Questo esempio minimale mi porta a dire che, forse, l’architetto debba essere prima di tutto un cacciatore di tracce, un segugio che scopre i segni che la gente lascia nell’ambiente senza neppure rendersene conto, quei ‘percorsi’ spontenei derivati dall’uso e dalle abitudini di una comunità, deve trovarli, analizzarli, decifrarli e trarne le conclusioni sotto forma di un progetto nel quale, in qualche modo, quelle vecchie tracce siano recepite e identificabili: non dico che sia facile farlo, dico anche che l’architetto non può né deve operare da solo per conto di Dio, non basta stare sul campo, ha bisogno di opportune integrazioni che vengano dalla sociologia, dall’antropologia, dalla statistica, dalla storia, dalla psicologia, da tutta una serie di discipline umanistiche che si occupano dell’uomo nel suo ambiente.

E non di una platea di incompetenti che gli fornisca non tanto informazini utili, quanto un alibi per un eventuale insuccesso, quello, sì, condiviso.


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