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147 commenti di giannino cusano
13/2/2010

Commento 7787 relativo all'articolo:
Regalo di Natale 2008. A Marco Casamonti di Paolo G.L. Ferrara
 
Gli Ordini? Ma se lì ha sede la Cupola , cosa ci si aspetta che facciano? Che sconfessino i propri affiliati tradendo sé stessi? Sia chiaro: quando dico "affiliati" non mi rifersico indiscriminatamente a chi è iscritto; dico solo che la Cupola ha il suo nocciolo infetto in una polpa viva che ne viene pian piano fagocitata. Gli Ordini vanno abrogati dal basso: con la scure, se è necessario. Ma la vedo difficile. Il livello di corruzione e di degrado civile del paese è ormai al di là di ogni immaginabile soglia. Il che significa che siamo pronti ad accettare supinamente qualsiasi avventura cieca e illusoriamente salvifica.

G.C:

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13/2/2010

Commento 7789 relativo all'articolo:
Regalo di Natale 2008. A Marco Casamonti di Paolo G.L. Ferrara
 
Renzo, sono convinto da tempo che gli Ordini vadano abrogati. La vedo dura, ma ne sono convinto. Il resto di quelllo che hai scritto, benché vi colga come un flash, un barlume di vita, francamente non l'ho compreso nemmeno affidandomi ai lati più captanti del mio pur pullulante inconscio :)

Ciao
G

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31/1/2010

Commento 7775 relativo all'articolo:
Il Piano Casa in Sicilia e il Ponte di Messina di Leandro Janni
 
Caro Pagliardini,
comunicare non è così semplice, nella vita: In genere bisogna replicare e controreplicare più volte per comprendere i reciproci messaggi, se ce n'è la violontà, reiterandoli.

Non credo di averle mai attribuito una sporta di difesa d'ufficio dei condoni. Lei scrive :" un edificio condonato per legge è un edificio regolarmente autorizzato: può non piacere ma è così." Ecco: è così ma. piaccia o no, questo è un gravissimo buco legislativo: un errore. E in un sistema civile gli errori legislativi vanno corretti. Tutto qui, il mio pensiero. E il suo mi è, ora, più chiaro: il che non è che un bene.

Mi permetto un'ultima serie di considerazioni, dato che questa non è una conversazione privata ma pubblica, credo che serva ricordare alcune cose.

Se guardiamo i dati, sono davvero sconfortanti: nei 2 anni che precedettero la legge 45/87, per il solo fatto che se ne attendeva il varo annunciato "urbi et orbi", gli abusi (in 2 anni!) in Italia furono 230000 (duecentorentamila!). A Ischia gli edifici abusivi, integralmente o no, sono stati 60000 (sessantamila) negli ultimi 10 anni, per lo più gestiti da 64 clan camorristici che hanno trovato la California nei condoni. Non è che un esempio.

Non è per autocitarmi, ma solo per narrare un'esperienza diretta tra tante. Negli anni '80, anche in concomitanza della Mostra-Convegno all'In/Arch "La città vuota", che contribuii ad organizzar e nella quale esposi con altri 31 giovani, feci una durissima battaglia a Roma al fianco dei giovani imprenditori. Erano figli e nipoti dei palazzinari romani, ma segnarono un cambio generazionale di rilievo perché non si trattava più di persone che al massimo avevano la terza elementare. erano tuitti ingegneri e architetti con una cultura ben diversa. L'immobilismo ambientalista, in quegli anni, chiedeva il blocco totale delle licenze edilizie. I giovani imprenditori chiedevano, invece, a gran voce l'atttuazione e il rispetto del PRG del 62, quelo di Piccinato, per capirci. Era una posizione assai responsabile, ma il clima di paralisi era tale che la malavita organizzata (e non dei semplici poveracci bisognosi) gestiva l'abusivismo persino nelle borgate. 500000 (cinquecentomila) vani abusivi solo a Roma. E lo dissi senza mezzi termini a un noto esponente di Italia Nostra in un dibattito pubblico: voi siete responsabili del clima che ha portato a 500000 vani abusivi a Roma, nonché alla devastazione dell'Agro e dei Comuni limirtofi, a scopo preventivo da parte di chi non trova casa nella Capitale e si riversa a frotte a Monte Porzio piuttosto che a Morlupo o a Mentana. Le lascio immaginare cosa successe alla mia uscita. A ogni buon conto, quegli imprenditori che chiedevano semplicemente il rispetto e l'attuazione del PRG, si sono visti spesso e volentieri anche incendiare le auto.

Allora: tutto giusto, tutto fila, nel suo discorso, a patto di integrarlo con alcune cose. In questo clima, che è pure peggiorato di molto da quegli anni, io non me la sento di sostenere che un abuso sanato riporta chi lo ha commesso e l'edificio nelle stesse condizioni di chi ha costruito con regolare permesso. In USA chi riporta capitali dall'estero esportati clandestinamente, paga non il 5 ma il 40% e viene iscritto in un apposito registro e tenuto d'occhio a fucili spianati. Ma se non fa rientrare i soldi e lo beccano, sono guai molto più seri. Parliamo di un paese che considero assai libero e democratico, personalmente: non certo di Cuba, della Cina o del Vietnam.

Credo che il danno che l'abusivismo comporta su un bene scarso, e a pubblica tutela come il suolo, vada ben al di là degli oneri concessori e poco altro, di scarsa entità: tanto che l'abuso conviene e paga. Se conviene, non è questione di inasprimento della pena ma di inadeguatezza sanzionatoria. Trovo auspicabile, allora, che l'istituzione di pubblici registri, consultabili anche in Internet, degli immobili abusivi, nonché un registro di chi li commette, come misura transitoria per passare a un regime di prevenzione e repressione vera degli abusi. Nonché andrebbe introdotta l'impossibilità ( non retroattiva, ovvio) di accedere ad altri benefici, per quell'edificio, come ampliamenti di cubatura concessi per legge (non per variante di piano)..Credo che la commerciabilità degli edifici abusivi, benché sanati, subirebbe un colpo notevole. Certamente, in via formale, lei ha ragione. Ma l'efficacia e l'effettività delle leggi è tutto, o quasi: quale che sia il colore delle regioni in questione. .

L'affermazione di Janni forse è stata un po' troppo succinta, ne convengo, ma il tema era altro e complesso. A ogni modo, la ringrazio per l'attenzione e la pazienza: credo che essersi soffermati su questi temi, benché collaterali ma pertinenti e non trascurabili, sia servito e serva. Mi fermo anch'io, anche perché non avrei molto da aggiungere.

Cordialmente,
G.C.


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30/1/2010

Commento 7772 relativo all'articolo:
Il Piano Casa in Sicilia e il Ponte di Messina di Leandro Janni
 
Caro Pagliardini, lei mi attribuisce affermazioni non mie. Mai invocate leggi e pene più severe in vita mia. Sto solo parlando di certezza del diritto e della sanzione. Non mi interessa se a praticare condoni "integrali" è la destra o la sinistra. Mi interessa che è dall'85 che andiamo avanti a condoni: sono 25 anni. Con la legge '47/85 si disse che si faceva un grande condono che avrebbe messo fine agli abusi. Infatti si è visto.
Lei fa il garantista all'incontrario: parte dalla coda ma non si interroga sui presupposti.
Le ho citato l'esempio della 765/'67 . per chiarire come in Italia sia passato il "principio" della più totale discrezionalità. Che è la negazione del diritto. Non mi dica che non sa come vanno certe cose: si lasciò alla totale mercé di ras e potentucci locali la gestione degli abusi edilizi. Ed è chiaro che a quel punto chi ha i propri clientes-elettori tra i cittadini che lo votano, mai e poi mai reprimerà i condoni.

Lei invoca il Fascismo, la pretesa di perfezione e altri discorsi del genere.
Salvo presumere un'umanità perfetta quando si tratta di giudicare gli esiti dei concorsi di architettura: allora non ci sarebbe miglior giudice, a sentire lei. Strana contraddizione, le pare? .

Evidentemente, dunque, per lei in Inghilterra, Francia, Germania, Danimarca, Svezia, Olanda vivono uomini quasi perfetti, dato che l'abusivismo edilizio è un fenomento di proporzioni assai modeste rispetta all'Italia. Io non penso che lì vivano uomini quasi perfetti: penso,. laicamente, che qui in Italia, specie in campo edilizio e urbanistico, si legiferi male. E quando in un paese si legifera male, invocare le leggi dello Stato quasi fossero il Vangelo senza chiedersi come funzionano, da quale logica perversa scaturiscano e che meccanismi perversi instaurino significa bendarsi gli occhi. Il problema non è equiparare il condonante a tutti gli altri (e anche se lo fa una regione rossa, sono contrario lo stesso): il problema è applicare le leggi. E se non funzionano, cambiarle.

Oltre 20 anni fa il mio amico Marco Pannella era consigliere circoscrizionale a Ostia. Riuscì a far abbattere un edificio abusivo: fu, se non il primo caso in Italia, quasi. Apriti cielo: si scatenò il finimondo. I giornali dissero che era povera gente bisognosa, e non era bero; che era un atto autoritario, ecc. ecc. Tutto il solito repertorio al'italiana del garantismo all'amatriciana, alla Alberto Sordi.

Caro Pagliardini: le leggi si rispettano, non si aggirano con escamotage ministeriali pur di non perdere clientele. E se le leggi alimentano le clientele, le si cambia. Questo mi dice il mio essere laico, liberale e garantista. Qui vogliamo garantire i condonati: ma quelli .che si comportano correttamente come li tuteliamo? Dicendo loro che sono dei poveri fessi che rispettano le leggi?

Basta condoni, Pagliardini. Le leggi non valgono per tutti tranne che per noi, all'italiana: valgono anzitutto per noi.

G.C:






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30/1/2010

Commento 7773 relativo all'articolo:
Il Piano Casa in Sicilia e il Ponte di Messina di Leandro Janni
 
ERRATA CORRIGE

nel commento n. 7772, l'ultima frase alle righe 10-11 è:
ERRATA
"Ed è chiaro che a quel punto chi ha i propri clientes-elettori tra i cittadini che lo votano, mai e poi mai reprimerà i condoni"

doveva essere:
" Ed è chiaro che a quel punto chi ha i propri clientes-elettori tra i cittadini che lo votano, mai e poi mai reprimerà gli abusi"

Sorry,
G.C.


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29/1/2010

Commento 7769 relativo all'articolo:
Il Piano Casa in Sicilia e il Ponte di Messina di Leandro Janni
 
Caro Pagliardini, può anche darsi che un condono (che è cosa diversa da una sanatoria, peraltro) ponga in condizione di piena legittimità un edificio abusivo, ma è questione ancora tutta da assodare e discutere.
In generale nel nostro ordinamento esistono i casellari giudiziari e i precedenti e il fatto che un cittadino abbia scontato la pena non significa che il reato non sia stato commesso: fa precedente e se ne tiene conto in un ulteriore processo per successivi reati. Esiste, inoltre, la possibilità di sospensione temporanea o in perpetuo dai pubblici uffici, o la perdita dell'elettorato passivo, in alcuni casi, e possono evidentemente prolungarsi ben oltre la fine della pena.
E, a propostio di laicità, trovo per nulla laico il principio della normativa autosconfessante, tutto italiano e pesante eredità della Controriforma e delle leggi ecclesiastiche dell'Inquisizione.
Ne vuole un esempio? L'art. 6 della legge 765/1967 prevede la demolizione di edifici abusivi o di loro parti abusive: e fin qui mi pare tutto chiaro. Dov'è l'autosconfessione? Nella Circ. Min. Ll.Pp. 3210/67 intitolata "Istruzioni per l'applicazione della L.765/67", se ben ricordo, (la 765 si chiamava anche "legge ponte" perché doveva essere il tramite tra la vecchia 1150 e un'organica riforma urbanistica che non ci fu mai, con le conseguenze che tutti abbiamo sotto gli occhi). Cosa dice la Circolare esplicativa 3210? Che nei casi in cui non si può provvedere alla demolizione, si procede condonando. Quali sono i casi in cui non si può procedere alla demolizione, la Circolare si guarda bene dal dirlo, behché escluda esplicitamente ragioni tecniche.

Ma allora:
1. l'abuso, cacciato dalla porta, rientra dalla finestra. La norma si sconfessa da sola: primo punto tutt'altro che "laico" e "liberale"; piuttosto, da Sant'Uffizio;
2.. una Cricolare finisce, di fatto, per prevalere sulla Legge, secondo punto tutt'altro che "laico" e "liberale";
3. questo spesso è possibile perché le leggi, specie in materia edilizia e urbanistica, sono farraginose e poco chiare, e quindi necessitano di "interpretazioni" da parte di sacerdoti addetti ai lavori e di circolari ministeriali che, a posteriori, di fatto fanno esse la "legge", in barba al Parlamento, alla sovranità popolare ecc. : altro modo di procedere fortemente illiberale e anti liberale;
4. passato surrettiziamente il principio di eccezione, ora il passo verso la sua acquisizione di legittimità è breve: e infatti la legislazione successiva sarà un fiorire di condoni, con le conseguenze che ben sappiamo.
In qualsiasi paese civile e liberale il diritto di proprietà è soggetta a limitazioni di legge. Non fa eccezione la Costituzione italiana, che agli artt. 41 e 42 stabilisce lo stesso principio, al quale tutta la proprietà è soggetta: quella pubblica quanto quella privata.

Detto questo, le pare che si possa chiamare laico e liberale un paese che legifera in questo modo? In modo criminogeno? E in modo da sollevare in perpetuo paralizzanti confliti di competenze tra organi dello Stato? A me, francamente, pare proprio di no. Intanto, condoniamo allegramente. E chi ha condonato, cioé ha fatto il furbo, dovrebbe godere degli stessi diritti di chi ha rispettato le regole? Mi permetto, da liberale, di dubitare: e con forza.

G.C.

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14/1/2010

Commento 7759 relativo all'articolo:
Bruno Zevi due lustri dopo di Sandro Lazier
 
Ha scritto Lazier:

" fa riflettere sulla situazione attuale, nella quale la chiarezza dei pensieri (e della scrittura) sembra aver lasciato il posto ad una foschia concettuale dove tutto è consentito, digeribile o indigesto che sia, purché abbia rilevanza mediatica e convenga un poco a tutti."

e riprendo alcuni passaggi che cita da Zevi:

- "un riesame degli slogan, delle frasi fatte, dei pregiudizi diffusi, della pedonalizzazione indiscriminata dei centri storici all'esclusione di interventi moderni nei loro tessuti."
- "…il valore del disordine e dell'imperfetto è stato costantemente censurato nell'edilizia ufficiale, per essere riscoperto solo alla fine degli anni Ottanta, quando ¡ decostruttivisti rivendicarono il diritto degli architetti di non aspirare più al puro, all'immacolato, al perfetto, per cercare la creatività nel disagio, nell'incertezza, nel disturbato. Un valore linguistico rinato, di straordinaria portata. "
- "Se indugiamo su temi estetici, linguistici, espressivi è perché l'arte anticipa e prefigura il panorama sociale, e noi dobbiamo essere culturalmente ferratissimi per lottare efficacemente sul terreno politico..Su questo terreno, in Italia siamo davvero non al grado ma all'anno zero..."

Qualche minuto da Youtube: un video (Carmelo Bene e Bruno Zevi) su cui vale la pena soffermarsi

http://www.youtube.com/watch?v=CLiQ6E1-A-Y

Importa poco, qui, se Bene sia stato un genio o no, ma pare inevitabile che il suo Grado Zero, la sua carica distruttrice di qualsiasi "rappresentazione " spacciata per "la cosa" e di qualsivoglia "formula", in ogni ordine e grado, fossero agevolmente captati da Zevi.. Contano il ruolo critico dell'azione creativa e quello creativo del giudizio critico.

Capovolgere il tradizionale rapporto tra urbanistica e architettura: "....finora, per convenzione ..., l'urbanistica ha preceduto l'architettura, adesso dobbiamo invertire la sequenza, affinché gli assetti territoriali scaturiscano dal basso, democraticamente, senza più distinzioni conflittuali tra esigenze collettive e private, senza fughe evasive nelle nozioni di luogo e contesto."

Cammino impervio, difficile, rischioso. Se la "parole" s'impoverisce in nome di slogan e frasi fatte, s'impoverisce la nostra stessa capacità di pensare e prefigurare scenari. E questa mi pare la base della crisi italiana attuale: trasformarla in valore presuppone fiducia nella non ripetitività del già visto. Improbabile? Forse, ma non per questo impossibile. Confondere il "possibile" col "probabile" mi pare il grosso equivoco da combattere e dissolvere. .

G.C.

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13/1/2010

Commento 7757 relativo all'articolo:
Bruno Zevi due lustri dopo di Sandro Lazier
 
Caro Pagliardini, nient' affatto: non voglio tutto scodellato e pronto. Cerco solo di capire e focalizzare, e se lei stesso dice di avere solo gli ingredienti, penso converrà che pensare le ricette si può solo col contradditorio.

Non vorrei, intanto, dimenticare che l'articolo in questione è "Zevi 2 lustri dopo". Il che non toglie che si possa continuare "anche" con i Concorsi. Che, però, non vorrei che monopolizzassero il discorso. Ci rifletto. comunque.

Cordialmente,
G.C.



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12/1/2010

Commento 7754 relativo all'articolo:
Bruno Zevi due lustri dopo di Sandro Lazier
 
Caro Pagliardini,

anche per me sarebbe un gran bene se gli architetti presentassero i loro progetti ai cittadini, li discutessero con loro e quant'altro. Naturalmente, non in 15 minuti a testa :)

L'idea, però, che possano addirittura ribaltare il verdetto della giuria mi suona un po' strana: sia in sede giudiziaria che in sede architettonica. Nel primo caso, infatti, è vero che in Italia sono previste giurie popolari, ma è anche vero che ci sono 3 gradi di giudizio e che le giurie popolari limitatato alla Corte d'Assise e alla Corte d'Appello, non in Casasazione, e solo per alcuni reati e non i più gravi. Quelli più gravi sono comunque esclusi e affidati ai Tribunali, non alle Corti di Assise. Il lavoro dei giurati ha solo un ruolo consultivo e sempre sotto la guida del Collegio dei Giudici, che controllano che la discussione e le considerazioni della giuria siano attinenti alle leggi in vigore; ma è ai Giudici che spetta l'ultima parola e la decisione conclusiva. Tanto che alle giurie vengono forniiti dei riassunti degli elementi di prova e di giudizio, non per intero le prove a carico.

In USA, dove peraltro non ci sono leggi scritte, le giurie popolari sono formate, se ricordo bene, da 16 persone e annoverano comunque degli uomini di legge tra i propri membri. Le giurie, è vero, decidono a maggioranza (anche 9/7) per l'innocenza dell'imputato o per la sua colpevolezzza, a patto che di ciò vi sia la certezza inequivocabile, il che discende dal fatto che il dibattimento in aula resta alquanto diverso, tra USA e Italia, nonostante la riforma del C.P.P. curata a suo tempo da Giulianio Vassalli. Cmq in USA le giurie non comminano pene: cosa che spetta solo e sempre ai Giudici togati. Si tratta cmq di contesti assai differenti.

Naturalmente, non sono un esperto in materia, quindi ho chiesto lumi sia a un'amica avvocato, peraltro molto in gamba, sia a un altro amico che insegna e pratica diritto internazionale e opera in Italia e in USA.

C'è, poi, una proposta di legge a prima firma l'On.Pecorella, avvocato, che vorrebbe modificare ed estendere i poteri delle giurie popolari, ma è ancora una proposta in quanto divide molto il suo stesso schieramento politico, a partire dall'On. Mantovano, ex magistrato e contrarissimo alla proposta Pecorella.
In sede giudiziaria, inoltre, per le giurie, quando decidono come in USA, non si tratta di decidere tra più scenari, ma solo di decidere in una logica binaria tra due possibilità: colpevole o innocente → SI / NO.

Affatto diversa mi pare la situazione dei concorsi di architettura 1. perché non obbediscono a una logica di tipo binario 2. perché se il verdetto della giuria popolare può capovolgere quello della commissione giudicatrice, quest'ultima a che serve, se può fare solo le scelte poi ratificate, a posteriori, da una giuria popolare? Non si capisce che senso avrebbe uno scenario del genere, che di fatto equivarrebbe a dare a quest'ultima solo un potere di veto. E i poteri di veto sono, a mio modesto aviso, la cosa più antidemocratica della terra. Oltre allo spreco evidente di tempo, risorse, energie da parte della Commissione.

Torno, allora, a dire: non avrebbe assai più senso e pregnanza coinvolgere i cittadini nel momento in cui si formano e si prendono le decisioni e si indiconom, eventualmente i bandi? E, perché no, magari anche coinvolgere rappresentanze dei cittadini nelle commissioni giudicatrici, in linea di massima? Cosa, peraltro, che talvolta avviene.

Infine: da noi, in Corte d' Assise e di Appello i membri della giuria, dove previsti (e sono casi di reati non particolarmente gravi: cmq fino a 10 anni, se ben ricordo) devono avere determinati requisiti minimi di istruzione: terza media in Assise, diploma o laurea in Appello.

E per i concorsi di architettura?

Cordialmente
G.C.


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11/1/2010

Commento 7752 relativo all'articolo:
Bruno Zevi due lustri dopo di Sandro Lazier
 
Caro Pagliardini,
sul resto rispondo dopo per non mettere troppa carne al fuoco.
Per ora , solo una domanda:

concorsi? Certo: tanti. Trasparenti e con pubblica discussione. Con i cittadini, anche, a dare indicazioni e suggerimenti. Ma, mi chiedo, perché non coinvolgerli e ascoltarli anzitutto in sede di scelte, di premesse nonché di formulazione e stesura dei bandi, di espressione di indirizzi ed esigenze, invece che a cose fatte?

Cordialità,
G.C.


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10/1/2010

Commento 7748 relativo all'articolo:
Bruno Zevi due lustri dopo di Sandro Lazier
 
PS: dimenticavo (X Pagliardini)
- l'Olanda è uno strano paese, capace del meglio e del peggio di sé, quasi senza mezzi toni, un po' come USA e India. Pensi che tuttora nei Paesi Bassi per un'interruzione di gravidanza occorre salire su una nave-ospedale e andare in acque internazionali (12 miglia lontano dalla costa; 1 miglio marino = 1.853 km), quindi prenderei con spirito più critico ancora, rispetto ad altri paesi, ciò che l'Olanda propone ;

- a Viterbo, dove vivo attualmente, in pochi anni tutta la parte Nord della Cassia è diventata un megacentro commerciale, dai margini della città per km, in direzione Montefiascone-lago di Bolsena. Il tutto su una stradina a 2 corsie che non regge il traffico generato e che intasa fino alle mura della città e fino a Porta fiorentina e oltre. Credo proprio che se si fosse prefigurata per tempo questa situazione ai cittadini, l'avrebbero rifiutata. Chi l'ha decisa? Alcuni capannoni artigiani riciclati, forse abusivamente e poi condonati, a vendita all'ingrosso e poi al dettaglio, ai quali, visti i precedenti se ne sono aggiunti altri, inclusi supermercati, outlet ecc. E' chiaro che questo incremento edilizio a un certo punto è diventato una scelta che le amministrazioni hanno fatta priorpia, acriticamente e senza un minimo di previsione in prospettiva. Credo che siano queste le prefigurazioni che occorre preventivamente simulare, con le conseguenze che avranno sulla città intera, o quasi, e sul suo hinterland. Ed approvate o bocciate dai cittadini, se divenissero una buona volta parte chiara ed esplicita dei programmi elettorali delle forze in campo.
Ma se per caso, in quella cornice di decisioni già prese in deroga a qualsiasi PRG (è la situazione che si va generalizzando ovunque, in Italia) e poi ratificata di fatto, si fossero indetti concorsi di progettazione pubblici su alcuni interventi, forse i cittadini avrebbero potuto decidere (sulla carta) se preferivano un edificio così o cosà, disegnato da Odil Decq o da Mario Botta, non molto di più. Per carità, anche questo conta, ma lo stravolgimento urbano, intanto, Botta o Decq o chi per lei, conocorso o meno, sarebbe prosequito tale e quale, come la metastasi deflagrante che oggi sta progredendo a dismisura e divorando l'agro senza una valida ragione. Temo, ahimè, che siano anzitutto (non esclusivamente) queste le decisioni devastanti che si prendono nei corridoi, senza controllo di sorta da parte dei cittadini. Pensiamo un po' all'Expo futuro di Milano ... "e ho detto tutto" , come diceva Totò :)

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10/1/2010

Commento 7745 relativo all'articolo:
Bruno Zevi due lustri dopo di Sandro Lazier
 
X Marrucci
Caro Renzo,
c'è un punto sul quale la pensiamo diversamente.
Non mi convince molto l'idea che la democrazia sia partecpazione; piuttosto penso che sia indispensabile alla democrazia il controllo, che è una cosa affatto diversa e ben più efficace e ricca di garanzie.
Dal mio punto di vista il senso della Rivoluzione Francese si può sintetizzare in una sola frase; fu prononciata da Lafayette agli Stati Generali, in seduta permanente da giorni e notti a discutere su progetti alquanto utopici di organizzazione dello Stato e della società, quando Lafayette intervenne e disse:-Signori, a me basta controllare i conti del Re!-
il problema era/è proprio tutto lì: nulla più, nulla meno di quello lapidariamente indicato da Lafayette :)

Cao,
G.

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10/1/2010

Commento 7746 relativo all'articolo:
Bruno Zevi due lustri dopo di Sandro Lazier
 
Caro Pagliardini,
cerco, se possibile, di ridurre un po' all'osso.
Lei cita Adolfo Natalini. E' lo stesso che fu tra i fondatori del Superstudio?
Come sia, vediamo di andare per punti:

1. PD - non mi riferivo alle primarie, ma ai Congressi riservati agli inscritti, cioé alla fase precedente rispetto alle primarie. Ed avendo io sostenuto la mozione e la candidatura di Ignazio Marino (lo stimo molto e non avrei mai ripreso un minimo di attività in prima persona, altrimenti) e fatto parte del Comitato che lo appoggiava nella Tuscia -c'è sempre spazio per la follia, nella vita- ho visto le cose molto dall'interno. Tanto che mi sono assai meravigliato, e l'ho sempre detto anche in pubblico, che la sconfitta del PD alle ultime elezioni non avesse raggiunto le proporzioni di una vera e propria disfatta. I Congressi, riservati agli iscritti, sono stati spesso il luogo della disinformazione, della scarsa o nulla discussione, dei tesserati cammellati e quant'altro, dei ricatti di potere di assessorucci e ras locali. Non è un mistero, del resto. Questo per dire che la "partecipazione" può essere sempre tranquillamente pilotata.

2- referendum. La Costituzione italiana stabilisce 2 voti: quello elettorale e quello referendario. I Costituenti furono saggi e lungimiranti: avendo posto il parlamentarismo alla base del nostro sistema, posero anche, come contrappeso dell'eventuale strapotere parlamentare e partitico, il voto referendario. Anche qui, il problema non era la partecipazione ma il controllo. Tanto più che la fisionomia giuridica dei partiti italiani è un po' come il sesso degli angeli: non si sa bene cosa siano, se non la gemmazione del vecchio istituto gentiliano del partito unico statale (PNF) moltiplicato per "n". Gentile recuperato contro Croce per meglio esorcizzarlo anche a sinistra. Dunque: referendum come contrappeso e controllo, non come strumento sostitutivo di sedi decisionali. Siccome il Palazzo (come diceva Pasolini) è sempre a rischio di scollamento dal paese reale, il voto referendario serve a ridurre le distanze;

3. neanche io credo nei metodi politicamente perfetti. Churchilll diceva "la democrazia ha mille difetti, ma trovatemi un sistema miigliore";

4. il sistema USA: è, come quello inglese, a common-law; diverso da quelli europei continentali. In USA e in UK (quest'ultima ha messo per la prima volta per iscritto, dopo secoli, la sua Costituzione solo nel 2000) non c'è distinzione tra legge e giurisprudenza "praticata", come da noi. Una sentenza è legge e, una volta emessa, verrà applicata da tutti i giudici: non ci sono problemi di interpretazione, perché legge (per lo più non scritta) e sua applicazione concreta coincidono assai più che da noi. Un giudice può non applicare una legge se la trova anticostituzionale (non esiste qualcosa come la Corte Costituzionale: la Corte Suprema ha compiti assai diversi) purché motivi giuridicamente la sua decisione. Quella sentenza sarà legge in tutto il paese e la norma sarà anticostituzionale. Tutto questo consente e rende indispensabile l'elettività di molte figure dell'esecutivo USA. . Per inciso: il principio su cui si basa il legislatore anglosassone è semplice: ogni legge è considerata, quasi per definizione, una restrizione della libertà, per cui la discussione parlamentare obbedisce a un criterio guida prioritario: qual è il modo migliore per risolvere questo problema col minimo di limitazione della libertà dei cittadini? (non è altro che il'antico principio dell'habeas corpus)

Veniamo all'architettura. Quello che mi lascia dei dubbi è: ciò che la gente vuole per sè è sempre, anche la cosa migliore che possa augurarsi? Se uno dice ai cittadini -aboliamo le tasse- nessuno si tirerà indietro (non a caso, la nostra Costituzione esclude la possibilità di tenere referendum su 3 materie e una è quella fiscale).
Vale anche per gli architetti, sia chiaro: a volte c'è da rabbrividire. Ma il discorso riguarda anzittutto, credo, il modo in cui si prendono decisioni e si compiono scelte che porteranno poi a intervenire sul territorio ben prima che i progetti siano redatti.

Dice bene Lazier: se si fossero fatti referendum su van Gogh (ma la lista sarebbe lunghissima) probabilmente i suoi quadri sarebbero stati gettati in qualche scantinato. Stesso destino avrebbero subito Giorgione e Borromini, Picasso, probabilmente. Salvo che oggi basta fare una mostra su uno qualsiasi di loro per vedere code interminabili di persone affollarsi all'ingresso: la visione non è qualcosa di naturale e innato, ma va educata.

Allora: lei soleva un problema che a mio modo di vedere non è di poco conto. Ma intanto forse faremmo bene a guardarci un po' in giro per capire come funziona altrove. Mi chiedo, insomma: se Natalini avesse vinto per nomina della giuria e si fosse visto ribaltare il risultato dal voto popolare, sarebbe tanto entusiasta di quel metodo?

Io credo che, intanto, la trasparenza e piena pubblicità delle discussioni e delle decisioni concorsuali sarebbe un traguardo non da poco. Ma soprattutto, forse, che le decisioni andrebbero precedute da una seria discussione e spassionata disamina, anche con i cittadini, dei problemi sul tappeto e dei criteri e delle possibili linee da seguire per affrontarli, ben PRIMA di indire un concorso. E lasciando sempre ai partecipanti la possibilità di disattendere il bando, motivando le scelte difformi e proponendo alternative. Tra esigenze sacrosante delle persone e loro traduzione in fatti formali c'è un oceano. Spesso si frappone l'ovvio. Ma non sempre le prime cose che ci vengono "naturali" sono le migliori. Anzi, quasi mai dal mio punto di vista.

L'architettura, per me, non è fatta di cose e di oggetti, ma anzitutto di processi. E se non si tiene d'occhio e non si fa capire bene tutto questo, ogni discorso rischia di ridursi a uno scontro tra gusti contrapposti.
Ci penso, comunque.
A presto,
G.C.




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9/1/2010

Commento 7742 relativo all'articolo:
Bruno Zevi due lustri dopo di Sandro Lazier
 
Pacciani, io non sto ogni giorno e 24 ore su 24 appiccicato a Internet: qualche volta mi distraggo :)

Ha scritto:
«La società autolesionista proposta da Cusano in cui "la democrazia è solo il modo meno dannoso che una comunità ha per correggere gli errori commessi, quando sono reversibili" non mi trova invece d'accordo o non l'ho capita.»

CITAZIONE:
«La seconda che hai detto» (Quelo → Corrado Guzzanti)

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9/1/2010

Commento 7741 relativo all'articolo:
Bruno Zevi due lustri dopo di Sandro Lazier
 
Scrive Pietro Pagliardini:

«A Giannino Cusano dico che non deve aspettare la cicogna per "l'urbanistica partecipata" dato che è arrivata da tempo, almeno in Toscana, con Legge urbanistica regionale.
Solo che è una partecipazione istituzionalizzata e guidata dall'alto (...)

Per fortuna che c'è una legge nazionale che ancora prevede le "osservazioni" (...) al piano.
Per i concorsi d' architettura l'unico modo per ridare dignità e autorevolezza alla professione e alla progettazione (...) non c'è che il referendum, dopo che una giuria tecnica ha espresso il suo giudizio. Così si evita lo scandaloso fenomeno dello scambio di figurine perpetrato tra architetti giurati e architetti partecipanti, prassi che tutti conosciamo bene ma che pochi denunciano, e si può far decidere coloro che hanno titolarità a farlo, cioè i cittadini.
Chi ha paura del giudizio popolare?
Quanto mi piacerebbe una risposta a questa domanda!
Cordiali saluti »

Caro Pagliardini,

non ho mai creduto in vita mia nel metodo Ogino-Knauss, si figuri se posso iniziare a credere, e proprio ora, nella cicogna.

Capisco il suo ottimismo, ma mi lasci per favore un po' del mio scetticismo (per carità: alla Bertrand Russell, sia chiaro).

Perfettamente d'accordo: la "partecipazione" (che non propugno, in sé) il più delle volte è pilotata. Il passo di Yona Friedman non l'ho citato a caso, nel mio commento precedente (n.7739): in Toscana o in Siciia, rossi o azzurri, fa poca differenza, per me. A mio avviso, pochissimi casi hanno funzionato davvero: quello di Lucien Kroll ai Dormitori studenteschi dell'Università di Louvan-La-Neuve e quello di Ralph Erskine a Byker, per es. Il primo ci ha rimesso la cattedra universitaria, al secondo i compassati e democratici politici inglesi di New Castle hanno fatto una lotta, è il caso di dire, senza quartiere. Ci sono altri esempi sparsi, ma si tratta evidentemente di eccezioni.

Osservazioni ai PRG: nel 1995 ne ho presentate ben 21 alla Variante Generale del PRG della mia città. Approvate tutte. Ero lì, con le persone dei vari quartieri , con i cittadini: si discutevano i problemi, si esaminava il piano fino a tarda notte, si tiravano giù le proposte. Nessuno mi pagava né mi sono mai una volta presentato ad elezioni amministrative, prima o dopo: non era "elettoralistico" il mio scopo, ma contribuire a migliorare, per quanto possibile, la mia città e CON il contributo dei miei concittadini. Dunque sfonda una porta aperta, in questo senso.

Ho delle perplessità, però, sulla proposta sua e di Pacciani e le ho enunciate spero chiaramente. Lo dico in modo assolutamente leale ed interlocutorio: vorrei capire di più e vederci più chiaro.

Referenum sui concorsi? Sono un incallito referendario, ho speso quasi 30 anni della mia vita (non esclusivamente, per fortuna) a raccogliere firme per strada e : spesso mettendo mano al mio portagogli, s'immagini se in linea di principio posso essere contrario. Ma perplessità analoghe ne ho avute anche nei confronti di alcuni radicali, finché ho fatto anche politica attiva e sono stato con loro; non è questione di partiti presi - o lasciati :)

Le posso solo dire, per esperienza personale e non, 2 cose:

1. i referendum senza informazione capillare, senza adeguata preparazione e possibilità dei cittadini di prendere davvero coscienza dei problemi sul tappeto, possono essere l'ennesimo alibi decisionale per il potere, al pari delle elezioni (gli iraniani ne sanno qualcosa, direi) e quant'altro. E non è questione di "consenso": anche Baffetto-Hitler, Mussolini e Baffone-Stalin mietevano consensi. Come sia, e non a caso, le battaglie più dure, sistematicamente, in occasione di referendum sono state quelle per guadagnare adeguati spazi di informazione: non per i promotori, ma per il diritto stesso dei cittadini di "conoscere per poter decidere"( il virgolettato è di Luigi Einaudi). Insomma: sono felicissimo se mi bocciano, ma con piena cognizione di causa. Per inciso, ho colezionato in quasi 30 anni più denunce (e autodenunce) io, sul tema dell'informazione, di Lucky Luciano o di un brigatista rosso: e questo a riprova di quanto sia difficile innescare momenti di vero e cosciente dibattito, tra "denti bianchi che più bianchi non si può" e "accattatevill";

2. esempio recente: i Congressi del PD per l'elezione dei Segretari nazionale, regionali e compagnia cantante. "Momento di grande democrazia". Davvero? E come si sono svolti? 15 minuti ciascuna per presentare le 3 mozioni in gara, un po' di dibattito, voto. Quanto si siano approfonditi i temi, peraltro rilevanti, che erano sul tavolo, forse non lo sa nemmeno Lui. E nel PdL le cose non stanno affatto meglio.
Le forme democratiche svuotate di pregnanza e di contenuto sono, appunto, forme vuote, "Democrazie senza democrazia", come s'intitola l'ultimo libro di Massimo L. Salvadori. . E un referendum popolare di architettura può essere anche peggio, a certe condizioni: mentre una legge sbagliata si può sempre abrogare o modifcare; per un quartiere sbagliato mi pare un po' più laborioso, ne converrà.

Che il referendum sia l'unico modo per ridare dignità alla professione, è, per ora, solo un'affermazione.Che vorrei capire meglio, in tutta onestà e franchezza, perché mi sfugge il nesso. Questo sistema di potere trasversale, che dura da più di 60 anni, non ha ripreso dignità né ne ha ridata ai cittadini, dopo il Vebtennio, dal mio punto di vista, benché abbia i modi e le sembianze di un sistema democratico, si voti ecc.Anzi: si è ed ha ulteriormente degradato quasi tutto ciò che c'era da degradare. E' riuscito persino a peggiorare le leggi e corporazioni ereditate dal Fascismo: a destra come a sinistra. Fiiguriamoci.

Lo scambio di figurine? Intanto eliminiamo la farsa dei motti e dell'anonimato sui progetti. Sarebbe già un atto di limpidezza notevole. Tanto non ci vuole nulla a chiamare qualche giurato e fargli sapere -guarda che il motto del mio protetto è "logorroici come pesci". Mi raccomando, eh?-

Come vedete, Pagliardini e Pacciani, ne sto già discutendo. Con la riserva che il giudizio popolare, come lo si invoca da parte vostra, sbaglierò ma suona più come un'ordalia che come una decisione consapevole. E qui mi blocco un atimo, se permettete.

Ma allora, invece di limitarvi a chiedere " cosa ne pensate delle giurie popolari nei Concorsi?" che è un po' vago, un po' come chiedere "che ne pensate di avere Concorsi trasparentiorare?" (e chi direbbe di no?) perché non articolate un po' più la vostra proposta, magari ci fate un articolo anche solo con degli input, dei punti per ora non sistematici (penso che la Redazione di Antithesi sarebbe lieta di dargli spazio) e se ne discute tutti con più cognizione di causa ? Se volete discussione, proposte, idee, obiezioni, fateci anzitutto capire un po' di più. Anche questo è permettere a chi vi legge (noi) di partecipare un po' più consapevolmente :)

Infine: una cvolta messo bene a fuoco, come si farebbe a rendere legge questo sistema concorsuale con giurie popolari? Chi materialmente dovrebbe farsene carico? Non sono bruscolini: sono questioni importanti. Per fare il divorzio ci sono voluti 10 anni, e dopo pochi anni stavano pure per abrogarlo :)

Cordialità,
G.C.










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9/1/2010

Commento 7739 relativo all'articolo:
Bruno Zevi due lustri dopo di Sandro Lazier
 
Penso, Pacciani, che, enunciata come lei la enuncia, la "proposta" di giurie popolari per i concorsi di architettura suoni come una demagogica e semplicistica corbelleria Che facciamo? Chiediamo a gente nuda, cruda e digiuna di qualsiasi nozione elementare su cos'è uno spazio architettonico o urbano :preferite questo o quell'altro?". Bene, io non ci credo, per la semplice ragione che occorre un minimo di preparazione per affrontare certi temi. Tanto da parte dei cittadini quanto da parte dei progettisti, sia chiaro.

E cmq, almeno si spieghi e ci illumini meglio.

Per quale ragione, poi, "la gente" dovrebbe essere in grado di giudicare progetti, quando il più delle volte non sa nemmeno leggerli? Ma soprattutto, lei pensa davvero che chiedendo plebiscitariamente l'opinione del popolo si evitino errori? I popoli sbagliano tanto quanto i singoli. Il democratismo che lei sbandiera non ha nulla a che vedere con la democrazia, ma ammettiamo pure che lei stia proponendo un metodo democratico, pensa davvero che la democrazia sia il modo per garantirci da errori? Padronissimo. Io la penso diversamente: per me la democrazia è solo il modo meno dannoso che una comunità ha per correggere gli errori commessi, quando sono reversibili. Non sempre, dunque.

Se permette, naturalmente, è più che legittimo il mio dubbio: e cioè che le cose siano un tantino più complesse di quanto non si possa pensare di mettere in gioco semplicemente chiedendo al "popolo": vuoi il progetto A, B o C? Manco si trattasse di comperare una sciarpa o un paio di pantaloni. A Bologna, per esempio, sono in funzione da anni i Laboratori di Urbanistica Partecipata: architetti e cittadini compiono assieme il complesso percorso delle scelte, dei limiti, delle alternative progettuali e i cittadini dell'area interessata scelgono, ma solo dopo aver preso piena consapevolezza e coscienza dei problemi in gioco. L'esperimento fu fatto per la riqualificazione di un'ampia area, pare abbia funzionato e ora viene riproposto in altre occasioni. Si può pensarne bene o male, si può buttarla in politica e dire che non va bene perché è un comune rosso. A me, francamente, interessa poco il colore della giunta: mi interessa di più capire se e quanto funziona davvero il sistema adottato. Può darsi che gli abitanti siano più soddisfatti: sarebbe già un buon risultato.

Infine: non "auspico" proprio nulla, con o senza virgolette. Ho citato Yona Friedman e il suo ultimo (per pubblicazione, perché in realtà è un libro scritto 25 anni fa) "L'architettura di sopravvivenza" per le ragionevoli perplessità che l'autore solleva sui metodi "partecipativi", propugnando invece l'autoprogettazione e l'autopianificazione. Vale la pena leggere direttamente da Friedman:

«A chi spetta il diritto di decidere in materia di architettura? Come assicurare questo diritto alle persone cui esso spetta? (...) L'autopianificaszione si fonda ... SULLA CONOSCENZA DI UN LINGUAGGIO ... Una volta acquisita questa conoscenza, spetta all'abitante condurre il dialogo... Un linguaggio di cui si conoscano il vocabolario e la grammatica può essere insegnato, a condizione che si trovino delle persone pronte a insegnarlo ... un linguaggio "che si parla" (...) Tengo a precisare, prima di tutto, che per me non può trattarsi della "partecipazione dell'abitante" così come oggi è intesa e decantata dagli avventati. Cerco piuttosto di capire se da qualche parte la "partecipazione dell'architetto" possa essere utile. Al momento la partecipazione dell'abitante è solo di facciata.: i pianificatori fanno delle indagini, poi dichiarano che l'abitante, rispondendo in questo o in quel modo alle loro domande, ha dimostrato questa o quella volontà. tale o talaltra preferenza. Con questa cosiddetta partecipazione, l'abitante non decide nulla, ma aiuta i pianificatori a decidere per lui.»

Detto da Yona Friedman, posso pure provare ad approfondire. Tanto più che l'ha fatto per decenni: con l'Unesco, con le Nazioni Unite e soprattutto con popolazioni in India, America Latina, Europa.

E', cmq, un volumetto assai interessante, sicuramente da leggere e finora, sempre col suo permesso, assai più stimolante delle sue "giurie popolari ai concorsi di progettazione", fino a prova del contrario: che, per carità, da lei attendo con ansia :)))

Saluti,
G.C.

.

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8/1/2010

Commento 7735 relativo all'articolo:
Bruno Zevi due lustri dopo di Sandro Lazier
 
Un bel po' di anni fa, ormai, Kyusaku Ogino ed Hermann Knauss hanno avuto un merito storico straordinario: se qualcuno ancora credeva nella cicogna, ha dovuto definitivamente ricredersi. Diciamo che, rapportando a 100 questo insieme, si sono sicuramente ricreduti i 50 nati grazie a Ogino e i 50 nati grazie a Knauss.

E in architettura? Persino dopo le ricerche psicologiche di James Gibson, e acqua sotto i ponti ne è passata, ce n''è ancora tanti disposti a credere, per es.,che la prospettiva sia una rappresentazione "oggettiva" della realtà. O che la voce del popolo e quella del Padre Eterno siano la stessa cosa. A me, però, risulta che, mentre e più il primo schiamazza, il Secondo se ne sta in silenzio quanto meno dai tempi di Auschwitz. In attesa che dica qualcosa, si riesumano i peggiori ideologismi eluoghi comuni che infesta(ro)no l'architettura.

Zevi li stanò uno per uno considerando chi vive l'architettura e il "con chi" si progetta. Il che non vuol dire "partecipazione". In merito, caldeggio l'istruttiva lettura di "Achitetture di sopravvivenza" di Yona Friedmann.

Insomma, a volte mi viene un dubbio: non sarà più proficuo tornare a credere nella cicogna? Poi mi dico: ma no, basta attendere. Prima o poi avremo una legge anche su questo :)))

G.C.

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7/1/2010

Commento 7730 relativo all'articolo:
Zevi, Craxi, prestigio, potere di Paolo G.L. Ferrara
 
Caro Marrucci,
la VIS polemica che ti contraddistingue inizia a farmi apprezzare l'AVIS ;)))
Con simpatia,
G.C.

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6/1/2010

Commento 7724 relativo all'articolo:
La farsa del ponte (sullo Stretto) di Leandro Janni
 
Il concorso di idee (del 1969) per l'atraversamento dello stretto di Messina fu un po' come chiedere a Giulio Verne quale fosse il modo migliore per andare su Marte. Nel caso specifico, se per via alvea, subalvea o aerea. Non a caso, con la solita onestà intellettuale che lo contraddistingueva, il vincitore, Sergio Musmeci, alla fine della sua relazione avvertiva che l'attraversamento dello stretto sarebbe stato possibile senza particolari problemi il giorno in cui materiali come le fibre in carbonio fossero entrati a far parte della quotidianità dell'attività edificatoria. E quel giorno non è ancora venuto.

Sulla questione (che non può banalmnete ridursi a uno scontro tra chi vuole e chi non vuole il ponte) va citato, in particolare, l'assai interessante articolo del prof. Antonio Maria Michetti e dell'ing. Andrea Cinuzzi aparso su "L'architetto Italiano" n. 5 di Gennaio 2005.

Personalmente credo, poi, (sarebbe da verificare in modo puntuale) che un'interpretazione esageratamente elastica delle leggi in vigore sugli appalti approvate tra fine anni '90 e primi anni 2000 (su 2 piedi non ricordo gli estremi) abbia finito per ingarbugliare i fili di una vicenda pluridecennale già di per sé aggrovigliata: e mi riferisco alla Ente Stretto di Messina s.p.a. & s.c. (successivi carrozzoni), nonostante, all'epoca, la presenza dell'ottimo Riccardo Morandi.

Il fatto che la Impregilo s.p.a. sia divenuta ente appaltante senza un esecutivo deriva dal fatto che in Italia sono ormai da anni consentiti appalti pubblici anche senza progetto esecutivo. Valutazioni che ovviamente spettano all'impresa, e (in quest'ottica) cavoli suoi. Leggi che, ovviamente, possono anche andar bene nel caso di un capannone o un qualsiasi scatolone, prefabbricato o meno, del quale si conoscono perfettamente le problematiche tecnologiche ecc.

Ovvio che nel caso del ponte le cose sono a dir poco meno semplici.

Bye,
G.C.

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5/1/2010

Commento 7718 relativo all'articolo:
Zevi, Craxi, prestigio, potere di Paolo G.L. Ferrara
 
Ottimo commento, quello di Saggio; come il meritorio pezzo di Ferrara. Sul primo, mi sembra opportuna una piccolissima integrazione. E non per amore di filologia.

Scrive Saggio:
«Credo che la relazione interessante che Zevi ebbe con la politica fosse, naturalmente di natura culturale. (se non direttamente "estetica"). Bisogna cercare di esprimersi anche in quel campo, in particolare nei momenti di crisi.Una lezione che lui aveva appreso durante la guerra.»

Giustissimo. Non vorrei sbagliare, però, ma mi pare di ricordare che Zevi ascrivesse l'insorgere della formazione antifascista, già nella primissima ora, segnatamente allo studio dell'Estetica crociana, quando in "Zevi su Zevi" risponde ad Alicata, suo ex compagno di Liceo, contestandogli che la lettura delle due storie (d'Italia e d'Europa) e di altri scritti politici del filosofo italiano incentivassero quella presa di coscienza. Aggiunge, "perché molti ancora non lo capiscono", che rivendicare l'arte per l'arte comportava già di suo la lotta contro la pseudo-cultura fascista., sempre pronta a strumentalizzare la creatività a fini retorici. E prosegue (ho appena riaperto "Zevi su Zevi") "sganciare l'arte dal contesto della dittatura significava passare a una posizione critica destinata a estendersi anche sul terreno civile. La lettura delle due "storie" fu una conseguenza, non la causa della nostra rivolta, che si manifestò inizialmente proprio a livello letterario e figurativo".

Lo sfondo dell'opposizione, intendo dire, era in gran fermento culturale e specialmente est-etico già da quando era uscito non solo (1925: Zevi aveva 7 anni) il Manifesto degli intellettuali antifascisti di Croce e prosperarono anche durante tutto il Regime i suoi scritti polemici su "La Critica", per es., contro la figura dell'artista "puro" e avulso dal mondo, ridotto così a caricatura, ma anche quelli di Venturi, Argan, Piero Maria Bardi, Edoardo Persico...

Forse Zevi maturò la lezione durante la guerra, ma certo rimeditando quella temperie che richiamare mi pareva importante. E attuale, perché anche oggi dovremmo saper riconoscere le forti alternative est-etiche e non dovremmo mai perderle di vista, per non distrarci o dimenticare più di tanto :)

G.C.

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5/1/2010

Commento 7714 relativo all'articolo:
Zevi, Craxi, prestigio, potere di Paolo G.L. Ferrara
 
L'è dura, caro Fferrara: l'è dura! I nodi lucidamente additati da Zevi sono ancora lì, tali e quali. Ingigantiti, spesso incancreniti da far paura e da richiedere, se ancora basta, la scure (altro che politica "riformista" del carciofo di rutelliana memoria!) o le radiazioni al plutonio.

Scuola, università e università televisiva decentrata; pianificazione creativa di città e territori -e spero non mi si venga di nuovo, da parte di qualche zelante commentatore, ad attribuire ascendenti non miei, come Lenin e Stalin, salvo poi lamentarsi se declino la mia vera genealogia :)))- ; responsabilità e coinvolgimento delle cariche più alte della vita repubblicana, a partire dal Presidente del Consiglio, contro ogni agnosticismo evasivo e contro il perenne emergenzialismo; soprattutto, "critica operativa": «Una politica urbanistica ? Una politica per il piano regolatore di Roma ? Una politica universitaria ? Una politica per le televisioni provate ? Nulla. Ottimi discorsi, ottimi ordini del giorno, zero di fatto.»

A che punto siamo? I problemi vanno risolvendosi o è semplicemente che semplificandoli nelle nostre teste ci pare che si vadano sciogliendo, mentre in realtà abbiamo solo abbassato terribilmente la guardia e il tiro, ci accontentiamo e tutto pare andar bene? Ci adattiamo e sopravviviamo. E se uno rilancia, volentieri lo si passa per pazzo visionario.

Credo che siamo talmente condizionati da millenni di forsennato pro-creazionismo, per evidenti ed inerti ragioni di sopravvivenza della specie, che anche oggi che occorrerebbe il contrario l'idea dei grandi numeri continua ad affascinarci come una chimera suicida: non far parte di una "massa" o di una qualsiasi tifoseria ci terrorizza tuttora. Ancor più forsennato chi osa avere idee proprie: il riflesso che scatta è quello dello sganciato dai grandi numeri; del disadatto che non sopravviverà. Mentre è l'unico adattamento possibile, oggi come oggi.

Ma, appunto, idee, non personali idiosincrasie spacciate per tali. Idee che affrontino nodi reali e additino vie d'uscita rischiose e di persona.

Zevi rischiava ogni giorno. E oggi? Tutti "in massa", in cerca di facili polizze contro le incertezze della vita, meritoriamente sputtanate dalla crisi finanziaria. Così. all'ammasso, quanta voglia di rischiare per le poche cose che contano resta in giro?

G.C.



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31/12/2009

Commento 7698 relativo all'articolo:
L'arte facile di Sandro Lazier
 
Non c'entra nulla con l'articolo, ma colgo l'occasione per salutare una mia conoscenza "virtuale": Luigi Nucita.

Ciao, Luigi: piacere di vederti qui :)

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28/12/2009

Commento 7687 relativo all'articolo:
L'arte facile di Sandro Lazier
 
Auguri a Lazier, a Ferrara e ad Antithesi tutta, commentatori inclusi.:

BUON 2010 (avevo erroneamente scritto 2910, ma, ripensandoci, l'errore era meglio della data corretta)

Ci stiamo precludendo persino la tragica grandiosità del nichilismo. Cosa seria, il nichilismo: qualcosa da distruggere l'additava. Non è solo il trionfo dell'effimero; non è solo la drammatica, progressiva sottrazione di valenza fino a sentire il respiro assurdo della vita senza aggettivi; non è il consumo, che è pur sempre conoscenza. Esserci sembra l'ultima parola d'ordine del non essere eletto a condizione generale: esserci ad ogni costo. A un evento come a un cocktail: c'ero anch'io! E dopo? Dopo il diluvio; venga pure il diluvio, io c'ero comunque, anche se non resterà traccia di ciò che è stato.

Non è l'artigianato, la questione, concordo con Lazier .Anche perché di artisti-faber è pieno il mondo, checché ne pensino e dicano Beatrice e Sennet. Non è più neanche questione di sopravvivenza al disastro, perché nemmeno questo è più concepito come evento. Siamo al dopo_il_nulla, al dopo lo strizzaggio della parola magistralmente incarnato da Beckett. Arte facile = assenza di futuro. Non più "dopo di noi il nulla", ma "noi dopo il nulla". Se tutto è già stato, nulla può più accadere/accaderci.

Si;: bisogna reagire. Pensarci e reagire mentre un nuovo anno arriva...

Buon 2910 :)))

G.C.

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21/12/2009

Commento 7669 relativo all'articolo:
Architetti, crisi e architettura di Sandro Lazier
 
Ne va della nostra civiltà: bisogna tenerlo ben fermo. L'arte è indagine e conoscenza che riguarda i nostri stati d'animo e che non vanno confusi con le pure passioni. E' nella natura stessa dell'arte, che non è eticità ma da questa non può prescindere, di riconquistarci all'espressione. Per eticità dell'arte non dobbiamo intendere un insieme di norme e dottrine, ma un più profondo senso di unità psicologica della coscienza.

"Filosofia del linguaggio e scienza dell'espressione" aveva sottotitolato Croce la sua prima Estetica. Il linguaggio, qui, non è quello di De Saussure, dei semiologi e dei linguisti, ma il linguaggio creativo. E non è insieme di norme, Grammatiche e classi grammaticali ma, semplicemente, ciò che le ignora e, quando se le trova contro, le distrugge. Né può fare altrimenti, per liberare nuovamente la propria stessa natura e la nostra capacità espressiva dall'afasia e dalla laconicità e povertà percettiva e concettuale.

Non c'è logico o filologo, per quanto freddo e pedante, che anche nel più astratto ragionamento possa prescindere dall'espressione, perché non esiste concetto vuoto, ma solo espresso in forme. Chiunque voglia esprimere un qualsiasi concetto, per quanto arido, non può fare a meno di avvalersi di parole, suoni forme e particolari simbolismi.

Non c'è aspetto della vita in quanto espressione che non sia in qualche modo legato all'arte, se la vita stessa non vuole ridursi ad atto muto o peggio a meccanica ripetizione all'infinito di ciò che è giunto a noi già confezionato e ripetuto fino alla noia. E' un altro aspetto della funzione liberatrice dell'arte: attraverso l'attività creativa, di scacciare la passività e l'inerzia. Guardiamoci intorno: quanti edifici, quartieri, città si salvano dall'inerte, acritica, fatalistica accettazione dello "statu quo ante"?

G.C.

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24/11/2009

Commento 7618 relativo all'articolo:
Conservatori del moderno e moderni conservatori di Sandro Lazier
 
“La forma segue la funzione” voleva l'adagio razionalista. In realtà, come delucida Gadamer, è la funzione a consacrare la forma attraverso, sempre, una pubblica cerimonia.

Poi vennero espressionisti ed organici ad ampliare il campo delle funzioni e delle forme che ne sarebbero discese. Se le funzioni investono mille dimensioni imprevedibili, imponderabili e non preventivabili con algoritmi, la forma prismatica non è razionale. Ancora il rito della consacrazione, duro a morire, di rimando stabilì surrettiziamente che il significato di “quello” spazio è in un uso sociale che è “quello”, per cui mutando quest'ultimo il “significato” andrebbe perduto. Non si tratta di favorire vuoti formalismi e archetipici quanto inesistenti simbolismi formali e astratti. Si tratta di capire che i significati che possono traslare sul piano sottostante a quello dei significanti, fissandosi in nuovi rimandi, sono tanto più numerosi quanto meno siano ovvi i significanti: le forme-cavità-significanti, le radici "semantiche".

Pochi anni fa, circa 4, ero ad Ivry: il primo brano abitativo di Jean Renaudie era un manufatto in abbandono e in degrado; intonaci scrostati, copriferro saltati, infissi malconci. Sembra che a un certo punto nessuno abbia più voluto sentirne parlare e abitarci, nonostante l'entusiasmo dell'utenza iniziale, e sia stato man mano lasciato al suo destino di edificio vuoto. Da vari anni l'amministrazione parigina ha messo a punto per Ivry dei progetti di rinnovo ad ampio respiro e raggio, non a scala del singolo edificio.

Come sia, forse per eccessiva distanza da Parigi e dalle opportunità urbane sempre più centralizzate che la capitale offre, il primo intervento di Renaudie ad Ivry era, qualche anno fa, in serie difficoltà. Proprio per questo, forse, era coabitato da immigrati africani e cinesi. Si: non so oggi, ma allora convivevano mescolandosi nello stesso complesso, nei suoi ambienti collettivi e semipubblici, andavano e venivano per le rampe e i terrazzamenti antistanti i singoli alloggi.
Sul tratto a ponte che scavalca la strada campeggiava un'enorme insegna al neon con vistosi ideogrammi cinesi e traduzione francese: era un ristorante cinese.

Più nulla più dello “stimolare la creatività repressa della gente” attraverso forme che rifiutano il prisma chiuso, l'angolo retto e la ripetitività? Più nulla del "dare un giardino pensile a ogni abitante, anche al 12° piano? Certo: la rivoluzione dell'utenza e del suo senso spaziale iniziata a Ivry è durata poco. Ma cinesi e africani hanno fatto propri e reinventato quegli spazi mescolandosi tra loro, con tutti i loro background culturali. Forse hanno trovato una valida alternativa, caotica e rimaneggiabile quanto basta, alle bidonville? E' da verificare. Ma una cosa mi pare certa: il segno scritturale, la traccia affiorante, polimorfa e dalle mille valenze aperte funziona lo stesso, in modi del tutto o parzialmente difformi dal previsto, per giunta con persone non provenienti dalla nostra cultura. Lo spazio stimola comportamenti.

Recuperare la scuola di Pellegrin sarebbe un'operazione di pura e povera filologia, noiosissima e pigra: l'ennesima consacrazione rituale per cui un quadro dovrebbe somigliare a Napoleone e varrebbe proprio perché "significa" Napoleone. Ma chiedersi quanto si presti a essere reinventata la scuola in quanto valore spaziale, a me pare una domanda molto seria e di tutt'altra e stimolante natura.

G.C.

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