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commenti all'articolo: Il moralista: miracolo a Milano di Paolo G.L. Ferrara
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Commento 892 di --->Riccardo Rossini
21/4/2005


Non crede di essersi comportato anche lei come rinfaccia a Fuksas di essersi comportato, cioè usando l'architettura e la fiera per scopi politici/polemici?
Di fatto il suo articolo tratta pochissimo di architettura, sembra più una polemica contro Fuksas, anche se nella parte centrale, quando si accenna ad una critica architettonica alla fiera, mi trovo assolutamente d'accordo con il suo giudizio.


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Commento 891 di --->Paolo Marzano
18/4/2005


L’architetto Paola D’Arpino nel commento 890, coglie l’aspetto che volevo dare ad un’evoluzione formale, ad un ‘linea’ d’architettura, intrapresa da alcuni progetti. Sì, è vero il riferimento al mio scritto 'L’uomo altrove' (trilogia dei miei appunti di rete intorno all’uomo e alle sue nuove coordinate spaziali, nell’urbano vivere contemporaneo), riesente di questo tipo d’entusiasmo formale, cercando di riflettere e discutere sul perché di queste trovate ‘in scatola’. Come se, delle forme messe sottovetro, sublimassero questo loro valore formale solo astraendole dal contesto, grazie ad una teca trasparente o strutturalmente definita (vedi esempi che cito nel mio scritto + un altro esempio che è l’edificio per il PIRELLI HEADQUARTER, il progetto di Gregotti Associati International), ma astrarle dal contesto significa un’altra cosa, che tutti riconosciamo appartenente ad altri tempi e non solo quelli di Ledoux o Boullée, più vicino a noi infatti, H. Wofflin spiega, ma ancora più vicino è l’esauriente ‘Impero dei segni’ di R. Barthes che richiama la descrizione della scatola preziosa, a volte magari, più importante del contenuto. Certo è difficile come ho sempre sostenuto, divincolare quella parte strutturante dell’architettura che è lo spazio e riuscire ad evidenziarlo. E’ la cosa più difficile, ma l’effetto ‘pacco regalo’ oppure da deposito di zio Paperone sarebbe, evidentemente da evitare. Purtroppo qualunque corpo, potrebbe essere esaltato da questa pratica da supermercato, anche un carciofo o un’automobile o una scarpa. Quando, ricordo non tanto tempo fa, Fuksas andò a parlare della sua nuvola alla trasmissione condotta dalla Dandini con Dario Vergassola, ma ancora prima partecipando alla pubblicità di una nota autovettura disegnando una nuvola su di un vetro con un pennarello, oppure sul TG 3, qualche giorno fa, quando parlando della sua mostra personale, ha descritto nuovamente il suo progetto della nuvola, dovrebbe darci, a livello percettivo, delle risposte più precise riguardo l’inserimento di una forma così metafisica posta in uno spazio di ‘soglia’, così relazionante! Troppo semplice se tutto si risolvesse, nella distanza creata tra i muri della scatola e il ‘corpo’ contenuto (illuminato – N.B. nella stessa trasmissione sù indicata, infatti, Dario Vergassola ironizzò sulla possibile interpretazione della Nuvola con una lampada dell’IKEA - questa è la realtà).
Il mio modesto parere rimane quello di non perdere occasioni quando si deve costruire o progettare un edificio di quella grandezza. Approfitto, come sempre per indicare a tale proposito (interventi architettonici che scadono nel facile surrealismo o nel banale fuoriscala) due piccoli ma potenti libriccini editi dall’Einaudi: di H.Focillon, Vita delle forme, e del suo allievo George Kubler il saggio La forma del tempo, sempre Einaudi.
E’ molto semplice infatti che venga confuso l’argomento: ARCHITETTURA E MEDIA con ARCHITETTURA MEDIA.
Paolo Marzano


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Commento 890 di --->Paola D'arpino
17/4/2005


Quando, da ragazzina, passavo nei pressi della Palestra di Paliano, nella mia ingenua testolina che certo non immaginava ancora neanche lontanamente che sarebbe diventata a sua volta una “testa da architetto”, non capivo quella struttura, quell’ edificio era per me un dilemma, non capivo perché fosse storto, cadente, mi metteva ansia e preoccupazione, mi chiedevo “ma quando chiameranno le gru per raddrizzarlo ?” Poi il modo di operare di Fuksas è cambiato, si è evoluto e le sue realizzazioni sono ora più comprensibili anche ai non addetti ai lavori. Non amo molto le polemiche ma trovo comunque che l’architettura e gli architetti non dovrebbero agire politicamente né fare dichiarazioni che vadano ad inserirsi in contesti che dovrebbero rimanere solo per i “politici di professione”. E parliamo dunque di architettura. Trovo che il nuovo centro fiere di Milano sia una grande opera con importanti aspetti positivi come ad es. la grande funzionalità, la celerità di realizzazione, la comprensibilità immediata dei tracciati, cosa di primaria importanza per un visitatore che in poco tempo ha la necessità di visitare tutto nel minor tempo possibile. Quello che però condivido pienamente con quanto espresso da Ferrara è la perplessità su quella caratteristica ormai ampiamente diffusa in molti architetti “in”, di progettare cose che “potrebbero stare ovunque”, opere astratte, introspettive, prive di rapporti con il contesto*. Potremmo vederle come una nuova architettura globalizzante, oppure una sorta di digital-re-newinternational-style, tanto per evidenziare che anche questa non è una novità, e neanche di grandi prospettive se dobbiamo considerare il breve successo del primo international style. E oggi, come allora, potremmo porre le stesse obiezioni su aspetti oggettivi e strettamente pratici, come la diversità di clima, perché ad esempio, personalmente sarei curiosa di sapere come sono stati risolti gli aspetti di bilancio termico estivo ed invernale e di FEN secondo normativa nella Nuvola di Roma. Poi ci sono gli aspetti più soggettivi e quindi opinabili come “l’apertura al territorio” e l’intervento per “mutare il luogo”, il rapporto con la città ed i suoi fruitori. Personalmente ritengo che anche questi aspetti “soggettivi” siano irrinunciabili: le architetture non sono né monumenti celebrativi fini a stessi e neanche semplici strumenti per l’esplicazione di una specifica funzione, sia essa espositiva, abitativa o produttiva. Le architetture sono prima di tutto per gli individui, gli uomini e le donne che devono vivere, attraversare, guardare le loro case, i loro uffici, le loro città e perdere il rapporto con l’intorno porta a perdere proprio quel rapporto con l’Uomo.
A proposito della querelle su chi scrive troppo e costruisce poco: scrivere significa ragionare, avere delle opinioni, comunicarle, discuterle e magari, anche metterle in dubbio ed essere pronti a perfezionarle. Progettare con la consapevolezza delle proprie idee non può far altro che aiutare a costruire mondi migliori.
Paola D’Arpino
*(aspetto già evidenziato nel mio commento “Nuvole?” su http://www.architettiroma.it/archweb/dettagli.asp?id=6550) e da Paolo Marzano in “L’Uomo altrove” su http://www.costruzioni.net/l'uomoaltrove.htm )


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Commento 889 di --->Luca Salmoiraghi
15/4/2005


"... ma crede davvero Fuksas che gli italiani siano così imbecilli da votare un partito o l’altro solo perché hanno dato vita ad una grande opera?"

Caro Paolo, non credo che si possa dare dell'imbecille ad un cittadino che valuta le forze politiche di qualsiasi colore esse siano in base a cio' che di concreto promettono (in campagna elettorale) e poi eseguono (durante il mandato). Mi ritengo un pragmatico stufo delle ideologie politiche effimere (tra l'altro oggi tutte uguali), che continua pensare che il governo sia a concreto servizio del cittadino e perchè no anche degli architetti. Non è che per caso anche tu stai diventando cosi', tante parole e pochi mattoni??? mi raccomando non cadere nella trappola.
Un 'architetto' imbecille. ciao. Luca.


...

15/4/2005 - Paolo GL Ferrara risponde a Luca Salmoiraghi:
Caro Luca, perché ti definisci un “architetto imbecille”?
Non ho dato dell’ “imbecille” a nessun cittadino...anzi...ho semplicemente rimarcato che i cittadini “imbecilli” non sono. E tu sei un “cittadino”, dunque non sei “imbecille”.
Detto questo, e visto che “imbecille” non sei, perché mai mi dici che sto diventando “tante parole e pochi mattoni”? Vuoi forse dire che dovrei progettare di più e parlare di meno? Eppure ti garantisco che progetto, anche se non mando i miei progetti in giro per i siti internet e non li condisco di relazioni enfatiche.
Però, a pensarci bene, se è vero che ho il coraggio di dire e scrivere quello che penso e non mando i miei progetti in auto pubblicazione, forse sono io l’ imbecille.
Difatti, in un mondo fatto di “carta igienici” (che sono peggiori dei “leccaculo” in quanto ti puliscono delicatamente e servizievolmente) so bene che stando fuori dal “sistema”, non faccio altro che fare la figura dell’imbecille. Ma ti dirò che non mi dispiace affatto.
Ti saluto caramente






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Commento 888 di --->Vilma Torselli
15/4/2005


Fare un’architettura ad alto contenuto tecnologico che riesca a sembrare già vecchia e già vista, fare progetti plurisignificanti in cui, afferma la moglie/collaboratrice Doriana Mandrelli, “non esiste mai un punto di vista preciso né una direzione privilegiata per osservarli”, tanto che invano si cercherebbe quella giusta per dare un senso al tutto, riuscire ad avere contemporaneamente il cuore a sinistra e il portafoglio a destra (“Il Cavaliere e l’Architetto”, Corriere della Sera, 01.04.2005): queste le rare concomitanze che, con delicato equilibrismo, solo Massimiliano Fuksas riesce a conciliare.
Fortunatamente.
Uno basta ed avanza.


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Commento 887 di --->Michele Simeone
14/4/2005


Egregio Signore,
sono d’accordo con lei. Dove sia la bravura o la novità di questo architetto, non si sa.
Sempre con figure plastiche chiuse e banali, senza nessun rapporto o almeno sintonia con l’ambiente che lo circondo.
Se una va in giro per i paesi o le strade di Italia trova delle architetture mille volte il valore di quelle di Fuksas e di tutti le altre star.
Quando è bello andare in giro camminare con gli occhi verso il cielo o verso l’orizzonte e oltre a varie schifezze, vedere una casa, un palazzo, una scuola ben fatta e bella, ma di cui non si sa il nome dell’architetto e non importa neanche del suo nome, perché parla la sua architettura. Gli architetti ultimamente parlano un po’ troppo invece di costruire belle opere. Grazie.


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