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commenti all'articolo: Gehry, dunque. di Ugo Rosa
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Commento 5852 di --->renzo marrucci
19/12/2007


Trovo Ugo la Rosa simpatico e unpò troppo virtuoso se mi è concesso. Credo che se facessse ameno di tanti giri risulterebbe più fresco e comprensibile...per carità si capisce...però stanca un pò e alla lunga perde convinzione. Dico questo perchè penso che il tipo di rivista che si legge così ...ha bisogno di una certa freschezza , di più spontaneità e senza ricorso a quella cultura architettese che serve solo ad incantare studenti e neofiti ma a incantarli per ostentazione e non a riflettere su contenuti che sono oggi l'unica cosa su cui occorre riflettere. Direi in sintesi: meno narcisismo più contenuti. Traducete voi in inglese che fa tanto alla moda.... Come disegnar nuvolette alla finestra con le palle degli occhi spinte di traverso come a guardar lo spazio etereo.... Visivamente molto telegenico ....coglie quel senso vago di bellezza che può essere di tutti e di nesuno ma ti lascia una buona spinta pubblicitaria....e la publicità oggi non è l'anima del commercio, è proprio la "vita". L'albergo di cui si parla è tutto sommato divertente....poco serio ma colpisce per la sua dissacrante scansonata libertà. Prende in giro tutti e credo che l'autore, sia un uomo di ottimo umore nella sua giornata...beato lui . Ma pensate a chi si prende sul serio in questo nostro contesto....come anche il grattacielo di Milano, quello che fa le linguacce alla città....son proprio americani simpatici ma più simpatici siamo noi .... che ci sriviamo sopra dal contesto degradto in cui ci muoviamo....e su cui in pochi riflettono. E meno male che l'autore si limita alla pensilina come se fosse un truciolo gettato ad arte su volumi utili...altrimenti sarebbe come a Bilbao un'attorcigliato sperimentalismo onirico che depotenzia lo spazio interno di spazialità. Ma che cosa volete....gentili signori? C'è chi si masturba con incarichi professionali prestigiosi e chi con seriosità li propina e li im pone...ma può essere considerato su un'altro piano di chi si delizia con il verbo? Lo chiedo a voi.... Se si usano le parole per dire nulla o egocentrarsi...(scusate il virtuosimo) si può essere da meno .....di altri? Così va il mondo.... dicono spesso.

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Commento 5304 di --->alma lopresti
23/4/2007


..ciuffi impomatati
Gentilissimo Ugo Rosa,
non saranno in molti ad aver colto il suo sfogo sul "ciuffo impomatato", sull'"l'ultimo genio fresco fresco uscito dal culo della gallina", sulla banana marcia". Mi chiedo perchè Lei scriva di Gehry e due volte rigurgita inacidito su un ragazzotto cino-olandese che se non altro i suoi "Nei" li infratta nelle ascelle della città....cioè io lo so perchè ma vorrei fosse Lei, gentilmente a chiarire le circostanze, a chiarirci perchè non è ha andato a dirglielo in faccia a Catania al novello genio acclamato, sarebbe stato lì con un'olandese , un'arci vescovo, l'onorevole separatista spoccioso e il nastro da tagliare alle Ciminiere? perchè si è prestato a fare una vergognosa intervista parallela dirimpetto a un signore-critico che strabuzza gli occhi da sembrare indemoniato a dire "stronzate", Lei inquilino del piano sopra all'istallazione del suo ciuffo impomatato tutta bizz-bizz, ragnetti elettronici e iperattualità ? perchè non ha scritto uno dei suoi bei panflet su SiciliaOlanda, su SiciliaArchitettura, su un carrozzone messo su per arricchire qualche amico degli amici, per sprecare denaro pubblico in inutili libercoli-cataloghi di architettini sfigati, con tanto di foto, per compiacere mamme e zie nonne e papà.. "chediolibenedicessepoverifigli"...solo questo ha saputo scrivere lei?, perchè mi delude così?? quando avrebbe da essere quello che vuole apparire..perchè colpisce di sponda? se vuole essere "omertoso" almeno non si presti a certe iniziative...i siciliaarchitettura li lasci ad altri, per tanti sui giovani conterranei e non, farebbe bene a stare contro sempre anzichè lavarsi la coscienza con i "God bless the child"


...

23/4/2007 - Ugo Rosa risponde a alma lopresti:
Gentilissima sig.ra Lopresti
devo confessarle, parafrasando la dedica che Laurence Sterne premise al primo libro del “Tristram Shandy”, che mai un povero diavolo, autore di una risposta, ha nutrito per essa meno speranze di quante ne nutra io per questa mia.
Intuisco infatti, dalle sue righe, la sua irritazione nei miei confronti e mi sembra corretto dare per scontato che sia anche perfettamente giustificata ma, le giuro, non riesco assolutamente a reperirne i motivi.
Mi trovo, perciò, a dovermi orientare tra i botti come l’impallinato nella notte e le chiedo dunque di perdonarmi se, nel buio, dovessi sottrarmi per errore a qualche sberla.
Suppongo, a lume di candela, di dovermi difendere dalle accuse seguenti:
1) non avere usato un tono abbastanza educato nel fare riferimento all’opera di un giovanotto olandese piuttosto noto (sembra) ma che io, per la verità, non avevo neppure nominato.
2) avere partecipato, anche solo tramite un’intervista pre-registrata (che lei giudica “vergognosa” senza però addurre le cause dell’obbrobrio), ad una mostra d’architettura nella quale si sono (lei, evidentemente, c’era) tagliati nastri con arcivescovi e onorevoli.
3) non esserci andato di persona.
4) avere scritto un pezzo intitolato “God bless the child” sul catalogo della mostra (si trattava, per la cronaca, di una selezione di opere di più o meno giovani architetti Siciliani operata da una commissione selezionatrice di cui avevo, sbalorditivamente, fatto parte qualche mese prima….
5) non stare “contro” sempre e comunque: “a prescindere”, come diceva Totò.
Dal momento che, come le ho detto, le mie rimangono ipotesi preferirei risponderle, appunto, ipoteticamente. Lo farò, come i vecchi rabbini, con cinque domande.
Riguardo al punto primo.
Per quanto possa sembrarle strano, il riferimento all’olandese in questione era puramente casuale: la banana marcia e il sottopassaggio verniciato di rosso sono, in effetti, cose assai ridicole, ma sono solo le prime che mi sono venute in mente. Forse perché, proprio nelle giornate in cui ho scritto il pezzo m’è anche capitato di rilasciare l’intervista. Ma oramai, del resto, è solo questione di scelta. Basta aprire a caso qualsiasi rivista d’architettura e di materiale se ne trova a iosa: perché non sostituisce quel riferimento con qualcos’altro di suo gradimento?
Secondo punto.
Un amico mi ha chiesto di rilasciare un’intervista che sarebbe stata proiettata alla mostra di cui lei parla. Me l’ha chiesto con cortesia ed io ho accettato. Una gentilissima amica è venuta al mio studio e mi ha fatto delle domande a cui ho risposto volentieri. E’ possibilissimo che in quest’intervista (che non ho mai visto, non essendo andato, contrariamente a lei, alla mostra in questione) io faccia la figura dello stronzo. Anzi, per venirle incontro, le dirò che è la cosa più facile del mondo: non sono un gran parlatore, non ho un bel faccino e non ho dimestichezza con le interviste. E allora? Cosa vuole che faccia? Devo farmi causa?
Terzo punto.
Appurato che nell’intervista ho detto scemenze, sarebbe stato, dice lei, più esilarante andarle a dire presenziando alla mostra. Per far cosa, mi perdoni: per stringere la mano all’arcivescovo e all’onorevole? per bussare sulla spalla del giovanotto olandese e dirgli che, in confidenza, non apprezzo la sua, diciamo così, “opera”? oppure per contribuire, semplicemente, alla claque?
Quarto punto.
Capisco che le abbia dato molto fastidio che in quel catalogo io abbia scritto ciò che mi pare e non ciò che pare a lei, allora che ne dice: la prossima volta vuole per caso passarmi la velina?
Addebito, naturalmente, all’assenza di luna ed alla mia debolissima vista l’impressione che i punti 2 e 3 siano in contraddizione tra loro (a questa benedetta mostra ci dovevo andare oppure me ne dovevo tenere a distanza perfino in effigie?) e che anche il punto 1 e il punto 5 non mi combacino a perfezione ma resta, in ogni modo, il fatto che non le piace la mia faccia, non le piace quello che scrivo e non le piace neppure il poco che mi è capitato di dire in quella benedetta intervista. Per piacerle, invece, io dovrei, suppongo, fare il pazzariello istituzionalizzato e andarmene in giro, rigorosamente in carne ed ossa, per mostre e convegni a togliermi le scarpe e sbatterle sul tavolino sfidando il servizio d’ordine.
E’ un’interessante visione delle cose…mi permetta, allora, di concludere con la domanda relativa al quinto punto.
Dal momento che le sembra auspicabile e, anzi, assolutamente essenziale che qualcuno si trasformi al più presto in questo spassoso personaggio, mi scusi: perché non se ne fa carico lei?


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Commento 4936 di --->Paolo Mancini
12/4/2007


Tre hurrà per ugo.
uno per il cuore.
perchè ci vuole cuore a scrivere ancora di architettura per passione e non per mestiere.
uno per il contenuto.
perchè si può essere o meno d'accordo, ma almeno parla chiaro.
uno infine per il tono.
perchè ci sono parti assolutamente tragiche ma dette in maniera che meriterebbero il palcoscenico di uno Zelig.


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Commento 2235 di --->federico bernetti
13/3/2007


..ehm...scusate tutti...........si ,mi sento di chiedere scusa perchè probabilmente non sono all'altezza di coloro che abitualmente scrivono su queste pagine e prometto che è l''ultima volta che cedo a questa mia tentazione. Sono uno studente di architettura e ho seguito tutta l'evoluzione del recente dibattito che si è svolto ,passando dalle pagine di arch'it per arrivare a quelle di anthitesi,sull' ultima opera di Gehry.....trovo tutto ciò semplicemente una boccata d'aria fresca, un modo realmente critico di porsi difronte all'architettura, estraneo a quella riverenza che invece è tipica degli incontriconferenzeconvegni....Ciò che più mi ha spinto a scrivere è il fatto di essere un lettore di Casabella ( diamine,sono uno studente,dovrò pur leggere qualcosa!) ed essere rimasto colpito dalla presentazione di Del Co sull' Hotel Della Discordia.......tanto frastornato da esserne quasi convinto, così scioccato dalla distanza tra il mio primo pensiero(.....no,un'altra volta Frank?!?....)e la raffinatissima pagina di critica del Direttore, da perdere di vista la realtà dell'architettura, quella che non può essere mascherata da una macchina fotografica.
Grazie, signor Rosa.....se passa per Roma le devo un caffè, mi sembra il minimo.


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Commento 2138 di --->maurizio zappalà
12/3/2007


SACRA/MENTE, i tempi cambiano. La città degli uomini è la "mente" ( la mentalità, le superstizioni, le oltranze, le debolezze, le stratificazioni) degli uomini. L acittà degli uomini ospita la "mente " che arreda i suoi luoghi rendendoli riconoscibili e sottaendo lo "spazio" alla sua assoluta autoreferenzialità, a quel vuoto inospitale persino a "Dio". La tolleranza del cambiamento è "robba" per pochi e ahimè lo stantio conosciuto è molto più confortevole e sicuro dell'azzardo. Mi pare che fosse di Immanuel Kant la definizione della mano come proiezione delle mente . Qui, qualcuno vuole ingabbiare la mente o la mano, non fa differenza e questo è intollerabile. Il giuoco del "cruciverba" (tova le differenze!) mi pare basso (anche se simpatico) rispetto alle capacità di Gehry! e quanti Grassi, Passi, Purini...etc, abbiamo soppotato senza urlare!

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Commento 2123 di --->Brunetto DeBatté
12/3/2007


Belinate!!!
il monumento a Karl Liebknecht e Rosa Luxemberg a Berlino di Mies (1926)
un conto
Un conto
Il Danteum di Terragni /Lingeri (1938)
Un conto
la mano aperta (’52) o la torre d’ombre
di Le Curb
un conto
le pensiline di Moretti (1956)
un conto
le ricerche di Mangiarotti sulle tettoie
un conto
il Convento delle Suore domenicane di L.K. (1965/68)
(che è servito a S.Holl per alcune soluzioni composizioni postume )
un conto
il cimitero Brion di Carletto (70/75)
un conto
il teatro del mondo
di Aldo R. (1979)
un conto
piazza Italia di C.M.
un conto
le contraddizioni di Venturi
un conto
le iconiche visioni degli Archigram o Archizoom
un conto
il lavoro teorico svolto da De Carlo x Spazio&Società

non si può scambiare la democrazia progettuale
per una arroganza stilistica
democrazia &potere
esplodono in
uno sconto = regalo senza ragione
X pesci e altri gigantismi
rapinati a Oldenburg
la pensilina avvinazzata è una belinata !!!!!!!!!!!!

in fondo hanno ragione sia Rosa che Ferrara


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Commento 2092 di --->vulmaro zoffi
11/3/2007


inizio dichiarando apertamente che amo l'architettura di frank owen gehry. vista l'aria che tira in campo accademico e antiaccademico (le due facce della stessa medaglia), confesso che per me dirlo è come immagino sia per un omosessuale fare 'coming out''. sto comunque tentando di leggere i vari interventi su gehry partendo dall'ultimo di ugo rosa che trovo molto molto divertente e, proprio per la sua prosa colorita, lo ritengo un bellissimo omaggio all'euforico frank. (caspita però a pensarci - tanto per un minimo aggiornamento letterario - in quella cravatta più che gli orizzonti di swift e melville ci vedrei l'oggi di lethem o d.f.wallace per non pronunciare proprio delillo o quella specie di pallone gehriano - a pensarci meglio belmondiano - che pynchon fa comparire in hampstead heath nella londra di gravity's raimbow). tuttavia, mai come nel caso di gehry le parole mi sembrano inadatte ad affrontare la sua architettura strampalata. a complicare il quadro generale - mi rifersico alle riviste, monografie, etc - si aggiunge la grossolanità di alcuni critici che con passione e dedizione e zelo e manciate di citazioni e aneddoti e ortogonalità spacciate per 'virtuosi' parallelismi e analogie, infarciscono i loro scritti sperando di far dimenticare a noi lettori, per ottundimento da sazietà , la loro mancanza di sensibilità e di acume critico; e conchiudono giri di parole perfettamente circolari che includono il vuoto ed escludono ogni significato.
per tornare un attimo a gehry, questo fraintendimento interpretativo - che nasce inevitabilmente nel momento stesso in cui si comincia a scrivere delle sue creazioni - si manifesta, per altre vie, anche nelle librerie dove accade che il i più ben curato e significativo volume sulla sua opera (non lavoro per la MITpress ma sto parlando di quel tomo contenente i suoi scarabocchi) risulta purtroppo essere anche quello fra i meno venduti. evidentemente si preferiscono gli scritti critici ben più corposi inclusi nelle monografie. a quel punto sono molto meglio le foto di hisao suzuki.
comunque, per non aggiungere altre parole inutili a quelle che anch'io ho finito per scrivere, volevo semplicemente consigliarvi la visione di questo filmato (il link è qui sotto) che - a mio avviso - è la più profonda, efficace e moderna lettura dell'architettura di frank owen gehry.
buona visione.

http://www.youtube.com/watch?v=MRuNT8eXU8k


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Commento 2089 di --->pirazzoli
11/3/2007


Perdonate l’intromissione,
non conosco personalmente Ugo Rosa,
nel senso che non l’ho mai visto negli occhi né gli ho stretto la mano;
il suo scritto “Pensiline” l’ho avuto per caso,
questo “Gehry, dunque” me l’ha mandato lui,
per gentilezza sua.
Tutto quello che ho da dire,
è che sono completamente d’accordo con quel che Rosa
in entrambi i testi scrive,
nulla escluso.
Senza offesa,
trovo i suoi ragionamenti assai affini a quel che cerco di fare,
per come ci riesco nella presente condizione;
trovo la sua scrittura bella colta e piena,
per me incomparabile con quella dominante
nelle riviste di architettura italiane,
che del resto ho per caso smesso di leggere ormai da più di dieci anni,
magari per mia intrinseca distanza dall' "iperattualità"
Dunque aggiungo una postilla sulla questione “provincialismo”,
perché quelli che “prendono appunti”
e s’incantano al primo ragionamento sulla “fluidità etc.”
non sono solo architetti/ingegneri Ignoranti/FashionVictims
ma pure parecchi committenti,
cioè politici a vario livello,
co-responsabili di quel singolare paesaggio
da ExBelPaese
che è l’Italia di oggi
sotto gli occhi di tutti.

Argomento a piacere:
chissà come mai più volte mi è capitato,
all’Estero,
di pranzare con degli amministratori pubblici (cioè politici)
anche di provincia,
assieme a colleghi architetti
e di constatare che,
ma è giusto per esempio,
tutti conoscevano luoghi, nomi e lavori
di più di un artista contemporaneo
tanto da poterne discutere con discernimento?

Un saluto!
Giacomo Pirazzoli



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Commento 1919 di --->Domenico Cogliandro
7/3/2007


Che dire?
Però lo dico.
Ci voleva Ugo per scrivere queste cose? Zevi lo avrebbe fatto, uguale? Non lo so, certo è che molti anni fa ero presente a Roma, Valle Giulia, in un'aula gremita di persone intente ad ascoltare Libeskind. Credo fosse il 1992. Il parterre era completo, e io mi ero appena laureato con una tesi che interpretava, progettando, il Modulor di LeCorbu. Al dunque, Libeskind chiacchierava delle sue cose (come fanno le dive a proposito della colf), sgranellava diapositive di oggetti in tuttte le posizioni, ma prevalentemente disegni con le sue idee come didascalie. Io non so se è cresciuto ma, per come lo ricordo io, Zevi era molto più alto di Libeskind. Insomma l'attore termina la piéce, applause, e lui stesso chiede, con traduttrice al fianco, se ci fossero domande. Ed è stato lì che ho visto Zevi per la prima e unica volta della mia vita. Lo ha... lo ha...come dire... se lo è mangiato tutto intero, sbottava, parlava facendo gesti larghi con le braccia, ed era quasi infuriato, ce l'aveva con quelle cose che Libeskind chiamava idee e lui diceva che non stavano di casa da nessuna parte, insomma: altro che domande, un uragano. Perché lo ricordo così? Perché il 1992 corrisponde alla prima (e ultima?) edizione di "Sterzate architettoniche" che ho comprato ma non sono mai riuscito a leggere, e perché lo stesso anno fu uno dei membri della giuria del Premio della Fondazione Wolf che scelse, tra i premiati, il danese Utzon, l'inglese Lasdun e l'americaliforniano Gehry. Sono passati più di 15 anni, mi pare sia arrivato il momento di spingere Ugo a scrivere il suo "Stronzate architettoniche". No?


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