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commenti
all'articolo: 'Ed io che sono Carletto l'ho fatta nel letto...' di la Redazione
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Attenzione! I commenti sono in ordine
discendente, dall'ultimo al primo.
Nessun fiume ha un alveo e una corrente determinata... ma di solito una infinità di storie e di accidenti, di anime e di tante altre cose... semmai il fiume fosse il riferimento... ci potremmo riconoscere tanti caratteri e tratti...tante e differenti omogeineità... Perfino la sua stessa esistenza è in funzione di...
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PS: X Renzo
il "tempo che viviamo", qualsiasi tempo, non è un fiume con un alveo e una corrente predeterminati. Ogni tempo è ricco di rigurgi ti retrogradi ma è anche, e ben di più, gravido di ferrmenti positivi, contrastanti, ricchi di potenziale e spesso trascurati e tacitati. Si può e si deve andare controcorrente, se si comprende che nella società ci sono valenze censurate e vitali: dar loro forma e voce è doveroso.
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X Renzo
Caro renzo, le parole a volte ingannano, sono scivolose. "Continuità", poi, è una vera saponetta sciolta in acqua sul pavimento. Se intendi "continuum spaziale", ti seguo bene. E alcuni tuoi disegni pubblicati su "archiportale" lo chiariscono meglio di mille discorsi. "Continuum" non indica un fatto gformale ma di contenuti: di forma-(in quanto)-contenuto.
Più in generale, ripensando, nel cinquantenario della scomparsa del genio di Taliesin, allo splendido "Frank Lloyd Wright. A study in architectural content" (studio sui contenuti architettonici), di Norris Kelly Smith, non posso fare a meno di considerare una cosa: è vero che Wright compie fin dalle "Prairie" una serie di operazioni in apparenza "formali", ma in realtà -e lo dice più volte esplicitamente- si tratta di scelte di contenuto, prima di tutto.
Riprende le case dei pionieri in quanto, sì, rappresentative di un "costume". Ma è un costume che rappresenta anzitutto il momento più coraggioso e genuino, lo stato nascente della democrazia statunitense. Scelta dichiaratamente controcorrente rispetto alla società "affluente", richiamo alla sorgente delle frontiere della nuova libertà, allo spirito della Dichiarazione d'Indipendenza e della Costituzione. Richiamo tuttora efficacissimo, quando in USA si dimentica questo carattere innovatrivo dell'Unione, agganciato saldamente a una matrice biblica e liberale.
Naturalmente, Wright modifica profondamente gli shemi tipici delle case pionieristiche: unifica i camini in un unico camino-fulcro, che è anche il cuore della vita comunitaria, e di lì fa scaturire dinamicamente tutti gli spazi della casa. Reinventa il tetto come "riparo", come richioamo alla terra e, prolungandolo oltre i "confini" della casa, lo imparenta indissolubilmente all'orizzonte: dall'interno verso l'esterno. Come la libertà, che deve nascere sempre dall'interno e mai può essere elargita dall'esterno. Tutte queste operazioni e invenzioni (lo sottolineo con forza) architettoniche hanno, al contempo, intense valenze formali, di vita, di spazi e di contenuti.
Allora mi chiedo (pubblicamente): come mai oggi sembra o è divenuto tanto difficile occuparsi di "contenuti" in architettura, se non in termini così generici da risultare, il più delle volte, all'atto pratico, astratti, vuoti, e praticamente assenti? .
Bye,
G.C.
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Non si può essere contrari al tempo che viviamo ma critici è un dovere esserlo, almeno per chi voglia esser controtendenza a ciò che ridicolizza il bisogno di chi vive appunto il tempo che viviamo e abbia coscienza del tempo che vivremo compreso quello dei figli. Sembra che non ci si esprima mai abbastanza. Internet è un mezzo che consente il dialogo ma rivela le sue lacune, come ogni altra cosa che crei spazi diversi dal naturale del resto... Io per esempio son contrario alla falsa modernità, ma solo quella che sfrutta la voglia di diverso che vedo nella massa... é un pò come la pasticca inutile, quella che ti illude... prescritta dal medi
co furbo o molto esperto. In architettura oggi è così e per capire occorre una solida infanzia vissuta a contatto dei materiali e delle cose vere, de
gli affetti e della prima amicizia che poi ti porti dietro. Per me è così. Occore anche una grande aderenza alla semplicità profonda della vita e questa considerazione che mi viene dall'interno e sempre con grande affetto, la faceva mio padre, nato e morto a Volterra con grande coerenza e continuità organica a quella terra antica dove ha lavorato sempre la pietra degli etruschi e bevuto quel vino che sapeva scegliere e... non le brodaglie... Non posso neanche pensare che fosse morto vecchio, al contrario morì giovane nelle idee e con pensieri profondi che mi rimugi
no ancora nella testa senza risposta... avendo appunto vissuto fino a ot
tantadue anni e passa la vita.
E cosi sarà, sono portato a pensare, che l'architettura fatta con "amore" o la voglia di risolvere... per non dire parola "amore" impegnativa e rite
nuta a torto, oggi, da molti, un po melensa... Oggi occorre far ciccia si sente in giro da più parti da chi comanda e dai più triviali, mentre altri usano altri segni e linguaggi. Distinguere la modernità dalle "fetecchie" dirrebbe totò. Dall'eccesso di narcisimo acritico e arrogante dico io... Che striscia nel tempo che si vive ma che forma, inizia a formare, i propri anticorpi critici, come una sorta di risveglio, come capita, non sempre purtroppo, nelle cosiddette migliori famiglie... Noto con piacere che si parla della Chiesa? di San Giacomo, l'interrogativo mi è scivolato e qualche cosa mi impedisce di toglierlo... Sembra fatta per togliere la fede o insinuare dei dubbi atroci a chi la frequenterà... Ma solo perchè vi è una sostanziale elugubrazione intellettualoide campata in aria, sospesa, come quella scatola inscatolata evoca. Ma è la massa di cemento esibito che sciocca per la mancanza di mediazione sensibile e non solo per l'interruzzione traumatica con l'umiltà di una tipologia che ricorda la casa, una grande o piccola celebrante casa... che è dura da reiventare... Allora si vola, ma senza l'ali dove voli? Ti ritorna tutto indietro purtroppo. Falsa modernita? Nuovo medioevo cementizio? L'angolo retto
al posto dell'ogiva e via le vetrate meglio i cannocchiali corridoio?
Retorica di retorica? La tipologia delle chiese è nella storia, quella di una casa preparata per la celebrazione della vita e per ringraziare della vita... la dico a soldoni... anche per chi è scettico... é comunque un segno di bellezza e anche di accoglienza interiore nella città...
Comunque non è solo Fuksas ha non averlo voluto capire... Già da tempo questo argomento delle nuove chiese preoccupa... forse non lo ha proprio compreso e quel che è peggio, con lui, anche altri è da imma
ginare... purtroppo! Mi sa che dovrete verniciarla di bianco come ha fatto Meyer e, questa volta, con l'aggiunta di fiorellini e alberelli rosa !
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X il sig. Pacciani
grazie per la precisazione. Fuksas non è nelle mie corde. Personalmente non vedo nella chiesa di Foligno una sorta di eclettismo storicistico, ma poco male. Forse calza molto meglio la chiave della rilettura pop del razionalismo additata dalla Torselli, ma questa mi sembra una cosa affatto diversa da un'opzione eclettica.
Probabilmente intuisco meglio da dove nasce certa diffusa avversione per la cosiddetta modernità: da alcune sue versioni per me non particolarmente significative. Ma la modernità, al pari dell'architettura, non è una bella signora. Forse per alcuni è una velina, ma anche questo non centra la realtà di itinerari plurali, polidirezionati e senza denominatori comuni.
Bye,
G.C.
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In realtà, Andrea Pacciani, ho usato quella definizione non in senso spregiativo, almeno dal mio punto di vista, volendo significare l'accattivante valenza oggettuale del cubo di Fuksas, che minaccia di diventare più famoso di quello di Rubik.
Il mio commento è senza'altro una semplificazione un pò provocatoria, così come lo può sembrare la scelta progettuale di Fuksas, che in genere non apprezzo particolarmente.
Il suo tentativo di mediare tra slancio espressionista e ingabbiatura cartesiana mi ha richiamato certe immagini di Claes Oldenburg (Clothespin, Trowel, Spoonbridge and Cherry o se vogliamo il milanese Ago e filo) dove l'oggetto gigantesco diventa archetipo di un'idea platonica di 'oggetto'.
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Mi sono dimenticato che dovevo al sig Cusano una spiegazione su cosa intendo per eclettismi storicistico-moderni:
Facendo un caso di cronaca di questi giorni la Chiesa di Foligno di Fuksas ne è la miglior espressione. Prendendo in prestito sempre un commento di Vilma Torselli (ha un'efficacia nelle definizioni invidiabile) da altro blog
"una rivisitazione in chiave pop del razionalismo lecorbusiano"
Ovvero un esercizio fuori tempo, decontestualizzato territorialmente ma soprattutto socialmente, storicamente ; insomma unedificio che fatto 50 anni fa avrebbe anche avuto una sua credibilità, ma oggi è peggio di un post-moderno ritardato....
Aspetto dalla redazione un commento su questo capolavoro
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27/4/2009 - Sandro Lazier risponde a andrea pacciani: |
Questa redazione ha dato prova nel tempo di non apprezzare le opere di Massimiliano Fucsas, ritenendole incapaci d’interpretare con sufficiente complessità il tema spaziale, da noi ritenuto fondamentale per le opere d’architettura.
Questa carenza, che l’autore tende a sostituire con una compiacente suggestione retorica e narrativa, è motivo primo d’indifferenza ambientale.
Non crediamo che la chiesa di Foligno sia estranea a tale giudizio e parlarne non giova a nessuno. Nemmeno ai suoi più accaniti detrattori o a quelli che la usano per le loro speculazioni antimoderne.
La chiesa sull’autostrada di Michelucci e quella di Le Corbusier di Ronchamp sarebbero bersagli più seri e meno agevoli per tali critiche
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Risponderei così…
Sul concetto di continuità credo che non ci sia sofisma in quello che sostengo. Se mi si dice che occorre dimostrarlo anche con le opere, allora capisco di più e questo sino ad oggi, è parte di che ho vissuto nelle mie esperienze. Naturalmente non ho la natura del sofista. Sono nato in una città in cui continuità ed integrazione sono organicamente realizzate. Questa concezione organica è rapportabile anche all’architettura di oggi, che non ha necessità di una particolare autonomia e non c’è bisogno neanche di tante elucubrazioni… prendo a esempio Michelucci e non solo.
Questa riflessione nasce dalla consapevolezza grave della realtà in cui si addiziona volume nella città, che vedo crescere in modo disorganico e irrazionale. Peggio, aggravando l’esistente in una forma che sento destinata ad accumulare invivibilità e non tensione creativa o altro… e a cui sono contrario. Non vedo nel progetto rispetto per chi la vive, ma un certo cinismo nel lavoro di gran parte degli architetti attivi. Sarà una impressione? Ognuno pensa a lasciare il suo segno, ma quale segno? Il sentirsi protagonista è vissuto male, riscontro un senso di superiorità derivata da arrogante convinzione. Non mi convince! Naturalmente non sono solo gli architetti i responsabili, la crisi è dentro la città e nei suoi operatori. In quale altro modo sarebbe possibile spiegare il cinismo con cui la periferia viene lasciata a sé? A produrre esseri umani svantaggiati in volumi assurdi… e il centro che esagera nella sua deformante visione mercantile. Manca il controllo della cultura architettonica e la società, con la sua visione morale e politica è complice.
Per me, continuità e integrazione sono valori semplici e chiari nella loro complessi
tà, ma ogni volta mi rendo conto che è viscoso parlarne.
Si deve imparare dalla storia per non calpestarla o violentarla e non esserne schiavi. Per andare avanti davvero si devono affrontare le realtà…E’ difficile, e me ne accorgo bene, ma non ci sono fughe artistiche per un architetto vero… Un albero cresce e diventa quello che diventa (una magnifica manifestazione di vita) con l’intera storia dei suoi traumi, le sue cicatrici, che son segno di dolore vissuto e assimilato e di mutilazioni che sono la sua sapienza e la sua bellezza, il suo fascino… e per cui mi incanto e mi compiaccio della sua esistenza e per la sua funzione che mi è necessaria. Tutto ciò avviene nella organica continuità del suo principio interno, che è poi quello di crescere e di esistere, di respirare, andare sempre verso la sua natura ... Per me è un grande esempio di continuità e di armonia con gli altri, e le sue vicissitudini naturali diventano la sua storia, nulla si rifiuta ogni cosa si affronta… La legge che c'è dentro di lui è organica, così i traumi sono linfa naturale e funzionali alla sua crescita.
Quando vedo per esempio una periferia come Ponte Lambro, vedo che l'insediamento umano non è organico, non ha connesioni nè spazialità aperte e organizzate che ne connettano il tessuto. Persino la chiesa e la parrocchia è una sorta di bunker progettato in modo orribile. E’ una realtà lasciata crescere senza una legge interna, come tanti episodi interrotti, senza relazione tra edificio e spazio e edificio. Traumi e valori critici non vengono assorbiti… Tutto resta desolato e interrotto e così l'uomo che quello spazio vive.
Passare dal progetto alla realtà tecnica vuol dire per me riorganizzare quegli spazi, dopo avere capito che cosa manca, per avere l’autosufficienza vitale e necessaria a potersi sentire e riconoscere in quella qualità, per guardarsi in faccia e sentire la voglia di comunicare, scambiare parole... passare dal segno sulla carta al valore preso e compreso della realtà, magari seguendo un tracciato di riflessioni che si integrano e si perfezionano, osservando e studiando. Questo io lo faccio nel mio mestiere e, quando vedo i segni che si concretizzano, procurano la gioia di chi quello spazio vive o torna a vivere… mi sento pienamente realizzato dal mio mestiere.
Cercare di formulare risposte che integrino, che valorizzino la spazialità in cui riconoscersi è armonia, si è cioè ristabilita una continuità tra uomo e ambiente con dei valori che integrano il dinamismo e la provvisorietà… in quel momento si è realiz
zata quella continuità tra tensione e spazio e vita... Tra uomo e spazio e ambiente ... e credo sia questo il mestiere dell'architetto...
In questo senso potrei citare alcune opere di Michelucci (e F. L.W. ma anche di molti altri ma non tutti organici…) che è nato e vissuto a pochi km da dove io sono nato. Opere che rivelano, nella loro ricerca… una forte essenza organica connessa alla spiritualità dell'uomo e dell'ambiente. Potrei citare Galvagni nella sua ricerca didat
tica per esempio…
Adesso non mi si dica che sono michelucciano per favore, perchè questo accadeva già molto prima di M. e di solito accade dove l'uomo vive e ama lo spazio che vive e assorbe crisi e mutilazioni… come la sua felicità…come l'albero di cui si parlava prima.
Renzo Marrucci
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Non sarò breve!
Mi pare che la discussione, a parte eccezioni, rischi di introvertirsi sullo specifico, per non dire su una sorta di inesistente autonomia, dell'architettura. E semplicficandosi eccessivamente.
Pacciani ha ragione quando parla di tematiche ecologiche ma a mio avviso sbaglia quando confonde la modernità, e segnatamente la "cultura" della modernità, con l'efficientismo del capitalismo industriale e finanziario e con il vortice consumistico che certo mettono in serio pericolo l'ambiente.
Forse c'è bisogno che ricordi che Norberto Bobbio ha lavorato una vita sulla felice intuizione che il capitalismo ha, per la prima volta nella storia umana, scisso economia da politica (in senso lato) ponendo così il termine "società" in una nuova dialettica interna, ptrima del tutto ignota. Dunque, democrazia e capitalismo, e più in generale cultura e capitalismo (o, oggi, consumismo) sono due corni di una dialettica complessa e conflittuale, in senso generalmente positivo. Basta rileggere Wright, del resto, per capire che aveva compreso perfettamente la questione. Che non è di efficientismo ,acchinistico o economicistico-finanziario ma di prospettive politiche, culturali, spirituali. La stessa dialettica, del resto, non è sfuggita agli economisti e uomini di cultura più attenti, meno "settoriali" e certo più moderni del XX sec. (alcuni anche del XXI) come, per es., Paolo Sylos Labini o Giorgio Ruffolo.
Dagli anni '80 in qua, a mio parere, e questo mi pare un nodo forte del problema, mentre il mondo dell'industria e della tecnologia andava avanti, il mondo della politica e della cultura non riusciva a tenere il passo con nuove politiche di riequilibrio sociale e ambientale. Con Reagan si disse che il mondo aveva inesorabilmente virato a destra. Non credo sia così, ma si è detto. Il corno politico, culturale, progettuale della società si è indebolito, mentre capitalismo e società dei consumi e dello spreco hanno continuato imperterriti a "crescere" senza forma e senza delimitazioni di sorta. Il nostro stesso io si è indebolito e rintanato in prospettive sempre più minimaliste e laconiche: dopo i rischi della guerra nucleare, tuttora non sopiti, anche se meno acuti di un tempo nella percezione comune,. dopo le delusioni seguite alla "belle èpoque" degli anni 1945-1973/76 (prima crisi petrolifera) in effetti pian piano la svolta a destra c'è stata. Nel senso di un calo di fiducia generalizzato, in Occidente, verso la possibilità di riformare i nostri sistemi nel senso di una società più a misura d'uomo.
"Psicanalisi della situazione atomica" di Franco Fornari è del 1970. ma già nei primi anni '80 si scrivono libri di taglio totalmente diverso, come la cultura del narcisismo" (1\981) di Christopher Lasch. Che aveva lucidamente compreso che la partita si iniziava ormai a giocare nel senso della sopravvivenza psichologica, prima ancora che materiale. E sempre lasch, nel 1984, propone una lettura della situazione che mi pare estremamente significativa ne "L'Io minimo: la mentalità della sopravvivenza in un'epoca di turbamenti". C'è una diffusa mentalità del "si salvi chi può" -alimentata anche da molto terrorismo psicologico di certo catastrofismo ecologista- che rende sempre più scettici nei confronti di progetti sociali comuni.
Tutto sommato la "belle èpoque" 1950-'73 aveva retto, è vero, sull'illusione dell'inesauribilità delle risorse (e già Peccei e il Club di Roma avvertivano di fare attenzione), cioé sul volano del petrolchimico, ma questo non basta. C'era anche una sorta di equilibrio o compromesso tra capitalismo manageriale e umanesimo socialdemocratico, in senso lato, o umanistico-rifornatiore che negli anni '80, per ragioni che sarebbe lungo analizzare, si ruppe a livello mondiale. Quello che da tempo sta prendendo piede in occidente è una mentalità da assediati: specie dopo l'11 settembre, ma non solo.
E se il Moloch della crescita illimitata (Moloch contro cui si è sempre scagliata tutta la cultura urbatettonica moderna: altro che storie!) negli anni del tramonto delle ideologie è rimasto l'unico vero residuo ideologico perfettamente integro e trasversale a destra come a sinistra, proprio continuare a credere più o meno inconsapevolmente in questo Moloch porta poi alle crisi di sconforto e di pessimismo generalizzato quando le cose non vanno come previsto. Ma da chi? Da quelli che in generale potremmo chiamare "futurologi", in realtà gli arùspici del tempo presente. Che siano economisti, sociologi, architetti, urbanisti, tecnologi, poco cambia.
Come sempre, anche gli arùspici di oggi si dividono nelle due eterne categorie dei catastrofisti e degli iperottimisti. E regolarmente toppano previsioni: perché non c'è nulla da prevedere. Perché dietro l'angolo non c'è nulla e nel "corso degli eventi" non c'è alcun senso inscritto se non quello che sappiamo e osiamo metterci noi oggi oggi.
Ecco, allora, la cornice in cui mi pare si inscriva oggi il lavoro degli architetti: la gestualità spesso esibizionista e disperata delle "archistar", prese sempre più nella morsa di banche, istituti finanziari multinazionali che sono, sì, un volano importante delle società occidentali, ma lasciate a sé stesse -come si è fatto negli ultimi 20 anni almeno- senza regole e limiti culturali e politici, diventano narcisisticamente autoreferenziali, concependo lo scenario sociale nient'altro che come lo specchio in cui rimirare la propria potenza finanziaria ed economica (inclusa la sceneggiata fasulla della "nuova" Dubai) e dall'altra il minimalismo laconico dei Krier e dei marchesini Eufemi di turno.
Lo scenario non è dei più incoraggianti. ma per favore: non buttiamo via l'acqua sporca con tutto il bambino. L'architettura organica è il capitolo più avanzato e l'ancoraggio culturale più sicuro che abbiamo, perché tra l'altro ha da lunga data anticipato i problemi del nostro tempo in tutta la loro complessità e ricchezza e ha prospettato da tempo efficaci terapie : confonderla con fenomeni deteriori o col consumo di una malintesa "modernità", pensare che sia superata e si possa impunemente trattarla da arnese arrugginito, è solo cinica, disperata irresponsabilità o colpevole ignoranza e superficialità.
G.C.
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