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commenti
all'articolo: Architetti, crisi e architettura di Sandro Lazier
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Attenzione! I commenti sono in ordine
discendente, dall'ultimo al primo.
Non avendo un pensiero originale mi affido ad un maestro, Carlo Ludovico Ragghianti
“Naturalmente quasi inosservato il volumetto di Tullio de Mauro che ha per titolo Il linguaggio della critica d'arte (Vallecchi Firenze 1965 pp68), e lo esamina sia come linguaggio speciale o uso speciale di lingua, sia nella formazione storica del suo vocabolario, concentrando l'attenzione sulle "radici storiche, complesse e spesso assai profonde, della moderna critica artistica".
(...) l'autore constata che il lessico di derivazione antica è orientato soprattutto verso la definizione di significati denotanti le diverse modalità figurative della loro esteriorità materiale o tecnica (pittura, scultura, architettura, plastica), ovvero denotanti entità elementi o caratteri ritenuti oggettivi (forma, linea, figura, composizione); mentre il lessico moderno "è orientato verso l'individuazione di significati denotanti momenti o qualità della creazione artistica e della comprensione, considerati al di là della diversità di tecniche esecutive (arte, gusto, genio, artistico, espressivo)".
Il lessico riflette cioè "la congiunta scoperta dell'unità delle arti e del primato della personalità creatrice dell'artista" nell'opera compiuta. "Nella conquista di concetti e significati coglienti gli elementi unitari e soggettivi al di là dell'oggettiva diversità delle tecniche esecutive, i motivi platonici hanno probabilmente avuto meno peso di quanto le dispute teoriche rinascimentali potrebbero far credere, come è lecito indurre dall'assenza di loro riflessi sul piano linguistico...Bello per quanto sia parola di grandissima frequenza nel linguaggio corrente, è ai margini del linguaggio critico ...Non bello o bellezza, ma arte, artista, forma sono le parole dominanti nell'uso linguistico della critica d'arte contemporanea: parole che, per i legami di affinità con altre parole delle lingue storiche, per i loro significati anche non estetici, alludono all'arte non in quanto platonica contemplazione o sentimentalistica eccitazione, ma in quanto operatrice e formatrice". (Arti della visione - Il linguaggio artistico 1979 Einaudi)
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Io penso e credo che l'artista debba avere particolari convinzioni etiche e senza queste convinzioni la società si perde nella idea del tutto... Io credo anche che certi studiosi abbiano fatto più male che bene nella loro inconscia volontà di potere...
Avere convinzioni etiche non significa agire secondo una idea precisa e
declamata... significa solo che l'arte è necessaria all'uomo rispetto alla sua condizione di equilibrio che viene espressa nella vita e nella società... come condizione indispensabile dell'individuo rispetto al mondo...
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In arte non ha senso parlare di buono o cattivo, ma solo di bello o brutto, l’arte può esprimersi liberamente senza autolimitarsi né finalizzarsi, può essere bella e cattiva, brutta e buona, può essere contemporaneamente bella e brutta, buona e cattiva, senza intenzionalità alcuna, senza scopo e senza utilità.
Ha ragione Eco, che per la verità compie un ragionamento più articolato di come sembrerebbe nella citazione di Casgnola: "L'artista non ha convinzioni etiche”, non servirebbero, l’arte è comunque etica, suo malgrado e al di là delle sue stesse intenzioni (l’intenzionalità condurrebbe ad “un imperdonabile manierismo dello stile"): è etica perché ha a che fare con i comportamenti umani, con la società, con i costumi, è etica perché, per tornare ad Eco, essa è "metafora epistemologica di una persuasione culturale assimilata" ed in grado di definire il mondo come qualsiasi altro strumento conoscitivo del sapere del suo tempo.
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Mi piace citare proprio Umberto Eco che conosco bene, ammiro molto e, spesso, non condivido, quando cita a sua volta: "L'artista non ha convinzioni etiche. Una convinzione etica in un artista è un imperdonabile manierismo dello stile" (Wilde, Prefazione al Dorian Gray).
Sono felice di vedere che, almeno, sono riuscito a far riflettere su un argomento che si riteneva del tutto superato... e, come osserva con grande sensibilità Renzo Marrucci, “Forse l'epoca del bello molto relativo sta riproponendo qualche cosa che ci fa sentire non dico nostalgia ma la mancanza di qualche cosa di profondo, o almeno di sensato che sta evaporando dalla vita di tutti i giorni...
É esattamente quello che cercavo di trasmettere!
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Ne va della nostra civiltà: bisogna tenerlo ben fermo. L'arte è indagine e conoscenza che riguarda i nostri stati d'animo e che non vanno confusi con le pure passioni. E' nella natura stessa dell'arte, che non è eticità ma da questa non può prescindere, di riconquistarci all'espressione. Per eticità dell'arte non dobbiamo intendere un insieme di norme e dottrine, ma un più profondo senso di unità psicologica della coscienza.
"Filosofia del linguaggio e scienza dell'espressione" aveva sottotitolato Croce la sua prima Estetica. Il linguaggio, qui, non è quello di De Saussure, dei semiologi e dei linguisti, ma il linguaggio creativo. E non è insieme di norme, Grammatiche e classi grammaticali ma, semplicemente, ciò che le ignora e, quando se le trova contro, le distrugge. Né può fare altrimenti, per liberare nuovamente la propria stessa natura e la nostra capacità espressiva dall'afasia e dalla laconicità e povertà percettiva e concettuale.
Non c'è logico o filologo, per quanto freddo e pedante, che anche nel più astratto ragionamento possa prescindere dall'espressione, perché non esiste concetto vuoto, ma solo espresso in forme. Chiunque voglia esprimere un qualsiasi concetto, per quanto arido, non può fare a meno di avvalersi di parole, suoni forme e particolari simbolismi.
Non c'è aspetto della vita in quanto espressione che non sia in qualche modo legato all'arte, se la vita stessa non vuole ridursi ad atto muto o peggio a meccanica ripetizione all'infinito di ciò che è giunto a noi già confezionato e ripetuto fino alla noia. E' un altro aspetto della funzione liberatrice dell'arte: attraverso l'attività creativa, di scacciare la passività e l'inerzia. Guardiamoci intorno: quanti edifici, quartieri, città si salvano dall'inerte, acritica, fatalistica accettazione dello "statu quo ante"?
G.C.
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Il concetto del bello (e del brutto) ha subìto e subisce continue trasformazioni nel tempo, legato com’è ad un excursus storico-critico che parte dalla concezione platonica e classica di bellezza basata su proporzione ed armonia fino a giungere, oggi, al predominio di una voluta, provocatoria dissonanza formale che pare il linguaggio più adatto ad esprimere la crisi della cultura contemporanea. Tanto che chi si occupa di comunicazione visiva si chiede se nell’estetica moderna sia il brutto ad essere diventato la vera bellezza.
Umberto Eco ha scritto una interessante “Storia della bellezza” (2004) , a cui ha fatto seguito, per par condicio, una altrettanto interessante "Storia della Bruttezza”(2007) partendo proprio dal presupposto che la Bellezza non sia mai stata, nel corso dei secoli, un valore assoluto e atemporale: la lettura potrebbe chiarire tante idee, specialmente a Flavio Casgnola.
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Carissimo Sandro Lazier,
Credo proprio che, seppur su piani diversi, diciamo cose non così distanti da come possono apparire a prima vista, evidentemente sono stato io poco chiaro.
Il tempo è una variabile fisica solo e in quanto noi lo possiamo misurare in rapporto alla spazialità a noi comprensibile. In quanto tale, il tempo, senza collegamenti con il mondo fisico non esisterebbe. Mi voglio spiegare meglio; siamo noi a classificare la nostra storia secondo ere, fasi, periodi, epoche ed a determinare un percorso lineare dal passato al presente, ipotizzando il futuro, cercando di dare, quindi, un senso alla nostra precarietà, appunto, temporale.
La Bellezza no.
La Bellezza è qualcosa di assoluto ed infatti, non al suo tempo ma, pur sempre, nel tempo, apprezziamo l’estetica di Van Gogh e non credo che sia solo perchè “i nostri canoni estetici sono mutati e nella sua scrittura riconosciamo segni capaci di mettere in moto sentimenti culturalmente sedimentati” ma, anche, ed io credo soprattutto, perchè l’estetica di Van Gogh già conteneva un valore assoluto e, come nelle scoperte scientifiche, solo oggi siamo in grado di decodificarlo compiutamente. É Van Gogh che ha anticipato i tempi ed è proprio per questo che oggi lo comprendiamo.
"La bellezza salverà il mondo" afferma il principe Miškin nell'Idiota di Dostoevskij, “in fondo l'umanità è stata capace di una sola grande idea":
distogliere la mente dal dubbio che il caos assoluto sia legge universale.Ed in questo senso lo ha già salvato. È esattamente quello che l'arte ha fatto nel corso del tempo. Da Stonehenge, a Tikal, dal Partenone a Ronchamp dalla sesta sinfonia di Beethoven alla n. 40 di Mozart, misura e armonia convivono in una dimensione, per molti aspetti, trascendente ed in ogni caso, oltre il tempo. "Potenza dello spirito e della parola, che regnano sorridendo sulla vita inconsapevole e muta", diceva Thomas Mann.
In tutti i casi sono lieto di aver avuto modo di confrontare queste mie idee sull’argomento con il suo pensiero che continuo a trovare sempre ricco di stimoli e acute riflessioni, anche se non sempre condivise.
Con stima e simpatia,
Flavio Casgnola
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15/12/2009 - Sandro Lazier risponde a Flavio Casgnola: |
Casgnola, mi creda. Il "bello assoluto" appartiene al passato. Lo lasci dove sta.
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A Vilma Torselli:
Tutto nasce dal significato delle parole, o meglio, dal significato che vi vogliamo dare.
L'estetica, in quanto disciplina filosofica rivolta alla conoscenza del bello naturale e artistico, ovvero di giudizio del gusto è, tra le sensibilità umane forse la più trascendente.
Volendo scomodare Immanuel Kant, nella Critica della ragion pura, la tratta come teoria della conoscenza basata, appunto, sulle sue proprie funzioni trascendentali per poi riprendere il concetto nella Critica del giudizio dove a proposito del "giudizio estetico" espone la sua teoria sul bello soggettivo e su quello naturale (oggettivo) che si esprime nel sentimento del sublime.
Cara Vilma, io volevo semplicemente dire che fare l’Architetto è qualcosa di più sottile e indefinibile di tutto ciò che ovviamente automaticamente comporta.
Come scrive Pierluigi Panza: “Il paradosso della società della bellezza sopra ogni cosa e ad ogni costo (la nostra) è quello di essere senza bellezza o, almeno, di averne smarrito i significati.”
L’etica è legata al tempo, l’estetica vi prescinde.
In tutti i casi ho apprezzato molto la tua “difesa giacobina” del valore etico del fare Architettura.
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14/12/2009 - Sandro Lazier risponde a Flavio Casgnola: |
Lei dice: “L’etica è legata al tempo, l’estetica vi prescinde.”
Ebbene no! Questa non può passare indenne.
L’esteticità, se vuole, è caratteristica senza tempo. Ma ha poco a che vedere con l’estetica. La bella calligrafia piace a tutti in ogni tempo, ma non determina la qualità estetica di un testo. Credo sia ormai concetto assodato che l’estetica, intesa come filosofia dell’arte, abbia a che fare con la “forma” del sentire, indipendentemente dall’aderenza di questa ad un concetto universalmente condiviso di bellezza. L’arte contemporanea non ha pretesa d’esser bella né brutta. Deve sedurre, qui e ora. Altro che prescindere dal tempo. Può piacere o meno, ma è così.
Altra cosa è la scrittura (di un testo letterario, di un dipinto, di una scultura, di un’opera d’arte in genere) che rinasce ogni volta che incontriamo. Converrà che i canoni estetici di una modella del rinascimento divergano notevolmente da quelli di una modella contemporanea. Apprezziamo pertanto un quadro rinascimentale per la sua scrittura e non per la bellezza del soggetto rappresentato.
E se la scrittura continua a valere negli anni non è per via della sua imprescindibilità dal tempo, ma per la nostra capacità di rileggere e rigenerare di volta in volta un sentire che si è formato anche grazie ad essa.
A differenza dei suoi contemporanei, oggi apprezziamo Van Gogh perché appartiene al nostro patrimonio genetico formale. Se l’estetica di Van Gogh avesse avuto caratteri oggettivi imprescindibili dal tempo, perché non è stata apprezzata anche prima? Anche se i nostri “canoni estetici” – passatemi i termini – sono mutati, nella sua scrittura riconosciamo segni capaci di mettere in moto sentimenti culturalmente sedimentati. Il nostro mondo culturale, creato dal nostro rapporto (conflitto) con le cose di natura, in fondo è quello che abbiamo voluto perché frutto di scelte successive e collettive. Arte ed estetica comprese.
Cos’è più etico e politico di questo?
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A Flavio Casgnola:
“L’Architettura in quanto tale è una forma dell’espressività e creatività umana che prescinde dalla politica, se non per le implicazioni deboli legate alla pianificazione territoriale e, di contro dovrebbe influenzare la cultura, intesa come costume, ma solo per gli aspetti più profondi legati alla sensibilità estetica.
Tutto il resto è pura demagogia o, peggio, retorica.”
Non sono d’accordo, neanche in parte, e confesso che è una delle poche volte, se non l’unica (non è uno scherzo, vero?), in cui sento affermare da un architetto che ciò che fa vuole avere come risultato prioritario di influenzare “gli aspetti più profondi legati alla sensibilità estetica”, (tutto il resto è optional).
Dire che “Fare gli architetti significa fare politica e cultura” non vuol dire che l’architetto debba piattamente aderire alla pianificazioni (politiche) di chicchessia, mi sembrerebbe una lettura piuttosto semplicistica dell’affermazione di Sandro, così come mi sembra oltremodo riduttivo dire che l’architettura sia un fenomeno di costume legato alla “sensibilità estetica” dei destinatari.
C’è un innegabile legame tra etica ed estetica (tra bene e bellezza) in base al quale
l’architettura che sollecita ed appaga la ‘sensibilità estetica’ del maggior numero possibile di fruitori (dato che ogni architettura è patrimonio collettivo), acquisisce automaticamente una valenza etica, altro che ‘prescindere’!.
(Se vogliamo discutere del rapporto etica-politica dobbiamo probabilmente spostarci su un altro blog).
Edoardo Boncinelli (‘Come nascono le idee’, 2008) mette in risalto il “carattere fortemente sociale della creatività” , mezzo per soddisfare, in termini di novità e fruibilità, bisogni condivisi, e proprio la soddisfazione di bisogni, o se vogliamo, l’assolvimento di una funzione, è da sempre uno dei temi caldi se si parla di architettura. Soddisfare i bisogni dei fruitori vuol dire fare ‘politica’, direttamente o indirettamente, quando quei bisogni siano determinanti per il buon andamento della convivenza civile, sociale e comunitaria.
Voglio fare anch’io un po’ di retorica e citare una frase di William Morris: "L'architettura abbraccia l'intero ambiente della vita, e rappresenta l'insieme delle trasformazioni operate sulla superficie terrestre in vista delle necessità umane" dove il fare architettura ha proprio il senso dell’operare in vista dell’assolvimento di bisogni (necessità umane) e funzioni.
In epoca di bipolarismo, anch'io trovo divertenti, oltre che provocatorie, le divisioni proposte da Sandro tra destra e sinistra dell’architettura (ci manca solo un’indagine per sapere se l’architetto con la canotta è di sinistra e quello con la T-shirt di destra), divisioni che comunque sono paradigma di una situazione assolutamente realistica.
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