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commenti all'articolo: Conservatori del moderno e moderni conservatori di Sandro Lazier
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Commento 7635 di --->pietro pagliardini
2/12/2009


Non voglio importunare più di tanto, ma questo articolo di Marco Romano sul Corriere mi sembra che chiuda il discorso sui boschi in piazza.
http://www.selpress.com/cesar/immagini/021209R/2009120238826.pdf
Saluti
Pietro


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Commento 7634 di --->Renzo marrucci
1/12/2009


Piantare più alberi in città, ma ben venga, intanto conserviamo e curiamo quelli che ci sono come dovrebbe essere, dopo nulla esclude un
ripopolamento arboreo e una spintina al bianco capelluto assessore Cadeo, non è male anche per distogliere dalla mania dei parcheggi che stanno infestando Milano mentre la Moratti non si accorge al di là di ogni logica urbana... Ma è poi questo il problema da affrontare e a cui Renzo Piano da con il suo solito sorriso quarantaduedentesco, beato lui, il suo solare soccorso? Milano ha tutt'un tratto un disperato bisogno di alberi ? Di musica e di alberi ? Già ma quando due stars si incontrano si fa spettacolo o mi sbaglio?


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Commento 7631 di --->pietro pagliardini
30/11/2009


Sul bosco incantato del mago Zurlì vi segnalo questo articolo:
http://www.selpress.com/cesar/immagini/301109R/2009113037519.pdf
A me sembra, quella di Abbado, un vero e proprio ricatto ideologico in chiave conformista: volete la star? L'avrete solo se voi, gente di destra, magliari insensibili all'ambiente e al verde, vi inchinerete al Maestro e all'ideologo. Se abboccano affari loro, io non abito a Milano.
Bizze da primadonna...politicamente corrette!
Saluti
Pietro


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Commento 7630 di --->Vilma Torselli
30/11/2009


Mi pare che Marrucci tratteggi con acuta efficacia la 'macchietta' del più grande architetto vivente (così ho sentito definire Piano), che Prestinenza Puglisi, con minor ironia e maggior conformismo definisce "il più persuasivo e affascinante degli architetti presenti sulla scena internazionale" riconoscendogli in dote " straordinaria retorica neo-umanista e accortezza tattica e comunicativa da manuale" (Due sfide per Piano, 2007).
La stessa retorica del boschetto di Milano, la stessa che assegna un nome vagamente 'ambientalista' ,Vulcano Buono, ad un allucinante centro commerciale giocato attorno ad una piazza vuota di alienante squallore.
Se questo è quello buono, figuriamoci quello cattivo ........


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Commento 7627 di --->Renzo marrucci
28/11/2009


..."Stupefacente che Renzo Piano"... ma che dici caro Pagliardini? Come se fosse la prima volta e ci fosse da stupirsi... Oggi la figura di un architetto se non è quella di un attore non lavora o lavora male se non ha valore aggiunto... comunque il compiacimento o il conformismo è cosa naturale, semmai obbligata o anche gratuita ma sempre accompagnata da Kilometri di parole gratuite o a pagamento ! Quando Piano spiega le sue riflessioni, non so se ci fai caso, in Tv oppure dietro da qualche bancone... c'è vero sussiego malcelato con posa tipica del ruolo... quel ruolo appunto! Ormai si vende anche l'eskimo rosso, il sorriso o l'erre moscia con il quale partecipa alla sua grandeur... Ma non è solo merito suo... la colpa vera è di certi critici ammansiti e di mas media che hanno bisogno di costruire, di enfatizzare, di ingrandire l'immagine per vendere meglio, dicono, anche il prodotto italiano. Oggi la trovata architettonica è solo marketing, globalizzazione e interesse diffuso e non c'è da stupirsene purtroppo! Autorappresentazione e marchio... La miglior cosa è non pensare con la propria testa, non è previsto... se ci pensano gli altri...

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Commento 7626 di --->Flavio Casgnola
27/11/2009


"La natura è contro l’uomo e l’uomo è contro la natura. La lotta dell’uomo è stata quella, nella storia, di antropizzare la natura per vivere in armonia con essa. Il paesaggio è la natura antropizzata."
Tutto vero solo che...Architettura, appunto quella con la maiuscola, è "armonia" ed equilibrio, sforzo sublime di "limitare lo spazio" per renderlo leggibile (nella bellezza) ed utile all'uomo, sarebbe quindi interessante capire cosa si intenda, oggi, per utilità e bellezza.


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Commento 7625 di --->pietro pagliardini
27/11/2009


Sul boschetto in Piazza Duomo a Milano, e su tutti i boschetti in genere che molti vorrebbero collocare nei centri storici, sono assolutamente d’accordo con Mario Galvagni. La città contemporanea e l’uomo hanno sì bisogno di natura al proprio interno, che siano parchi urbani, parchi di quartiere, intimi angoli di vicinato, giardini privati e quant’altro ma lo spazio pubblico storico non tollera boschetti.

La città è lo spazio antropizzato per definizione e la città storica è la città per definizione, mentre il bosco è natura alla stato puro, quella che l’uomo ha combattuto per ricavare spazio per sé, per le sue città, per l’agricoltura e poi per la produzione; un bosco non può dialogare direttamente con una piazza perché le due parti sono, filosoficamente, l’esatto contrario: o vince l’una o vince l’altra. Quando una città decade e poi muore viene risucchiata dalla natura che se ne riappropria, come si riappropria delle colline non coltivate o abbandonate, quindi collocare un bosco in uno spazio fortemente costruito e strutturato è il simbolo di una sorta di minaccia alla sopravvivenza della città. Del tutto diverso è il caso di un bosco all’interno di un parco, perché assolve a molte funzioni essenziali per l’uomo, che è parte della natura.

E’ stupefacente che Renzo Piano abbia dato credito ad un’operazione conformistica di pura immagine e senza alcun beneficio reale, fatta in ossequio ad un’ideologia che, esaltando una natura immaginaria, nella sostanza è contro l’uomo e contro la sua storia fatta, come afferma Galvagni, di una lotta secolare non per affrancarsene, che non è possibile né auspicabile, ma per dominarla e piegarla ai propri bisogni.
Anche quando io ero piccolo c’era la festa dell’albero, con la relativa retorica, ma serviva ad esaltarne l'utilità per l’uomo e, soprattutto, non veniva piantato in piazza.
Saluti
Pietro


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Commento 7620 di --->Renzo marrucci
25/11/2009


La paura è quella di chi non accetta la C. Marchesi con la sua apertura spaziale. Aver paura del futuro e di ciò che porta al futuro. La paura di affidarsi ad una spazialità veramente democratica e aperta. Parlo della paura delle persone... e di quelle che non hanno voluto manutenzionarla e lasciarla andare a sè...
Chi è convinto e chi si lascia convincere dallo stato di fatto attuale a cui si è arrivati nella convinzione indurita di procedere alla demolizione. Se Sandro Lazier non è tra questi non posso che esser lieto.
Saccente e leggero è rivolto a quel numero di persone che vogliono demolire, a Pisa ci sono e son tante, per far posto a qualche cosa di più appetibile al mercato evitando di consolidare l'idea di una città che merita invece una scuola intelligente e all'avanguardia anche come architettura e innovante nel comportamento e nel rapporto tra allievi e studenti...
Mi scuso se a volte mi dimentico di spiegare cose che per me sono del vissuto personale e viscerale e mi pare che siano scontate ma dipende dalla forma dello strumento e di scrittura che mi incalza all'immediatezza e mi spinge forse nel criptico e forse solo nella passione.


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Commento 7619 di --->Renzo marrucci
24/11/2009


Quell' architettura è stata ritenuta da alcuni come un corpo estraneo perchè troppo innovativa... Ci piace scrivere INNOVAZIONE sulle targhe e riempirci la bocca con questa parola... ma poi ci tiriamo indietro quando qualcuno affronta e propone il tema nella realtà... salvo poi fare tanti gridolini di falsa gioia su architetture delle archistar, concepite e realizzate a senso unico...
Troppa saccenza e leggerezza nel gestire e nel voler intendere il nuovo che, quando viene in termini pensato, crea le vere ipotesi nonostante tutto!
Quell' architettura, Cara Torselli non ha esaurito proprio un bel niente...
Se la si vede ora, la scuola, nello stato di abbandono in cui è stata premeditatamente lasciata... si può anche lasciarsi convincere, ma così non è.
Occorre metterci mano e venire incontro ai tradizionalisti in modo da farli lavorare con le loro idee, ma lasciar leggere l'idea di democrazia e di libertà che l'architettura contiene ed esprime... in attesa che uomini dalla mentalità più aperta e creativa possano agire e "saper vedere" la spazialità di un organismo e semmai utilizzarne lo spirito spaziale che l'architettura contiene...
Tutto questo se vogliamo andare avanti davvero e non fermarsi nelle controtensioni e incrostazioni, animate solo nella viscosità della paura. Occore più che altro umiltà e volontà di affrontare in termini concreti il futuro...


...

24/11/2009 - Sandro Lazier risponde a Renzo marrucci:
Marrucci, lei a volte è davvero criptico. Seguirla è davvero difficile. Ma ci provo:
“Quell' architettura è stata ritenuta da alcuni come un corpo estraneo perché troppo innovativa... Ci piace scrivere INNOVAZIONE sulle targhe e riempirci la bocca con questa parola... ma poi ci tiriamo indietro quando qualcuno affronta e propone il tema nella realtà... salvo poi fare tanti gridolini di falsa gioia su architetture delle archistar, concepite e realizzate a senso unico...”
Fin qui tutto bene, ma è una semplice lagnanza.
“Troppa saccenza e leggerezza nel gestire e nel voler intendere il nuovo che, quando viene in termini pensato, crea le vere ipotesi nonostante tutto!”
Chi sarebbe saccente e leggero, e nonostante cosa?
“Quell' architettura, Cara Torselli non ha esaurito proprio un bel niente... Se la si vede ora, la scuola, nello stato di abbandono in cui è stata premeditatamente lasciata... si può anche lasciarsi convincere, ma così non è.”
Convincere di cosa, che non è in stato pietoso? Oppure, questione sulla quale concordiamo, che non è da abbattere?
“Occorre metterci mano” … è quello che sosteniamo sia Torselli, che Cusano che il sottoscritto … “e venire incontro ai tradizionalisti in modo da farli lavorare con le loro idee” … ma non sono proprio questi che hanno avversato l’opera rinunciando alla manutenzione? Venir loro incontro vuol dire, quindi, demolire … “ma lasciar leggere l'idea di democrazia e di libertà che l'architettura contiene ed esprime” ...la scrittura, appunto … “in attesa che uomini dalla mentalità più aperta e creativa possano agire e ‘saper vedere’ la spazialità di un organismo e semmai utilizzarne lo spirito spaziale che l'architettura contiene” ... qualcuno che io ho individuato in Mario Galvagni.
“Tutto questo se vogliamo andare avanti davvero e non fermarsi nelle controtensioni e incrostazioni, animate solo nella viscosità della paura.“ la paura di chi?
“Occore più che altro umiltà e volontà di affrontare in termini concreti il futuro...” infatti! Più concreti, coraggiosi e umili di così?!



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Commento 7618 di --->giannino cusano
24/11/2009


“La forma segue la funzione” voleva l'adagio razionalista. In realtà, come delucida Gadamer, è la funzione a consacrare la forma attraverso, sempre, una pubblica cerimonia.

Poi vennero espressionisti ed organici ad ampliare il campo delle funzioni e delle forme che ne sarebbero discese. Se le funzioni investono mille dimensioni imprevedibili, imponderabili e non preventivabili con algoritmi, la forma prismatica non è razionale. Ancora il rito della consacrazione, duro a morire, di rimando stabilì surrettiziamente che il significato di “quello” spazio è in un uso sociale che è “quello”, per cui mutando quest'ultimo il “significato” andrebbe perduto. Non si tratta di favorire vuoti formalismi e archetipici quanto inesistenti simbolismi formali e astratti. Si tratta di capire che i significati che possono traslare sul piano sottostante a quello dei significanti, fissandosi in nuovi rimandi, sono tanto più numerosi quanto meno siano ovvi i significanti: le forme-cavità-significanti, le radici "semantiche".

Pochi anni fa, circa 4, ero ad Ivry: il primo brano abitativo di Jean Renaudie era un manufatto in abbandono e in degrado; intonaci scrostati, copriferro saltati, infissi malconci. Sembra che a un certo punto nessuno abbia più voluto sentirne parlare e abitarci, nonostante l'entusiasmo dell'utenza iniziale, e sia stato man mano lasciato al suo destino di edificio vuoto. Da vari anni l'amministrazione parigina ha messo a punto per Ivry dei progetti di rinnovo ad ampio respiro e raggio, non a scala del singolo edificio.

Come sia, forse per eccessiva distanza da Parigi e dalle opportunità urbane sempre più centralizzate che la capitale offre, il primo intervento di Renaudie ad Ivry era, qualche anno fa, in serie difficoltà. Proprio per questo, forse, era coabitato da immigrati africani e cinesi. Si: non so oggi, ma allora convivevano mescolandosi nello stesso complesso, nei suoi ambienti collettivi e semipubblici, andavano e venivano per le rampe e i terrazzamenti antistanti i singoli alloggi.
Sul tratto a ponte che scavalca la strada campeggiava un'enorme insegna al neon con vistosi ideogrammi cinesi e traduzione francese: era un ristorante cinese.

Più nulla più dello “stimolare la creatività repressa della gente” attraverso forme che rifiutano il prisma chiuso, l'angolo retto e la ripetitività? Più nulla del "dare un giardino pensile a ogni abitante, anche al 12° piano? Certo: la rivoluzione dell'utenza e del suo senso spaziale iniziata a Ivry è durata poco. Ma cinesi e africani hanno fatto propri e reinventato quegli spazi mescolandosi tra loro, con tutti i loro background culturali. Forse hanno trovato una valida alternativa, caotica e rimaneggiabile quanto basta, alle bidonville? E' da verificare. Ma una cosa mi pare certa: il segno scritturale, la traccia affiorante, polimorfa e dalle mille valenze aperte funziona lo stesso, in modi del tutto o parzialmente difformi dal previsto, per giunta con persone non provenienti dalla nostra cultura. Lo spazio stimola comportamenti.

Recuperare la scuola di Pellegrin sarebbe un'operazione di pura e povera filologia, noiosissima e pigra: l'ennesima consacrazione rituale per cui un quadro dovrebbe somigliare a Napoleone e varrebbe proprio perché "significa" Napoleone. Ma chiedersi quanto si presti a essere reinventata la scuola in quanto valore spaziale, a me pare una domanda molto seria e di tutt'altra e stimolante natura.

G.C.


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