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commenti
all'articolo: Zevi, Craxi, prestigio, potere di Paolo G.L. Ferrara
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Attenzione! I commenti sono in ordine
discendente, dall'ultimo al primo.
Concordo sul " diversamente vivi " e anzi non vedo nenche tanto di buon occhio l'accostamento in verità... Zevi è un'altra cosa.
Le lotte che Zevi ha rilevato e propugnato coincidono con il miglior momento del movimento radicale che poi non ha saputo far tesoro
"neanche" di questo apporto vero autentico e che definirei fondamen
tale per il rinnovamento della nostra società.
Che dire di Bruno Zevi... sono disposto a passar sopra agli errori proprio per il coraggio con cui si è sempre esposto sui temi che ancora oggi sono pressochè insoluti, direi aggravati! e proprio perchè battutti da tutti gli altri che sono venuti dopo di lui con pavida rassegnazione e silenzioso squaliido interesse personale... quindi che volete ? Che cosa desiderate ? Se le strade per Craxi si cominciano a contare come le conta Ferrara allora vuol dire che la storia si copre sempre di comportamenti ambigui che poi tocca a qualcuno di recuperare con il malcontento dei residui...
La vita è quello che è e se il "bastone" rimane bloccato nella corrente non ci rimane altro che fischiare...
Divertente il commentino di Janni che rileva l'aspetto irritante dei due uomini diversamente rilevanti ... ma che dire... Janni è simpaticamente intriso del suo regno ... ma di una Sicilia sola però...
----> Tutti i commenti di Renzo marrucci
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Ottimo commento, quello di Saggio; come il meritorio pezzo di Ferrara. Sul primo, mi sembra opportuna una piccolissima integrazione. E non per amore di filologia.
Scrive Saggio:
«Credo che la relazione interessante che Zevi ebbe con la politica fosse, naturalmente di natura culturale. (se non direttamente "estetica"). Bisogna cercare di esprimersi anche in quel campo, in particolare nei momenti di crisi.Una lezione che lui aveva appreso durante la guerra.»
Giustissimo. Non vorrei sbagliare, però, ma mi pare di ricordare che Zevi ascrivesse l'insorgere della formazione antifascista, già nella primissima ora, segnatamente allo studio dell'Estetica crociana, quando in "Zevi su Zevi" risponde ad Alicata, suo ex compagno di Liceo, contestandogli che la lettura delle due storie (d'Italia e d'Europa) e di altri scritti politici del filosofo italiano incentivassero quella presa di coscienza. Aggiunge, "perché molti ancora non lo capiscono", che rivendicare l'arte per l'arte comportava già di suo la lotta contro la pseudo-cultura fascista., sempre pronta a strumentalizzare la creatività a fini retorici. E prosegue (ho appena riaperto "Zevi su Zevi") "sganciare l'arte dal contesto della dittatura significava passare a una posizione critica destinata a estendersi anche sul terreno civile. La lettura delle due "storie" fu una conseguenza, non la causa della nostra rivolta, che si manifestò inizialmente proprio a livello letterario e figurativo".
Lo sfondo dell'opposizione, intendo dire, era in gran fermento culturale e specialmente est-etico già da quando era uscito non solo (1925: Zevi aveva 7 anni) il Manifesto degli intellettuali antifascisti di Croce e prosperarono anche durante tutto il Regime i suoi scritti polemici su "La Critica", per es., contro la figura dell'artista "puro" e avulso dal mondo, ridotto così a caricatura, ma anche quelli di Venturi, Argan, Piero Maria Bardi, Edoardo Persico...
Forse Zevi maturò la lezione durante la guerra, ma certo rimeditando quella temperie che richiamare mi pareva importante. E attuale, perché anche oggi dovremmo saper riconoscere le forti alternative est-etiche e non dovremmo mai perderle di vista, per non distrarci o dimenticare più di tanto :)
G.C.
----> Tutti i commenti di giannino cusano
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L'articolo, naturalmente mi ha molto interessato. Su Craxi, uno dei principali acceleratori dell'attuale sistema italiano, si ricordi il famoso decreto che salvo le televisioni di Berlusconi ad esempio, non ho altro da dire. Come si evince chiaramente dall'articolo, Bruno Zevi credette in Craxi, in una breve fase, e poi si ricredette. Aderì con entusiasmo al patito radicale e ricordo che in una fase poneva nelle sue lettere il timbro del Partito d'azione, che si era tentato di far rinascere. Credo che la relazione interessante che Zevi ebbe con la politica fosse, naturalmente di natura culturale. (se non direttamente "estetica"). Bisogna cercare di esprimersi anche in quel campo, in particolare nei momenti di crisi. Una lezione che lui aveva appreso durante la guerra. Troppo spesso lo abbiamo un poco tutti dimenticato. Vi è una fierezza nel sostenere le proprie idee con chiarezza, vi è una bellezza nel dire NO! questo è qualcosa che io ricordo e che si deve ammirare e che in qualcuno si tramanda, con tutti i rischi e gli ostracismi del caso. Paolo, ad esempio: grazie per avere investito il tuo tempo e la tua energia e nell'aver scritto questo articolo.
----> Tutti i commenti di antonino saggio
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carissimo Paolo,il tuo editoriale di oggi mi ha stupito positivamente perchè non conoscevo il Ferrara politologo.
Hai scritto un saggio breve sui complessi rapporti tra politica e cultura
Hai descritto un periodo storico e una dialettica tra uomini scomodi in maniera chiara,coraggiosa senza dover necessariamente entrare in una tifoseria(Craxi era un ladro)o peggio in una confraternita per la beatificazione(Craxi santo subito).
Finalmente un architetto che non parla di politica solo per scagliare giudizi finalizzati al proprio tornaconto,ma cerca di capire, e ci coinvolge nell'approfondimento analitico della deriva socialista, molto più importante delle battaglie faziose sulla toponomastica.
Il tentativo di sciacallaggio Vetroniano del pianeta socialista e azionista, smascherato puntualmente da Zevi, ci illumina su quanto accaduto negli anni successivi al 2000 tra i compagni smemorati.
La storia la scrivono i vincitori e "nel paese della menzogna la verità è una malattia"(Rodari)
che dire, continua così perchè ti leggerò sempre con piacere
un abbraccio
maurizio
----> Tutti i commenti di maurizio de caro
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L'è dura, caro Fferrara: l'è dura! I nodi lucidamente additati da Zevi sono ancora lì, tali e quali. Ingigantiti, spesso incancreniti da far paura e da richiedere, se ancora basta, la scure (altro che politica "riformista" del carciofo di rutelliana memoria!) o le radiazioni al plutonio.
Scuola, università e università televisiva decentrata; pianificazione creativa di città e territori -e spero non mi si venga di nuovo, da parte di qualche zelante commentatore, ad attribuire ascendenti non miei, come Lenin e Stalin, salvo poi lamentarsi se declino la mia vera genealogia :)))- ; responsabilità e coinvolgimento delle cariche più alte della vita repubblicana, a partire dal Presidente del Consiglio, contro ogni agnosticismo evasivo e contro il perenne emergenzialismo; soprattutto, "critica operativa": «Una politica urbanistica ? Una politica per il piano regolatore di Roma ? Una politica universitaria ? Una politica per le televisioni provate ? Nulla. Ottimi discorsi, ottimi ordini del giorno, zero di fatto.»
A che punto siamo? I problemi vanno risolvendosi o è semplicemente che semplificandoli nelle nostre teste ci pare che si vadano sciogliendo, mentre in realtà abbiamo solo abbassato terribilmente la guardia e il tiro, ci accontentiamo e tutto pare andar bene? Ci adattiamo e sopravviviamo. E se uno rilancia, volentieri lo si passa per pazzo visionario.
Credo che siamo talmente condizionati da millenni di forsennato pro-creazionismo, per evidenti ed inerti ragioni di sopravvivenza della specie, che anche oggi che occorrerebbe il contrario l'idea dei grandi numeri continua ad affascinarci come una chimera suicida: non far parte di una "massa" o di una qualsiasi tifoseria ci terrorizza tuttora. Ancor più forsennato chi osa avere idee proprie: il riflesso che scatta è quello dello sganciato dai grandi numeri; del disadatto che non sopravviverà. Mentre è l'unico adattamento possibile, oggi come oggi.
Ma, appunto, idee, non personali idiosincrasie spacciate per tali. Idee che affrontino nodi reali e additino vie d'uscita rischiose e di persona.
Zevi rischiava ogni giorno. E oggi? Tutti "in massa", in cerca di facili polizze contro le incertezze della vita, meritoriamente sputtanate dalla crisi finanziaria. Così. all'ammasso, quanta voglia di rischiare per le poche cose che contano resta in giro?
G.C.
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