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commenti all'articolo: Arte senza senso di Sandro Lazier
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Commento 8565 di --->Sandro Lazier
4/6/2010


Noto con ammirazione che il tema dell’arte è sorprendente in sé. Apre riflessioni a tutto campo con la conseguenza che la sete di novità e conoscenza, invece di placarsi, tende inesorabilmente ad aumentare. E qualche lettore potrebbe accusarne il malessere.
Per cui cerco di chiarire solo alcuni punti che ritengo principali a sostegno di quanto ho scritto nell’articolo.
Credo evidente il fatto che l’arte produca da sé il proprio senso. La musica ne è l’esempio primo.
Credo ugualmente evidente che la produzione di qualsiasi senso abbia necessità di una struttura linguistica, segnica e formale adeguata. Se, infatti, per arte intendiamo il luogo cosciente dove “tutto ciò che chiamiamo arte” trova espressione (ivi compresa quella la cui provenienza è inconscia) tale luogo non può stare che all’interno di una lingua.
Lingua che, però, come ci ha detto R. Barthes: ” … come performance di ogni linguaggio, non è né reazionaria né progressista: è semplicemente fascista, perché il fascismo non è impedire di dire, è obbligare a dire.
La condizione dell’arte si fa dunque “tragica”: (libera?) espressione che non ha condizione altra del proprio compimento che la sottomissione al proprio strumento espressivo.
All’arte, secondo Barthes, non rimane che il tradimento “… L’unico modo di trovare la libertà, non potendo uscire dai confini del linguaggio poiché “il linguaggio umano è senza lato esterno” sta nel “barare con la lingua, truffare la lingua”.(Romeo Galassi – La “lezione” di R. Barthes).
L’arte è quindi regola che viene infranta, lingua che tradisce se stessa per stare in vita e non soggiacere alla tirannia mortale della consuetudine e dell’ordinario.

Ora, tutto funziona se il tradimento avviene in seno alla lingua, alla sua struttura e al suo senso implicito. Non funziona, perché in tutto ininfluente, se la “truffa” avviene in relazione al senso (senso di cui parla Giannino : "manifestazione sensibile dell'Idea") che dovrebbe investire il movente, questo sì contingente e accidentale, che ha promosso l’opera artistica e dovrebbe consegnarla alla mondo.
Vi è, a mio parere, confusione di linguaggi in cui lingue diverse occupano ambiti impropri.
Ho letto recentemente una recensione critica di Renato Barilli relativa ad un’opera non raffigurata nel testo. Una recensione stupenda, molto meglio dell’opera raccontata. Tanto che il vero artista e il vero capolavoro sono la recensione e non l’opera. Una recensione che, privata del titolo dell’opera di riferimento, potrebbe adattarsi e rinvigorire altre decine di opere anche particolarmente dissimili e banali.
La verità è che le parole di un critico non parlano d’arte in senso stretto, ma parlano di parole sull’arte, privando l’opera di qualsiasi pertinenza oggettuale. La critica vera, come l’artista vero, devono entrare nella struttura della lingua che stanno adottando, all’interno della scrittura che altrimenti ci tiene schiavi, promettendo libertà illusorie procurate da significati improbabili e innocue provocazioni.
In fondo non si tradisce con le parole, ma con i fatti. Le intenzioni e i significati, le idee e i concetti, in arte sono solo parole che non muovono la lingua di un solo millimetro.
Non conta cosa l'arte esprime, ma cosa succede nel momento dell'espressione.


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Commento 8564 di --->renzo marrucci
4/6/2010


La poesia è poesia... ci sarà logica nella poesia ? C'è logica nell'arte?
Una e fondamentale è quella di aiutare a ristabilire dentro l'animo dell'uo
mo il suo filo interno con la società e il mondo... La logica è scaturente oppure è lavorata affinata costituita e pensata ed è un aiuto puro quando è un processo vero e sentito espresso per esternare come a spingere fuori il senso di una coscienza in lacrime o il sorriso, la gioia e la felicità oppure il dolore... è una instintiva volontà di compensare la vita, la città, di equilibrarla... di farcela sentire vicina e amica nonostante la cattiveria dell'uomo ... Meraviglioso risoluto tentativo di riconquistare la forza e la capacità di amare...
C'è logica nell'architettura oggi ?


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Commento 8563 di --->giannino cusano
4/6/2010


E già: Bateson. Dai suoi seminari newyorkesi degli anni '50 del '900, ai quali parteciparono la moglie Margaret Mead e scienziati come Norbert Wiener, emerse una visione completamente nuova della psiche umana, destinata a rivoluzionare e rovesciare quella psicanalitica. La psiche è partecipe delle vicende sociali e, che lo voglia o no, vi è totalmente coinvolta. Senza il "double bind" di Bateson non avremmo avuto Ronald Laing, Gilles Deleuze e Felix Guattari col loro anti-Edipo, né Jacques Derrida.

"Ti ordino di disobbedirmi" è la forma tipica del "double bind". A quel punto il povero "Io" che deve fare, se non dividersi schizofrenicamente? Già Jung aveva intuito che la schizofrenia si può affrontare solo da un punto di vista ambientale e non isolando il soggetto dal suo contesto. E se tutta la cultura occidentale fosse affetta da questo dato di fondo del double bind? E' la domanda dell'anti-psichiatria e dei post-strutturalisti francesi.

Laing esemplifica così: una madre, per il compleanno del figlio, lo invita a cena e gli regala 2 cravatte, una rossa e una verde. Lo invita ad andare di sopra a cambiarsi e a indossare una delle cravatte che gli ha regalato. Il figlio si cambia e torna di sotto per cenare indossando la cravatta rossa. La madre gli dice :- Ecco: lo sapevo, io, che la cravatta verde non ti sarebbe piaciuta!- A quel punto il figlio cosa deve fare? Questo, dice Laing, è un tipico esempio di double bind, di comportamento schizogeno: che genera dissociazione.

E' proprio del nostro linguaggio e di tutta la nostra cultura occidentale, di essere così: linguaggio ipotecato dalla schizofrenia del potere, dall'illusione di sfuggire al paradosso (che essa stessa genera, in effetti) attraverso l'idealistica univocità del "senso", che sistematicamente mette e tiene in ombra i "doppi" illudendosi di controllarli e domarli. Ed è proprio del "logocentrismo" (Derrida). I "nodi" di Laing sono poesie scritte con la logica non concettuale degli schizofrenici: con i quali, peraltro, Laing riusciva perfettamente a comunicare. Tutto ciò che sfugge alla "classificabilità" del senso e della ragione va eliminato: non esiste.

E se l'inconscio, invece, non fosse nient'altro che un "effetto di superficie" (G.Deleuze)?

G.C.




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Commento 8562 di --->vilma torselli
3/6/2010


Cusano scrive: "..... la logica "concettuale" precede quella "poetica" o non è, piuttosto, il contrario? E' il "Cogito" (peraltro vuoto di contenuto, così come lo aveva formulato Cartesio) o non è per caso l'intuizione poetica che fonda la realtà? ....."

Bella domanda!
“…… io credo che buona parte delle prime teorie freudiane fossero capovolte. A quel tempo, molti pensatori consideravano normale e ovvia la ragione conscia, mentre l’inconscio era considerato misterioso, bisognoso di prova e spiegazione. La spiegazione era data dalla rimozione, e l’inconscio veniva riempito da pensieri che avrebbero potuto essere consci, ma che la rimozione e il meccanismo onirico aveva distorto. Oggi riteniamo misteriosa la coscienza, mentre i metodi di computazione impiegati dall’inconscio, ad esempio il processo primario, li riteniamo continuamente attivi, necessari e onnicomprensivi. Queste considerazioni sono particolarmente pertinenti nell’ambito di qualunque tentativo per ricavare una teoria dell’arte e della poesia. La poesia non è un tipo distorto e ornato di prosa; piuttosto la prosa è poesia spogliata e inchiodata al letto di Procuste della logica…..”:
così risponde Bateson, che sintetizza questa sua rivoluzione copernicana in una frase di Pascal: "Le coeur a ses raisons que la raison ne connait pas”.

E ancora: ".... una relazione astratta, ad esempio tra verità e giustizia, viene prima concepita in termini razionali; poi viene tradotta in metafora e agghindata per farla apparire il prodotto di un processo primario.”, invertendo il normale processo, creativo che in realtà, secondo lui, avviene al contrario.

Quindi non è l'arte ad interpretare il reale trasfigurando e veicolando in messaggi irrazionali concetti logici, ma è invece la ragione che si adopera per relazionare con significati consci i messaggi che l'arte ci invia dall'inconscio.

“La natura imita ciò che l'opera d'arte le propone. Avete notato come, da qualche tempo, la natura si è messa a somigliare ai paesaggi di Corot? ” (non è Bateson, è quel burlone di Oscar Wilde)


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Commento 8561 di --->giannino cusano
3/6/2010


to Torselli:

PS: per passare dalla poesia al linguaggio “d'uso”, insomma, ho l'impressione che dobbiamo operare (e di fatto operiamo sempre) un clivaggio, un cesoiamento, un taglio nel corpo vivo del poetico, che invece include reale e irreale e tutti i “doppi” che il linguaggio rompe, scinde, separa e distingue. Incorrendo in mille paradossi logici affini a quelli dello "split" psicoanalitico originario (Es-Io-SuperIo).


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Commento 8560 di --->giannino cusano
3/6/2010


Vilma Torselli ha scritto:

«In particolare mi pare assolutamente condivisibile la chiusa finale: "L'arte non ha, come si possiede un oggetto o un che di estraneo, "senso" perché l'arte è essa stessa (il) senso".»

sicuramente ha compreso benissimo, per quel poco che sono riuscito a spiegarmi. La domanda fondamentale, nel mio modo di vedere odierno, che non ho esplicitato abbastanza e che vado mettendo a fuoco, è : la logica "concettuale" precede quella "poetica" o non è, piuttosto, il contrario? E' il "Cogito" (peraltro vuoto di contenuto, così come lo aveva formulato Cartesio) o non è per caso l'intuizione poetica che fonda la realtà? Se ammettiamo l'ipotesi cartesiana, dobbiamo concludere che il senso fonda anche il poetico. Dunque, il linguaggio nel suo uno corrente, informa anche la poesia e l'arte. E se, invece, fosse il contrario? Se la conoscenza pre-logica del mondo fosse il presupposto per quella logica, non avrebbe gran senso interrogarsi sul senso nell'arte. Se è così, non dovremmo considerare i capolavori come "intensificazione" di un linguaggio corrente e già dato, quanto il contrario. La "designazione" (di un contenuto, di un concetto, di un "senso") sarebbe allora successiva: abbiamo di fronte, cioè, una "visione" poetica e solo allora mi pare che ci poniamo il problema:- e ora che ne faccio?-

I creatori di linguaggio sono i poeti, per me, perché non si pongono il problema "utilitaristico" di "significare" qualcosa: e quindi (aveva ragione Zevi) il linguaggio va desunto dai capolavori: il contrario non porta da nessuna parte. Non portano da nessuna parte le elaborazioni, per quanto concettualmente sofisticate, della linguistica e non porta, perciò, da nessuna parte l'idea di estrarre il linguaggio dalle opere "paradigmatiche". Cioè da prodotti correnti e mediocri.

Se riapriamo l'Ulisse di Joyce, per esempio, ci accorgiamo subito di quant'è banale, inconsistente, inesistente Molly Bloom-Penelope: tanto più che (particolare fondamentale, a mio parere, che istituisce un "vuoto" enorme) non ha nulla della dimensione eroica del personaggio omerico. Non esiste, come tutti i personaggi dell'Ulisse joyciano. Sono dei non-Io che agiscono, interagiscono, pensano, parlano. Eppure Molly è una creatura intensamente (e altrimenti) poetica. E non si esce dalla rete delle continue intersezioni di significanti di Joyce: non si è rimandati ad "altro", come a un significato o un "senso". .Altro che la "polisemia" dell'Opera Aperta su cui tanto insiste Eco: non mi pare affatto che ci sia proprio la "-semìa", nè mono- né poli-. O meglio: ci sono gli atomi, i "semi" di un nuovo linguaggio ma non il suo "uso" linguistico come lo intenderebbero Saussure o Jakobson. La polisemìa di Eco, in questa prospettiva, appartiene già al momento logico-concettuale, al successivo, al linguaggio divenuto lingua, non alla creazione poetica di Joyce: la cui immediatezza, che non pare certo il suo "senso", solo Joyce ci può dare.

Poi, certo, se ne può riprendere l'ingegneria, come magistralmente fa Nadine Gordimer già dalle prime pagine di "Jump" (Il salto), quando una sera in Sud Africa, durante scontri sanguinosi, sale in taxi e per darci l'idea della gran confusione, stanchezza, follia che sento intorno e dentro di sé, spezzetta e intreccia parole con la stessa tecnica linguistica: lo scopo è letterario. E' significare qualcosa; il senso è la sua spossatezza e la spossatezza di un popolo piegato e umiliato dall'apartheid. Ecco, dunque, come l'invenzione poetica di Joyce diviene funzionale, nella Gordimer, a un "senso" (anzi: a un poli-senso aperto, alla Umberto Eco) cui rinvia, ma non lo "costituisce" poeticamente. Possiamo "dire" il senso letterario della scrittura della grande scrittrice come un quid che riunisce 2 serie separate, quella di significati e quella di significanti (la parola monca, i pensieri monchi che s'intrecciano confusamente e si smembrano assistendo allo smembramento del il popolo sudafricano, alla sua dominazione e persino a quello dei singoli corpi uccisi e smembrati ,per le strade ecc.): un rinvio è possibile solo previa scissione delle 2 serie. E posso tentare di riscrivere a quel modo avendo in mente altri "sensi", altre situazioni da additare ed evocare.

Non così, a me pare, in Joyce: il vuoto joyciano nella Gordimer è il pieno dei suoi pensieri frammentati, significativi del suo animo “fatto a pezzi” dalle vicende tragiche cui assiste. Che si potevano “significare” in mille altri modi.

Questo non vuol dire, dal mio punto di vista, che il poeta sia avulso dal mondo, ma solo che non lo descrive, non lo "significa", non lo racconta e non rimanda ad esso ma fa un'altra operazione, più complessa e sintetica, differente rispetto a quella del "letterato": che ne ricostituisce e ne rifonda, ne rivoluziona i segni rendendoli disponibili per quanti poi intendono "dire", "significare", "designare" qualcosa. .

Oppure, se riguardiamo un quadro impressionista, dipinto, come facevano tutti gli impressionisti, prima ancora che le categorie mentali di "classico" e "romantico" invadessero la mente del pittore e ne condizionassero la mano, ci accorgiamo della stessa cosa: l'"impressione" è momento pre-logico, contro le opposte categorie codificate, concettuali e ormai fin troppo "significative" della classicità e del romanticismo. E proprio per questo, dopo l'Impressionismo solo un pervertito può continuare a vedere le foglie di alberi e cespugli ancora banalmente "verdi". Si è instaurato una altro mondo (un mondo-altro) ed è tornato a cambiare/ri-fare il mondo.

Allora, il dubbio viene: la "comprensione" di un'opera poetica non è già una sua riduzione a "senso" logico ? Cioè a un momento posteriore a quello della creazione poetica? I poeti sono rari e noi abbiamo bisogno di parlare, non solo di "poetare": ci mancherebbe. Di usare e produrre "senso". Se, però, non riconosciamo il poetico come fonte del linguaggio, le nostre parole si essiccano e muoiono anche nel loro semplice utilizzo "pratico".

La questione di "contenuto e forma che sono propri di quell'opera e irripetibili da altri e anche dal medesimo artefice (non permutabili con altri colori o parole), il che mi riporta alla discussione con Sandro sul linguaggio, che manterrebbe invece nel tempo la sua autonomia anche in presenza di un messaggio obsoleto" credo andrebbe chiarita (con) Sandro, anche perché, stringata così, non ci capisco molto: come accade con tutte le sintesi, peraltro.

Personalmente la non permutabilità la riferisco all'opera poetica, non a quella "letteraria": la poesia "crea" linguaggio, la letteratura e la lingua di tutti i giorni lo "usa": la differenza è sostanziale. Ma tendo sempre più a pensare che sia la seconda a trarre alimento dalla prima: mai il contrario.

Infine: non ho avuto l'impressione che Baudrillard paventi la sparizione (o la morte) dell'arte: ho sempre avuto l'impressione, invece, che lamenti la morte e l'essiccazione del linguaggio corrente proprio per una continua, eccessiva ricerca di senso. Insomma, che dica che abbiamo un gran bisogno di poesia autentica e genuina, se le parole della vita quotidiana vogliono ancora avere un "senso". Ma poi, ognuno tende a soffermarsi su ciò che cerca, in quello che legge e magari a sorvolare sul resto. Riconsidererò la questione.

Cordialmente,
G.C. .




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Commento 8559 di --->vilma torselli
2/6/2010


Mi trovo d'accordo con l'analisi di Cusano, se ho capito correttamente tutti i passaggi.
In particolare mi pare assolutamente condivisibile la chiusa finale: "L'arte non ha, come si possiede un oggetto o un che di estraneo, "senso" perché l'arte è essa stessa (il) senso".

Ciò che intendo per senso dell'arte è il suo significato peculiare, diverso da opera ad opera e da artista ad artista, il quale artista produce un intreccio indissolubile tra contenuto e forma che si materializza in un quadro, una statua, una installazione ecc., contenuto e forma che sono propri di quell'opera e irripetibili da altri e anche dal medesimo artefice (non permutabili con altri colori o parole), il che mi riporta alla discussione con Sandro sul linguaggio, che manterrebbe invece nel tempo la sua autonomia anche in presenza di un messaggio obsoleto.
In realtà, il linguaggio, specie per l'arte moderna, è esso stesso, come contenuto e forma, un elemento irrinunciabile del messaggio, con il quale nasce e muore, senza pretese 'universalistiche'.

Che l'artista sia semplice 'produttore' dell'opera mi sembra riduttivo, fare arte implica progettività e intenzionalità, oltre a capacità tecniche oggettive e razionali come la scelta dei materiali, l'uso del pennello, dei colori, dello scalpello ecc.
Van Gogh, indubbiamente artista e indubbiamente malato mentale, ha tanta consapevolezza di ciò che fa che descrive minutamente, nell'epistolario con il fratello Teo, come rappresenterà la sua camera di Arles e persino a quale mercante porterà il quadro, su quale parete della galleria lo posizionarà, sullo sfondo di quale tappezzeria. Con lucida autoanalisi, così spiega al fratello il suo "Caffè di notte": "Ho cercato di esprimere con il rosso e il verde le terribili passioni umane. La sala è rosso sangue e giallo opaco, un biliardo verde in mezzo, quattro lampade giallo limone a irradiazione arancione e verde. C'è dappertutto una lotta e un'antitesi dei più diversi verdi e rossi, nei piccoli personaggi di furfanti dormienti, nella sala triste e vuota, e del violetto contro il blu".

Parallelamente, la fruizione dell'opera d'arte non dipende solo da una sorta di rapimento empatico che per vie irrazionali ce ne fa capire il senso, ma anche dalla possibilità di collocarla entro una sorta di spazio culturale percepito come condivisibile da fruitori opportunamente informati sulle intenzionalità dell'artista che ha eseguito un'opera. E' quanto sostiene Joseph Margolis, filosofo pragmatista poco noto in Italia, interessato alla sociologia e all'estetica, (Art and Philosophy, 1980) che con posizione anti-idealistica (o non idealistica) collega a questo aspetto la comprensione del senso di un'opera d'arte.
Ed infatti se sappiamo che Daniel Spoerri, instancabile nomade intellettuale (poeta, ballerino, coreografo, regista, attore, costumista, organizzatore museale, regista, insegnante all'Accademia di belle Arti di Colonia) è anche appassionato di culinaria (si definisce ‘uomo di teatro e di cucina’), autore di un libro di ricette "Diario Gastronomico"(Grecia, 1966), nonché proprietario fondatore del ‘Ristorante Spoerri’, (Dusseldorf nel '68), probabilmente riusciamo a meglio capire da dove scaturiscano i suoi tableaux-pieges, se sappiamo che Cy Twombly, americano conquistato dal classicismo, già da bambino piccolissimo ripeteva sempre: “Da grande andrò a Roma!” riusciamo a capire il "simbolismo romantico” delle sue potenti sinfonie barocche, né ci stupiremo davanti alla tela tutta bianca di Robert Rauschenberg se la vedremo come contrappunto ai 4’33″ di silenzio di John Cage, amico ed ispiratore.

Edoardo Boncinelli, biologo genetico e molecolare, sostiene il "carattere fortemente sociale della creatività. Per essa occorre anche il riscontro della valutazione collettiva. Essere creativi implica produrre qualcosa di innovativo che appaia utile o comunque rispondente a un bisogno condiviso e che ottenga pubblico consenso per entrambi i termini. Il prodotto creativo, cioè, deve poter essere giudicato dalla comunità in cui l'atto creativo è espresso come innovativo realmente utile. Il successo creativo, pertanto, richiede qualità sociali tali da permettere l'affermazione propria. e dei propri prodotti, e tali capacità sociali possono facilitare un giudizio positivo sull'insieme delle caratteristiche possedute dal soggetto creativo…… “(‘Come nascono le idee’, 2008)
Dal canto suo Gregory Bateson, antropologo, psichiatra, studioso di logica e cibernetica, dice: “Ritengo che sia d’importanza fondamentale possedere un sistema concettuale che ci costringa a vedere il ‘messaggio’ (p. es. l’oggetto artistico) sia come in sé internamente strutturato, sia come parte esso stesso di un più vasto universo strutturato: la cultura o qualche sua parte…… " (Verso un'ecologia della mente 1977)

L’approccio quasi antropologico all'arte che si desume dalle ipotesi sia di Boncinelli che di Bateson immerge l’arte nella contemporaneità, la lega al suo tempo e al suo autore e la libera da ogni necessità di trascendenza verso il passato o il futuro: parafrasando Cusano, l’unico senso possibile dell’arte moderna è quello in cui è stata espressa, la sua avventura, con buona pace di Baudrillard, non è né finita né iniziata, è adesso.


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Commento 8558 di --->giannino cusano
1/6/2010


PS: x Torselli.

Nel commento precedente (8557) ho scritto "muore il mito della morte dell'arte" sottintendendo che muore, soprattutto, quello dell'Idea Assoluta, che ci ha regalato i lager. Mi pareva scontato, ma mi accorgo che va esplicitato :)))


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Commento 8557 di --->giannino cusano
1/6/2010


Interessante e stimolante, come sempre, il commento della Torselli. Credo di dovere, a questo punto, fare attenzione alle parole, che sono trappole terribili soprattutto quando si parla "di" arte.

Non credo che l'arte sia più reale che irreale o viceversa: il problema di distinguere realtà da irrealtà mi pare compito della logica, non dell'arte o dell'estetica. Poi, certo, tutte le attività umane interagiscono e sono tra loro complementari, dato che noi esseri umani non siamo fatti a cassettini e compartimenti separati ognuno dei quali contiene un mondo a sé..

Quando si dice "arte senza senso" occorrerebbe, forse, anzitutto chiarirsi reciprocamente cosa intendiamo per senso e se, per es., identifichiamo o meno "significato" con "senso" ecc. E già questo porterebbe assai lontano.

"Senza senso" personalmente lo intendo, semplificando molto, in modo anti-idealistico (o non idealistico): l'arte, dal mio punto di vista o di osservazione, NON è manifestazione sensibile dell'Idea, come voleva l'hegelismo sulla scia del platonismo. Solo concependo l'arte come "manifestazione sensibile dell'Idea" si può arrivare alla conclusione del tutto paradossale della "morte dell'arte". Sulla quale, peraltro, va doverosamente detto che in Hegel non si torova né la sottoscrisse mai di suo pugno. Quello che sappiamo della "morte dell'arte", invece, lo sappiamo da appunti presi alle lezioni del grande filosofo da parte di un suo allievo, raccolti poi in una "Estetica" che Hegel non sottoscrisse. Cosa abbia realmente detto nelle sue lezioni e come l'abbia interpretato l'allievo, non lo sappiamo. Il dubbio resta, anche perché questa faccenda della "morte dell'arte", per quanto paradossale, è assolutamente compatibile e coerente col pensiero del filosofo tedesco. E tanto di cappello se, ammesso che la teroria sia sua, non ha avuto paura di andare fino in fondo e di tirare tutte le conseguenze del suo pensiero con tanto coraggio.
.
Certo, se l'arte è definita come "manifestazione sensibile dell'Idea", conterà più l'idea dell'opera d'arte. E con questa premessa (a mio parere erronea), essendo la filosofia fatta di concetti privi di materia, colore, argilla ecc. , è chiaro che può innalzarsi a vette superiori a quelle dell'arte. Ma se concepiamo arte e filosofia come due momenti diversi e non disposti gerarchicamente una più in basso, l'altra più in alto nella scala che porta allì'Idea Assoluta, la prospettiva cambia totalmente. E muore anche il mito (o il timore) della morte dell'arte.

Il punto a me pare sia che l'artista, a differenza del logico e del filosofo, non è uno che crede o non crede in un'immagine: semplicemente, la produce. E in quel modo assai particolare per cui "contenuto" e "forma" sono talmente fusi e inscindibili nell'opera d'arte, che costituiscono un unico atto. Se fosse altrimenti, la poesia non sarebbe verità (sono convintissimo proprio che la poesia sia opera di verità) ma in veste allegorica, o metaforica piuttosto che metonimica, di verità: cioé, per questa via, tutto meno che poesia, nella quale invece la parola, la forma, il colore, lo spazio è inseparabile dal contenuto.

La parola è la poesia stessa. Tanto che quando ci si affanna a spiegarla, la sua magia è già sparita e per ricostruirla si può solo tornare a rileggerla (ripeterla) nell'unica sua forma posibile: .quella in cui è stata espressa. Quando facciamo opera critica noi non spieghiamo mai la poesia. Facciamo, credo, un'altra operazione: gettiamo luce sulle materie grezze elaborate dal poeta e da lui trasformate in questa "forma-contenuto", in questo "significante-significato". Qualsiasi commento e discorso sarà sempre estraneo alla poesia e quell'estraneità ci distoglie dal suo incanto estetico. E a volte ci infastidisce, perché quell'incanto è senza parole: ha già le sue parole, che sono quelle della poesia che ci ha guidato.

Qual è il "senso" di quella poesia? Non è permutabile con discorsi: è tutto intero e già dato lì, in quei versi. così come sono dati in quella particolare "visione".
Poi, certo, i discorsi "su" questa o quell'opera d'arte sono utilissimi: ma servono, appunto, a un fine pratico, non a fare luce sulla sua poeticità, sulla sua poesia e sulla sua arte, ma sui suoi motivi conduttori: le materie (passioni ecc.) di cui l'artista si è servito.

In una poesia ci si immerge e ci si lascia attraversare o non si entra in quel mondo poetico. E l'incanto è sempre quello di una sospensione della parola: cioé del "senso". Che è, del pari, "non-senso": senso e nonsenso sono inscindibili come reale e irreale. E' questo che il linguaggio corrente non vuole riconoscere: nella sua ansia di dare un senso a tutto, dimentica di essere al contempo nonsenso. Come la ragione cartesiana, nell'illusione di definire e tenere la follia fuori dal proprio recinto, dimentica che in questo modo la genera perché la Ragione è fondata esattamente sulla "follia" (=irrazionalità, non classificabilità ecc.) dalla quale è inseparabile.

"Dio è nel particolare" diceva Aby Warburg;:intendendo fuori dalle astrazioni "universalistiche": in "questo" quadro, in "questi" versi che non sono permutabili con altri colori o parole. E mentre tutti diamo per scontato di sapere cos'è la realtà, imputando all'arte l'irrealtà, troppo spesso dimentichiamo che è proprio la realtà a non esistere in quanto, pur nominandola e chiamandola in causa in continuazione, non sappiamo minimamente cosa sia. A meno di "inventarla", cioé di "crearla": di ammettere che questo quadro e questi versi sono e costituiscono realtà Senza di essi, la presupposta realtà del mondo sarebbe solo un vuoto fantasma. L'arte non ha, come si possiede un oggetto o un che di estraneo, "senso" perché l'arte è essa stessa (il) senso

Cordialmente,
G.C.
. .


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Commento 8556 di --->giannino cusano
30/5/2010


«prima di riflettere, gli specchi farebbero bene ... a riflettere»
Jean Cocteau

... e ci stiamo pure a riflettere ?


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