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commenti all'articolo: Sopprimere le Commissioni edilizie di Sandro Lazier
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Commento 11060 di --->pietro pagliardini
31/12/2011


Caro Lazier, ma lei sfonda una porta aperta. Pennacchi dice chiaramente che Mussolini non avrebbe voluto città perchè voleva ruralizzare, e nell'agro pontino voleva solo costruire dei presidi di carattere funzionale allo scopo della bonifica e per garantire la distribuzione di merci e materiali per le popolazioni insediate. Ma, una volta visti i primi risultati e i loro successi, si convinse, probabilmente perchè ne vide l'aspetto propagandistico. Non c'è dubbio che Mussolini sia stato il primo che ha capito l'importanza della propaganda attraverso i vari canali "moderni", quali radio, cinema e la cultura. Insomma, un Veltroni ante-litteram. MA questo, mi perdoni, dimostra intelligenza e basta. Non mi faccia prendere le difese di Mussolini di cui non mi frega niente e che non mi ha mai nemmeno intrigato in nessun senso. Ma negare l'evidenza sarebbe come dire che Stalin fosse un imbecille: tutto, ma non un imbecille.
Ma a noi non interessano mica le intenzioni del duce o del regime, a noi interessano i risultati. E i risultati sono straordinari per la bonifica e buoni e qualche volta ottimi per l'urbanistica e l'architettura.
Quanto a Pagano e agli altri, Pennacchi non menziona l'arrivismo, o almeno non in senso negativo; parla solo, molto realisticamente, e se lei fa il professionista come credo capirà, di normale, umano, sano desiderio di affermazione professionale.
Non sarà mica un atteggiamento riprovevole voler emergere e se possibile eccellere! Non è di questo che si parla in quel brano nè nel libro. Si parla di una storia diversa, raccontata in maniera piacevole e molto documentata, che cozza però contro la retorica ufficiale antifascista di cui ormai hanno tutti piene le scatole. Poi potrà non piacere l'architettura del periodo, ma il giudizio non può essere partigiano fino al punto di negare la realtà e di dividere il mondo in maniera manichea tra i buoni da una parte e i cattivi dall'altra, quando poi, alla fine, stavano tutti dalla stessa parte. Almeno fino al momento drammatico delle leggi razziali.
Allora che dire di Le Corbusier, lui sì arrivista veramente, che blandisce tutte le dittature del periodo, da quella comunista a quella fascista? C'è una sua lettera in cui implora un incontro con Mussolini per convincerlo alla nuova architettura (la sua, ovviamente). Questo è arrivismo di bassa lega non quello di chi si riunisce in un gruppo, di più giovani, per cercare di prevalere sul gruppo meglio piazzato, di più vecchi! Lecito attaccare, lecito difendersi, mi sembra ovvio.
Quanto a Pagano, nel pezzo che lei riporta, scrive una cosa abbastanza "fascista": lui vuole convincere il duce a "un'arte di stato". Razionalista, ma non importa questo. Quindi chi è senza peccato scagli la prima pietra. Con queste premesse, se Pagano fosse stato in una commissione edilizia, allora sì che sarebbero stati cavoli amari! Altro che libera espressione dell'architetto!
Saluti


...

31/12/2011 - Sandro Lazier risponde a pietro pagliardini:
Vorrei ripetere per chiarezza, altrimenti si rischia di perdere il senso delle cose che stiamo dicendo:
1 – ho citato criticamente il primato della propaganda fascista a conforto della tesi che il fascismo utilizzasse temporaneamente i concetti del razionalismo per fini esclusivamente promozionali. Il regime non avrebbe mai condiviso fino in fondo i concetti del razionalismo traducendoli in realtà sociale; sapendo, oltretutto, che provenivano dalla democratica e disprezzatissima repubblica di Weimar. Dall’ideale razionalista (sostanzialmente democratico e socialista) e dall’efficacia del suo messaggio, appena ne percepì il pericolo, il fascismo prese immediatamente le distanze. Non tacciò quest’arte, come invece fecero nazismo e comunismo, d’essere corrotta e degenerata ma, nel nostro paese, questa fu subito messa in soggezione dal modello di romanità che il regime intendeva invece promuovere e vantare orgogliosamente come proprio.
Il risultato è quello che definiamo stile littorio, dove la razionalità sta nell’assenza di stilemi, decorazioni e ornati e nella banalizzazione geometrica di colonnati, arcate e altri elementi della tradizione architettonica arcaica, mantenendo intatto l’impianto spaziale monumentale. Il razionalismo (e le sue varianti; gli -ismi d’inizio secolo sono molteplici) svuotato della sua istanza ribelle per eccellenza, ovvero la concezione spaziale antiscatolare, antimonumentale, particolarmente critica verso la fatalità dell’idealismo storicista che vorrebbe invece l’uomo soggiogato ad essa, diventa ornamentale e mansueto, incapace finalmente di comunicare un’idea di cambiamento sostanziale delle ragioni dell’esistenza e delle classi sociali che la esperiscono.
Fortunatamente, sfumate nel clamore delle pompose fanfare dell’architettura imperiale, qualche genio, come Terragni, seppure in questo clima reazionario e con non poche difficoltà, riuscì a concepire opere di grandissima libertà spaziale, la cui portata rivoluzionaria probabilmente non fu giudicata dalla censura con la dovuta attenzione.

2- Non stavano tutti dalla stessa parte. Pagano, come Le Corbusier, avevano ben chiara la portata rivoluzionaria e l’esito profondamente democratico dell’architettura che proponeva. Non promuoveva sé stesso ma la sua architettura. Non era un farsi largo per vanità od orgoglio personale. C’era qualcosa di più. Rompere le scatole, anche in senso architettonico, alleggerire i volumi e smembrare i piani, disallineare finestre e pilastri, liberare i vani dalla dittatura della struttura muraria, fino a giungere all’equilibrio precario dei fabbricati e alla loro decostruzione, sono metafore della precarietà e insieme solidità dei fragili sistemi democratici, ai quali, per sopravvivere, serve un minimo di disordine e confusione. L’architettura dei monumenti è statica, grevemente inerme, rigida e poco disposta alla trasformazione, triste e malinconica, finalmente mortifera; l’architettura degli anti-monumenti è flessibile, leggera, dinamica, viva e fondamentalmente felice. Questi pensieri sono anche quelli che presiedono alla mia attività professionale, prima della vanità, dell’orgoglio e del tornaconto. Anch’io, come Pagano allora, cerco oggi di convincere le amministrazioni, di destra o di sinistra, a usare l’architettura in cui credo, ma non per questo devo sentirmi minimamente fascista.

Ps: - Sono un organico, particolarmente critico verso il razionalismo, soprattutto quello di bocca buona della speculazione edilizia. Ma, in questo caso, devo difenderne le ragioni e lo faccio con forza. C’è, credo, un equivoco di fondo. Gregotti, Rossi, Botta e tanti che i tradizionalisti tacciano di modernismo, in effetti moderni non sono. Per chi la pensa come me stanno tra i premoderni proprio per la loro vocazione compositiva fondamentalmente solenne e monumentale.

Auguri per un 2012 felice


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Commento 11059 di --->Gianni marcarino
31/12/2011


....definire una tradizione e gli stilemi che fissano le consuetudini di un certo periodo come memoria condivisa che diventa norma per tutti.
E' certamente possibile che il secolo scorso abbia vissuto il mito del nuovo , del progresso, dell'accelerazione talvolta in modo acritico, secondo un percorso lineare a prescindere,escludendo il passato dal contributo che ha necessariamente dato al presente.
Il punto rimane quello di accettare una oggettivita' della storia che si traduce in regole sociali, nel definire i si ed i no del linguaggio, nello stabilire una sorta di fermo-immagine temporale.
Ho molti dubbi che tutto questo corrisponda ad un comune sentire popolare e non elitario.
Si tratta forse di una élite che propone soluzioni apparentemente consolatorie, percio' piu' facili da digerire al tavolo dell'arte.

Buon anno.


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Commento 10962 di --->pietro pagliardini
30/12/2011


E' diventato abbastanza difficile se non impossibile trattare tutti gli argomenti toccati in questa discussione che sta assumendo toni forti. Segno, lo ripeto per l'ennesima volta, della centralità del tema "commissione edilizia".
Vorrei rispondere a Lazier su Fascismo e razionalismo e/o nazionalismo cafone e a Gianni Marcarino.
A me sembra che lei, Lazier, tenda a vedere dell'architettura del periodo fascista i due classici poli raccontati nei libri di storia dell'architettura e dell'arte (ovviamente): Libera-Pagano-Persino da una parte, i buoni, Piacentini dall'altra, il cattivissimo. E' troppo schematica e, lo devo dire, molto accademica e perfino un po' conformista, proprio da lei che conformista non mi sembra affatto.
Non sono uno storico ma l'estate scorsa mi sono letto un libro che le consiglio vivamente di leggere, se già non lo avesse fatto: Fascio e martello, viaggio tra le città del Duce, di Pennacchi. Già il titolo la dice lunga su quanto sia equivoco l'abbinamento tra architettura e politica: un comunista "vivente", innamorato dell'architettura del Duce! Ma, a parte questo, lei troverà in quel libro una ricca documentazione fotografica e descrittiva che smonta lo schema che lei invece tende a riconfermare.
Questo un brano significativo:
"I manuali parlano di lui (Petrucci) solo per dire che era uno dei fondatori del RAMI, il Raggruppamento architetti moderni italiani - ossia i razionalisti ligi all'ordine e alal disciplina del partito - che si contrapponevano al MIAR (Movimento italiano architettura razionale), ossia quello dei presunti più arrabbiati. Non è naturalmnete che questi "arrabbiati" non fossero fascisti, anzi, in senso sansepolcrista erano anche più fascisti di quegli altri. Erano architetti punto e basta. Quella di volerne saggiare il maggiore o minore tasso di fascismo - per giudicarne l'arte- è una mania codista in cui si è incanalata tutta la storiografia dell'architettura, in Italia, dal dopoguerra ad oggi. Erano tutti fascisti ed erano tutti architetti. E giovani. Che mozzicavano i vecchi solo perchè volevano farsi spazio. Giustamente. E volevano lavorare. Punto e basta. Da Pagano a Piccinato, da Terragni a Libera. E i vecchi - Piacentini, Giovannoni, Alberto Calza Bini, Brasini, BAzzani - si defendevano come potevano. Giustamente pure loro. E qualche volte pure a bastonate".

Vede quanto è laico nel giudizio il comunista Pennacchi, quanto è realistico, niente affatto incline alla retorica e soprattutto "credibile"!
E se lei guarda le foto non troverà capitelli e colonne, solo qualche arco (e che sarà mai) e molto razionalismo magari un po' annacquato dall'essere progettato per piccoli borghi agricoli. Ma di pomposità ce ne è assai poca, salvo forse in qualche torre littoria o in qualche casa del fascio, che a me sembra anche un modo corretto di auto-rappresentarsi di un potere che, indubbiamente, c'era, piaccia o meno.
Si può affermare che le città di fondazione siano "nazionalismo cafone e grottesco"? A me pare proprio di no. A me, che tra l'altro ho una formazione modernista, sembrano pure dei bei progetti che difficilmente abbiamo ritrovato nell'architettura del dopoguerra. Certamente non nella rivista L'Architettura Cronache e storia, che davvero pubblicava di tutto e di più. Sono sincero: a me metteva tristezza anche allora.
Certo che è un razionalismo "italiano" (ahi, lo so che lei crede che i popoli non esistano, ma allora perchè si lamenta se Piacentini ha devastato qualche nostro centro storico?), che c'è un sapore di tradizione e di elementi conosciuti (ma anche Aldo Rossi ne faceva uso), ma io mi posso immaginare, anche leggendo il libro, che ai nuovi abitanti insediati nell'Agro Pontino facesse semmai l'effetto opposto, quello cioè di essere del tutto stranianti e "moderni" rispetto alle realtà da cui provenivano. Quindi, voglio dire, le cose vanno valutate in tutte le loro implicazioni e non in base ad un'idea precostituita, a principi immutabili e fissi cui la realtà dovrebbe adeguarsi, come mi sembra che lei tenda a fare.

A Gianni Marcarino rispondo - anche se non lo ha chiesto a me ma non si arrabbierà per questo - alla domanda " A quanti km da casa mia finisce la mia tradizione e comincia quella degli altri!". Bella davvero la domanda ma subdola. Non esiste una tradizione mia diversa dalla sua, se io e lei abitiamo nella stessa città, nella stessa vallata, nello stesso colle, nello stesso bacino. Esiste la tradizione e basta i cui caratteri sono facilmente riconoscibili e definiti e un architetto la deve saper riconoscere e se non lo sa fare da solo la studia, non c'è problema. E' la nostra professione, il nostro mestiere. Nessuno nasce imparato ma applicandoci è possibile scoprirla. Se poi si domanda: "Oppure come e' possibile pensare di progettare per la vita di oggi con criteri spaziali e formali maturati nel passato, con necessita' e aspettative molto diverse?" Sono io che le pongo la domanda: ma si riferisce alla città o agli edifici? Se si riferisce alla città il tema è troppo lungo e non c'è tempo e spazio, se si riferisce agli edifici, come immagino, sono io che le ri-domando: che cosa è cambiato di così significativo da dover cambiare i criteri spaziali dell'abitare? La moda, forse, imposta, e ripeto ancora, imposta da una elitè culturale che è risucita mirabilmente ad azzerare tutto ciò che c'era e a far credere che fosse necessario cambiare. Non era affatto vero. Se prende un'abitazione antica lei vedrà che è possibile adattarla perfettamente a tutte le esigenze dell'abitare contemporaneo: impianti necessari, cablaggio, isolamento termico e climatizzazione estiva naturale, garantiti all'origine e di qualità largamente superiore a tutte le trovate di mercato attualmente propagandate come eco-bio ecc.
Cosa manca? Forse di autorappresentarsi provincialmente come un divo americano con una grande vetrata su un giardinetto di 5x10? Le case di Neutra sui libri della Hoepli hanno fatto davvero disastri, perchè non tengono conto della lieve differenza che esiste tra il grande spazio naturale americano e quello antropizzato e molto ristretto delle nostre vallecole.
Comunque io insisto con la mia proposta, che diventa provocazione solo nella mente di chi la riceve come tale, dato che per me è una cosa assolutamente vera e naturale: poichè la città e il territorio appartengono alla collettività -come l'acqua, l'aria, i boschi, gli arenili, i monti, il sottosuolo, con tutte le sue risorse - perchè è lo spazio entro cui si svolge la vita dell'uomo civilizzato che ha fatto della città la sua più grande e straordinaria invenzione, entro cui esercitare la sua libertà di scambio e di relazione, nel pieno rispetto della libertà degli individui e della proprietà privata, che le assicuro essere sacra per me - sulla forma dello spazio pubblico, comprendendo in questo anche la forma esterna degli edifici privati, deve essere la città a decidere non il singolo da solo, tanto meno l'architetto che è colui che da forma ed espressione ai desideri e ai bisogni del committente, nel rispetto delle regole del bene pubblico. Già, perchè c'è un committente. Se le sue idee non piacciono si rinuncia, non si cerca di fregarlo sovrapponendo i propri desideri ai suoi, giocando sul noto rapporto asimmetrico esistente.
Con questa premessa, la commissione edilizia, sempre nella sua forma ideale s'intende, è una forma semplificata e adattata ad istituzioni che sono rappresentative e non di democrazia diretta del giudizio popolare. Non ho dubbi che sugli spazi pubblici importanti, su edifici rappresentativi di tutta la città debbano essere i cittadini a scegliere mediante referendum o votazione che sia.
Dove sta lo scandalo? Che cosa si teme? Forse che la gente scelga le case tradizionali? Dove starebbe il problema? Chi l'ha detto, dove sta scritto che debbano essere gli architetti a decidere?
Brunelleschi per fare la cupola a Firenze si è sottoposto ad un massacro di giudizi, discussioni e votazioni! E cosa crediamo, di essere più bravi e superiori di Brunelleschi forse? 150.000 architetti migliori di Brunelleschi!
Buon Anno a tutti


...

30/12/2011 - Sandro Lazier risponde a pietro pagliardini:
Per quanto riguarda i giovani architetti fascisti, non eran proprio tutti arrivisti, come sostiene il fascio-comunista Pennacchi.

Tratto da: “Cattivi maestri: Giuseppe Pagano”
(http://www.elapsus.it/home1/index.php/arte/architettura/584-cattivi-maestri-giuseppe-pagano)

Dopo essersi concluso il cantiere per quello che è forse il suo capolavoro, l’Università Bocconi di Milano, nel 1941, Pagano accetta la conduzione della rivista «Domus», ma dopo pochi mesi viene richiamato alle armi a seguito della sua richiesta volontaria. Aveva quarantacinque anni.
Il maggiore Giuseppe Pagano guida un drappello d’uomini in Albania, ma continua, per corrispondenza, la sua collaborazione a «Casabella», e continua, soprattutto, la sua battaglia per l’architettura moderna. A seguito della pubblicazione dell’articolo “Potremo salvarci dalle false tradizioni e dalle ossessioni monumentali?” il direttore della stampa italiana, Gherardo Casini, richiama Pagano. Nel numero seguente della rivista Pagano, per nulla intimorito, fa pubblicare un altro articolo, ancora più acuminato del precedente: la rivista viene sequestrata; Pagano scrive allora a Casini una lettera privata infuocata, e il direttore della stampa italiana risponde, compunto: «Ho eseguito il sequestro di Casabella che conteneva il vostro articolo perché ne ho avuto l’ordine». L’architetto, impavido, gli invia una cartolina: «Poiché siete stato soltanto un “trasmettitore di ordini” vi sarò grato se vorrete far leggere la mia lettera a chi vi ha impartito l’ordine del sequestro».
Nel ’42 rientra dal fronte e il rapporto, sottilmente sadico, che lo lega al fascismo, si spezza definitivamente; come ha scritto Rogers, in un testo che ricorda l’amico: «non ci accorgemmo subito che, per amore dell’amore, rischiavamo di avere un figlio da una prostituta»; Pagano lascia il partito ed entra nella Resistenza.
Il 19 luglio del ’43 muore Giuseppe Terragni, quando Pagano ne ha notizia, cinque giorni più tardi, scrive: «che la mia verde maledizione secca e rabbiosa e demoniaca si scarichi come un colpo di clava sulle teste di chi sappiamo. E di Ojetti e di Piacentini e di tanti altri mezzi coglioni in gloriati si faccia un sottofondo da latrina. Non so dire. Vorrei sparare subito e spaccare teste»
.”

G. Pagano, “Legato all’architetto romano Amedeo Luccichenti nel comune impegno per un’architettura svincolata dai «maneggioni» di Stato, vorrebbe convincere il duce dell’esigenza di una radicale svolta sul terreno dell’urbanistica, dell’edilizia popolare e più in generale dell’architettura razionalista «come arte di Stato», ma alla richiesta di udienza gli si risponde di inviare un memoriale: «Come vedi – scrive a Luccichenti – siamo fregati in pieno e non credo che sia il caso di insistere oltre»; Pagano evoca «una dignità umana che non può essere superata» e indica la via di una battaglia di testimonianza, per «cercare ancora di creare una minoranza moralmente pura, vigilissima e piena di fede in modo di salvare, per la storia, il buon nome dell’architettura italiana», senza speranze di vittoria: «moriremo sulla breccia con la bandiera dell’architettura moderna» (lettera del 1° gennaio 1940).

Per quanto riguarda la propaganda: “Il Fascismo fu forse il primo al mondo ad utilizzare la moderna "arma" della propaganda. Mass-media, manifesti, cinematografia: tutto rivolto a magnificare l'operato del regime. Non a caso il ministero per la Propaganda fu infatti uno dei più attivi.
Ancora oggi la propaganda fascista è oggetto di studio: negli altri paesi del mondo fortissimo fu il suo sviluppo durante la seconda guerra mondiale; il Duce stesso descrisse la cinematografia come l'arma più efficace."
(http://www.ilduce.net/propaganda.htm)

Per quanto riguarda le nuove città e fondazioni – che città non sono mai state ma agglomerati agricoli - questa che segue è la ragione per cui le voleva il duce quando le ha concepite:
Tratto dal discorso dell’ascensione del 26 maggio 1927 di B. Mussolini:
Questo ancora non basta. C'è un tipo di urbanesimo che è distruttivo, che isterilisce il popolo, ed è l'urbanesimo industriale. Prendiamo le cifre delle grandi città, delle città che si aggirano e superano il mezzo milione di abitanti. Non sono brillanti, queste cifre: Torino, nel 1926, è diminuita di 538 abitanti. Vediamo Milano: è aumentata di 22 abitanti. Genova è aumentata di 158 abitanti. Queste sono tre città a tipo prevalentemente industriale. Se tutte le città italiane avessero di queste cifre, tra poco saremmo percossi da quelle angosce che percuotono altri popoli. Fortunatamente non è così: Palermo ha 4177 abitanti di più - parlo di quelli che nascono, non di quelli che ci vanno, perché questo è spostamento, non aumento -; Napoli 6695 e Roma tiene il primato con 7925. Ciò significa che, mentre Milano, in 10 anni, crescerà di 220 abitanti, Roma crescerà di 80.000.
Ma voi credete che, quando parlo della ruralizzazione dell'Italia, io ne parli per amore delle belle frasi, che detesto? Ma no! Io sono il clinico che non trascura i sintomi, e questi sono sintomi che ci devono far seriamente riflettere. Ed a che cosa conducono queste considerazioni? primo, che l'urbanesimo industriale porta alla sterilità le popolazioni; secondo che altrettanto fa la piccola proprietà rurale. Aggiungete a queste due cause d'ordine economico la infinita vigliaccheria morale delle classi cosiddette superiori della società.

Non è grottesco tutto questo?




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Commento 10958 di --->vilma torselli
30/12/2011


Ettore, ma io sono infantile, fortunatamente e saggiamente infantile, ho dubbi, ripensamenti, crisi, esitazioni, autocritiche, incertezze ……. so che domani non sarò più la stessa e vedrò quello che ho fatto ieri in modo nuovo, forse opposto, certamente critico, ogni giorno accade qualcosa che cambia il mondo, che ci cambia, le fonti ufficiali restano ufficiali, siamo noi che cambiamo e con noi il loro senso, la storia raccontata muta a seconda della finalità che vogliamo darle, troviamo quello che cerchiamo solo se sappiamo cosa cercare prima di trovare, non esiste la storia "raccontata in maniera cruda e vera", esiste la storia raccontata da te e quella raccontata da tanti altri che non sono te.
Neanche la storia di Dio ha una sola versione (su Gesù ci sono vangeli canonici, vangeli gnostici e vangeli apocrifi) non resti che tu, EMM, quale depositario di versioni uniche, racconti asettici e storia vera e documentata.
Non ti devi risentire se te lo faccio notare, è una fortuna che, sotto sotto, ti invidio un po'.



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Commento 10957 di --->ettore maria mazzola
30/12/2011


Lazier,
pedante sarà lei, con la sua presunzione ed arroganza, e con le sue patetiche frasi alla Zevi sull'architettura di stampo tradizionale.
Credo proprio che il suo problema sia quello della "volpe e dell'uva".
Visto che, come ha sostenuto nel precedente commento, nella sua formazione c'è "pochissima accademia", piuttosto che parlare per luoghi comuni e menzogne, accusando gli altri delle proprie colpe, vada lei a riformarsi, perché è lei, e non io, la dimostrazione dei limiti dell'università italiana.
Impari a dialogare civilmente con chi non la pensa come lei ... o le dà fastidio non poter continuare a fare i suoi monologhi?
Il web è democratico, e tutti hanno la possibilità di replicare, specie quando si sostiene l'assurdo per tenere in piedi il suo castello di falsità e di pregiudizi.
Accusa gli altri di non rispondere alle domande, ma lei è uno slalomista da far impallidire Alberto Tomba, non ha dato ancora alcuna risposta alle domande precedenti.
E si aggiorni, sembra la fotocopia mal riuscita del suo idolo Zevi.
Non ho problemi a riprendere il discorso, ma a patto che si rientri nei limiti della civiltà, mi auguro quindi che pubblichi questa mia replica e rientri nei limiti della correttezza.


...

30/12/2011 - Sandro Lazier risponde a ettore maria mazzola:
Non ho problemi a pubblicare repliche. Ci mancherebbe.
Piuttosto, a parte le caricature mia, di Zevi, della volpe e dell'uva, in tanta confusione mi son perso le domande a cui dovrei dare risposta. Sicuramente sarà un mio limite accademico, perché oltretutto non so neppure sciare. Ma non fa nulla, non me ne dispiaccio. Direi di salutarci qui per non annoiare oltre chi ci sta seguendo.


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Commento 10956 di --->Gianni marcarino
30/12/2011


Infine, secondo EMM, le commissioni edilizie dovrebbero tutelare l'euritmia e la dignita' estetica degli edifici e salvaguardare le facciate esterne dalle interpretazioni individuali perche' l'edificio e' della citta' e non del proprietario, se ho ben inteso.
Per cui esisterebbe un senso comune, condiviso, che fissa le norme secondo cui costruire e comunicare col linguaggio architettonico. Di conseguenza, sono necessari i sacerdoti che stabiliscano quello che e' lecito fare o non fare e cio' che le persone devono considerare giusto o sbagliato, bello o brutto.
Rimane misterioso, almeno per me, il momento esatto in cui fissare queste norme e per quanto tempo esse abbian ragione di esistere, se non in funzione della loro attualita' culturale, altrimenti destinate a produrre inutili decorazioni dell'esistenza, come antiche parrucche posate su teste che non se ne fanno piu' nulla. Mi pare proprio forzata l'immagine dell'architetto cattivo maestro e del committente pacioso, bucolico, ingenuo, traviato da visioni invasate.

La tradizone viene continuamente tradita dal mutare e dal moltiplicarsi delle informazioni che le persone si scambiano giorno per giorno. E' un processo che ha subito una accelerazione enorme ed inevitabile in questi ultimi anni. Come puo' oggi prescindere da questi cambiamenti il linguaggio architettonico?
Oppure come e' possibile pensare di progettare per la vita di oggi con criteri spaziali e formali maturati nel passato, con necessita' e aspettative molto diverse?
Cosa significa inserire la tradizione nel nuovo?
Esattamente, come si fissa una norma per dire quello che e' per oggi(o per sempre?) tradizionale?
Qui vicino? A quanti km da casa mia finisce la mia tradizione e comincia quella degli altri!
Nelle polemiche dei commenti non ho intravisto risposte.


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Commento 10955 di --->ettore maria mazzola
30/12/2011


Vilma,
non ti facevo così!
Per cui mi costringi a dirti che so bene che mi rendo conto che la cultura altrui possa dare fastidio ma non posso farci nulla.
La cultura produce tanti nemici, ed inimicarmi persone che dicono certe cose non mi dispiace.
Non è mia intenzione fare "il Dio", ed è quanto meno infantile esprimersi come hai fatto nel tuo commento.
Visto che amo la ricerca, e visto che amo non fossilizzarmi su ciò che ho studiato - a differenza di chi continua ad esprimersi per luoghi comuni e pregiudizi figli della pseudo cultura anni '60-'70 - quando scrivo lo faccio per il piacere di condividere, con chi ne abbia voglia, un po' di cose che la "cultura" ufficiale non ha fornito. Non lo faccio per vanagloria, ma solo perché spero che certe "cose non dette" possano aiutare tutti a riflettere sulle proprie convinzioni, e a smontare quel castello di menzogne che è stato costruito nel mondo dell'architettura, dell'urbanistica e dell'arte italiana nel quale ami crogiolarti!
Se ti disturba non posso farci nulla, resta pure nel tuo mondo che finge di aggiornarsi ma rifiuta di guardarsi alle spalle per vedere se tutto ciò che finora è stato detto e scritto corrisponda a verità!
Quando scrivo i miei libri e articoli (non ovviamente i commenti su un blog), mi baso su fonti ufficiali che cito sempre, per evitare che qualche malpensante mi accusi di metterci dentro dell'ideologia.
A me non piace la storia "interpretata", ma quella raccontata in maniera cruda e vera. So benissimo che, scrivendo in questo modo, possa capitarmi di schiacciare i piedi a troppe persone, specie quelle autoproclamatesi esperte di storia e di critica, ma "così è se vi pare".
Se devo dirtela tutta, ne ho le scatole piene di parolai che scrivono cose incomprensibili per giustificare cose astruse. Queste persone sono dannosissime, perchè alimentano quel sistema schifoso che vuole che a poter parlare di arte, architettura e urbanistica possano essere solo gli autoproclamatisi "esperti", mentre la gente comune deve limitarsi a subire le angherie degli "esperti" e fare da cavia per le loro sperimentazioni. Riflettici su


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Commento 10954 di --->vilma torselli
30/12/2011


"Io sono la Via, la Verità e la Vita", Gv.14,1-6

E' bello vedere tante luminose certezze radunate in una sola persona, tante apodittiche verità trovate, scritte e avvallate (in modo asettico) da un solo individuo, tante inconfutabili dimostrazioni prodotte da un solo uomo che ha raccontato, dimostrato, pubblicato, sempre mettendosi in gioco in prima (e unica) persona nel nome della Verità assoluta.

E' bello e ci conforta, vuol dire che Dio esiste.

E si chiama E.M.M.


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Commento 10952 di --->ettore maria mazzola
29/12/2011


Caro Lazier,
prima di accusare la gente di dire idiozie, si documenti. La frase di Zevi che ho menzionato e che lei crede un’idiozia è invece una cosa verissima che, nel 1996 venne anche utilizzata a mo’ di slogan per un’iniziativa dedicata a Zevi, ricordo che ne presi nota vedendo la locandina affissa nel Dipartimento di Architettura e Analisi della Città di Valle Giulia … io non dico idiozie, mi limito a raccontare i fatti in maniera asettica, diversamente da Zevi e da lei, che non sapete fare a meno di infarcire la vostra “storia storicista” di ideologia.
Sul secondo punto del suo commento, visto che, fortunatamente ammette che il mio testo corrisponda a verità – anche se dice “solo in parte” – non mi ripeto, perché non ne vale la pena, però vorrei farle notare, retorica o non retorica, l’unica architettura che il fascismo ha imposto per legge è quella del Razionalismo. Questa cosa l’ho raccontata in prosa e musica, riportando tutti i fatti che lo dimostrano, dal voltafaccia di Mussolini nei confronti di Brasini, dopo essersi fatto fare il lavaggio del cervello con la “Tavola degli Orrori” della mostra di Bardi, alla vera storia della Casa del Fascio di Como, e tutto ciò che venne detto e fatto in conseguenza di quell’evento, fino alla norma del ’38 che ho riportato nel precedente commento.
A proposito di idiozie, la sua frase relativa al Corviale è davvero di proporzioni immani: «scelta urbanistica e architettonica che, sebbene imperfetta per tante ragioni, creava un argine (intenzionalmente di dimensioni geografiche) ad una città che altrimenti, sull’oratoria del quartierino a misura d’uomo e del volemosebbene che tutto concilia, si sarebbe concessa ad una espansione sconfinata, priva d’un tessuto autentico, anche se travestita con le carnevalate postmoderne d’un tradizionalismo alla deriva». La invito a leggersi il mio “La Città Sostenibile è Possibile”, nel quale ho potuto smontare pezzo per pezzo queste balle che ci sono state raccontate, dimostrando con i conti ufficiali – attualizzati – (presi presso l’archivio dell’IACP), quanto sia costato costruire gli edifici (organizzati per tipologie edilizie) di quartieri come Testaccio, San Saba, Garbatella, Sannio, Appio, Trionfale, Flaminio, ecc. e quanto sia costato il Corviale. Inoltre, grazie ai meticolosi documenti di cantiere custoditi presso lo stesso archivio, ho potuto dimostrare quanto tempo sia stato necessario per costruire le prime 122 case di Corviale (un’inezia rispetto alla dimensione totale) e quanto ce ne sia voluto per costruire gli edifici dei “quartierini” che lei tanto critica parlando per luoghi comuni!
Quanto allo sperpero di territorio, con il progetto di rigenerazione di Corviale che ho sviluppato lo scorso anno, ho potuto dimostrare che, aumentando di 2000 unità i residenti e inserendo una serie di attività oggi inesistenti, sfruttando il “premio di cubatura”, si può realizzare uno dei “quartierini a dimensione umana” che lei detesta. La cosa interessante è che, alla fine, risulta possibile restituire al territorio circa 13 ettari compromessi dall’attuale Corviale, inoltre è possibile non solo dare una casa a chi ne ha bisogno, creando un mix sociale e funzionale, ma anche ottenere un grande guadagno economico per la pubblica amministrazione, che si tradurrebbe in un beneficio per l’intera cittadinanza … talvolta i luoghi comuni possono essere smontati, semplicemente mettendosi in gioco, e provando a vedere se quello che ci è stato detto corrisponda davvero a verità!
Sul “credo bigotto” di Burke la cosa non mi interessa, visto che anch’io mi sento un laico, e le dico anche che la cosa non ha alcun senso relativamente alla frase che le ho citato. È evidente che lei preferisca citare una frase che possa aiutarla a screditare Burke nel vano tentativo di avere ragione … a me però questo atteggiamento mi stimola una citazione di Viollet-Le-Duc: «amiamo vendicarci delle conoscenze che ci mancano con il disprezzo ... ma sdegnare non significa provare».
Se lei conoscesse bene la “Teoria del Falso Storico”, come l’ha enunciata Cesare Brandi, ovvero quando e come si configura un “reato di falsificazione”, probabilmente eviterebbe di dire che «se l’antica statuaria non fosse stata “restaurata” da personaggi come Bartolomeo Cavaceppi i musei risulterebbero più autentici, meno formali e bugiardi» … ma non c’è peggior sordo di chi non voglia ascoltare.
Infine lei dice: «Per finire il mio rapporto con Zevi. Se lei sapesse quanta poca accademia c’è nella mia formazione, forse capirebbe la ragione del mio vigoroso e sincero sostegno zeviano. Ho le mie idee, non si preoccupi, che non sempre concordano con quelle di chi considero un maestro, d’architettura e di vita. Difendo Zevi per quello che di lui conosco e mi irrita parecchio se qualcuno ne imbroglia superficialmente la memoria per semplice propaganda personale. Tutto qui» … chiarendomi tante cose!!


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29/12/2011 - Sandro Lazier risponde a ettore maria mazzola:
Mazzola, con lei, come con i pedanti pieni di sé in genere, ci vuole un sacco di pazienza.
Le ho chiesto di documentare la sua frase, che ho definito uno strafalcione, e lei, invece di citarmi uno scritto, un documento, mi risponde parlando di convegni imbattuti per caso. Io posso anche credere che, nella contingenza d’una situazione particolare, Zevi abbia sostenuto che l’insegnamento della storia dell’architettura (tra l’altro la materia che egli stesso insegnava) potesse inibire la formazione degli architetti. Se, per esempio, la storia fosse quella che propugna lei, lo affermerei anch’io, senza alcun dubbio. Lei, a sostegno del suo impianto accusatorio, se così si può dire, potrebbe anche affermare che Zevi si masturbasse in aula leggendo Il Linguaggio Classico dell’Architettura di John Summerson, ma lo dovrebbe dimostrare con documenti e prove. E, se anche riuscisse a dimostrarlo, probabilmente questo episodio non basterebbe a scalfire sensibilmente la personalità profondamente anticlassica e antiaccademica di tutta la vita di Zevi.
Ma lei pensa davvero di poter intaccare un monumento della cultura del novecento, qual è stato Bruno Zevi, semplicemente provando a rovistare nel cestino della spazzatura?

Lei dice: “…l’unica architettura che il fascismo ha imposto per legge è quella del Razionalismo”.
Lo vede perché la storia che racconta lei inibisce la formazione degli architetti? Come si può sostenere una tesi così banale e bugiarda?
Il fascismo cavalcò, per propaganda, il periodo razionalista dei migliori e più attenti architetti italiani dell’epoca. Il razionalismo non fu un’invenzione italiana. Il fascismo non poté fare propria quest’invenzione rivoluzionaria se non strumentalmente, per cavalcarne l’ideale di rivoluzione civile e sociale poi puntualmente disatteso. Una volta raggiunto il potere, prevalse l’ideale littorio e monumentale del’identità nazionale e della conservazione, il cui esito architettonico fu affidato principalmente a Marcello Piacentini. Furono gli anni della devastazione dei centri storici e delle città gotiche e romaniche, sostituite dall’urbanistica trionfale e dalla mistificazione del passato per giustificare le assurdità del presente. Ai regimi non interessa né il passato né il futuro. Interessa solo il presente. I giovani architetti razionalisti, formati su concetti internazionali e cosmopoliti, s’illusero di determinare l’esito sociopolitico che questi concetti professavano. Concetti che ben presto svanirono nella melassa del nazionalismo cafone e grottesco di capitelli, colonne, archi e italici monumenti. I migliori tra gli architetti del razionalismo non ebbero il tempo di riscattare con la maturità lo slancio intellettuale della loro gioventù che li vide ingenui complici del regime: Giuseppe Pagano morì a Mauthausen il 22 aprile 1945 all’età di 49 anni; Edoardo Persico venne trovato morto nella sua casa di Milano, nel gennaio 1936, a trentacinque anni di età; Attilio Terragni morì fulminato da una trombosi cerebrale a Como, il 19 luglio del 1943, all’età di 39 anni.
Marcello Piacentini muore, senza riscattare nulla, a Roma il 18 maggio del 1960 all’età di 79 anni ma, come architetto, come disse Zevi, anche lui morì giovane, nel 1925.

Per quel che riguarda Corviale, non credo che si possa rimediare ad un errore proponendone uno ancora più grande. Se occorre vestire gli ignudi, non è il caso di ricorrere ancora alla crinolina.
Per quanto riguarda Bardi, lascio parlare egli stesso:
Il restauro deve mirare al ristabilimento della unità potenziale dell’opera d’arte, purché ciò sia possibile senza commettere un falso artistico o un falso storico, e senza cancellare ogni traccia del passaggio dell’opera d’arte nel tempo.” (Brandi, Teoria del restauro, 1963:34-36)
Una volta che il materiale è stato usato nella costruzione fisica, passa alla storia come risultato di opera umana. Prendendo lo stesso tipo di marmo dalla stessa cava in due tempi differenti, uno al tempo della creazione originale e l’altro all’epoca del restauro, la materia è la stessa chimicamente, ma con una differente rilevanza storica sia nella esecuzione sia nell’aspetto. Non si può, perciò, pretendere che una ricostruzione possa avere lo stesso significato dell’originale; essa potrebbe diventare invece, storicamente ed esteticamente, un falso.” (La teoria del restauro di Cesare Brandi - http://www.cesarebrandi.org).

Per finire sono felice d’averle chiarito tante cose. Esser chiari è nella mia natura e nelle mie aspirazioni. E me ne compiaccio quando ci riesco, soprattutto in presenza di pifferi che si spacciano per tromboni.
Mazzola, lei è la dimostrazione di quanto l’università italiana non vada riformata, ma rifondata.




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Commento 10951 di --->ettore maria mazzola
29/12/2011


Caro Lazier,
che lei sia un discepolo di Zevi lo abbiamo capito già in precedenza, che lei non sia in grado di mettere in discussione le cose che ha detto e fatto il suo maestro, altrettanto.
Tuttavia Zevi, benché abbia scritto libri di storia dell'architettura (moderna e contemporanea) è colui il quale, emulo di Gropius, tenne a dire che l'insegnamento della storia dell'architettura andava eliminato perché limitativo delle potenzialità della mente dell'architetto.
Zevi è quel personaggio che, come ha ricordato un paio di anni fa Marconi, al suo ritorno in Italia dolpo l'esilio negli USA per scampare alle persecuzioni razziali, nel '61-'62, una volta insediatosi a Valle Giulia avviò quel processo di manipolazione della storia dell'architettura che ha portato alla ridicola confusione attuale che vede l'architettura tradizionale come "fascista" e quella moderna come "liberale". Zevi è quello che si presentò ad un "uno contro tutti" di Maurizio Costanzo per difendere a spada tratta il Corviale di Mario Fiorentino. Zevi è quello che chiamò ad insegnare a Roma personaggi che, a parte l'ideologia politica (e architettonica) non avevano titoli, alimentando il clima di odio nei confronti di personaggi come i Fasolo che erano visti come "fascisti". Lei potrà continuare ad accusare di fare tutti gli strafalcioni che crede, ma la realtà è che per Zevi la storia guardava solo in avanti e poco o nulla indietro. Ma, come diceva Edmund Burke: «Una civiltà sana è quella che mantiene intatti i rapporti col presente, col futuro e col passato. Quando il passato alimenta e sostiene il presente e il futuro, si ha una società evoluta».
Quanto al discorso sulla "falsificazione", ferma restando la citazione della norma contenuta nelle "Istruzioni per il Restauro dei Monumenti" del 1938 che ho riportato nel commento precedente, basterebbe che lei conoscesse le ragioni reali che muovevano Brandi e Pane per capire quale fosse il motivo, tutto italiano, di sostenere certe idiozie che, mai in passato, erano state sostenute. Chi sarebbe stato mai Winkelman se i romani non avessero fatto copie della statuaria greca? Cosa sarebbero i musei di tutto il mondo senza le aggiunte alle statue antiche fatte da personaggi come Bartolomeo Cavaceppi? Penso che una lettura di Carlo Ceschi potrebbe aiutarla a liberaarsi da qualche luogo comune e da tanti pregiudizi figli dell'educazione che le è stata impartita nell'università. In ogni modo, lei nel suo ultimo commento ha rigirato la frittata, e non ha risposto alle mie domande.


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29/12/2011 - Sandro Lazier risponde a ettore maria mazzola:
- “Zevi … tenne a dire che l'insegnamento della storia dell'architettura andava eliminato perché limitativo delle potenzialità della mente dell'architetto” …
Mi dice dove ha preso una simile idiozia? È totalmente falso. Zevi sosteneva esattamente il contrario.
-“Zevi … una volta insediatosi a Valle Giulia avviò quel processo di manipolazione della storia dell'architettura che ha portato alla ridicola confusione attuale che vede l'architettura tradizionale come "fascista" e quella moderna come "liberale"…
In parte è vero. Zevi non manipola la storia ma la rilegge. Considera l’uomo padrone del proprio destino e non “carbone da bruciare nella locomotiva della storia” (Popper). Nessuno storicismo (né fascita, né nazista, né comunista, né quant’altro) e nessuna teoria che annienta la libertà dei singoli individui ha, per così dire, una vocazione espressiva liberale. Tutti i fascismi si vestono di certezze e quindi di tradizione, mistificando con la retorica del passato soprattutto il presente, che è la sola cosa che a loro interessa. Il tradizionalismo è quindi un indicatore oggettivo d‘una tensione verso l’autoritarismo politico e sociale.
-“Zevi è quello che si presentò ad un "uno contro tutti" di Maurizio Costanzo per difendere a spada tratta il Corviale di Mario Fiorentino”…
Questo è vero. Difese coraggiosamente una scelta urbanistica e architettonica che, sebbene imperfetta per tante ragioni, creava un argine (intenzionalmente di dimensioni geografiche) ad una città che altrimenti, sull’oratoria del quartierino a misura d’uomo e del volemosebbene che tutto concilia, si sarebbe concessa ad una espansione sconfinata, priva d’un tessuto autentico, anche se travestita con le carnevalate postmoderne d’un tradizionalismo alla deriva. (Vedi Krier e Portoghesi ad Alessandria)
-“… ma la realtà è che per Zevi la storia guardava solo in avanti e poco o nulla indietro”
Questo è verissimo. Per Zevi, i veri capolavori dell’architettura contemporanea non hanno dieci anni, o cinquanta, o cento, ma trentamila!
-Da laico convinto sorvolerei su E. Burke, fondamentalmente un bigotto conservatore con il dono della profezia. Ecco cosa prediceva nel 1790 a proposito della Rivoluzione Francese: “Se questa mostruosa costituzione continuerà a vivere, la Francia sarà interamente governata da bande di agitatori, da società cittadine composte da manipolatori di assegnati, da fiduciari per la vendita dei beni della Chiesa, procuratori, agenti, speculatori, avventurieri tutti che comporranno una ignobile oligarchia , fondata sulla distruzione della corona, della Chiesa, della nobiltà e del popolo. Qui finiscono tutti gli ingannevoli sogni e visioni di eguaglianza e di diritti dell' uomo. Nella "palude Serbonia" di questa vile oligarchia tutti saranno assorbiti, soffocati e perduti per sempre".
Non c'è che applaudire!
- “Cosa sarebbero i musei di tutto il mondo senza le aggiunte alle statue antiche fatte da personaggi come Bartolomeo Cavaceppi?” Forse sarebbero più autentici? Meno formali e bugiardi?

Per finire il mio rapporto con Zevi.
Se lei sapesse quanta poca accademia c’è nella mia formazione, forse capirebbe la ragione del mio vigoroso e sincero sostegno zeviano. Ho le mie idee, non si preoccupi, che non sempre concordano con quelle di chi considero un maestro, d’architettura e di vita. Difendo Zevi per quello che di lui conosco e mi irrita parecchio se qualcuno ne imbroglia superficialmente la memoria per semplice propaganda personale. Tutto qui.



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