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commenti all'articolo: Un anno molto difficile di Sandro Lazier
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Commento 11107 di --->vilma torselli
18/1/2012


nazzareno romano pierandrei, sai che non l'ho capita?
Sei pro o contro? E nel caso, pro chi e contro chi? Stai parlando di politica o di architettura? Intrigante il rimando Monti-Colle, vuol richiamare una scala dimensionale simbolica? o l'hai scritto a caso?


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Commento 11105 di --->Emmanuele pilia
17/1/2012


Mi sto perdendo nella lettura dei diversi commenti. Debbo dire che il detto che vuole i due litiganti visti da fuori come entrambi in torto anche questa volta conferma la sua veridicità. Mi permetto di fiancheggiare però Sandro Lazier, che nel suo articolo fa una considerazione che mai in Italia dovremmo smettere di fare: stiamo vivendo un ritardo pauroso, e stiamo pagando lo scotto di decenni di ricordi dei bei tempi che furono.

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Commento 11104 di --->nazzareno romano pierandrei
15/1/2012


Ho suggerito, con una lettera alla Presidenza del Consiglio, di proporre agli stati membri di far suonare poche battute dell’inno europeo prima degli inni nazionali. Occorre sentirsi europei, prima che italiani, padani, piemontesi e, per quanto mi riguarda, albesi e di sinistra Tanaro, per non marcire tutti nel nostro bel paese soffocati dalla retorica.
È con questa speranza europea che auguro il buon anno in generale ed in particolare al Presidente Monti e al suo governo e al Presidente Napolitano che lo ha voluto alla guida del Paese.

A Monti ed all' uomo del Colle facciamoli santi subito. Sarà l' Eterno a giudicarli.


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Commento 11103 di --->pietro pagliardini
14/1/2012


Vilma
ho apprezzato il tuo modo elegante e garbato di darmi amichevolmente e bonariamente dello stupido con la storia del dito e della luna. Però io non ho voluto calcare la mano su quella piccola ingenuità dell'wifi, non ho voluto cioè sfruttare una modesta debolezza per rivoltare la frittata a mio vantaggio (vantaggio di cosa poi).
Io credo di avere capito il senso di quello che tu avevi scritto e che riconfermi adesso con: "Curiosa la tua inversione tra causa ed effetto, tra funzioni che passano e città che restano, prima lo schema e poi le funzioni che lo utilizzano ….. accidenti, il ‘900 è passato invano dalle tue parti!".
Il '900 è passato dalle mie parti e non del tutto invano.
Cerchiamo di distinguere le "funzioni" dai grandi processi sociali ed economici, che forse è meglio.
Lo so anch'io, sembrerà strano, che la trasformazione della città avvenuta nel '900 è la conseguenza di grandi trasformazioni economiche avvenute nella nostra civiltà occidentale, più o meno simili a quelle che stanno avvenendo nei paesi emergenti o già emersi. Non è a questo che mi riferivo, è ovvio.
Ho detto e riconfermo, e in questo non c'entra davvero niente l'antichismo o il passatismo o il krierismo architettonico o lo stile o il linguaggio architettonico o il desiderio di vivere in una città "a misura d'uomo", medievale o cinquecentesca o disneyana o vernacolare e quant'altro di analogo, ma c'entra l'adesione ad un pensiero, ad una vera disciplina di lettura ed interpretazione della città che ha individuato regole che non sono eludibili pena ...... e qui viene il punto. Pena che cosa?
Secondo me pena l'anti-città e allo stesso tempo l'anti-campagna o forse la non-città e la non-campagna. Perchè dico questo? Perchè esistono principi di formazione e crescita della città in base ai quali, soprattutto in base alla conformazione della rete stradale, certi luoghi sono destinati dalla forma e strutturazione della rete, non dal destino, ad essere centrali ed altri no.
Inutile che parta dall'origine, è chiaro che luoghi nodali erano luoghi geografici privilegiati, e nel tempo anche determinate "funzioni" sono diventate nodali (ma la cattedrale e il comune non erano collocati in luoghi marginali, stanne certa). E' sicuro che esiste una interazione tra funzioni e centralità, ma se un luogo urbano è anti-nodale, diciamo marginale, la funzione in esso insediata sarà soggetta a deperimento e abbandono. Se va bene a trasformazione.
Quando i nostri sindaci o i nostri architetti individuano un luogo che per cause varie diventa oggetto di interesse, il primo pensiero è: cosa ci facciamo? Ecco, questa è una grande stupidaggine perchè la domanda dovrebbe essere: come la facciamo? Non come dal punto di vista del linguaggio ma dal punto di vista urbanistico. Le domande da porsi sono: quell'area è connessa alla città? Come facciamo per connetterla? e la rete web non c'entra niente perchè non richiede un sindaco, ma solo i gestori delle reti telefoniche e dati.
E infine: può diventare area centrale? Può essere utile, cioè, per una funzione urbana importante? Se sì necessiterà di determinate funzioni, se no di altre.
Questa è la trasformazione della città che non può seguire gli sfizi di nessuno, esattamente come alle origini, quando ci si insediava lontano dalle paludi, o in prossimità degli sbocchi tra valli diverse per ovvi motivi di scambio e possibilmente vicino all'acqua. O in alto per difesa, lungo percorsi di crinale.
Invece si fa esattamente l'opposto. Si fanno piazze che non potranno mai assurgere al ruolo di piazze, se non per la targa, e quindi degraderanno in breve, come la città nel suo complesso. I centri commerciali, anch'essi soggetti a degrado, hanno tuttavia una loro perversa logica, come tutti i non-luoghi o super-luoghi che dir si voglia (areoporti, grill autostradali, ecc), perchè sono completamente autosufficienti e indifferenti rispetto alla città ma finalizzati ad altro. Ma quando si parla di città si parla, appunto, d'altro.
Ciao
Pietro



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Commento 11100 di --->vilma torselli
11/1/2012


Pietro, evidentemente non sono riuscita a farmi capire, volevo indicare un piccolo spicchio di luna e invece sono riuscita a mostrare solo il mio esile, fragile e insignificante dito.
Ci riprovo.
Ho citato, banalmente, lo riconosco, il sistema wifi, la più vistosa e palese delle innovazioni che stanno cambiando il mondo, volendo significare che, in pochi decenni, si sono concretizzati e si concretizzeranno significativi parametri mediante i quali misurare l’efficienza di un sistema urbano, dei quali gli studiosi, storici, teorici dell’urbanistica di solo pochi anni fa necessariamente ignoravano né potevano prevedere l’esistenza, il che rende oggi almeno datato, certo non voglio dire inutile, il loro lavoro.
Curiosa la tua inversione tra causa ed effetto, tra funzioni che passano e città che restano, prima lo schema e poi le funzioni che lo utilizzano ….. accidenti, il ‘900 è passato invano dalle tue parti!

Il continuo superamento della tecnologia, che ne determina l’obsolescenza, è il motore che spinge a inventare sempre qualcosa di nuovo e di migliore, a superare il limite, a mandare avanti il mondo che tu vorresti mummificato in uno stato di “stabilità” per un utilizzo “costante e duraturo”, uno scenario allucinante che si ripeta all’infinito in una sorta di Truman show per cervelli anestetizzati.
Per fortuna ci sono i folli che pensano l’esatto contrario, e per fortuna “solo coloro che sono abbastanza folli da pensare di poter cambiare il mondo, lo cambiano davvero.”
Specie oggi, quando persino tutte le cosiddette scienze esatte, la matematica, la biologia, la fisica, la chimica, nonché la storia e persino la geografia si mettono in gioco, si dibattono in una profonda crisi di identità, si interrogano su sé stesse.
Specie oggi, quando le tracce della particella di dio fortunosamente comparse nel fantomatico “tunnel Gelmini” scuotono dalle fondamenta niente di meno che l’universo einsteiniano dimostrandoci che nulla di tutto ciò che conosciamo può essere dato per scontato e che siamo condannati alla ricerca perpetua.
Poiché prevedo mi dirai che non c’entra niente il bosone di Higgs con l’architettura, preciso che utilizzo il paradigma a scopo puramente evocativo di un clima di dubbio generalizzato, di incertezza, insicurezza ed anche, per ciò che mi riguarda, di curiosità nei riguardi di un futuro sempre meno prevedibile, tranne che in architettura e urbanistica, dove è consigliabile un fermo immagine, anzi una bella marcia indietro, soluzione tolemaica ma certamente rassicurante.

Il paragone evoluzionista, mutuando parole dalla genetica, mi sembrava, evidentemente a torto, di comprensione facile ed intuitiva.
Nessun individuo nasce nuovo, nasciamo senza nulla di nostro, nasciamo solo con un vecchissimo patrimonio altrui che parte dai nostri genitori ed arriva ad uno sconosciuto Australopitecus afarensis, ma la vita che vivremo, quella sì, è nostra, irripetibile ed unica, è il nostro contributo alla continuità, il nostro modo di portare l’antico nel presente, vivendo oggi, non in un passato che non c’è più, non in un futuro che non c’è ancora.
Vivendo il presente testimoniamo il passato senza il quale non esisteremmo, non dobbiamo frugare nei bauli del nonno per provare che abbiamo un passato, ne siamo dimostrazione concreta in ogni momento della nostra esistenza, qui e ora. Perciò l’uomo ha in dovere di agire nel presente, per permettere ad altri che verranno di avere un passato.
In architettura succede un po’ la stessa cosa, l’architettura di oggi non nasce dal nulla, ha anche lei le sue radici nella caverna dell’Australopitecus afarensis, nell’architettura di oggi c’è dentro tutta una storia, bisogna decifrarla e non rifiutarla, ci consegnarà una delle chiavi di lettura del tempo in cui viviamo.

Forse non sono riuscita a spiegarmi neanche ora, ma ho cercato di fare del mio meglio, uno sforzo che merita che tu non mi risponda parlandomi di incroci, di negozi nel cantone, di tabaccherie strategiche.

Oltretutto, io sono contraria al fumo.


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Commento 11099 di --->alessio lenzarini
10/1/2012


Proseguendo il dialogo con Pagliardini, ebbene sì: non solo considero il relativismo un valore, ma addirittura lo considero IL valore fondativo di tutta la modernità, la svolta filosofica epocale che distingue la modernità da tutte le epoche culturali che l'hanno preceduta (ognuna delle quali ha sempre elaborato la propria verità assoluta). Il relativismo è la possibilità dell'autodeterminazione dell'individuo, è il dovere-piacere per ogni individuo di autocostruirsi il proprio universo di valori e idee, senza alcuna garanzia di verità oggettivamente condivisibile, con la sola consapevolezza che ciò che in cui crediamo deve avere significato per noi, perché scegliamo di crederci e ne sentiamo soggettivamente l'importanza, senza la rassicurazione che possa essere vero in assoluto. Il relativismo, conseguentemente, è anche accettazione ed esaltazione della complessità e della contraddizione, che diventano a loro volta valori strutturanti della modernità (come diceva Zevi: la modernità è quella che fa della crisi un valore). E la prima consapevole ineliminabile contraddizione (concettualmente raffinatissima) è proprio quella di credere nell'unica verità che non esistono verità: darsi il solo dogma dell'assenza di dogmi.

Limitando il discorso all'arte, mi sembra evidente che tutti i macro-eventi che caratterizzano l'arte del ventesimo secolo (rendendola ineluttabilmente diversa da tutti i fenomeni artistici precedenti) trovino la propria ragion d'essere proprio nell'esplorazione del trittico relativismo-complessità-contraddizione. Basti pensare, solo per fare l'esempio più eclatante e immediato, alla impellente necessità, a inizio novecento, di abbandonare qualunque codice che in qualche misura ponesse un vincolo di oggettività e di regola: non solo il codice classico o le strategie compositive centralizzate in architettura, ma la metrica in poesia, la linearità temporale-narrativa in prosa, la rappresentazione figurativa nelle arti visive. Abbandoni che testimoniano da un lato l'ansia di totale libertà espressiva dell'artista moderno, ma dall'altro anche e soprattutto la necessità di svincolarsi da qualunque forma di sistema linguistico prestabilito che potesse 'puzzare' di oggettivo e di assoluto e in quanto tale risultasse inadeguato ad esprimere il relativismo del proprio tempo. Poi, è chiaro, la grande avventura dell'arte e della cultura moderna è quantomai variegata e pluralista e riassumerla in quattro parole proprio non si può. Mi sto semplicemente riferendo a quelli che sono, perlomeno nella mia visione, gli assunti-chiave che ancora oggi differenziano la modernità da tutte le esperienze culturali precedenti.

Spero che possa essere chiaro, quindi, in che senso usavo, nel mio precedente commento, il termine 'assolutista': non certo come offesa, ma come attribuzione di un atteggiamento culturale anti-moderno o, se vogliamo, pre-moderno. Ritengo che a esprimere le proprie idee, tra l'altro, non si possa mai offendere nessuno, anche quando le idee prendono posizione negativa nei confronti di altre idee.

Rispondo anche ai due quesiti che mi poneva Pagliardini:

"è sicuro che l'arte pre XX secolo, cioè tutta la storia dell'arte e del pensiero umano, si riduca a ricerca tecnica e non vi siano invece contenuti espressi attraverso un raffinata tecnica?"

Non mi sono mai sognato di affermare che nell'arte dei secoli passati ci fosse solo tecnica e non contenuti. Anche perché in tal caso praticamente non ci sarebbe stata arte. Dico soltanto che l'assoluto primato del contenuto sulla ricerca tecnica emerge in tutta la sua dirompenza con la modernità, con l'autoproclamata libertà dell'artista, innanzitutto linguistica ma anche tematica (basta fare le madonnine su commissione, dipingo quello che dico io!), e soprattutto con l'affermarsi del concetto che l'arte 'serve' innanzitutto a fare pensare il pubblico (a stimolarne il libero pensiero...). Voglio dire: sono certissimo che anche per Caravaggio l'obiettivo fosse fare pensare il pubblico, solo che il contesto culturale in cui operava non gli consentiva neanche lontanamente di farlo con la stessa incisività e pregnanza che gli artisti del novecento hanno saputo conquistarsi.

"E quindi è altrettanto sicuro che l'arte del XX secolo ponga l'accento sui" contenuti" dell'opera e non piuttosto "sull'autore" dell'opera stessa, sulla sua storia, sul suo "percorso", sulle sue "intenzioni" e basta, con ciò mettendo proprio in secondo piano il contenuto dell'opera che diventa, infatti, marginale e talora volutamente inconsistente?"

Autore e contenuto talvolta possono coincidere: è una delle grandi idee dell'arte del novecento. Non stiamo parlando ovviamente di vita privata dell'autore (cosa fa l'artista dietro le mura di casa non mi interessa minimamente), ma di importanza culturale che viene a rivestire l'autore stesso in rapporto alla sua opera. Infatti, se ciò che conta nell'opera è innanzitutto il contenuto e il contenuto altro non è che il pensiero che l'artista comunica, l'opera d'arte in fondo è sempre l'artista stesso, che crea l'opera come medium espressivo e non come fine. Ovviamente, poi, l'opera di fatto esiste ed è a disposizione del pubblico per essere reinterpretata e in quella reinterpretazione il pensiero dell'artista viene frainteso, ridimensionato, amplificato, tradito, ripensato. E nel farlo il pubblico pensa (e l'opera raggiunge così il suo obiettivo). Credo si possa parlare davvero di arte solo quando sussiste un'opera che, in quanto tale, venga ad innescare una distanza-ambiguità di significato tra espressione e comprensione: però l'opera in teoria non può che coincidere con l'artista stesso. Il momento in cui Duchamp ha proclamato che quell'orinatoio era un'opera d'arte "perché lo decideva lui" è stato, a mio personale parere, uno dei più grandi momenti dell'intera storia dell'umanità. Quando ci penso ho sempre i brividi.


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Commento 11098 di --->pietro pagliardini
8/1/2012


Vilma, non è che non conosca la rete wifi e che non ne apprezzi le potenzialità. Ma io sono fermamente convinto, perchè lo si osserva ovunque, che non sono le "funzioni", per quanto importanti, a determinare la "funzionalità" di una città.
Le funzioni passano, la città fatta del suo hardaware (strade, edifici privati e pubblici, piazze) resta ed è la rete urbana a determinare DOVE si concentrerà anche la rete wifi, non viceversa.
Per rimanere sulla rete wifi, vorrei proporti due scenari:
1) la sua diffusione è facile. In effetti lo è, è solo questione di investimenti e non credo nemmeno stratosferici. Comunque ipotizziamo che lo sia. Con questa condizione essa potrebbe estendersi a tutta la città in maniera praticamente indiscriminata. A questo punto l'aggregazione non potrà che concentrarsi sempre negli stessi luoghi nodali determinati dalla struttura urbana, perché essa non sarà più una rarità e quindi gli utenti andranno laddove comunque naturalmente convergono le persone e le attività altre, non solo lo wifi.
2) la sua diffusione è costosa o difficile o non conveninete e quindi si dovranno selezionare i luoghi. Mi sembra evidente che si darà prevalenza a quelli dove comunque ci sono spazi pubblici (i privati lasciamo stare che ci sono già in molti locali pubblici), cioè nei luoghi nodali. Ad Arezzo, che non conta molto è vero, ma qualcosina conta, è cominciata qualche anno fa nelle piazze del centro. Però io non ho visto molta gente con pc all'aperto, ma li ho visti, eccome, nei bar del centro. Del centro, bada bene.

Inoltre, ormai lo wifi mi sembra pure superato dalle connessioni internet dirette che ogni tablet ha, come ce l'hanno i cellulari e che determina una totale delocalizzazione. Non c'è luogo, urbano e non dove non ci si possa connettere, salvo qualche anfratto tra i monti. Ma proprio questo continuo superamento della tecnologia ne determina l'obsolescenza rapida ed impedisce comunque che questi fattori possano avere stabilità e determinare la forma della città e il suo utilizzo costante e duraturo.
Non esiste attività o funzione che dir si voglia che possa, alla lunga, invertire l'ordine delle cose. Alla fine l'hardware vince sempre e un commerciante che vuole vendere (e durare) dovrà posizionarsi in quei luoghi dove passa più gente. I centri commerciali sembrano l'unica eccezione, ma anch'essi sono soggetti a decadimento rapido e in America stanno chiudendo, ma anche in Italia. E comunque non sono luoghi, sono non-luoghi, per l'appunto. Certo altri ne aprono, ma questo dimostra la sostanziale instabilità di questo sistema.
Quegli amministratori scellerati che pensano di creare dei poli urbani ex-novo, per darsi lustro, sforzandosi di inventare funzioni adeguate, senza tenere conto della rete urbana e di tutte quelle pedanti ma efficaci analisi di cui parlavo nella risposta precedente alle tue obiezioni, finiscono nell'abbandono, anche se si trovano in luoghi geograficamente centrali, addirittura nel centro storico. Non basta l'essere baricentro geometrico, occorrono altre qualità per diventare aree nodali.
C'è un proverbio molto toscano (lo so che i proverbi sono proverbi e basta, ma insomma, si fa per sdrammatizzare) che dice:
"col negozio in un cantone ci sa fare anche un coglione".
L'angolo, cioè l'incrocio, raccoglie quasi il doppio dei flussi e quindi i negozi nel cantone, con le vetrine e gli accessi in due strade, sono più favoriti, e tuttavia non tutti gli angoli hanno il medesimo peso. Se fai caso, specie nelle grandi città, in centro, i tabaccai sono quasi sempre "nel cantone" (osservazione da fumatore) anche perchè vendevano, ora assai meno, non solo sigarette ma anche pipe, accendini non a perdere e oggetti regalo di un certo pregio (carte da gioco, roulette, ecc).
Lo sapeva anche Hausmann che nel suo piano di Parigi ne fece una quantità industriale (di incroci, non di tabaccai).
Ciao
Pietro


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Commento 11097 di --->vilma torselli
8/1/2012


Per Pietro.
Sempre più spesso ci potrà capitare in futuro di passeggiare in un centro cittadino e vedere locali, parchi e spazi pubblici dove gente comodamente seduta dialoga con l’ufficio, la casa, raccoglie informazioni, si scambia opinioni, accede agli uffici pubblici, legge e compie altre svariate attività grazie alla copertura Wi-Fi di aree pubbliche sempre più estese, già accade a Bologna, a Roma, a Verona, Udine, Mestre ……
Non è difficile ipotizzare che, in breve tempo, progetti dedicati al Wi-Fi e alla nuova frontiera di orientamento urbano chiamato Bluetrack interamente basato su tecnologia Bluetooth (quella di Bologna, per esempio) costituiranno il più importante richiamo aggregativo del tessuto urbano grazie ad una rete interconnessa che giustificherà, essa sola e con tutta la sua virtualità, “perchè e dove una piazza sia proprio in quel punto e non in un altro”, perché un settore della città sia più frequentato di un altro, ridefinendo un metodo di indagine della crescita e dell’evoluzione tipologica del tessuto urbano agganciato a parametri che fino ad ieri non c’erano e dei quali, per ragioni cronologiche, Caniggia ignorava l’esistenza, come per i frattali (che per la verità già esistevano ma probabilmente non gli interessavano).
Frattali che sono una specie di ombrello sotto il quale ci sta di tutto, a seconda dell’intenzione, e vanno bene se supportano le teorie di Salingaros, sono ininfluenti se applicati all’arte moderna e ai quadri di Pollock, dove la sequenza spaziale distributiva dei bianchi e dei colorati è, sì, frattalica, ma non vuol dire niente, trattandosi dell’opera di un originale imbrattatele alcolista che si è schiantato con l’auto ubriaco fradicio.
Giudico paradossale studiare la “realtà territoriale” del mondo, costruito da e per l’uomo, in modo limitatamente strutturalista e ritenere inutili “sociologia o psicanalisi o psicologia o statistica (?) o teorie politiche, ecc” , discipline che studiano l’uomo artefice di quel mondo, così come ritengo del tutto discutibile la pretesa scientificità dell’urbanistica interpretata da chiunque, una scienza deve, fra l’altro, avere supporti statistici e permettere la ripetibilità dell’esperimento, cosa che evidentemente in urbanistica non avviene, altrimenti non saremmo qui a discutere.
“l'ontogenesi dell'individuo e la filo-genesi della stirpe a cui esso appartiene, stanno fra loro nel più intimo rapporto causale. La storia del germe è un riassunto della storia della stirpe, o, con altre parole, l'ontogenesi è una ricapitolazione della filogenesi”: parafrasando Haeckel, credo sia questa l’unica base “antropologica” (e culturale e fisiologica) che si possa invocare nell’agire umano, qualunque siano gli esiti, nei quali, proseguendo la metafora dell’evoluzionismo, variabilità ed ereditarietà sono fenomeni correlati e complementari, l’una legata al caso e responsabile delle mutazioni, l’altra alle necessità riproduttive ed a leggi o meccanismi di trasmissione dei fattori ereditari.
Senza dare per scontato che la trasmissione dei caratteri ereditari avvenga senza travagli, dato che c'è sempre qualcuno/qualcosa di recessivo che viene sacrificato sull'altare dell'evoluzione, si potrebbe però dire che oggi stiamo assistendo ad una mutazione dell’architettura, una mutazione genetica ed estetica che la sta trasformando da “oggetto tettonico portatore di regole “disciplinari” codificate nel tempo e di verità costruttive assolute in oggetto performativo cioè un’ architettura come dispositivo che produce fenomeni, come involucro di un’ azione, come filtro che renda visibile il fluire delle “forze invisibili” della società e che evidenzi le azioni umane” (Annalisa Chieppa, 2008, La morte del dettaglio).
E’ così che oggi l’architettura, per quanto ti possa apparire lontana e povera di contenuti, di teoria, di prassi, ha l’occasione di raccontare da vicino, fedelmente e in tempo reale, le mutazioni (genetiche) delle città che “esistono da millenni” e dell’uomo che a te, che vivi su Marte, non risulta essere cambiato.


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Commento 11096 di --->pietro pagliardini
8/1/2012


Rispondo su due soli punti a Lenzarini.
Evidentemente se lei ritiene che il relativismo sia un valore diventa difficile comprendersi. Tra l'altro lei oppone al relativismo "l'assolutismo", che connota non solo una forma politica ma anche una forma di pensiero impositivo piuttosto che il riconoscimento dell'esistenza di alcuni principi assoluti, di cui ad esempio, la libertà ne è uno fondamentale. Quindi lei non solo fa uso di termini impropri e li usa come un'arma di offesa (pacifica), e può darsi che non fosse sua intenzione, ma soprattutto una volta di più evidenzia la contraddizione intrinseca dei relativismi, quella cioè di dichiarare assoluto ciò che invece si vorrebbe presentare come relativo. Questo è l'aspetto che trovo divertente nel relativismo.
E le pongo inoltre un quesito in due parti: è sicuro che l'arte pre XX secolo, cioè tutta la storia dell'arte e del pensiero umano, si riduca a ricerca tecnica e non vi siano invece contenuti espressi attraverso un raffinata tecnica? E quindi è altrettanto sicuro che l'arte del XX secolo ponga l'accento sui" contenuti" dell'opera e non piuttosto "sull'autore" dell'opera stessa, sulla sua storia, sul suo "percorso", sulle sue "intenzioni" e basta, con ciò mettendo proprio in secondo piano il contenuto dell'opera che diventa, infatti, marginale e talora volutamente inconsistente? Se io infatti taglio una tela, esattamente come Fontana, ma dico che è una mia opera, nessuno potrà apprezzarla proprio per il fatto che in sè non vale niente, non ha contenuto alcuno (non più di un quadro Ikea) in quanto separata dal suo autore e dalla sua storia.
Cordiali saluti


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Commento 11093 di --->alessio lenzarini
7/1/2012


Rispondo volentieri a Pagliardini. Ovviamente non intendevo riferirmi al livello di difficoltà del percorso progettuale, bensì al livello di profondità concettuale delle tematiche sviluppate. Dell'architettura 'tradizionale', progettata oggi, il meglio che si può dire è che esprima contenuti irrimediabilmente insipidi e banalotti, totalmente svuotati di qualunque interesse, poiché vecchi di qualche secolo e quindi lontanissimi da qualunque problematica o riflessione che possa stimolare concettualmente o coinvolgere emotivamente l'uomo contemporaneo. Il peggio che si può dire (ed è un po' quello che penso io) è che sia una pratica culturalmente repressiva, emanazione di una visione sociale votata all'instaurazione di ordine, regole, omologazione, conformismo: non soltanto vuota riproposizione di modelli linguistici obsoleti (nella chimera di un facile consenso di pubblico) ma anche e soprattutto consapevole tentativo di depotenziare la disciplina architettonica erodendone il contenuto artistico (in quanto tale problematico e socialmente disturbante). E non a caso, la posizione culturale degli architetti 'tradizionalisti' si estende ben oltre i propri confini disciplinari, arrivando solitamente a deprecare e condannare tutta l'arte del ventesimo secolo, la cui principale caratteristica consiste infatti nell'avere incentrato l'attenzione sul contenuto dell'opera piuttosto che sull'abilità tecnica e nell'avere concepito l'idea (per la prima volta nella storia dell'uomo) che l'unico vero fine dell'arte sia stimolare il pubblico al pensiero: mi sembra quindi fin troppo evidente che il reale motivo del contendere, ciò che anima l'architettura 'tradizionalista', non sia semplicemente l'adozione di un linguaggio architettonico, bensì l'affermazione di una concezione reazionaria della realtà, dove le conquiste valoriali della modernità (per intenderci: il trittico relativismo-complessità-contraddizione) vengano addormentate con la riproposizione di vecchi schemi valoriali assolutisti.

Detto questo, rimango sinceramente allibito (e un po' divertito) nel leggere la frase di Pagliardini: "Il difetto più grave dell'architettura moderna è proprio la semplicità, intesa come povertà di contenuti, di teoria e, di conseguenza, di prassi." Che dire? Per allinearmi in limpidità di analisi, potrei rispondere così: "Il difetto più grave dell'architettura 'tradizionale' è nell'essere troppo minimale e antidecorativa"

Per concludere, solo una precisazione terminologica: non mi sognerei mai di invocare una "educazione delle persone semplici", come mi attribuisce Pagliardini: preferisco di gran lunga parlare di "stimolare il pubblico al pensiero". La differenza è fondamentale: da una parte si suppone che esista una verità da inculcare, dall'altra si offre un libero pensiero alla libera interpretazione.


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