|
19
|
commenti
all'articolo: Arte senza senso di Sandro Lazier
|
Attenzione! I commenti sono in ordine
discendente, dall'ultimo al primo.
Per J.P. Sartre le opere d'arte "sono soltanto 'analoga' materiali delle immagini ideali che costituiscono la vera e propria opera d’arte valutabile”, la quale è una struttura irreale, cioè priva di senso corrente, in grado di rivelare un mondo dell'immaginazione diversamente non accessibile dalla coscienza: gli aspetti materiali e fisici dell'opera sono, insomma, dei catalizzatori per arrivare al 'senso dell'opera'.
Secondo questa interpretazione, il gesto dell'artista si fa senso nell'urgenza della domanda, nella ricerca della risposta, nel segno che lascia, nella ridefinizione di una sorta di 'statuto mimetico' dell'arte.
Arthur Danto parla di "destituzione filosofica dell’arte" e sceglie il pop di Andy Warhol per interrogarsi sul perché qualcosa sia arte e qualcosa di esattamente uguale sul piano percettivo non lo sia: davanti ad una scatola di Brillo dipinta da Warhol non possiamo cogliere la differenza rispetto ad una scatola del supermercato se non concentrandoci non sul suo aspetto fisico, ma sul pensiero, sull'idea che trasforma il mezzo in senso e l'oggetto in opera artistica mediante la traslitterazione dal reale.
"Per usare il mio esempio favorito, nulla indica una differenza esteriore fra la Brillo Box di Andy Warhol e le scatole di Brillo al supermercato. E l’arte concettuale ha dimostrato che non serve nemmeno un oggetto visivo tangibile affinché qualcosa sia un’opera d’arte. Ciò significa che non puoi spiegare il significato dell’arte per esempi. Ciò significa che, in quanto si tratta di apparenze, qualunque cosa può essere un’opera d’arte, e significa che se si cerca di scoprire che cosa sia l’arte, ci si deve spostare dall’esperienza dei sensi al pensiero. Si deve, in breve, voltarsi verso la filosofia." (Arthur Danto, "L'abuso della bellezza" 1997)
Con ciò, l'arte scivola nella filosofia, ma ciò decreta la morte dell'arte?
La s-definizione dell'arte paventata da Harold Rosemberg, la sparizione dell'arte lamentata da Baudrillard, l’arte allo stato gassoso di Yves Michaud, trasformata in 'etere artistico' sono il limite estremo della de-sostanzializzazione dell'arte che, con Duchamp, diventa procedurale e concettuale, acquisendo in ciò autoconsapevolezza e senso.
Non è poco.
----> Tutti i commenti di vilma torselli
----> Scrivi a vilma torselli
|
|
Nella prefazione del suo libro "Gratis a bordo dell'arte" Achille Bonito Oliva "Ai Pokemon della società di massa l'arte contemporanea contrappone la sgraziatura di una felice mostruosità tutta affidata all'imprevedibilità di forme che posseggono all'interno l'intenzionalità della durata e la speranza di costruire una densità del senso non vaporizzabile a breve termine. L'arte invita ad un banchetto duraturo..."
Se lo scopo dell'arte contemporanea è quello di mettere in discussione i codici correnti, dare senso ad una visione alternativa del mondo, ma oggi utilizza strumenti di scandalo validi un secolo fa, di quale significato parliamo se non di un banchetto commerciale tutto coerente al sistema. Se lo scandalo dada "mordeva" una società che disponeva di mezzi di comunicazione quali il teatro e la carta stampata, peraltro fruibili da una elite borghese, oggi internet offre in presa diretta un teatro dell'assurdo planetario molto più immediato, incisivo e devastante di alcuni (finti) bimbi appesi ad un albero cittadino. Se l'arte si attribuisce il compito di non essere "velina" del potere, e quindi vanta ancora una ricerca di senso e di giudizio critico, allora occorre rifettere se non ci troviamo di fronte ad un crepuscolo del senso.
----> Tutti i commenti di gianni marcarino
----> Scrivi a gianni marcarino
|
|
L'arte ha sempre un 'senso', anche se non si tratta di 'senso comune', quest'ultimo sì che non è obbligatorio.
La decodificazione del linguaggio artistico avviene secondo un 'senso' intrinseco all'opera che non ha niente a che fare con i normali meccanismi cognitivi di cui ci serviamo nella vita quotidiana.
----> Tutti i commenti di vilma torselli
----> Scrivi a vilma torselli
|
|
e non sono discorsi astratti o campati per aria. Guardiamoci intorno, è notizia di oggi: «ragazzo di 22 anni pestato a sangue a Roma al grido di "frocio frocio" rischia di perdere un occhio». Questo è l'Altro. E non c'è da imbastire discorsi, sull'Altro.
Poi, però, se guardiamo l'arte contemporanea, inorridiamo e ci ritraiamo nell'illusoria immaginazione di un passato, una perduta età del'oro mitica quanto inestistente: preferiamo non vedere che l'arte è anzitutto il nostro specchio più vero e profondo. E che non è obbligata ad avere un "senso", al pari della gratuità della violenza. Con la differenza, non da poco, che la prima ci stacca dalla seconda.
G.C.
----> Tutti i commenti di giannino cusano
----> Scrivi a giannino cusano
|
|
PS: PRECISAZIONI CHE RITENGO UTILI
e spero alimentino altri commenti e approfondimenti.
Spesso l'idea di "assenza del senso", in arte e in architettura, si accompagna a sospetti di "autoreferenzialità". Non mi pare che sia così: è stato lo strutturalismo (S) a portare a una logica autoreferenziale. Per lo S conta anzitutto e solo il modo in cui si organizzano (fanno struttura) i significanti in questo soggetto o in quest'opera d'arte, perché solo così si riuscirebbe a far luce parziale sul significato profondo ed occulto che li genera anche su più stratificazioni diverse. Questo portava a una metafisica del significato: solo e tutte le sequenze, relazioni e strutture di segni ripetitive hanno valore in quanto gettano luce su un significato occulto che genera quelle "strutture". Inutile dunque illudersi di poter guidare il discorso, perché è guidato da forze inconsce, strutturali, archetipe. Così Aldo Rossi, per es.: e non a caso la metafisica del significato univoco, centrale e occulto della città si riflette nella metafisica dei suoi edifici.
Ne "L'architettura della città" afferma che non si sfugge alle "permanenze" della città antica. Se ne conclude che la libertà e responsabilità creativa è un'illusione e che non serve, per es., affannarsi a decentrare i ministeri romani nell'Asse Attrezzato, perché essi per lo più sorgono in luoghi a fortissima valenza simbolica come monasteri dismessi, a loro volta sorti su luoghi pagani già a intensa carica simbolica, e quindi aderiscono a una struttura profonda, consolidata nel tempo e indecifrabile di “permanenze” urbane. Qui sta la metafisica di un senso già dato a priori dal quale, in quest'ottica, non si può sfuggire. Ogni intervento innovativo sulla città verrà rigettato come un organo trapiantato. E qui, anche, l'equivoco storicista, contro ogni concreta lettura storica della città e delle sue trasformazioni. Che, nell'ottica dello S, sono come date a priori e trascendono ogni nostro contributo e sforzo. Così, per es., Palazzo della Ragione a Padova, la "struttura" è più forte di qualsiasi trasformazione e il suo significato centrale è tanto più potente quanto più è oscuro (inconscio). Allora quello che conta sono le relazioni strutturali tra le “parti” di città, immutabili in quanto determinae da un Ur-codice sottostante: ogni sforzo creativo è velleitario. Anzi: il soggetto e il soggettivo sono solo sovrastrutture destinate al fallimento, in quanto ciascuno di noi è il prodotto di forze trascendenti e obbedisce a leggi oggettive e fatali. Se contano le relazioni tra le parti, il discorso architettonico è autoreferenziale ed autonomistico: non ammette posto per il nostro essere “umani”.
La rivolta post-strutturalista, pur non rifiutando acquisizioni importanti dello S, nel negare il “senso” in realtà nega la "metafisica" del senso. La superficie non è il prodotto di una massa profonda di significato (contenuto) che, nella sua relazione col significante, sarebbe già dato una volta per tutte e inscalfibile, inesprimibile come un Dio nascosto, perché la superficie non è solo un risultato, ma ha una propria vita non ulteriormente trascendibile.
All'autoreferenzialità dello S ora succede una via nuova: quella dell'Altro: il suo riconoscimento. (Derrida: ogni filosofia inizia con una domanda, ma ogni domanda presuppone l'affermazione dell'Altro cui essa, implicitamente, si rivolge). Se il “gioco” dei significanti non è predeterminato da relazioni strutturali date, perché è oggetto di invenzione, non conta più nulla l'illusione linguistica del logocentrismo (parlo e non dico nulla perché i giochi sono già fatti sopra la mia testa) e soprattutto non ci sono concetti universalmente dati e validi per tutti (Foucault), come pretenderebbe lo S; non c'è necesstià universale (e astratta) che si potrebbero conoscere attraverso analisi, per quanto accurata, della realtà: non c'è fondamento ultimo alla realtà, né del soggetto né del mondo “oggettivo” (Nietzsche).
Infatti Baudrillard avverte che il discorso poetico non ha nulla da spartire non solo con l'economico, ma anche con la “critica dell'economia politica”. Il potere carcerario che l'anima detiene sul corpo è lo stesso che il linguaggio detiene sulla parola (Foucault) e proprio da questo giogo nasce l'illusorio concetto dell'Io. Rompere il giogo non è, come credeva l'Espressionismo, liberare sentimenti repressi del soggetto, ma affermare l'Altro: riuscire alla messa in contatto da interno a interno, da soggetto a soggetto. direttamente (Carmelo Bene e la macchina attoriale) attraverso l'emozione dell'inenarrabile e irripetibile (al contrario della perpetua ripetitività autoreferenziale dello S) e prima ancora di “essere detti” dal linguaggio, che bara sempre al gioco. Nemmeno il senso vuoto freudiano (Thanatos), per molti aspetti rivoluzionario, che sta al fondo della psicanalisi, basta: è il vuoto di senso (Deleuze) che mi consente di il contatto con l'Altro attraverso l'emozione, il non concettualizzabile, il non strutturato.
Dunque, post-strutturalismo come, di nuovo, riconoscimento dell'Altro, morte di qualsiasi autoreferenzialità in quanto si è liberi dalle catene del "dover dire", del “senso” come lo S lo intendeva. E quindi “espressione” come irruzione mondana del barbarico, del primitivo (G.B. Vico) che rompe i tabù del tempo, dell'azione, del linguaggio e la schiavitù della significazione, luoghi delle ombre e dei “doppi”, per conquistare nuova e cruda verità espressiva: nuova vita. Niente autoeferenzialità ma “spezzare il linguaggio per raggiungere la vita” (Antonin Artaud – Il teatro e il suo doppio, PB Einaudi, TO - 2000).
G.C.
----> Tutti i commenti di giannino cusano
----> Scrivi a giannino cusano
|
|
Altro che senso nella felicità di F. O. G. e beato lui che ottiene incarichi di quel tipo... l'unica vera cosa da invidiargli... ma se poi così li sfrutta me ne astengo con facilità ma anche questo è interessante perchè fa crescere in qualche modo ... Osservare chi nuota nell'abbondanza e nella leggerezza... giocare con l'uomo e con i suoi mezzi tilascia li per lì stupefatto... poi dopo capisci...
L'arte ha senso sempre se non per il fatto che è arte quando è Arte... Quindi ha senso F.O.G. e altri, molti altri come lui ... e per fortuna in questo mondo che noi passiamo nella sua grande fessura aperta ...
Devo dire che sono ammirato e stimolato dallo scritto della Signora Torselli che ringrazio della sua umiltà davvero efficace e semplice.
Renzo Marrucci
Devo aggiungere che l'articolo di Lazier mi ha procurato dei dolorini acuti ma non semplice mal di pancia...
Grazie ...
----> Tutti i commenti di Renzo marrucci
----> Scrivi a Renzo marrucci
|
|
Sandrone, i tuoi interventi m'ingolosiscono. Li stampo e li leggo con calma ma il postulato di Baudrillard non può che trovarmi totalmente consenziente e mi spinge a relazionare senza aver letto compiutamente l'articolo. Conosci il mio laboratorio e i miei lavori e a nome di tutti gli artigiani che impastano materia e ricerca, forse stucchevole ma sempre meditata, gli artigiani del lavoro quotidiano senza folgorazioni creative: sì e così.
A presto: bobo
----> Tutti i commenti di bobo pernettaz
----> Scrivi a bobo pernettaz
|
|
«Il cinema si ispira alla vita, solo che la vita si ispira alla tv»: folgorante Woody Allen.
Tutti i media a gran voce; tutti: «contro la crisi e le speculazioni l'UE stanzia 750 miliardi di euro!!!» Un vero trionfo. E le borse a far coro: tanto dura pochi giorni, Che sbornia. Che euforia. E con tanto di applausi a scroscio. Che c'è da applaudire? Stiamo finanziando il debito con altro debito. C'è da piangere: stiamo celebrando allegramente la craxizzazione dell'UE. Debito pubblico per avere consenso: e l'ultimo chiuda la porta e paghi. Applaudiamo a scroscio come va di moda ai funerali. Un orrore al uale manca solo chi chiede il bis al caro (e)stinto.
Vado alla posta: «signora, che fa? Stia in fila. Non ha visto la televisione? C'è stata la Rivoluzione. Abbiamo partecipato quasi tutti: i più dai sofà nei salotti, qualcuno in cucina. Ne abbiamo uccisi almeno tre a testa. Lei dov'era, nel frattempo?»
750 miliardi: Bush? Obama? Roba da dilettanti, quello che hanno dato a banche e assicurazioni in crisi. Noi siamo la grande Europa! Applausi al funerale. In cui, però, il cadavere è quello che ci portiamo addosso ancora vivo. Sottoscriviamo felici altri 20 anni di ulteriore schiavitù. Debito su debito: e chi paga? Ora l'UE, di fatto, può imporre tasse. E' un fatto: un arbitrio deciso in 2 giorni contro gli accordi di Lisbona. E invece, giù applausi! Abbiamo rinviato la Morte. Ci toccherà lavorare quasi gratis nei prossimi decenni e applaudiamo felici. Aveva ragione la Merkel, ma l'hanno piegata, alla fine. Ora ha ceduto: brindiamo all'inflazione che verrà e alla disoccupazione che si porterà inevitabilmente dietro!.
E' così che “s'informano i fatti” (Derrida, Bene).
La parola è stanca. Stanca di portare acqua al mulino di questo o di quello, di una tesi o di un'altra. Stanca di essere funzionale a qualcosa. Di dimostrare alcunché. Stanca del senso. La parola, la forma, il colore. Portatori d'acqua del senso preconfezionato. Di prendere parte al banchetto del discorso, perché ogni discorso postula un resto. E resto su resto (ri)produce accumulazione: il rinvio della Morte a data da destinarsi.
La poesia no. La poesia è la festa della parola o della forma che non dà resto: è un gioco a somma zero. La parola viola, così., le fondamentali leggi costitutive della parola e del linguaggio. E se questo insorge contro le sue stesse leggi (di accumulazione), mette in scacco il senso. Già: ma allora, non è proprio questo il suo senso? Nient'affatto, perché nel sottrarsi alla proliferazione del senso non si annichila. L'annichilimento è proprio il suo contrario: la proliferazione del senso. Il logocentrismo di Derrida. Il resto è economico: il suo utile è il senso. La poesia si sottrae all'economico, alla proliferazione vitalistica e fascistica del senso, alla sua accumulazione come (mitologia dell') immortalità: tema baudillardiano. Centrale ne “Lo scambio simbolico e la morte”: quello che meglio mi risuona, personalmente.
I significanti tornano ad essere liberi perché duplicabili e scambiabili solo tra loro: costituiscono "mondo" senza rinviare a un mondo, come gli Anagrammi di Saussure prima che si desse alla linguistica. Il linguaggio poetico, insisterò sempre, non è quello della linguistica, che quello mette regolarmente in scacco nonostante i tentativi di Restaurazione del senso degli Umberto Eco e Jacobson di turno. Linguaggio senza funzioni dettate dal modello del potere. E ognuno s'inventi le proprie.
Titoli a tutta pagina: «E' morto l'Immortale!» Smarrimento e crisi generale.
L'arte è la morte del mito dell'immortalità. Prima di dimostrare tesi, credo, Baudrillard è un linguaggio poetico: reclama poesia. Ha scritto il poeta, amico e concittadino Vito Riviello, recentemente scomparso:
“Tutto il tempo che ho perso
me lo ritrovo in versi”
Tutti i particolari in Youtube.
E grazie ancora a Lazier.
G.C.
...
|
|
14/5/2010 - sandro lazier risponde a giannino cusano: |
Grazie Giannino: puntale, preciso, profondo
|
|
|
----> Tutti i commenti di giannino cusano
----> Scrivi a giannino cusano |
|
Sandro, sono molti i punti del tuo articolo sui quali discuterei, anche se so di non avere la preparazione e gli strumenti per contestarli efficacemente, ma ci provo ugualmente, premettendo che le mie argomentazioni potranno sembrare semplicistiche.
Ti chiedi “che fine fa la verità”, datosi che la mappatura del territorio viene costruita prima di esplorarlo e la rappresentazione dei fatti, scrivi, è “ormai a totale servizio del modo con cui vengono descritti”.
Io credo che i fatti siano nella stragrande maggioranza dei casi ‘fatti descritti’, in tutti i modi possibili, oggi con le simulazioni virtuali, in passato attraverso il racconto di testimoni o storici o cronisti, l’invenzione dei linguaggi e delle scritture hanno permesso la prima, importante decontestualizzazione della storia rendendo possibile raccontare ‘la realtà’ dei fatti anche senza esserne stato testimone oculare.
Da allora la ‘verità’ dei fatti ha cessato di esistere.
Io non sono mai stata a Petra, so che esiste, o almeno mi hanno fatto credere che esista, perché me l’hanno raccontata, fotografata, descritta, oggi me la fanno percorrere con sofisticati mezzi tecnologici di simulazione in 3D, è comunque sempre un racconto mediato, seppure costruito con linguaggi diversi, probabilmente inquinato, come tutti i racconti, dalla soggettività del narratore.
Mi è anche difficile, data la mai ignoranza in materia, discutere sul discorso del linguaggio, al quale attribuisci una sua autonomia strutturale che lo rende sempre autentico e veritiero: da ciò che capisco, lo paragonerei al medium di McLuhan, dotato di una struttura intrinseca che lo straforma da mezzo per esprimere un messaggio a messaggio vero e proprio. E allora, il virtuale non è un mezzo, quindi un linguaggio? Non racconta una sua verità?
Quanto a Duchamp, mi viene in mente una curiosa foto del Baudrillard-artista che fotografa una poltrona nascosta sotto un drappo rosso (dalla mostra ‘Scatti’, Bologna, 2000, http://img104.imageshack.us/img104/8784/baudrillardsaintbeuve19.jpg): che fa, se non decontestualizzare un comune ed insignificante pezzo di stoffa “senza alterarlo in alcun modo […… ] per trasformarlo in oggetto d’arte, consegnandolo all’estetica divorante della banalità.”? Io lo leggo come un ironico e benevolo omaggio al pop, non è proprio una lattina di campbell's soup, tuttavia …..
Quanto a “Il delitto perfetto, così commenta lo stesso autore:“ [……] Voglio dire che la perdita più grave è senz'altro quella dell'illusione, vale a dire di una parte diversa del nostro rapporto con l'esistente. Il concetto di realtà è relativamente recente, contiene un sistema di valori solo da poco consolidatosi. Per contro, mi sembra che l'illusione sia parte integrante dell'organizzazione simbolica del mondo, ed è perciò assai più dinamica. È l'illusione vitale di cui parla Nietzsche, costituita da apparenze, fantasie, e tutto ciò che può essere la forma di una proiezione, come una scena diversa da quella della realtà. E mi pare che essa sia stata completamente eliminata da questa operazione del virtuale che, in parole semplici, io chiamo "delitto" ma che in fondo non è che una metafora un poco esagerata e forse persino non troppo giusta, nella misura in cui non si tratta in realtà di un crimine o di un assassinio in senso simbolico. Quando Nietzsche diceva "Dio è morto", ad esempio, intendeva identificare con l'uccisione di Dio una rivoluzione positiva, se così posso esprimermi, mentre nell'altro caso non abbiamo un omicidio ma una eliminazione, una scomparsa, un annullamento, cosa alquanto più grave. Quanto all'aggettivo "perfetto", esso denota come il vero delitto, come sto per dire, consista nella perfezione, perché vuol dire che è quest'ultima il risultato finale.” (Intervista sul virtuale a Jean Baudrillard, 1999, http://www.mediamente.rai.it/home/bibliote/intervis/b/baudrillard.htm).
Sono convinta che se Baudrillard, per cause di forza maggiore, non si fosse perso gli ultimi tre anni del decennio, avrebbe cambiato almeno alcune delle sue affermazioni.
Sulla felicità della scrittura di F. O. Gehry, sono d’accordo, è senz’altro felice, lui, prima di tutto, che ha il coraggio, la capacità, la possibilità e l’onestà(?) di esprimersi, credo che non ci sia un architetto che non lo invidi!
E’, come dici, una scrittura “liberata dal giogo del significato”, ma io il “confronto sempre leale con la realtà (materiale e sociale)” che sarebbe prerogativa ineludibile dell’architettura non ce lo vedo.
Mi sembra anche discutibile sostenere che la spettacolarità di certa architettura risulti tale perché confrontata con la pochezza dell’arte figurativa che ospita, fra contenente e contenuto c'è, ci deve essere, una tensione reciproca che suggerisca un equilibrio delle parti a beneficio di entrambe, perché si capisca che sono fatte l'una per l'altra.
“who’s the star, the building or its contents?” si chiede Andrew McClellan, storico dell’arte: non c’è dubbio, la star, anzi l’archistar, è sicuramente Gehry !
...
|
|
11/5/2010 - Sandro Lazier risponde a Vilma Torselli: |
Vilma, ho letto il tuo ultimo scritto “Se
questo è un quadro” dove lamenti per l’arte e l’architettura
l’assenza di racconto. So, quindi, che non puoi essere d’accordo con
me, che propongo una decisa presa di distanza da qualsiasi forma di significato.
Il racconto, secondo la mia opinione, non è vietato ma negato, perché
non può aver pretesa di contaminare e condizionare il linguaggio artistico
o architettonico. L’autonomia “formale” di questo lo rende immune
dal giudizio sulle cose che raccontiamo. Si può dire la più grande
menzogna o la più grande verità con linguaggio raro o banale indifferentemente.
La differenza la fa la “forma” del linguaggio, non la sua sostanza.
Il riferimento a McLuhan non credo sia del tutto adatto. Il linguaggio non è
un messaggio o un medium, rimane uno strumento per comunicare che però
ha una sua vita propria. Vive e prospera anche quando il messaggio è esaurito.
La poltrona rossa di Baudrillard. In occasione della mostra, su Repubblica
del 30 aprile 2009, viene pubblicato lo stralcio di uno scritto del 2004,
Ombre et photo, che dice a un certo punto: “La fotografia (…)
conserva la traccia di una scrittura d'ombra, quale essa è altrettanto
che "scrittura di luce", e dunque il segreto di una fonte luminosa venuta
dalla notte dei tempi.”
All’autore interessa, in questa fotografia, la relazione tra luce e ombra
e il loro dialogo. Il racconto c’è, ma è interno al dialogo
luce ombra esclusivamente fotografico. Non ci sono riferimenti altri che al linguaggio.
Infatti, dice ancora più avanti: “Ora, bisogna che un'immagine
sia libera da se stessa, che sia sola e sovrana, che abbia il proprio spazio simbolico.”
Si racconta che Stendhal passasse alcuni giorni di tempo su poche righe dei
suoi romanzi. Non era in discussione il racconto, ma la forma con cui veniva
comunicato. La letteratura, per rinnovarsi, deve fare i conti con la lingua.
L’architettura, per rinnovarsi, deve fare i conti con la scrittura dello
spazio, non con i suoi significati.
L’arte contemporanea deve innanzitutto ritrovare il suo ambito formale,
il luogo dell’espressione e della sua scrittura.
Recentemente ho visto due immagini piene di significato. La prima riguarda
un americano che, per la festa di Halloween, ha indossato un costume da prete
cattolico con cucito sull’abito all’altezza dei genitali un bimbo
visto da tergo. La seconda è sulla copertina di un settimanale tedesco,
dove una classica statua greca tende il pugno rovesciato in avanti con l’indice
medio alzato.
La pubblicistica è la vera arte dei significati e queste due immagini
valgono molto più di un asino appeso al soffitto di un museo.
|
|
|
----> Tutti i commenti di Vilma Torselli
----> Scrivi a Vilma Torselli |
|
www.antithesi.info
- Tutti i diritti riservati
|