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all'articolo: Sopprimere le Commissioni edilizie di Sandro Lazier
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Attenzione! I commenti sono in ordine
discendente, dall'ultimo al primo.
Nelle mie parole non c'è nessuna "argomentazione emozionale che cerca di tradurre in teoria uno stato d’animo avverso, per pregiudizio, a qualsiasi ricerca e novità formale". Tant'è che, per esempio, mi sono più volte espresso contro il sistema Beaux Arts, e il New Urbanism, ed ho apertamente criticato il progetto di Léon Krier & co. (più & co. che Léon per Tor Bella Monaca).
Io faccio l'architetto e l'urbanista, e sono anche uno storico, cosa ben diversa dallo "storicista", quindi sarei davvero curioso di sentir dire da lei quale sarebbe "La storia, quella autentica". A tal proposito, proprio perché ritengo che da Zevi in poi la Storia si sia insegnata in maniera fuorviate e ideologica, nel 2004 ho pubblicato un libro che si intitolava "Controstoria dell'Architettura Moderna in Italia", e poi ho pubblicato "Architettura e Urbanistica - Istruzioni per l'Uso", fino all'ultimo "La Città Sostenibile è Possibile", dove la Storia, quella vera e documentata, è stata riportata con tanto di fonti, proprio per dimostrare i pregiudizi e le menzogne che ci sono stati impartiti. Quanto al "Falso Storico", ho scritto diversi articoli, e un capitolo del libro "Como, La Modernità della Tradizione", nel quale dimostravo, dati storici inconfutabili alla mano, quanto falso sia il problema della falsità.
Nella mia professione, pur essendo un sostenitore della "continuità nella tradizione" (che non vuol dire fossilizzarsi, ma semplicemente rispettare sempre il contesto e non ripetersi "stilisticamente"), non ho mai avuto pregiudizi nei confronti della ricerca, tant'è che sono stato il primo ad utilizzare a Roma il sistema dell'elettroosmosi attiva per il risanamento dall'umidità del Convento di Sant'Alessio all'Aventino (pubblicato su Costruire nel lontano 1997). Come vede, è lei ad avere troppi pregiudizi nei confronti di "Salìngaros e i suoi discepoli", che dice di conoscere, ma forse solo per sentito dire.
Sarei curioso anche di sapere quali sarebbero quelle "opere e quegli architetti che, molto seriamente e spesso faticosamente, hanno riflettuto e lavorato ben al di là della propria vanagloria", magari potremmo divertirci a discuterne a fondo per vedere quanto la cosa corrisponda a verità.
Non ho assolutamente dubbi sulla sua affermazione: "Gli appelli a presunte volontà popolari, al desiderio della gente e dei cittadini – ripeto che per me sono solo entità statistiche prive di un sentimento e di una volontà univoca – sono, questi sì, materia ideologica da maneggiare con cura. La storia, quella autentica, ce lo insegna", poiché si tratta di cose che agli architetti antitradizionali, che non intendono confrontarsi con gli altri esseri umani, non interessano affatto. A tal proposito, relativamente alle "entità statistiche prive di un sentimento e di una volontà univoca", dalla conoscenza della "controstoria" a me risulta esattamente l'opposto di ciò che lei va dando per certo ... come la mettiamo?
cordialmente
Ettore Maria Mazzola
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28/12/2011 - Sandro Lazier risponde a ettore maria mazzola: |
Scusi Mazzola, ma definire Zevi uno storico ideologico mi sembra veramente uno strafalcione che non può passare indenne. Ma quando mai? Con quali argomenti sostiene una cosa del genere? Accusa sommariamente Zevi d’ideologismo mentre lei stesso afferma “dati storici inconfutabili alla mano, quanto falso sia il problema della falsità”? Ma si rende conto di cosa sta dicendo? D’inconfutabile, per Zevi e chi la pensa come lui, non c’è proprio nulla! Zevi ha una concezione della storia sostanzialmente critica, sempre discutibile e, soprattutto, intenda bene, popperianamente falsificabile. Altro che il falso problema della falsità che lei cita inciampando in un paradosso grottesco.
“I nostri storicisti neoclassici, neobarocchi, neoislamici, neo-post-moderni dovrebbero arrossire dalla vergogna; anzi, peggio. "Come il fanatismo cattolico ieri, lo storicismo moderno è una fede che ha sulla coscienza milioni di morti. Il perché è presto detto. lo storicismo è il punto di vista secondo cui esiste una legge di evoluzione della società e della storia, una legge che gli uomini non fanno ma subiscono e a cui, collaborano. Ma se c'è una legge che governa la storia "malgrado gli individui", come diceva Croce, o che regola il movimento della società, come diceva Marx, o ancora che presiede allo svolgimento dello Spirito, come affermava Hegel, allora la conoscenza di questa legge - la conoscenza del futuro della storia - non dà scampo: poiché il futuro è necessario, chi vi si oppone semplicemente si pone fuori dalla storia e pertanto può e deve essere abbattuto come un ostacolo da chi invece l'asseconda, facendosi portatore del progresso e levatrice dell'inevitabile. E' così che , sentendosi chiamata dalla voce del destino, la razza eletta o la classe eletta va in battaglia al grido "Dio è con noi" o a quello equipollente " la Storia è con noi"". Infatti, "lo storicismo e le teorie che ad esso si richiamano sono una mistificazione; esse non prendono la via corretta delle scienze sociali, ma quella della teologia della storia". (da Procedimenti induttivi e scientificità inventiva - Leggere, scrivere, parlare architettura di Bruno Zevi- Marsilio)
Ma come si fa ad accusare la teoria popperiana della falsificabilità, il massimo del pensiero anti-ideologico, d’ideologismo? Che senso può avere?
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Penso che l’apertura del post di Lazier: “Tra i diritti fondamentali di una persona c’è anche quello di potersi costruire la casa con un’architettura rappresentativa della propria cultura e sensibilità”, benché vera, sia totalmente priva fondamento.
Infatti, sarebbe vera se a progettare e costruire gli edifici fossero i cittadini. Purtroppo però, visto che a farlo sono gli architetti – che tendono a fare solo ed esclusivamente ciò che la loro mente ideologizzata gli suggerisce, e mai ciò che i loro clienti gradirebbero – non ha alcun senso dire che non si dia la possibilità alla gente di vivere negli edifici che vorrebbe.
Ciò vuol dire che il lamento di Lazier è relativo alla agli architetti di fare ciò che vogliono … magari fosse vero!
Che mi risulti, l'unica cosa che non si può fare in Italia è un edificio tradizionale, e, se per miracolo lo si realizza, non c’è rivista che lo pubblichi. Ergo, l’unica cosa che si dovrebbe condannare sarebbe l’ostracismo nei confronti di chi “fa architettura”, da parte di chi sa solo “fare edilizia” … Hai visto mai che, per ragioni di “coerenza”, sia stata chiamata “commissione edilizia” e non “architettonica”.
In questa vergognosa diatriba, chi ne paga le conseguenze è proprio il cittadino che, a digiuno delle polemiche ideologiche degli architetti, “gradirebbe semplicemente vivere in un ambiente rappresentativo della propria cultura e sensibilità”.
Per onestà espositiva quindi, l’autore dell’articolo avrebbe potuto evitare i patetici commenti infarciti di ideologia modernista, e avrebbe fatto bene a riflettere sul fatto che – architetti lobotomizzati a parte – alla gente comune non frega un bel niente del presunto “falso storico” e delle fantomatiche “case di Nonna Papera”!
Forse, anzi ne sono certo, è per questa ragione che oggi c’è chi sostiene che “la gente andrebbe educata all’architettura contemporanea”. Ma la realtà dei fatti è che, non è la gente a dover imparare come vivere nelle architetture assurde, ma gli architetti a dover imparare a progettare in maniera umana e rispettosa degli altri!
L’autore s’è poi spinto in questa affermazione: “Non si può imporre a tutti, per diritto, una tendenza culturale per sua natura reazionaria, generalmente avversa ad ogni forma di novità formale, fondamentalmente conservatrice e tradizionalista, in cui si sostiene il falso storico e si rimpiazzano le poche cose originali rimaste in piedi con la loro caricatura. Non si può imporre uno stile, una tipologia, nemmeno con l’alibi filologico, spacciando il nulla per linguaggio architettonico, a chi non ne vuole sentir parlare perché giudica insensata la mistificazione” affermazione del tutto priva di fondamento perché in Italia ci troviamo esattamente in una situazione opposta a quella qui esposta, tant’è che, sin dal 1938, i nostri soprintendenti seguono alla lettera le “istruzioni per il restauro dei monumenti” emanate dal Ministero della Pubblica Istruzione che, al punto 8 recitavano: «per ovvie ragioni di dignità storica e per la necessaria chiarezza della coscienza artistica attuale, è assolutamente proibita, anche in zone non aventi interesse monumentale o paesistico, la costruzione di edifici in “stili” antichi, rappresentando essi una doppia falsificazione, nei riguardi dell’antica e della recente storia dell’arte», istruzioni che non sono mai state abrogate e, semmai, peggiorate dalla Carta di Venezia e dal Memorandum di Vienna.
Penso che sia davvero inaccettabile quindi che si possa manipolare la realtà facendo credere a chi non conosca i fatti che le cose siano come Lazier le ha raccontate. Per dirla tutta, voglio far notare all’autore che gli edifici storici, e non la gente, gradirebbero essere restaurati in maniera filologica, e non con materiali e forme alieni. E non per ragioni nostalgiche e/o estetiche, ma per motivi prettamente strutturali che, a chi non ha cultura, o conosce solo la “cultura consumista del mordi e fuggi” non interessano affatto, perché la cosa richiederebbe uno studio filologico approfondito che, come tale, non è ben visto dagli architetti demiurghi che pensano di poter far derivare le proprie conoscenze sono da sé stessi!
E allora, indipendentemente dalla necessità di dover rivedere non solo le Commissioni Edilizie (ma non per le ragioni di Lazier), ma tutta la disciplina urbanistica a partire dalla 1150 del 1942, perché figlia di un’ideologia che il tempo ha dimostrato fallace, voglio ricordare a Lazier e a chi possa pensarla come lui, un paio di illuminanti norme che, in nome del rispetto per gli altri, dovrebbero essere riconsiderate nel caso si riuscisse a cambiare le cose:
«[…] Tra le attribuzioni del Comune e della Commissione, dovrà essere quella che fa capo al Diritto Architettonico, in quanto l’opera esterna non tanto appartiene al proprietario quanto alla città» (estratto dalla Relazione al Piano di Bari Vecchia del 1930)
In armonia con la norma precedente, ma non si tratta di una norma comunale, quanto di un tentativo di garantire la qualità estetica di un quartiere da parte dell’azionista di maggioranza di un’operazione immobiliare, torna utile ricordare come la Società Generale Immobiliare, al fine di valorizzare l’intera area residenziale dell’ex Villa d’Heritz di Roma, negli atti per la promessa di vendita di alcuni appezzamenti di terreno edificabile, obbligava gli acquirenti ad ottenere «l’approvazione» della Società «per il progetto esterno dell’edificio da costruire, a tutela dell’estetica e della euritmia dell’erigendo quartiere» (Archivio Centrale dello Stato, Sogene, Documentazione provenienza proprietà e Atti diversi. Promessa di vendita della Società Generale Immobiliare agli ingegneri Riccardo Esdra e Renato Di Nola, 1° febbraio 1928, art. 5).
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28/12/2011 - Sandro Lazier risponde a ettore maria mazzola: |
Tirato per i capelli, rispondo.
Conosco la posizione sua, che è quella di Salingaros e discepoli.
Posso capire, ma non condividere, le argomentazioni emozionali che cercano di tradurre in teoria uno stato d’animo avverso, secondo me per pregiudizio, a qualsiasi ricerca e novità formale.
La deriva demagogica che ne consegue non aiuta certo la comprensione di opere e architetti che, molto seriamente e spesso faticosamente, hanno riflettuto e lavorato ben al di là della propria vanagloria.
Gli appelli a presunte volontà popolari, al desiderio della gente e dei cittadini – ripeto che per me sono solo entità statistiche prive di un sentimento e di una volontà univoca – sono, questi sì, materia ideologica da maneggiare con cura. La storia, quella autentica, ce lo insegna.
Tema, quello dell’autenticità, che converrebbe approfondire con un confronto anche serrato, a condizione di metter da parte battute inopportune sull’onestà culturale di chicchessia, la facile propaganda dei luoghi comuni sul bello e la bellezza e altre amenità collegate come l’euritmia compositiva.
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Decisamente la pensiamo in maniera opposta: l'Europa è fallita perchè non è l'Europa dei popoli. Non è giusto dire "non fallirà" è già fallita. Almeno in questa forma, l'unica, come oggi effettivamente è.
L'Europa dei cittadini, che non contraddice affatto quella dei popoli, dato che i popoli sono costituiti dai cittadini e non da zombi, avrebbe potuto esistere, convivere e svilupparsi serenamente e in pace, come è stato per 50 anni, attraverso la libera circolazione delle persone e delle merci. Con questi presupposti (che già c'erano) le persone si spostano da un luogo all'altro, si incontrano, si riconoscono in ciò che li rende uguali, la libertà e la dignità umana, e in ciò che li rende diversi (fortunatamente), la loro cultura individuale e quella del territorio di loro provenienza.
Questo avrebbe dovuto essere il processo naturale, che richiede tempo però, quanto nessuno lo sa, non l'accelerazione folle, scriteriata e forzata di un gruppo di ottimati spinti da ideali illuministici, ottimi per il settecento, e aggiungerei anche di ideali massonici (è una pura constatazione e non un pregiudizio).
I popoli esistono, fortunatamente, se lo metta lei il cuore in pace. E le dirò anche che è proprio in un vero stato sovrannazionale che le diversità e le specificità dei territori si esaltano, senza mediazioni intermedie quali lo stato nazionale. Ma non è un processo da qualche anno, è un processo storico, in cui il fattore tempo è insondabile, che non può subire forzature per diventare naturale e condiviso. Non siamo gli USA, nati da un guerra d'indipendenza, di liberazione direi.
Questa bruttissima Europa che con le sue leggi tutto omologa, dai cibi ai culi (l'esempio classico delle misure dei seggiolini del bus cui la perfida Albione giustamente si oppose, constatando che esistono culi diversi), l'Europa delle norme, della burocrazia iperpagata, questa sì vera casta fuori di ogni controllo, l’Europa delle regole impositive e astratte, proprio quelle che lei contesta alla commissione edilizia, non può che fallire. E poi questa è un’Europa tedesca.
Ci è stato imposto un modello economico che non ci appartiene. Non appartiene al nostro popolo perchè non appartiene agli individui che lo compongono. Ci hanno distrutto il tessuto economico connettivo che è fatto di piccole aziende, imponendoci un modello da grande industria. Già, ma secondo lei dobbiamo diventare tedeschi, evidentemente il modello di individuo ideale. Per fortuna che gli stessi tedeschi si stanno rendendo conto che stanno rinascendo vecchi fantasmi del passato contro di loro e si domandano se non stiano sbagliando qualcosa!
Voler imporre queste regole, senza alcuna democrazia, dato che l'Europa è governata da scelti, cooptati non da eletti, è una forma gentile di fascismo. E' un incubo orwelliano (cui sta dando una mano il nostro governo di migliori, la nostra piccola Repubblica dei filosofi platonica, guarda caso).
Alla sua ultima domanda rispondo così:
Sì, uno scatolone con il tetto è migliore di quello senza perché non ci piove (la tecnica) e perchè si conclude in alto (il linguaggio). Invece gli edifici modernisti, quando hanno i pilotis, non hanno inizio e non hanno neppure fine: sono pura astrazione geometrica che in basso nega la strada e quindi la città, e quindi la comunità, e in alto appaiono non finiti e pronti ad una sopraelevazione, come nelle case abusive con i ferri pronti.
Molto meglio sarebbe, ne convengo di buon grado, un edificio non banale con il tetto.
Però, almeno su un punto, potrebbe riconoscere che ho avuto ragione: il tema commissione edilizia è davvero sconfinato, un vero condensatore di molti temi apparentemente diversi.
Cordiali saluti
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21/12/2011 - Sandro Lazier risponde a pietro pagliardini: |
Non mi ha risposto sul paradosso dell'identità.
Ma non fa nulla. E' sempre interessante dibattere con lei.
Un sincero augurio di buone feste.
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Difficile incontrarsi con lei Lazier che nega legittimità addirittura all'esistenza dei popoli. Le confesso che quello che dice Zevi per me vale quanto quello che dice chiunque altro perchè in genere mi interessa il contenuto e non il contenitore. Ho abbandonato l’idolatria da molto tempo e mi trovo veramente bene. Posso cambiare idea senza rinnegare nessuno.
Io non esalto il nazionalismo, figuriamoci, come so che l'uomo prova gli stessi sentimenti ovunque, che gioie e dolori sono condivisi da culture diverse, pur con reazioni espresse diversamente (ed è anche per questo che la gente prova nei confronti dell'abitare un sentimento orientato più alla "casa della nonna" che non alle più bislacche architetture moderne), ma negare la ricchezza dell'esistenza di culture diverse mi sembra non solo di un'astrattezza senza limiti, ma anche di un pericolo senza limiti. Il caso europeo ne è un esempio lampante: mettere insieme a forza ,con un’operazione elitaria e dall’alto, popoli diversi, anche se con moltissima storia e cultura comune, privarli della loro moneta imponendone un'altra e addirittura senza uno stato dietro è azione di cui oggi constatiamo drammaticamente il fallimento, oltre che essere atto di una violenza inusitata.
La costituzione europea, quando è stata messa a referendum, di massima non è passata: ci sarà un motivo! Forse sono ignoranti i popoli?
La “coabitazione forzata” di culture diverse è fonte di tensioni pericolose. Questo ideale mondialista e universalista che nega e reprime le diversità non solo non lo condivido affatto ma, nei limiti del possibile, lo combatto politicamente e culturalmente. Sono le grandi dittature che vogliono creare l'uomo nuovo: questi sono davvero i grandi fascismi.
Stalin ha tentato di annientare le diversità, sempre per creare l’uomo e il mondo nuovo, deportando da una parte all'altra dell'impero i popoli dominati, con il risultato di avere spinto ad esaltare le differenze e fatto rinascere più feroci di prima i nazionalismi. Le varie pulizie etniche nella ex Jugoslavia sono anche figlie della violenza con cui Tito volle tenere insieme popoli diversi. E lei dice che i popoli non esistono e non dovrebbero esistere! Libero di pensarlo, ma rifletta sul passato (che non è una parolaccia) per capirne le conseguenze su quegli individui che dice di esaltare. Si faccia un giro in Lituania e chieda cosa pensano dei russi che l’hanno desertificata abbattendone i boschi non solo per appropriarsi del loro legname ma per umiliarne l’identità.
Sul rapporto arte-architettura, l’esempio della bellezza dei prospetti è, come dire, scontato. Certo che c’è un aspetto di formalismo nell’architettura (ma Zevi non sarebbe propriamente d’accordo)! Quanti edifici hanno sul Canal Grande facciate bellissime mentre dietro e lateralmente sono non finiti! Ma questo dimostra sia il desiderio di rappresentarsi del committente (in armonia con il carattere della città, potremmo dire con la “bella” casa della nonna) ma anche di piacere al “popolo”. La componente artistica può essere presente in architettura, ed è auspicabile che ve ne sia, ma di qui ad assimilare l’architettura all’arte ne corre. E poi se c’è arte ci deve essere anche l’artista, e chi lo dice che gli artisti siano così numerosi! Se c’è davvero, stia tranquillo che esce fuori, senza fare tanto chiasso. La migliore architettura in genere nasce laddove maggiori sono i vincoli e i limiti (non i vincoli inventati dalle norme); se non c’è, esiste la statistica certezza che ci sarà solo chiasso.
Concludo con un esempio personale immagino analogo e contrario a quello che deve essere accaduto a lei.
Primi anni 90’. Comune di San Giovanni Valdarno, una piccola Siberia. Cooperativa di 12 alloggi in un PEEP ipermodernista che vieta le coperture a tetto. Obbligo di copertura piana. Proviamo a forzare la noma e ci facciamo il tetto. Viene bocciato. Ci adeguiamo, ovviamente. Il piano è oggi tutto realizzato: è una Siberia…senza tetto.
Oggi anche a San Giovanni Valdarno si costruisce con il tetto, ma non c’è una norma che costringe a farlo.
Forse è cambiato il vento. Era l’ora. Forse ad un conformismo se ne sostituisce un altro. E’ possibile.
Mi auguro che lei abbia protestato anche per casi analoghi al mio.
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20/12/2011 - Sandro Lazier risponde a pietro pagliardini: |
Zevi è maestro vero. Citarlo non fa mai male e rileggerlo dà una bella carica. A lei non servono i ricostituenti? Se no, beato lei.
Si metta il cuore in pace, Pietro, l’Europa non fallirà.
Se è fallito qualcosa è proprio quel concetto incerto e francamente anche un po’ ipocrita di “Europa dei popoli”.
Ma l’Europa dei cittadini non fallirà. Meno popoli e più cittadini, questo è il nostro destino, malgrado le brusche frenate e le reazioni che inevitabilmente le crisi procurano da sempre. Crisi che costringeranno la boria patriottica a fare i conti con la necessità di un sereno futuro europeo per i nostri figli e nipoti.
Lei si chiede retoricamente se son ignoranti i popoli. Ma i popoli non possono esserlo. Nessun numero può essere dotto o ignorante. Solo gli individui, che sono soggetti pensanti, possono avere queste proprietà. Chi parla in nome del popolo assumendone per intero l’identità scivola inesorabilmente nella demagogia.
Infine, ecco il solito paradosso dell’identità.
Ci sono gruppi che, per affermare la loro diversità rispetto al resto del mondo devono pretendere all’interno del gruppo una severa omologazione, rifiutando in tal modo tutte le diversità individuali di chi il gruppo compone. Per realizzare l’identità del gruppo, al suo interno tutti si devono comportare allo stesso modo, contraddicendone in tal modo il fine: la diversità. La verità è che sono solo le persone ad avere un’identità, non i gruppi. Ed è la diversità dei soggetti che va tutelata, non quella dei popoli che non esiste se non in mondo esclusivamente retorico.
Per questo motivo trovo inopportuno il riferimento alle dittature che spazzerebbero le diversità a favore di un’omologazione diffusa. La quale non avviene certo a favore dei singoli che, nei regimi assoluti, sono i primi ad essere annientati. L’omologazione avviene verso un pensiero unico che, sempre, guarda caso, si veste architettonicamente con abiti classici, spesso tronfi e indigesti, ma confezionati secondo rigorosa tradizione, mai con architetture sinceramente moderne. (Il fascismo si servì della modernità per semplice propaganda; una volta al vertice si affidò al monumentalismo celebrativo di Piacentini.)
Un’ultima domanda: ma secondo lei, uno scialbo scatolone di periferia, col tetto o senza, fa differenza?
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Mi incuneo brevemente e sinteticamente nel dibattito su un punto per me di particolare interesse.
Sul rapporto arte-architettura, sulla possibile ma non necessaria inutilità dell’una e la necessaria e sempre possibile utilità dell’altra, mi sembra illuminate ciò che Gramsci scrive nella sua ‘Letteratura funzionale’ sul fatto che l’architettura sola, tra le varie attività creative svolte dall’uomo (per esempio la letteratura) debba/possa essere “funzionale secondo un indirizzo sociale prestabilito”: forse perché l’architettura risponde a “necessità” mentre le “altre arti sono necessarie solo per gli intellettuali, per gli uomini di cultura”?
L’architettura, sulla scia di Persico e prima di lui di Sant’Elia, è per Gramsci linguaggio “pratico” di dimensione sociale attraverso il quale essa si incunea nella società reale, perché “proprio i ‘pratici’ si propongono di rendere necessarie tutte le arti per tutti gli uomini, di rendere tutti ‘artisti’ “.
In questa filosofia (o estetica) della prassi, dove l’architettura si qualifica come tramite per soddisfare i bisogni umani e delineare le relazioni tra organizzazione sociale e ambiente, sembra concludersi una conciliazione accettabile tra arte e architettura per la realizzazione di “un mondo socio-umano”.
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Tema di straordinario interesse la “commissione edilizia” perché condensa quasi tutte le problematiche legate all’architettura moderna e al suo rapporto con il passato e con il presente, all’idea stessa di architettura e a quella di architetto e, come ribadito più volte dall’autore, al tema della libertà e dei diritti del cittadino.
La commissione edilizia - trascurando ovviamente le contingenti anche se non infrequenti storture quali l’essere spesso luogo di potere, favoritismi o prepotenze professionali, o di incapacità dei suoi componenti o di opacità delle decisioni prese, ma considerandone solo l’essenza teorica - rappresenta l’anello di congiunzione tra passato e presente, in quanto permanenza di una istituzione antica, erede delle decisioni collettive sulla città, entro una società atomizzata il cui protagonista è l’individuo. E’ il caso esemplare delle “pratiche pre-moderne dell’urbanistica moderna” di cui ha scritto Francesco Finotto. Ho diviso questo lungo commento in titoli, più ad uso mio che degli altri.
La Libertà
Lazier affronta l’argomento sotto il profilo della libertà del progettista, estendendone però il campo alla libertà dell’individuo. Non c’è dubbio che il nodo centrale del dibattito tra gli architetti sia questo, ma è la soluzione che egli propone, e che sembra dare per scontata, che è invece tutta da discutere e secondo me da confutare alla radice perché la progettazione architettonica non attiene al campo della libertà d’espressione artistica. D’altronde cosa c’è da aspettarsi da un “intellettuale della domenica” alla cui categoria probabilmente appartengo?
Intanto non vorrei parlare di libertà del progetto perchè la Libertà è una condizione di grado ben superiore, e direi una e indivisibile: o c’è o non c’è, non può essercene “abbastanza” per quella situazione o “poca” per quell’altra. Se c’è, ci deve essere piena per tutte quelle che sono le espressioni del pensiero umano, altrimenti non c’è. Poi c’è la legge che garantisce al cittadino, elencandole, determinate “libertà” ma sono specificazioni di “azioni” che siamo liberi di compiere o, al contrario, che ci sono negate, come quelle “libertà” che arrecano danni ad altri. Non è certamente ammessa la libertà di prendere a schiaffi una persona che ci ha causato un danno. E sì che talvolta il desiderio sarebbe forte, ed è pure un desiderio umano che però deve essere controllato e riportato nell’alveo della legge. Si può parlare in casi come questi, di violazione della nostra libertà? Direi proprio di no.
Dunque limitare alcune azioni, anche se scaturite dal pensiero umano, rientra nelle regole del contratto sociale che sta alla base dell’esistenza stessa di una società. Non si può gridare alla fine della libertà se determinate azioni sono impedite (dopo sappiamo che esistono legittimi ed autorevolissimi filoni di pensiero, soprattutto negli USA, che negano l’esistenza stessa dello stato, ma questo è un altro discorso), si tratta di determinare il giusto equilibrio tra chi privilegia il diritto naturale e chi invece il diritto positivo soggetto al mutare dei tempi e dei costumi e che si adegua diventando specchio di una determinata fase evolutiva della società. Si tratta dunque di determinare quali siano le “azioni” che appartengano esclusivamente alla sfera della libertà individuale e quali invece siano soggette a limitazioni affinchè la libertà di ciascuno non vada a configgere con quella degli altri fino a disgregare le fondamenta del contratto sociale.
Non c’è dubbio che l’espressione artistica non debba essere limitata o censurabile. Prendiamo il caso della scultura. L’artista deve essere libero di fare ciò che vuole e se non ha mercato vuol dire che non piace. Però, anche in questo caso, c’è un problema. Fino a che l’opera rimane nel campo del mercato o della pura passione individuale la libertà è assoluta, ma se l’opera dovesse diventare patrimonio pubblico, cioè essere collocata in una piazza, chi è autorizzato a prendere la decisione? Chi ha titolo per scegliere lo scultore Tizio o lo scultore Caio? In questo caso, infatti, si tratta di denaro e interesse pubblico e qualcuno deve assumersi la responsabilità di scegliere. Non credo possa essere un Responsabile del procedimento, un funzionario. Immagino che debba essere un amministratore eletto oppure un suo esperto di fiducia, che altro non è che una emanazione dell’amministratore. Dunque dovrà essere la “politica” a decidere. Mi è sembrato di capire che anche Lazier sia d’accordo su questo punto, con la precisazione che le minoranze debbano essere tuttavia tutelate, qualunque esse siano. Mi è sembrato di capire anche, in via deduttiva, che il “politico” non dovrebbe scegliere in base ad un principio estetico stabilito, perché dice, ed io sono assolutamente d’accordo, che lo stato non deve avere una cultura ufficiale, una cultura di stato.
Il principio è giusto ma la sua applicazione pratica lo è un po’ meno. Se ad esempio ci fosse da scegliere tra salvare Pompei e fare un nuovo museo di arte contemporanea, qualunque scelta si effettui non è forse la scelta di un genere piuttosto che di un altro? Dunque dalle dichiarazioni di principio alla realtà dei fatti qualcosa si perde. Ma non divaghiamo e veniamo all’architettura.
Architettura = Arte?
Inutile che io ripeta ciò che ha già scritto Vilma Torselli che ha inquadrato perfettamente il problema.
Aggiungo alcune cose. La Costituzione italiana, all’art. 9, quindi all’inizio e all’interno di quelli che sono chiamati i Principi Fondamentali che la ispirano, c’è scritto: [La Repubblica] Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione”. Ora, non voglio nascondermi dietro la Costituzione, che come tutte le Carte è suscettibile di invecchiamento e quindi di revisioni e aggiornamenti, ma questo principio non è stato inserito a caso e non può banalmente essere considerato “tradizionalista”. Questo principio è stato inserito perché - a Lazier potrà non piacere - questo paese ha una storia, un passato, una tradizione, un patrimonio, un paesaggio da tutelare e valorizzare. Nemmeno a me piacciono alcune parti della Costituzione, per esempio l’art. 1, cioè la Repubblica fondata sul lavoro - personalmente apprezzo di più lo spirito del Preambolo della Costituzione Americana, cioè “We, the People…” - ma questa è, e anche questo articolo è figlio di una storia, magari meno esaltante di quella del nostro patrimonio artistico e paesaggistico, ma pur sempre la nostra storia, se ha un senso considerarci Nazione con radici comuni. La tutela del paesaggio, per entrare nel merito dell’articolo di Lazier che parla di “contesto agreste”, è ciò che ci distingue da tutti gli altri popoli, ciò che ci rende diversi, è la nostra carta di identità. Perché apprezzare solo le differenze degli individui e trascurare invece quelle delle Nazioni? Perché omogeneizzarsi come insieme, come nazione, annullarsi nella globalizzazione culturale e volersi invece distinguere come architetti creativi?
Ma il vero nodo della discussione sta nella totale assimilazione, che per me è un equivoco colossale, tra architettura e arte che Lazier non solo accetta ma esalta. Questa assimilazione è figlia dei libri di storia dell’arte (ma anche delle avanguardie del 900) ed è in buona parte utile a comprendere e far comprendere certi caratteri di unità o di diversità di determinati periodi storici, ma non corrisponde affatto all’essenza delle diverse discipline. Tutte le arti mancano di utilitas, in senso oggettivo ovviamente e non soggettivo. L’architettura non può essere ridotta, e aggiungo sminuita, a pura manifestazione artistica; l’architettura è fatta di tecnica, di lavoro collettivo di molti soggetti contemporaneamente e in tempi diversi, di manualità e di esperienze di individui diversi, di architetti e manovali, di committenti, di produttori e fornitori di materiali, di statica, di fisica, di impresari, di enti pubblici e di mille altre figure e situazioni. L’architettura non è solo un disegno e un disegno di architettura è architettura solo in potenza, ma dalla potenza all’atto c’è di mezzo un processo tecnico-produttivo complesso e ricco di incognite, solo terminato il quale si potrà decretare la sua appartenenza al mondo dell’architettura e la sua vera, autentica qualità. Ogni architettura è un prototipo, anche l’edilizia più industrializzata, perché le variabili in gioco sono moltissime, la più importante delle quali è il “luogo”, in ogni senso, sia nei suoi caratteri più immateriali, lo “spirito” del luogo, che in quelli più legati all’orografia, alla geografia, alla morfologia del terreno. Separare un edificio dal luogo è operazione di puro design e non appartiene al mondo dell’architettura e, e brutalmente, non è da architetti. Poi si può discutere se il progetto debba essere sempre e comunque consonante o se invece possa essere dissonante dal luogo: di entrambe i casi vi sono esempi pessimi o splendidi. Quello che è certo è che l’espressione dell’architetto, nella scala gerarchica dei valori, non è l’unico e non sempre il principale agente di quel processo creativo e produttivo, di lavoro intellettuale e manuale che porta alla realizzazione di un qualsiasi edificio, il più umile e il più importante. E la distinzione rigida e molto elitaria che Lazier fa tra architettura ed edilizia, quasi fossero a priori mondi separati, è sbagliata nella sostanza.
Direi che la totale coincidenza tra architettura e arte,che è il presupposto che giustificherebbe la libera espressione del progettista, ci restituisce paradossalmente una figura di architetto classico e direi nostalgico e “antichista” perché l’assimila a quella del Rinascimento quando pittura, scultura, architettura, letteratura erano tante sfaccettature della medesima personalità artistica, quando c’era unità dell’arte e la discussione verteva su quale delle arti dovesse avere il primato. Michelangelo ne è il simbolo migliore. Altri tempi, mi viene da dire, perché la società è cambiata da allora, e non poco. L’architetto, ma direi meglio il progettista, è divenuto figura specializzata e quasi esclusiva nella produzione del progetto, contrariamente a quel passato in cui invece era utilizzato solo a livelli alti e rappresentativi (per i temi collettivi direbbe M.Romano) mentre per tutto il resto, per l’edilizia di base, per il tessuto connettivo della città la costruzione era semplicemente “spontanea” sulla base della tradizione ed affidata alle mani esperte dei muratori. La perdita della coscienza spontanea (oltre che le copiose e bulimiche leggi) legittima la necessità dell’architetto per tutto, il quale deve perciò intervenire in base alla “coscienza critica”, cioè ad un ragionamento e alla conoscenza della realtà, avendo come faro una molteplice serie di fattori: il committente, il luogo, le leggi, i costi. Quindi quella figura romantica e idealizzata di architetto che Lazier ci rappresenta è del tutto inattuale, anche se, purtroppo, largamente diffusa tra gli architetti.
Architettura=Arte civica
C’è, infine, anche un altro aspetto che è fondamentale e cioè l’essere l’architettura arte sì, ma arte civica, cioè a servizio della città, della collettività, il che avvicina l’architettura e l’urbanistica (le due cose non sono separabili) alla politica in senso alto, all’amministrazione della città. So di ripetermi per l’ennesima volta, ma la città è il regno dei cittadini e non degli architetti e non esiste la libertà assoluta di fare ciò che si vuole perché ciò che è libertà per uno può essere costrizione per l’altro. La tolleranza in questo non c’entra niente, perché si devono tollerare le idee non le azioni che possono provocare un’offesa prolungata nel tempo, tanto quanto dura un edificio. Un quadro sta in un luogo privato, un’architettura in uno spazio pubblico, anche se è all’interno di una proprietà privata, quindi il proprietario deve adeguarsi a quello che è il sentimento diffuso. E’ una limitazione della proprietà privata certo, e quindi dell’espressione del cittadino e dell’architetto, ma ne esistono altre di limitazioni di questo genere: il sottosuolo e le sue risorse appartengono allo Stato, acqua, materie prime, reperti archeologici. Questo perché ci sono beni che appartengono a tutti e la città è uno di questi. Si dà inoltre il caso che maggioranza e minoranza, in questo campo, siano concetti molto aleatori, dato che una minoranza, quella dell’avanguardia culturale e artistica (ormai divenuta retroguardia conservatrice del suo passato) ha imposto una città e una architettura ad una maggioranza reale, quella dei cittadini. Una elite autoproclamatasi tale ha imposto un modello ai più. Se si pensa che io mi stia arrogando il diritto di rappresentare quella maggioranza non resta altro che mettersi in gioco: far decidere i cittadini. Visto che ci si appella, giustamente, alla libertà e alla politica, che politica sia e si rimetta il giudizio a chi è detentore del diritto di decidere sullo spazio pubblico, sulla res publica. Mi rendo conto che in una fase in cui siamo in una sospensione delle regole democratiche, con un governo degli ottimati, può apparire grottesco chiederlo, ma il bello della democrazia sta anche in queste contraddizioni.
D’altra parte la cosa non dovrebbe suonare strana né nuova a questo sito che ospita spesso articoli che parlano di scempi del territorio e del paesaggio. Perché ne parla? Perché territorio e paesaggio sono spazio pubblico, cosa comune, esattamente al pari della città.
La Commissione Edilizia
In questo essere cosa comune, spazio pubblico, c’è la giustificazione - che è anche, ma non solo, storica –della legittimità della commissione edilizia, nella quale un gruppo di persone ritenute esperte (teoricamente) valuta proprio il progetto nei suoi aspetti qualitativi, essendo tutti gli altri demandati agli uffici.
Quali sono gli aspetti qualitativi? Una volta accettato il principio della CE è qui che comincia il problema, da sempre irrisolto. Per le commissioni paesaggio il problema è molto minore, perché c’è quell’articolo della Costituzione che detta il principio. Più difficile il caso della CE normale. Molti sono stati nel tempo i tentativi di individuare regole più oggettive che mettano al riparo da azioni “personali”, ma è chiaro che la regola nasce dal confronto e dallo scontro di opinioni. Lazier nega però anche la possibilità stessa che i redattori dei piani diano indirizzi di tipo progettuale. Mi domando: ma cosa dovrebbe fare un piano, dare solo i numeri? Già mi sembra che siano fatti da ragionieri e informatici, figuriamoci se lo si sancisce per legge! E’ proprio il progetto che manca, altro che!
Cosa fare un architetto cui viene dato parere negativo, rassegnarsi? No che non lo deve, guai a cedere sui propri principi. Opporsi e avere un contradditorio lo ritengo un diritto e anche un dovere, specie nei confronti del committente. Per questo la CE dovrebbe essere, come è in effetti in molte regioni, limitata ai casi più significativi, e addirittura in qualche posto non c’è più (nella mia città ad esempio, ma non c’è da andarne fieri, perché significa solo che l’architettura e la città non interessano alla politica), e il progettista dovrebbe poter intervenire sempre, e io penso anche che dovrebbe essere presente ai lavori. Lo so che nei piccoli centri è pericoloso, che possono esserci incompatibilità personali e professionali, che possono esservi suggestioni o condizioni di inferiorità di qualche componente la CE rispetto a professionisti di fama maggiore e viceversa, ma è una sfida di libertà, questa sì davvero, da affrontare. Il confronto libero e aspro è libertà non arroganza o presunzione come molti pensano. Ognuno libero di esprimere il proprio parere e di spiegare le proprie ragioni e cercare di convincere gli altri. Non sulle norme, per carità, ma sul nostro progetto, che ci appartiene e di cui tutti noi siamo ovviamente orgogliosi come dei propri figli.
Non credo di aver convinto Sandro Lazier, nonostante la prolissità del commento, e neppure ne avevo l’intenzione, però ho voluto parlar chiaro come lui stesso invita a fare nel suo articolo perché “intellettuale della domenica” me lo prendo come lieve peso ma non accetterei di essere inquadrato come un oppressore della libertà di espressione per quello in cui credo.
Cordiali saluti
Pietro Pagliardini
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18/12/2011 - Sandro Lazier risponde a pietro pagliardini: |
Cercherò d’essere conciso. Pagliardini mi perdonerà la sintesi.
A proposito di libertà dice:
“Poi c’è la legge che garantisce al cittadino, elencandole, determinate “libertà” ma sono specificazioni di “azioni” che siamo liberi di compiere o, al contrario, che ci sono negate, come quelle “libertà” che arrecano danni ad altri. […]
Dunque limitare alcune azioni, anche se scaturite dal pensiero umano, rientra nelle regole del contratto sociale che sta alla base dell’esistenza stessa di una società.”
Imporre al prossimo cosa deve o non deve fare non c’entra nulla col contratto sociale ed è una grave limitazione della libertà personale. Dire cosa non si può fare è una cosa; dire cosa si deve fare è tutta un’altra. R. Barthes, una volta, parlando di linguaggio e della sua inclinazione al “conformismo”, affermò che questo non è per sua natura né conservatore né progressista; esso è semplicemente fascista, perché fascismo non è impedire di dire, ma obbligare a dire.
Obbligare il prossimo a rifare la casetta della nonna facendo leva sulla retorica del consenso è (re)azione storicamente nota.
A proposito di architettura e arte lei dice:
“Perché apprezzare solo le differenze degli individui e trascurare invece quelle delle Nazioni? Perché omogeneizzarsi come insieme, come nazione, annullarsi nella globalizzazione culturale e volersi invece distinguere come architetti creativi?”
Bruno Zevi, maestro sempre attuale, parlava di consorzio umano. Non a caso. Gli individui sono, per loro natura, degli elementi universali finiti, che non puoi sciogliere in aggregazioni maggiori quali nazioni, stati, collettivi o altri termini statistici privi di una volontà univoca. Io non credo che i popoli, le nazioni, le società in genere abbiano una loro volontà. Gli individui hanno volontà ed esprimono desideri, i popoli no. I popoli, le nazioni, esistono perché esistono gl’individui, unici degni di superiore tutela. Esiste la dichiarazione dei diritti dell’uomo, non quella dei diritti delle nazioni, delle associazioni, delle leghe o altre bislacche aggregazioni. Le nazioni sono solo realtà statistiche, matematica ad uso dell’amministrazione pubblica per fornire servizi ai cittadini (che sono individui). L’italianità, lo spirito dei luoghi, l’identità sono solo retorica ad uso dei robivecchi incapaci di riformare minimamente un linguaggio, che li opprime al punto da far loro confondere qualsiasi idea polverosa con la storia. La storia è cosa seria, tanto che ogni generazione deve scrivere la sua, proprio per non copiare e rifare gli errori di quelle che l’hanno preceduta.
“Tutte le arti mancano di utilitas, in senso oggettivo ovviamente e non soggettivo. L’architettura non può essere ridotta, e aggiungo sminuita, a pura manifestazione artistica.”
Io credo che palazzo Carignano del Guarini a Torino sia un’opera d’arte e d’architettura. Non c’era nessuna utilitas nell’inserire in facciata una semicupola svuotata. Una geniale e totalmente superflua forzatura, puramente linguistica.
Eppure, come dice lei, anche questa “architettura è fatta di tecnica, di lavoro collettivo di molti soggetti contemporaneamente e in tempi diversi, di manualità e di esperienze di individui diversi, di architetti e manovali, di committenti, di produttori e fornitori di materiali, di statica, di fisica, di impresari, di enti pubblici e di mille altre figure e situazioni.” Non vedo quindi nessuna preclusione affinché l’architettura, seppure descritta come lei fa, non possa essere una massima forma d’arte, capace di riformare il linguaggio. E non vedo proprio la ragione per cui l’architettura, come altra qualsiasi forma espressiva, non possa concorrere alla ricerca del rinnovamento linguistico. L’architettura di un paese ci dà la misura della sua civiltà dando forma alle sue speranze di rinnovamento. Dovremmo rinunciare alla civiltà per il fastidio di qualche reazionario intollerante? Che si costruisca le sue casupole, noi le tolleriamo, ma non si permetta di proibire agli altri di volare un po’ più in alto.
Il resto del commento cita il bene comune, il paesaggio, il patrimonio artistico (ma, se l’architettura per Pagliardini non è arte, non vedo cosa c’entri), la costituzione che dovrebbe tutelare questi beni. Ma la costituzione, non dovrebbe tutelare, in modo simmetrico, innanzitutto i cittadini e la loro libertà personale? Se a me non piacciono le caricature della storia e il loro proliferare - che questo sì, secondo me, devasta il paesaggio - la Costituzione mi difende?
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C’è una sentenza del TAR del Piemonte (n. 657/2005) circa la legittimità di un permesso di costruire che recita: "Seppure la Commissione Edilizia abbia perso, a seguito delle innovazioni introdotte dal D.P.R. 380/2001, il suo carattere di organo necessario ex-lege – potendo oggi scegliere gli enti locali se conservarla o sopprimerla –, laddove si sia optato per la persistenza di tale organo, l’effettiva espressione di un parere da parte di una commissione illegittimamente composta da soggetti politici, in violazione del generale principio di separazione delle funzioni politiche da quelle amministrativo-gestionali (principio che ha portata generale ed è per ciò stesso in suscettibile di eccezioni che non siano espressamente previste dalla legge), inficia di conseguenza gli atti successivi del procedimento e travolge la legittimità del provvedimento finale".
Il che oltre a sancire il principio di separazione fra competenze politiche e competenze amministrative, in un certo senso sancisce anche la sostanziale libertà di giudizio, ma anche l'inutilità, della C.E.
Della quale peraltro, da sempre il parere è consultivo e non costituisce presunzione della emissione di concessione: secondo il T.U. sull’Edilizia (D.P.R. 380/2001) che ne mantiene in vita l'istituto, sulla base dell'art. 4 comma 2 la C.E. è facoltativa e disciplinata in base a quanto statuito nel Regolamento Edilizio di ciascun comune che di essa intenda valersi. Ovviamente, la decisione sottostà a logiche squisitamente politiche che prescindono da valutazioni estetiche o dalla originaria attribuzione della C.E. al momento della sua costituzione come ‘Commissione di ornato’ (r.d. 23 ottobre 1859 n.3702).
Se la C. E. può essere un alibi per scelte che nulla hanno a che fare con i suoi presunti compiti, c'è quindi da chiedersi perché un comune scelga di dotarsi di C.E. ed un altro no. Voglio dire, il problema va spostato su un piano politico, forse non sono le C.E. che impediscono "il confronto delle idee", è la strumentalizzazione che la politica ne fa, con la scusa di “fermare il brutto”.
Secondo me ci sarebbe da discutere sul fatto che "Così come ci si sceglie vestito e automobile e ci si esprime liberamente con parole e gesti, allo stesso modo si ha il sacrosanto diritto di abitare a proprio gusto e piacere ….. ", perché l'architettura ha peculiarità ben diverse da un abito o un'auto, beni di consumo di durabilità variabile e comunque contenuta: l'architettura resta, in particolare in Italia, dove si tende a conservare tutto indiscriminatamente, il ciclo vitale di un edificio può durare secoli, dopo di che difficilmente esprimerà il "modo molto intimo e personale di stare al mondo" di chi lo ha pensato, ma pur perdendo la sua giustificazione estemporanea resterà comunque e per lungo tempo un elemento connotativo dell'ambiente e del paesaggio (beni indiscutibilmente collettivi), anche se magari non era questa l'intenzione né del committente né del progettista. Mi sembra un nodo importante, ancorché di difficile soluzione.
Così come mi pare difficile scegliere tra la presenza di C.E. che censurino la libertà progettuale dell’architetto esprimendo poco deontologici giudizi di merito, e, in assenza di esse, sindaci o assessori che si inventino chissà quali “strumenti giuridici per fermare il brutto”. E magari sono pure geometri!
Il parallelo tra arte e architettura moderne, a mio parere uno dei temi portanti della cultura contemporanea, cozza da sempre ed inevitabilmente contro un discrimine irremovibile: l’arte è libera perché è inutile, l’architettura no, quantomeno non è inutile, quantomeno nella maggior parte dei casi.
Ma questa è un’altra storia.
Saluti
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Io pratico in svizzera e mi sono imbattuto in una vostra commissione in un caso di consulenza ad un conoscente.
Noto un paio di cose:
1. Le decisioni prese e le relative spiegazioni non sono neanche lontanamente razionali ma completamente soggettive, ridicole. Smontare le loro controtesi è un esercizio elementare e divertente, la tentazione di infierire anche pesantemente contro chi le ha esposte è irrefrenabile, ma vista la loro insindacabile onnipotenza è consigliabile valutare bene le strategie per non
compromettere definitivamente ogni futura possibilità.
2. Le commissioni suppliscono un carente sistema di diritto edile e tutelerebbero, di fatto, da una carenza professionale di chi progetta. Il problema è che se il progettista è scarso, le commissioni sono a loro volta formate e supervisionate dalla medesima scadente figura professionale: il geometra.
3. Nel mio paese il geometra è un ingegnere laureato in topografia, che si occupa esclusivamente di misurazioni geomatiche. Quando mi hanno spiegato quale mestiere svolge il geometra in italia, ebbene non capivo. Tra le sue competenze, per cui è formato, nessuna è pertinente alla progettazione, ne alla costruzione, ne alla gestione di un progetto. Quindi il geometra è, in architettura, una figura aliena, che in italia è comunque abilitato a progettare e anche a legiferare su questioni di teoria. Anzi, in Italia detiene il controllo dell'edilizia assieme ai costruttori e i promotori immobiliari.
4. Alcuni geometra italiani operano anche nel mio paese, ma sono attivi quasi esclusivamente nelle imprese di costruzione, con mansioni molto variate e spesso imprecisate: fanno un po di tutto e non lo fanno tanto bene.
Per concludere il mio punto di vista, io penso che le commissioni siano un inaccettabile abuso di potere, dal momento che limitano i diritti di certi (!!!) cittadini senza averne competenza e senza che ve ne sia un tangibile risultato qualitativo per la collettività. Il loro scopo può solo essere quello di esercitare potere economico e politico, di tutelare e perpetuare la loro casta professionale di geometra altrimenti destinata a morire.
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Ringrazio Sandro Lazier per avere sviluppato e proposto il tema o meglio il problema delle Commissioni Edilizie. Io sono stato anni fa componente di commissione edilizia, la mia esperienza personale da componente e anche quella da progettista mi porta a fare queste considerazioni:
-Le commissioni sono centri di interessi economici
-L'interesse economico non collima con l'architettura
-I progettisti che sanno fare buona architettura sono una percentuale risibile della massa di tecnici che presentano progetti banalmente anonimi
-I funzionari comunali sono attentissimi ai parametri quantitativi, ma insensibili alla qualita' del progetto
-le leggi e i regolamenti edilizi sono assolutamente insufficienti a garantire costruzioni di qualita'
Che fare dunque?
Ritorno sull'argomento per fare chiarezza, penso che solo un buon medico abbia il diritto/dovere di esercitare la propria professione, e' in gioco la salute delle persone;
Penso che solo un buon architetto abbia il diritto/dovere di costruire, e' in gioco la vivibilita' e bellezza delle nostre citta' e del nostro paesaggio ( nostro=di tutti)
Bisogna allora stabilire chi ha le competenze e capacita' professionali di costruire architettura civile, e non basta una laurea.....non bastano nemmeno le varie commissioni edilizie.....
Proponiamo allora commissioni formate da esperti progettisti, critici di architettura, storici, ma anche artisti.....non si puo' pensare di abolire le commissioni rivendicando la liberta' di pensiero.....sarebbe come dare campo libero a orde di tecnici incompetenti.
Formiamo un movimento per la qualita' dell'architettura, rivendichiamo la bellezza del nostro paesaggio...cominciamo a educare le giovani generazioni.....riformiamo l'universita'
Uniamo i pensieri di tutti coloro che hanno a cuore la buona architettura....
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