Commento di alma lopresti all'articolo Gehry, dunque.
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Gehry, dunque. di Ugo Rosa
Commento 5304 inviato da alma lopresti
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..ciuffi impomatati
Gentilissimo Ugo Rosa,
non saranno in molti ad aver colto il suo sfogo sul "ciuffo impomatato", sull'"l'ultimo genio fresco fresco uscito dal culo della gallina", sulla banana marcia". Mi chiedo perchè Lei scriva di Gehry e due volte rigurgita inacidito su un ragazzotto cino-olandese che se non altro i suoi "Nei" li infratta nelle ascelle della città....cioè io lo so perchè ma vorrei fosse Lei, gentilmente a chiarire le circostanze, a chiarirci perchè non è ha andato a dirglielo in faccia a Catania al novello genio acclamato, sarebbe stato lì con un'olandese , un'arci vescovo, l'onorevole separatista spoccioso e il nastro da tagliare alle Ciminiere? perchè si è prestato a fare una vergognosa intervista parallela dirimpetto a un signore-critico che strabuzza gli occhi da sembrare indemoniato a dire "stronzate", Lei inquilino del piano sopra all'istallazione del suo ciuffo impomatato tutta bizz-bizz, ragnetti elettronici e iperattualità ? perchè non ha scritto uno dei suoi bei panflet su SiciliaOlanda, su SiciliaArchitettura, su un carrozzone messo su per arricchire qualche amico degli amici, per sprecare denaro pubblico in inutili libercoli-cataloghi di architettini sfigati, con tanto di foto, per compiacere mamme e zie nonne e papà.. "chediolibenedicessepoverifigli"...solo questo ha saputo scrivere lei?, perchè mi delude così?? quando avrebbe da essere quello che vuole apparire..perchè colpisce di sponda? se vuole essere "omertoso" almeno non si presti a certe iniziative...i siciliaarchitettura li lasci ad altri, per tanti sui giovani conterranei e non, farebbe bene a stare contro sempre anzichè lavarsi la coscienza con i "God bless the child"
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Commento inserito il 23/4/2007

23/4/2007 Ugo Rosa risponde a alma lopresti:
Gentilissima sig.ra Lopresti
devo confessarle, parafrasando la dedica che Laurence Sterne premise al primo libro del “Tristram Shandy”, che mai un povero diavolo, autore di una risposta, ha nutrito per essa meno speranze di quante ne nutra io per questa mia.
Intuisco infatti, dalle sue righe, la sua irritazione nei miei confronti e mi sembra corretto dare per scontato che sia anche perfettamente giustificata ma, le giuro, non riesco assolutamente a reperirne i motivi.
Mi trovo, perciò, a dovermi orientare tra i botti come l’impallinato nella notte e le chiedo dunque di perdonarmi se, nel buio, dovessi sottrarmi per errore a qualche sberla.
Suppongo, a lume di candela, di dovermi difendere dalle accuse seguenti:
1) non avere usato un tono abbastanza educato nel fare riferimento all’opera di un giovanotto olandese piuttosto noto (sembra) ma che io, per la verità, non avevo neppure nominato.
2) avere partecipato, anche solo tramite un’intervista pre-registrata (che lei giudica “vergognosa” senza però addurre le cause dell’obbrobrio), ad una mostra d’architettura nella quale si sono (lei, evidentemente, c’era) tagliati nastri con arcivescovi e onorevoli.
3) non esserci andato di persona.
4) avere scritto un pezzo intitolato “God bless the child” sul catalogo della mostra (si trattava, per la cronaca, di una selezione di opere di più o meno giovani architetti Siciliani operata da una commissione selezionatrice di cui avevo, sbalorditivamente, fatto parte qualche mese prima….
5) non stare “contro” sempre e comunque: “a prescindere”, come diceva Totò.
Dal momento che, come le ho detto, le mie rimangono ipotesi preferirei risponderle, appunto, ipoteticamente. Lo farò, come i vecchi rabbini, con cinque domande.
Riguardo al punto primo.
Per quanto possa sembrarle strano, il riferimento all’olandese in questione era puramente casuale: la banana marcia e il sottopassaggio verniciato di rosso sono, in effetti, cose assai ridicole, ma sono solo le prime che mi sono venute in mente. Forse perché, proprio nelle giornate in cui ho scritto il pezzo m’è anche capitato di rilasciare l’intervista. Ma oramai, del resto, è solo questione di scelta. Basta aprire a caso qualsiasi rivista d’architettura e di materiale se ne trova a iosa: perché non sostituisce quel riferimento con qualcos’altro di suo gradimento?
Secondo punto.
Un amico mi ha chiesto di rilasciare un’intervista che sarebbe stata proiettata alla mostra di cui lei parla. Me l’ha chiesto con cortesia ed io ho accettato. Una gentilissima amica è venuta al mio studio e mi ha fatto delle domande a cui ho risposto volentieri. E’ possibilissimo che in quest’intervista (che non ho mai visto, non essendo andato, contrariamente a lei, alla mostra in questione) io faccia la figura dello stronzo. Anzi, per venirle incontro, le dirò che è la cosa più facile del mondo: non sono un gran parlatore, non ho un bel faccino e non ho dimestichezza con le interviste. E allora? Cosa vuole che faccia? Devo farmi causa?
Terzo punto.
Appurato che nell’intervista ho detto scemenze, sarebbe stato, dice lei, più esilarante andarle a dire presenziando alla mostra. Per far cosa, mi perdoni: per stringere la mano all’arcivescovo e all’onorevole? per bussare sulla spalla del giovanotto olandese e dirgli che, in confidenza, non apprezzo la sua, diciamo così, “opera”? oppure per contribuire, semplicemente, alla claque?
Quarto punto.
Capisco che le abbia dato molto fastidio che in quel catalogo io abbia scritto ciò che mi pare e non ciò che pare a lei, allora che ne dice: la prossima volta vuole per caso passarmi la velina?
Addebito, naturalmente, all’assenza di luna ed alla mia debolissima vista l’impressione che i punti 2 e 3 siano in contraddizione tra loro (a questa benedetta mostra ci dovevo andare oppure me ne dovevo tenere a distanza perfino in effigie?) e che anche il punto 1 e il punto 5 non mi combacino a perfezione ma resta, in ogni modo, il fatto che non le piace la mia faccia, non le piace quello che scrivo e non le piace neppure il poco che mi è capitato di dire in quella benedetta intervista. Per piacerle, invece, io dovrei, suppongo, fare il pazzariello istituzionalizzato e andarmene in giro, rigorosamente in carne ed ossa, per mostre e convegni a togliermi le scarpe e sbatterle sul tavolino sfidando il servizio d’ordine.
E’ un’interessante visione delle cose…mi permetta, allora, di concludere con la domanda relativa al quinto punto.
Dal momento che le sembra auspicabile e, anzi, assolutamente essenziale che qualcuno si trasformi al più presto in questo spassoso personaggio, mi scusi: perché non se ne fa carico lei?
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