Commento di pietro pagliardini all'articolo Sopprimere le Commissioni edilizie
Commento all'articolo ---> Sopprimere le Commissioni edilizie di Sandro Lazier
Commento 10928 inviato da ---> pietro pagliardini

Tema di straordinario interesse la “commissione edilizia” perché condensa quasi tutte le problematiche legate all’architettura moderna e al suo rapporto con il passato e con il presente, all’idea stessa di architettura e a quella di architetto e, come ribadito più volte dall’autore, al tema della libertà e dei diritti del cittadino.
La commissione edilizia - trascurando ovviamente le contingenti anche se non infrequenti storture quali l’essere spesso luogo di potere, favoritismi o prepotenze professionali, o di incapacità dei suoi componenti o di opacità delle decisioni prese, ma considerandone solo l’essenza teorica - rappresenta l’anello di congiunzione tra passato e presente, in quanto permanenza di una istituzione antica, erede delle decisioni collettive sulla città, entro una società atomizzata il cui protagonista è l’individuo. E’ il caso esemplare delle “pratiche pre-moderne dell’urbanistica moderna” di cui ha scritto Francesco Finotto. Ho diviso questo lungo commento in titoli, più ad uso mio che degli altri.

La Libertà
Lazier affronta l’argomento sotto il profilo della libertà del progettista, estendendone però il campo alla libertà dell’individuo. Non c’è dubbio che il nodo centrale del dibattito tra gli architetti sia questo, ma è la soluzione che egli propone, e che sembra dare per scontata, che è invece tutta da discutere e secondo me da confutare alla radice perché la progettazione architettonica non attiene al campo della libertà d’espressione artistica. D’altronde cosa c’è da aspettarsi da un “intellettuale della domenica” alla cui categoria probabilmente appartengo?
Intanto non vorrei parlare di libertà del progetto perchè la Libertà è una condizione di grado ben superiore, e direi una e indivisibile: o c’è o non c’è, non può essercene “abbastanza” per quella situazione o “poca” per quell’altra. Se c’è, ci deve essere piena per tutte quelle che sono le espressioni del pensiero umano, altrimenti non c’è. Poi c’è la legge che garantisce al cittadino, elencandole, determinate “libertà” ma sono specificazioni di “azioni” che siamo liberi di compiere o, al contrario, che ci sono negate, come quelle “libertà” che arrecano danni ad altri. Non è certamente ammessa la libertà di prendere a schiaffi una persona che ci ha causato un danno. E sì che talvolta il desiderio sarebbe forte, ed è pure un desiderio umano che però deve essere controllato e riportato nell’alveo della legge. Si può parlare in casi come questi, di violazione della nostra libertà? Direi proprio di no.
Dunque limitare alcune azioni, anche se scaturite dal pensiero umano, rientra nelle regole del contratto sociale che sta alla base dell’esistenza stessa di una società. Non si può gridare alla fine della libertà se determinate azioni sono impedite (dopo sappiamo che esistono legittimi ed autorevolissimi filoni di pensiero, soprattutto negli USA, che negano l’esistenza stessa dello stato, ma questo è un altro discorso), si tratta di determinare il giusto equilibrio tra chi privilegia il diritto naturale e chi invece il diritto positivo soggetto al mutare dei tempi e dei costumi e che si adegua diventando specchio di una determinata fase evolutiva della società. Si tratta dunque di determinare quali siano le “azioni” che appartengano esclusivamente alla sfera della libertà individuale e quali invece siano soggette a limitazioni affinchè la libertà di ciascuno non vada a configgere con quella degli altri fino a disgregare le fondamenta del contratto sociale.
Non c’è dubbio che l’espressione artistica non debba essere limitata o censurabile. Prendiamo il caso della scultura. L’artista deve essere libero di fare ciò che vuole e se non ha mercato vuol dire che non piace. Però, anche in questo caso, c’è un problema. Fino a che l’opera rimane nel campo del mercato o della pura passione individuale la libertà è assoluta, ma se l’opera dovesse diventare patrimonio pubblico, cioè essere collocata in una piazza, chi è autorizzato a prendere la decisione? Chi ha titolo per scegliere lo scultore Tizio o lo scultore Caio? In questo caso, infatti, si tratta di denaro e interesse pubblico e qualcuno deve assumersi la responsabilità di scegliere. Non credo possa essere un Responsabile del procedimento, un funzionario. Immagino che debba essere un amministratore eletto oppure un suo esperto di fiducia, che altro non è che una emanazione dell’amministratore. Dunque dovrà essere la “politica” a decidere. Mi è sembrato di capire che anche Lazier sia d’accordo su questo punto, con la precisazione che le minoranze debbano essere tuttavia tutelate, qualunque esse siano. Mi è sembrato di capire anche, in via deduttiva, che il “politico” non dovrebbe scegliere in base ad un principio estetico stabilito, perché dice, ed io sono assolutamente d’accordo, che lo stato non deve avere una cultura ufficiale, una cultura di stato.
Il principio è giusto ma la sua applicazione pratica lo è un po’ meno. Se ad esempio ci fosse da scegliere tra salvare Pompei e fare un nuovo museo di arte contemporanea, qualunque scelta si effettui non è forse la scelta di un genere piuttosto che di un altro? Dunque dalle dichiarazioni di principio alla realtà dei fatti qualcosa si perde. Ma non divaghiamo e veniamo all’architettura.

Architettura = Arte?
Inutile che io ripeta ciò che ha già scritto Vilma Torselli che ha inquadrato perfettamente il problema.
Aggiungo alcune cose. La Costituzione italiana, all’art. 9, quindi all’inizio e all’interno di quelli che sono chiamati i Principi Fondamentali che la ispirano, c’è scritto: [La Repubblica] Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione”. Ora, non voglio nascondermi dietro la Costituzione, che come tutte le Carte è suscettibile di invecchiamento e quindi di revisioni e aggiornamenti, ma questo principio non è stato inserito a caso e non può banalmente essere considerato “tradizionalista”. Questo principio è stato inserito perché - a Lazier potrà non piacere - questo paese ha una storia, un passato, una tradizione, un patrimonio, un paesaggio da tutelare e valorizzare. Nemmeno a me piacciono alcune parti della Costituzione, per esempio l’art. 1, cioè la Repubblica fondata sul lavoro - personalmente apprezzo di più lo spirito del Preambolo della Costituzione Americana, cioè “We, the People…” - ma questa è, e anche questo articolo è figlio di una storia, magari meno esaltante di quella del nostro patrimonio artistico e paesaggistico, ma pur sempre la nostra storia, se ha un senso considerarci Nazione con radici comuni. La tutela del paesaggio, per entrare nel merito dell’articolo di Lazier che parla di “contesto agreste”, è ciò che ci distingue da tutti gli altri popoli, ciò che ci rende diversi, è la nostra carta di identità. Perché apprezzare solo le differenze degli individui e trascurare invece quelle delle Nazioni? Perché omogeneizzarsi come insieme, come nazione, annullarsi nella globalizzazione culturale e volersi invece distinguere come architetti creativi?
Ma il vero nodo della discussione sta nella totale assimilazione, che per me è un equivoco colossale, tra architettura e arte che Lazier non solo accetta ma esalta. Questa assimilazione è figlia dei libri di storia dell’arte (ma anche delle avanguardie del 900) ed è in buona parte utile a comprendere e far comprendere certi caratteri di unità o di diversità di determinati periodi storici, ma non corrisponde affatto all’essenza delle diverse discipline. Tutte le arti mancano di utilitas, in senso oggettivo ovviamente e non soggettivo. L’architettura non può essere ridotta, e aggiungo sminuita, a pura manifestazione artistica; l’architettura è fatta di tecnica, di lavoro collettivo di molti soggetti contemporaneamente e in tempi diversi, di manualità e di esperienze di individui diversi, di architetti e manovali, di committenti, di produttori e fornitori di materiali, di statica, di fisica, di impresari, di enti pubblici e di mille altre figure e situazioni. L’architettura non è solo un disegno e un disegno di architettura è architettura solo in potenza, ma dalla potenza all’atto c’è di mezzo un processo tecnico-produttivo complesso e ricco di incognite, solo terminato il quale si potrà decretare la sua appartenenza al mondo dell’architettura e la sua vera, autentica qualità. Ogni architettura è un prototipo, anche l’edilizia più industrializzata, perché le variabili in gioco sono moltissime, la più importante delle quali è il “luogo”, in ogni senso, sia nei suoi caratteri più immateriali, lo “spirito” del luogo, che in quelli più legati all’orografia, alla geografia, alla morfologia del terreno. Separare un edificio dal luogo è operazione di puro design e non appartiene al mondo dell’architettura e, e brutalmente, non è da architetti. Poi si può discutere se il progetto debba essere sempre e comunque consonante o se invece possa essere dissonante dal luogo: di entrambe i casi vi sono esempi pessimi o splendidi. Quello che è certo è che l’espressione dell’architetto, nella scala gerarchica dei valori, non è l’unico e non sempre il principale agente di quel processo creativo e produttivo, di lavoro intellettuale e manuale che porta alla realizzazione di un qualsiasi edificio, il più umile e il più importante. E la distinzione rigida e molto elitaria che Lazier fa tra architettura ed edilizia, quasi fossero a priori mondi separati, è sbagliata nella sostanza.
Direi che la totale coincidenza tra architettura e arte,che è il presupposto che giustificherebbe la libera espressione del progettista, ci restituisce paradossalmente una figura di architetto classico e direi nostalgico e “antichista” perché l’assimila a quella del Rinascimento quando pittura, scultura, architettura, letteratura erano tante sfaccettature della medesima personalità artistica, quando c’era unità dell’arte e la discussione verteva su quale delle arti dovesse avere il primato. Michelangelo ne è il simbolo migliore. Altri tempi, mi viene da dire, perché la società è cambiata da allora, e non poco. L’architetto, ma direi meglio il progettista, è divenuto figura specializzata e quasi esclusiva nella produzione del progetto, contrariamente a quel passato in cui invece era utilizzato solo a livelli alti e rappresentativi (per i temi collettivi direbbe M.Romano) mentre per tutto il resto, per l’edilizia di base, per il tessuto connettivo della città la costruzione era semplicemente “spontanea” sulla base della tradizione ed affidata alle mani esperte dei muratori. La perdita della coscienza spontanea (oltre che le copiose e bulimiche leggi) legittima la necessità dell’architetto per tutto, il quale deve perciò intervenire in base alla “coscienza critica”, cioè ad un ragionamento e alla conoscenza della realtà, avendo come faro una molteplice serie di fattori: il committente, il luogo, le leggi, i costi. Quindi quella figura romantica e idealizzata di architetto che Lazier ci rappresenta è del tutto inattuale, anche se, purtroppo, largamente diffusa tra gli architetti.

Architettura=Arte civica
C’è, infine, anche un altro aspetto che è fondamentale e cioè l’essere l’architettura arte sì, ma arte civica, cioè a servizio della città, della collettività, il che avvicina l’architettura e l’urbanistica (le due cose non sono separabili) alla politica in senso alto, all’amministrazione della città. So di ripetermi per l’ennesima volta, ma la città è il regno dei cittadini e non degli architetti e non esiste la libertà assoluta di fare ciò che si vuole perché ciò che è libertà per uno può essere costrizione per l’altro. La tolleranza in questo non c’entra niente, perché si devono tollerare le idee non le azioni che possono provocare un’offesa prolungata nel tempo, tanto quanto dura un edificio. Un quadro sta in un luogo privato, un’architettura in uno spazio pubblico, anche se è all’interno di una proprietà privata, quindi il proprietario deve adeguarsi a quello che è il sentimento diffuso. E’ una limitazione della proprietà privata certo, e quindi dell’espressione del cittadino e dell’architetto, ma ne esistono altre di limitazioni di questo genere: il sottosuolo e le sue risorse appartengono allo Stato, acqua, materie prime, reperti archeologici. Questo perché ci sono beni che appartengono a tutti e la città è uno di questi. Si dà inoltre il caso che maggioranza e minoranza, in questo campo, siano concetti molto aleatori, dato che una minoranza, quella dell’avanguardia culturale e artistica (ormai divenuta retroguardia conservatrice del suo passato) ha imposto una città e una architettura ad una maggioranza reale, quella dei cittadini. Una elite autoproclamatasi tale ha imposto un modello ai più. Se si pensa che io mi stia arrogando il diritto di rappresentare quella maggioranza non resta altro che mettersi in gioco: far decidere i cittadini. Visto che ci si appella, giustamente, alla libertà e alla politica, che politica sia e si rimetta il giudizio a chi è detentore del diritto di decidere sullo spazio pubblico, sulla res publica. Mi rendo conto che in una fase in cui siamo in una sospensione delle regole democratiche, con un governo degli ottimati, può apparire grottesco chiederlo, ma il bello della democrazia sta anche in queste contraddizioni.
D’altra parte la cosa non dovrebbe suonare strana né nuova a questo sito che ospita spesso articoli che parlano di scempi del territorio e del paesaggio. Perché ne parla? Perché territorio e paesaggio sono spazio pubblico, cosa comune, esattamente al pari della città.

La Commissione Edilizia
In questo essere cosa comune, spazio pubblico, c’è la giustificazione - che è anche, ma non solo, storica –della legittimità della commissione edilizia, nella quale un gruppo di persone ritenute esperte (teoricamente) valuta proprio il progetto nei suoi aspetti qualitativi, essendo tutti gli altri demandati agli uffici.
Quali sono gli aspetti qualitativi? Una volta accettato il principio della CE è qui che comincia il problema, da sempre irrisolto. Per le commissioni paesaggio il problema è molto minore, perché c’è quell’articolo della Costituzione che detta il principio. Più difficile il caso della CE normale. Molti sono stati nel tempo i tentativi di individuare regole più oggettive che mettano al riparo da azioni “personali”, ma è chiaro che la regola nasce dal confronto e dallo scontro di opinioni. Lazier nega però anche la possibilità stessa che i redattori dei piani diano indirizzi di tipo progettuale. Mi domando: ma cosa dovrebbe fare un piano, dare solo i numeri? Già mi sembra che siano fatti da ragionieri e informatici, figuriamoci se lo si sancisce per legge! E’ proprio il progetto che manca, altro che!
Cosa fare un architetto cui viene dato parere negativo, rassegnarsi? No che non lo deve, guai a cedere sui propri principi. Opporsi e avere un contradditorio lo ritengo un diritto e anche un dovere, specie nei confronti del committente. Per questo la CE dovrebbe essere, come è in effetti in molte regioni, limitata ai casi più significativi, e addirittura in qualche posto non c’è più (nella mia città ad esempio, ma non c’è da andarne fieri, perché significa solo che l’architettura e la città non interessano alla politica), e il progettista dovrebbe poter intervenire sempre, e io penso anche che dovrebbe essere presente ai lavori. Lo so che nei piccoli centri è pericoloso, che possono esserci incompatibilità personali e professionali, che possono esservi suggestioni o condizioni di inferiorità di qualche componente la CE rispetto a professionisti di fama maggiore e viceversa, ma è una sfida di libertà, questa sì davvero, da affrontare. Il confronto libero e aspro è libertà non arroganza o presunzione come molti pensano. Ognuno libero di esprimere il proprio parere e di spiegare le proprie ragioni e cercare di convincere gli altri. Non sulle norme, per carità, ma sul nostro progetto, che ci appartiene e di cui tutti noi siamo ovviamente orgogliosi come dei propri figli.
Non credo di aver convinto Sandro Lazier, nonostante la prolissità del commento, e neppure ne avevo l’intenzione, però ho voluto parlar chiaro come lui stesso invita a fare nel suo articolo perché “intellettuale della domenica” me lo prendo come lieve peso ma non accetterei di essere inquadrato come un oppressore della libertà di espressione per quello in cui credo.
Cordiali saluti
Pietro Pagliardini
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Commento inserito il 18/12/2011

18/12/2011 Sandro Lazier risponde a pietro pagliardini:
Cercherò d’essere conciso. Pagliardini mi perdonerà la sintesi.
A proposito di libertà dice:
“Poi c’è la legge che garantisce al cittadino, elencandole, determinate “libertà” ma sono specificazioni di “azioni” che siamo liberi di compiere o, al contrario, che ci sono negate, come quelle “libertà” che arrecano danni ad altri. […]
Dunque limitare alcune azioni, anche se scaturite dal pensiero umano, rientra nelle regole del contratto sociale che sta alla base dell’esistenza stessa di una società.”

Imporre al prossimo cosa deve o non deve fare non c’entra nulla col contratto sociale ed è una grave limitazione della libertà personale. Dire cosa non si può fare è una cosa; dire cosa si deve fare è tutta un’altra. R. Barthes, una volta, parlando di linguaggio e della sua inclinazione al “conformismo”, affermò che questo non è per sua natura né conservatore né progressista; esso è semplicemente fascista, perché fascismo non è impedire di dire, ma obbligare a dire.
Obbligare il prossimo a rifare la casetta della nonna facendo leva sulla retorica del consenso è (re)azione storicamente nota.
A proposito di architettura e arte lei dice:
“Perché apprezzare solo le differenze degli individui e trascurare invece quelle delle Nazioni? Perché omogeneizzarsi come insieme, come nazione, annullarsi nella globalizzazione culturale e volersi invece distinguere come architetti creativi?”
Bruno Zevi, maestro sempre attuale, parlava di consorzio umano. Non a caso. Gli individui sono, per loro natura, degli elementi universali finiti, che non puoi sciogliere in aggregazioni maggiori quali nazioni, stati, collettivi o altri termini statistici privi di una volontà univoca. Io non credo che i popoli, le nazioni, le società in genere abbiano una loro volontà. Gli individui hanno volontà ed esprimono desideri, i popoli no. I popoli, le nazioni, esistono perché esistono gl’individui, unici degni di superiore tutela. Esiste la dichiarazione dei diritti dell’uomo, non quella dei diritti delle nazioni, delle associazioni, delle leghe o altre bislacche aggregazioni. Le nazioni sono solo realtà statistiche, matematica ad uso dell’amministrazione pubblica per fornire servizi ai cittadini (che sono individui). L’italianità, lo spirito dei luoghi, l’identità sono solo retorica ad uso dei robivecchi incapaci di riformare minimamente un linguaggio, che li opprime al punto da far loro confondere qualsiasi idea polverosa con la storia. La storia è cosa seria, tanto che ogni generazione deve scrivere la sua, proprio per non copiare e rifare gli errori di quelle che l’hanno preceduta.

“Tutte le arti mancano di utilitas, in senso oggettivo ovviamente e non soggettivo. L’architettura non può essere ridotta, e aggiungo sminuita, a pura manifestazione artistica.”
Io credo che palazzo Carignano del Guarini a Torino sia un’opera d’arte e d’architettura. Non c’era nessuna utilitas nell’inserire in facciata una semicupola svuotata. Una geniale e totalmente superflua forzatura, puramente linguistica.
Eppure, come dice lei, anche questa “architettura è fatta di tecnica, di lavoro collettivo di molti soggetti contemporaneamente e in tempi diversi, di manualità e di esperienze di individui diversi, di architetti e manovali, di committenti, di produttori e fornitori di materiali, di statica, di fisica, di impresari, di enti pubblici e di mille altre figure e situazioni.” Non vedo quindi nessuna preclusione affinché l’architettura, seppure descritta come lei fa, non possa essere una massima forma d’arte, capace di riformare il linguaggio. E non vedo proprio la ragione per cui l’architettura, come altra qualsiasi forma espressiva, non possa concorrere alla ricerca del rinnovamento linguistico. L’architettura di un paese ci dà la misura della sua civiltà dando forma alle sue speranze di rinnovamento. Dovremmo rinunciare alla civiltà per il fastidio di qualche reazionario intollerante? Che si costruisca le sue casupole, noi le tolleriamo, ma non si permetta di proibire agli altri di volare un po’ più in alto.

Il resto del commento cita il bene comune, il paesaggio, il patrimonio artistico (ma, se l’architettura per Pagliardini non è arte, non vedo cosa c’entri), la costituzione che dovrebbe tutelare questi beni. Ma la costituzione, non dovrebbe tutelare, in modo simmetrico, innanzitutto i cittadini e la loro libertà personale? Se a me non piacciono le caricature della storia e il loro proliferare - che questo sì, secondo me, devasta il paesaggio - la Costituzione mi difende?

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