Commento di pietro pagliardini all'articolo Sopprimere le Commissioni edilizie
Commento all'articolo ---> Sopprimere le Commissioni edilizie di Sandro Lazier
Commento 11060 inviato da ---> pietro pagliardini

Caro Lazier, ma lei sfonda una porta aperta. Pennacchi dice chiaramente che Mussolini non avrebbe voluto città perchè voleva ruralizzare, e nell'agro pontino voleva solo costruire dei presidi di carattere funzionale allo scopo della bonifica e per garantire la distribuzione di merci e materiali per le popolazioni insediate. Ma, una volta visti i primi risultati e i loro successi, si convinse, probabilmente perchè ne vide l'aspetto propagandistico. Non c'è dubbio che Mussolini sia stato il primo che ha capito l'importanza della propaganda attraverso i vari canali "moderni", quali radio, cinema e la cultura. Insomma, un Veltroni ante-litteram. MA questo, mi perdoni, dimostra intelligenza e basta. Non mi faccia prendere le difese di Mussolini di cui non mi frega niente e che non mi ha mai nemmeno intrigato in nessun senso. Ma negare l'evidenza sarebbe come dire che Stalin fosse un imbecille: tutto, ma non un imbecille.
Ma a noi non interessano mica le intenzioni del duce o del regime, a noi interessano i risultati. E i risultati sono straordinari per la bonifica e buoni e qualche volta ottimi per l'urbanistica e l'architettura.
Quanto a Pagano e agli altri, Pennacchi non menziona l'arrivismo, o almeno non in senso negativo; parla solo, molto realisticamente, e se lei fa il professionista come credo capirà, di normale, umano, sano desiderio di affermazione professionale.
Non sarà mica un atteggiamento riprovevole voler emergere e se possibile eccellere! Non è di questo che si parla in quel brano nè nel libro. Si parla di una storia diversa, raccontata in maniera piacevole e molto documentata, che cozza però contro la retorica ufficiale antifascista di cui ormai hanno tutti piene le scatole. Poi potrà non piacere l'architettura del periodo, ma il giudizio non può essere partigiano fino al punto di negare la realtà e di dividere il mondo in maniera manichea tra i buoni da una parte e i cattivi dall'altra, quando poi, alla fine, stavano tutti dalla stessa parte. Almeno fino al momento drammatico delle leggi razziali.
Allora che dire di Le Corbusier, lui sì arrivista veramente, che blandisce tutte le dittature del periodo, da quella comunista a quella fascista? C'è una sua lettera in cui implora un incontro con Mussolini per convincerlo alla nuova architettura (la sua, ovviamente). Questo è arrivismo di bassa lega non quello di chi si riunisce in un gruppo, di più giovani, per cercare di prevalere sul gruppo meglio piazzato, di più vecchi! Lecito attaccare, lecito difendersi, mi sembra ovvio.
Quanto a Pagano, nel pezzo che lei riporta, scrive una cosa abbastanza "fascista": lui vuole convincere il duce a "un'arte di stato". Razionalista, ma non importa questo. Quindi chi è senza peccato scagli la prima pietra. Con queste premesse, se Pagano fosse stato in una commissione edilizia, allora sì che sarebbero stati cavoli amari! Altro che libera espressione dell'architetto!
Saluti
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Commento inserito il 31/12/2011

31/12/2011 Sandro Lazier risponde a pietro pagliardini:
Vorrei ripetere per chiarezza, altrimenti si rischia di perdere il senso delle cose che stiamo dicendo:
1 – ho citato criticamente il primato della propaganda fascista a conforto della tesi che il fascismo utilizzasse temporaneamente i concetti del razionalismo per fini esclusivamente promozionali. Il regime non avrebbe mai condiviso fino in fondo i concetti del razionalismo traducendoli in realtà sociale; sapendo, oltretutto, che provenivano dalla democratica e disprezzatissima repubblica di Weimar. Dall’ideale razionalista (sostanzialmente democratico e socialista) e dall’efficacia del suo messaggio, appena ne percepì il pericolo, il fascismo prese immediatamente le distanze. Non tacciò quest’arte, come invece fecero nazismo e comunismo, d’essere corrotta e degenerata ma, nel nostro paese, questa fu subito messa in soggezione dal modello di romanità che il regime intendeva invece promuovere e vantare orgogliosamente come proprio.
Il risultato è quello che definiamo stile littorio, dove la razionalità sta nell’assenza di stilemi, decorazioni e ornati e nella banalizzazione geometrica di colonnati, arcate e altri elementi della tradizione architettonica arcaica, mantenendo intatto l’impianto spaziale monumentale. Il razionalismo (e le sue varianti; gli -ismi d’inizio secolo sono molteplici) svuotato della sua istanza ribelle per eccellenza, ovvero la concezione spaziale antiscatolare, antimonumentale, particolarmente critica verso la fatalità dell’idealismo storicista che vorrebbe invece l’uomo soggiogato ad essa, diventa ornamentale e mansueto, incapace finalmente di comunicare un’idea di cambiamento sostanziale delle ragioni dell’esistenza e delle classi sociali che la esperiscono.
Fortunatamente, sfumate nel clamore delle pompose fanfare dell’architettura imperiale, qualche genio, come Terragni, seppure in questo clima reazionario e con non poche difficoltà, riuscì a concepire opere di grandissima libertà spaziale, la cui portata rivoluzionaria probabilmente non fu giudicata dalla censura con la dovuta attenzione.

2- Non stavano tutti dalla stessa parte. Pagano, come Le Corbusier, avevano ben chiara la portata rivoluzionaria e l’esito profondamente democratico dell’architettura che proponeva. Non promuoveva sé stesso ma la sua architettura. Non era un farsi largo per vanità od orgoglio personale. C’era qualcosa di più. Rompere le scatole, anche in senso architettonico, alleggerire i volumi e smembrare i piani, disallineare finestre e pilastri, liberare i vani dalla dittatura della struttura muraria, fino a giungere all’equilibrio precario dei fabbricati e alla loro decostruzione, sono metafore della precarietà e insieme solidità dei fragili sistemi democratici, ai quali, per sopravvivere, serve un minimo di disordine e confusione. L’architettura dei monumenti è statica, grevemente inerme, rigida e poco disposta alla trasformazione, triste e malinconica, finalmente mortifera; l’architettura degli anti-monumenti è flessibile, leggera, dinamica, viva e fondamentalmente felice. Questi pensieri sono anche quelli che presiedono alla mia attività professionale, prima della vanità, dell’orgoglio e del tornaconto. Anch’io, come Pagano allora, cerco oggi di convincere le amministrazioni, di destra o di sinistra, a usare l’architettura in cui credo, ma non per questo devo sentirmi minimamente fascista.

Ps: - Sono un organico, particolarmente critico verso il razionalismo, soprattutto quello di bocca buona della speculazione edilizia. Ma, in questo caso, devo difenderne le ragioni e lo faccio con forza. C’è, credo, un equivoco di fondo. Gregotti, Rossi, Botta e tanti che i tradizionalisti tacciano di modernismo, in effetti moderni non sono. Per chi la pensa come me stanno tra i premoderni proprio per la loro vocazione compositiva fondamentalmente solenne e monumentale.

Auguri per un 2012 felice
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