Commento di ettore maria mazzola all'articolo Un anno molto difficile
Commento all'articolo ---> Un anno molto difficile di Sandro Lazier
Commento 11082 inviato da ---> ettore maria mazzola

Caro Lazier,
se lei dice “Occorre limpidamente dichiarare la propria parzialità e offrirla al confronto”, perché poi sostiene di essere “schieratissimo e poco disposto ai compromessi ideali?”.
Un confronto sano, anche quello combattuto su toni aspri, serve ad aggiornarsi e a crescere per trovare, insieme, delle soluzioni che soddisfino tutte le parti in causa. Diversamente, il “primadonnismo” e la “convinzione di onnipotenza” servono solo a stimolare le rivalità, e finiscono per creare delle barriere insormontabili che portano solo all’acutizzarsi dei problemi.
Gli architetti, ma tutti gli artisti in genere, risultano infettati da questo “virus”.
Nell’ultimo film di Woody Allen c’è un bellissimo scambio di battute tra il protagonista, aspirante scrittore di romanzi, ed Hemingway. Il protagonista chiede al grande scrittore di leggere il suo manoscritto per dargli la sua opinione. Hemingway, in tutta onestà, gli dice a muso duro un qualcosa che suona così: “non chiedere mai ad uno scrittore di giudicare il tuo romanzo, ti dirà sempre che fa schifo perché noi scrittori siamo invidiosi e rivali, e non accettiamo il successo altrui!”
È tristissimo, ma è proprio così, gli artisti vivono nella rivalità e, di questi tempi, vivendo in un’era imbastardita dal consumismo, dalla frenesia e dalla “voglia di apparire”, essi tendono a non ascoltare nessuno, e a superare sé stessi in termini di stravaganza … pur di apparire.
Quando questo avviene nelle arti in genere, il problema è relativo, perché risulta limitato al loro ristretto campo d’azione, un libro, un museo, una sala per concerti, una parete di casa, ed è una scelta personale quella che fa sì che una persona comune entri in contatto con quell’”opera d’arte”, leggendo quel libro, visitando quel museo, ascoltando quella musica, o appendendo sulla parete di casa un determinato quadro.
Quando però questo si verifica tra gli architetti, gli effetti collaterali sono ben diversi, perché gli architetti modificano lo spazio vissuto e, con le loro realizzazioni, possono influire positivamente, o molto negativamente, sulla salute psicofisica delle persone.
Arroccarsi dunque in un mondo tutto proprio, dove per poter dare libero sfogo al proprio estro creativo un architetto può arrogarsi il diritto di non ascoltare il parere degli utenti finali della sua opera, ridotti al ruolo di “cavie umane” su cui testare le proprie convinzioni, porta alle estreme conseguenze che stiamo vivendo oggi, dove le città risultano sempre meno vivibili e, a detta della Commissione Europea per l’Ambiente, gli edifici che abbiamo realizzato negli ultimi 70 anni risultano responsabili del 51% del consumo energetico e del surriscaldamento del pianeta … un bel successo se, come lei sostiene, “Per voler bene al mondo, oggi, occorre essere problematici”.
Io, sbagliando, penso che la nostra presunzione di onnipotenza, tanto cara al suo Zevi che sosteneva che chiunque poteva ritenersi un poeta dell’architettura, debba essere messa da parte, per riprendere la “retta via” che abbiamo smarrito.
Le rammento che in Italia, l’ultimo (o forse il penultimo) ad aver passato la sua vita dicendo “io non sbaglio mai” è stato Mussolini, e si è visto la fine che ha fatto.
Che senso ha dire “Noi cercheremo di ostacolarla”? Perché uno, senza conoscere il lavoro di una persona, dovrebbe a priori decidere di ostacolarla? Ovviamente la risposta è nella frase di Hemingway di cui sopra.
Ma questo non è il modo giusto per progredire, è un modo un po’ infantile e litigioso di farsi la guerra l’un l’altro, modo che non giova né all’uno né all’altro. Questo sistema fa sì che, a pagarne le conseguenze, sia l’ignara società, costretta ed assistere inerme ad una guerra ideologica che, in quanto tale, è una guerra stupida.
Lei mi chiede:“Chi non ha limiti culturali e parzialità di vedute? Lei, forse? Ha verità tali da ritenersi completo culturalmente e detentore d’una verità indiscutibile?”
Io le rispondo che non ho, e non presumo di avere, delle verità indiscutibili, però ho avuto il coraggio, fin da studente, di mettere in discussione le cose che mi venivano impartite in maniera dogmatica. Rarissimamente volte dall’altra parte della cattedra ho avuto la possibilità di trovare gente aperta al dialogo, e così ho sviluppato il mio interesse nella controinformazione che, se non altro, mi dà la possibilità di avere una visione più ampia della realtà.
Le faccio un esempio, molto riduttivo del problema: gli edifici della Garbatella di Roma che risultano essere i più “celebrati” dalla cultura ufficiale sono gli “Alberghi Suburbani” realizzati da Innocenzo Sabbatini. Questi edifici dovevano servire a dare ricovero agli sfollati del centro storico, che tali erano, in seguito alla politica degli sventramenti. La guida di Roma Moderna li definisce così: «quattro alberghi denunciano una sperimentazione progettuale che rimanda a suggestioni futuriste, ad un pittoresco tecnologico metropolitano contrapposto al pittoresco idillico rurale dei precedenti interventi». I quattro alberghi occupano tre lotti triangolari, tre di essi in pianta creano una “Y”, mentre il quarto è concepito a forma di bottiglia per ospitare la sala da pranzo comune. Questi alberghi, in buona sostanza, non sono altro che dei dormitori pubblici, o meglio dei ghetti, dove la povera gente a cui è stata distrutta la casa dovrà vivere ammassata insieme ad altre famiglie. Sostanzialmente l’organizzazione interna era concepita con i servizi ubicati al piano terra: depositi, cucine, refettori, asili per bambini, ambulatori, locali assistenziali ecc. Nell'Albergo Rosso (il più noto) erano ubicate la chiesa e le scuole elementari, mentre nell'Albergo Bianco era la maternità. Le stanze ai piani superiori potevano ospitare persone singole divise per sesso, o nuclei familiari: un lager ante litteram ma, ovviamente, i Media ne cantarono le lodi. Del resto, in un regime dittatoriale, i media dicono ciò che vuole il regime ... lo sappiamo molto bene! Il "Messaggero" del 29 Marzo 1928 riconosce in questa opera «una migliore pratica costruttiva ed una migliore utilizzazione degli spazi dovuta alla semplice scelta tipologia del corridoio con stanze a destra e sinistra. Architettonicamente, elementi ricorrenti quali le bucature, il bugnato basamentale, i semicilindri vetrati dei corpi scala, i portici di ingresso con terrazzo soprastante riconnettono in una unità stilistica la frammentarietà delle linee; spazialmente l'interesse è rivolto soprattutto alla invenzione di larghi ambiti, piazze che ripropongono, all'interno, l'effetto-città, una città figurativamente varia e ricca».
Un’analisi sociologica onesta di questi "Alberghi", al contrario, ci consentirebbe di vederli come l’effetto di una politica non finalizzata a soddisfare i reali bisogni della popolazione, ma piuttosto di una politica a questa imposta: la misera gente, allontanata dalle proprie attività e dalle proprie residenze per far posto agli sventramenti, non venne ritenuta degna di riavere una casa dignitosa come quella che possedeva. L’umiliazione dello “sfollamento” evidentemente non era sufficiente, perché oltre a questo non venne concessa alla gente altra alternativa che quella di vivere o in una "casa rapida" o in un dormitorio pubblico. Il paradosso fu che le venne fatto credere le si stesse facendo un favore non da poco concedendole la modernità. E tutto ciò in base ad un nuovo principio di assetto urbano della città! ... Ma quale era il vero sentimento di questa povera gente rispetto alle ambientazioni che le venivano imposte? Se ci fosse stata una stampa più libera ed onesta, invece di quella strumentalizzata dalla dittatura, che cosa si sarebbe pubblicato?
Lo scrittore Carlo Levi – non per niente poco gradito ai politici del tempo – pensando al dramma sociale che gli "Alberghi” rappresentavano, così li descrisse: «tristi costruzioni che sorgono assurde in mezzo alla campagna deserta, tra le sterpaglie, i mucchi di detriti e i fossarelli asciutti... mostruose e sudice; anacronistiche e tristi come la camicia da sera dal petto immacolato che un selvaggio ubriaco infili sul nero corpo dipinto».
Queste cose all’università non ce le hanno mai raccontate, ed anche certi professori “antifascisti” come Zevi le hanno ignorate, alimentando con la loro visione ideologica dell’urbanistica e dell’architettura, gli interessi degli speculatori … ma non era questo il ruolo che erano stati chiamati a rivestire!
E allora, quando lei dice “Oggi sappiamo bene che è il disagio il motore del cambiamento. Chi sta bene e ha il culo al caldo non si muove” ha ragione da vendere, e infatti non è un caso se tanti architetti e professori hanno talmente il “culo al caldo”, nelle loro residenze e studi professionali in edifici storici siti in pieno centro urbano, da ignorare ciò che accade agli esseri umani al di là delle finestre.
Finché questi professori ed architetti non si “muoveranno” dalla loro posizione privilegiata, che gli consente di poter affermare di essere “schieratissimi e poco disposti ai compromessi ideali”, difficilmente ci sarà la possibilità di operare quel cambiamento che la gente comune invoca ormai da anni, lanciando segnali forti e chiari che, però, risultano invisibili a chi vive con i paraocchi.

Ancora Buon Anno
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Commento inserito il 2/1/2012

2/1/2012 Sandro Lazier risponde a ettore maria mazzola:
Gentile Mazzola, io amo combattere le idee, non le persone. E lo faccio senza compromessi. Per di più sono poco hegeliano. Tra due teorie contrapposte non miro alla loro sintesi. Difendo la mia con tutte le energie possibili, perché prevalga. La scienza funziona in questo modo, con ottimi risultati. Il dibattito tra chi sosteneva che la terra fosse tonda e chi piatta, non costrinse la stessa a diventare una brioches. Perché non dovrebbe funzionare così anche il resto del mondo?
Detto questo, non posso accettare una discussione fondata sul presupposto della vanagloria degli artisti. Non m’interessa la psicologia, perché ci capisco poco. M’interessano, vanagloria o meno, gli esiti del lavoro degli artisti i quali, se non possono creare ma solo copiare dal passato, tali non considero.
Difficile, quindi, per me continuare un confronto sull’architettura senza l’architettura (perché quella da voi proposta, tale non considero). La creatività è il mio paraocchi senza il quale non m’interessa vedere nulla, almeno su questo giornale.

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