| Commento all'articolo
---> Un anno molto difficile
di
Sandro Lazier
|
|
| Commento
11090
inviato da --->
vilma torselli
|
|
|
Pietro, nel tuo intervento rilevo alcune vistose contraddizioni che ti sottopongo. Studiare "i processi di crescita e di formazione delle varie tipologie …. come gli edifici si aggregano a formare le strade e quali siano le gerarchie che si instaurano ….. perchè e dove una piazza sia proprio in quel punto ecc." penso sia ciò che possono fare e probabilmente fanno tutti gli architetti che si apprestino a progettare, non è questo il punto su cui discutere, il punto, ed è proprio ciò che tu critichi, è l'esito che deriva da questa analisi. Ciò che tu non consideri e non ammetti è che qualcuno, da questi preliminari, possa derivare il progetto di "tre scatolette incastrate, o quattro puntazze al vento", secondo te necessariamente frutto di "sensazioni personali e poco più", senza cultura e senza storia. Guarda che per andare contro corrente bisogna conoscere i percorsi della corrente, chi inventa qualcosa di nuovo, in tutti i campi, lo fa perché ha sviluppato una conoscenza critica del vecchio ed affronta con nuovi mezzi "il dramma del passaggio dal vecchio al nuovo e quindi in sostanza l'eterno dramma del processo evolutivo." Le dinamiche sociali sono le più difficili da ricreare artificialmente, ma anche da conservare immutate o sviluppare a tavolino secondo evoluzioni future difficilmente prevedibili o assolutamente impreviste (la globalizzazione e la multietnicità, per esempio). Ma per te dallo studio dei processi del passato deve scaturire per forza un progetto "tradizionale", non importa che sia coerente con la società (moderna) che lo utilizzerà, basta che sia coerente con la tradizione della società che realizzato quei progetti 100? 200? 300? anni prima. Mi pare un punto di vista assai poco democratico per uno che vuole chiamare il popolo a scegliere e poi decreta a priori che, se vorrà dimostrarsi ‘intelligente’, non dovrà/potrà optare per "scatolette incastrate", ma solo per soluzioni "tradizionaliste". Sarà forse la scelta più ‘votata’, ma solo perché è difficile per i non addetti ai lavori immaginare qualcosa di diverso o contrario a ciò che fa parte del loro immaginario consolidato ed in questo senso, penso al commento di Lenzarini, risulta noto, già visto, rassicurante e perciò più ‘semplice’ da capire ed accettare. Rinunciando ad un’occasione, quella di guardare oltre il proprio naso e captare il respiro del mondo, dove sta andando, dove potrà/vorrà arrivare. Perché la tradizione va, appunto, tradìta (o tràdita, come vorrebbe l’etimologia), essa è una lunga storia di regole e norme consolidate disattese, ribaltate, abbandonate, e "quando la nuova regola o configurazione si afferma, il tradimento si trasforma in tradizione [……] Proprio questo è il significato etimologico della tradizione: essa è la storia dei tradimenti passati". (Ada Cortese) |
|
| . .. | |
| Commento
inserito il
6/1/2012
|
|
| ----> Altri
commenti relativi a questo articolo ----> Vai all'articolo Un anno molto difficile ----> Chiude questa finestra ... |
|
|
www.antithesi.info - Tutti i diritti riservati
|
|