Commento di pietro pagliardini all'articolo Un anno molto difficile
Commento all'articolo ---> Un anno molto difficile di Sandro Lazier
Commento 11092 inviato da ---> pietro pagliardini

Vilma, cercherò di chiarire meglio. Io non conosco, e se qualcuno me lo vuole spiegare non con sensazioni ma con qualcosa di più approfondito, un metodo che assomigli anche vagamente a quello scientifico per studiare e quindi portare i risultati di quest studi in ambito urbano, che non sia quello di Muratori-Caniggia. Nikos Salìngaros ne ha studiato un altro partendo da principi matematici e tutto sommato ha moltissimi punti di contatto con il primo.
Il primo, quello di Muratori, avendo avuto una evoluzione più lunga e quindi più soggetti che l'hanno sviluppato e approfondito, e soprattutto essendo nato in Italia, è più radicato in questa realtà, ne ha studiato la crescita e l'evoluzione tipologica, i metodi di aggregazione in diverse realtà territoriali, è partito dall'osservazione puntuale e metodica di varie città (Firenze, Roma, Venezia, Como, ecc) fino al punto di poterne trarre principi generali. Quello di Salìngaros è decisamente più "moderno", è legato alla teoria delle reti, di cui quella urbana fa parte, e anche qui se ne deducono principi generali sempre validi.
La cosa sorprendente è che Caniggia, pur non conoscendo suppongo i frattali e comunque non li cita mai (anche per motivi temporali), parla di "legge dei successivi raddoppi", sia in ambito edilizio che in ambito urbano: "Tutto dipende dal fatto che in qualsiasi molteplicità, l'uomo e i suoi prodotti tendono unitariamente a riconoscersi per gradi scalari, e non per elemento costituente di quella molteplicità senza tramiti successivi. Ad esempio nella società l'uomo si riconosce per moduli successivi, dei quali il minore è la famiglia.. Ma nessuno di noi si sente parte dell'umanità o del mondo occidentale o della nazione italiana senza ammettere una serie di moduli mediani oltre la famiglia. Che lo vogliamo o no, ciascuno di noi è vincolato a gradi intermedi, il vicinato, il rione, il quartiere, la città, la provincia, la regione, entità sociali che hanno una proiezione nella fisicità del nostro ambiente, nella struttura del nostro spazio. Vi è dunque sempre un sistema di moduli e soprammoduli tale che la molteplicità ne viene contenuta da una gradualità di relazioni, in cui ciascun uomo si possa riconoscere non solo come elemento tra elementi di numero indefinito, ma come elemento di un sistema da lui stesso comprensibile per una certa possibilità di apprendere i confini di ogni modulo intermedio" (Caniggia-Maffei).
Ecco, questa è una teoria (ovviamente molto più complessa e completa) che lega l'uomo allo spazio da lui stesso creato in base a leggi molto precise, ricavate dalla lettura dei tessuti, che mai fanno riferimento allo "stile", come non parla mai di stile Salìngaros, ma che di fatto lega la tradizione non alla nostalgia del passato ma ad un metodo che è probabilmente di carattere antropologico addirittura ad una sorta di partecipazione della specie umana alla natura nella sua interezza (le leggi frattali su cui ha scritto Salìngaros).
A questa cosa si contrappone? Si contrappongono interessanti e affascinanti collegamenti a varie discipline (sociologia o psicanalisi o psicologia o statistica o teorie politiche, ecc) ma del tutto prive di sistematicità e quindi parziali. Lo stesso Lynch, che pure con le sue teorie percettive si avvicina spesso agli stessi risultati di Caniggia e di Salìngaros, non sviluppa una teoria completa ma analizza aspetti importanti della percezione della città.
Detto questo vengo alla mia presunta contraddizione che tu individui, mi sembra di capire, nello scarto esistente tra teoria urbana e architettura. L'architettura cui faccio riferimento, semplificata nelle "puntazze e nelle scatolette" non può essere l'architettura per quella città cui mi riferisco idealmente e di cui parlano i sopracitati, perchè essa è interamente ed esclusivamente basata su pura "volontà e gusto personale", su creazioni astratte da ogni riferimento antropologico e quindi dalla tradizione, intesa come metodo conforme all'aggregarsi dell'uomo in quelle comunità organizzate che sono le città, le quali esistono, è bene ricordarselo, da diversi millenni.
E adesso, dopo tutti questi millenni, arriva qualcuno che dice: e no, gli altri hanno sbagliato tutto, non ci hanno capito niente, o almeno "l'uomo è cambiato" e quindi anche l'abitare deve cambiare. Chi l'ha detto che l'uomo è cambiato? A me non risulta tanto: i sentimenti sono gli stessi, per dirne una. Però è la società ad essere cambiata, si dirà. Certo che è cambiata (ma se si ammette questo non vedo messa bene la teoria di Lazier che non esistono i popoli e quindi dubito possa esistere la società) ma in cosa è cambiata? Nel grande sviluppo della tecnica. Ebbene, questo richiede forse spazi molto diversi? Per quale motivo? Io sono qui a scrivere al PC in rete in una spazio normale, lo potrei fare ovunque, in treno, forse con meno concentrazione, dentro una stanza triangolare o dentro una stanza di 6x6, cioè in una cellula elementare. L'onere della prova spetta a chi vuole cambiare, tra l'altro, non certo a chi ritiene che non ve ne sia molto bisogno. Per adesso ho sentito solo sensazioni.
Ma c'è un altro motivo ben più profondo: se è vera la teoria del raddoppio, essa è vera a maggior ragione per l'architettura. E non solo: Salìngaros nei suoi studi ha determinato alcune caratteristiche matematiche essenziali della geometria dello spazio dell'uomo (che coincide con quella frase di Caniggia: "ciascuno di noi è vincolato a gradi intermedi, il vicinato, il rione, il quartiere, la città, la provincia, la regione, entità sociali che hanno una proiezione nella fisicità del nostro ambiente, nella struttura del nostro spazio") in base al quale il passaggio dal piccolo al grande non può avvenire senza gradi intermedi, con dei salti, senza che l'uomo non provi sensazioni disagio. Le architetture di Libeskind, per prendere l'esempio estremo, sono proprio questo: salti di scala, quantitativa e qualitativa, che provocano disagio o almeno disorientamento, sono del tutto prive di scale intermedie e addirittura sono decostruzioni dello spazio.
L'ho fatta un po' lunga ma era necessario. Quanto all'assunto di Lazier, quello della libertà individuale, che io in verità comprendo e in qualche misura ho a cuore quanto lui (ma in modo piuttosto diverso), credo che vi sia spazio per interpretare la tradizione alla luce di nuove occorrenze, sia in campo urbano che architettonico. Questa è, secondo me la sfida. Quando mai un architetto ha dato il meglio di sè senza vincoli! Se esiste la società umana esistono vincoli. Questo è certo
Saluti
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Commento inserito il 7/1/2012

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