Commento di alessio lenzarini all'articolo Un anno molto difficile
Commento all'articolo ---> Un anno molto difficile di Sandro Lazier
Commento 11099 inviato da ---> alessio lenzarini

Proseguendo il dialogo con Pagliardini, ebbene sì: non solo considero il relativismo un valore, ma addirittura lo considero IL valore fondativo di tutta la modernità, la svolta filosofica epocale che distingue la modernità da tutte le epoche culturali che l'hanno preceduta (ognuna delle quali ha sempre elaborato la propria verità assoluta). Il relativismo è la possibilità dell'autodeterminazione dell'individuo, è il dovere-piacere per ogni individuo di autocostruirsi il proprio universo di valori e idee, senza alcuna garanzia di verità oggettivamente condivisibile, con la sola consapevolezza che ciò che in cui crediamo deve avere significato per noi, perché scegliamo di crederci e ne sentiamo soggettivamente l'importanza, senza la rassicurazione che possa essere vero in assoluto. Il relativismo, conseguentemente, è anche accettazione ed esaltazione della complessità e della contraddizione, che diventano a loro volta valori strutturanti della modernità (come diceva Zevi: la modernità è quella che fa della crisi un valore). E la prima consapevole ineliminabile contraddizione (concettualmente raffinatissima) è proprio quella di credere nell'unica verità che non esistono verità: darsi il solo dogma dell'assenza di dogmi.

Limitando il discorso all'arte, mi sembra evidente che tutti i macro-eventi che caratterizzano l'arte del ventesimo secolo (rendendola ineluttabilmente diversa da tutti i fenomeni artistici precedenti) trovino la propria ragion d'essere proprio nell'esplorazione del trittico relativismo-complessità-contraddizione. Basti pensare, solo per fare l'esempio più eclatante e immediato, alla impellente necessità, a inizio novecento, di abbandonare qualunque codice che in qualche misura ponesse un vincolo di oggettività e di regola: non solo il codice classico o le strategie compositive centralizzate in architettura, ma la metrica in poesia, la linearità temporale-narrativa in prosa, la rappresentazione figurativa nelle arti visive. Abbandoni che testimoniano da un lato l'ansia di totale libertà espressiva dell'artista moderno, ma dall'altro anche e soprattutto la necessità di svincolarsi da qualunque forma di sistema linguistico prestabilito che potesse 'puzzare' di oggettivo e di assoluto e in quanto tale risultasse inadeguato ad esprimere il relativismo del proprio tempo. Poi, è chiaro, la grande avventura dell'arte e della cultura moderna è quantomai variegata e pluralista e riassumerla in quattro parole proprio non si può. Mi sto semplicemente riferendo a quelli che sono, perlomeno nella mia visione, gli assunti-chiave che ancora oggi differenziano la modernità da tutte le esperienze culturali precedenti.

Spero che possa essere chiaro, quindi, in che senso usavo, nel mio precedente commento, il termine 'assolutista': non certo come offesa, ma come attribuzione di un atteggiamento culturale anti-moderno o, se vogliamo, pre-moderno. Ritengo che a esprimere le proprie idee, tra l'altro, non si possa mai offendere nessuno, anche quando le idee prendono posizione negativa nei confronti di altre idee.

Rispondo anche ai due quesiti che mi poneva Pagliardini:

"è sicuro che l'arte pre XX secolo, cioè tutta la storia dell'arte e del pensiero umano, si riduca a ricerca tecnica e non vi siano invece contenuti espressi attraverso un raffinata tecnica?"

Non mi sono mai sognato di affermare che nell'arte dei secoli passati ci fosse solo tecnica e non contenuti. Anche perché in tal caso praticamente non ci sarebbe stata arte. Dico soltanto che l'assoluto primato del contenuto sulla ricerca tecnica emerge in tutta la sua dirompenza con la modernità, con l'autoproclamata libertà dell'artista, innanzitutto linguistica ma anche tematica (basta fare le madonnine su commissione, dipingo quello che dico io!), e soprattutto con l'affermarsi del concetto che l'arte 'serve' innanzitutto a fare pensare il pubblico (a stimolarne il libero pensiero...). Voglio dire: sono certissimo che anche per Caravaggio l'obiettivo fosse fare pensare il pubblico, solo che il contesto culturale in cui operava non gli consentiva neanche lontanamente di farlo con la stessa incisività e pregnanza che gli artisti del novecento hanno saputo conquistarsi.

"E quindi è altrettanto sicuro che l'arte del XX secolo ponga l'accento sui" contenuti" dell'opera e non piuttosto "sull'autore" dell'opera stessa, sulla sua storia, sul suo "percorso", sulle sue "intenzioni" e basta, con ciò mettendo proprio in secondo piano il contenuto dell'opera che diventa, infatti, marginale e talora volutamente inconsistente?"

Autore e contenuto talvolta possono coincidere: è una delle grandi idee dell'arte del novecento. Non stiamo parlando ovviamente di vita privata dell'autore (cosa fa l'artista dietro le mura di casa non mi interessa minimamente), ma di importanza culturale che viene a rivestire l'autore stesso in rapporto alla sua opera. Infatti, se ciò che conta nell'opera è innanzitutto il contenuto e il contenuto altro non è che il pensiero che l'artista comunica, l'opera d'arte in fondo è sempre l'artista stesso, che crea l'opera come medium espressivo e non come fine. Ovviamente, poi, l'opera di fatto esiste ed è a disposizione del pubblico per essere reinterpretata e in quella reinterpretazione il pensiero dell'artista viene frainteso, ridimensionato, amplificato, tradito, ripensato. E nel farlo il pubblico pensa (e l'opera raggiunge così il suo obiettivo). Credo si possa parlare davvero di arte solo quando sussiste un'opera che, in quanto tale, venga ad innescare una distanza-ambiguità di significato tra espressione e comprensione: però l'opera in teoria non può che coincidere con l'artista stesso. Il momento in cui Duchamp ha proclamato che quell'orinatoio era un'opera d'arte "perché lo decideva lui" è stato, a mio personale parere, uno dei più grandi momenti dell'intera storia dell'umanità. Quando ci penso ho sempre i brividi.
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Commento inserito il 10/1/2012

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