Commento di Paola D'arpino all'articolo Il moralista: miracolo a Milano
Commento all'articolo ---> Il moralista: miracolo a Milano di Paolo G.L. Ferrara
Commento 890 inviato da ---> Paola D'arpino

Quando, da ragazzina, passavo nei pressi della Palestra di Paliano, nella mia ingenua testolina che certo non immaginava ancora neanche lontanamente che sarebbe diventata a sua volta una “testa da architetto”, non capivo quella struttura, quell’ edificio era per me un dilemma, non capivo perché fosse storto, cadente, mi metteva ansia e preoccupazione, mi chiedevo “ma quando chiameranno le gru per raddrizzarlo ?” Poi il modo di operare di Fuksas è cambiato, si è evoluto e le sue realizzazioni sono ora più comprensibili anche ai non addetti ai lavori. Non amo molto le polemiche ma trovo comunque che l’architettura e gli architetti non dovrebbero agire politicamente né fare dichiarazioni che vadano ad inserirsi in contesti che dovrebbero rimanere solo per i “politici di professione”. E parliamo dunque di architettura. Trovo che il nuovo centro fiere di Milano sia una grande opera con importanti aspetti positivi come ad es. la grande funzionalità, la celerità di realizzazione, la comprensibilità immediata dei tracciati, cosa di primaria importanza per un visitatore che in poco tempo ha la necessità di visitare tutto nel minor tempo possibile. Quello che però condivido pienamente con quanto espresso da Ferrara è la perplessità su quella caratteristica ormai ampiamente diffusa in molti architetti “in”, di progettare cose che “potrebbero stare ovunque”, opere astratte, introspettive, prive di rapporti con il contesto*. Potremmo vederle come una nuova architettura globalizzante, oppure una sorta di digital-re-newinternational-style, tanto per evidenziare che anche questa non è una novità, e neanche di grandi prospettive se dobbiamo considerare il breve successo del primo international style. E oggi, come allora, potremmo porre le stesse obiezioni su aspetti oggettivi e strettamente pratici, come la diversità di clima, perché ad esempio, personalmente sarei curiosa di sapere come sono stati risolti gli aspetti di bilancio termico estivo ed invernale e di FEN secondo normativa nella Nuvola di Roma. Poi ci sono gli aspetti più soggettivi e quindi opinabili come “l’apertura al territorio” e l’intervento per “mutare il luogo”, il rapporto con la città ed i suoi fruitori. Personalmente ritengo che anche questi aspetti “soggettivi” siano irrinunciabili: le architetture non sono né monumenti celebrativi fini a stessi e neanche semplici strumenti per l’esplicazione di una specifica funzione, sia essa espositiva, abitativa o produttiva. Le architetture sono prima di tutto per gli individui, gli uomini e le donne che devono vivere, attraversare, guardare le loro case, i loro uffici, le loro città e perdere il rapporto con l’intorno porta a perdere proprio quel rapporto con l’Uomo.
A proposito della querelle su chi scrive troppo e costruisce poco: scrivere significa ragionare, avere delle opinioni, comunicarle, discuterle e magari, anche metterle in dubbio ed essere pronti a perfezionarle. Progettare con la consapevolezza delle proprie idee non può far altro che aiutare a costruire mondi migliori.
Paola D’Arpino
*(aspetto già evidenziato nel mio commento “Nuvole?” su http://www.architettiroma.it/archweb/dettagli.asp?id=6550) e da Paolo Marzano in “L’Uomo altrove” su http://www.costruzioni.net/l'uomoaltrove.htm )
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Commento inserito il 17/4/2005

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