Fonti della Critica

Critica dell'Architettura - di S. Lazier e P.G.L. Ferrara
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L’appesa, vicissitudini di una città ideale


di Ugo Rosa
L’impiccato muore coi piedi per aria. A dirlo sembra niente, ma è per questo che la morte per impiccagione è sempre stata considerata disonorevole ed empia, contrariamente a quella procurata dall’ascia oppure dalla lama a caduta. Bisogna poi fare attenzione ai flussi: il sangue dell’impiccato non è liberato, gonfia il corpo e vi rimane prigioniero, lassù, a mezz’aria, in contraddizione con le leggi naturali.
Nel decollato, viceversa, il sangue fluisce diligentemente e, fluendo, si ricongiunge alla terra, sua madre. Non è cosa da poco.
Morte ingolfata e brutale quella dell’appeso! Poco decorosa e, inoltre, terribilmente teatrale.
La forca infatti, che di quella morte è palco e strumento, si attesta proprio come “macchina scenica”. Non manca neppure, quando le cose sono fatte a dovere, la botola per la sparizione a effetto del protagonista.
L’esecuzione per via di corda e di sapone, insomma, fu sempre un coup de théâtre. La si potrà, se si vuole, relegare al genere inferiore (grand-guignol, farsa macabra) sostenendo che la tragedia classica necessita di cadaveri immobili, giacenti e possibilmente eccellenti (a parte i revenants che però si rifanno, appunto, vivi e che perciò “morti”, propriamente parlando, non sono più) ma difficilmente, io credo, le si potrà contestare questa straordinaria vocazione teatrale.
L’impiccato dunque.
 
 

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