È
difficile, forse impossibile in una stagione di crisi esistenziale e strutturale
della scuola, descrivere l'itinerario di un maestro. Questione di pudore: un aggettivo
di piú, si cade in accenti deamicisiani, e vien la nausea. Come rievocare
la tensione creata, in una classe liceale durante il fascismo, da un appassionato
discorso su Giotto o su Leonardo? Come spiegare l'arcano motivo per cui un corso
di storia dell'arte spronava al coraggio civile e consentiva ai migliori di andare,
con animo convinto, in galera? Qualcuno ha detto che le lezioni di Rivosecchi,
mosse da una sensibilità di poeta, risultavano in opere d'arte. Dopo aver
letto la raccolta " Pietra e colore ", Giulio Carlo Argan scriveva all'autore:
" ... ho ammirato dal 'verso', appunto, della critica d'arte. Hai saputo
trovare un'aderente equivalenza di immagini, una cosí limpida plasticità
delle parole, che la lettura mi ha dato una vera gioia ". Giudizi autentici,
sinceri, che si possono emettere in una lettera privata, non in pubblico. Oggi,
temo, i giovani non capirebbero: nella loro mania dissacratrice, rifiutano ogni
abbandono lirico e confondono l'entusiasmo col plagio. " Arte a Roma "
esce nel momento piú inopportuno, controcorrente; contesta la contestazione,
riesumando un modo antico di guardare un quadro, una statua, un monumento; un
modo ormai desueto di insegnare, di colloquiare con gli studenti. Alla scuola,
Mario Rivosecchi ha donato sé stesso. Nato nel 1894, laureatosi in giurisprudenza
e poi in filosofia, partecipò in posizione distaccata al movimento futurista,
ma i lunghi anni della grande guerra (da cui tornò invalido) servirono
a liberarlo da ogni vuoto estetismo. Docente di filosofia al " Dante "
di Firenze dal 1920, passa poi a Tolentino per insegnare lettere in un istituto
medio; ma, contemporaneamente, dal '25 al '28, si reca, tre pomeriggi alla settimana,
al liceo classico di Macerata: dove è incaricato di storia dell'arte. Spende
115 lire al mese per l'abbonamento ferroviario, contro uno stipendio di 110. A
Roma dal 1928, per dieci anni è professore al " Visconti ", al
Liceo Artistico ed anche in vari licei privati. Si sposta da una scuola all'altra,
in auto o a piedi, nei pochi minuti di intervallo, entra in aula ansante, ma la
fatica scompare, trattando di Simone Martini o del Caravaggio; l'argomento si
rinnova ogni volta e si intensifica, la comunicazione con gli allievi ha un effetto
magico, tonificante. Eletto direttore dell'Accademia di Belle Arti nel '38, riforma
l'anacronistico ambiente, chiamando Savelli e Ziveri, poi Mazzacurati , Guttuso,
Capogrossi. Dal '64, lasciata la scuola per limiti d'età, trascorre una
vecchiaia serena ed intellettualmente attivissima. Sempre lo stesso maestro, come
in una favola d'altri tempi. Lo attestano i ritmi semplici ed i pacati pensieri
di queste pagine , in cui ardore, per chi sa discernere, apparirà scevro
d'ogni esibizionismo celebrativo. La storia dell'arte s'insegna oggi in maniera
diversa, secondo altri metodi di scavo e penetrazione? Poco importa. Questa maniera
- non generica, ma neppure masochisticamente specialistica - ha superato pienamente
il collaudo: ha portato decine e decine di giovani alla cultura e alla cospirazione.
Sollecitare negli studenti le valenze indipendenti ed anticonformistiche: ecco
la dote emergente di Rivosecchi. Si è sbagliato raramente, nel presentire
un talento. Nel suo paese natio, a Grottammare Adriatico, scopre Pericle Fazzini
dodicenne, lo educa, lo aiuta a vincere il pensionato; a Firenze, è amico
degli artisti più vivaci; a Roma, sostiene Cagli, Montanarini, Guttuso,
Soldati. Tra gli allievi del liceo " Visconti " svolge l'azione umanamente
più feconda; in segreto, le sue lezioni alimentano tuttora persone dedite
alle attività più disparate: politici, letterati, medici, economisti.
Ma la figura di Rivosecchi assumeva un significato anche fuori del " Visconti
"; e, per dimostrarlo, racconterò un episodio personale, il suo incontro
con uno studente universitario proveniente dal " Tasso ". Ho conosciuto
Mario Rivosecchi nell'autunno del 1937, durante un burrascoso dibattito sulle
arti figurative. Ne ha accennato Ruggero Zangrandi in quella sua biografia della
nostra generazione, intitolata " La lunga via attraverso il fascismo "
. Di notte, a Palazzo Braschi. Membro della commissione giudicatrice, Rivosecchi
sedeva in cattedra. Antonello Trombadori ed io, con sprezzante vigore, propugnavamo
tesi eretiche e blasfeme. Nel pubblico, ricordo Aldo Natoli, Paolo Bufalini, il
fraterno amico Mario Alicata, e un folto, compatto nucleo di studenti o ex-studenti
del " Visconti ", che applaudivano ad ogni sferzata contro il regime.
Il tema in discussione era tipico di quel macabro periodo. Riguardava la ricerca
di un' " arte fascista " collegata alla " tradizione italiana ":
invito al connubio di retorica nazionalista e pseudo-erudizione. Del resto, l'illusione
di una fronda intellettuale - all'interno del sistema dittatoriale - volgeva al
termine. L'involuzione autarchica si palesava sull'intero fronte culturale, e
con particolare evidenza in architettura. Finiti i tempi della Stazione di Firenze,
della Casa del Fascio di Como, delle Triennali polemiche, ci si avviava al cimitero
marmoreo dell'E. '42. Marcello Piacentini faceva macchina indietro anche rispetto
alle modeste aperture della città universitaria: dove aveva accolto, pur
condizionandoli pesantemente, edifici di Pagano, Capponi, Aschieri, Ponti e Michelucci.
Nel campo storico-critico, la scena era dominata da Gustavo Giovannoni, impervio
avversario del movimento moderno. Con Trombadori, avevamo deciso di non usare
mezzi termini. Poiché rifiutavo la politica del " doppio binario ",
cioè di un antifascismo mascherato da " sinistra fascista ",
affermai subito che il tema era mal posto: l'arte moderna, affrancata da meschini
e velleitari sciovinismí, doveva operare al livello internazionale. Ispirazioni
al passato, alla tradizione italiana? Nessuna, in linea programmatica: l'architettura
funzionale nasceva dal contenuti sociali e dalla loro coerenza espressiva; quanto
alla storia, bisognava apprenderla cosí intimamente da poterla dimenticare.
Bando agli equivoci: del passato dovevamo respingere, senza eccezione, i parametri
monumentalistici e gli schemi compositivi chiusi: anzitutto, il monumentalismo
romano che incentivava l'indirizzo piacentiniano, poi quello piú sottile
del Rinascimento, in fine il barocco, occultamente persuasivo. Restava un unico
riferimento: l'edilizia civile dell'età comunale, anticlassicistica, flessibile,
scevra di dogmi e regole progettuali, calzante con le situazioni territoriali
e con chiari equilibri socio-economici. L'intento, dunque, poteva essere cosí
formulato: iniettare nel linguaggio di Gropius, Le Corbusier, Mies e Oud un arricchimento
basato sullo studio del Medioevo civile, onde precluderne la cristallizzazione
classicistica. Dopo oltre trent'anni, questo discorso suona cosi assiomatico ed
ingenuo da fare arrossire. Ma, in circostanze analoghe, sarei pronto a ripeterlo:
in fondo, la lotta contro il classicismo e i sistemi progettuali chiusi resta
ancora la premessa di ogni impegno architettonico contemporaneo. Oggi, naturalmente,
possiamo avvalerci di una piú ampia gamma di argomentazioni: critichiamo
il monumentalismo romano con l'esperienza adrianea e tardo-antica, di cui la visuale
del Giovannoni - malgrado gli apporti della scuola viennese - riduceva l'originalità
fino ad annullarla; ci ispiriamo ad un urbanista rinascimentale come il ferrarese
Biagio Rossetti in quanto ostile alla " città ideale ", oppure
a Michelangiolo - nell'urlo dei disegni per le fortificazioni fiorentine -, o
al Borromini nell'eversione profanatrice dello statico volto urbano di Roma. Mille
eccezioni e riserve, su quel categorico giudizio di trent'anni fa; ma a condizione
di non stemperarne il proposito anti-monumentalistico ed anti-classicistico che
va ribadito oggi, con la stessa determinazione, per frustrare la beota "
avanguardia dei gamberi " cioè le sofisticate evasioni neoclassicbe
alla Ledoux o alla Boullée, e quelle neobaroccheggianti. Nel 1937, avevo
diciannove anni, Rivosecchi quarantatrè. Per lui, sarebbe stato facilissimo
obbiettare, o almeno attenuare la violenza unilaterale della tesi esposta, magari
con l'alibi di renderla accettabile agli altri membri della giuria. Invece, ne
intuí le implicazioni e rinunciò: mi guardò con occhio scrutatore,
in cui affioravano un'impercettibile intesa e un velo d'ironia. " Lo riconobbe
e non lo scambiò per un altro ", direbbe un saggio biblico. Da quella
notte, Mario Rivosecchi, di là dalla storia dell'arte, conquistò
un nuovo allievo.
Testo inserito il
03/11/2001
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