1. Città e regione
La Carta di Atene sancì l'unità essenziale delle città
e delle loro regioni. Ma l'incapacità generale di affrontare la
realtà e le esigenze della crescita urbana e delle trasformazioni
socioeconomiche induce a riaffermare questo principio in termini più
specifici e pressanti.
Oggi, in tutto il mondo, il fenomeno dell'urbanizzazione ha portato ad
un punto critico la necessità di un uso più efficace delle
risorse naturali ed umane. La pianificazione, quale strumento sintetico
per analizzare i bisogni, i problemi, le possibilità e per guidare
la crescita, lo sviluppo e i mutamenti urbani nei limiti delle risorse
disponibili, è un obbligo fondamentale dei governi impegnati nel
tema degli insediamenti umani.
Nel contesto dell'urbanizzazione contemporanea, i piani devono esprimere
l'unità dinamica delle città e delle circostanti regioni,
non meno che le relazioni funzionali essenziali tra quartieri, comprensori
ed altre aree urbane. Le tecniche e la metodologia della pianificazione
devono essere applicate a tutte le scale degli insediamenti umani - quartieri,
città, aree metropolitane, regioni, nazioni - per orientare le
localizzazioni, i tempi e le caratteristiche dello sviluppo.
L'obiettivo del pianificare, in generale, cioè della programmazione
economica, urbana e architettonica, è in sostanza l'interpretazione
delle esigenze umane e l'approntamento di strutture e servizi urbani congeniali
ad una situazione sociale in sviluppo. Questa pianificazione richiede
un continuo, sistematico processo di interazione tra progettisti, utenti,
amministratori e politici.
La mancanza di connessione tra programmi economici nazionali e regionali
e piani urbanistici ha implicato uno spreco che ha ridotto l'efficacia
di entrambi. Troppo spesso le aree urbane riflettono gli effetti secondari
di decisioni economiche basate su strategie vaste ed astratte, a lungo
termine. Queste decisioni, a livello nazionale, hanno trascurato le necessità
prioritarie delle aree urbane e l'interdipendenza operativa fra strategia
economica generale e pianificazione del territorio. Perciò la maggior
parte della popolazione non ha goduto i benefici potenziali della pianificazione
urbanistica e architettonica.
2. La crescita urbana
Dal tempo della Carta di Atene, la popolazione mondiale si è raddoppiata,
determinando una triplice crisi: ecologica, energetica ed alimentare.
Poiché il ritmo della crescita demografica nelle città è
assai più rapido dell'aumento generale delta popolazione, a questa
crisi va aggiunto il decadimento urbano, sottolineato dalla penuria di
case, dalla deficienza dei servizi pubblici e dei trasporti, dal deteriorarsi
della qualità della vita. Le soluzioni urbanistiche proposte dalla
Carta di Atene non potevano prevedere un fenomeno di tale portata, prodotto
dall'esodo rurale che e oggi alla base dei problemi urbani.
Si possono distinguere due specifiche caratteristiche del caotico accrescimento
delle città: la prima corrisponde alle regioni industrializzate,
dove gli abitanti economicamente più agiati emigrano verso i sobborghi,
resi agibili dalla diffusione dell'automobile, abbandonando le aree centrali
a nuovi immigranti che non hanno le capacità economiche e culturali
per garantirne il mantenimento e i servizi; la seconda riguarda le regioni
in via di sviluppo, le cui enormi città sono invase da una massiccia
immigrazione rurale che s'insedia in zone marginali prive d'ogni genere
di servizi e di infrastrutture. Questi fenomeni non possono essere risolti
e neppure controllati con gli usuali strumenti e con le normali tecniche
della pianificazione urbana. Dette tecniche tentano di incorporare le
aree marginali nell'organismo della città e, in molti casi, le
misure adottate per regolamentare la marginalità (introduzione
di servizi pubblici, strade, case popolari, ecc.) paradossalmente contribuiscono
ad aggravare il problema, incentivando i movimenti immigratori. Le variazioni
quantitative producono così fondamentali alterazioni qualitative.
3. Le funzioni integrate
La Carta di Atene suggerisce che la chiave dell'assetto urbano attiene
a quattro funzioni basiche: abitare, lavorare, ricrearsi e circolare
i piani regolatori devono definire la struttura e la localizzazione
di queste funzioni. Questo ha portato ad una settorializzazione funzionale
delle città, dove il processo analitico è stato scambiato
con l'approccio sintetico atto a creare un ordinamento urbano. Di conseguenza,
le relazioni interpersonali nella vita delle città sono state ostacolate
al punto che ogni opera architettonica è divenuta un oggetto isolato
e le interrelazioni spaziali sono determinate principalmente dalla mobilità
umana.
L'esperienza degli ultimi anni ha evidenziato che lo sviluppo urbano non
deve incoraggiare la divisione delle città in distinti settori
funzionali, ma invece deve mirare ad un'integrazione polifunzionale e
contestuale.
4. L'abitazione
A differenza della Carta di Atene, noi giudichiamo che la comunicazione
umana sia il fattore predominante nell'esistenza stessa della città.
Pertanto, la pianificazione urbana e i programmi di edilizia residenziale
devono tener conto di questo fatto. Consideriamo inoltre che la qualità
della vita e la sua integrazione con l'ambiente naturale sia un fondamentale
traguardo nella formulazione di spazi abitabili.
Le case popolari non vanno intese come meri prodotti di consumo, sebbene
come potenti strumenti di sviluppo sociale. La progettazione delle abitazioni
deve avere la flessibilità necessaria per adattarsi alla dinamica
sociale, facilitando la partecipazione creativa degli utenti; perciò
dovrebbero essere progettati e prodotti in massa elementi edilizi assemblabili
da parte dei fruitori, secondo il loro livello economico.
Lo stesso spirito di integrazione che rende il problema comunicativo
fra gli abitanti della città un elemento basico della vita urbana
dovrebbe presiedere alla localizzazione e alla struttura delle aree residenziali
dei diversi gruppi comunitari, evitando separazioni inaccettabili alla
dignità umana.
5. I trasporti
Le città devono programmare e gestire un sistema di trasporti
pubblici di massa, considerandolo un aspetto basilare della pianificazione
urbana. Il costo sociale dei sistemi di circolazione va correttamente
valutato nello studio dell'ampliamento delle città.
La Carta di Atene fu esplicita nel definire la circolazione una fondamentale
funzione urbana, ma implicò la sua dipendenza dall'automobile come
mezzo di trasporto individuale.
Dopo 45 anni, appare chiaro, che la soluzione ottimale non consiste nel
differenziare, moltiplicare e articolare le connessioni stradali. È
ormai evidente, e va sottolineato, che la soluzione dei trasporti deve
essere ricercata subordinando i mezzi individuali a quelli pubblici di
massa.
Gli urbanisti devono capire che la città è una struttura
in sviluppo la cui forma non può essere definita perché
occorre prevederne la flessibilità e l'estensione. I trasporti
e le comunicazioni producono una serie di griglie interconnesse che servono
come un sistema articolato fra spazi interni ed esterni, e vanno progettate
in maniera tale da ammettere una sperimentazione infinita nei mutamenti
di forma ed estensione.
6. La disponibilità del suolo urbano
La Carta di Atene affermò la necessità di una legislazione
che consentisse di utilizzare il suolo per fini sociali, subordinando
gli interessi privati a quelli collettivi. Malgrado i vari sforzi compiuti
dal 1933 in poi, le difficoltà incontrate nell'esproprio delle
aree fabbricabili continuano a frapporre un ostacolo rilavante alla pianificazione
urbana. Si auspica perciò l'adozione di misure legislative efficienti,
capaci di produrre sostanziali miglioramenti a breve termine.
7. Risorse naturali e inquinamento ambientale
Una delle più serie minacce contro la natura è determinata
oggi dall'inquinamento ambientale che si è aggravato fino a raggiungere
proporzioni senza precedenti, potenzialmente catastrofiche, quale diretta
conseguenza di una urbanizzazione non pianificata e di un eccessivo sfruttamento
delle risorse.
In tutto il mondo, nelle aree urbanizzate la popolazione è sempre
più soggetta a condizioni ambientali incompatibili con standards
sanitari decenti e col benessere umano.
Tra le caratteristiche inaccettabili delle odierne aree urbane si annoverano
eccessive quantità di sostanze tossiche nell'atmosfera, nell'acqua
e negli alimenti nonché dannosi livelli di rumore. La politica
di piano che sovrintende allo sviluppo urbano deve includere immediate
misure per evitare che si accentui questa degradazione ambientale e per
incentivare il restauro di un ambiente consono alle norme dell'igiene
e del benessere umano. Queste misure possono e devono riflettersi nella
programmazione economica e urbanistica, nella progettazione architettonica,
nel criteri e nelle normative tecniche, in genere nella politica di sviluppo.
8. Tutela e preservazione dei valori culturali e
del patrimonio storico-monumentale
L'identità e il carattere di una città sono formati, ovviamente,
non solo dalla struttura fisica ma anche dalle connotazioni sociologiche.
Per questo è necessario salvaguardare e conservare le pietre miliari
della nostra eredità storica e i suoi valori culturali, onde riaffermate
le peculiarità comunitarie e nazionali e/o quelle che assumono
un autentico significato per la cultura in generale. Analogamente, è
indispensabile che l'azione preservatrice, di restauro e riciclaggio
di ambienti storici e monumenti architettonici, sia integrata nel processo
vitale dello sviluppo urbano, anche perché questo costituisce l'unico
modo di finanziare e gestire tale opera Nel processo di riciclaggio
di queste zone va presa in considerazione la possibilità di innestarvi
edifici moderni di alta qualità.
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Dovrebbe essere chiaramente
inteso che la tecnologia è un mezzo e non un fine. Va applicata
per realizzare le sue potenzialità in seguito a un serio lavoro
di ricerca sperimentale, compito che i governi dovrebbero prendere in
considerazione.
La difficoltà di usare processi altamente meccanizzati o materiali
industrializzati deve implicare non una mancanza di rigore tecnico o di
giusta risposta architettonica al problema da risolvere, ma una disciplina
più approfondita nel pianificare le soluzioni realizzabili con
i mezzi disponibili.
La tecnologia costruttiva deve studiare la possibilità di riciclare
i materiali al fine di trasformare gli elementi edilizi in risorse utili
al rinnovo urbano.
10. L'attuazione di piani
Le autorità pubbliche e la professione devono riconoscere che gli
obiettivi del processo di pianificazione non si esauriscono redigendo
piani regolatori urbani e regionali. È responsabilità dei
governi e della professione perseguire l'attuazione dei piani e delle
politiche su cui sono basati. Dato il costante processo di mutamento che
incide sulla città e sulle aree urbane, le pubbliche autorità
hanno anche I obbligo di aggiornare e revisionare i piani di tempo in
tempo, secondo le circostanze.
Va anche compreso che ogni area urbana o regionale, nel processo di attuazione
dei piani e delle politiche di sviluppo, deve raggiungere un proprio equilibrio
rispetto all'ambiente, ai limiti delle risorse e alla forma fisica.
11. Progettazione urbana e architettura
La Carta di Atene non si occupò di design architettonico. Non era
necessario, perché coloro che la firmarono concordavano nel definire
l'architettura “le jeu savant des volumes purs sous la lumiere”.
La Ville Radieuse era composta di tali volumi; applicava un linguaggio
architettonico di matrice cubista perfettamente coerente con la concezione
e la metodologia di un pianificare volto alla scomposizione della città
nelle sue parti funzionali.
Durante le recenti decadi, l'architettura moderna è cresciuta.
Il suo problema principale non è più il gioco visuale dei
volumi, ma la creazione degli spazi sociali in cui vivere. L'accento ora
non è sul contenente, ma sui contenuti; non sulla scatola edilizia
isolata, per quanto bella e sofisticata essa sia, ma sulla continuità
del tessuto urbano. Nel 1933, lo sforzo era diretto a disintegrare l'oggetto
architettonico, e la città, nelle sue componenti. Nel 1977, mira
a reintegrare queste componenti che! fuori della loro relazione, hanno
perduto vitalità e significato.
La reintegrazione, in architettura come in urbanistica, non è l'integrazione
a priori tipica del classicismo. Va detto con franchezza che i vari tentativi
di risuscitare revivals Beaux-Art sono antistorici ad un grado grottesco,
tanto da non meritare neppure di essere discussi. Ma sono sintomi di un
consumo linguistico di cui dobbiamo tener conto, non per retrocedere ad
una sorta di eclettismo ottocentesco, bensì per attingere uno stadio
più maturo del movimento moderno. Per essere precisi, le conquiste
degli anni trenta, quando la Carta di Atene fu promulgata, sono ancora
pienamente valide. Esse concernono: a) l'analisi delle funzioni e dei
contenuti edilizi, b) il principio de a dissonanza, c) la visione antiprospettica
spazio-temporale, d) la disgregazione della tradizionale scatola edilizia,
e) la riunificazione dell'ingegneria strutturale con l'architettura. A
queste “costanti” o “invarianti” linguistiche
ne vanno aggiunte altre due: D la temporalizzazione dello spazio, e g)
la reintegrazione edificio-città-territorio. Lo spazio temporalizato
è il massimo contributo di Frank Lloyd Wright: corrisponde alla
visione dinamica spazio-temporale del cubismo applicandola non solo ai
volumi, ma anche agli spazi umani, non solo u valori visuali ma anche
a quelli sociali. Quanto alla reintegrazione edificio-città-territorio,
è la naturale conseguenza della reintegrazione tra città
e campagna.
È giunto il momento di rivolgere un appello agli architetti affinché
divengano pienamente coscienti dello sviluppo storico del movimento moderno,
e cessino di moltiplicare panorami urbani obsoleti, composti da prismi
monumentali, verticali od orizzontali, opachi, riflettenti o trasparenti.
La nuova urbanistica esige una continuità edilizia, e questa implica
che ogni elemento del continuum richieda un dialogo con gli altri elementi
per completare la propria immagine.
Il principio del “non-finito” non è nuovo. Fu indagato
dai manieristi e, in forma esplosiva, da Michelangiolo. Ma adesso è
un principio non meramente visuale, sebbene soprattutto sociale. L'esperienza
dell'arte, nelle ultime decadi, ha dimostrato che l'artista non produce
più oggetti finiti: si ferma a metà strada, o a tre quarti,
del processo creativo in modo che lo spettatore non sia più in
stato di passiva contemplazione dell'opera d'arte, ma divenga un fattore
attivo del suo messaggio polivalente. Nel campo edilizio, la partecipazione
dei fruitori è anche più importante e concreta. Significa
che la popolazione deve partecipare attivamente e creativamente ad ogni
fase del procedimento progettuale al fine di integrare il lavoro dell'architetto.
L'approccio non-finito non diminuisce il prestigio dell'urbanista o dell'architetto.
Le teorie della relatività e dell'indeterminazione non hanno ridotto
il prestigio degli scienziati.
Al contrario, l'hanno accresciuto, perché uno scienziato non dogmatico
è rispettato assai più del vecchio “deus-ex-machina”.
Se la gente è coinvolta nel processo architettonico, il rilievo
sociale dell'architetto ne risulterà elevato E l'alimento per l'inventività
architettonica sarà più grande e ricco Infatti, se gli architetti
si liberano dal precetto accademico della pulitezza, la loro immaginazione
potrà essere stimolata dall'immenso patrimonio dell'architettura
popolare (Kitsch incluso), di quella “architettura senza architetti”
recentemente tanto studiata.
Anche qui, tuttavia, dobbiamo fare attenzione. Riconoscere che i vernacoli
e i gerghi edilizi possono contribuire alla fantasia architettonica non
significa imitarli. Una simile operazione tanto di moda oggi, è
folle quanto copiare il Partenone. Il problema e affatto diverso da quello
dell'imitazione. E un fatto accertato che l'approccio più colto
alla progettazione architettonica, proprio perché è libero
da ogni convenzione—dagli ordini di Vitruvio e da quelli BeauxArts
come dai “cinque principi” corbusieriani del 1921—incontra
spontaneamente e si fonde con gli idiomi popolari. La partecipazione degli
utenti renderà questo incontro tra linguaggio di alta cultura e
linguaggio popolare più organico e autentico.
Talvolta, per la loro monumentalità, le costruzioni sulle alture
dell'antico Perù sono state paragonate alle piramidi egiziane.
Fisicamente, per la grandiosità di ambedue le concezioni, il confronto
è calzante. Ma queste furono edificate come monumento alla morte
che esaltava la gloria del faraone, mentre quelle furono elevate per le
comunità, come monumento alla vita. Vita sulle vette e morte in
pianura esprimono, volumetricamente e spiritualmente, la rotta diversa
di due grandi civiltà che edificarono per l'eternità.
La Carta del Machu Picchu è stata firmata dai
seguenti architetti:
Santiago Agurto Calvo, Commissione organizzativa della riunione, Perú;
Fernando Belaunde Terry, Commissione organizzativa della riunione, Perú;
Felix Candela, University of Illinois, Chicago; Francisco Carbajal de
la Cruz, Politecnico Nazionale, Mexico, D.F.; George Collins, Columbia
University, New York; Leanard J. Currie, University of lllinois, Chicago;
Jorge Glusberg, Scuola di Studi Superiori, Buenos Aires; Mark Jaroszewicz,
University of Florida, Gainesville; Oscar L. de Guevara, Universidad del
Cuzco; Alejandro Leal Garcia, Universidad Nacional Autonoma, Mexico, D.F.;
Reginald Malcolmson, University of Michigan, Ann Arbor; Dorn Mc. Grath,
The George Washington University, Washington, D.C.; Luis Miro Queseda
Garland, Commissione organizzativa della riunione, Perú; Carlos
Morales Machiavello, Commissione organizzativa della riunione, Perú;
Guillermo Payet Garreta, Commissione organizzativa della riunione, Perú;
Paulo Pimentel Morales, Ministero dello Sviluppo Urbano, Caracas; Felipe
Prestamo, University of Miami, Coral Gables, Florida; Heotor Velarde,
Commissione organizzativa della riunione, Perú; Fruto Vivas, Universidad
Central de Venezuela, Caracas; Bruno Zevi, Università di Roma;
e da Mannel Ungaro Zevallos, Oscar Alvarez, Elizabeth Carrarco della Commissione
organizzativa della riunione. Perú.
Il documento è stato inviato per la firma ai seguenti
architetti che hanno aderito alla riunione:
Charles Eames, José Luis Sert, Buckminster Fuller, Gordon Bunshaft.
John Mc. Ginty, Jerzy Zoltan, Paul Rudolph, Bruce Graham, James Swann
(U.S.A.); Pier Luigi Ricardo Legorreta, Pedro Ramirez Vasquez (Messico);
Julian Ferris (Venezuela); Kenzo Tange, Kunio Mayekawa (Giappone); Oscar
Niemeyer (Brasile); Brian Henderson (Inghilterra); Alejandro Moser (Svizzera);
Enrico Tedeschi, Amancio Williams, Clorindo
Testa, Daniel Ramos Correas (Argentina).
I firmatari e gli aderenti alla Carta del Machu Picchu si sono costituiti
in gruppo al fine di diffondere il documento, ampliare le adesioni, formulare
uno statuto e un programma di lavoro che saranno discussi nella prossima
riunione indetta a Città del Messico per l’ottobre 1978,
in coincidenza con il Congresso dell'Unione Internazionale degli Architetti.
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