Indietro tutta: l'architettura è tutta un quiz
Oggi è il 3/9/2010
Controrivista
Indietro tutta: l'architettura è tutta un quiz
di Paolo G.L. Ferrara - 23/1/2002
Facciamo un gioco, una sorta di Test/Quiz.
Domanda: usando quale elemento dell’architettura il progettista raggiunge il piacere ?
Possibili risposte: A-Pianta; B-Prospetti; C-Sezioni; D-Nessuna di queste, ma attraverso la sua totalità.
Se hai risposto A: la tua visione dell’architettura è piatta, bidimensionale, comunque astratta poiché la pianta la si vede solo nei disegni e, in realtà, non esiste se non quale piano di calpestio; elemento fondamentale per qualsiasi architetto, la pianta è però solo la base per la tridimensionalità e per la quadridimensionalità: senza di esse la pianta è solo tracciato immateriale, e solo con esse la pianta diventa parte dello spazio architettonico.
Se hai risposto B: la tua visione architettonica è classicista, retorica, immobile. I prospetti sono parte di un processo che non contempla il separarli dal resto, dunque essi sono espresione dello spazio che racchiudono, non spazio inteso funzionalisticamente, ma spazio quale “vuoto dinamico”, spazio “spazialmente esteso”.
Se hai risposto C: la tua ricerca del piacere dovrà essere appagata durante la costruzione dell’edificio. Una volta terminata, non potrai più godere dell’orgasmo provato guardando i disegni di sezione. C’è però una possibilità di maggiorare il punteggio corrispondente alla risposta C: se per sezione intendiamo un lavoro fatto in sinergia con tutte le altre direzioni dello spazio architettonico, allora si passa alla risposta successiva.
Se hai risposto D: significa che provi piacere solo quando la tua idea di spazio ( e dunque, del “vuoto”) trova realizzazione nel constatare che esso esiste e fa esistere piante, sezioni, prospetti.
Il test/quiz di cui sopra è un giochino divertente che - e ne sono consapevole- lascia il tempo che trova, così come il titolo dell’articolo che ricorda la goliardia di Renzo Arbore e della sua truppa ( tra cui c’era Mario Marenco, architetto e, per quanto io ne sappia, anche bravo).
Test/quiz e titolo che servono però per affrontare, con un po’ d’ironia, un tema serio, sollevato da Beppe Finessi in un articolo pubblicato sulla rivista Abitare di gennaio 2002 : “ Vedere (dall’alto) per credere (nell’architettura)” è il titolo, e già da esso si sollevano le mie perplessità.
Finessi afferma che “[…] E’ la pianta il piacere dell’architettura, è la sua verifica, la sua prova del nove. E’ il piacere dell’architetto[…]". Una serie innumerevole di citazioni a conferma di ciò: Albini, Lubetkin, Kahn, Aalto, Le Corbusier, Mollino, Scharoun, Melnikov.
Certo, non si può negare l'importanza della pianta e il suo ruolo nella genesi progettuale, ma è innegabile che nessuno di questi architetti abbia inteso darle il senso compiuto della propria architettura. Citare Scharoun per "[…]l’invenzione pura di una strada che distribuisce i corpi di fabbrica nel progetto di una scuola a Darmstadt[...]" è puro riduzionismo e distorsione dell’opera dell’architetto tedesco. Difatti, se c’è una cosa che Scharoun ha sempre considerato solo una parte, seppur importante, della sua architettura è proprio la pianta. L’ho già detto nell’articolo “L’equivoco bidimensionale”, pubblicato sulle pagine di questo giornale ( sezione Fonti della critica), e lo ripeto: Scharoun affronta il progetto cercando di concepirlo nella sua totalità, considerando l’impianto planimetrico (bidimensione) soggetto a variazioni continue, in quanto slegato da ogni irrigidimento a priori; si pensi che alcune volte, terminata la costruzione di un edificio, si procedeva ad un suo rilievo per restituirne proprio le piante, poichè i disegni originari venivano mutati nel corso della costruzione. Del resto, Scharoun aveva più volte ripetuto che “...un vero architetto non deve seguire le sensazioni, deve riflettere” .
Analizziamo la Scuola di Darmstadt citata da Finessi. Siamo di fronte ad una dinamizzazione spaziale che non ha soluzione di continuità tra bidimensione e tridimensione. Indubbio che la pianta partecipi attivamente, ma altrettanto vero è che non vi è alcun elemento ordinatore di essa, men che meno una strada che distribuisce i corpi di fabbrica. Tutt’altro: sembra che siano i corpi di fabbrica, spingendosi l’un l’altro, a creare i percorsi distributivi, che sono “vuoto dinamico” solo garzie alla tridimensionalità dei corpi di fabbrica stessi, al loro elevarsi a differenti quote e con diffrenti direzioni spaziali. Si sale, si scende, si girano gli angoli di scatto, si seguono angoli che accompagnano, s’incontrano spazi aperti che riconducono in quelli chiusi, si biforcano i percorsi: niente, proprio niente è ordinato per mezzo di una strada.
Libero da qualsiasi remora bidimensionale, Scharoun lascia che i singoli corpi delle funzioni s’incastrino tra di loro, dando vita ad un’architettura che rende lo spazio artefice del movimento tanto quanto lo sono muri, scale, tetti, pareti, corti, finestrature. Scharoun dimostra senza possibilità d’appello che l’architettura è linguaggio in tutti i suoi elementi. E non è un caso che egli sia riuscito a coniugare espressionismo ed organico.
Finessi afferma che "[…]E’ la pianta, strumento da cui tutto nasce (complementare al lavoro sulla sezione), il momento di riflessione a cui non possiamo e vogliamo rinunciare[...]". Bene, che ognuno decida per quella che crede la strada più giusta, ma -per favore- evitiamo di coinvolgere architetti come Scharoun o come Melnikov descrivendone i gesti provocatori ( tra l'altro, fatti in un epoca non proprio di clima accogliente per entrambi) rintracciandoli nella "bellezza di una pianta".
A Parigi Melnikov non può essere ricordato per la pianta del Padiglione, ma per il Padiglione, se è vero – e lo è- che la dinamizzazione avviene soprattutto in terza dimensione, a mezzo del ponte gradonato che elimina d’incanto la rigidezza del lotto rettangolare e libera le pareti dai vincoli con il percorso in diagonale.
Solo due esempi, ma potrei continuare con gli altri architetti citati. Richiamo invece Borromini, precedente che non può essere trascurato: della sua architettura si è spesso fatto notevole gioco ambiguo, identificandone i significati nelle piante; esempio noto è la continua tiritera su San Carlino alle Quattro Fontane, tiritera di chi vive l’architettura in bidimensione e che si limita a sottolineare l’impostazione della pianta nata dal razionale insieme di figure geometriche, trascurando i veri significati dell’atto creativo del Borromini nella totalità dell’opera.
Per ora mi fermo qui, sicuro che Beppe Finessi vorrà replicare e confrontarsi, pregandolo solo di non farlo a corpo nudo ed in un bagno, che Finessi indica quale "[…]luogo primo in cui il nostro corpo si confronta, nudo, con gli elementi anche fisici dello spazio dell’architettura[…]". Per mio conto, preferisco il web o un bel dibattito pubblico, e presentarmi abbigliato.
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