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La facoltà di architettura di Firenze,
per iniziativa di uno dei suoi più noti docenti, propone una
serie di appuntamenti con famosi architetti i quali, venendo a
Firenze, colgono l’occasione per presentare le loro
monografie, facendo tesoro degli interventi fumosi e celebrativi
di molti colleghi.
Dopo Paolo Portoghesi e’, infatti, la volta del professor
Antonio Monestiroli, che è stato recentemente vincitore del
concorso per il planetario di Cosenza. La presentazione dell’incontro
riassume una serie di concetti che saranno subito chiariti e
approfonditi dallo stesso Monestiroli, il quale inizia in questo
modo: “Ho sempre vissuto con una sorta di presunzione,
quella di saper costruire benissimo, essendo figlio di un
costruttore” […] “Gli abitanti devono riconoscersi
nei loro edifici e se ciò non avviene hanno paura”.
Il primo progetto illustrato riguarda il concorso per la
chiesa della Beata Vergine, vicino Bergamo (concorso vinto da
Gregotti), Monestiroli, prima di spiegare il suo progetto, anticipa: “
L’architettura sacra, essendo una funzione semplice, è
scarsa dal punto di vista formale, cioè è difficile trovare
delle forme” […] “Le chiese di oggi assomigliano a
delle sale d’assemblea, non si capisce, infatti, cosa
distingue una chiesa da un cinema.”
Mi permetto, a tal proposito, di esprimere una personale
opinione. Non credo che l’architettura religiosa sia una
funzione semplice, tutt’altro. La premessa di Monestiroli tende a
sminuire e declassare la funzione di una chiesa al solo piano
formale. Si pensi a tutte le chiese di Michelucci o alla cappella
di Ronchamp, questi spazi, che certamente non assomigliano a
delle aule per assemblea, sembrano dei veri e propri luoghi d’incontro
tra l’uomo e Dio.
Riporto parte della relazione di Monestiroli, tratta dall’allegato
di “Casabella”, “Nuove chiese italiane due”,
dove è possibile visionare il progetto in questione: “L’interpretazione
più diffusa oggi è quella per cui la chiesa è il luogo di
riunione dei fedeli, mettendo in secondo piano il significato del
rito. Questo è il motivo della pianta a Croce, una forma antica,
forse troppo legata al simbolo, tuttavia carica di significato,
il significato dell’incrocio di due percorsi che conducono
in uno stesso luogo: il luogo dell’altare.” Da
quanto scritto sembra che Monestiroli abbia scelto la pianta a croce per
rivalutare il rito, e durante la lezione aggiunge: “Nella
nostra chiesa non volevamo fare una pianta a forma di croce, ci
siamo arrivati dopo un ragionamento” […] “ all’interno
le finestre sono fatte all’altezza dell’occhio, in modo
da poter sbirciare fuori”. Monestiroli conclude la presentazione
di questo progetto, ricordando che sono sempre i quattro muri a
forma di L (insistenti sulle braccia della pianta a croce), e
rivestiti in pietra, a “trionfare”,
rappresentando un richiamo per i cittadini.
Mi viene spontanea a tal proposito una domanda: a cosa servono in
una chiesa le finestre ad altezza d’occhio? Forse a
distrarsi dalla liturgia?
In una chiesa, ma in realtà in qualunque altro edificio,
sembrerebbe assurdo parlare di finestra intesa come semplice e
banale buco nel muro, per consentire ai fedeli di guardare fuori.
Finestra significa veicolare diverse quantità di “luce”,
affinché uno spazio possa vivere, vibrare, traballare, provocare
al fedele delle emozioni. Basti pensare ai fori antisimmetrici
praticati sui muri di Ronchamp, alle spettacolari finestre della
chiesa di Imatra di Alvar Aalto che seguono gli sviluppi
parabolici delle stesse pareti e alle due finestre trapezioidali
che direzionano la luce nell’invaso celebrativo, oppure alla
vetrata curva, posizionata dietro l’altare, che rovescia
luce nella chiesa dell’Autostrada. In sostanza, dovrebbe
essere lo spazio interno a “trionfare” e a divenire
attrazione per i cittadini e non solo quattro alti muri a forma
di croce.
Il secondo progetto illustrato è un palazzetto dello sport
vicino Milano. Nuovamente una premessa: “Volevamo trovare
un senso all’idea di palazzetto dello sport, accantonando un
po’ l’idea stessa di sport” […] “abbiamo
pensato ad un gran tetto come luogo di riunione, dove la città
si riunisce, facendo riferimento al progetto di Mies per la
Convention Hall”
Questo progetto, situato in zona periferica; si presenta con
una pianta quadrata e simmetrica, il grande tetto è costituito
da travi reticolari di notevole spessore e sorretto da una doppia
fila di pilastri perimetrali. Tra i pilastri perimetrali e l’interno
corre un recinto, anch’esso quadrato, rivestito in marmo che
separa l’interno dal porticato perimetrale pilastrato.
Monestiroli aggiunge: “ il tetto ha una sua autonomia di forma e
di significato e il recinto è rivestito da lastre di marmo verde
con venature bianche che servono ad impreziosirlo”.
Avanzo a tal proposito due riflessioni. La prima riguarda il tema
edilizio, vale a dire, il palazzetto dello sport. Un tema
allegro, fantasioso, dinamico e ricco di spunti, considerando
soprattutto l’importanza che è attribuita, nella nostra
società, allo sport. Non condivido, infatti, la volontà di
voler necessariamente trovare un “senso”, una funzione
diversa al palazzetto dello sport, il quale implica, già nella
sua specificità, il ritrovo dei cittadini. Il palazzetto dello
sport viene, infatti, quotidianamente usato per partite,
allenamenti, tornei, concerti musicali…, più ritrovo di
questo! Sembra che si voglia, forzatamente, ricondurre l’idea
di palazzetto dello sport a qualcosa, (tralaltro simile solo per
dimensione), già esistente, così da poter trovare un comodo
riferimento.
La seconda riflessione riguarda proprio il riferimento, vale a
dire, Mies van der Rohe e il progetto della Convention Hall a
Chicago. Viene spontaneo porsi un’altra domanda: M. si
ritiene allievo di Mies, com’è stato detto, durante la
presentazione, per aver ripreso, in tale progetto, l’impianto
della Convention Hall?
L’insegnamento di Mies, sta nel trattamento dello spazio,
nel magistrale scorrimento dei setti murari, nel rapporto interno-esterno,
nella distruzione della scatola muraria, nella giustapposizione
dei volumi e non solo nell’uso del marmo verde o del grande
tetto a travi reticolari.
Ometto, per brevità, di parlare dei progetti per i cimiteri e
del Planetario di Cosenza, passando alle conclusioni, affinché
queste, assieme alle frasi appuntate durante l’incontro e
riportate, possano essere frutto di riflessioni e commenti da
parte dei lettori. Preciso, inoltre, che mi sarebbe piaciuto,
esprimere a Monestiroli i miei dubbi e le mie riflessioni al
termine della sua lezione, ma ciò mi è stato impedito dal breve
tempo a disposizione.
Sono convinto che i progetti illustrati da M. tengano scarsamente
conto della componente umana, del rapporto con la società e con
la tecnologia. Il metodo compositivo sembra molto rigido,
inflessibile, carico di regole e concetti che, oltre ad impedire
una lettura spaziale, non consentono di mettersi in discussione
ogni qual volta si presenta una nuova occasione di progetto. I
progetti sono spesso frutto di manipolazioni tematiche soggettive
che non trovano riscontro nella società, nella gente e quindi
che producono un’architettura per gli architetti. Quando
parlo di architettura per gli architetti intendo un’architettura
che, essendo appesantita e carica di simboli astratti (come: il
muro, il tipo, il bastione, la croce, l’identità, il
percorso…), risulta leggibile esclusivamente da chi n’è
stato ideatore. Per esempio, nel progetto per la chiesa di
Bergamo, i quattro muri a forma di L, che definiscono
planimetricamente una croce, a causa della loro altezza (circa 30m)
e dell’inserimento in un contesto urbano, che non consente
una visione a 360 gradi, saranno leggibili (a forma di croce)
solamente guardandoli da una certa quota o da chi ne analizza una
planimetria, ma non dal cittadino o dal fedele che entra
frettolosamente in chiesa.
Prima della lezione di Monestiroli, ho casualmente ascoltato una domanda
fatta da quest’ultimo ai colleghi fiorentini, di cui è
stato ospite: quando verrete voi a Milano a parlare di questa
facoltà di architettura di Firenze?
Ascoltando involontariamente questa domanda, che chiamava in
causa la facoltà di Firenze, ho pensato istintivamente a
Michelucci, Savioli, Ricci, Koenig…, i quali hanno lottato,
con anni di sperimentazione di lavoro e insegnamento, per una
facoltà di architettura che insegnasse agli studenti, a tener
conto dell’individuo.
Oggi, a distanza di molti anni, qualcosa è cambiato. |